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Difesa di un colore



Credo che avrete indovinato tutti che il colore che intendo difendere è il giallo. Il giallo non come colore in sé e nemmeno come significazione simbolica, ma il giallo in quanto colore di copertina. E bisognerà subito cominciare con una precisazione. Il romanzo poliziesco, giudiziario, in una parola il mystery si chiama "giallo" solo in Italia. Nell'estate del 1929 l'editore Mondadori decise di dar vita a una nuova collana di romanzi polizieschi e ne pubblicò i primi quattro volumi. Gli autori, vale la pena di ricordarli, erano l'americano Van Dine, raffinato critico d'arte, che aveva creato il personaggio dell'investigatore Philo Vance, lontanissimo per gusti e comportamento da certi suoi rozzi colleghi statunitensi, l'inglese Edgar Wallace, all'epoca considerato un maestro, ancora l'inglese Anne Katherine Green che nel 1883 era stata la prima a definire un suo romanzo, nel sottotitolo, come una "detective story", e nientedimeno che Robert -Luis Stevenson con una raccolta di racconti tra i quali l'immortale "Dottor Jekyll e mister Hide". Questi titoli dimostrano una iniziale incertezza, vistosamente sottolineata dalla presenza di Stevenson: si può considerare il suo celebre racconto solo come un racconto di genere? Oppure il racconto non può essere compreso (o meglio, compresso) dentro il rigido schema del poliziesco? Il seme della diatriba che negli anni a venire farà definire "paraletteratura" il poliziesco era già presente nella scelta dei quattro titoli. Ma andiamo avanti. Allora era invalso l'uso che un editore distinguesse i contenuti delle sue pubblicazioni diversificando i colori delle copertine. Mondadori aveva già tre collane caratterizzate dal colore: i libri azzurri riservati alla narrativa italiana, il libri verdi per la storia romanzata, i libri neri dedicati a storie cupe e tristi che poi, dal 1932, ospiteranno i romanzi di Simenon. Per la nuova serie poliziesca scelsero un bel colore giallo, vivacissimo, che attirava lo sguardo. Il poeta Leonardo Sinisgalli, in un articolo del dicembre 1929, recensì i quattro volumi definendoli "romanzi gialli" non solo per la loro copertina, ma soprattutto per i loro contenuti. Da quel momento in poi, in Italia, romanzo giallo significò romanzo poliziesco. Negli anni immediatamente seguenti numerose case editrici, dalla Mediolanum alla Sonzogno alla Nerbini intitolarono le loro collane di mystery rifacendosi in qualche modo al colore giallo: "I gialli del cigno", "I gialli del domino nero", I nuovi gialli" e via di questo passo.

I primi scrittori italiani a cimentarsi col romanzo poliziesco sono, negli anni che vanno dal 1930 al '35, Edoardo Anton, Guido Cantini, Alessandro De Stefani, Guglielmo Giannini, Giuseppe Romualdi, Vincenzo Tieri, Alessandro Varaldo. Questi autori provengono tutti dal teatro, non dalla narrativa. Perché tanti commediografi? Azzardo una discutibile ipotesi. La scrittura drammaturgica per sua stessa natura non può abbandonarsi alla divagazione o all'indugio su un particolare marginale, pena la caduta della tensione drammatica. Bene, allora si credeva che un buon romanzo giallo dovesse tirare dritto al suo scopo, che era quello di proporre un delitto e arrivare il più rapidamente possibile alla soluzione. Racconta Raymond Chandler che in un suo racconto poliziesco aveva testualmente scritto: "Smontò dalla macchina, traversò il marciapiede inondato di sole, finché l'ombra del