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Il carico da undici

Le carte di Andrea Camilleri



Autore Gianni Bonina
Prezzo E 15,90
Pagine p. 620
Data di pubblicazione 25 ottobre 2007
Editore Barbera
Collana Planet



Spesso accusato di “eccesso di successo”, Andrea Camilleri è un gigante della letteratura contemporanea. Ed è anche un fenomeno mediatico, oltre che letterario. Ma, mai prima d’ora, gli è stato dedicato un testo approfondito, completo, aggiornato come Il carico da undici, di Gianni Bonina, che uscirà per Barbera Editore il 25 ottobre, nella collana di varia Planet.
Il libro, che anche nella veste grafica si propone come un volume definitivo, un vero testo da biblioteca, si divide in tre parti. La prima è un vasto saggio critico, sintesi di anni di studio e recensioni grazie a cui Gianni Bonina, direttore di Stilos, siciliano come Camilleri, è divenuto, fra i critici italiani, il più profondo studioso delle opere camilleriane. La seconda parte contiene invece un’intervista di oltre 200 pagine, in cui Camilleri, ispirato e provocato dalle domande di Bonina, percorre un excursus autobiografico e critico sulla sua intera opera. Ma gli aspetti letterari diventano spesso l’occasione per incursioni nell’attualità, nella politica, nella storia: si parla di mafia, di questione meridionale, di sinistra, di discriminazioni politiche. E spesso emergono vivaci spunti di autoritratto, con dettagli autobiografici inediti. Di grande interesse sono anche le pagine dedicate ai romanzi in uscita nel 2007, Voi non sapete e Maruzza Musumeci, di cui Il carico da undici anticipa trama e dettagli. La terza parte del libro è un omaggio ai lettori e agli studiosi di Camilleri: vi si trovano le sinossi complete di tutti i 47 libri (comprese le due ultime uscite) dello scrittore empedoclino.
“Sa perché mi sto sottoponendo alla fatica di quest’intervista? Perché lei i miei libri, quando li ha recensiti, ho capito che li aveva letti da cima a fondo. E su qualcuno ha espresso anche molte riserve.” Così Andrea Camilleri a Gianni Bonina; e non deve essere stata una fatica di poco conto sostenere un’intervista lunga, complessa, articolata e profonda come quella concessa a Bonina. Lo scambio è avvenuto per e-mail, al telefono e di persona. Le domande, che quasi sempre partono dall’analisi di alcuni aspetti delle opere, o da dettagli del sistema e della tecnica di scrittura, finiscono per portare Camilleri su temi che hanno a che fare con i ricordi, la formazione culturale, le tante esperienze lavorative e artistiche, l’evoluzione della mafia e il suo rapporto col potere oggi. Non sempre l’intervista scorre tranquilla: spesso vi sono momenti di discussione accesa, talvolta di contrasto fra l’intervistato e l’intervistatore. Ma alla fine il risultato è un ritratto a tutto tondo, da cui emerge il profilo competo di Camilleri uomo, intellettuale e scrittore siciliano.
(Comunicato stampa dell'Editore, 20.10.2007)

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Il libro
Tutti i romanzi e i saggi del più amato scrittore italiano, spiegati dallo stesso Camilleri e commentati da un giornalista siciliano che ha seguito sin dall’inizio l’intera vicenda letteraria dell’autore agrigentino. Una lunga intervista nella quale lo scrittore parla non solo dei suoi libri ma anche della sua vita, della sua attività, del mondo che lo circonda e di quello che ha creato: i personaggi, le atmosfere, i contesti e le suggestioni che hanno fatto di Camilleri l’erede di Pirandello e Sciascia. La genesi di Salvo Montalbano, le sue inchieste in una Vigata metafora della Sicilia, i romanzi storici ambientati in un’isola continente che scrive la propria storia da sé, gli studi che di Camilleri hanno rivelato la vocazione analitica al saggio: in questo libro il risultato più avanzato e completo sul prorompente caso di un autore che, accusato di eccesso di successo, non finisce mai di reiterare il fenomeno. Un’accurata analisi dell’opera di Camilleri, compresi i romanzi in uscita nel 2007. Tutte le trame e le sinossi dei romanzi. Un saggio sulla figura dello scrittore e sull’opera in generale. Le recensioni di Gianni Bonina ai suoi libri. Una lunga intervista nella quale Camilleri ci svela i retroscena di ogni suo libro, parlandoci della sua opera, delle sue passioni e di tante altre curiosità inedite.

