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I limoni di Camilleri

Sono gli agrumi siciliani per eccellenza. Gialli, come i romanzi del mistero e del delitto.
Aspretti, solleticano e pizzicano come un motto di spirito.
Non ci viene in mente qualcuno?



Rubrica pubblicata mensilmente su Il Carabiniere a partire da marzo 2008


Aprile 2008

Caro Maestro, seconda puntata dei nostri limoni. E vogliamo partire proprio dalla bella isola che li produce, la Sua amata Sicilia. Archimede era un Suo conterraneo. In una Sua trama c'entra la matematica, o dipende da come si è svegliato la mattina?
«Per carità! Lasciamo da parte la sveglia, momento doloroso per tutti... In realtà è un gioco a incastro. E in quanto tale obbedisce a regole matematiche molto precise. Pensi, proprio nei giorni scorsi mi è arrivato un libro molto interessante che parla di questo. Si chiama "Il matematico in giallo" (di Carlo Toffalori, n.d.r.). Tenga presente che io sono una persona che non sa fare due più due. Letteralmente».
Non va oltre le tabelline…
«Scherziamo? Le tabelline vanno molto oltre le mie possibilità! Mio padre, che era laureato in fisica, non riuscì a insegnarmi nemmeno quelle, né con le caramelle né con le sculacciate. Ero, e sono, proprio negato! Quindi al liceo, l'algebra… una sconosciuta. Incontrai per fortuna una professoressa intelligente, mai dimenticata. Si chiamava Mariuccia De Mauro. Lei mi disse: senti, tu sei completamente negato. Se ne rese conto. È inutile che io perda tempo con te e che tu perda tempo con me. Facciamo un patto. Se tu arrivi agli esami promosso in tutte le materie, io ti faccio passare anche la mia. Se invece vieni rimandato anche in una sola materia, ti becchi pure matematica e non te la cavi mai più. Così sono arrivato al terzo liceo classico. Lì però c'era l'esame di maturità, dove questo accordo con Mariuccia De Mauro non poteva valere. Come ho fatto?, vi chiederete. Ebbene: in Sicilia sbarcarono gli americani. Arrivarono gli Alleati e fu la liberazione. Fummo tutti promossi a scrutinio e io non feci l'esame di maturità».
Li aveva chiamati Mariuccia, gli americani?
«Sicuramente io!».
C'è voluto uno sbarco, insomma, per far prendere la maturità ad Andrea Camilleri… Chi lo avrebbe mai detto?


Dicembre 2008

C'eravamo lasciati, un mese avanti, parlando di delitti e passioni. L'amore come movente. E ci viene in mente che in Sicilia l'amore non può vivere senza una buona dose di gelosia.
Maestro, secondo Lei oggi si uccide ancora per gelosia? E, nel caso la risposta sia un sì... non si farebbe prima a divorziare?
«Per gelosia si uccide sempre di meno, in effetti. Certo la letteratura ci perde molto, ma la società forse ci guadagna».
È meglio un delitto d'onore o un delitto senza onore?
«Io credo che ormai il delitto d'onore sia diventato raro. Dietro un omicidio ci sono quasi sempre altre motivazioni. Anche perché bisogna vedere bene in che cosa consista l'onore. Se noi dessimo alla parola un significato diverso rispetto a quello che è un fatto strettamente amoroso e sessuale, se avesse un valore più alto e vero, credo che il 90 per cento delle persone dovrebbe suicidarsi nel modo in cui lo fanno i giapponesi, con la spada nello stomaco. A proposito di conficcamenti. Quando ero ragazzino, sull'antologia che ci facevano studiare a scuola c'era un raccontino di non so chi, che parlava di un contadino. Questi cammina in campagna e ad un certo punto si china, forse per raccogliere qualcosa. Fatto sta che, quando si china, gli si conficca un ramo nell'occhio. Gli altri si dispiacciono e lui, invece, tutto contento dice: "Che fortuna, che fortuna!". "Ma come, ti ha cavato un occhio!", si sorprendono i compagni. "Già", risponde lui, "e se il ramo era forcelluto?"».
Saltando di palo in frasca, o di ramo in forcella… Maestro, Le fa piacere essere imitato?
«Solo Fiorello mi diverte, quando fa la mia caricatura. Nella scrittura cercano di imitarmi in tanti, ma si vede che sono imitazioni. Vede, io ho vinto il Premio Boccaccio imitando lo stile dello scrittore toscano e scrivendo una novella alla sua maniera. In pratica, ho vinto il Premio grazie a un autentico… falso. Avevo studiato il modello per imitarlo al meglio, semplicemente. Comunque, uno lo nota che c'è una differenza. Ti puoi impegnare quanto vuoi, il risultato non è mai la stessa cosa. Come il falso in pittura: te ne accorgi. C'è qualcosa che non ti persuade, anche se un quadro è imitato perfettamente. La mano, il tocco, il colore. Niente da fare. Allora: certo che cercano di imitarmi, si figuri! Ma anche per me è come per La Settimana Enigmistica, la "Rivista che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione". Io non posso che dire questo: "Andrea Camilleri, diffidate dalle imitazioni!". D'ora in poi sarà il mio slogan, glielo dichiaro ufficialmente».