tendone sopra l'ingresso gli tagliò il viso come un tocco d'acqua gelida". Ebbene, non ci fu verso, la storia dell'acqua gelida fu inesorabilmente cassata, gli spiegarono che rallentava l'azione. L'immediato successo dei romanzi gialli in Italia è incontestabile, tanto che la collana mondadoriana è costretta a sdoppiarsi nei gialli tout court e nei "gialli economici", formato fascicolo, che costano la metà degli altri. Perché i lettori si appassionano tanto ai gialli? Leonardo Sciascia ne ha tentato una spiegazione, sostenendo che il lettore di un giallo è nelle stesse condizioni di uno spettatore cinematografico che finisce coll'identificarsi col protagonista e quindi vivere la vicenda dal di dentro. Il lettore di un giallo però, continua Sciascia, non si identifica con l'investigatore protagonista, bensì con il suo partner, la spalla: si mette cioè in una gradita posizione di inferiorità o di passività. Può darsi, ma l'autore di gialli non gradisce la passività del lettore. Tutti i giallisti, da Freeman a Van Dine, che hanno scritto le regole del giallo, hanno inserito al primo punto che l'investigatore, nella raccolta di indizi e nella conoscenza di fatti, non deve essere avvantaggiato rispetto al lettore. Lettore e investigatore, almeno fino a un certo punto, devono giocare ad armi pari. E quindi, sapendolo fare, il lettore potrebbe addirittura sostituirsi all'investigatore e, in qualche caso, anticiparlo. C'è chi si è spinto più in là, nel fornire elementi al lettore. Nell'avvertenza che precede i suoi racconti raccolti sotto il titolo "Variazioni in rosso", l'argentino Rodolfo Walsh, poi desaparecido, segnala al lettore le pagine nelle quali ci sono tutti gli elementi necessari a risolvere i vari casi polizieschi. Basta saper leggere e interpretare. Credo che proprio in questo senso Sciascia abbia parlato di onestà a proposito della letteratura poliziesca. Ma torniamo in Italia. A questi primi autori italiani se ne aggiungono a decine negli anni immediatamente seguenti. Non è solo per il successo che incontrano, ma anche perché una legge del governo fascista impone che in ogni catalogo annuo delle case editrici almeno il 15% dei libri siano di italiani viventi. Si scatena così una sorta di caccia all'autore di romanzi polizieschi, con l'inevitabile abbassamento di livello. Ora va notato che si tratta sì di autori italiani, ma che essi preferiscono ambientare le loro storie fuori dai confini nazionali. Alessandro Varaldo, in un articolo intitolato "Dramma e romanzo poliziesco", scrive una specie di manifesto del giallo all'italiana e lo conclude con questa domanda: "come gli autori inglesi ci hanno abituati a considerare di quasi pubblico dominio Piccadilly e lo Strand, come gli autori americani ci abituano alla Quinta Strada e ai quartieri di Brooklin, come noi conosciamo palmo a palmo per virtù di scrittori stranieri le loro nazioni, non vi sembrerebbe ottima cosa che anche i nostri scrittori, specialmente quelli che trattano un certo genere alla moda, parlassero un po' dell'Italia?". Una via italiana al poliziesco, dunque. E gli farà eco, qualche anno appresso, un grande giallista, Augusto De Angelis: "Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti". Alberto Savinio però taglia corto. "Il giallo italiano è assurdo per ipotesi. Prima di tutto è una imitazione e porta addosso tutte le pene di questa condizione infelicissima. Oltre a ciò manca al giallo italiano, et pour cause, il romanticismo criminalesco del