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Il cane di terracotta

Edizione per la scuola



Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 9,00
Pagine 304 + 48
Data di pubblicazione 2003
Editore Sellerio
Collana Narrativa per la scuola n.6


Edizione supervisionata dallo stesso Camilleri, corredata da una Guida alla lettura a cura di Remo Cacciatori (con una Intervista ad Andrea Camilleri) e dal Dizionarietto Vigatese-Italiano a cura del Camilleri Fans Club

Il solito delitto di mafia, misterioso e intricato, a Vigata, cittadina fantastica e metaforica in terra di Sicilia, dove Camilleri ambienta il suo secondo romanzo giallo, con protagonista il commissario Montalbano. Occhio e intelletto di giustizia, Montalbano risolve le sue inchieste, si direbbe, per affinita' ambientale: e' cosi' perfettamente siciliano che ogni indizio per lui si trasforma in univoco messaggio di un codice conosciuto, da decrittare simbolo per simbolo, come una lingua arcaica che continua a parlare in forme nuove. Ma stavolta, in coda al delitto di mafia, se ne trova un altro, piu' conturbante e rituale: due cadaveri di giovani amanti abbracciati, nel doppio fondo di una grotta, sorvegliati da un enorme cane di terracotta. Un omicidio di cinquant'anni prima. E montalbano indaga, con l'aiuto di una compagnia volenterosa di vecchietti: "un'indagine in pantofole, in case d'altri tempi, davanti a una tazza di caffe'". La Sicilia e' terra che da sempre si presta al genere giallo e poliziesco, cui fornisce il suo teatro di contrasti e di arcaismi. Camilleri, pero', del giallo siciliano e' in senso proprio, un innovatore. Ujna grazia particolare di raccontare, una lingua che si modula senza sforzo e fastidi sul dialetto, una potenza di comicita', ma soprattutto vi aggiunge l'intuizione completa dei nuovi scenari, quel miscuglio di culture millenarie con cio' che i sociologi denominano "modernizzazione senza sviluppo".


Intervista ad Andrea Camilleri

Negli ultimi anni il suo pubblico si è allargato anche verso le fasce dei lettoti più giovani che le scrivono, le mandano e-mail, partecipano alle presentazioni dei suoi libri. Quali sono le domande più ricorrenti che le fanno?

Non ho mai sentito un ragazzo (o ragazza) rivolgerne domande banali tipo: si sposeranno Montalbano e Livia? Oppure: che fine farà il suo personaggio? Morirà ammazzato? Andrà in pensione? I giovani mi fanno in genere domande circostanziate, precise. Vogliono sapere, ad esempio, la percentuale tra realtà e invenzione che c'è nei miei libri. Perché io parli in definitiva tanto poco della mafia. Quale idea di giustizia abbia Montalbano. A farla breve, quando in mezzo agli ascoltatori si alza un giovane per rivolgerne una domanda, io immediatamente entro in tensione: so già a priori che non potrò barare o rispondere scantonando.

Un pubblico di giovani che liberamente acquista i suoi libri è cosa diversa da una classe di studenti che li deve leggere a scuola. Che effetto le fa essere entrato nell'istituzione scolastica, essere letto insieme a Manzoni e Pirandello?

Un effetto assolutamente gratificante e, insieme, un effetto assolutamente terrificante. Sono uno scrittore molto amato dai lettori, ma bistrattato dalla maggior parte dei critici e dei recensori. Quindi l'inclusione in un libro di testo mi ripaga. Ma d'altra parte io so benissimo quali sono i miei limiti: trovare alcune pagine firmate da me dopo quelle di Manzoni o Pirandello mi produce una certa angoscia. Mi viene da battermi il pugno sul petto dicendo: Domine, non sum dignus. E ogni volta che mi capita, raccomando agli studenti di non lasciarsi influenzare dalla mia scrittura. Imparino l'italiano da Manzoni, da Pirandello, da Sciascia; da me imparino altre cose.

Sappiamo che in alcune scuole già si leggono i suoi testi, affia cati da sperimentazioni interessanti. C'è un modo in cui le piacerebbe che fosse letto Il cane di terracotta in classe?