Giugno 2009

Parliamo di letteratura. E di cos'al­tro vogliamo parlare, in questa rubrica? Abbiamo da poco ce­lebrato l'evento nazionale più importante dell'anno. Ci riferiamo alla "Fiera Internazionale del Li­bro", che si svolge come sappiamo a To­rino e che, quest'anno, è giunta alla sua ventiduesima edizione.
Prima osservazione: "evento più im­portante", "ventidue edizioni". Mhm... accostare i due concetti non ci fa pen­sare a qualcosa? Per esempio, non ci viene in mente che nella terra di Dante e di Manzoni, ma potremmo comincia­re da Virgilio, di libri se ne producono da un po' più di ventidue anni? Paese di scrittori, non di lettori. È forse questa la chiave del discorso? Scriviamo mol­to, in molti, ma la promozione, la distri­buzione, la diffusione del libro sono altra cosa. Proviamo a ragionare del pro­blema con il Nostro, che senz'altro ci darà una chiave. "Di lettura", tanto per rimanere in tema.
Maestro, sembra che in Italia si scri­vano molti libri e se ne leggano pochi. Possiamo dare ai nostri, sigh, lettori un motivo in più per acquistare un li­bro? Se dovesse spiegare a un bam­bino a cosa serve leggere?
«Io credo che non ci sia un'unica fina­lità. Ci sono i motivi più vari: c'è chi leg­ge per istruirsi, chi per passare il tempo, altri lo fanno per passione, chi è messo peggio per malattia... Ma esiste anche un traguardo che riguarda ciascuno. La finalità comune, che tutti dovrebbero ri­cercare, è la lettura in se stessa. Legge­re, a mio avviso, è di per sé massimamente formativo. Non tanto nel senso di una formazione culturale, quanto in quel­lo della formazione della propria coscien­za. Anche senza che ce ne rendiamo con­to, molti libri entrano in noi. Si insinuano senza fare rumore, con passo felpato, ma poi ce li troviamo dentro, scopren­doli quando meno ce lo aspettiamo. Per esempio, a chi non capita di veder tornare alla memoria un certo passo, su cui a suo tempo ha riflettuto, che magari ha a che fare con la situazione che sta vi­vendo? Quindi ogni libro è una ricchez­za, un accrescimento della coscienza individuale. Ma una persona si trova a ri­cevere questo dono senza saperlo».
Prima ha parlato di una malattia. Ci può spiegare meglio?
«Tanti acquistano libri solo per il gu­sto di averli tra le mani. Gli psichiatri, credo, hanno definito questo aspetto patologico: bibliofilia. Sto scherzando, naturalmente. Il bibliofilo è un malato grave perché è uno che si compra il li­bro e certe volte nemmeno lo legge. Gli piace avere l'edizione rara, quella di par­ticolare pregio, la più ricercata. Meglio se introvabile. Salvo dover spiegare co­me l'ha trovata, visto che era introvabi­le... Una persona normale, un lettore comune, credo possa accostarsi al li­bro per due ragioni: la prima è entrare in un mondo altro, diverso dal suo uni­verso personale. La seconda è la con­trazione di un altro tipo di vizio. Quan­do sei entrato nel pianeta della lettura, è difficile che tu ne esca. Una volta che ne hai assaporato il gusto, come fai a sottrarti? Sono tornato a un aspetto pa­tologico, in questo caso innominato, co­me il personaggio manzoniano. E allo­ra: vogliamo coniare un termine nuovo? Chiamiamola "biblio-dipendenza". E il cielo mi aiuti a non guarirne».