giallo anglosassone. Le nostre città tutt'altro che tentacolari e rinettate dal sole 'non fanno quadro' al giallo né può 'fargli ambiente' la nostra brava borghesia. Dove sono i mostri della criminalità, dove i re del delitto?" E' interessante ricordare, a questo proposito, come Gramsci, riflettendo sul romanzo poliziesco, e in particolare su Chesterton, puntasse la sua analisi sugli elementi psicologici del giallo piuttosto che sulla sua collocazione e limitazione geografica. Varaldo e De Angelis mantengono i loro propositi. Il primo crea la figura del commissario Ascanio Bonichi, che fuma sigari, porta i baffi, che tutti chiamano sor Ascanio e che agisce in una Roma sonnolenta e provinciale malgrado le sollecitazioni fasciste. Non vi sembra di sentire un vago odore di "Pasticciaccio?" Da parte sua De Angelis, che già si era fatto conoscere come eccezionale cronista di un quotidiano, inventa il commissario De Vincenzi, certamente la più riuscita figura d'investigatore tra le due guerre. De Vincenzi, che lavora a Milano, a San Fedele, preferibilmente di notte, è uomo d'impegnative letture, da Platone a Freud, da San Paolo a Lawrence, e nelle sue indagini tiene conto tanto della logica quanto delle suggestioni, dei suggerimenti che gli provengono dalla sua solida cultura. Ma, come ho detto, si contano su una mano gli scrittori disposti a sperimentare la via italiana. Ezio D'Errico, autore tutt'altro che trascurabile e commediografo messo in scena da Strehler e compreso da Esslin nella corrente del teatro dell'assurdo, preferisce ambientare i suoi romanzi a Parigi. Il suo personaggio è il commissario Emile Richard della Sureté che ha un solo grosso difetto, quello di essere una specie di fratello gemello del commissario Maigret. Giorgio Scerbanenco anche lui preferisce all'epoca far svolgere i suoi romanzi gialli addirittura a Boston. Protagonista ne è Arthur Jelling, archivista della direzione della polizia. Non si tratta di autori esterofili, esterofili semmai sono i lettori che tra un giallo straniero e uno italiano preferiscono comprare il primo, ma di autori prudenti. Sanno che il fascismo non vede di buon occhio il romanzo giallo e che tanto più grande è il suo successo tanto più numerose diventano le limitazioni. Si comincia con una direttiva del Minculpop che suona testualmente "l'assassino non deve essere assolutamente italiano". La dittatura non può ammettere che esista un italiano assassino. Come già da tempo non ammetteva in teatro o in cinema l'adulterio e di conseguenza, nel cosiddetto periodo dei "telefoni bianchi", tutti i triangoli amorosi venivano ambientati, chissà perché, a Budapest. Comunque, proseguiva l'ordinanza, l'assassino, anche se straniero,"non può sfuggire in alcun modo alla giustizia". In breve si arriva all'obbligo di sottoporre alla censura preventiva tutte le pubblicazioni di natura poliziesca ritenute tutte nocive perché esaltavano il delitto e avevano sui lettori un'influenza negativa. Oltretutto, sosteneva ancora il Minculpop, si trattava di romanzi che nulla avevano a che fare con la letteratura. Poi gli unici autori stranieri ammessi alla pubblicazione saranno quelli dei paesi che ruotano attorno all'asse Roma-Berlino. Il 31 luglio 1941 arrivò l'ordine di sequestro di tutti i romanzi gialli già stampati. Nell'ottobre dello stesso anno chiuse la collana mondadoriana. Ultimo titolo pubblicato: "La casa inabitabile" di Ezio D'Errico. Quella casa inabitabile era chiaramente diventata l'Italia.

