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I limoni di Camilleri

Sono gli agrumi siciliani per eccellenza. Gialli, come i romanzi del mistero e del delitto.
Aspretti, solleticano e pizzicano come un motto di spirito.
Non ci viene in mente qualcuno?



Rubrica pubblicata mensilmente su Il Carabiniere a partire da marzo 2008


Aprile 2008

Caro Maestro, seconda puntata dei nostri limoni. E vogliamo partire proprio dalla bella isola che li produce, la Sua amata Sicilia. Archimede era un Suo conterraneo. In una Sua trama c'entra la matematica, o dipende da come si è svegliato la mattina?
«Per carità! Lasciamo da parte la sveglia, momento doloroso per tutti... In realtà è un gioco a incastro. E in quanto tale obbedisce a regole matematiche molto precise. Pensi, proprio nei giorni scorsi mi è arrivato un libro molto interessante che parla di questo. Si chiama "Il matematico in giallo" (di Carlo Toffalori, n.d.r.). Tenga presente che io sono una persona che non sa fare due più due. Letteralmente».
Non va oltre le tabelline…
«Scherziamo? Le tabelline vanno molto oltre le mie possibilità! Mio padre, che era laureato in fisica, non riuscì a insegnarmi nemmeno quelle, né con le caramelle né con le sculacciate. Ero, e sono, proprio negato! Quindi al liceo, l'algebra… una sconosciuta. Incontrai per fortuna una professoressa intelligente, mai dimenticata. Si chiamava Mariuccia De Mauro. Lei mi disse: senti, tu sei completamente negato. Se ne rese conto. È inutile che io perda tempo con te e che tu perda tempo con me. Facciamo un patto. Se tu arrivi agli esami promosso in tutte le materie, io ti faccio passare anche la mia. Se invece vieni rimandato anche in una sola materia, ti becchi pure matematica e non te la cavi mai più. Così sono arrivato al terzo liceo classico. Lì però c'era l'esame di maturità, dove questo accordo con Mariuccia De Mauro non poteva valere. Come ho fatto?, vi chiederete. Ebbene: in Sicilia sbarcarono gli americani. Arrivarono gli Alleati e fu la liberazione. Fummo tutti promossi a scrutinio e io non feci l'esame di maturità».
Li aveva chiamati Mariuccia, gli americani?
«Sicuramente io!».
C'è voluto uno sbarco, insomma, per far prendere la maturità ad Andrea Camilleri… Chi lo avrebbe mai detto?


Dicembre 2008

C'eravamo lasciati, un mese avanti, parlando di delitti e passioni. L'amore come movente. E ci viene in mente che in Sicilia l'amore non può vivere senza una buona dose di gelosia.
Maestro, secondo Lei oggi si uccide ancora per gelosia? E, nel caso la risposta sia un sì... non si farebbe prima a divorziare?
«Per gelosia si uccide sempre di meno, in effetti. Certo la letteratura ci perde molto, ma la società forse ci guadagna».
È meglio un delitto d'onore o un delitto senza onore?
«Io credo che ormai il delitto d'onore sia diventato raro. Dietro un omicidio ci sono quasi sempre altre motivazioni. Anche perché bisogna vedere bene in che cosa consista l'onore. Se noi dessimo alla parola un significato diverso rispetto a quello che è un fatto strettamente amoroso e sessuale, se avesse un valore più alto e vero, credo che il 90 per cento delle persone dovrebbe suicidarsi nel modo in cui lo fanno i giapponesi, con la spada nello stomaco. A proposito di conficcamenti. Quando ero ragazzino, sull'antologia che ci facevano studiare a scuola c'era un raccontino di non so chi, che parlava di un contadino. Questi cammina in campagna e ad un certo punto si china, forse per raccogliere qualcosa. Fatto sta che, quando si china, gli si conficca un ramo nell'occhio. Gli altri si dispiacciono e lui, invece, tutto contento dice: "Che fortuna, che fortuna!". "Ma come, ti ha cavato un occhio!", si sorprendono i compagni. "Già", risponde lui, "e se il ramo era forcelluto?"».
Saltando di palo in frasca, o di ramo in forcella… Maestro, Le fa piacere essere imitato?
«Solo Fiorello mi diverte, quando fa la mia caricatura. Nella scrittura cercano di imitarmi in tanti, ma si vede che sono imitazioni. Vede, io ho vinto il Premio Boccaccio imitando lo stile dello scrittore toscano e scrivendo una novella alla sua maniera. In pratica, ho vinto il Premio grazie a un autentico… falso. Avevo studiato il modello per imitarlo al meglio, semplicemente. Comunque, uno lo nota che c'è una differenza. Ti puoi impegnare quanto vuoi, il risultato non è mai la stessa cosa. Come il falso in pittura: te ne accorgi. C'è qualcosa che non ti persuade, anche se un quadro è imitato perfettamente. La mano, il tocco, il colore. Niente da fare. Allora: certo che cercano di imitarmi, si figuri! Ma anche per me è come per La Settimana Enigmistica, la "Rivista che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione". Io non posso che dire questo: "Andrea Camilleri, diffidate dalle imitazioni!". D'ora in poi sarà il mio slogan, glielo dichiaro ufficialmente».


Giugno 2009

Parliamo di letteratura. E di cos'al­tro vogliamo parlare, in questa rubrica? Abbiamo da poco ce­lebrato l'evento nazionale più importante dell'anno. Ci riferiamo alla "Fiera Internazionale del Li­bro", che si svolge come sappiamo a To­rino e che, quest'anno, è giunta alla sua ventiduesima edizione.
Prima osservazione: "evento più im­portante", "ventidue edizioni". Mhm... accostare i due concetti non ci fa pen­sare a qualcosa? Per esempio, non ci viene in mente che nella terra di Dante e di Manzoni, ma potremmo comincia­re da Virgilio, di libri se ne producono da un po' più di ventidue anni? Paese di scrittori, non di lettori. È forse questa la chiave del discorso? Scriviamo mol­to, in molti, ma la promozione, la distri­buzione, la diffusione del libro sono altra cosa. Proviamo a ragionare del pro­blema con il Nostro, che senz'altro ci darà una chiave. "Di lettura", tanto per rimanere in tema.
Maestro, sembra che in Italia si scri­vano molti libri e se ne leggano pochi. Possiamo dare ai nostri, sigh, lettori un motivo in più per acquistare un li­bro? Se dovesse spiegare a un bam­bino a cosa serve leggere?
«Io credo che non ci sia un'unica fina­lità. Ci sono i motivi più vari: c'è chi leg­ge per istruirsi, chi per passare il tempo, altri lo fanno per passione, chi è messo peggio per malattia... Ma esiste anche un traguardo che riguarda ciascuno. La finalità comune, che tutti dovrebbero ri­cercare, è la lettura in se stessa. Legge­re, a mio avviso, è di per sé massimamente formativo. Non tanto nel senso di una formazione culturale, quanto in quel­lo della formazione della propria coscien­za. Anche senza che ce ne rendiamo con­to, molti libri entrano in noi. Si insinuano senza fare rumore, con passo felpato, ma poi ce li troviamo dentro, scopren­doli quando meno ce lo aspettiamo. Per esempio, a chi non capita di veder tornare alla memoria un certo passo, su cui a suo tempo ha riflettuto, che magari ha a che fare con la situazione che sta vi­vendo? Quindi ogni libro è una ricchez­za, un accrescimento della coscienza individuale. Ma una persona si trova a ri­cevere questo dono senza saperlo».
Prima ha parlato di una malattia. Ci può spiegare meglio?
«Tanti acquistano libri solo per il gu­sto di averli tra le mani. Gli psichiatri, credo, hanno definito questo aspetto patologico: bibliofilia. Sto scherzando, naturalmente. Il bibliofilo è un malato grave perché è uno che si compra il li­bro e certe volte nemmeno lo legge. Gli piace avere l'edizione rara, quella di par­ticolare pregio, la più ricercata. Meglio se introvabile. Salvo dover spiegare co­me l'ha trovata, visto che era introvabi­le... Una persona normale, un lettore comune, credo possa accostarsi al li­bro per due ragioni: la prima è entrare in un mondo altro, diverso dal suo uni­verso personale. La seconda è la con­trazione di un altro tipo di vizio. Quan­do sei entrato nel pianeta della lettura, è difficile che tu ne esca. Una volta che ne hai assaporato il gusto, come fai a sottrarti? Sono tornato a un aspetto pa­tologico, in questo caso innominato, co­me il personaggio manzoniano. E allo­ra: vogliamo coniare un termine nuovo? Chiamiamola "biblio-dipendenza". E il cielo mi aiuti a non guarirne».


Luglio 2009

Caro Maestro, stavamo par­lando di libri..
«Oh bella! Non abbiamo argomenti migliori? Oggi chiunque scrive libri, per­fino io!».
Ehm, sì, in effetti, ci era parso... Mae­stro, ci permetta una domanda. A Suo avviso, quali caratteristiche de­ve avere, un libro, per meritare di es­sere letto?
«Mah. Io non posso che parlare del­la mia esperienza personale. Perché non si può dire se un libro meriti di es­sere letto in senso oggettivo. Uno leg­ge e si appassiona, un altro rimane in­differente. A volte la stessa persona in un periodo non trova una lettura inte­ressante e la interrompe, in seguito la riprende e la trova fantastica! Perché nel tempo cambiano tante cose: i gu­sti, le angolazioni da cui si legge, le vi­sioni del mondo, eccetera. lo non direi mai, come una volta ha fatto un noto giornalista televisivo: non leggete que­sti due libri. Mi sembra un atteggia­mento un po' da padreterno. A te non sono piaciuti, va bene, e con ciò?».
Quali sono, in questo senso, i limiti della critica letteraria?
«Tutto legittimo, ci mancherebbe. U­no può fare una critica negativa, dire: a me il tale libro non è piaciuto per le seguenti ragioni. Ma dire: non leggete, raccomandare di non leggere, è un e­stremismo un po' talebano, per così di­re. I gusti sono soggettivi. E quindi, torniamo alla mia visione? Volevate sa­pere cosa succede a me, ho capito be­ne?».
Beh, sì, ci piacerebbe molto.
«A me succede che ho un immenso rispetto per il libro, in quanto tale. Al ri­guardo intendo fare una premessa. Fin da quando ero ragazzino, e non mi ve­niva in mente di scrivere niente, ho que­sta forma di rispetto. Se inizio una let­tura devo portarla a termine. Anche se non mi piace, vado avanti lo stesso. Mi è capitato spesso, ad esempio facen­do parte di giurie di teatro, di dire, per commedie inedite o altro: addio, cos'è 'sta roba? E poi, nelle ultime venticinque pagine, di trovare il colpo d'ala. Quello che ti fa rileggere tutto da ca­po, e ammettere: prima non avevo ca­pito. Se vogliamo trame una morale, non esistono libri che non meritano di essere letti. Secondo me vanno letti tutti, e solo alla fine uno può dire: mi è piaciuto o non mi è piaciuto. E poi la lettura ha questo di bello: in genere tu non leggi insieme ad altre persone, cre­do che lo faccia al massimo qualche innamorato al culmine della passione. Io non l'ho fatto nemmeno allora, per­sonalmente, perché per me la lettura è un fatto privato. Però, se un libro ti è piaciuto veramente, lo dici alla perso­na cara, amico o amica che sia. Lo con­sigli. Per condividere il piacere che hai provato, perché pensi che la persona a cui lo hai consigliato trarrà un piace­re analogo al tuo. Questo è ciò che ha fatto il mio successo, con Montalba­no. Il passaparola. I lettori se lo raccomandavano fra loro».
E non poteva essere altrimenti, ci sentiamo di concludere.