Luglio 2009

Caro Maestro, stavamo par­lando di libri..
«Oh bella! Non abbiamo argomenti migliori? Oggi chiunque scrive libri, per­fino io!».
Ehm, sì, in effetti, ci era parso... Mae­stro, ci permetta una domanda. A Suo avviso, quali caratteristiche de­ve avere, un libro, per meritare di es­sere letto?
«Mah. Io non posso che parlare del­la mia esperienza personale. Perché non si può dire se un libro meriti di es­sere letto in senso oggettivo. Uno leg­ge e si appassiona, un altro rimane in­differente. A volte la stessa persona in un periodo non trova una lettura inte­ressante e la interrompe, in seguito la riprende e la trova fantastica! Perché nel tempo cambiano tante cose: i gu­sti, le angolazioni da cui si legge, le vi­sioni del mondo, eccetera. lo non direi mai, come una volta ha fatto un noto giornalista televisivo: non leggete que­sti due libri. Mi sembra un atteggia­mento un po' da padreterno. A te non sono piaciuti, va bene, e con ciò?».
Quali sono, in questo senso, i limiti della critica letteraria?
«Tutto legittimo, ci mancherebbe. U­no può fare una critica negativa, dire: a me il tale libro non è piaciuto per le seguenti ragioni. Ma dire: non leggete, raccomandare di non leggere, è un e­stremismo un po' talebano, per così di­re. I gusti sono soggettivi. E quindi, torniamo alla mia visione? Volevate sa­pere cosa succede a me, ho capito be­ne?».
Beh, sì, ci piacerebbe molto.
«A me succede che ho un immenso rispetto per il libro, in quanto tale. Al ri­guardo intendo fare una premessa. Fin da quando ero ragazzino, e non mi ve­niva in mente di scrivere niente, ho que­sta forma di rispetto. Se inizio una let­tura devo portarla a termine. Anche se non mi piace, vado avanti lo stesso. Mi è capitato spesso, ad esempio facen­do parte di giurie di teatro, di dire, per commedie inedite o altro: addio, cos'è 'sta roba? E poi, nelle ultime venticinque pagine, di trovare il colpo d'ala. Quello che ti fa rileggere tutto da ca­po, e ammettere: prima non avevo ca­pito. Se vogliamo trame una morale, non esistono libri che non meritano di essere letti. Secondo me vanno letti tutti, e solo alla fine uno può dire: mi è piaciuto o non mi è piaciuto. E poi la lettura ha questo di bello: in genere tu non leggi insieme ad altre persone, cre­do che lo faccia al massimo qualche innamorato al culmine della passione. Io non l'ho fatto nemmeno allora, per­sonalmente, perché per me la lettura è un fatto privato. Però, se un libro ti è piaciuto veramente, lo dici alla perso­na cara, amico o amica che sia. Lo con­sigli. Per condividere il piacere che hai provato, perché pensi che la persona a cui lo hai consigliato trarrà un piace­re analogo al tuo. Questo è ciò che ha fatto il mio successo, con Montalba­no. Il passaparola. I lettori se lo raccomandavano fra loro».
E non poteva essere altrimenti, ci sentiamo di concludere.