L'autore
Gianni Bonina, giornalista de La Sicilia, vive a Catania dove dirige Stilos. Ha pubblicato l’inchiesta giornalistica Il triangolo della morte (1992), il romanzo Busillis di natura eversiva (1997), la raccolta di racconti L’occhio sociale del basilisco (2001), il reportage L’isola che trema (2006). Per il teatro ha scritto Ragione sociale (premio Pirandello 2000) e ha curato e pubblicato l’inedito di Serafino Amabile Guastella Due mesi in Polisella (2000).



Anteprima pubblicata su La Repubblica, 20.10.2007

Il mio primo romanzo

Ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo un primo d´aprile. Ma non so onestamente dire se sia stato per caso o per causa.
Quando mi decisi, dopo molte esitazioni, a mandare il dattiloscritto a Nicolò Gallo, che mi onorava della sua amicizia, egli per tre mesi non mi diede più notizie di sé. Allora gli scrissi due righe dicendogli che, piuttosto che perdere la sua amicizia, preferivo liberarlo dall´obbligo di darmi un giudizio sul romanzo. Mi telefonò due giorni dopo, invitandomi ad andarlo a trovare. Mi ricevette nel suo studio. Sopra il tavolo c´era il mio romanzo e, accanto, un mucchio di foglietti. Mi disse subito che gli era piaciuto e che l´avrebbe fatto pubblicare da Mondadori nella collana che dirigeva con Vittorio Sereni. Ma non prima di due anni. Nel frattempo, potevo rimetterci mano.
«E come?», gli domandai. «Con più coraggio» mi rispose.
Insomma, voleva che spingessi più a fondo il mio linguaggio. I foglietti contenevano i suoi suggerimenti. Me li consegnò. Io mi ripromisi di tenerne conto, ma dato che avevo tanto tempo davanti a me, preferii rimandare l´inizio della revisione. Poi Nicolò morì. E io persi, oltre il grande amico, anche l´unico contatto che avevo con la Mondadori. Così, quando Lalli mi domandò di stampare il libro in cambio della pubblicità televisiva (perché nel frattempo Il corso delle cose, sceneggiato da Dante Troisi e Antonio Saguera, col titolo La mano sugli occhi era in lavorazione in tv), io ebbi, non so perché, ritegno a rivederlo seguendo i consigli di Nicolò. La revisione l´ho fatta molti anni dopo, in occasione dell´uscita con la Sellerio. Dalla comparazione tra l´edizione Lalli e l´edizione Sellerio è possibile capire perfettamente quello che da me voleva Nicolò. Persuasore occulto, appunto.
Questo mio primo romanzo sicuramente è un embrione della serie Montalbano, ma qui il maresciallo Corbo è un personaggio secondario, perché non si tratta di un giallo classico.
All´epoca non mi passava neanche per l´anticamera del cervello che un poliziotto o un carabiniere che fosse sarebbe potuto diventare il protagonista di un mio romanzo.
Il mio primo romanzo terminava suppergiù con queste parole: «Qua da noi si muore solo di corna». Intendevo dire che spesso e volentieri i delitti per mafia, interesse, vendetta, venivano ricondotti, per la buona pace di tutti, a una questione di corna. «Cherchez la femme». E la trovavano, la femmina, anche se non c´era mai stata. Qui invece la situazione è rovesciata. È un banale adulterio ma lo tramutano, lo «cangiano», in un fatto politico.