Ottobre 2009

Autunno, foglie che cadono, malinconia… avete presente? Percorrere un viale alberato e interrogarsi sul senso della propria esistenza, fare riflessioni nuove. Anche la vita umana, come l'anno, ha le sue stagioni. L'autunno, per una persona, è il periodo in cui i segni del tempo vissuto iniziano a manifestarsi. Le tempie si ingrigiscono, sulla fronte compaiono le prime rughe, i riflessi rispondono con slancio minore. Vi è una bellezza struggente, in questa stagione, che non deve sfuggire. Vi sono frutti da cogliere, momenti da assaporare. La malinconia che si incontra lungo il cammino è dolcezza del vivere. La nostalgia è una sensazione piacevole, che partendo dal ricordo delle cose belle vissute ci induce a pensare alla bellezza delle cose che si possono ancora fare, e devono essere fatte, prima che il tempo avanzi ancora. In tutto ciò, la domanda che rivolgiamo ad Andrea Camilleri assume un preciso significato.
Caro Maestro, questa volta proviamo ad uscire davvero dal seminato? Dalla letteratura alla filosofia. Le interessa l'argomento?
«Moltissimo. Anzi. Se iniziamo così, sarà il caso che mi accenda una sigaretta».
Naturalmente. Dunque: filosofia al tempo di Internet. Di cosa dovrebbe occuparsi, nel nostro tempo, questa materia apparentemente così astratta?
«La filosofia, francamente, a mio avviso non è mai stata astratta come si crede. Si dice di solito: la speculazione filosofica. Ebbene: il bello dello speculare, il suo significato, è lo stesso di Galileo quando guardava la Luna. Mi spiego. In realtà la filosofia più vera, più seria, è quella che si è sempre interessata dell'uomo in se stesso e in rapporto con la natura, col mondo, col metafisico. Quella è la filosofia. Ma devo aggiungere qualcosa, e per farlo, come altre volte, mi tocca citare i classici del mondo greco. Ancora oggi noi siamo qui a studiare Aristotele. Impunemente, senza vergognarcene troppo. Scherzo, ma voglio dire, in realtà, che questa cosa è bellissima: fin dal sorgere della civiltà la speculazione è subito avvenuta. Noi oggi non facciamo altro che perfezionare l'una o l'altra delle intuizioni che l'uomo aveva avuto, in un passato remoto. Quindi i nostri avi erano già stati dotati, fin dalle origini delle prime comunità umane, di una capacità di intuizione mostruosa, tanto filosofica quanto scientifica. Ma lei ci pensa che un antico greco misurò, guardando la Luna nel pozzo, attraverso l'acqua che vi era riflessa, la distanza fra la Terra e la Luna? E sbagliò sì e no di un chilometro! Voglio dire questo. Tutto il lavoro successivo, con i nostri strumenti tecnologici e perfezionati, è stato quello di stabilire: beh, si è sbagliato di un chilometro, poco più o poco meno. Non è stato: duecentomila chilometri, o chissà quanto. No. Io sono andato, e con molto piacere, all'inaugurazione dell'acceleratore di particelle, al Cern di Ginevra. E devo dire che, in fondo, tutto quello che loro stanno facendo era già nella filosofia greca. C'è un libro che mi ha colpito moltissimo diversi anni fa, scritto da un eminente fisico tedesco, Werner Karl Heisenberg, intitolato “Fisica e filosofia”. È un saggio di grandissima attualità, dove ci sono già le scoperte atomiche, per intenderci. Ebbene: lì tutto è correlato con la filosofia greca, con la filosofia antica. E io trovo questo stupendo».


Novembre 2009

Il mese scorso, caro Maestro, ci siamo occupati di filosofia. E Lei, per usare un linguaggio "scolastico", non si è fatto cogliere impreparato. Vogliamo passare alla Storia? Per Lei, che è siciliano, cosa rappresenta un episodio come la Spedizione dei Mille?
«Guardi, lei cade a fagiuolo, come si usa dire, in quanto stiamo preparando, con il professor Giovanni De Luna, che insegna Storia contemporanea a Torino, per i 150 anni della Storia d'Italia, dieci dvd che racchiuderanno tutto il periodo che va dall'unificazione al 2011. Sarà una storia per immagini, e naturalmente saranno coinvolti l'Istituto Luce, gli archivi della Rai, la Cineteca Nazionale, eccetera. L'idea di base è far parlare la Storia attraverso la Letteratura, tracciando un percorso che consideri tanto gli autori inclusi quanto gli esclusi, e contempli tutti i punti di vista. Allora, venendo alla domanda, lei sulla Spedizione dei Mille mi può interrogare "a saltare", come si faceva a scuola. Perché fra il materiale che ho dovuto esaminare ci sono tutte le testimonianze degli autori garibaldini, e non solo Giuseppe Cesare Abba, con le sue notarelle “Da Quarto al Volturno”. Sono tanti, almeno sette o otto; in più c'è la secca relazione sulla “Spedizione in Sicilia” di Ippolito Nievo, che è stupenda. Anche la pagina di Abba che riguarda Garibaldi a Calatafimi è un'altra meraviglia narrativa, in sé. E poi c'è la contro-storia. Luciano Bianciardi, che è stato un grande scrittore e ai giorni nostri è purtroppo dimenticato, ha scritto una storia dei Mille intitolata “Da Quarto a Torino”, piena di retroscena sulla Spedizione. Andiamo quindi a toccare, dato che il discorso s'intreccia con la storia della società siciliana, il nipote del principe Tomasi, che ne “Il Gattopardo” dice: va bene, aderiamo al Piemonte, così cambiamo per non cambiare niente. E “I Viceré” di De Roberto, che dicono: va bene, la società cambia, ma noi dobbiamo restare a galla. Tu ti sposi con quello, io mi metto in politica, così ci sistemiamo tutti. E ancora “Libertà”, di Giovanni Verga, la meravigliosa novella che racconta di quando i contadini di Bronte, credendo che il Regno rappresenti la fine dei padroni, ne uccidono due o tre. Poi arriva Nino Bixio che li fucila tutti. È tutta equilibrata in questo modo, la storia che stiamo scrivendo. Ma ho divagato di nuovo, torniamo alla domanda di partenza. Certo, la Spedizione dei Mille è stata fondamentale. La cosa bella della Storia è che in essa tutto è necessario. La necessità di un gesto, di un atto, non la avverti sul momento. Te ne accorgi dopo, che era tassativo che un certo episodio avvenisse. Io, per esempio, nei miei romanzi sono molto critico sui Moti del Risorgimento. Ma sulla necessità storica assoluta dell'Unità, ineludibile, senza possibilità di errore, non ci piove. All'interno dei grandi movimenti storici del tempo, tutto ciò che è stato si rivela veramente necessario, anche se sul momento non se ne coglieva la necessità».
Alla luce degli effetti, si potrebbe dire…
«Esattamente. Una volta si diceva, in latino: post hoc, propter hoc».


Dicembre 2009

Ancora in fatto di Storia. C'è un evento che a Suo avviso avrebbe portato l'Italia in tutt'altra direzione?
«Non c'è dubbio. Mi viene subito in mente il Plebiscito. Dopo la Spedizione dei Mille, in Sicilia si disse: cosa facciamo, ci uniamo al Piemonte oppure facciamo ciò che oggi si direbbe il federalismo? Quella è stata la svolta, perché vinse a stragrande maggioranza, come si vide la sera stessa della votazione, la volontà di unione. I federalisti furono sconfitti. Ma forse una forma federalista, giocata allora, avrebbe portato al tramonto di quella ideologia, che oggi invece sorge di nuovo».
Se guardiamo al passato, vediamo una sequenza di orrori indescrivibili. Eppure per tanti il periodo peggiore della Storia è il presente. Lei cosa ne pensa?
«Io non vedo questo presente peggiore del passato. Certo le crisi ci sono, il momento è delicato, l'avvenire è forse più oscuro, ma per un fatto assolutamente contingente. La storia non si fa con i se, d'accordo, ma se non ci fosse stata questa crisi economica, proveniente dagli Stati Uniti, probabilmente avremmo un futuro un po' più certo di quello che ci troviamo davanti. Cosa vuole, io ho compiuto di recente ottantaquattro anni. Ho visto nella mia vita la guerra d'Africa, intendo l'Abissinia, avevo dieci anni. Poi c'è stato il conflitto in Spagna. E la Seconda Guerra Mondiale, che l'Italia ha intrapreso nel 1940. Una guerra che noi facemmo con i vicini di casa, i Francesi, alleandoci con i Tedeschi. Poi la situazione si ribaltò e la Germania divenne il nemico, gli Anglo-Americani gli amici… Lo sa quanto può valere, per un uomo di ottantaquattro anni, svegliarsi la mattina e dire: "Madonna che bello, c'è la pace"? Io glielo dico con grande tranquillità: i miei figli, i miei nipoti, non avranno nessuna guerra con la vicina Francia, con la vicina Germania. Non è vero che il mondo, oggi, va peggio. I conflitti di rilevanza locale ci sono ancora, ma per le grandi guerre credo che l'epoca sia passata. Quelle con milioni e milioni di morti, con le città devastate, Dresda, eccetera. Non credo che possano più tornare. Ci sono armi di tale pericolosità, che in qualunque caso non si saprebbe chi è il vincitore e chi il vinto. Diciamolo francamente, il terrore è il miglior deterrente, purtroppo o per fortuna. Forse l'unico che funzioni. Dunque, realisticamente, io non la vedo così male. E ci sono altre considerazioni positive. Oggi abbiamo un senso di civiltà più sviluppato. Può esserci una crisi in uno Stato, ma è difficile, ad esempio, che uno Stato europeo arrivi di nuovo a una dittatura. Invece ai miei tempi ce n'erano tante: da Franco a Hitler, da Stalin ad Antonescu e Mussolini. Non vi era che l'imbarazzo della scelta. La democrazia è una conquista recente. Sarà una democrazia malata, imperfetta, ma non ha importanza: si può sempre migliorare».


Gennaio 2010

Se c'è un luogo dove tutti o quasi torniamo volentieri, quello è l'infanzia. Usiamo volutamente la parola "luogo", perché riteniamo che l'infanzia, come tutte le stagioni della nostra vita, si trovi all'interno di uno spazio più grande, a tutti gli effetti fisico: la memoria. Quest'ultima, a sua volta, si trova dentro di noi. Ciò che è vissuto resta con noi fino alla fine, come una ruga sul volto che non andrà più via, un segno del tempo che ci accompagnerà per tutto il cammino. Così funzionano i ricordi. E la domanda per il Maestro, a questo punto, sorge spontanea.
Camilleri bambino: i genitori erano disperati?
«No, assolutamente. O meglio. In effetti, a un certo punto mi dovettero portare in collegio, perché ero un irriducibile, ma il problema non nasceva da me. Ero al tempo stesso un discolaccio e il prototipo del figlio unico beneducato e controllato. Vediamo di spiegare: io frequentavo le scuole pubbliche del mio paese, e così i miei compagni erano figli di scaricatori del porto, carrettieri, gente così. Anche i bambini erano forzuti, abituati a menare le mani e a farsi rispettare. Nel suddetto contesto, a me non poteva certo interessare il fatto di primeggiare per il mio stile di scrittura in italiano. La faccenda era più grave e impellente. Io non volevo essere messo sotto da nessuno, e quindi giù a cazzotti, sassate, guerre per bande, eccetera. Tutto qui. Si doveva sopravvivere, e mi sono adattato».
Camilleri adulto: a chi è toccato disperarsi?
«Anche in questo caso a nessuno, francamente. Sono un adulto ragionevole, nella media della ragionevolezza umana».
Il momento più bello della sua vita?
«È la vita intera il momento più bello. Ma per andare a qualche episodio concreto, dovrei riferirmi alla vita privata: gli eventi familiari, l'amore, le nascite. Per esempio sono arrivato a 53 anni di matrimonio, comincia a essere quasi una cosa seria».
I momenti più divertenti?
«Quelli sono tanti, perché ho sempre saputo cogliere gli aspetti comici, anche negli accadimenti più drammatici. In ogni cosa ci sono le pieghe, i risvolti di vario tipo, e fortunatamente mi è sempre riuscito spontaneo trovare il lato esilarante delle cose. Tanto per dire la più grossa, a me venne da ridere al funerale di mio padre, che pure amavo follemente. Vidi in salita i portatori delle corone funebri, che sembravano come incorniciati. Erano facce di bevitori, tutti rossi in viso, una scena grottesca».
I momenti più difficili, invece?
«I primi tempi romani, nella giovinezza. Quando cercavo lavoro e avevo pochissimi soldi. Dovevo riuscire a mangiare, per essere concreti. Come si dice, il problema era arrivare al giorno dopo. Erano difficoltà pratiche, mai psicologiche, e comunque non ho vissuto momenti proprio neri. Pensavo sempre che prima o poi sarebbe passata, che in futuro le cose sarebbero andate meglio».


