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Marcello Fois

 

 

Marcello Fois è nato a Nuoro nel 1960. Scrittore e autore teatrale (Nozze di sangue), sceneggiatore per la TV (Distretto di polizia, Crimini) e il cinema (Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni, Frassinelli, 2003; con Ferdinando Vicentini Orgnani), attualmente vive e lavora a Bologna.
Fra le sue pubblicazioni: Ferro Recente (1992); Picta (Marcos y Marcos, 1992; ristampa 2003); Meglio morti (1993); Falso gotico nuorese (1993); Il silenzio abitato delle case (Moby Dick, 1996); Gente del libro (Marcos y Marcos, 1996); Sheol (1997); Nulla (1997); Sempre caro (1998); Gap (1999); Sangue dal cielo (1999); Radiofavole (con Fabrizio Festa, Moby Dick); Sola andata (EL; riedizione Il Maestrale, 2012); Dura madre (Einaudi, 2001); Piccole storie nere (Einaudi, 2002; è una raccolta di racconti che hanno per protagonista il già noto commissario Curreli); L'altro mondo (Frassinelli - Il Maestrale, 2002; il terzo romanzo della trilogia dell'avvocato Bustianu); Materiali (Il Maestrale, 2002, ristampa di vari scritti già editi; riproposta nel 2012 col titolo Né il giorno né l'ora, con in appendice Gotico ferrarese, prima stesura, d'ambientazione emiliana, di Falso gotico nuorese); Tamburini (Il Maestrale, 2004); Memoria del vuoto (Einaudi, 2006); L'ultima volta che sono rinato (Einaudi, 2006); In Sardegna non c'è il mare (Laterza, 2008); Stirpe (Einaudi, 2009, primo episodio della trilogia omonima); Paesaggi d'autore (Diabasis, 2010); Nel tempo di mezzo (Einaudi, 2012, secondo episodio della trilogia Stirpe); Carne (Guanda, 2012, coi disegni di Daniele Serra); L'importanza dei luoghi comuni (Einaudi, 2013); Luce perfetta (Einaudi, 2015, terzo episodio della trilogia Stirpe); Ex voto (minimum fax, 2015); Manuale di lettura creativa (Einaudi, 2016); La formula esatta della rivoluzione (Istos, 2016); Del dirsi addio (Einaudi, 2017); inoltre diverse partecipazioni ad antologie, raccolte di racconti e libri "collettivi", come il Repertorio dei pazzi d'Italia (Il Saggiatore, 2012) curato da Roberto Alajmo, in cui si occupa del "repertorio" della città di Bologna .
Ha ricevuto nel 1992 il Premio Calvino per Picta e nel 1997 il Premio Dessì per Nulla.
Ha scritto per il teatro: L'ascesa degli angeli ribelli (portato in scena da Valeria Moriconi), Di profilo, Stazione (atto unico per la commemorazione della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno, Cinque favole sui bambini (trasmesse a puntate su Radio Rai 3), Stanze, Quasi Grazia (Einaudi, 2016). Ha scritto anche il libretto per l'opera tratta dal romanzo di Valerio Evangelisti Tanit.
Collabora con i più importanti quotidiani e periodici nazionali (vedi anche un suo intervento sulla rivista letteraria Concertino, n.4, febbraio '93, dal titolo Perché scrivere thriller).
Suoi racconti sono apparsi in importanti antologie, ed è tradotto all'estero.
Nel poco tempo a disposizione si occupa di promuovere la scrittura e i giovani scrittori.
Collabora alla realizzazione dei film che saranno tratti da Sempre caro e Ferro recente: «Purtroppo il primo, ambientato nella Nuoro di fine Ottocento, non potrà essere girato nel suo luogo naturale: la troupe del regista Gianfranco Cabiddu non è riuscita a trovare una parte della città, anche piccola, da utilizzare come set. Si girerà a Lollove. Per Ferro recente, ambientato nel degrado urbanistico degli ultimi decenni, invece non ci saranno problemi».

Nel 2009 ha partecipato all’iniziativa Territori.

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Per consultare una bibliografia molto accurata (con particolare riferimento alle ristampe disponibili e ai lavori come sceneggiatore), rimandiamo al sito ufficiale http://www.marcellofois.it.


FERRO RECENTE
Granata Press (1992)

NOTA alla ristampa (Einaudi - Tascabili, 1999)