Alla base di tutta la mia narrativa c'è una sorta di radice orale. Sarebbe utile, credo, sperimentare una lettura corale, assegnando le parti come per uno spettacolo teatrale. La parola detta acquista maggiore evidenza rispetto alla parola solamente scritta. Dopo, si potrà discutere come questa originaria oralità si sia mutata in scrittura.

Una domanda d'obbligo riguarda la presenza di termini dialettali nel suo testo, per il resto scorrevolissimo. In questa edizione l'aiuto di un dizionarietto cerca di ovviare a eventuali problemi di comprensione. Da parte sua c'è qualche consiglio che si sente di dare in proposito?

Forse un solo consiglio, che è già nella risposta precedente. Leggere a voce alta. Mi è successo, in Toscana, che una ragazza si mettesse a leggere qualche pagina di un mio libro col suo accento fiorentino. Alla fine, due o tre dei presenti dissero che finalmente avevano capito il senso di parole e frasi che prima erano loro risultate incomprensibili.

Anche il ricorso a un linguaggio disinibito, a volte salace, o a situazioni più o meno scabrose, può creare qualche resistenza alla lettura del libro, soprattutto da parte degli insegnanti. Naturalmente la presenza di simili riferimenti non è gratuita o interessata...

Ma i poveri insegnanti si troveranno sempre davanti a parole e situazioni imbarazzanti leggendo Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, D'Annunzio, tanto per dire i primi nomi che mi passano per la testa. Ai loro tempi questi grandissimi facevano spreco di metafore, il nostro linguaggio oggi è più esplicito. Tenere sempre presente però che un vero autore non scrive mai scene scabrose o adopera un certo linguaggio se non per assoluta necessità espressiva.

Il cane di terracotta è un poliziesco che ruota attorno a due vicende. Nella prima un traffico d'armi mette in moto una serie di omicidi e lascia intravedere i mutamenti di una mafia priva di storia e di regole. Nella seconda Montalbano indaga su un duplice delitto che riaffiora dal passato ammantato di un misterioso rituale. Il luogo attorno a cui gravitano le due storie è una grotta, la cui importanza è confermata anche nella Nota in calce al romanzo. In essa lei afferma che lo spunto che lo ha generato è stato il dramma egiziano La gente della caverna. Certamente nell'immagine della grotta c'è una grande forza visionaria e simbolica. Ma nel colloquio con Marcello Sorgi lei dice che quel luogo riguarda anche «certi incubi miei, certe cose mie personali». Ce ne vuole parlare?

Certo, lo spunto iniziale de Il cane di terracotta è dovuto alla lettura del dramma egiziano che a sua volta è ispirato alla sura 18 del Corano. E certamente l'immagine della grotta, da Platone in giù, ha un'alta valenza simbolica. In quanto ai miei incubi personali dei quali faccio cenno nel dialogo con Marcello Sorgi, si tratta di un sogno ricorrente, durato anni, nel corso del quale mi trovavo intrappolato in una caverna senza poterne uscire. La caverna era sempre la stessa. Mi svegliavo atterrito e non riuscivo a riprendere sonno. Poi è passato. Un analista potrebbe spiegarmene la causa, ma non mi è mai importato saperla.

Tornando a La gente della caverna, quell'opera teatrale è stata scelta per pura affinità letteraria o non piuttosto per un sentito interesse verso altre culture? Lo dico perché anche ne Il ladro di merendine il mondo islamico non è poi così lontano da Vigàta.

Per interesse verso altre culture. Per un trentennio ho fatto il regista di teatro (anche di tv e di radio). Per mettere in scena, ad esempio, una commedia di Gogol' dovevo di necessità impregnarmi della cultura russa dell'epoca. Per un quindicennio e oltre ho insegnato regia all'Accademia nazionale d'arte drammatica «Silvio d'Amico» di Roma e ho avuto numerosi allievi stranieri, tedeschi, egiziani, iraniani, russi, islandesi, ecc. Spesso e volentieri le mie lezioni si svolgevano su testi scelti dagli allievi stranieri in quanto rappresentativi delle loro culture. Per ciò che riguarda la cultura islamica, ne sono particolarmente interessato.