Febbraio 2010

Mentre parliamo, le librerie si popolano di nuove edizioni, tutte a firma del Maestro che in questa rubrica ci elargisce il tesoro della sua amicizia. Vogliamo citare “La rizzagliata”, ad esempio? Un romanzo ambientato nella Sicilia del nostro tempo, che tratta l'informazione, e in particolare l'influenza che essa può avere sulla vita e le azioni degli uomini. Il rizzaglio, in dialetto, è una rete a forma di campana, nella quale restano impigliati i pesci più lenti o sprovveduti, … "pirchì quelli cchiù 'sperti, videnno la riti calare, si scansano 'n tempo". In questa metafora si condensano i significati del testo. Oppure potremmo citare il parto più recente, “Il nipote del Negus”, che richiama una storia vera avvenuta in provincia di Caltanissetta all'inizio del Novecento. Due volumi usciti dalla stessa penna, a poca distanza di tempo. Ma tanto frutto, ormai, non ci stupisce più. Ci siamo abituati. Perché ad Andrea Camilleri, letteralmente, i libri cadono dalla mente. Come acqua che sgorga. Ci interessa quindi risalire la corrente, per andare all'origine di questo ruscello generoso e forte. Per capire, ci basta pensare allo sfondo delle sue ultime opere, appena citate. L'origine di tutto è su un'isola. Guardiamo l'orizzonte, fra Scilla e Cariddi. Passiamo lo Stretto. E saremo arrivati. Le Sue radici culturali affondano in Sicilia. Una terra che ha donato talenti di assoluta eccellenza al panorama mondiale della letteratura. Li ripercorriamo insieme a Lui, il Maestro, riducendo subito le nostre domande all'essenziale.
Scrittori siciliani del passato: un nome fra tutti?
«Luigi Pirandello. A lui sono legato più ancora che a Verga, più ancora che a De Roberto, che poi è un siciliano per modo di dire, di adozione. Era un napoletano trapiantato. Dico Pirandello e qui mi fermo, assolutamente. Una volta, parlando con Leonardo Sciascia, ci capitò di riflettere su una cosa. Benedetto Croce nel Novecento aveva scritto un sacco, e fra gli altri c'è un bel volume che nel titolo ha una doppia litote. Si chiama “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Ebbene, con Sciascia ci dicemmo questo: noi, autori siciliani, non possiamo non dirci pirandelliani. Non nel senso dell'essere cervellotici, dello spaccare il capello in quattro. Pirandelliani nel senso più vero e autentico, nel senso meno filosofico. Mi spiego. Noi toccavamo con mano, vivendo in Sicilia, come molti personaggi di Pirandello esistessero nella realtà. Guardate, non sto scherzando o esagerando. I suoi personaggi sembrano ritagliati dalla vita, incarnano caratteristiche concrete. Sono tipi umani, ecco. Dunque noi, quando scriviamo, volontariamente o involontariamente ci ispiriamo a lui».
Le opere di Pirandello che ama di più?
«Tutte. Amo la sua maniera narrativa, che in base a quanto ho detto definirei "naturalista". E poi il suo umorismo, che trovo semplicemente splendido».


Marzo 2010

Rammentate il 1890? Centoventi anni fa, esattamente. E dunque nessuno di noi c'era e può ricordare, mi dite. Beh, ma allora, e la Storia? Nemmeno le Guerre puniche le abbiamo viste, però sappiamo tutti di cosa si parla. Più o meno.
Ebbene, nell'anno che ho richiamato, di questi tempi, e precisamente il 21 marzo, si teneva la recita del Mortorio, cioè la Passione di Cristo, opera teatrale del Cavaliere D'Orioles. Si era a Vigàta, nota località inesistente della Sicilia, che in verità esiste ben più di tante altre. E perché mai? Mi chiederete. Ma è evidente! Ne sono piene le pagine del Maestro Camilleri, che, moltiplicate per le copie vendute, fanno diversi milioni. Quale paese vero può vantare un peso cartaceo così elevato?
Torniamo a noi. Nella recita Antonio Patò, che fa la parte di Giuda, scompare, come vuole il copione, in una botola. Il punto è che il povero ragioniere sparisce davvero, e da quel momento se ne perdono le tracce. La faccenda provoca un vero e proprio terremoto, che vede su opposte piste investigative il Maresciallo dei Regi Carabinieri Paolo Giummaro e il Delegato di Pubblica Sicurezza Ernesto Bellavia. Altra tenzone si accende fra il giornale governativo L'Araldo di Montelusa e quello dell'opposizione, La Gazzetta dell'Isola, i quali fra insulti e minacce si lanciano l'accusa, in buona reciprocità, di nascondere la verità per biechi fini politici.
Siffatta questione costringerà molto tempo dopo Andrea Camilleri ad occuparsene, riprendendo un accenno contenuto in una delle opere migliori di Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo. E nel 2000 uscirà La scomparsa di Patò, romanzo divertente, appassionante e unico, perché composto interamente da lettere, documenti ufficiali e articoli di stampa, che hanno la caratteristica comune di essere inventati, con una fantasia e una sagacia senza pari.
La questione, però, non finisce qui. Ve ne spieghiamo subito il perché.
Maestro, ha saputo la novità?
«Macari sì. Macari no. Se mi spiegate…».
Certamente. Le hanno detto che hanno ritrovato Patò?
«Oh bella! E come è stato?».
In realtà non è ancora avvenuto. Ma sta per accadere. Il ragioniere è stato visto, o meglio sarà visto, al cinema. Avrà la faccia di Neri Marcorè.
«Ma state babbiando?».
No, per carità! Trattasi giustappunto di un film, che avrà la regia di Rocco Mortellitti. E oltre al suddetto Marcorè ci saranno anche Nino Frassica, Maurizio Casagrande e molti altri bravi attori.
«Ma cosa mi va raccontando… Mi sembra veramente una cosa incresciosa. Ora però non mi dirà che intende andare a vederlo!».
Occorre citare Catarella:
Di persona personalmente! E chi se lo perde?


Aprile 2010

Farne una e pensarne cento. O è meglio farne una e non pensarne nessuna, o ancora non farne nessuna e pensarne centomila? Chi fa da sé fa per tre, una volta si diceva. E il quarto, che "vien da sé", c'entra o non c'entra?
Fermi tutti. Non siamo completamente ammattiti, il nostro dire apparentemente insensato ha, in realtà, una precisa spiegazione. Illogicamente logica. Ci stiamo dibattendo, fra titoli famosi e antichi proverbi, alla ricerca di un motto che possa racchiudere il momento storico del nostro Maestro, caratterizzato da un perenne e convulso movimento che ricorda la rotazione della Terra. Un sentiero un po' tortuoso, se volete, ma non è facile star dietro a un personaggio come Andrea Camilleri, che dalla sua penna trae mondi immaginari come fossero pianeti che un telescopio sempre più potente permette uno alla volta di scoprire.
Andiamo al dunque. Fra un romanzo e l'altro, il Maestro ha varato una Fondazione letteraria, che da lui prende il nome, allocata nella sua storica casa di campagna, sull'altopiano Lanterna, nei pressi di Porto Empedocle.
Quali significati racchiude, Maestro, una Fondazione letteraria a suo nome?
«Un'infinità. Il primo è la continuità, cioè il segno che la mia vita, come tutte le altre destinata a finire, avrà un luogo nel quale continuerà in qualche modo ad essere presente».
Un luogo che Le è particolarmente caro…
«Decisamente. Nella casa di cui parliamo, che poi era di mio nonno Vincenzo Fragapane, sono custoditi i miei ricordi più cari. Quelli dell'infanzia, che è per definizione il tempo dell'innocenza, delle scoperte».
Un'immagine di allora, fra le altre?
«Nella cantina c'era una vecchia automobile. Una Scat, storica marca torinese che fu poi rilevata dalla Fiat, un modello che pochi ricorderanno. Era montata su cavalletti, non aveva le ruote, eppure era capace di portarmi in posti lontani, dove arrivavo solo grazie alla mia fantasia di bambino».
Una fantasia che non ha perduto, per nostra fortuna. Cos'altro ci può dire, della Sua Fondazione?
«Per esempio, che ne è Presidente mia figlia Andreina. Ne fa parte l'editore siciliano Antonio Sellerio. È stata promossa dall'Amministrazione comunale del mio paese. Conserverà la documentazione che mi riguarda, oggetti appartenuti alla mia famiglia, una serie di cimeli. Insomma, un sacco di cose belle».
Nel varare questo Ente, il Maestro ha inaugurato anche un monumento, una scultura in bronzo che raffigura il Commissario Montalbano. L'ha realizzata lo scultore Giuseppe Agnello, che ha interpretato a suo modo il personaggio.
Cosa ne dice, Maestro, di questo Montalbano coi baffi?
Non dice niente. Sorride. E noi insieme a lui.


Maggio 2010

La Letteratura moderna ha molti padri. E ciò, consentiteci la battuta, è compatibile con il noto proverbio Mater semper certa, pater numquam. Molti padri, dicevamo, e fra questi il Teatro. Nessuna meraviglia, dunque, quando, scorrendo il cartellone di un teatro, ci siamo imbattuti nell'adattamento di un'opera di Andrea Camilleri. Nessuna meraviglia, ma la voglia di andare a curiosare sì. Come? Nell'unico modo possibile. Per parafrasare l'ottimo Catarella, assistendo allo spettacolo "di persona personalmente". Così abbiamo fatto, godendoci una bella versione de Il birraio di Preston, andata in scena al Valle di Roma. Una recita piacevole e interessante. Un racconto che, alla maniera de I promessi sposi, finge di parlare di ieri per meglio descrivere l'oggi. Non pago, il Maestro ha donato al pubblico del teatro un pomeriggio di Conversazioni siciliane, in cui ha dialogato con il giornalista e scrittore conterraneo Gaetano Savatteri. Ne riportiamo qualche passaggio.
Maestro, a proposito di parlata siciliana: si dice "arancini", al maschile, o "arancine"? La questione è controversa, è in corso una polemica inarrestabile…
«Della polemica inarrestabile, con rispetto parlando, me ne catafotto. L'importante è che il prodotto gastronomico sia buono. Io uso il termine al maschile, perché così ho sempre sentito dire a casa mia, da quando ero bambino. Mia nonna era una specialista, ogni volta che cucinava gli arancini era una creazione paragonabile a quella dell'Universo. Ricordo che una volta le erano venuti particolarmente buoni. Io ero felicissimo, ne mangiavo uno dietro l'altro. A un certo punto volevo fare i complimenti alla nonna, ma avevo appena iniziato a parlare quando mi beccai un calcio tremendo negli stinchi da mio zio Massimo. Il quale poi mi spiegò. Non puoi dire alla nonna che i suoi arancini sono perfetti. Devi sempre criticare un po'. Che ne so: "Manca 'na picca di sale", frasi del genere. Così la volta successiva si impegna ancora di più e le vengono migliori».
Lei però non attinge all'idioma regionale standard. Molti dicono che Lei ha coniato una nuova lingua…
«Il mio linguaggio è particolare, lo ammetto. Ho preso l'idea da una traduzione in siciliano del Ciclope di Euripide realizzata da Luigi Pirandello. Con grande acume, il traduttore ha attribuito a Polifemo la parlata dei contadini, a Ulisse quella dei borghesi, e così via. Dovete sapere che il dialetto usato nelle campagne dell'entroterra isolano è molto diverso da quello dei pescatori della costa, per non dire delle città. Io li mischio tutti, perché ognuno di quei mondi mi affascina. Da piccolo amavo il mare e la campagna, ricordo contadini che assaggiavano la terra per capirne le qualità e pescatori che sapevano tagliare in due una tromba d'aria con il coltello. Cose meravigliose, di altri tempi».
E in mezzo a queste cose, come Le è venuto in mente di fare proprio lo scrittore?
«Io in realtà non lo volevo fare, il mio sogno era diventare ufficiale di Marina. Mia moglie di recente ha visto un'uniforme da ammiraglio a Porta Portese. Me la voleva comprare, magari in campagna me la sarei potuta mettere, quando eravamo da soli… Ma ormai sono su questa strada, che mi ha portato tanta fortuna. Sapete che ho venduto dodici milioni di libri solo con la Sellerio? Con numeri simili, posso dire di essere uno scrittore "eletto dal popolo"!».