Quando ho iniziato a scrivere Ferro Recente non sapevo che sarei diventato uno scrittore. Forse è così che succede: uno ha una storia che gli urge, che preme per uscire, che vuole essere scritta e la scrive. In qualche modo Ferro Recente si è scritta da sola, con furia, con rabbia. Non è un buon metodo, non è un metodo che consiglierei, però è così che è successo. Non ho più provato lo stesso sentimento di fronte a una storia: la certezza che mi avrebbe condotto verso un viaggio senza ritorno. E' per questo che amo particolarmente questo romanzo, anche se, quasi certamente, ora, dieci anni esatti dopo la sua stesura, lo scriverci diversamente. Nessun pentimento beninteso, la storia è quella che è, e tale resta: il racconto di un posto; il tentativo di stabilire fino a che punto può resistere una cultura millenaria di fronte alle malie della modernità. Una storia di terrorismo in Sardegna, a Nuoro. Una storia di generazioni confuse, o, forse, troppo coscienti rispetto a una crisi irreversibile. Una storia di ritardi e di eccessi. L'ingenuità e l'incoscienza dell'esordiente mi hanno portato a raccontarla senza preoccuparmi delle conseguenze e delle convenienze, senza preoccuparmi della complessità del problema che stavo affrontando, ma la questione allora mi si poneva relativamente, perché non credevo che Ferro Recente sarebbe 
mai stato pubblicato. E invece fu pubblicato. Come succede nelle fiabe editoriali lo spedii a un piccolo editore borghese, Luigi Bernardi della Granata Press, e lui lo accettò. Subito, senza problemi, senza rimaneggiamenti sostanziali. Mi telefonò e fissammo un incontro. Mi presentai con dieci minuti di anticipo. Mi fece sedere e mi disse che il mio romanzo era «buono» e che lui sarebbe stato felice di pubblicarlo in una collana di giovani italiani di talento che aveva selezionato in giro per l'Italia. Mi fece vedere due dattiloscritti in cui credeva molto, erano Falange armata di Lucarelli e Pericle il Nero di Ferrandino. lo sarei stato il terzo. Ora, che a dieci anni di distanza, Ferro Recente viene rieditato dalla casa editrice a cui la maggior parte di noi scrittori italiani tende più o meno sinceramente, mi pare doveroso dare a Bernardi ciò che è di Bernardi: la mia riconoscenza e il mio affetto. Come ho cercato di raccontare in Ferro Recente ci sono sentimenti che nessuna modernità, per quanto cinica e impietosa sia, riesce a cancellare.
marzo 1999




PREFAZIONE
di Carlo Lucarelli

Un delitto improvviso, apparentemente inspiegabile e inspiegabilmente feroce: due ragazzi aggrediti e massacrati mentre fanno benzina a un self-service sulla statale per Nuoro e poi "graziosamente" composti di fronte alla loro Alfa targata Bologna.
Quindi una serie di avvenimenti intrecciati l'uno all'altro, echi, risonanze e collegamenti che vanno dagli anni Ottanta ai giorni nostri, dall'Emilia alla Sardegna, da storie di terrorismo a storie di sangue, passione, follia. E sotto, a rimbombare cupo e nascosto, un mistero, uno di quei misteri pericolosi di una terra sarda antica, muta e tagliente come il ferro, che solo autori che la conoscono e la amano e la odiano, come Marcello Fois, riescono a raccontare. Un mistero destinato a provocare altre morti.
Ferro Recente è un romanzo bellissimo in cui l'orrore e la tensione della narrativa di genere si fondono alla coralità fatale di una vera e propria tragedia, una tragedia noir.
Un romanzo di echi veloci e cupe risonanze, come quando si battono le nocche su una struttura di ferro lucida, complessa e ben costruita. E di colore nerissimo.


MEGLIO MORTI
Einaudi (1993)
(ristampa Einaudi - Tascabili, 2000)

"C'era un cespuglio di mirto, un cumulo di terra nera e leggera appena smossa, una piccola mano rinsecchita che affiorava dal terreno".

Il corpo di una bambina ritrovato in un bosco durante una battuta di caccia, una donna finita in carcere per avere assassinato a martellate il marito, una storia di appalti truccati nel Nuorese e un mistero inquietante che in qualche modo sembra legare le tre vicende. Ines Ledda non è la prima bambina a morire. Grazia Mereu. Immacolata Còntene. Lorenza Ibba. Altre tre scomparse in due anni. Si tratta di coincidenze o c'è sotto qualcosa di molto più pericoloso?

Dopo Ferro Recente Marcello Fois torna a raccontare una Sardegna dura e contraddittoria, una terra di storie antiche e di nodi non sciolti. Fois ha il talento del grande narratore, il fascino di una scrittura intensa e l'abilità di chi sa assediare il lettore. Meglio morti è tutto questo, è un noir tragico ma anche qualcosa di più, una storia che travalica il genere per arrivare al cuore della tragedia.


FALSO GOTICO NUORESE
Condaghes (1993)

