home page





19 luglio 1992



Autore Cetta Brancato
Prezzo E 18,00
Pagine 48
Data di pubblicazione 2010
Editore Kalós


Testo dell’atto unico scritto da Cetta Brancato all’indomani della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta.

Andrea Camilleri ha presentato il volume il 17 febbraio 2012 a Roma, presso Fandango Incontro.


Prefazione
di Andrea Camilleri

Cos’è questo testo drammatico (drammatico non solo nel senso di scritto per essere destinato alla scena) di Cetta Brancato che s’ispira a un fatto di sangue ad opera della mafia, accaduto appunto in quel 19 luglio del 1992 che ne costituisce il titolo, fatto che sconvolse non solo la Sicilia ma l’Italia intera ed ebbe vaste ripercussioni nel mondo?
Certo che è, formalmente, esternamente, un atto unico, come l’autrice stessa lo definisce considerandone solo la durata temporale, ma è una definizione, a mio parere, assolutamente riduttiva.
Nell’affrontare la scrittura drammaturgica di un evento come una strage di mafia che ancora è troppo presente per diventare decantata memoria, il rischio è quello della caduta quasi inevitabile in una narrazione scenica comunque sia cronachistica, dentro il fatto, e affollata di personaggi e dettagli, una narrazione, come dire, per assemblaggio. Che è, tra l’altro, realisticamente, destinata a soccombere nel confronto con le immagini, vere, immediate, convulse, stravolgenti, di quel fatto che la televisione è in grado di riproporre in ogni momento rendendocelo in qualche modo costantemente attuale.
In altri termini, credo che sia impossibile riprodurre sulla scena, e nei modi convenzionale, o no, ma che comunque sono propri della scena, un evento tragico che a diverse intensità e per motivazioni molteplici, ancora bruci sulla pelle e nell’animo di eventuali spettatori, quando cioè l’elaborazione del lutto non solo è dolorosamente in atto, ma durerà certamente ancora a lungo.
Sarebbe, insomma, un’impresa destinata a priori al fallimento.
La Brancato, di certo cosciente di questo grosso rischio, l’ha con molta intelligenza (e direi con molto buon gusto), saputo evitare del tutto. Perché il suo cosiddetto atto unico è in realtà qualcosa che sta a mezzo tra l’oratorio e la sacra rappresentazione. Che sono già di per sé tra le forme più alte e nobili dello spettacolo.
Ma sono portato ad azzardare di più: direi che questo della Brancato è soprattutto un poema a più voci, destinato anche alla recitazione. Mi spiego meglio. Il teatro si realizza, si compie solo nell’atto della recitazione di fronte a un pubblico, se ci si limita invece solo a leggerne il testo, il copione, prescindendo da quell’evento conclusivo che è la rappresentazione, inevitabilmente si rimane a una informazione monca, sempre limitata per quanto l’autore possa inzepparlo di didascalie che descrivano caratteri fisici e no dei personaggi, movimenti, costumi e scene. Qui, invece, ci troviamo di fronte a un’eccezione, davanti a un testo cioè che può essere solo letto, o solo ascoltato, e venir recepito lo stesso in tutta la sua interezza (e bellezza); dove la voce e il gesto dell’attore insomma diventano un complemento naturalmente importante, ma non rappresentano una conditio sine qua non.
E questo avviene perché nella drammaturgia della Brancato la parola è veramente tutto. E’ addirittura qualcosa di più di quel “Sire le Mot” al quale rendeva omaggio il regista francese Gaston Baty.
Ogni parola di quest’ autrice infatti aspira ad essere come quelle stelle che esplodendo perdono volume, si riducono, diventano un grumo di materia essenziale, ma questo grumo acquista contemporaneamente una massa, un peso specifico enorme. Aspra, in definitiva, alla parola poetica, alla parola assoluta, quella in grado di essere contemporaneamente parola e cosa: ”que my palabra sea la cosa misma” – auspicava Juan Ramon Jimenez.
Basterà, per rendersene conto, leggere gli interventi del coro, una diecina in tutto, che aprono e chiudono il poema. Hanno incisività, secchezza pur nell’effusione lirica, rigore, intensità, sono come ciottoli levigati dal tempo e dallo scorrere delle acque che compongo il greto nel quale far fluire la storia.
Ed anche nei dialoghi le parole diventano grimaldelli capaci di aprire la porta più blindata dell’uomo, quella del suo animo, della sua coscienza.
“19 luglio 1992” è sì un poema che rende omaggio a un sacrificio, ma è, a mio parere, soprattutto un inno a quello che Merleau–Ponty chiamava l’unico eroe tragico possibile dei nostri giorni: l’uomo, quell’uomo che continua a fare quel che fa credendovi e pur sapendo perfettamente che lo scacco, il fallimento, la sconfitta, sono in ogni momento in agguato.


Dal testo teatrale prende spunto il film di Antonio Raffaele Addamo Con gli occhi di un altro, disponibile in un cofanetto contenente, oltre al DVD del film, il documentario Backstage con un'intervista a Andrea Camilleri e il testo di Cetta Brancato.



Last modified Sunday, February, 19, 2012