Giugno 2010

In testa alle classifiche dei libri più venduti, da diverse settimane, si attesta un libricino dalla copertina blu. Piccolo inciso: si può dire … "in testa si attesta"? Ma sì, ormai lo abbiamo fatto. Il volumetto in questione, lo avrete capito, ha a che fare con il Maestro che, nella vignetta qui sopra (fate finta di nulla e non indicate, per carità!), fuma e sorride. Fuma sorridendo. Sorride fumando. Insomma, Lui. Andrea Camilleri, per servirvi. Trattasi, in buona sostanza, de Il nipote del Negus, romanzo ispirato a una storia vera. Ma quale romanzo non si ispira alla vita? Mi chiederete. In effetti, di riffa o di raffa… E dunque, vediamo un po' di cosa stiamo parlando. La trama è la seguente. Nell'agosto 1929 il nipote di Hailé Selassié si iscrive alla Scuola mineraria di Vigàta, paese immaginario di cui non occorre dirvi nulla. Ciò provoca un quarantotto: al nipote di un Negus va riservata un'accoglienza regale, e di questo si occupano e preoccupano le autorità a vario titolo interessate, dal Ministro degli Esteri al Prefetto, dal Questore al Federale, al Direttore della Scuola. Tutti alla ricerca dell'eccesso di zelo che farà lievitare le loro carriere. Finisce che il principe viene accontentato in ogni suo capriccio. E di capricci ne ha tanti, il giovane Grhane Selassié, che ama la bella vita, gli abiti ricercati, le donne accondiscendenti. Tutto precipita quando il vitellone viene esortato - su idea dello stesso Mussolini - a inviare allo zio una lettera di elogi sul fascismo, che potrebbe tornare utile nel contenzioso tra Italia ed Etiopia sui confini con la Somalia. Il giovanotto, che nel frattempo si è indebitato sino al collo, si fa pregare, cerca di sottrarsi. Aumentando i patemi dei tanti funzionari che a quella benedetta lettera legano i propri destini.
Maestro, da dove ha preso ispirazione per un romanzo così originale?
«Originale? Nemmeno per sogno! Ho tratto spunto da un fatto realmente accaduto. Negli anni Trenta, prima della guerra d'Etiopia, venne a studiare nella Scuola mineraria di Caltanissetta, a spese della sua Corte, il nipote del Negus. Questo rampollo di schiatta reale era davvero un personaggio singolare, e aveva più o meno tutti i vizietti che ho descritto. Vero è, infine, l'episodio della querelle sui confini con la Somalia, per la quale Mussolini voleva che il giovane gli desse una mano. Il tipo nicchiò, continuando ad approfittare della situazione e a prendere in giro il mondo intero».
Ha deciso di dedicarsi alla Storia, invece che alle storie?
«E non sarebbe un bel mestiere? In effetti per l'occasione ho anche coniato un vocabolo. Quello di contastorie, attività che ben descrive il mio presente, e forse costituirà il mio futuro. Peraltro è un termine particolarmente indicato, perché de Il nipote del Negus ho realizzato anche la versione in audiolibro, in cui recito, e dunque racconto, tutto l'intreccio. È un'esperienza che mi ha divertito molto. Potete chiamarmi così, se volete: un contastorie. Cantastorie no, perché sono stonato».


Luglio 2010

Altro mese, altro libro. Dal primo posto della classifica è sceso Il nipote del Negus, di cui abbiamo parlato nel numero precedente. E chi è salito?, vi chiederete. Ma un altro Andrea Camilleri, naturalmente! Si tratta in questo caso de La caccia al tesoro, ultimo capitolo della serie che vede come protagonista il commissario Salvo Montalbano. Un titolo giocoso, che ben si addice al carattere del Nostro, ma dietro il quale si cela una trama tutt'altro che allegra. La vicenda ha inizio in una giornata come tante, con un Commissariato di Vigàta immerso in un insolito torpore. Fra un Catarella che annaspa nella ricerca di improbabili soluzioni enigmistiche e un Montalbano che legge Simenon (Maestro del Maestro?), ma sfoglia pure la Domenica del Corriere. Basterebbe la noia, ad ammazzare tutti, ma ci sta forse pensando qualcun altro.
Qualcosa sta accadendo, in un luogo non lontano. Qualcosa che è destinato a strappare dirigente e componenti del sonnolento ufficio alla loro quiete. Un caso insolito, ancor più… del solito. Nella casa dei fratelli Gregorio e Caterina Palmisano, in pieno stato di abbandono e gonfia di crocifissi sino a scoppiare, viene ritrovata una bambola gonfiabile priva di un occhio e molto malconcia. Qualche giorno dopo ne viene ritrovata un'altra, in un cassonetto di Vigàta, e il funzionario comincia a sentire puzza di bruciato. La puzza non è una novità, dalle parti dei cassonetti, ma il punto è che negli stessi giorni egli inizia a ricevere lettere anonime, che contengono le istruzioni per una strana caccia al tesoro.
L'uomo è curioso, si sa, e in quanto tale… s'incuriosisce. L'uomo è caparbio, si sa pure, e in quanto tale… s'incaparbisce? Mah. Insomma, andando avanti a risolvere indovinelli e sciarade, capisce che qualcosa di oscuro si cela dietro quel gioco, ed è necessario andare a fondo. Nel frattempo è scomparsa una ragazza, e il commissario si mette a seguire le sue ultime tracce, che si perdono verso un misterioso lago. È allora che gli arriva l'ennesima lettera, inquietante quanto basta. Ma noi qui chiudiamo la pagina, pronti a riaprirla se qualcuno vuole che sveliamo il finale del giallo. E andiamo a intervistare, pardon: a interrogare, l'Autore del medesimo.
Maestro, per una volta ha deciso di mettersi a giocare?
«Per una volta? Il mio è sempre un gioco! In ogni episodio delle avventure di Montalbano c'è un enigma da sbrogliare, che impegna in prima battuta me che scrivo, di seguito i miei lettori».
Innegabile. Ma come la risolviamo, questa Caccia al tesoro?
«Non è un problema mio. Io la mia parte l'ho fatta, e ora parto per le vacanze».
Giustissimo. Ma prima, fra una valigia e un borsone, ci concede un'anticipazione?(Rima involontaria, sia chiaro). È vero che Montalbano muore, alla fine di questa storia?
«Assolutamente no. Sarebbe la morte del suo autore. Montalbano è Salvo, ve lo garantisco. Lo dice il suo stesso nome».


Agosto-Settembre 2010

Agosto, mese di mogli in vacanza e mariti in città. Tempo di segreti e verità nascoste. Un periodo per coltivare idee che nel resto dell'anno sarebbero impensabili. Per essere diversi e fare cose diverse. Per prendere riposo, anche da se stessi.
Ma qualcosa non ci lascerà, anche cambiando lo scenario. Sotto l'ombrellone o fra le quattro mura, in viaggio o in ufficio, porteremo con noi la nostra coscienza. Un compagno e un guardiano, che potrà darci il consiglio giusto al momento opportuno.
Perché l'etica non muta.
Fra il serio e il faceto, come si addice alla stagione, affrontiamo il tema con chi ci può offrire, sulla questione, un parere autorevole.
Caro Maestro, ci sono, sotto questo cielo, delle cose che comunemente sono dette virtù. Una di esse, di frequente nominata, meno spesso praticata, è l'onestà. Trattasi a Suo avviso di un valore concretamente raggiungibile? Esistono persone totalmente oneste?
«Ne ho conosciute parecchie, sì. Ne potrei dare testimonianza diretta. Penso addirittura che non sia una specie rara, ma al contrario una categoria ben presente nel campionario umano, certamente più numerosa di quanto s'immagini o si dica. Magari nel quotidiano non ce ne accorgiamo, sono persone che si fanno sentire poco, ma sono tante».
Ci conforta. Per quanto riguarda la sincerità, invece. È anche questa una virtù possibile? E come potremmo definirla?
«A mio modesto avviso, la sincerità e l'onestà sono due perfetti sinonimi. Perché se una persona non è sincera non è nemmeno onesta, è inevitabile che ci sia questa equazione. Oddio, ci sono anche delle volte in cui uno non dice tutta la verità. Bisogna vedere le circostanze. Io talora mi sono trovato a non dirla tutta, ma ogni volta me ne sono un po' pentito. L'ho fatto per non far soffrire. Ma nel tempo ho capito che mentendo si finisce sempre per fare del male».
Può esistere anche per i singoli una sorta di ragion di Stato, che consigli di dire le cose in un modo piuttosto che in un altro?
«Non credo che ci sia una ragion di Stato, piuttosto ragioni di quieto vivere. Ma bisogna riuscire a metterle da parte. Io ero molto sincero, ad esempio, quando mi trovavo in commissione d'esame all'Accademia di arte drammatica. Mi ponevo un problema rispetto all'esistenza stessa della persona che avevo di fronte. Quella persona ero tenuto a istradarla. Se tu, insegnante, non reputi, secondo la tua esperienza, che un candidato possa seguire un certo percorso, hai il dovere di dirlo. Fa male, dire a chi sta sognando che il suo sogno non può diventare realtà. Ma s'impone. Se non avessi fatto così, avrei commesso degli errori. Avrei negato a qualcuno la possibilità di trovare la sua vera strada».


Ottobre 2010

Con chi ha scritto di tutto si può parlare di tutto. È questa la bussola che seguiamo, la consapevolezza che ci spinge a interrogare il Maestro su un tema un po' insolito, rispetto alla Sua produzione letteraria, ma che pure è presente nel Suo immaginario e nella Sua vita.
Caro Maestro, cos'è l'amore? Un sentimento o uno stordimento? C'è davvero una persona che ci attende da qualche parte, l'Unica, o c'è solo quella che abbiamo incontrato?
«Una domanda facile facile, come al solito! L'amore è un termine che ha diverse accezioni. Molti significati. Sembra una sola parola, ma non è così. In realtà, a dispetto di tutti i luoghi comuni sulla vita di coppia, penso sia necessario avere una compagna o un compagno di strada. Credo che l'istinto ci porti alla necessità di condividere il viaggio. Essa può assumere forme molto diverse, ma è chiaro che, proprio per ragioni istintuali, il cammino va condiviso. E non solo, va pure allargato agli altri passeggeri del nostro scompartimento. È curioso il modo in cui ognuno riempie il proprio. Siamo noi a scegliere gli altri, non sono viaggiatori casuali. In un ambito di scelta reciproca, naturalmente. Si presentano in tanti, e chiedono: questo posto è libero? Noi li facciamo accomodare. Dopo un po', però, molti si alzano e se ne vanno. Solo pochi rimangono, e sono gli amici veri. Alcuni di loro resteranno sino alla fine, seguendo un percorso parallelo al nostro. Sapete qual è la cosa più bella? Scambiarsi le notizie sul tragitto che ognuno di noi sta compiendo».
Alcuni restano a bordo, ci diceva, la maggior parte non lo fa. Cosa determina una simile differenza?
«È difficile da spiegare. Qualcuno sceglie di andarsene, che metaforicamente vuol dire morire, o deve farlo perché il suo momento è arrivato. Altri decidono di scendere per prendere un altro treno. Molti amici, nella mia vita, hanno fatto quest'ultima cosa. Cioè a dire, a un certo punto, a un incrocio, loro hanno preferito, ad esempio, il treno di una vita più tranquilla, più serena. Nel senso di viaggiare in uno scompartimento ridotto solo alla propria famiglia e a pochissimi altri. Uno di quelli, per intenderci, dove è scritto sulla porta: "Tutto occupato", per cui nessuno può entrare. Altri invece hanno, come me, il piacere dell'incontro, e lasciano sempre un posto libero. Ma sono scelte individuali, e le motivazioni coincidono con le ragioni per le quali un uomo vive».
Mentre trascriviamo il testo di questa intervista, ricorre il compleanno numero ottantacinque di Andrea Camilleri. A proposito di treni e di viaggi, una bellissima tappa, che ci auguriamo serena e gioiosa, come le prossime ottantacinque. Di quelle ulteriori parleremo più avanti.