Ricordi

Un giorno che avevo diciott´anni, dissi a mio padre che volevo il porto d´armi, non per andare a caccia, ma per tenere addosso una pistola. Mio padre non batté ciglio.
Eravamo in campagna e mi disse di andare a prendere lo Smith Wesson che lo zio teneva nel cassetto del comodino.
Tornai col revolver. Lui lo prese e mi fece tirare fuori l´asino dalla stalla. «Vieni qua». Mi diede il revolver e indicandomi l´asino che era a una trentina di passi da noi, mi disse: «Sparagli e ammazzalo». Io lo guardai sbalordito.
«E perché?». «Perché ti devi esercitare. Un´arma da fuoco è fatta per ammazzare, no? E chi se la porta appresso dev´essere capace d´ammazzare. Perciò, esercitati». Alzai il braccio, lo riabbassai. «Non sono capace». Mi guardò occhi negli occhi. «Allora non la portare mai, la pistola.
Perché se ce l´hai in tasca e la tiri fuori e non hai il coraggio di sparare, l´altro che hai davanti t´infila in bocca la tua stessa pistola e ti spara. Ricordati sempre che una pistola in tasca è una cattiva consigliera». Me ne sono ricordato. È l´episodio che conclude “Il corso delle cose”. Perciò Montalbano preferisce ragionare piuttosto che sparare.
***
Nel 1945 mio padre fu trasferito a Enna e mia madre e io lo seguimmo. A Enna scoprii una bella biblioteca comunale, diretta dall´avvocato Fontanazza, uomo colto e spiritoso. A Enna faceva un freddo cane, ma la biblioteca era ben riscaldata. Non la frequentava nessuno, quindi l´avvocato e io passavamo intere mattinate a parlare di letteratura. Un giorno l´avvocato mi disse che in due stanze chiuse a chiave c´erano i lasciti di Lanza e di Savarese. Non erano stati ancora catalogati. Mi diede le chiavi delle stanze. Immaginate quello che ci trovai dentro? Ci passai due anni in quella biblioteca, ci andavo la mattina e il pomeriggio. C´erano collezioni complete di Lacerba, Letteratura, altre riviste, Il Lunario e tanta, tanta corrispondenza. Per non dire dei libri. Ho potuto così colmare molte mie lacune.
***
Mio padre era ispettore del lavoro portuale per tutti i porti della costa meridionale della Sicilia. Poi, dopo l´arrivo degli Alleati, divenne direttore provinciale dell´Ast (Azienda siciliana trasporti). Quindi: per un lungo periodo ebbe a che fare con centinaia di scaricatori del porto, poi con decine di autisti, meccanici, trasportatori, ecc. Con loro sapeva evidentemente come comportarsi e tenga presente che era un uomo di straordinario coraggio. Molti tratti di Montalbano gli appartengono. Gentile lo ammirava appunto per il coraggio dimostrato in una certa occasione (e il bello è che quell´episodio mi venne riferito da Gentile, non da mio padre). L´altro venne apposta a trovare mio padre morente perché moltissimi anni prima papà gli aveva regalato i soldi per andare in Usa. Non sapeva però che sarebbe diventato un mafioso.
***
Arrivai a dare quasi tutti gli esami sotto la laurea. Ma c´era un´altra ragione che mi fece smettere, oltre al fatto che non volevo fare il professore, l´unica strada possibile. Succedeva che tutte le maggiori riviste letterarie italiane e i quotidiani nazionali mi pubblicavano. Io stavo a Porto Empedocle e pubblicavo poesie su Mercurio di Alba De Cespedes. Le mandavo e quella me le stampava. Ho pubblicato su Inventario, diretto da Eliot, dove in un numero apparve addirittura, con una mia poesia, un inedito di Dylan Thomas, allora vivente. Pubblicavo racconti di terza pagina tanto su L´Ora di Palermo quanto su L´Italia socialista di Roma.
Poi capitò che Ungaretti mi pubblicò le poesie nello Specchio di Mondadori (che allora era la più prestigiosa collana di poeti italiani) in un´Antologia dei poeti del Saint Vincent. E poi venne il premio "Libera stampa" a Lugano, con una giuria terribile: Gianfranco Contini, Giansiro Ferrata e via di questo passo. Nella rosa dei finalisti entrammo in dieci, tutti ventenni. I nomi vanno da Camilleri, che scompare per ricomparire molto più tardi, a Zanzotto, ma in mezzo ci sono Pasolini, Angelo Romanò, Padre Davide Maria Turoldo, Danilo Dolci.

