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Camicie rosse, storie nere

Tredici giallisti per mille garibaldini



Autore a cura di L. De Pascalis, Luigi Sanvito
Prezzo E 18,00
Pagine 348
Data di pubblicazione 2011
Editore Hobby & Work
Collana Giallo & nero


Con un contributo di Andrea Camilleri

Alexandre Dumas, padre dei "Tre Moschettieri" e grande amico di Giuseppe Garibaldi, seguì la spedizione dei Mille come giornalista. Eppure ci furono storie che non volle mai raccontare: storie gialle e nere, naturalmente. Nessuno ha mai conosciuto i motivi del suo silenzio; forse erano racconti troppo efferati; o forse avrebbero messo in cattiva luce l'impresa dei Mille; o magari coinvolgevano nomi intoccabili... Fatto sta che lo scrittore francese scelse di "dimenticarsi" di molti episodi dell'epopea garibaldina, base fondativa dell'unificazione del nostro Paese. A recuperare dall'oblio il "lato oscuro" dei Mille provvedono ora, in un'ardita e irriverente fusione di verosimiglianza storica e fiction letteraria, tredici giallisti italiani, forti dell'appoggio di un siciliano d'eccezione: Andrea Camilleri. Il risultato è un mix di rievocazione filologica e invenzione narrativa, una cavalcata senza freni lungo le vie che dallo scoglio di Quarto arrivano fino al Regno di Napoli. Crimini, misfatti, tradimenti, omicidi da risolvere, congiure da sventare, suspense, azione, colpi di scena ad ogni pagina. Insomma, una rilettura a tinte forti di quella avventurosissima spedizione che rappresentò il punto più alto del nostro Risorgimento.


Camilleri: Garibaldi come il Che

«In parole semplici si può dire che la spedizione dei Mille è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all'unità d'Italia. E un viaggio molto bello, a pensarci bene, perché si tratta di 1.080 persone che s'imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l'italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però da uno spirito comune, diventa un esercito». A raccontare così i Mille è Andrea Camilleri nell'intervista-epilogo che chiude «Camicie rosse, storie nere», l'antologia di narrazioni data alle stampe da Hobby & Work Edizioni (18 euro). Ma il padre del commissario Montalbano non è solo a ripercorrere le vie polverose e guerreggiate che da Marsala e Palermo arrivano fino al Regno di Napoli, 150 anni fa. Il libro infatti, come spiega il sottotitolo «Tredici giallisti per mille garibaldini», si dispiega in una matassa di tredici storie raccontate da altrettanti autori tra i migliori giallisti italiani. Otre al contributo di Camilleri, l'americana di origini abruzzesi Ben Pastor (madre dell'investigatore, ufficiale tedesco antinazista, Martin Bora e del soldato romano Elio Sparzano), Giulio Leoni (creatore del Dante detective), Leonardo Gori e Diana Lama; accanto a loro i collaudatissimi Divier Nelli, il lancianese Luigi De Pascalis, Nicola Verde, Massimo Mongai, Roberto Riccardi (colonnello dei carabinieri, astrosa firma di Gialli Mondadori), Errico Passero, Dario Faletti, Giacomo Carretto, Simona Carloppi. Il risultato? Dato che i tredici per professione scrivono thriller, la proposta è una miscela gustosa di avvenimenti verosimili e fantasie narrative che coinvolgono protagonisti veri e personaggi inventati. Il nero delle storie che nel titolo si accompagna al rosso delle camicie garibaldine, sta nella ricostruzione a tinte forti di quella avventurosa impresa. Misfatti, tradimenti, omicidi da svelare, congiure da sventare e colpi di scena ad ogni pagina delle 350 della godibile fiction letteraria. Come ogni racconto che si rispetti, si parte dal principio: Garibaldi e lo sbarco dei Mille a Marsala. Lo spiega Camilleri: «Sbarcano a Marsala e dopo pochi giorni hanno la prima battaglia seria, a Calatafimi, dove si trovano di fronte a soverchianti forze borboniche munite di artiglieria e robe simili, eppure vincono. Nel giro di pochi giorni sono diventati una forza, è sorprendente. L'estrazione dei Mille è il vero miracolo, che nessuno spiega. Una cosa che m'incuriosisce molto è la presenza degli stranieri. Prendiamo ad esempio i colonnelli Turr e Tukory. Quelli erano ungheresi veri, mica di Busto Arsizio o Pinerolo! Come diavolo c'erano arrivati, sul Lombardo e sul Piemonte? È un mistero affascinante». Immergendoci in una narrazione ricca di aneddoti, lo scrittore siciliano tratteggia poi così la figura di Garibaldi: «Guardando alla mitologia odierna si potrebbe considerarlo una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore, cioè andare dove non c'è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare, la Sicilia. L'isola era stata un continuo terremoto, dal 1848 in poi, il terreno era ottimo per una rivolta. L'elemento determinante è stato il favore della popolazione. Molti siciliani si aggregano immediatamente alla spedizione di Garibaldi». [...]

Sandro Marinacci (Il Centro, 8.5.2011)


Camilleri: Garibaldi come il Che ma non commise il suo errore

La spedizione dei Mille, "composta da gente di ogni parte della Penisola e anche da stranieri, è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all'unità d'Italia. E' un viaggio molto bello, a pensarci bene, perché si tratta di 1.080 persone che s'imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l'italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però di uno spirito comune, diventa un esercito". A raccontare l'impresa di Garibaldi è Andrea Camilleri, in un'intervista a cura di Roberto Riccardi contenuta nel libro 'Camicie rosse, storie nere', edito da Hobby Work.
Garibaldi? "Guardando alla mitologia odierna si potrebbe considerarlo una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore, cioè andare dove non c'è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare, la Sicilia. L'isola - racconta - era stata un continuo terremoto, dal 1848 in poi. Anche perché il regno borbonico si era preoccupato di regnare, ma non di avere dei cittadini borbonici, di trovare un'unità al suo interno, per esempio tra napoletani e siciliani. In Sicilia, anche per questo motivo, le spinte separatiste rimasero vivissime. Vi attecchirono in parallelo le idee liberali, che erano molto combattute a Napoli, dove si avvertiva la diretta pressione dei Borbone, mentre a Palermo non era così. Il capoluogo isolano aveva avuto addirittura un suo Senato, una forma d'indipendenza con Ruggero Settimo, e quindi il terreno era ottimo per una rivolta".
'Camicie Rosse, Storie Nere' raccoglie gli interventi di tredici giallisti italiani che, tra fiction letteraria e verosimiglianza storica, ripercorrono le vicende dei garibaldini.
"La cosa più bella della Storia - fa notare Camilleri - è che in essa tutto è necessario. La necessità di un fatto, però, non la avverti sul momento. Te ne accorgi dopo che era tassativo che un certo episodio si verificasse. Ma sulla necessità storica dell'Unità d'Italia, assoluta, ineludibile, non ci piove. All'interno dei grandi movimenti storici del tempo, tutto ciò che è stato si rivela necessario, a posteriori. I latini dicevano: post hoc, propter hoc''. ''Ora però proporrei una spedizione a rovescio. Partire da Marsala e sbarcare nel Bergamasco o nel Bresciano, dove di garibaldini ce ne furono tanti. Così facciamo una volta per uno". Certo in Lombardia, fa notare Riccardi allo scrittore, il mare non arriva. "E sennò'- replica Camilleri - che impresa sarebbe?".

(Adnkronos, 8.8.2011)



Last modified Wednesday, August, 10, 2011