Novembre 2010

Fate conto di vedere due persone che camminano, di spalle, lungo un viale alberato. Uno dei due lo riconosciamo, anche così: è Andrea Camilleri. L'altro non ha importanza. Ma hanno un significato le parole che viaggiano fra i due, domande mediante le quali esploriamo la vita. Le risposte prendono il volo, ed ecco che i rami, sugli alberi del nostro viale immaginario, si allungano fino ad abbracciare l'infinito. Proviamo dunque ad avvicinarci, per ascoltare.
Maestro, un quesito facile facile. Cos'è la dignità?
«Il rispetto di se stessi. Mi spiego. Nel campo fisico, ognuno di noi conosce i propri limiti. C'è chi può essere in grado di correre i cento metri e chi no. Ebbene, la stessa cosa avviene per le scelte, per così dire, morali. La dignità è sapersi dire: fin lì ci arrivo, ma questo ostacolo non sono in grado di superarlo. Non lo superi perché non ti si addice. Forse un piccolo scarto si può ammettere, ma non uno grande. Ed è su questo punto che non siamo capaci di capire l'atteggiamento degli altri. Ci sono persone che non vogliono andare oltre, e dicono: non me la sono sentita. In una frase così semplice c'è la barriera che uno non ha voluto superare. Ci sono anche persone che hanno le ali, ma non lo sanno, e non sapendolo non provano a volare. Ci sono infine quelli che vogliono strafare. L'equilibrio: è lì il punto. Conoscere con esattezza le tue possibilità, siano esse artistiche, atletiche, professionali. Sapere, in ogni campo, ciò che siamo in grado di dare. Quando facevo il regista, una volta abbiamo messo in scena l'Amleto. Di quest'opera hanno scritto che si può realizzare in mille modi, perfino trattandola alla stregua di una bibliografia, come se si recitasse l'elenco telefonico di New York. Io penso che uno possa dare un'interpretazione dell'Amleto dentro la sua cultura, dentro il suo limite. Tentare l'azzardo fuori è come voler correre zoppo i cento metri a ostacoli. Non ce la fai. Il testo è a cento, io posso arrivare a settanta e lì mi fermo, non cerco di arrivare a ottanta. Questo è un sistema pratico e tranquillo di conoscenza del proprio limite. Questa è la dignità, e non è un limite ulteriore, al contrario. Dentro il tuo settanta per cento, puoi trovare cose che nessun altro potrà mai trovare».
Esistono dei limiti che si possono superare? In quali ambiti si può sperare di combatterli e vincerli?
«Per esempio in ambito creativo. Quello è il tipico campo in cui possiamo superare noi stessi. Avviene inavvertitamente. Io sono convinto che chi ha scritto dei capolavori, sul momento, non ne avesse contezza. Non ne aveva la percezione. Non poteva averne la misura, essendo l'unico lettore di se stesso. Non è un caso che molti autori preferiscano le loro opere meno riuscite. Non hanno visto il capolavoro. Lo hanno scritto, per amor del cielo!, ma non lo hanno capito. Ed è incredibile, perché il salto verso la grandezza, inavvertito, è istantaneo. Ma è il risultato di una quantità di esperienze sommate. Non è meraviglioso?».
È meraviglioso, sì. Avere l'opportunità di parlare con Lei, Maestro.


Dicembre 2010

Dicembre = Natale. Natale = famiglia. Un'equazione antica, forse datata. Forse no. Forse è solo questione di intendersi sui termini, o di guardare alle cose di sempre in un modo nuovo. Perché certamente stiamo attraversando un periodo di grandi trasformazioni sociali. Il tempo cammina veloce, nell'era di Internet e della globalizzazione. Ma quando si cammina, lo sappiamo bene, c'è sempre una gamba più avanzata dell'altra. Il presente ha un piede lanciato in direzione del futuro e l'altro un po' più indietro. Rivolto al passato, nella nostra metafora. Nella realtà di un cammino, è la gamba arretrata che sostiene la marcia, che non fa perdere l'equilibrio.
La famiglia, dicevamo. Le tradizioni e l'innovazione. Proviamo a parlarne con chi, come Andrea Camilleri, ha visto passare tanta acqua sotto i ponti, e ama molto la Storia. Ma non rinuncia ad aprire i suoi occhi sul mondo, ogni mattina, con uno sguardo diverso.
Caro Maestro, si dice sempre che la famiglia non si sceglie. Vi nasciamo per caso, eppure ne diventiamo parte indissolubile, finiamo per esservi legati in modo viscerale. Questo vincolo viene dal sangue o da altro? Da ciò che si crea giorno per giorno, vivendo sotto lo stesso tetto...
«Io penso che sia questa seconda cosa: ciò che si crea nel tempo. Molto spesso, e anche di recente abbiamo avuto esempi lampanti, vediamo che certi legami di sangue… finiscono proprio nel sangue! Mi pare quindi che il vincolo biologico sia più una leggenda che una realtà. Credo che contino molto i rapporti che si sviluppano nel momento dell'arrivo della ragione, per un ragazzo o una ragazza».
C'è una sorta di "imprinting", nel modello che si trova in casa?
«Esattamente. Il momento decisivo è quello in cui un figlio scopre il rapporto che esiste fra il padre e la madre. Li sente litigare, ad esempio, e all'inizio non capisce se dietro a quella lite ci sia un astio profondo, oppure se sia l'episodio di un momento. Poi pian piano si forma un'opinione. Comincia a intuire qualcosa dei fratelli, delle sorelle, e regola in qualche modo la sua presenza all'interno del nucleo familiare. È questo il passaggio più importante. Chi in questa fase riesce a inserirsi bene nel proprio nucleo, a patto naturalmente di respirarvi un clima sereno, ci si troverà benissimo per il resto della sua vita».
E quando sarà chiamato lui, o lei, a formarsi un proprio nucleo familiare?
«Tenderà inesorabilmente a riproporre il modello che ha interiorizzato. Se sarà disgustato dal suo nucleo d'origine, si porterà dietro questo disgusto. C'è sempre un'interdipendenza, fra il modello della famiglia di origine e quello della famiglia acquisita».
Coraggio, cari lettori. Sotto a preparare l'albero e il presepe, via di corsa a comprare i regali. Il segno di ciò che seminiamo resterà per un tempo lunghissimo.


Gennaio 2011

Anno nuovo vita nuova, si dice. E il primo pensiero è che questo arco nascente chiamato 2011, frazione del cerchio della nostra esistenza, sia un altro dono del quale dobbiamo essere grati. Poi ci sorge un dubbio: forse non per tutti è così. Le condizioni possono variare di molto, e in certi casi c'è poco da ringraziare! Ma inforchiamo gli occhiali, stiamo per leggere il parere di Andrea Camilleri.
Maestro, cos'è la vita? Un regalo, una condanna, un giro su una giostra?
«Intanto c'è da fare una piccola premessa. Può sembrare un assurdo, ma nessuno di noi, per vivere, ha presentato una domanda a chi di competenza. La vita è qualcosa che non deriva dalla nostra volontà. Tutti siamo stati messi al mondo da qualcun altro. A me fa ridere, certe volte, quando le giovani puerpere cominciano ad essere preoccupate per il ritardo nel parto, cosa che avviene abbastanza di frequente. Mi viene in mente che forse, chi in quel momento nuota nella pancia materna, ci sta così bene che non ha nessuna fretta di uscirne. Magari ha già l'idea che dopo sarà peggio. Probabilmente, attraverso la madre, matura una percezione di ciò che è il mondo esterno. E magari tanta voglia di affrontare questa nuova realtà non ce l'ha. La vita è quella che ci capita. Non scegliamo nulla, né il luogo né il tempo. Tanto meno i genitori».
Una tegola che ci cade addosso, detta così…
«Dipende da ciò che troviamo. Se vi è una condizione di buon agio in casa, è chiaro che avremo assicurata una crescita tranquilla. Il gioco si fa interessante quando un genio nasce nelle condizioni più difficili. Il destino non tiene conto della classe sociale e della ricchezza, è un burlone. Fa scherzi, come mettere un talento grandissimo nel figlio di un morto di fame. In casi come questo si verificano forti sconvolgimenti, perché è difficile che chi è realmente dotato fallisca. Anche quando parte da condizioni impressionanti, sotto zero, se vale riuscirà comunque a farsi largo nella vita. Si trova una forza naturale, nell'individuo provvisto di una particolare intelligenza. Una forza capace di mutare del tutto le condizioni iniziali».
Come definirebbe la nascita, alla luce di ciò che ci ha detto?
«Un ticket, un po' come un biglietto di andata e ritorno per il treno. Non si conosce la durata del viaggio, può essere di pochi mesi, dieci anni o novanta. Nel percorso sono sicuramente comprese alcune cose: le malattie, le disgrazie, l'invecchiamento. Il problema di molte persone, io credo, è quello di non pensare al ticket. Per questo mostrano grande sorpresa di fronte alla propria decadenza fisica e mentale. Come se fosse un fatto inaspettato. Ma non è vero, era compresa nel biglietto. Tentare di ribellarsi a questa curva, a questo effetto di ritorno, è la cosa più sciocca che l'uomo possa fare. Quella più saggia è adattarsi alle mutate condizioni e cercare di arrivare più serenamente possibile alla fine del viaggio».