La Sicilia

Entrando a far parte dell´Italia, la Sicilia si promuove da regione di scambio a dignità di regione di una nazione, che è tanto. Il prezzo che però paga materialmente è altissimo.
È assai più alto di quello dei lombardi per esempio. Nel momento in cui si va alla scelta tra annessione e federazione il novanta per cento dei siciliani dice annessione. È questa la grande aspirazione, un´aspirazione che ci nobilita.
Moralmente dobbiamo molto all´Italia, e l´Italia deve molto a noi dal punto di vista economico. Questa è la contraddizione che si crea al momento dell´Unità. Noi non possiamo ringraziare l´Italia solo a motivo di come socialmente ed economicamente si sono poi messe le cose.
Verga, Capuana, De Roberto, perché nascono dopo l´Unità? Perché è in quel momento che si sentono siciliani e pongono dunque la questione meridionale.
Io dico che sono un italiano, perché prima ancora di essere siciliano appartengo a una nazione che si chiama Italia alla quale tengo molto; dopodiché dico che sono nato in Sicilia, senza precisare «però sono nato in Sicilia».
Sono un italiano nato in Sicilia.

La mafia

Il mafioso vero è quello che non appare. Quelli che invece appaiono sono al massimo legali rappresentanti del mafioso vero. Oppure sono i guardiani dell´orto il cui vero proprietario non appare mai.
Il mafioso d´una volta era detto "galantuomo". Credo che anche allora tutti sapevano chi era mafioso e chi no, solo che il comportamento esteriore del mafioso era da "galantuomo", cioè di chi rispetta la Legge, l´Autorità, la Famiglia, tutte con le maiuscole. Il mafioso voleva rappresentarsi come un uomo d´ordine. Cosa c´era dunque di tanto strano che frequentasse altri uomini d´ordine che rappresentavano le Istituzioni?
Cerchiamo allora di fare capire la cosa alla coscienza nazionale anche se la coscienza nazionale si guarderà bene dal farsi capire da me. Le differenze tra mafia antica e nuova non sono sottili. Quella antica aveva un codice d´onore, delirante quanto si vuole, criminale quanto si vuole, ma codice. Un vecchio mafioso, dovendo ammazzare a uno che passeggiava sottobraccio alla moglie, avrebbe detto alla donna, prima di sparare: «Signora, si scosti». La mafia nuova non avrebbe aperto bocca e avrebbe ammazzato tutti e due. È chiaro questo semplice esempio alla coscienza nazionale?
***
Io personalmente ho avuto come amico d´infanzia il figlio di un mafioso che poi prese il posto del padre. Da adulti, quando ci incontravamo, ci salutavamo con autentico affetto.

La politica

Anche se non amo parlarne, non venni assunto in Rai, dopo aver vinto un concorso pubblico, perché ero comunista. Ma è stato l´unico caso di discriminazione che mi è capitato.
Tre anni dopo però fu la Rai che mi chiamò per iniziare con me una certa collaborazione. Che durò trentacinque anni.
Ah, sì, ora che mi ricordo, subii una seconda discriminazione: non ottenni il permesso per potere entrare in una nostra fabbrica d´armi. Ma era il tempo della Guerra fredda. Ora che il mio partito è diventato un partito di potere, con tutte le inevitabili transazioni, m´interessa sempre di meno.
***
Mi è stato offerto, già anziano, di candidarmi al Senato in un collegio non facile, ma nemmeno difficilissimo. Prima che rispondessi di no, dalle telefonate che ricevetti da esponenti politici locali di altri partiti, capii che avrei potuto ottenere un buon consenso. Ma dissi di no lo stesso: non sono un uomo politico, sono un cittadino che partecipa, come tanti altri, alla vita politica del suo paese.

