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Montalbano "è un sincero democratico", uno che di questi tempi può apparire anche co­me un "comunista arraggiato". L'autore, An­drea Camilleri, è un comunista. Lo è dal 1943, "dall' età nella quale ho preso atto della mia ragione", e non ha nessuna remora a dirlo. Di­cono che chi cambia idea è un uomo intelligen­te? "Mi dispiace: la mia dichiarazione di imbe­cillità a riguardo sono pronto a sottoscriverla".
Nello studio della sua casa romana, a dispet­to di tutte quelle sigarette accese, ci pensa la "tradizione" ad ammazzare l'odore di fumo: chiodi di garofano e alloro fanno la differenza. Mentre il suo telefono non smette mai di squil­lare e di ricevere messaggi, Camilleri sulla sua sedia da barbiere parla. Di sentimenti, di poli­tica, di "opposizione civile" alla "bassa politi­ca". E di Montalbano, il personaggio che più degli altri ha contribuito a far conoscere Camilleri, che si indigna a sapere di ministri che con la mafia si sono "rassegnati a convivere".
Protagonista del suo tempo, Montalbano non può ignorare la realtà circostante. Protagonista del suo tempo, l'autore non può fare a meno di analizzare l'attualità. Il governo Berlusconi? Non è regime, ma sicuramente "modifica l'idea di democrazia". E allora ben vengano i giro­tondi, i movimenti spontanei e non violenti, "l'impegno" degli intellettuali. E la sinistra stia ad ascoltare.


Fortunatamente non ha dato seguito all'intenzione, che in passato aveva espresso, di dire basta ai raccon­ti del commissario Montalbano. Ha cambiato idea?
Non pongo fine alle storie di Montalbano, non ne vedo la ragione. Montalbano è un personaggio che si porta dietro anche gli altri romanzi che mi interessano di più, fa da apripista. Tra l'altro, è un commissario che rende benissimo dal punto di vista economico. Si direbbe, con quelle frasi fatte che Montalbano odia: "Perché ammazzare la gallina dalle uova d'oro?".
Sto scherzando, naturalmente... Il fatto vero è che ci s'affeziona ad un personaggio di questo tipo e quin­di non vedo perché sostituirsi al padreterno. L'unica via di uscita è che, avendo l'autore settantasette anni, finisca prima l'autore che non il suo personaggio.
Per carità, non lo dica. Tuttavia, Lei ha detto che è diventato più difficile scrivere polizieschi dopo le vicende del G8 di Genova, è così?
Ma non è tanto scrivere polizieschi, perché uno po­trebbe scrivere un altro poliziesco con un altro personaggio e buonasera. No. Il fatto è che Montalbano è un personaggio molto legato alla realtà del suo tempo. Dicono che lui è un comunista arraggiato: la verità è che Montalbano è un sincero democratico ed essendo tale di questi tempi può risultare anche un comunista arraggiato. Ma non lo è, poveraccio. Quindi, vive nel suo tempo, è responsabile, capisce che in qualche modo quello che è successo al G8 e a Napoli appanna l'immagine di una polizia di un certo tipo. Deve fare i conti con se stesso prima ancora che con i lettori: "Che ci sto a fare qua dentro se c'è una certa deriva?".
Spero che arrivi a conclusioni diverse. Una cosa è l'impulso di dire "che ci sto a fare", un' altra cosa è dire "va bene, esiste della gente che sbaglia, isoliamo­la". "La presenza di una persona onesta come me ­dice Montalbano - probabilmente può aiutare a bloc­care l'infezione". Ecco, credo che arriverà a queste conclusioni, fin quando regge.
Montalbano ha un forte senso dello Stato: come a­vrebbe reagito al tentativo di mettere in contrapposi­zione polizia e Magistratura?
Certamente si sarebbe opposto, certamente non sa­rebbe stato al gioco. Non c'è nessuna ragione: è un tentativo di opposizione, di discriminazione, di politi­ca sconcia alla quale lui non ci sta, nei limiti di quel­lo che può fare.
Nei racconti del commissario si leva un grido di denuncia. Nel libro La paura di Montalbano si cita un ministro che afferma che con la mafia è necessario convivere.
Questo forse è uno dei momenti più evidenti della presa di posizione di Montalbano. Però, fin dal primo romanzo (La forma dell'acqua), Montalbano in un certo senso prende un po' in giro il fatto che al Sud ar­rivassero le truppe alpine per il mantenimento del ter­ritorio. Anche lì, esistono ministri molto singolari e non sono mica di destra. La posizione di Montalbano non è una posizione partitica, ma di buon senso.
Un quotidiano legato al presidente del Consiglio ha, invece, dato una lettura tutta politica al suo lavo­ro edito da Mondadori.
Non c'è niente di peggio di quelli che fanno la bassa politica: devono crearsi dei complici, credono che tutti appartengano alla stessa confraternita. Qui le cose stanno in un modo estremamente diverso. "Libero" ha scritto in prima pagina che il presidente del Consiglio mi paga, per poi essere sbeffeggiato da me. I casi sono due: o loro pensano che Berlusconi sia un imbecille, che non si rende conto che lo sbeffeggio e quindi paga; oppure stimano Berlusconi come un sovrano medievale del quale io sono il buffone. In tutti e due i casi, quel titolo è assolutamente impropo­nibile perché non è certo Berlusconi a pagarmi.