Ottobre 2009

Autunno, foglie che cadono, malinconia… avete presente? Percorrere un viale alberato e interrogarsi sul senso della propria esistenza, fare riflessioni nuove. Anche la vita umana, come l'anno, ha le sue stagioni. L'autunno, per una persona, è il periodo in cui i segni del tempo vissuto iniziano a manifestarsi. Le tempie si ingrigiscono, sulla fronte compaiono le prime rughe, i riflessi rispondono con slancio minore. Vi è una bellezza struggente, in questa stagione, che non deve sfuggire. Vi sono frutti da cogliere, momenti da assaporare. La malinconia che si incontra lungo il cammino è dolcezza del vivere. La nostalgia è una sensazione piacevole, che partendo dal ricordo delle cose belle vissute ci induce a pensare alla bellezza delle cose che si possono ancora fare, e devono essere fatte, prima che il tempo avanzi ancora. In tutto ciò, la domanda che rivolgiamo ad Andrea Camilleri assume un preciso significato.
Caro Maestro, questa volta proviamo ad uscire davvero dal seminato? Dalla letteratura alla filosofia. Le interessa l'argomento?
«Moltissimo. Anzi. Se iniziamo così, sarà il caso che mi accenda una sigaretta».
Naturalmente. Dunque: filosofia al tempo di Internet. Di cosa dovrebbe occuparsi, nel nostro tempo, questa materia apparentemente così astratta?
«La filosofia, francamente, a mio avviso non è mai stata astratta come si crede. Si dice di solito: la speculazione filosofica. Ebbene: il bello dello speculare, il suo significato, è lo stesso di Galileo quando guardava la Luna. Mi spiego. In realtà la filosofia più vera, più seria, è quella che si è sempre interessata dell'uomo in se stesso e in rapporto con la natura, col mondo, col metafisico. Quella è la filosofia. Ma devo aggiungere qualcosa, e per farlo, come altre volte, mi tocca citare i classici del mondo greco. Ancora oggi noi siamo qui a studiare Aristotele. Impunemente, senza vergognarcene troppo. Scherzo, ma voglio dire, in realtà, che questa cosa è bellissima: fin dal sorgere della civiltà la speculazione è subito avvenuta. Noi oggi non facciamo altro che perfezionare l'una o l'altra delle intuizioni che l'uomo aveva avuto, in un passato remoto. Quindi i nostri avi erano già stati dotati, fin dalle origini delle prime comunità umane, di una capacità di intuizione mostruosa, tanto filosofica quanto scientifica. Ma lei ci pensa che un antico greco misurò, guardando la Luna nel pozzo, attraverso l'acqua che vi era riflessa, la distanza fra la Terra e la Luna? E sbagliò sì e no di un chilometro! Voglio dire questo. Tutto il lavoro successivo, con i nostri strumenti tecnologici e perfezionati, è stato quello di stabilire: beh, si è sbagliato di un chilometro, poco più o poco meno. Non è stato: duecentomila chilometri, o chissà quanto. No. Io sono andato, e con molto piacere, all'inaugurazione dell'acceleratore di particelle, al Cern di Ginevra. E devo dire che, in fondo, tutto quello che loro stanno facendo era già nella filosofia greca. C'è un libro che mi ha colpito moltissimo diversi anni fa, scritto da un eminente fisico tedesco, Werner Karl Heisenberg, intitolato “Fisica e filosofia”. È un saggio di grandissima attualità, dove ci sono già le scoperte atomiche, per intenderci. Ebbene: lì tutto è correlato con la filosofia greca, con la filosofia antica. E io trovo questo stupendo».