Il cane di terracotta è il primo vero romanzo di Montalbano: ne La forma dell'acqua, che lo precede di due anni, era solo un ingranaggio, seppure determinante della storia, nel 1996 egli diventa un personaggio. Che in questi sei anni è vissuto e cresciuto con 1ei: in un racconto le telefona addirittura a casa nel cuore della no te. Ma nelle vostre conversazioni, che cosa le dice Montalbano?

Non è che io, privatamente, parli molto con Montalbano. Ci parlo, è naturale, mentre sto raccontando qualche sua storia.

È vero che il suo commissario è in crisi, che è disorientato d ifronte ai cambiamenti italiani e internazionali di questi ultimi anni?

Montalbano è in crisi per molteplici ragioni. La prima è che comincia a sentirsi inadeguato di fronte alla globalizzazione tecnologica. Per combattere una malavita che non ha più un territorio definito, ma il mare aperto di Internet, bisogna sapere usare gli strumenti adatti. E Montalbano si sente troppo vecchio per imparare a usarli adesso. È in crisi perché la società attorno a lui cambia in un modo che non gli piace. E in crisi perché, come direbbe Elio Vittorini, non sopporta più il dolore del «mondo offeso». E qui mi fermo.

Eppure oggi il thriller italiano riscontra un notevole successo di pubblico. Da questo punto di vista l’ironia e la sensibilità sociale di Montalbano hanno fatto scuola. In quali autori nostrani o stranieri vede le prospettive e le realizzazioni più interessanti del genere?

Mi piace ricordare almeno quattro autori italiani: Carlo Lucarelli con la sua Bologna in noir, Marcello Fois e una Sardegna quasi leggendaria, Santo Piazzese e la sua Palermo a un tempo buia e iridescente, Massimo Carlotto che racconta il nord-est italiano.

Vorremmo approfittare di questa intervista per toglierci qualche curiosità sul suo modo di lavorare (sa che oggi piace tanto conoscere i retroscena di un prodotto artistico). Lei per esempio ha detto che in genere scrive i suoi romanzi tre o quattro volte. È stato lo stesso per Il cane di terracotta? Ci potrebbe confessare se ci sono stati dei passaggi faticosi nella sua stesura?

Riscrivo i romanzi tre-quattro volte dopo che ogni singola pagina è stata scritta e riscritta più volte. Non rileggo mai i miei libri quando sono stati stampati perché altrimenti ci rimetterei le mani. Ma tutto questo, per me, non è una vera e propria fatica. Anzi. È una ricerca. Se da una pagina può trasparire una certa fatica, la strappo. Il mio ideale di scrittore è la trapezista del circo che compie acrobazie difficilissime con leggerezza e col sorriso sulle labbra, senza mostrare la fatica e il sudore che sono dietro a quell'esercizio. Tutto questo vale anche per Il cane di terracotta.

Abbiamo visto alcune fotografie che la ritraggono con una ma china da scrivere, ma abbiamo letto che lei usa ormai il computer. Potrebbe raccontarci qual è il suo rapporto con questi strumenti di lavoro?

Scrivo da quando avevo poco più di dodici anni, quindi ho scritto col lapis, col pennino, con la biro, con la macchina da scrivere, col computer. Certo, quest'ultimo è assai più comodo per chi, come me, apporta numerose correzioni alla pagina: il computer fa perdere meno tempo. Ma ha insito un pericolo: ti fa riflettere meno su quanto hai scritto. Io faccio così: scrivo al computer, stampo, faccio numerose correzioni a penna, le riporto al computer, ristampo, riprendo in mano la penna e via di questo passo.

Un'ultima domanda prima di lasciarci. Adesso che Montalbano è entrato negli zaini degli studenti, ci sono dei romanzi, che vorrebbe gli facessero compagnia?

Non vorrei suggerire titoli. Mi piacerebbe solo che i giovani fossero invogliati alla lettura. E quindi potessero scoprire da soli i loro ideali compagni di viaggio nella vita.



Last modified Thursday, October, 04, 2012