PRESENTAZIONE
di Giuseppe Marci

Marcello Fois (Nuoro, 1960) vive a Bologna dove si è affermato come scrittore di genere, fino a poter essere considerato "tra gli autori più promettenti della narrativa noir italiana".
Un suo racconto, Radio serva, compare in un'"antologia illustrata dei giallisti bolognesi" che ha per titolo I delitti del gruppo 13 (Metrolibri, 1991) e che si presenta come il prodotto di una vera e propria scuola, quella del giallo bolognese, appunto. Nella prefazione al volume, una nota di Massimo Moscati brevemente ricapitola la storia di un genere nato nel 1929 con l'iniziativa editoriale di Arnoldo Mondadori, che diede vita alla fortunata collana di romanzi polizieschi italiani in risposta alla dominante produzione anglosassone. Da allora ad oggi, con un più o meno costante consenso di pubblico, il giallo si è imposto, pur essendo considerato come un prodotto minore, indegno dell'attenzione di grandi scrittori (ove si eccettui il caso atipico rappresentato da Leonardo Sciascia).
E tuttavia Massimo Moscati ritiene che "il poliziesco italiano non ha ancora saputo trovare una sua specificità, disattendendo spesso le aspettative per mancanza di una sostanziale solidità e per la costante ingenuità di strutturazione narrativa delle proposte letterarie". Perdurante tale situazione appare "doppiamente meritorio" il fatto che a Bologna si sia formata "un'agguerrita confraternita di narratori di storie gialle" della quale Marcello Fois fa parte. 
Nella stessa collana "Criminalia tantum" ("Giallo, nero, thriller, mistery, horror, la miglior narrativa criminale italiana e straniera trova posto qui") nella quale era apparsa la raccolta I delitti del gruppo 13, Marcello Fois ha poi pubblicato il romanzo Ferro recente, la storia di un intrigo a sfondo politico ambientato a Nuoro. Ed a Nuoro il romanzo è dedicato: "A Nuoro. Entità inventata e inesistente. Vita nel sottosuolo. Lentezza esasperante delle cose. Velocità irrazionale dell'intuito. Senso della storia.
Storia di nonsense". Dedica di figlio che conosce e ama, ma, insieme, vede i limiti e i difetti e, divenuto adulto, capisce che ogni storia ha un senso, va ricostruita e compresa (narrata in pagine letterarie, alle volte), anche se capita che abbia il prevalente segno dell'assurdo.
Marcello Fois il giallista, quindi. E subito viene alla mente la nota definizione di Oreste Del Buono che, quando apparvero Procedura di Salvatore Mannuzzu e L'oro di Fraus di Giulio Angioni, ha parlato di "una scuola sarda" di giallo. Ma si tratta di casi intrinsecamente ed estrinsecamente differenti. Scrittori tout court Mannuzzu ed Angioni, scrittore di genere Fois: e valga questa definizione per quello che vale, per alcuni una sorta di deminutio, per altri (compreso chi scrive) una specificazione di ambiti, di tecniche e modalità, in nessun caso l'enunciazione di una gerarchia di valori. Percorsi altrettanto ricchi di significato, da una letteratura consapevole di sé verso il richiamo della suspense e dell'indagine giudiziaria oppure, e al contrario, dal romanzo poliziesco e dall'intreccio che tende al misterioso e al soprannaturale verso una letterarietà sempre più ricca qual è quella, se non ci inganniamo, del Falso gotico nuorese. Con l'aggiunta che, almeno in quest'ultimo racconto, Fois lascia intravedere la qualità del narratore puro, dell'autore di una pagina scevra dai vincoli che, ad esempio, caratterizzano l'opera di Giulio Angioni, sempre tesa verso messaggi altri, insegnamenti più o meno espliciti, interpretazioni di universi antropologici nostri ed altrui.
Falso gotico nuorese è un racconto in cui aleggia il mistero e che ci porta a contatto con l'inquietante regno del soprannaturale.
Per quell'amore che la dedica di Ferro recente testimonia, Fois ha voluto ambientarlo a Nuoro e a Borutta, nella Basilica di San Pietro di Sorres, determinando un effetto di notevole interesse.
Interessante è, in primo luogo, la scelta del racconto basato sulla fantasia che nella tradizione letteraria sarda ha pochi riscontri. Certamente un antecedente va segnalato, dovuto alla penna di Enrico Costa che nel 1879 pubblicò un "bozzetto medioevale" intitolato Il castello misterioso, tenebrosa storia di amori infelici e matrimoni forzati, adulteri sfiorati e vendette consumate dal truce barone di Wielfer. Un'altra storia gotica scritta da un nido: ma ambientata nel castello di Ayr, Scozia occidentale, in una latitudine evidentemente ritenuta più consona di quanto non sia stata giudicata, finora, quella mediterranea e solare della Sardegna, terra tradizionalmente intesa come scenario di racconti a più alto spessore realistico, essa stessa, con i suoi dati fisici e morali, la storia e la geografia, accampata al centro dell'intreccio narrativo, non di rado pleonastica protagonista.
Marcello Fois mette ogni cosa al suo posto, lo sfondo a fare da sfondo (figuriamoci se i lettori ai quali abitualmente si rivolge potrebbero consentirgli digressioni, descrizioni ridondanti, o storiche rievocazioni), i protagonisti al centro dell'attenzione e i ritmi dell'azione attentamente calcolata.