Il commissario Montalbano

Dovevo per forza scegliere, dato che gli investigatori privati in Italia hanno campi limitati d´indagine, un investigatore istituzionale. O un poliziotto o un carabiniere. Scelsi un poliziotto perché mi sembrò potesse avere più libertà d´azione rispetto ai carabinieri i quali, essendo militari, devono obbedire a troppe rigide regole.
In sostanza, un poliziotto quando vuole capire le cose, le capisce; un carabiniere non ha scelta: non può voler capire o no. O capisce o non capisce.
La capacità investigativa di Montalbano è data dalla sua particolare forma mentis: un fatto qualsiasi, che forse non ha nulla a che vedere con l´indagine che si sta svolgendo, innesca fulminei rapporti e collegamenti, una sorta di reazione a catena che lo mette sulla strada giusta.
Un giorno mi portarono a casa una specie di grande quadro astratto, molto gradevole, fatto di puntini di vario colore. Non c´era una forma. Mi dissero di guardare fisso, mettendomi però a una certa distanza, i primi tre puntini che mi pareva potessero disegnare un triangolo. Mi misi a guardare e a un tratto tutto pigliò forma e m´apparvero la statua delle libertà e le due famose torri. Tutto si compose in un disegno perfetto. È il procedimento di Montalbano: dal dettaglio arrivare allo sguardo d´insieme.
***
Montalbano non è comunista, anche se un autorevole presidente della Commissione di vigilanza Rai ha dichiarato che «Montalbano trasuda comunismo». Montalbano, bene che vada, è quello che oggi si chiama un riformista.
L´ispettrice Anna afferma che Montalbano non è onesto, ma lo fa in un particolare e limitato contesto. Ora mi sento di poter affermare che tutti, come Montalbano, in certi particolari contesti, abbiamo rinunziato a un pochino (ma solo un pochino) della nostra onestà.
A me basta questo: che i lettori capiscano che Vigàta è teatro di forti presenze mafiose. Non intendo parlare di mafia - l´ho detto e lo ripeto - se non in forma marginale, nei miei romanzi. Farne i protagonisti di un romanzo anche scadente significa sempre e comunque nobilitarli. E io questo titolo non voglio concederglielo.
Il giudizio sul momento politico è una costante di Montalbano. Giudizio che naturalmente può non essere condiviso da una parte dei lettori. Uno di questi mi ha addirittura scritto che io non devo prestare le mie idee politiche a Montalbano perché il personaggio, ormai, appartiene a tutti. Ma quelle sono le idee di Montalbano, non le mie! Io non le condivido, le trovo troppo "centraliste"!
Ma volete mettere il rapimento di Abu Omar con i leggeri scarti alla legalità di Montalbano? Una cosa è il peccato mortale, almeno così ci è stato insegnato, e tutt´altra cosa è il peccato veniale.
La giustizia per Montalbano non è una fede nella quale si debba ciecamente credere. È un modo che l´uomo si è dato (e che nel corso dei secoli è andato via via cambiando) per regolare i rapporti fra esseri umani. La giustizia divina è tutt´altra cosa. Quindi Montalbano certe volte si discosta dal criterio comune di giustizia e capisce che lo sta facendo. Non si aspetta la folgore divina che l´incenerisca.
***
Una volta chiuso Montalbano, se sarà chiuso, non se ne parla neanche lontanamente di ricominciare una serie che abbia per protagonista un maresciallo che sia della Finanza, dei Carabinieri o della Forestale. Credo che la serie con Montalbano si chiuda e basta. E credo che si possa chiudere anche una serie che serie non è: quella dei romanzi storici e civili. Allora mi può chiedere: che farà dato che se non scrive non campa? Ci sono due strade: una porta a “Il medaglione”, che è un racconto d´occasione scritto per il calendario dei carabinieri e che Mondadori ha voluto pubblicare (e ci sono riusciti miracolosamente perché non riuscivo a capire come si potesse fare un volume da quell´esile raccontino), e un´altra arriva a “Il diavolo tentatore” uscito con Donzelli. Arrivato alla mia età, il verso di Palazzeschi, «Lasciatemi divertire», credo di volerlo fare mio e di scrivere cominciando a essere un po´ più libero per quel poco che riuscirò a scrivere.