Recentemente, in occasione del centenario della nascita di Georges Simenon, un autore italiano di considerevole spessore ha scritto: "Il giallo è conservatore ed è tipico di una società capitalistica: con il delitto c'è uno squarcio nella società che viene colmato dopo la scoperta del colpevole, così si rimargina lo squarcio e l'immagine è quella di una società capitalistica perfetta". Affermazione arditamente zdanoviana o da libretto rosso, però da quanto abbiamo appena visto nella società non capitalistica ma a regime dittatoriale il giallo non esiste semplicemente perché non lo si vuole fare esistere. Non c'è un romanzo giallo pubblicato in Germania con Hitler, in URSS con Stalin, in Cina con Mao e nemmeno con Franco in Spagna, che io sappia. La verità è che il giallo nasce, fiorisce e si sviluppa non nelle società capitalistiche, ma nelle società libere. E difatti guardiamo brevissimamente cosa è successo in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti negli stessi anni presi in considerazione per quanto riguarda l'Italia. In Francia, il successo popolare delle inchieste del commissario Jules Maigret, creato da Georges Simenon, fa da apripista ai romanzi non propriamente polizieschi di quest'autore che tra i suoi ammiratori può ormai contare, oltre a scrittori da lui distantissimi come Céline, sulla quintessenza della letteratura francese di quel periodo, vale a dire André Gide. Gide farà sì che le porte della casa editrice Gallimard, tempio della letteratura cosiddetta alta, si aprano per accogliere Simenon. E questi, intimorito dalle polemiche inevitabili, per qualche anno si guarderà bene dallo scrivere altre inchieste di Maigret. Ma ad ogni modo, se non veniva del tutto abbattuto lo steccato tra letteratura e paraletteratura, almeno si affermava il principio che uno scrittore di livello restava tale anche quando scriveva romanzi gialli. In questi giorni nei quali cade il centenario della nascita dello scrittore, è arrivata la notizia che i suoi romanzi, consacrazione massima, saranno accolti nella Pleiade. I gialli resteranno esclusi solo perché Fayard non ha voluto cederne i diritti. Per gli Stati Uniti mi rifaccio a un passo dai "Diari" di Gide: "Letto con vivo interesse - e perché non osare dirlo: con ammirazione - 'Il falco maltese' di Dashiell Hammett di cui avevo già letto lo stupefacente 'Piombo e sangue'. Dialoghi scritti con assoluta maestria che ci riportano a Hemingway e perfino a Faulkner". "Hammett - ha scritto Raymond Chandler - restituì il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori. Mise sulla carta i suoi personaggi com'erano e li fece parlare e pensare nella lingua che si usa, di solito, per questi scopi". E a proposito della citazione da Gide, bisogna precisare che è stato Hemingway a dichiarare il grosso debito contratto con Hammett, debito strettissimamente letterario, sul modo di disegnare un personaggio e farlo parlare di conseguenza. Insomma, in molti romanzi americani, quelli di Hammett e Chandler in testa, avviene ciò che in parte è avvenuto nei romanzi di Simenon, cioè il costituirsi della narrazione - per usare le parole di Todorov - "non già attorno a un procedimento di presentazione, ma attorno all'ambiente rappresentato, attorno a personaggi e atteggiamenti particolari; in altre parole la sua caratteristica costitutiva è tematica". Si tratta della constatazione di un'autentica svolta. In altri termini, comporta due conseguenze: la prima è che Chandler potrà finalmente scrivere che al suo personaggio la faccia venne tagliata dall'ombra del tendone come una lama d'acqua ghiacciata senza che nessun solerte editor cancelli la frase; la seconda è che il delitto e la sua soluzione possono passare in secondo piano, in primo piano viene portato l'ambiente e i personaggi che in esso vivono. Senza crearsi troppi problemi di distinguo tra letteratura e paraletteratura nel 1935 il poeta inglese Cecil Day Lewis fa pubblicare, firmandolo Nicholas Blake, un romanzo poliziesco intitolato "Questione di prove" che suscita molto scalpore per l'ambientazione in un college e quasi costa la cattedra all'autore. Day Lewis è, assieme a Stephen Spender, a Louis Mc Neice e a Wystan Auden, il capofila, uno dei quattro cavalieri della poesia inglese post-eliotiana. Insegnante di poesia a Oxford, professore ad Harvard, poeta laureato, Day Lewis, sempre come Nicholas Blake, scrisse una ventina di romanzi polizieschi, eleganti nella scrittura e molto attenti alla realtà socio-politica del momento, creando il personaggio dell'investigatore Nigel Strangeways, modellato proprio sulla figura del poeta Auden. Intanto, senza fare troppo rumore, nel 1942, uno tra i più fini e raffinati letterati del novecento, Jorge Luis Borges scrive con Adolfo Bioy Casares i "Sei problemi per don Isidro Parodi", racconti polizieschi il cui protagonista, l'investigatore, don Isidro Parodi appunto, è un detenuto condannato, seppure ingiustamente, a vent'anni di galera. Borges, sul giallo, scriverà acutissimi saggi critici e terrà affollate conferenze. Volendolo o non volendolo, diventerà il caposcuola di una certa linea di romanzo poliziesco che troverà il suo frutto migliore in quel capolavoro che è "Rosaura alle dieci" di Marco Denevi, romanzo di altissime qualità letterarie che sviluppa logicamente e borgesianamente, una molteplicità di soluzioni tutte plausibili.