Epperò ambienta a Nuoro, città di cui ben conosce ogni aspetto, fino alle innocenti manie e allo smodato uso delle maiuscole: "Il Convegno di studi dedicato alla figura di Ignazio Bandinu, mio padre, organizzato dal Consorzio di Pubblica Lettura Sebasfiano Satta di Nuoro…". Non c'è chi non colga l'ironia di questa apertura di discorso, contenuta in una sorta di prologo o "Avvertimento al lettore" che precede i tre quadri nei quali il racconto si articola, tre capitoli che narrano le diverse tappe di un’inchiesta svolta nel 1959, nel 1969, nel 1979 e tendente a far luce sulla scomparsa di don Geremia Lattes. Il tutto nell'ambito di un progetto del protagonista che intendeva compilare una "Nuova Storia di Nuoro" (tutto in maiuscolo, naturalmente): "Non è stato il primo e non sarà l'ultimo ad accarezzare questo progetto in una città come la nostra che ha più libri di storia che storia". Parole del racconto cui non aggiungiamo un solo commento.
Come non vanno commentati ma fino in fondo gustati i rapidi spunti dedicati ad altre manie, pur esse innocenti, come quella di andare ricercando la descrizione di se stessi nelle opere antropologiche, tanto più autorevoli quando di autori stranieri, qual è la mentovata Per una introduzione agli usi delle popolazioni barbaricine di tale Gertrud Van Ellmann.
Ma il discorso si fa terribilmente serio nella sua drammatica brevità, e dice della Sardegna ma d'ogni altra parte del mondo che abbia conosciuto la non lieta sorte, quando la ricerca di Ignazio Bandinu s'imbatte nella memoria di un tempo passato che ai posteri tramanda una lezione di dolore: "Rovescio il contenuto di quella cassa.
Ancora quaderni pieni di una scrittura più incerta referti medici veterinari, il bestiame muore a grappoli. La peste suina ha decimato i maiali, le mucche che rifiutano il cibo e l'acqua, cadono come scheletri. I conigli divenuti sterili si uccidono a vicenda nelle gabbie, la cagna di mio nonno massacra la sua cucciolata e viene abbattuta con la bava alla bocca. I cavalli da traino scoppiano dopo una corsa folle nei campi. Le terre sono inondate di erbe parassite che soffocano ogni cultura. Tutto è perduto".
Un senso di desolazione e di abbandono che ben conoscono i lettori dei romanzieri sardi antichi e moderni, un senso di impotenza che spinge alla filosofia della rassegnazione: "sic transit gloria mundi!". Concezioni che compaiono nelle pagine di Grazia Deledda, di Giovanni Antonio Mura o di Salvatore Cambosu.
Nel Falso gotico nuorese le troviamo quasi nascoste in un inciso, l'attenzione del lettore guidata sull'evento rappresentato dalla ricerca storica (non senza avventura e cimento sportivo, un po' alla maniera di Indiana Jones) relativa alla scomparsa dei sacerdote don Geremia Lattes, avvenuta nel 1908 e preceduta da un segno premonitore rappresentato dal furto simbolico della stola quaresimale. Un altro sacerdote nuorese dal destino inquietante, dopo quelli de La tanca fiorita, de Il giorno del giudizio e de Il ponte di Marreri.
Di don Geremia Lattes si è persa ogni traccia, e a dire il vero non si sa neppure se sia morto o se ancora vivo, se abbia avuto esistenza intemerata e pia o se s'intendesse di possessioni diaboliche e di relazioni adulterine. Ignazio Bandinu cerca di ricostruirne la storia, un po' per il gusto erudito dello studioso di provincia, un po' perché la sua personale esistenza s'intreccia con quella del sacerdote e non è possibile "far finta che si tratti di qualcosa che non mi riguarda", un po' perché alla ricerca è chiamato da una serie di elementi che improvvisamente (e in apparenza per caso) intersecano il suo cammino, lo intrigano e lo coinvolgono.
Così è per il messaggio scritto con le lettere ritagliate dal giornale parrocchiale (ecco il riferimento al giallista atipico, al Leonardo Sciascia di A ciascuno il suo), così è per le carte ritrovate nella biblioteca di San Pietro di Sorres stracolma di volumi ("Sento l'odore della carta e del tempo che mi penetra nelle narici": polverose biblioteche e antichi monasteri come nel gotico moderno di Umberto Eco); fogli con la frode sottratti al vecchio frate custode della sapienza, che cadono, si disperdono e vanno ricomposti per un'imperfetta ricostruzione degli accadimenti. E poi ci sono le visioni e gli eventi soprannaturali dai quali colui che indaga è spinto fino all'ultima meta, il fondo melmoso del pozzo brulicante di topi ai quali, novello Indiana Jones contro i serpenti, deve sottrarre la cassetta in cui è conservata la stola. E sono qui, i topi, a differenza di quanto accade ne Il giorno del giudizio, custodi e non devastatori del paramento sacro.
La conclusione è affidata a una massima firmata J. L. Borges: "La soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero".
Degnissima chiusa cui non aggiungeremo una sola parola per non guastare l'effetto.