Febbraio 2011

Fra le stagioni non si può fare una gerarchia. Ognuno ha la sua, per meglio dire, perché - per fortuna - il gusto delle persone è quanto di più soggettivo e personale abbiamo. Certamente ogni stagione ha il suo fascino, i suoi frutti, il suo prezioso tesoro di mesi e giorni che, per mille motivi, attendiamo e viviamo con gioia particolare. È un fatto però che l'inverno, coi suoi rigori, rende più difficili le uscite e gli spostamenti, le attività all'aria aperta e gli incontri, in definitiva la vita sociale. L'inverno ci rende più isolati, più fragili. Quale momento migliore, dunque, per affrontare con Andrea Camilleri una riflessione sul tema della solitudine, come condizione connaturata all'esistenza umana? Andiamo subito a sottoporvela.
Caro Maestro, una domanda facile facile.
«Ho capito, c'è la fregatura».
Ma ci mancherebbe! Proprio da noi… una fregatura. Figurarsi. Cos'è la solitudine, Maestro?
«Appunto. Beh, cosa le posso dire. Ce ne sono così tanti livelli, tutti fra loro diversi! Vediamo di ridurre il discorso alle due principali manifestazioni. La solitudine può essere una scelta, e in questo caso mi faccia dire che non la capisco, perché non è una cosa che a me verrebbe naturale. Oppure può essere imposta dalle circostanze».
Un incidente di percorso, nel viaggio della vita…
«Ecco, restiamo nella metafora del viaggio. Come si fa a compierne uno lungo quanto una vita stando da soli? C'è da spararsi subito. Ci sono però situazioni disgraziate».
Si può essere soli anche in mezzo agli altri?
«Decisamente sì! Intendiamoci, che per una persona ci sia un momento di solitudine, di astrazione, è possibile. Dico di più: è inevitabile e sacrosanto. Per qualche tempo possiamo distaccarci, per riflettere, per meditare. Ma poi dobbiamo subito reinserire il contatto, la spina. Ci astraiamo per avere un momento di riposo o per digerire meglio determinate nozioni, i motivi sono i più vari. Ma sono modi di reazione a fronte di un moto continuo di azione. Parliamo un po' con il nostro animo, e va benissimo, l'importante è che, all'esito, riprendiamo a parlare con gli altri. La famosa "notte che porta consiglio", ad esempio, è un tempo nel quale noi affrontiamo un dialogo interiore. Non siamo soli, siamo "con noi stessi". Quel tempo serve a chiedersi: ho fatto bene o ho fatto male? Ci si ragiona sopra. Sì, ho sbagliato, vediamo come posso sistemare la faccenda. Ma… mi sta ascoltando?».
La chiacchierata termina con un fiume di scuse. Ma si sa, a volte capita di astrarsi…


Marzo 2011

Marzo, vento di libertà. Chi l'ha detto? Non si sa, in realtà ce la siamo inventata adesso. Ma è vero che l'arrivo della primavera, per non dire di altri venti che spirano in tempi recenti da certi vicini Paesi, porta sempre con sé una grande voglia di rinnovamento. Voglia di esplorare il mondo che ci circonda, di non fermarsi all'ovvio, di allargare i nostri orizzonti.
In primavera maturano bei frutti, la tavola se ne colora volentieri. Magari, perché no?, è maturo pure il tempo di una nuova riflessione. In compagnia di Andrea Camilleri, naturalmente. E… sulla libertà, naturalmente.
Caro Maestro, cosa ci dice della libertà? Pensavamo: un uomo libero che vive in un Paese libero, alla fine, quanto è effettivamente libero? Quanto dispone di se stesso?
«Intanto, quando noi parliamo di libertà riferendoci a un mondo come il nostro, parliamo sempre di una libertà relativa e condizionata. Cioè a dire: tu sei libero di fare alcune cose che non producono danno ad altri, o a te stesso. Io sono libero di mangiare cinque cannoli, ad esempio, ma non dieci. Non venticinque».
Un'immagine molto triste, questa…
«In effetti. Soprattutto se parliamo dei prodotti di alcune pasticcerie siciliane che conosco, che sono davvero ottimi. Ma non siamo qui per fare pubblicità, giusto?».
Certamente no. Magari, però, se in separata sede ha qualche consiglio da dare, lo accettiamo volentieri… Curiosità culturale, nemmeno a dirlo.
«Vedremo. Tornando al discorso di prima, la libertà che noi arriviamo a contemplare è relazionata in special modo all'esistenza di un prossimo. Su questo non c'è alcun dubbio. Se ci convinciamo di ciò, quindi, ci rendiamo conto che l'uso della libertà non è altro che il buon uso della relazione con gli altri. Un bene da amministrare, ecco la definizione migliore. Posso usare un gioco di parole?».
Se non lo può fare Lei, Maestro…
«La libertà è un bene da amministrare bene. Soprattutto, devono saperlo fare i governanti. Non si può sottovalutare o darlo per scontato: abbiamo la libertà. Essa va invece tenuta d'occhio quotidianamente. Come dire, bisogna passarci periodicamente lo straccio per la polvere, perché anche senza volerlo le si possono fare danni seri, senza pensare che un atto, una legge, rischiano di avere conseguenze lesive della libertà. Essa è l'oggetto più fragile che esista, ma è al tempo stesso un elemento indispensabile, esattamente come l'aria. Noi non avvertiamo l'aria in condizioni normali, ne avvertiamo l'assenza quando ci manca. La medesima cosa avviene per la libertà. Appena comincia ad essere limitata, ce ne accorgiamo eccome!».


Aprile 2011

Avevamo concluso la precedente riflessione con il Maestro andando ad atterrare su un terreno facile facile: la libertà. La conclusione, più o meno, era che essa non esiste in assoluto. Sono troppi i vincoli che la frenano, a partire da quelli che siamo così bravi a inventarci da soli. Un altro gigante della letteratura siciliana, Luigi Pirandello, ci ha spiegato molto bene questo concetto, raccontandoci la storia del povero Mattia Pascal, a cui non bastò vivere due volte per avere una libertà intera: segno che in ogni esistenza non c'è neppure mezza libertà, se la matematica non è un'opinione... Ma un dubbio ci è rimasto, e ce lo dobbiamo proprio togliere.
Maestro, almeno quella del pensiero è una libertà assoluta? Sulle ali della mente non possiamo andare dove vogliamo?
«Sì, è così, ho paura che sarò costretto a darle ragione».
Questo mi dispiace profondamente. In che senso, scusi?
«La frase più ridicola che io abbia mai letto in vita mia è stata pronunziata dal dottor Cersosimo, il Procuratore Generale del Tribunale speciale che condannò Antonio Gramsci. Lui disse: "Bisogna impedire a questo cervello di funzionare". Ora, se Dio vuole, è impossibile impedire a un cervello di funzionare. Per meglio dire, l'unico modo di farlo è spegnere il cervello medesimo. Trovo entusiasmanti i resoconti sui vari Giordano Bruno o Tommaso Campanella, che hanno patito orrende torture ma hanno resistito al dolore, il loro cervello ha continuato ad essere libero. Un giorno un carceriere, dopo aver trasportato sulle spalle uno di loro, non ricordo più quale dei due, incapace di muoversi per le torture, fece un rapporto. "Sembrava che piangesse", scrisse, invece vidi che rideva. È meraviglioso. Cosa c'era da ridere? "Loro pensavano che io non ragionassi più", diceva quello, "invece lo facevo ancora". La mente è la cosa più grande che abbiamo, il regalo più straordinario che abbiamo ricevuto. E ancora non sappiamo cosa contenga, ne conosciamo una minima parte! È sorprendente, ad esempio, con quanta facilità oggi un bambino impari ad usare le nuove tecnologie. Sono immediati, nascono - come si dice a Roma - "già imparati". Ogni tanto mi vengono a chiedere: ma lei come le vede, tutte queste diavolerie moderne? E io rispondo: benissimo. Perché tutto ciò che moltiplica i contatti fra le persone va benissimo. Io temo l'isolamento, tutto quel che favorisce la comunicazione, ben venga».
Qual è il limite della volontà?
«Essa può essere infinita e non realizzabile, come può essere limitata e realizzabile. Ha dei limiti che non s'impone. La volontà - devo ripetere un concetto già espresso per la libertà - non può essere assoluta, dev'essere relativa al fine. Se è commisurata a un obiettivo preciso, forse riuscirà a realizzarlo. È anche tenacia, persistenza, costanza».


Maggio 2011

È felice un'ape? Per Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, lo era senz'altro: "Un'ape che se posa su un bottone de rosa…", e via poetando. È felice una vongola? Qui ci viene da sorridere, eppure per gli americani il detto è proprio quello: happy as a clam, felice come una vongola. Non chiedeteci il perché, non siamo di Boston né di Las Vegas. È felice una rondine? Saremmo pronti a giurarlo: cosa ci può essere di più gaio e leggero del suo volo senza barriere?
Presunzioni. La verità è che ogni singolo essere vivente può parlare solo per se stesso, a patto di avere gli strumenti per comunicare. Almeno in questo noi umani siamo avvantaggiati. Abbiamo la parola, il linguaggio. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e un'altra cosa che ci caratterizza, ahimè, è una particolare complessità.
Ne nasce un quesito ulteriore: è di ostacolo, per essere felici, essere complessi? Potrebbe darsi. Ma poiché tutte queste domande proprio facili non sono, è d'uopo chiedere aiuto a Chi sapete. Qualcuno che conta diverse primavere e di rondini dovrà pur intendersi. Un Autore che ha sempre il sorriso e la battuta sulla punta della sua penna.
Caro Maestro, cos'è la felicità?
«Anche in questo caso, come per l'amore, ci troviamo di fronte a una parola che ha diversi significati. La felicità è dovunque, secondo me; basta saperla vedere. Ci sono, anche alla mia tenera età di ottantacinque anni, mattini in cui mi sveglio e mi sento incredibilmente felice. Omissis sui dolori alle ossa, omissis sugli altri doloretti o fastidi di turno, è così. Un miracolo che avviene con assoluta semplicità, senza una ragione particolare. Di fronte a una realtà come questa, innegabile… come la mettiamo?».
La sensazione di un mattino, d'accordo. Ma… uno stato emotivo che possa avere caratteristiche di maggiore permanenza?
«La felicità assoluta, permanente, credo sia molto difficile. Essa può comunque essere una condizione abbastanza duratura dell'esistenza umana. Qualcosa che viene, va, poi torna. Insomma: che accompagna da presso il nostro cammino. Vediamo però d'intenderci bene. Se tu vuoi la felicità con la Effe maiuscola, magari pure gigante, comincia a esserci qualche problema di definizione della parola. Dobbiamo allora scendere sul piano pratico. La felicità, se ci pensiamo, è tale proprio perché conosciamo quei doloretti di cui parlavo prima e anche dolori molto più grandi. Essa è sempre comparativa: sto bene in quanto so che cosa vuol dire stare male, stare peggio di così».


Giugno 2011

Sorride spesso, il Maestro, e non da solo. Sorridono i suoi personaggi, contenti di essere finiti in uno dei suoi libri, perché lo sanno che in quelle pagine ci sarà da divertirsi. Sorride anche Angelica, protagonista di un romanzo uscito qualche mese addietro da Sellerio. Il titolo è… Il sorriso di Angelica, appunto. Che nella fattispecie non è la magnifica donna amata da Orlando bensì Angelica Cosulich, femmina "trintina" di bell'aspetto, da poco trasferita presso la sede della Banca siculo-americana di Vigàta. Andiamo a raccontare: in paese ne succedono di tutti i colori e pure in bianco e nero, una banda di ladri ha preso a ripulire gli appartamenti dei professionisti più agiati. La sequenza dei furti, che si ripetono sempre uguali, diventa una difficile sfida per Salvo Montalbano, a cui il capo dell'organizzazione rivolge una speciale considerazione. A un certo punto arriva il turno dell'avvenente bancaria, che al commissario ricorda in modo impressionante l'eroina dell'Orlando Furioso come l'aveva immaginata ai tempi della scuola. Ma è meglio farselo raccontare con le parole dell'Autore.
Com'era questa donna, Maestro?
«Pricisa 'ntifica, 'na stampa e 'na figura con l'Angelica dell'Orlando Furioso, accussì come lui se l'era immaginata e spasimata viva, di carni, a sidici anni, talianno ammucciùni le illustrazioni di Gustavo Doré che sò zia gli aviva proibito».
Era meglio la sua descrizione, l'avevamo detto. I versi e le suggestioni del poema di Ariosto ricorrono di frequente nel romanzo, colorandolo di un fascino antico. La vicenda come sempre è originale, divertente, appassionante e piena di sorprese sino all'ultimo. Naturalmente ci scappa anche il morto, sennò che giallo sarebbe? Uno dei componenti della banda trapassa, il che rende la sfida più dura e cruenta. La soluzione nell'ultima pagina, certo, ma è dopo la conclusione che si trova la chicca migliore.
Ce la vuole spiegare, Maestro?
«Il sorriso di Angelica è il primo libro che ho pubblicato dalla scomparsa di Elvira Sellerio, straordinaria esponente della cultura e dell'editoria italiana nonché mia carissima amica. Nella "Nota" dopo il romanzo ho voluto ricordare la cura, l'attenzione e l'affetto con cui leggeva i suoi autori, svelando un piccolo retroscena: un dettaglio della storia che non tornava e di cui solo lei si era accorta, nonostante le tante riletture mie e di altri. Un piccolo omaggio, la mia dedica finale, che Elvira Sellerio ampiamente meritava».