Ma torniamo in Italia. Nell'immediato dopoguerra i mestieranti del giallo, i facitori di romanzi enigmistici sembrano del tutto scomparire sommersi dalla valanga di romanzi e di film statunitensi. In realtà sopravvivono perché adoperano pseudonimi stranieri e ambientano le loro storie soprattutto in un'America di cartapesta. Valga per tutti l'esempio del torrenziale Franco Enna (il cui vero nome è Francesco Cannarozzo), scrittore non privo d'iniziali qualità, il quale in oltre cinquanta titoli dati alle stampe fino al 1979 adoperò ben venti pseudonimi orecchianti nomi americani e anche, perché no?, finlandesi. La verità è che la rinascita del romanzo giallo italiano ha due date ben precise. Il 1957, quando Carlo Emilio Gadda pubblica in volume "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" (che era già apparso su "Letteratura" nel 1946-47) e il 1961 quando Leonardo Sciascia da' alle stampe "Il giorno della civetta". Che il libro di Gadda sia un giallo, mi pare non possa sussistere dubbio. C'è un delitto e c'è un'indagine condotta dal commissario Francesco Ingravallo detto don Ciccio. Non c'è la scoperta del colpevole e la sua condanna, cose che non interessano Gadda. E prima di lui non hanno interessato più molti altri giallisti stranieri di qualità. C'è però la Roma fascista, ci sono personaggi di nobili e di popolani, ci sono riti e miti osservati attraverso lo sguardo disincantato e ironico del commissario, c'è, soprattutto, una ricerca di linguaggio dagli esiti assoluti. Del resto lo stesso Gadda nell'introduzione alla sua "Novella seconda", ha scritto: "Mio desiderio è di essere romanzesco, interessante conandolyano. Non nel senso istrionico, ma con fare intimo e logico". Prima di passare a Sciascia, devo aprire una brevissima parentesi. Nel 1952 lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt pubblica "Il giudice e il suo boia", il primo di un'affascinante trilogia di gialli dove il mistero risulta del tutto impenetrabile a una razionalità logica. Chiusa la parentesi. In quanto a Sciascia, Italo Calvino definì "Il giorno della civetta" un giallo che non è un giallo e a tutt'oggi lo scrittore è connotato, dalla critica ufficiale, come un autore che adopera le strutture del giallo. Che senso ha questa frase? Ha senso solo se si ha del giallo una visione assai miope, riduttiva e ignorante. Tutto, pur di non ammettere che Sciascia è un innovativo, originale, complesso scrittore di romanzi gialli. Romanzi che hanno un colpevole che non può essere tradotto in carcere perché di volta in volta il colpevole è la società, lo Stato. Ha detto Sciascia a proposito del "Pasticciaccio": "Gadda ha scritto il più assoluto 'giallo' che sia mai stato scritto, un 'giallo' senza soluzione, un pasticciaccio. Che può anche essere inteso come parabola, di fronte alla realtà come nei riguardi della letteratura, dell'impossibilità di esistenza del 'giallo' in un paese come il nostro: in cui di ogni mistero criminale molti conoscono la soluzione, i colpevoli - ma mai la soluzione diventa 'ufficiale' e mai i colpevoli vengono, come si suol dire, assicurati alla giustizia". E' vero: sui grandi misteri italiani ai quali Sciascia pare riferirsi, e da Ustica a Piazza Fontana all'affaire Moro alla strage di Bologna non c'è che l'imbarazzo della scelta, sarebbe praticamente impossibile che i giallisti dessero una risposta, ma i giallisti oggi sono in grado di dire, di descrivere, di decrittare gli ambienti e le