SHEOL
Hobby & Work (1997)

Recita un versetto della Bibbia: Lo sheol, il regno dei morti, si commuove per te, aspettando il tuo arrivo. Egli risveglia per te le ombre...
Si chiama Ruben Massei, è un ispettore della Squadra Mobile di Roma, ha cinquant'anni ed è ebreo. Poliziotto metodico, di dichiarate simpatie progressiste, Massei ha parecchi conti aperti con se stesso, con un vissuto lacerato e ambivalente, mai pienamente accettato e mai pienamente respinto. Così, quando l'omicidio di un'anziana signora lo catapulterà nel cuore di un intrigo all'ombra della Comunità ebraica, per Massei venirne a capo significherà non soltanto scovare il colpevole, ma anche e soprattutto affrontare i nodi irrisolti della sua anima.
Sarà un'investigazione dolente e pericolosa, percorsa dal filo rosso della storia privata e collettiva, sospesa tra gli orrori del passato e le ambiguità dei nostri giorni. Fino alla "soluzione finale", dove l'assassino avrà un volto, un nome e un movente. E dove il fantasma di una memoria troppo a lungo negata assumerà un valore salvifico...


NULLA
Il Maestrale (1997, ristampa 2002)

Nulla è una cittadina di provincia.
Secondo le ultime stime ha un’estensione che copre tutta l’Italia, e un numero di abitanti pari ad oltre due terzi dell’intera popolazione nazionale.
Nulla ha confini brulicanti e incerti.
E` un ammasso di periferie senza centri.
A Nulla, la noia è madre del vizio, cugina dell’ozio, sorella della frustrazione.
I sondaggi la danno come prima assoluta nel computo di apparecchi televisivi pro capite; nel numero di automobili in rapporto al numero di abitanti; nella carenza di proposte.
Per raggiungere Nulla si attraversa un’autostrada, una superstrada o, più semplicemente, una strada sovrastata dai cavalcavia. O il mare, o il monte, o la pianura, o la statale spappolata dalle frane, o l’immensa circonvallazione incompiuta, o la bretella priva di segnaletica.
Per raggiungere Nulla si possono attraversare persino gli oceani.
I sondaggi la danno come prima assoluta nell’incremento della micro e della macro criminalità, nei consumi di telefoni cellulari e pastiglie dimagranti, negli abusi di alcol e droghe.
I sondaggi danno in crescita i suicidi…


SEMPRE CARO
Frassinelli – Il Maestrale (1998)

Il Bustianu protagonista di questo libro non è un personaggio inventato. Non avrei potuto inventarlo per una serie di ragioni, non ultima il fatto che è realmente esistito, si chiamava Sebastiano Satta, è nato a Nuoro nel 1867 e vi è morto nel 1914, faceva il poeta ed era uno dei pilastri del foro nuorese come avvocato difensore. Ho ritenuto uno spreco inutile di energie provare a inventarmi un personaggio dal momento che la storia della mia città ne aveva uno bell'e pronto. Credetemi sulla parola: non capita tutti i giorni. Bustianu, come la sua, e la mia, città lo chiama tuttora con affetto, era il personaggio perfetto e calzava come un guanto alla mia idea di "eroe". Perché per costruire una serie di romanzi che abbiano lo stesso protagonista ci vuole un eroe... E Sempre caro rappresenta, per così dire, il primo gradino, un'indagine per un reato di abigeato, che trasporterà Bustianu dalla realtà alla fìction. Un caso semplice quello narrato, tutto giocato sull'intuizione e la passione di un uomo che è a metà fra la tradizione e la modernità, in un tempo in cui non c'era il telefono, il fax, il computer né si conosceva l'uso delle impronte digitali. In un mondo, la Barbagia della fine dell'Ottocento, dove l'annessione a una nazione moderna, l'Italia appena nata, era spesso sentita, non sempre senza ragione, come una prevaricazione. Un romanzo dove gli elementi della tradizione letteraria, anche ottocentesca, si mischiano al taglio "cinematografico" nella scansione della vicenda. Il linguaggio è giocato sulla particolarità bilingue della terra che ambienta e informa Sempre caro. Linguaggio che non è italiano sardizzato né sardo italianizzato ma, per citare Kundera a proposito di Chamoiseau, "l'espressione della libertà di un bilingue che nega l'autorità assoluta di una delle due lingue e ha il coraggio di disobbedire a entrambe". Bustianu avrebbe avuto questo coraggio.

 

PREFAZIONE
di Andrea Camilleri

Davanti alla prefazione di un libro mi comporto in tre modi: la salto; la prendo in considerazione dopo aver letto il libro; la leggo prima solo se penso di trovarvi notizie e dati utili alla comprensione del testo. Quindi, venendomi a trovare nella posizione di prefatore, consiglio il lettore di far ricorso al secondo dei miei sistemi. Dia un'occhiata alla prefazione dopo aver letto questo romanzo di Marcello Fois, così io non avrò avuto la pretesa di guidare in qualche modo colui che legge, guadagnandoci invece la libertà d'esprimere la mia opinione che consiste in una sorta di commento personale alla lettura. Una prefazione che vorrebbe essere una postazione.

Premetto due cose. Ho incontrato Fois solo due volte, abbiamo scambiato poche parole. Non avevo mai letto nulla di suo prima di questo Sempre caro.