Mi pagano i lettori che comprano centinaia di mi­gliaia di copie dei miei libri. Questi soldi vanno alla Mondadori, che mi dà il15 per cento. Detratte le con­siderevoli spese che una casa editrice ha, qualche cosa ne rimane, presupponendo che non si tratti di un'ope­ra di beneficenza. Quindi, semmai, il titolo andrebbe leggermente modificato: io pago Berlusconi per po­terlo sbeffeggiare.
Per la destra, questo è un classico caso di diffusio­ne della cultura dell'odio. È ancora possibile in que­sto Paese dissentire dal modello berlusconiano senza essere definiti "terroristi", come è accaduto?
Per amor del cielo. L'attuale presidente del Consi­glio parlò di casa dell'odio già quando il povero Vel­troni coniò lo slogan "I care".
Per Berlusconi la parola odio è facile da adopera­re, chiunque faccia qualcosa contro di lui o contro i suoi è un "comunista", uno "mosso dall' odio", uno che "fa politica". Loro, che fanno una politica oscena, tutta volta all'interesse personale - e nessuno mi ven­ga a dire che si tratta di altro - appena gli operai scen­dono in piazza li accusano di fare politica. Cofferati fa politica; i magistrati decidono di scioperare, quindi fanno politica. La difesa dei diritti acquisiti o il tenta­tivo di fermare l'erosione dei diritti, delle libertà, di­venta per loro, con disprezzo, un "fare politica".
Tutti agli ordini?
Vede, quando io dico che non siamo nel regime in Italia è perché non si possono adoperare parole desue­te, non si può dire che Fini sia fascista. Non posso dirlo io che so che cos'è il fascismo. Ma una trasfor­mazione della malattia non è la negazione o la fine della malattia. Dire che oggi non c'è il regime è vero, ma ci sono tutti i presupposti perché qualche altra cosa definibile in un altro modo possa accadere. E cioè una deformazione assoluta delle regole del gioco democratico. Se questo non è un rischio.
Il rischio che si voglia mettere in pratica una Co­stituzione sostanziale diversa da quella formale?
Dal punto di vista formale questo governo è stato democraticamente eletto dalla maggioranza dei citta­dini. Nessun golpe. Quali siano stati i metodi per arrivare a questo punto è un altro discorso. Democratica­mente, quindi, noi dovremo riconquistare le posizioni perdute. Come, visto che in Parlamento la destra ha una maggioranza schiacciante?
Be', proprio nel momento in cui cominciavo a disperare, ho visto l'insorgere di movimenti sponta­nei, non violenti. Quando sono cominciati i girotondi, le manifestazioni spontanee, il Palavobis, io che teme­vo che l'Italia fosse entrata in un coma profondo, ho visto l'enecefalogramma "rianimarsi". E il voto di domenica ne è una conferma. La manifestazione al Pa­lavobis, anche per come è nata, è proprio il simbolo di questo nuovo modo di ritrovarsi.
Molto interessante. Come è andata?
Mi telefona Paolo Flores d'Arcais per informarmi dell'idea di organizzare qualcosa a Milano nel decen­naIe di Mani pulite. "Tu ci vieni?", mi dice. Gli spiego che io viaggio con tanta difficoltà ma che avrei dato tutto l'appoggio. "Dovremo prendere un teatrino perché saremo sì e no duecento-trecento persone", mi dice. Dopo una settimana mi telefona atterrito: "Non hai idea di quanta gente c'è". E abbiamo dovuto pren­dere il Palavobis. Non sapevamo di esserci, non ci conoscevamo, ma questa spontaneità, questo ritrovarsi è fondamentale: Ora continuiamo a tenerci in contatto, sappiamo di esserci, ci conosciamo, se c'è bisogno ci sentiamo. I partiti sono un'altra cosa, svolgono la loro funzione, nelle istituzioni fanno quello che devono fa­re, ma devono sapere che dietro c'è gente che con le mani spinge.
Qual è oggi il rapporto tra cultura e politica, tra intellettuali e società?
Oggi, credo che si sia in un punto ottimale. Una volta si voleva l'intellettuale integrato, che in realtà ha pochi margini dialettici di critica. Oggi, questi margini sono enormi. E credo che la vitalità dell'intel­lettuale - nel senso di manifestazione totale della sua libertà di idee - nei riguardi del partito sia fondamen­tale anche se può provocare disagio. Anzi, deve pro­vocare disagio, ove questo sia manifestabile e abbia ragion d'essere.
Personalmente, non sono stato sempre tenero con D'Alema o con Fassino, ma questo non significa che non debba appoggiarli nel momento in cui fanno qualcosa che, a mio parere, rientra nel giusto orientamen­to dell'opposizione. Mangiarci tra di noi, non fa so­pravvivenza: fa orrore, fa perdita.