Novembre 2009

Il mese scorso, caro Maestro, ci siamo occupati di filosofia. E Lei, per usare un linguaggio "scolastico", non si è fatto cogliere impreparato. Vogliamo passare alla Storia? Per Lei, che è siciliano, cosa rappresenta un episodio come la Spedizione dei Mille?
«Guardi, lei cade a fagiuolo, come si usa dire, in quanto stiamo preparando, con il professor Giovanni De Luna, che insegna Storia contemporanea a Torino, per i 150 anni della Storia d'Italia, dieci dvd che racchiuderanno tutto il periodo che va dall'unificazione al 2011. Sarà una storia per immagini, e naturalmente saranno coinvolti l'Istituto Luce, gli archivi della Rai, la Cineteca Nazionale, eccetera. L'idea di base è far parlare la Storia attraverso la Letteratura, tracciando un percorso che consideri tanto gli autori inclusi quanto gli esclusi, e contempli tutti i punti di vista. Allora, venendo alla domanda, lei sulla Spedizione dei Mille mi può interrogare "a saltare", come si faceva a scuola. Perché fra il materiale che ho dovuto esaminare ci sono tutte le testimonianze degli autori garibaldini, e non solo Giuseppe Cesare Abba, con le sue notarelle “Da Quarto al Volturno”. Sono tanti, almeno sette o otto; in più c'è la secca relazione sulla “Spedizione in Sicilia” di Ippolito Nievo, che è stupenda. Anche la pagina di Abba che riguarda Garibaldi a Calatafimi è un'altra meraviglia narrativa, in sé. E poi c'è la contro-storia. Luciano Bianciardi, che è stato un grande scrittore e ai giorni nostri è purtroppo dimenticato, ha scritto una storia dei Mille intitolata “Da Quarto a Torino”, piena di retroscena sulla Spedizione. Andiamo quindi a toccare, dato che il discorso s'intreccia con la storia della società siciliana, il nipote del principe Tomasi, che ne “Il Gattopardo” dice: va bene, aderiamo al Piemonte, così cambiamo per non cambiare niente. E “I Viceré” di De Roberto, che dicono: va bene, la società cambia, ma noi dobbiamo restare a galla. Tu ti sposi con quello, io mi metto in politica, così ci sistemiamo tutti. E ancora “Libertà”, di Giovanni Verga, la meravigliosa novella che racconta di quando i contadini di Bronte, credendo che il Regno rappresenti la fine dei padroni, ne uccidono due o tre. Poi arriva Nino Bixio che li fucila tutti. È tutta equilibrata in questo modo, la storia che stiamo scrivendo. Ma ho divagato di nuovo, torniamo alla domanda di partenza. Certo, la Spedizione dei Mille è stata fondamentale. La cosa bella della Storia è che in essa tutto è necessario. La necessità di un gesto, di un atto, non la avverti sul momento. Te ne accorgi dopo, che era tassativo che un certo episodio avvenisse. Io, per esempio, nei miei romanzi sono molto critico sui Moti del Risorgimento. Ma sulla necessità storica assoluta dell'Unità, ineludibile, senza possibilità di errore, non ci piove. All'interno dei grandi movimenti storici del tempo, tutto ciò che è stato si rivela veramente necessario, anche se sul momento non se ne coglieva la necessità».
Alla luce degli effetti, si potrebbe dire…
«Esattamente. Una volta si diceva, in latino: post hoc, propter hoc».