Dirò subito che la mia sorpresa è francamente notevole. E non lo dico per ragioni di circostanza. Dunque: in Sempre caro Fois racconta la storia di un'indagine, quella compiuta da un avvocato che deve difendere un giovane accusato di abigeato. Il giovane, inspiegabilmente, non solo si è dato alla latitanza, ma pare voglia distruggere le possibili prove a suo favore. Si tratterebbe perciò di un "giallo" sui generis, la cui particolarità è accentuata dal fatto che la vicenda ha luogo alla fine del secolo scorso ed è ambientata tra le aspre campagne sarde. Come si sa, un "giallo" non urbano è veramente perla rara. Ma da questo momento non parlerò più di "giallo", dire che questo di Fois sia un romanzo "giallo" suona riduttivo. Romanzo, semplicemente. E con tutte le carte in regola. Considerate, ad esempio, la struttura. Essa si avvale di almeno tre voci narranti: quella dell’autore, quella del padre dell’autore (che è colui che narra la storia) e quella dell’avvocato-investigatore. Questo comporta una singolare giustapposizione di angolature prospetticbe (spia ne è il passaggio continuo dalla prima alla terza persona) e un'affascinante scomposizione del tempo narrativo.

Poi c'è il fascino della scrittura di Fois, che consiste in una sapiente, calcolatissima commistione tra lingua e dialetto. "Quando cerco una parola che abbia un suono diverso, che porti anche una specificazione più precisa, uso il sardo. Credo che questo sia il contributo che ogni etnia regionale dovrebbe portare." Queste sono parole di Sergio Atzeni. L’abilità di Fois consiste nell’usare la lingua come una sorta d'incastonatura atta a ricevere la parola dialettale per renderla appunto di "specificazione più precisa" senza però che quella parola brilli come un diamante solitario e sia invece perfettamente innestata nel continuum del racconto.

Infine, rileggetevi, che so, la sequenza che inizia con "Me ne andavo così, apparentemente senza una meta precisa", oppure l’ultima, che inizia con "Ed ecco un’altra estate". Bene, qui, sornionamente, Fois lascia travedere l’altro suo volto, quello di un poeta autentico. Non mi era capitato, negli ultimi tempi, d’imbattermi in un narratore che avesse un così profondo, lucreziano direi, senso della natura e insieme la capacità di trasmettercelo.


GAP
Frassinelli (1999)

1995
Gino la faceva facile, a sentir lui sarebbe snebbiato.
Sonia non voleva aprire gli occhi.
La Rossella sembrava un cadavere buttato sul sedile posteriore.

1945
Tunìn si mise ad aspettare, tenendosi la bicicletta attaccata al fianco.
Salvatore prese a dondolare le ginocchia.
Ersilia non arrivava.

Una sera di marzo di qualche anno fa guidavo da Bologna a Ferrara. Mia moglie era in macchina con me. Imboccata l’autostrada ci sorprese la nebbia, come una secchiata di vernice bianca sul parabrezza. Tentai di fermarmi. Mia moglie, che in mezzo alla nebbia ci è nata, mi consigliò di proseguire. Non le diedi ascolto e bloccai la macchina in quella che mi pareva essere una corsia d’emergenza. Quando uscii dall’abitacolo mi avvolse completamente, nello spazio di qualche passo già non ero più in grado di vedere la sagoma dell’automobile. Durò solo qualche secondo, ma bastò perché provassi il terrore più profondo che avessi mai sperimentato. La mie coordinate spaziali erano definitivamente compromesse. Fino al miracolo. Una donna in bicicletta mi passò accanto sfiorandomi e illuminando la macchina. Durante il prosieguo del viaggio mi guardai bene dal dire a mia moglie che una donna in bicicletta nell’autostrada fra Bologna e Ferrara mi aveva permesso di ritrovare la macchina. Ma arrivati a Monticelli, frazione di Mesola dove abitano i parenti di mia moglie, confidai a sua nonna questa piccola avventura gotica: la nebbia, il terrore, la donna in bicicletta. E, con mia grande sorpresa, lei non si stupì affatto. Mi disse che la nebbia era una specie di calamita, definiva una specie di non Luogo, ma, soprattutto, un non Tempo. Disse che quella donna in bicicletta non era nient’altro che un’immagine di un altro tempo, quando l’autostrada nemmeno era stata costruita, trattenuta dalla nebbia. Aggiunse sorridendo che anche lei una volta aveva intravisto ombre di uomini a cavallo con armature che seguivano cinghiali nel boscone della Mesola. Quella donnina gentile quasi novantenne si stava divertendo: ora anche le mie coordinate temporali erano definitivamente compromesse. Nella cultura da cui provengo non è strano nutrirsi di misteri. Ma quella volta mi trovai impreparato. E il concetto della nebbia come catalizzatore della Memoria mi parve cosa affascinante e inquietante allo stesso tempo. Così ho scritto gap. Che è la storia di un incontro fra generazioni, in un non Luogo appunto, ma soprattutto un tentativo di capire in quale punto del percorso si è perso il filo della Memoria. Tre ragazzi di ieri: Tunìn, Salvatore, Ersilia che si preparano a un’azione partigiana un sabato notte nella nebbia del 1945. Tre ragazzi di oggi: Gino, Sonia, Rossella che tornano da una discoteca in riviera in un sabato notte di nebbia del 1995. Forse lo stesso sabato. Forse no. S’incontreranno in mezzo alla nebbia a declinare le loro generalità: a cercare di ricostruire un pezzo di Storia breve di cinquant’anni in un flusso continuo: dall’orrore della guerra partigiana all’orrore delle stragi del sabato sera. Infine gap è un omaggio alla terra di mia moglie, così lontana dalla mia che mi era sembrata priva di quella qualità esoterica che tanto mi attrae dal punto di vista narrativo. Mi sbagliavo. Così ho scritto gap.