situazioni, il terreno di coltura insomma dal quale possono muovere i germi che portano appunto a Piazza Fontana o alla stazione di Bologna. E qui devo fare un'altra data, il 1966, quando l'editore Garzanti pubblica il romanzo "Venere privata" di Giorgio Scerbanenco che, abbandonate le ambientazioni bostoniane dove operava l'archivista Arthur Jelling, scrive una storia tutta italiana, anzi milanese. Senza Scerbanenco il romanzo giallo italiano avrebbe tardato di molto a raggiungere la validità e l'autenticità attuali. Protagonista delle sue storie è Duca Lamberti, un medico radiato dall'Ordine e che si è fatto tre anni di carcere. Opera a Milano come collaboratore di un commissario che gli è amico. Ma la vera protagonista dei suoi romanzi e dei suoi racconti è Milano, una città nera e crudele, popolata di emarginati non solo dalla società, ma spesso emarginati dalla stessa ragione. La violenza narrata da Scerbanenco negli anni nei quali la società italiana cominciava a essere una società consumistica (ricordate la Milano da bere?) parve a molti esagerata, sovratono. Gli anni a venire, quelli stessi che stiamo vivendo, avrebbero pienamente dato ragione a questo straordinario autore dotato di una scrittura personalissima, suadente, coinvolgente. Scerbanenco ha organizzato lo sguardo degli scrittori italiani, ha insegnato come guardare con occhio assolutamente sprovincializzato le città e il loro tessuto sociale.

E così, illuminati dalla luce nera di Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini ci hanno mostrato nascoste verità di Bologna e dintorni; Marcello Fois ha potuto scrivere della sua Sardegna segreta, Massimo Felisatti e Fabio Pittorru ci hanno disegnato il volto violento di Roma, Fruttero e Lucentini quello che si nasconde dietro la facciata borghese di Torino, Massimo Carlotto ci ha raccontato come il paesaggio del nordest sia meno dolce di quanto appaia, Renato Olivieri ci ha condotto per le strade di una Milano dolcemente stendhaliana ma dove impera il dio denaro, Santo Piazzese e Domenico Cacòpardo ci hanno descritto una Sicilia ancora tutta da scoprire. Si tratta di un fenomeno non soltanto italiano, ma europeo. Per sapere oggi quale sia la situazione socioeconomica della Svezia o per conoscere i problemi della Spagna, i gialli di Henning Mankell e di Manuel Vázquez-Montalbán servono meglio di un supponente saggio riservato a specialisti. Ha scritto recentemente Cesare Cases: "Ci fa piacere che il giallo considerato finora appannaggio dell'area anglosassone, si sia insediato saldamente in quella mediterranea nella sua forma più autentica senza cessare di aspirare a una forma superiore. Andrea Camilleri, Alicia Giménez-Bartlett e Manuel Vázquez Montalbán ne sono esempi". Mi permetto di aggiungere, in conclusione, due cose alle parole dell'illustre studioso. La prima è che per completare il quadro dell'area mediterranea bisogna assolutamente fare i nomi del marsigliese Jean Claude Izzo, precocemente scomparso, del greco Petros Markaris e del marocchino Driss Chraïbi. La seconda è che, a mio a un tempo modesto e immodesto parere, abbiamo da qualche tempo cessato di aspirare a una forma superiore. I migliori scrittori di romanzi gialli ci sono arrivati già, a quella forma, quale che essa sia. La migliore difesa del colore giallo forse consiste nella proposta dell'abolizione, in letteratura, di questo colore. Andrea Camilleri

Andrea Camilleri



Last modified Wednesday, July, 13, 2011