Dicembre 2009

Ancora in fatto di Storia. C'è un evento che a Suo avviso avrebbe portato l'Italia in tutt'altra direzione?
«Non c'è dubbio. Mi viene subito in mente il Plebiscito. Dopo la Spedizione dei Mille, in Sicilia si disse: cosa facciamo, ci uniamo al Piemonte oppure facciamo ciò che oggi si direbbe il federalismo? Quella è stata la svolta, perché vinse a stragrande maggioranza, come si vide la sera stessa della votazione, la volontà di unione. I federalisti furono sconfitti. Ma forse una forma federalista, giocata allora, avrebbe portato al tramonto di quella ideologia, che oggi invece sorge di nuovo».
Se guardiamo al passato, vediamo una sequenza di orrori indescrivibili. Eppure per tanti il periodo peggiore della Storia è il presente. Lei cosa ne pensa?
«Io non vedo questo presente peggiore del passato. Certo le crisi ci sono, il momento è delicato, l'avvenire è forse più oscuro, ma per un fatto assolutamente contingente. La storia non si fa con i se, d'accordo, ma se non ci fosse stata questa crisi economica, proveniente dagli Stati Uniti, probabilmente avremmo un futuro un po' più certo di quello che ci troviamo davanti. Cosa vuole, io ho compiuto di recente ottantaquattro anni. Ho visto nella mia vita la guerra d'Africa, intendo l'Abissinia, avevo dieci anni. Poi c'è stato il conflitto in Spagna. E la Seconda Guerra Mondiale, che l'Italia ha intrapreso nel 1940. Una guerra che noi facemmo con i vicini di casa, i Francesi, alleandoci con i Tedeschi. Poi la situazione si ribaltò e la Germania divenne il nemico, gli Anglo-Americani gli amici… Lo sa quanto può valere, per un uomo di ottantaquattro anni, svegliarsi la mattina e dire: "Madonna che bello, c'è la pace"? Io glielo dico con grande tranquillità: i miei figli, i miei nipoti, non avranno nessuna guerra con la vicina Francia, con la vicina Germania. Non è vero che il mondo, oggi, va peggio. I conflitti di rilevanza locale ci sono ancora, ma per le grandi guerre credo che l'epoca sia passata. Quelle con milioni e milioni di morti, con le città devastate, Dresda, eccetera. Non credo che possano più tornare. Ci sono armi di tale pericolosità, che in qualunque caso non si saprebbe chi è il vincitore e chi il vinto. Diciamolo francamente, il terrore è il miglior deterrente, purtroppo o per fortuna. Forse l'unico che funzioni. Dunque, realisticamente, io non la vedo così male. E ci sono altre considerazioni positive. Oggi abbiamo un senso di civiltà più sviluppato. Può esserci una crisi in uno Stato, ma è difficile, ad esempio, che uno Stato europeo arrivi di nuovo a una dittatura. Invece ai miei tempi ce n'erano tante: da Franco a Hitler, da Stalin ad Antonescu e Mussolini. Non vi era che l'imbarazzo della scelta. La democrazia è una conquista recente. Sarà una democrazia malata, imperfetta, ma non ha importanza: si può sempre migliorare».


Gennaio 2010

Se c'è un luogo dove tutti o quasi torniamo volentieri, quello è l'infanzia. Usiamo volutamente la parola "luogo", perché riteniamo che l'infanzia, come tutte le stagioni della nostra vita, si trovi all'interno di uno spazio più grande, a tutti gli effetti fisico: la memoria. Quest'ultima, a sua volta, si trova dentro di noi. Ciò che è vissuto resta con noi fino alla fine, come una ruga sul volto che non andrà più via, un segno del tempo che ci accompagnerà per tutto il cammino. Così funzionano i ricordi. E la domanda per il Maestro, a questo punto, sorge spontanea.
Camilleri bambino: i genitori erano disperati?
«No, assolutamente. O meglio. In effetti, a un certo punto mi dovettero portare in collegio, perché ero un irriducibile, ma il problema non nasceva da me. Ero al tempo stesso un discolaccio e il prototipo del figlio unico beneducato e controllato. Vediamo di spiegare: io frequentavo le scuole pubbliche del mio paese, e così i miei compagni erano figli di scaricatori del porto, carrettieri, gente così. Anche i bambini erano forzuti, abituati a menare le mani e a farsi rispettare. Nel suddetto contesto, a me non poteva certo interessare il fatto di primeggiare per il mio stile di scrittura in italiano. La faccenda era più grave e impellente. Io non volevo essere messo sotto da nessuno, e quindi giù a cazzotti, sassate, guerre per bande, eccetera. Tutto qui. Si doveva sopravvivere, e mi sono adattato».
Camilleri adulto: a chi è toccato disperarsi?
«Anche in questo caso a nessuno, francamente. Sono un adulto ragionevole, nella media della ragionevolezza umana».
Il momento più bello della sua vita?
«È la vita intera il momento più bello. Ma per andare a qualche episodio concreto, dovrei riferirmi alla vita privata: gli eventi familiari, l'amore, le nascite. Per esempio sono arrivato a 53 anni di matrimonio, comincia a essere quasi una cosa seria».
I momenti più divertenti?
«Quelli sono tanti, perché ho sempre saputo cogliere gli aspetti comici, anche negli accadimenti più drammatici. In ogni cosa ci sono le pieghe, i risvolti di vario tipo, e fortunatamente mi è sempre riuscito spontaneo trovare il lato esilarante delle cose. Tanto per dire la più grossa, a me venne da ridere al funerale di mio padre, che pure amavo follemente. Vidi in salita i portatori delle corone funebri, che sembravano come incorniciati. Erano facce di bevitori, tutti rossi in viso, una scena grottesca».
I momenti più difficili, invece?
«I primi tempi romani, nella giovinezza. Quando cercavo lavoro e avevo pochissimi soldi. Dovevo riuscire a mangiare, per essere concreti. Come si dice, il problema era arrivare al giorno dopo. Erano difficoltà pratiche, mai psicologiche, e comunque non ho vissuto momenti proprio neri. Pensavo sempre che prima o poi sarebbe passata, che in futuro le cose sarebbero andate meglio».