SANGUE DAL CIELO
Frassinelli – Il Maestrale (1999)

Barbagia, fine Ottocento. Un ragazzo, accusato d'omicidio, si toglie la vita in carcere. Ma si è veramente ucciso Filippo Tanchis? Oppure qualcuno ha ritenuto più utile farlo tacere per sempre? Di questi e di tanti altri misteri si deve occupare Bustianu. Tempi duri per l'avvocato-poeta: un caso difficile da risolvere che lo porterà a confrontarsi soprattutto con se stesso, con le sue debolezze e le sue certezze. E non gli dà tregua una pioggia insistente e testarda che cesserà solo quando l'indagine verrà conclusa. La seconda avventura di Bustianu ha il colore torbido del sangue, la consistenza della pioggia desertica che si rovescia su una natura e su un paesaggio sfiniti. Ha il pulsare di un cuore turbato. Per paura e per amore. Dopo Sempre caro, Marcello Fois costruisce un nuovo affascinante romanzo. Che, come suggerisce Manuel Vázquez Montalbán nella Prefazione, "è la riconferma di questo sorprendente investigatore, sommerso dal rapporto tra Natura e Delitto". Nonché "la conferma di un singolare scrittore e l'apertura di un nuovo universo di finzione che guadagnerà sempre più lettori di incondizionata fedeltà".

 

NATURA E DELITTO
PREFAZIONE
di Manuel Vázquez Montalbán

Un fenomeno letterario preliminare all'esame del testo è quello dell'estensione del taglio del romanzo poliziesco a tutte le strategie letterarie, il suo ritorno o riassorbimento, in definitiva, nel seno della letteratura senza aggettivi. E’ come se, esaurito il discorso della letteratura di testimonianza del comportamento sociale o personale, il passaggio attraverso l'architettura della narrazione poliziesca avesse facilitato agli scrittori il rincontro con materiali apparentemente esauriti dello sfruttamento minerario del realismo, prima alla ricerca dei minerali nel sottosuolo, poi dei minerali a cielo aperto. Bisogna tener conto di questa premessa perché mi possa spiegare a proposito dei nuovo romanzo di Marcello Fois, l'autore di Sempre caro, che conferma in Sangue dal cielo la costruzione di un personaggio e di uno spazio, territoriale e temporale, in cui indagare il rapporto tra comportamento e delitto.

Non è un caso che il prefatore di Sempre caro sia stato Andrea Camilleri, perché le coincidenze con Fois nella sua filosofia del romanzo e dello scrittore sono ovvie: il delitto come provocazione dello sguardo, un ambito geografico posto tra il giallo urbano e quello campestre senza che ciò implichi il minimo sfioramento delle verdi distese piene di ladies e di Porto dei romanzi di Agatha Christie, la costruzione di un personaggio che faccia da intermediario tra l'autore e il pubblico, l'investigatore che per Camilleri è un funzionario pubblico e per Fois un avvocato. Entrambi utilizzano uno speciale investigatore culturalizzato: nel caso di Camilleri, il commissario Montalbano è capace di risolvere il delitto mediante una lettura fortunata; in quello di Fois, l'avvocato Bustianu è anche un poeta. La differenza tra il mondo del siciliano e quello del sardo sta nel fatto che Fois recupera un personaggio realmente esistito, Sebastiano Satta, Bustianu, nato a Nuoro nel 1867 e morto nel 1914. Fois si costringe così a ricostruire l'immaginario di un territorio sardo a cavallo di due secoli e a supporre l'atteggiamento personale di un personaggio esistito prima della sua esistenza letteraria. Un'altra coincidenza tra Camilleri e Fois sta nel particolare uso fatto da entrambi dei dialetto, uso che Camilleri esplicita con maggior insistenza di Fois e che "... consiste in una sapiente, calcolatissima commistione tra lingua e dialetto". La forma dialettale ratifica la verosimiglianza dell'ubicazione, come i riferimenti storici ratificano la verosimiglianza di un'epoca.