Luglio 2011

Abbiamo diversi esempi, anche in casa nostra, di piccoli mondi creati da grandi autori. Di recente abbiamo ricordato Antonio Fogazzaro, morto un secolo addietro, che col suo Piccolo mondo antico ha trasferito generazioni di lettori e studenti nella cornice meravigliosa del lago di Lugano. E poi basta invertire le parole del titolo, in Mondo piccolo, e incontreremo il primo episodio della serie di Don Camillo, di cui Giovannino Guareschi ci ha fatto dono nel secolo appena passato. Affreschi di vita paesana, di gente ricca o povera, bella o brutta. Ce ne sono tanti nella nostra letteratura che non potremmo mai elencarli tutti. Vogliamo però parlare di un frutto recente di questa pianta sempre piena di germogli. Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta, uscito da Sellerio, è una delle ultime "fatiche letterarie" del nostro Maestro, se possiamo usare questa espressione in realtà non molto attagliata (a giudicare da quanti libri sforna non è affatto una fatica, semmai è faticoso stargli dietro!). Si tratta di un'antologia che comprende otto racconti, ciascuno definibile come un piccolo romanzo, nei quali compaiono personaggi e vicende di un paese immaginario ormai divenuto un tòpos ben conosciuto della letteratura italiana. Ne fanno parte nobili e contadini, studentesse e signore perbene, che poi tanto perbene… Ma c'è soprattutto un elemento fiabesco, mitico, che pur mescolandosi perfettamente a un momento storico ben definito e a un contesto narrativo pienamente credibile, ci fa tornare alla mente il realismo magico di certi autori dell'America latina. Si va dalla fine dell'Ottocento agli anni del Fascismo, fino allo sbarco alleato e al primo dopoguerra. E ci viene il dubbio, leggendo, che il nostro mondo di carta sia più vero di quello reale, sempre così difficile da definire. E ci viene da parlarne con il diretto interessato.
Caro Maestro, cos'è il mondo? Nessuno lo conosce tutto, ciascuno vive la sua realtà, il suo microcosmo…
«È così. Proviamo a fare qualche esempio, in rapporto al problema della conoscenza. Noi abbiamo Marco Polo con Il Milione: è uno che viaggia, arriva in terre sconosciute e ne traccia un resoconto. Dall'altra parte c'è chi, come Marcel Proust nei sette volumi di Alla ricerca del tempo perduto, descrive un immenso viaggio compiuto… attorno alla sua stanza. Il bello è che, ai fini della conoscenza, l'uno e l'altro hanno la stessa valenza. Ovvero: la conoscenza che l'uomo matura durante il suo viaggiare attraverso un paesaggio esterno è importante quanto il mutamento interno che avviene durante il viaggio. La conoscenza è il mutamento. Quindi, comunque la mettiamo, che uno sia stato sedentario o che abbia percorso tutte le strade del mondo, il problema è l'arricchimento che ne ha tratto, sia contemplando i luoghi raggiunti, sia contemplando se stesso. Il valore conoscitivo di se stessi è uguale al valore conoscitivo degli altri. Se diamo questo senso alla vita, ciascun viaggio ha un significato, uno scopo. Altrimenti rischiamo di stare tutto il tempo a domandarci: ma perché diavolo l'ho fatto, questo viaggio?».


Agosto-Settembre 2011

Agosto, tempo di vacanze e di spiagge. Di ombrelloni e letture sotto gli ombrelloni. Di riflessioni e domande, da fare sempre sotto… quegli oggetti lì. Ma non è detto che, all'ombra di…, insomma, avete capito, ci si debba interrogare per forza su problemi di scarso rilievo. Che si debba banalizzare tutto. Perché in realtà, a ben vedere, proprio quando riusciamo a liberare il pensiero dagli affanni quotidiani e dalle urgenze, è la volta che ci affiorano alla mente le questioni davvero importanti. Quelle che rimandiamo sempre a tempi migliori, che poi non vengono mai.
D'estate finisce un anno di lavoro, molto più di quanto non si concluda al 31 dicembre. Ci si accorge del tempo messo a frutto e di quello perduto, perché a volte lo sprechiamo. Ci si osserva, anche: la "prova costume" è un'occasione per fare una riflessione sul proprio aspetto. I cosiddetti segni dell'età. I ragazzi si allungano, gli anziani si accorciano, chi sta in mezzo spesso si allarga. In ogni caso il corpo si modifica, perché nulla nel tempo resta immutato. È positivo, se ci pensiamo, perché se non fossimo anche noi in perpetuo movimento, come la giostra sulla quale ci troviamo, sarebbe difficile non avere il mal di testa. Ma questo tempo che passa, e sembra non farlo, questa clessidra che a volte scorre lenta e altre volte ha un ritmo vorticoso… in che consiste, esattamente?
Maestro, cos'è il tempo?
«Immagino non mi stia chiedendo notizie di un quotidiano romano di antica tradizione».
Ehm, immagina bene. In effetti mi riferivo a…
«Ho capito! Che dire? Il tempo segue una classificazione soggettiva: la nostra. Non è mica la stessa cosa per tutti, il fatto che questa dimensione trascorra. Per qualcuno è una benedizione, per altri una iattura. Dipende».
E poi ci sono considerazioni, per così dire, di ordine soprannaturale…
«La Bibbia, nella Genesi, utilizza una sintesi estremamente efficace: Dio creò l'uomo in un giorno. Poi ci sono tutte le aggiunte successive, la creazione degli elementi naturali e degli esseri viventi, giorno per giorno fino ad arrivare al settimo, nel quale, come è scritto, Egli "si riposò". Magari questa cosa andrebbe un po' aggiornata, considerando l'usanza sempre più diffusa della settimana corta…».
Proveremo a suggerire l'aggiornamento. E questi sette giorni, come possiamo leggerli?
«La faccenda veramente seria, a parte lo scherzo di prima che spero mi sarà perdonato, è proprio la seguente. A quanto corrisponde, un giorno di Dio? I sette giorni della Creazione equivalgono a una nostra settimana? Entriamo in un grande mistero».
E Lei, che di enigmi è un esperto, questo mistero come lo risolve?
«Come chiunque altro. Vivendo».


Ottobre 2011

Nei giorni in cui scriviamo non si fa che parlare di cinema. Ve n'è ben donde, con il trionfo di film presentati di recente a Venezia, uno più bello dell'altro. Un panorama che ha visto sviscerare vecchi e nuovi temi: dall'eterna lotta fra Bene e Male richiamata dal Faust di Alexander Sokurov, che si è aggiudicato il Leone d'Oro, all'immigrazione trattata in Terraferma di Emanuele Crialese, che non ha sfigurato, mantenendo in Italia il prestigioso Premio della Critica.
È singolare, però, che nel titolo di un romanzo da poco consegnato alle librerie sia richiamata una pellicola datata, udite udite, 1948, segnatamente La signora di Shanghai del gigante del cinema Orson Welles.
Naturalmente ciò è opera di Andrea Camilleri, che fa spiegare da Salvo Montalbano in persona - "pirsonalmenti di pirsona", direbbe Catarella - perché l'ultimo giallo che lo riguarda si chiami proprio Il gioco degli specchi.
«'Na vota mi capitò di vidiri 'na pillicola di Orson Welles - racconta il commissario al fidato ispettore Fazio -, nella quali c'era 'na scena che si svolgiva dintra a 'na càmmara fatta tutti di specchi e uno non accapiva cchiù indove s'attrovava, pirdiva il senso dell'orientamento. Mi pari che con noi vonno fari lo stisso 'ntifico joco».
Lo dice perché è in atto un vero e proprio depistaggio, da parte di chi ha messo una bomba in un deposito, diretto a far andare l'investigatore siciliano su una pista del tutto sbagliata. Un gioco degli specchi nel quale è facile smarrirsi. Ma non perde la bussola il protagonista del romanzo, che come sempre risolve il caso, né tanto meno il Maestro Camilleri, che per suggellare il suo amore per la settima arte si reca a Venezia nei giorni della mitica Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.
La sua meta è un po' diversa, in verità: è quel Teatro La Fenice riaperto al pubblico dopo un restauro nel 2003, ove si è tenuta la cerimonia conclusiva del Premio Campiello. E di questo gli chiediamo.
Cosa ci faceva, Maestro, in un noto teatro veneziano, la sera del 3 settembre scorso intorno alle 23.30?
«Mi state interrogando? Devo chiamare subito il mio avvocato?».
Mai al mondo! Però qualcosa abbiamo visto, in diretta su Rai Uno…
«Negare sempre, è la regola. Però, se proprio sostenete che io fossi lì, la ragione sarebbe da domandare ai responsabili della Confindustria veneta e della Giuria, che hanno ritenuto di dare a me il Premio Fondazione Campiello».
Un chiaro errore giudiziario, assegnare un riconoscimento del genere allo scrittore italiano più conosciuto al mondo, un Autore da oltre dieci milioni di copie, tradotto in trentacinque lingue. Un fatto davvero increscioso…
«Trattandosi di me, non posso che essere d'accordo».


Novembre 2011

Nel peregrinare della vita si fanno tanti incontri. Occasionali, importanti, sgraditi, desiderabili. Un compagno di viaggio a cui dobbiamo rassegnarci è il dolore. Fisico, morale, durevole, passeggero. Quanti aggettivi in queste righe! In fondo la vita è tutta una questione di aggettivi. Che segno ha il nostro cammino? È bello o brutto? Infelice o felice?
Ma veniamo al motivo profondo di queste riflessioni, al tema che vogliamo trattare. Il dolore. In autunno cadono le foglie, in novembre si ricordano i morti. Siamo foglie anche noi, destinate a cadere. Lo sappiamo tutti, è un fatto di natura. Eppure, quando una foglia si stacca dal grande albero della vita, non è facile contenere la sofferenza. Un discorso rilevante, che ci sembra meritare questa paginetta.
Maestro, il dolore. Quale pesa di più: quello fisico o quello morale?
«Io mi sento un privilegiato, nel dare la mia risposta a questa domanda, in quanto ho scoperto, negli anni, che la mia soglia di resistenza al dolore fisico è molto alta. Con questo non sto invitando nessuno a pestarmi un piede o a darmi una randellata sulla testa, certe cose fanno male anche a me. Però riesco a tollerarle, se proprio devo. Di conseguenza, per me, quello che ha sempre prevalso è il dolore per così dire morale, rispetto a quello fisico».
In effetti è già qualcosa. E… volendo assegnare la palma alla sofferenza maggiore?
«Credo che i dolori più forti che mi sono trovato a patire siano da collegare sempre alla scomparsa di una persona cara, perché ne avverto l'irreparabilità. Il dolore di un abbandono è irrecuperabile. Sulle altre mancanze una pezza ce la puoi mettere e, anche se sai che è una pezza, ti accontenti. Ma di fronte alla scomparsa vera, definitiva, di una persona che hai amato, che sai di aver perduto per sempre, è difficile guarire. Ti pare, in un caso del genere, che la sofferenza sia un fatto razionale, pur a fronte di una sua irrazionalità di fondo».
Irrazionalità nel senso che…?
«Nel senso che la morte era compresa nel biglietto per il viaggio della vita. Delle cose del mondo, nel tempo, acquistiamo la coscienza. Sappiamo di essere destinati alla bara. Sappiamo pure che questo non riguarda solo noi, ma anche le persone a cui siamo legati. Ciò nonostante, quando una di esse ci viene a mancare, ci sembra un tradimento dell'universo, un fatto inaccettabile. Siamo strani».
Forse siamo solo umani, Maestro.
«Umani, ha ragione. E meno male che riusciamo ad esserlo ancora».