Febbraio 2010

Mentre parliamo, le librerie si popolano di nuove edizioni, tutte a firma del Maestro che in questa rubrica ci elargisce il tesoro della sua amicizia. Vogliamo citare “La rizzagliata”, ad esempio? Un romanzo ambientato nella Sicilia del nostro tempo, che tratta l'informazione, e in particolare l'influenza che essa può avere sulla vita e le azioni degli uomini. Il rizzaglio, in dialetto, è una rete a forma di campana, nella quale restano impigliati i pesci più lenti o sprovveduti, … "pirchì quelli cchiù 'sperti, videnno la riti calare, si scansano 'n tempo". In questa metafora si condensano i significati del testo. Oppure potremmo citare il parto più recente, “Il nipote del Negus”, che richiama una storia vera avvenuta in provincia di Caltanissetta all'inizio del Novecento. Due volumi usciti dalla stessa penna, a poca distanza di tempo. Ma tanto frutto, ormai, non ci stupisce più. Ci siamo abituati. Perché ad Andrea Camilleri, letteralmente, i libri cadono dalla mente. Come acqua che sgorga. Ci interessa quindi risalire la corrente, per andare all'origine di questo ruscello generoso e forte. Per capire, ci basta pensare allo sfondo delle sue ultime opere, appena citate. L'origine di tutto è su un'isola. Guardiamo l'orizzonte, fra Scilla e Cariddi. Passiamo lo Stretto. E saremo arrivati. Le Sue radici culturali affondano in Sicilia. Una terra che ha donato talenti di assoluta eccellenza al panorama mondiale della letteratura. Li ripercorriamo insieme a Lui, il Maestro, riducendo subito le nostre domande all'essenziale.
Scrittori siciliani del passato: un nome fra tutti?
«Luigi Pirandello. A lui sono legato più ancora che a Verga, più ancora che a De Roberto, che poi è un siciliano per modo di dire, di adozione. Era un napoletano trapiantato. Dico Pirandello e qui mi fermo, assolutamente. Una volta, parlando con Leonardo Sciascia, ci capitò di riflettere su una cosa. Benedetto Croce nel Novecento aveva scritto un sacco, e fra gli altri c'è un bel volume che nel titolo ha una doppia litote. Si chiama “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Ebbene, con Sciascia ci dicemmo questo: noi, autori siciliani, non possiamo non dirci pirandelliani. Non nel senso dell'essere cervellotici, dello spaccare il capello in quattro. Pirandelliani nel senso più vero e autentico, nel senso meno filosofico. Mi spiego. Noi toccavamo con mano, vivendo in Sicilia, come molti personaggi di Pirandello esistessero nella realtà. Guardate, non sto scherzando o esagerando. I suoi personaggi sembrano ritagliati dalla vita, incarnano caratteristiche concrete. Sono tipi umani, ecco. Dunque noi, quando scriviamo, volontariamente o involontariamente ci ispiriamo a lui».
Le opere di Pirandello che ama di più?
«Tutte. Amo la sua maniera narrativa, che in base a quanto ho detto definirei "naturalista". E poi il suo umorismo, che trovo semplicemente splendido».



Last modified Sunday, March, 14, 2010