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Storia dell'ospedale Domenico Cotugno



Autore Giuseppe Morelli e Alfonso Bottone
Prezzo  
Pagine  
Data di pubblicazione giugno 2007
Editore  
Collana  



Prefazione
di Andrea Camilleri

Quasi tutti gli ospedali hanno, come le scuole pubbliche, un loro nome. In genere, si tratta del nome di un santo o di un signore che, nel novanta per cento dei casi, non sappiamo chi sia stato.
Mi pare perciò che nel caso del “Cotugno” sia importante, prima di parlare di questo pregevole e intelligente libro di Alfredo Bottone e di Giuseppe Morelli, “Storia dell’Ospedale Domenico Cotugno di Napoli”, accennare minimamente alla personalità di colui al quale l’ospedale è stato dedicato. Non era un napoletano di nascita, Cotugno, ma d’elezione: infatti aveva visto la luce a Ruvo di Puglia nel 1736, ma si era ben presto trasferito a Napoli per studiare. La scheda su di lui che i lettori troveranno all’interno del libro, asserisce con una certa discrezione che egli si mantenne agli studi “in maniera modesta”.
No, si mantenne a pane e fichi secchi, letteralmente. Sveniva talvolta per la fame. E riuscì a diventare un luminare della medicina, le sue pubblicazioni divennero testi fondamentali per gli studiosi europei. Cotugno appare ai miei occhi come un doppio emblema: è sì stato un grande medico e studioso di medicina, ma prima ancora era uno di quei ragazzi del sud di poverissima famiglia che riescono, per volontà, intelligenza e perseveranza a primeggiare. In un certo senso, quest’ospedale è anche un omaggio a tutti loro.
Scrivere la storia di un antico ospedale di una grande città, come hanno fatto Alfonso Bottone, giornalista e direttore di riviste, e Giuseppe Morelli, dirigente medico infettivologo di I livello, al “Cotugno” dal 1981, significa, a mio avviso, scrivere la storia dell’avanzamento culturale e civile di quella città.
A mio parere, la storia di una città, più che attraverso la narrazione delle sue vicissitudini storiche, della descrizione dei suoi palazzi, chiese, monumenti, dei suoi tesori d’arte, è possibile infatti leggerla e comprenderla meglio, dall’interno, attraverso la storia delle sue istituzioni pubbliche a disposizione dei cittadini come appunto ospedali, ex manicomi, scuole, trasporti, servizi, eccetera.
E dunque ben venga questo libro che non solo ci racconta del “Cotugno” dalla sua fondazione nel 1884 quale ospedale municipale per le malattie infettive (che è già un fatto innovativo in sè, in quanto fino alla prima metà dell’800 per questi tipi di malattie c’erano solo i lazzaretti che più che luoghi di cura erano luoghi d’isolamento) ad oggi, anche con qualche apertura sui propositi futuri, ma estende l’indagine soprattutto alla risposta data dall’ospedale nei momenti di crisi, vale a dire di fronte alle epidemie.
Andatevi per esempio a leggere le straordinarie, avvincenti pagine raccolte ne “I giorni della grande paura” che riguardano il colera del 1973, quando l’ospedale si trasformò, come scrisse un giornalista tedesco, in un “tempio della speranza per combattere la morte”.
E c’è un altro capitolo che mi è apparso estremamente interessante.
Quello che ha per titolo “Testimonianze degli operatori”. Si tratta di brevi note scritte dai medici primari e dai funzionari amministrativi che attualmente agiscono nell’ospedale. I curatori quasi se ne scusano con i lettori. E invece credo sia fondamentale conoscere non solo la biografia professionale di questi medici, ma anche sapere cosa pensano in merito al loro lavoro e alle condizioni in cui esso si svolge. Per me, alcune di queste brevi note sono state materia di riflessione. Per esempio, leggendo le pochissime righe del primario infettivologo Egidio Izzo che iniziano semplicemente così: “Sono 39 anni che lavoro al Cotugno. Primario dal 1993. Insomma, questo ospedale è stato ed è la mia vita”. Oppure la testimonianza del dottor Balestrieri, quando racconta come nei giorni della grande paura del colera i medici, gli infermieri e tutto il personale dovettero restare in quarantena con gli ammalati arrangiandosi alla meglio in qualche stanza momentaneamente non occupata per recuperare qualche avara ora di sonno (lavoravano ininterrottamente 24 ore su 24).
E’ un libro tutto da leggere per capire molte cose su quell’organismo vivente che è un grande ospedale pubblico.
L’ho letto con autentica partecipazione. Con l’occhio di un cittadino che, non si sa mai nella vita, potrebbe anche esserne un probabile paziente.
Perché io credo nelle istituzioni pubbliche e di esse mi sono servito tutte le volte che ne ho avuto bisogno io o qualche persona a me cara. Siamo stati operati magistralmente all’Oftalmico di Roma e al reparto di Cardiochirugia del Santo Spirito sempre di Roma.
Il risultato è stato che quando oggi io leggo sui giornali articoli sulla cosiddetta “malasanità” (termine troppo spesso usato a vanvera) sono portato a mettere sull’altro piatto della bilancia tutti gli infiniti episodi di “buonasanità” dei quali i giornali non parlano mai.
Perché fa più notizia un errore mortale che mille esiti positivi. E mai viene detto con quanta passione, con quanta dedizione, con quanta inventiva i medici di questi ospedali suppliscono alle carenze (quelle sì, vere!) di fondi che si tradurrebbero in un aumento della possibilità di salvezza di vite umane.
In questo libro c’è un capitolo dedicato alle “sfide future”.
Il mio augurio è che quelli del “Cotugno” queste sfide future le vincano tutte.



Last modified Wednesday, July, 13, 2011