Dicembre 2011

Quella del "patto col diavolo" è un'immagine molto conosciuta. La riferiamo a chi sembra avere tutte le fortune, anche se magari non le meriterebbe. Ci richiama alla memoria il Faust, del quale non possiamo accordare la paternità al buon Goethe. Se ne consolerà facilmente, il genio di Francoforte sul Meno, che di meriti letterari ne ha più che a sufficienza. Il personaggio nasce molto prima, nel 1590, in un'opera teatrale di Christopher Marlowe, esponente di spicco, anche se offuscato da Shakespeare, del Teatro Elisabettiano. Ultimo ad occuparsi dell'ambizioso dottore è il regista russo Alexander Sokurov, che con la sua versione cinematografica si è di recente portato a casa il Leone d'Oro di Venezia.
Conosciamo anche l'espressione "avvocato del diavolo", utilizzata per chi sfrutta qualunque cavillo per confutare la tesi avversaria. È interessante segnalare che la figura è davvero esistita: era colui che si opponeva alla dichiarazione di un nuovo Santo nei processi di canonizzazione instaurati dalla Chiesa. Ha provveduto ad abolirla papa Giovanni Paolo II, nel 1983. Quattordici anni più tardi, in un film chiamato proprio L'avvocato del diavolo, Al Pacino impersonava il capo di un potente ufficio legale, che era in realtà… Satana stesso.
Un interessante avvocato-diavolo, o per meglio dire tacciato di esserlo, è protagonista dell'ultimo romanzo di Andrea Camilleri, La setta degli angeli (Sellerio). Si ispira a un personaggio realmente esistito, Sandro Teresi, di cui parlarono Filippo Turati e Luigi Sturzo, difensore degli oppressi e ingiustamente accusato di patti satanici dai suoi nemici, realmente malvagi. È una parabola sul male, una favola senza lieto fine, un racconto sul capovolgimento della giustizia che ci ricorda L'eccezione e la regola di Brecht. E la domanda ci viene spontanea.
Maestro, da dove viene il male?
«Io non credo al male metafisico, ritengo piuttosto che noi siamo fatti come le particelle di Majorana, questo grande fisico scomparso. Tuttora la Scienza cerca di capire meglio il suo concetto di particelle elementari. Il problema della Fisica, fra materia e antimateria, è: dov'è andata a finire quest'ultima, che non si trova più? L'ipotesi di Majorana è che essa si trovi nella stessa materia, ovvero che in una particella ci siano sia l'una sia l'altra. Credo che anche noi siamo miscelati allo stesso modo, con il bene e il male. Ci sono tutti e due, sono le sfaccettature di una medesima essenza. Sono le due possibilità, fra le quali nella vita siamo continuamente chiamati a scegliere. Decidiamo e, per quanto possa sembrare cinico, diciamo di volta in volta: beh, io a questo un pugno glielo darei, ma una coltellata no. A quello gliene dico quattro. Ma non otto. Otto sono troppe. Otto diventa male, quattro è il giusto. Il tipo che sistematicamente te ne dice dodici è un'altra cosa, ma lì c'è un problema di formazione. Sono forme di difesa, arrivismo, voglia di potere incanalata male».


Gennaio 2012

La scrittura è l'arte di dipingere con le parole. Lo rappresenta molto bene Mr. Gwyn, ultimo romanzo di Alessandro Baricco (Feltrinelli), che ad un affermato scrittore inglese fa abbandonare la stesura dei suoi libri a favore di inediti ritratti fatti di carta e inchiostro, realizzati attraverso una procedura piuttosto inusuale.
Andrea Camilleri va oltre. Nel suo La Vucciria. Renato Guttuso, edito da Skira, che riporta in copertina un dettaglio del quadro del celebre pittore siciliano, si diverte a dare una vita, un respiro, ai personaggi raffigurati nel dipinto. Lo fa attraverso le vicende narrate nel racconto che apre il volume, chiamato La ripetizione. La ripetizione, già, perché le storie che scorrono nelle sue pagine su piani paralleli sono due, molto simili fra loro. La prima, che si svolge "la matina de lo cinco settembrino de lo mille e seicento e cinco", ha per protagonista la bella Anna Canzoneri che, col suo semplice passare fra i banchi dell'antico mercato palermitano, alimenta passioni capaci di trasformarsi in tragedia. Un intreccio, quello che cresce nelle pagine del Maestro di Porto Empedocle, in cui compaiono due malvagi commercianti, un innamorato chiamato Antonello, un enigmatico Inquisitore e la temuta accusa di stregoneria.
Anche i personaggi principali della seconda vicenda, ambientata ai giorni nostri, si chiamano Anna e Antonello. Lei è sposata con Peppe, un uomo rozzo e violento, e la scintilla che la trascina in un vortice sconosciuto si muove ancora una volta fra le bancarelle del mercato caro a Guttuso. Ma noi, fra quei vicoli stretti e pieni di odori meravigliosi, non intendiamo perderci. E dunque...
Che ci faceva, Maestro, nel mercato della Vucciria?
«Quello è un luogo a cui si collegano ricordi fra i più belli e struggenti della mia vita. Fra il 1944 e il 1947, cioè a dire non proprio l'altroieri, frequentando l'Università di Palermo, mi recavo da quelle parti quasi ogni giorno con i miei amici, a mangiare 'u pani cu 'a meusa. Ne andavo pazzo».
Dura vita, quella dello studente…
«Può dirlo forte. Ma la Vucciria, che poi è un nome che viene dalla Spagna - il più famoso mercato iberico è la Boqueria di Barcellona, dove l'iniziale si pronuncia 'V', Vocheria -, è un luogo magico, nel quale ogni accadimento è possibile. Non a caso Renato Guttuso, di cui nel 2012 ricorre il centenario della nascita, aveva pensato di raffigurare nel suo capolavoro proprio quello».
Il centenario. Dunque il suo racconto è un omaggio al grande pittore.
«Esattamente. Si usa, fra noi amanti del pane con la milza».


Febbraio 2012

La vita è bella perché è varia. Uno scrive romanzi siciliani, anzi sicilianissimi, e quei libri, come messaggi nella bottiglia, arrivano dritti dritti nei mari del Nord. Trovano la riva nella patria di grandi letterati, come il creatore di Gulliver Jonathan Swift o quello di Dorian Gray, il tormentato e fascinoso Oscar Wilde. Sbarca su una terra irta di scogliere e avanza attraversando prati erbosi, il commissario Montalbano, e lungo la strada incontra un Ulisse firmato da Joyce, Le ceneri di Angela di Frank McCourt e altre arti vicine alla narrativa come la poesia, rappresentata da William Butler Yates, e il teatro, a cui Camilleri ha dedicato tanta parte della propria vita. Il teatro dell'assurdo di Samuel Beckett, che speriamo abbia smesso di aspettare Godot, e quello più brillante di George Bernard Shaw, con il suo immortale Pigmalione. Che quest'anno compie un secolo: quasi quasi se ne dovrebbe parlare…
Il diligente e ironico servitore della legge di Vigata sta bene attento ad evitare cattivi incontri, come il vampiro Dracula inventato da Bram Stoker, ma procede. E da buon investigatore qual è, non trascura di indagare sul presente, scambiando quattro chiacchiere con i contemporanei. Con loro è più semplice dialogare, del resto, e così il buon Salvo, che per tanti italiani ha ormai il volto di Luca Zingaretti, s'intrattiene con William Trevor, al quale ruba Notizie dall'Irlanda, e col più giovane Roddy Doyle. Che sarà pure Irlandese al 57%, come ha scritto, ma della propria isola conosce vita, morte e miracoli.
Perché è proprio della verde isola posta dirimpetto all'Inghilterra che stiamo parlando, lo avrete capito. A Dublino, il 6 dicembre scorso, Andrea Camilleri ha ottenuto un riconoscimento prestigioso, la laurea honoris causa in Lettere allo University College fondato dal cardinale Newman, nel quale James Joyce studiò l'italiano. Un bel traguardo, per lo scrittore di Porto Empedocle conosciuto oggi in tutto il mondo, e un cerchio che si chiude dato che, con l'Irlanda, il Nostro ha un legame molto particolare. Ce lo spiega volentieri, non facendo mistero della sua soddisfazione.
«Io sono stato il primo a portare in Italia un'opera di Samuel Beckett, Finale di partita. L'ho fatto nel lontano 1958; anni dopo l'ho trasferita in televisione con una versione interpretata da Adolfo Celi e Renato Rascel, poi di nuovo in teatro, infine alla radio. Un testo che ho molto amato, come si comprenderà».
L'Irlanda però ha ricambiato, Maestro, scoprendo per prima le Sue opere…
«È vero, i miei romanzi sono stati tradotti per la prima volta proprio in gaelico, l'antica lingua irlandese, e questo bel rapporto si è ulteriormente rafforzato nel dicembre scorso. A Dublino, a dispetto di un clima non proprio temperato, l'accoglienza che mi è stata riservata era veramente calda!».


Marzo 2012

Il diavolo, certamente. Anzi no, mettiamolo in corsivo, è il titolo di un libro. Il diavolo, certamente. Pubblicata da Mondadori, questa selezione di racconti ha come tema centrale, nemmeno a dirlo, l'oscuro Signore in baffi e forcone che tanto ha fatto parlare di sé nel corso della Storia, comprando anime a tutto spiano e offrendo in cambio solo l'eterna dannazione. Andrea Camilleri se ne occupa alla sua maniera. Nelle sue pagine, 3 per 33 racconti, a evocare (senza citarlo espressamente!) il 666 che è proprio il numero della Bestia, s'incontrano i più svariati personaggi: filosofi in lotta per il Nobel, partigiani traditi da piccoli roditori, ladri gentiluomini, magistrati fuorviati dai libri gialli, monsignori in difficoltà, bambini in pericolo oppure eretici. Tantissime donne, alle prese col più dorato degli inferni: l'amore. Ma il vero protagonista è lui, il diavolo, che in ogni storia mette il suo zampino, facendo degenerare gli accadimenti in una direzione che non è agevole prevedere né definire. Dietro l'ironia della sorte c'è una riflessione profonda e sottile sul senso stesso dell'umano destino, che è quello di affannarci continuamente nell'insano tentativo di nascondere la verità o di apparire migliori, nell'eterna ricerca di una felicità che non si può raggiungere ma solo riconoscere. Le riflessioni che attraversano la raccolta svelano una verità che è il vero obiettivo della narrazione: un minuscolo dettaglio, una burla del destino, può deviare il corso di un'intera esistenza. Ma è proprio qui il bello, perché la consapevolezza di questa verità deve spingerci a vivere con pienezza e fatalismo. È inutile inseguire chimere o dannarsi per ottenere qualcosa, quando non si è certi che ciò porti al risultato. Però, questo diavolo nel titolo…
Maestro, cosa ha scritto? Un protagonista diabolico, le stanno simpatici i satanassi?
«Dipende. Magari proprio simpatici no, ma sono meglio loro di tanti furbetti mascherati da angeli, che poi angeli non sono...».
Dov'è lo zampino del diavolo, nella vita di tutti i giorni?
«Lo ha già messo nella domanda. È proprio "nella vita di tutti i giorni", negli avvenimenti che prendono una piega diversa da quella che ci aspettavamo. Le cose che, come si dice, "vanno storte"».
Ma è proprio detto che siano andate storte?
«Infatti. C'è quella famosa storiella del giovane che si rompe una gamba, se ne lamenta e il vecchio saggio del paese lo ammonisce: "Chi ti dice che sia una sventura?". Poi scoppia la guerra, tutti i giovani partono per il fronte e resta solo quello ferito. E il vecchio: "Chi ti dice che sia una fortuna?". Infatti al villaggio arrivano nemici… e si potrebbe continuare all'infinito».
Anche a starLa a sentire, Maestro. All'infinito.



Last modified Saturday, March, 24, 2012