© 2007 Lorenzo Barbera Editore Srl



Anteprima pubblicata su Liberazione, 25.10.2007

La questione meridionale

Entrando a far parte dell'Italia, la Sicilia si promuove da regione di scambio a dignità di regione di una nazione, che è tanto. Il prezzo che però paga materialmente è altissimo. E' assai più alto di quello dei lombardi per esempio. Nel momento in cui si va alla scelta tra annessione e federazione il novanta per cento dei siciliani dice annessione. E' questa la grande aspirazione, un'aspirazione che ci nobilita. Mentre moralmente dobbiamo molto all'Italia, l'Italia deve molto a noi dal punto di vista economico. Questa è la contraddizione che si crea al momento dell'Unità. Noi non possiamo ringraziare l'Italia solo a motivo di come socialmente ed economicamente si sono poi messe le cose. Paradossalmente sì. Verga, Capuana, De Roberto perché nascono dopo l'Unità? Perché è in quel momento che si sentono siciliani e pongono dunque la questione meridionale. La questione meridionale si pone non con i Borboni ma con l'Unità d'Italia. Ma tutta l'unificazione dell'Italia, non è stata voluta dall'alto?

Il dialetto

Questa faccenda del glossario (una novità che appare in “Filo di fumo”, ndr) mi alienò, per un certo periodo, l'amicizia di Stefano D'Arrigo. Avevo ceduto alle insistenze di Livio Garzanti mentre lui aveva saputo resistere a quelle di Vittorini. L'ho ristampato nell'edizione Sellerio perché mi divertiva, non certo perché lo ritenessi necessario. Nel frattempo il siciliano era diventato un dialetto comprensibile, anche grazie purtroppo all'orrendo dialetto parlato negli sceneggiati televisivi e nei film di quart'ordine. Annacquare il dialetto spiegandolo contestualmente in lingua, certe volte, moltissime, soprattutto agli inizi, mi è pesato troppo.

Montalbano

A Montalbano mancano, in “La forma dell'acqua”, (nel quale il personaggio compare per la prima volta, ndr) diverse sfumature del suo carattere parecchio complesso. Tra l'altro, ero rimasto non del tutto persuaso che il romanzo dovesse cominciare con un'alba vista con gli occhi degli altri e non con un'alba vista da Montalbano. Infatti, già in “Il cane di terracotta” l'alba è soggettiva, e lo sarà in tutti i romanzi della serie. La forma dell'acqua resterà unica eccezione. Fa differenza? Enorme. Perché da lì in poi ogni cosa è vista con gli occhi di Montalbano. E io, narratore, me ne posso stare a limarmi le unghie, come ha scritto Raffaele La Capria. [...] Dovevo per forza scegliere, dato che gli investigatori privati in Italia hanno campi limitati d'indagine, un investigatore istituzionale. O un poliziotto o un carabiniere. Scelsi un poliziotto perché mi sembrò potesse avere più libertà d'azione rispetto ai carabinieri i quali, essendo militari, devono obbedire a troppe rigide regole. In sostanza, un poliziotto, quando vuole capire le cose, le capisce; un carabiniere non ha scelta: non può voler capire o no. O capisce o non capisce.
[...] Un investigatore senza codici, giudici, Scientifica ecc, mi farebbe paura. Ma siamo così sicuri che Montalbano non tenga in nessun conto queste cose? E allora tutte le domande che fa a Pasquano, il medico legale? E al collega della Scientifica? Direi meglio che non ne fa una religione, e in questo senso è un eretico. Ma ce lo siamo scordati che Montalbano viene dal Sessantotto? Montalbano non è comunista, anche se un autorevole presidente della Commissione di vigilanza Rai ha dichiarato che «Montalbano trasuda comunismo». Montalbano, bene che vada, è quello che oggi si chiama un riformista. L'ispettrice Anna afferma che Montalbano non è onesto, ma lo fa in un particolare e limitato contesto. Ora mi sento di poter affermare che tutti, come Montalbano, in certi particolari contesti, abbiamo rinunziato a un pochino (ma solo un pochino) della nostra onestà. [...] La capacità investigativa di Montalbano è data dalla sua particolare forma mentis : un fatto qualsiasi, che forse non ha nulla a che vedere con l'indagine che sta svolgendo, innesca fulminei rapporti e collegamenti, una sorta di reazione a catena che lo mette sulla strada giusta.

