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Giudici



Autori Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli
Prezzo E 11,00
Pagine p. 151
Data di pubblicazione 6 settembre 2011
Editore Einaudi
Collana Stile libero Big


Camilleri, Lucarelli e De Cataldo indagano una figura umana al crocevia tra bene e male. Una storia d'Italia in tre tempi, tre racconti esemplari sul difficile mestiere di decidere secondo giustizia.

Il giudice Surra di Andrea Camilleri
Il giudice Efisio Surra è catapultato da Torino a Montelusa, e con il suo candore e la sua tenacia vince la prima battaglia dell'Italia unita contro la Fratellanza, non ancora «Maffia».
 
La Bambina di Carlo Lucarelli
Un giudice ragazzina si trova di colpo ridotta in clandestinità, nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi, alla fine degli anni Settanta.
 
Il triplo sogno del procuratore di Giancarlo De Cataldo
Un procuratore duella da una vita con il molto spregiudicato sindaco di Novere, e da una vita perde: fino a quando non capisce che il duello non era ad armi pari.
 
Tre grandi scrittori di oggi mettono al centro della loro osservazione la figura, carica di conflitti e tensioni, di chi ha scelto nella vita di amministrare la giustizia, per conto di tutti noi. E si collegano a una tradizione che va da Manzoni a Sciascia, da Dostoevskij a Kafka.


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– Come si chiamano quei dolci? – domandò a un cameriere che stava dietro il bancone.
– Cannoli, cillenza.
Possibile che l’avessero riconosciuto?
– Datemene uno.
Se lo mangiò in piedi, al banco. Madonna, che bontà!
– Datemene un altro.
Andò alla cassa per pagare, ma il cassiere gli disse:
– Pagato.
– Pagato?! E da chi? – domandò stupito il giudice.
– Da don Nené Lonero.
Il giudice si voltò a guardare la sala. Da un tavolo dove stavano seduti quattro uomini, due con la coppola e due col cappello, un cinquantino tozzo, baffuto, rossiccio di pelle e pelo si alzò, si cavò il cappello e disse:
– Accettate come segno di benvenuto.

Andrea Camilleri, Il giudice Surra

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui s’involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo». Così Leonardo Sciascia in Porte aperte – storia di un giudice che in epoca fascista si batte per evitare a un imputato la condanna a morte – sintetizza l’importanza di una questione che è alla base del concetto stesso di civiltà.
Dal ritratto manzoniano dei giudici Monti e Visconti, «uomini di cui tutta Milano venerava l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile» e che poi, come si racconta in Storia della Colonna Infame («l’opera che mi ha fatto cogliere la grandezza del Manzoni», ha detto Andrea Camilleri), condannarono a morte degli innocenti; fino a Gli dèi hanno sete di Anatole France, passando per Dostoevskij, Kafka, lo stesso Sciascia – che del tema «giustizia» fece quasi un’ossessione - , la letteratura è da sempre affascinata dalla figura che incarna il paradosso inevitabile dell’uomo che giudica l’uomo.
Investito dal potere (e dal dovere) immenso di distinguere l’innocenza dalla colpa, la ragione dal torto (e dunque, estremizzando, il bene dal male), il giudice è però anche l’ingranaggio di un sistema che procede per errori e tentativi di correzione, strumento del potere politico e – talvolta – vittima.
Sulla scia di questa lunga tradizione letteraria, tre grandi autori italiani firmano altrettante «storie di giudici», tre racconti che – in modi diversi – guardano alla vita, al coraggio, alla dedizione e all’incoscienza di chi ha a che fare ogni giorno con i rischi e le responsabilità di questo difficilissimo mestiere.
Ci porta agli albori dell’unità d’Italia Andrea Camilleri con Il giudice Surra, arrivato in Sicilia dal nord, armato soprattutto della sua ingenuità e di un ostinato ottimismo, che riesce a vincere la prima battaglia contro la Fratellanza, che ancora non si chiama mafia ma è la stessa cosa.
Con La bambina, Carlo Lucarelli ci racconta invece di un'insospettabile giudice-ragazzina, costretta all’improvviso a vivere in clandestinità mentre a Bologna gli anni Ottanta deflagrano con inaudita violenza.
Giancarlo de Cataldo racconta invece in Il triplo sogno del procuratore la lotta senza fine tra un procuratore e un sindaco agguerrito, emblema del legame malato – e apparentemente incurabile – tra legalità e cattiva politica.
Storia, attualità, talento narrativo e una lunga esperienza in materia di crimini, indagini e processi (esperienza letteraria e, nel caso di De Cataldo, anche personale: l’autore è giudice alla Corte d’Assise di Roma) sono gli ingredienti che compongono questi brevi e intensissimi «pezzi d’autore».
Tre voci inconfondibili riunite per la prima volta in un solo libro, insieme per raccontare la giustizia e fotografare il passato e il presente del nostro Paese. Perché, tornando a Sciascia, scrivere di giustizia non è altro che scrivere di libertà, di dignità, di rispetto: del nostro essere uomini e cittadini.
(dal sito Einaudi)


Riportiamo gli incipit dei racconti, pubblicati su La Repubblica il 7.9.2011.

Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell' Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica.
Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere un po' di cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appresso lo conosceva e ne aveva parlato.
Per esempio, si seppe che, pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso.
Si seppe anche che aveva cinquant'anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo.
Almeno in un primo tempo.
Che, come uomo, era solitario e di scarsa parola.
Come giudice, però, se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali.
Andrea Camilleri

Quando leggeva i fumetti muoveva sempre le labbra.
Soltanto i fumetti, perché non era comunque un gran lettore e come titolo di studio aveva solo l'avviamento, ma non è che stesse così indietro da sillabare le frasi. Lo faceva solo con i baloon, e lo faceva fin da piccolo. Era colpa di suo fratello.
Il primo albo illustrato, come si chiamavano allora, era stato un «Topolino»: Topolino contro Wolp, il terribile brigante dell'Est. Va bene, prima c'erano state le tavole del «Corriere dei Piccoli», ma per quelle le didascalie gliele leggeva sua madre. Poi era andato a scuola, e proprio mentre stava imparando a leggere, lui e suo fratello avevano trovato quel «Topolino» per terra, accanto all'edicola, per fortuna, perché mica glieli avrebbero mai dati cinquanta centesimi, figurarsi, con lo stipendio di suo padre poliziotto.
Era più grande di un anno e gli toccava il primo turno col giornalino, ma siccome non lo mollava più, incagliato su tutte quelle lettere nuove che intasavano le nuvolette bianche, grattandole, quasi, con le labbra dalla carta per passare alla vignetta successiva, Enrico, che invece andava velocissimo perché guardava solo le figure, aveva gridato: «Ma quanto ci metti?» e glielo aveva strappato di mano.
Da allora, anche dopo, aveva continuato a leggere frase per frase, parola per parola, e le mormorava a fior di labbra, apposta, per fare rabbia a suo fratello, che invece si rifiutava di leggere i baloon, apposta. «Così ci immagino quello che mi pare», gli diceva, fissando Cino e Franco, Tarzan e Flash Gordon, scrutando dentro i disegni con una faccia sempre diversa, come se ogni volta ci trovasse qualcosa di nuovo, mentre lui alla terza lettura già li sapeva a memoria.
Carlo Lucarelli

- Ragazzi, per favore, un momento di attenzione! Oggi vi insegnerò un nuovo gioco. Statemi a sentire!
Il primo ottobre 1966 il nuovo maestro, un giovanotto con gli occhiali cerchiati, il pullover e i calzoni di velluto, aveva preso il posto del vecchio ex ufficiale della Repubblica sociale italiana tristemente noto agli alunni della scuola elementare Fratelli Bandiera di Novere per il suo uso disinvolto della bacchetta e per la strana mania di concludere il Paternoster di rito con le parole «così è».
- Piccoli deficienti, cos' è questo così sia? Osate mettere in dubbio la parola di Colui Che Tutto Può? Così è si deve dire, santa pace!
E giù bacchettate ai disobbedienti, che distribuiva velocissimo, come velocissimo risaliva in cattedra e apriva il registro con una mano, lisciandosi i baffi con l' altra.
Il maestro Vito invece non alzava mai la voce, non distribuiva botte a destra e a manca, e, a parte l'inveterata incapacità di padroneggiare la corretta pronuncia delle «e» e delle «o», retaggio dell'origine pugliese, era un tipo simpatico e gagliardo. Soprattutto, li sapeva acchiappare. Li coinvolgeva: chiedeva la loro opinione su tutto. Li faceva sentire importanti e, sì, quasi (ma solo quasi, eh) adulti.
- Allora, il gioco è questo, ragazzi. Noi tutti viviamo in una democrazia. Sapete cos'è una democrazia? I vostri genitori ve lo hanno spiegato? Qualcuno vuole rispondere? Sentiamo Ottavio.
- La democrazia è la nostra forma di governo. Significa che tutti siamo uguali e abbiamo il dovere di votare alle elezioni.
Giancarlo De Cataldo



Last modified Monday, September, 12, 2011