Come le vive le divisioni nell'opposizione?
Ogni divisione la vivo male. In questo momento ­come si dice al mio paese - ogni cacatella di mosca fa sostanza. La sinistra, secondo me, dovrebbe sposarsi, cioè completarsi, trovare il giusto equilibrio. Andare avanti o arretrare di un passo, smussare gli angoli, fi­no a combaciare, come accade nel rapporto tra marito e moglie. Deve essere chiaro che in gioco c'è il desti­no dell'Italia, dei nostri figli e non questa o quell'al­tra poltrona. Peraltro, bisognerà fare i conti con le nuove forze in campo, in particolare con la formazio­ne di un terzo partito grosso: la Democrazia Cristiana, che sta facendo di tutto per rinascere. Il caso siciliano è emb1ematico: lì non ha vinto Forza Italia ma la Dc.
La figura dell'intellettuale politicamente impegna­to nasce quando si crea una solidarietà tra intellettuali e mondo del lavoro. Un'esigenza tuttora viva?
Oggi sono mutati i rapporti. Una volta la direttrice era quella - e Togliatti in questo era maestro - di por­tare l'intellettuale nella direzione delle forze del lavo­ro, perché c'era veramente una spaccatura: erano dei mondi tra loro inconciliabili, che non si parlavano. Le cose sono cambiate. Oggi, c'è da tenere presente che molte forze operaie non appartengono più alla sinistra e quasi tutti gli intellettuali appartengono al centro­sinistra. No, le cose sono mutate. Credo che oggi la forza propulsiva sia quella medio-borghese.
Ma durante la manifestazione della Cgil del 23 marzo o lo sciopero generale unitario si è creata una saldatura di questo tipo?
In quel caso si ripete la necessità storica di una sal­datura. Allora, c'è da domandarsi perché avviene in quel momento, perché dopo tutto quello che è stato, ci si ritrova tutti con le bandiere, tutti sotto al palco a sentire Cofferati che parla. Questo due anni fa non sarebbe stato possibile.
Oggi governa il centro-destra. E per legittimare u­na presenza nel panorama italiano, il responsabile culturale di Forza Italia, Dell'Utri, ha tracciato le linee di un manifesto degli intellettuali della destra. Cosa ne pensa?
So che c'è stato un tentativo di chiamata a raccol­ta, da parte di Dell'Utri, degli intellettuali della destra. Tra l'altro, hanno risposto tutti di "no" a questo appel­lo. Galli della Loggia, Pierluigi Battista, don Baget Bozzo hanno detto no. Sono in due: Dell'Utri e Ador­nato. Ci riprovino. Magari tra qualche anno trovano qualcun altro.
Esiste una cultura di destra?
La domanda è proprio questa. Tra l'altro io non credo che esista una cultura di sinistra, si immagini se posso andare a pensare che esiste una cultura di de­stra. Perché, cosa si intende? Pigliamo Ezra Pound, uomo di destra. Poi leggiamo le sue poesie: per cosa conta Pound? Per quello che ha scritto, immagino, essendo un poeta. Il fatto è che la destra attuale non ha personaggi di statura. Una buona cultura di destra in Italia l'abbiamo avuta, ma era una cultura cattolica: Papini, Lisi avevano dietro una fede, un'ideologia. Oggi l'unico, povero, è Marcello Veneziani.
Per tornare alla domanda: secondo me esiste la cul­tura. Il poeta, lo scrittore, sono difficili da catalogare. Le regole non sono semplicemente politiche.
Però, Lei ha deciso da quale parte della barri­cata stare...
Io l'avevo deciso all' età nella quale ho preso atto della mia ragione. Certo, a dieci anni ero fascista e feci domanda per andare come volontario a fare la guerra d'Abissinia. Mi rispose Mussolini, dicendomi: "Caro balilla, sei troppo piccolo per andare, ma non mancherà occasione". Ero in Sicilia nel 1943, ma non ho il minimo dubbio che mi sarei trovato certo non a Salò ma dalla parte opposta, perché ero già ma­turato in un certo modo, con grande dispiacere di mio padre che invece era fascista.
Ma c'è stata un'esperienza privata, personale, me­ravigliosa: abbiamo litigato da pazzi, ed è bellissimo litigare con chi senti che ti ama profondamente e che tu ami profondamente. Quando mi dissero che mio padre aveva sì e no tre mesi di vita all'ospedale Ge­melli di Roma, abbandonai tutto e passai quegli ulti­mi mesi con mio padre, per riprendermelo, al di fuori di quello che c'eravamo detti.
Quindi, sono sempre stato convinto di quello che ho scelto e trovo spregevole l'elogio del voltagabbana che negli ultimi tempi si va facendo. Dicono che chi cambia idea sia un uomo intelligente. Mi dispiace: la mia dichiarazione di imbecillità a riguardo sono pron­to a sottoscriverla.

Raffaella Angelino

(La Rinascita della Sinistra, n.24, 2002)


 
Last modified Wednesday, July, 13, 2011