La forma romanzo

Quando mi viene in mente un romanzo storico per prima cosa cerco, per linee generali, di organizzarne la fabula. E dopo mi fermo a lungo studiando tra me e me quale possa essere la struttura più giusta per quel racconto. Fino a quando non l'ho trovata non scrivo un rigo. Tra l'altro, non prendo mai appunti, faccio tutto a memoria. Per struttura intendo la forma. Epistolare? Dialogica? Tradizionale? Solo dialoghi senza però fare teatro vero e proprio? E l'autore? Interviene o no? Extradiegetico o no? Un misto di tutto questo? [...] Vede, io scrivo per la mia gioia di scrivere. Il giudizio è una cosa che mi interessa relativamente. Certo, fa piacere il giudizio positivo ma quello negativo non mi avvilisce. Ci si dimentica che io ho più che una quarantennale esperienza di teatro. Una volta la mattina compravo il giornale e trovavo la stroncatura e l'elogio insieme: questo mi ha reso un po' coriaceo. Non sono uno scrittore che dice «Oh Dio la critica», no. Ho troppi anni di regia alle spalle per non avere ricevuto stroncature ancora più severe di quelle che ricevo come scrittore, o elogi ancora più sperticati o seri. [...] Bisogna intendersi sul termine letteratura. Carlo Bo diceva valutando il mio lavoro che esiste letteratura di diversi livelli. Citando Simenon, diceva che scriveva gialli e che nessuno si sogna di negare che faceva letteratura. Sto rischiando di essere schiacciato da Montalbano, quando ho pure scritto per esempio “La mossa del cavallo”, che non è un libro di facile lettura. Allora rifacciamoci a Bo, il quale diceva che, nei riguardi della letteratura, l'atteggiamento di chi scrive non è lo stesso se è Graham Green, Simenon o Mauriac. Verissimo. Quindi io mi leggerei divertendomi come mi diverto con Maigret e mi leggerei con un'estrema attenzione se si trattasse del Testamento Donadieu. Quelli che sono i cattivi romanzi di letteratura uno semplicemente non li legge.

Mafia e istituzioni
Il mafioso d'una volta era detto «galantuomo». Credo che anche allora tutti sapevano chi era mafioso e chi no, solo che il comportamento esteriore del mafioso era da «galantuomo», cioè di chi rispetta la Legge, l'Autorità, la Famiglia, tutte con le maiuscole. Il mafioso voleva rappresentarsi come un uomo d'ordine. Cosa c'era dunque di tanto strano che frequentasse altri uomini d'ordine che rappresentavano le Istituzioni? Il diario di Franchetti, scritto durante il suo soggiorno in Sicilia con Sonnino per la nota inchiesta, riporta nomi e cognomi di alti funzionari dello Stato che con i mafiosi ci spartivano il pane.

L'Italia democristiana

Anche se non amo parlarne, non venni assunto in Rai, dopo aver vinto un concorso pubblico, perché ero comunista. Ma è stato l'unico caso di discriminazione che mi è capitato. Tre anni dopo però fu la Rai che mi chiamò per iniziare con me una certa collaborazione. Che durò trentacinque anni. Ah, sì, ora che mi ricordo, subii una seconda discriminazione: non ottenni il permesso per poter entrare in una nostra fabbrica d'armi. Ma era il tempo della Guerra fredda. Ora che il mio partito è diventato un partito di potere, con tutte le inevitabili transazioni, m'interessa sempre di meno.



Last modified Wednesday, July, 13, 2011