Finite le coincidenze, che a loro volta diventano differenze, Fois porta il genere del romanzo poliziesco al limite dell'indagine intimistica, in cui il processo interiore dell'avvocato che cerca di disvelare la verità mediante la difesa del presunto colpevole, riceve l'aiuto delle sue conoscenze del contesto e delle sue genti, dei paradigmi dei vivi e del mandato e delle osservazioni degli avi ricevuti in sogno. Importantissimo anche il ruolo della natura, in questo caso della meteorologia, perché Sangue dal cielo è un romanzo intriso di pioggia, fin quando l'epilogo schiarisce l'orizzonte e il colore azzurro dei cielo chiude il chiaroscuro di un'indagine che ha danneggiato soprattutto la pace dello stesso personaggio.

Perché Bustianu è un personaggio difficile ed esigente. Non si accontenta, come Montalbano o Pepe Carvalho, di essere strumentalizzato dalla strategia creatrice dello scrittore. I suoi sentimenti fanno parte della trama, la sua identità come personaggio davvero esistente obbliga Marcello Fois a rispettare una sua idiosincrasia che prende partito davanti alle persone e alle cose, muovendo dalla memoria o verso il desiderio. Al secondo romanzo, la riconferma di questo sorprendente investigatore, sommerso nel rapporto tra Natura e Delitto, è anche la conferma di un singolare scrittore e l'apertura di un nuovo universo di finzione che guadagnerà sempre più lettori di incondizionata fedeltà e forse affaticherà un poco un autore tanto dotato e ambizioso che talvolta vorrà sfuggire alla dittatura della sua stessa creatura. Una tensione che arricchisce, in quanto Fois è uno scrittore capace di risolvere ogni genere di sfida, dopo aver risolto in modo così formidabile quella di rinchiudersi a Nuoro, all'inizio del secolo, spartendo la paternità dell'opera con un personaggio presente nel foro e all'anagrafe.

(Traduzione di Hado Lyria)


IL DERBY FOIS-PIAZZESE SUI GIALLI DELLO SCIROCCO
Lo scrittore sardo ha presentato il romanzo "Sangue dal cielo". Ospite d'onore il suo collega palermitano.
di Federica Certa

In comune Santo Piazzese e Marcello Fois hanno di sicuro una cosa: lo scirocco. L'alter ego del primo, il biologo Lorenzo La Marca - protagonista de I delitti di via Medina Sidonia e de La doppia vita di Mr Laurent - con lo scirocco riscopre il "senso barocco" della vita, abbrivio per romantiche cene a base di ricci e lucide deduzioni. Il secondo, invece - sardo del nuorese, autore tra gli altri di Ferro recente, Picta, papà letterario dell'avvocato poeta Bustianu e adesso sceneggiatore del film su Brusca - proprio da una terribile ondata di scirocco dei secolo scorso si è ispirato per tracciare la storia del suo ultimo romanzo, Sangue dal cielo (edizioni Frassinelli), presentato dallo scrittore venerdì sera alla libreria Modus Vìvendi proprio con Santo Piazzese. Il colore è giallo acceso, venato di nero, più acido nei libri di Fois, ritratti amari e dolenti della Barbagia, terra di balentìa e atavica indifferenza; più solare in quelli di Piazzese, dove per ogni delitto c'è sempre un risvolto di ironia e Palermo soffre decisamente meno che nelle lapidi della cronaca. Il filone, insomma, è, con le dovute distinzioni, etno-noir, ovvero una storia trucida per ogni terra e popolo.

"In comune - dice Fois - abbiamo un certo vittimismo. Mentre per quanto riguarda la categoria ho ancora meno dubbi: noi giallisti ci vogliamo un gran bene". I due autori, infatti, sono anche buoni amici e affettuosi avversari, che non mancano di chiedersi a vicenda notizie su mogli e figli e di scambiarsi complimenti prima di contendersi un premio. Come l'anno scorso per lo "Sherbanenko": se l'è aggiudicato Fois, ma Piazzese ha vinto il derby delle dediche sotto copertina: "A Marcello, che non vinca il migliore".

Meteoropatici, terragni fino al midollo, nell'invidiabile limbo dei quaranta, nonostante le somiglianze, si dichiarano orgogliosamente diversi: Fois racconta la sua isola tra antico e contemporaneo, con uno scarto di oltre un secolo, Piazzese non ama guardarsi indietro. Il sardo non usa mezzi termini, le sue parole sono sempre e solo quelle giuste per designare, descrivere, intendere; il siciliano ricama con grazia da affabulatore, e il sangue lo preferisce asciutto.

Fois non smentisce la sua storia, Piazzese ha ribaltato in pochi anni una valanga di luoghi comuni sulle benemerite ammazzatine di indigena ambientazione. "Perché in un certo senso voi siete più avanti - dice Fois - Noi abbiamo ancora quasi tutto da dire sulla Sardegna, dobbiamo ancora fare il punto. Forse fra qualche anno potremo avventurarci a sovvertire gli schemi".

(La Repubblica - Edizione di Palermo, 19.3.2000)



Marcello Fois e il Presidente del Camilleri Fans Club - Alcamo, 31 maggio 2007

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