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Il nipote del Negus

 

Autore Andrea Camilleri  
Data di pubblicazione 25 marzo 2010  
Editore Sellerio  
  romanzo audiolibro
Pagine 277  
Collana La memoria n.810  
Prezzo € 13,00 € 19,00
e-book € 8,99 (formato epub, protezione acs4)  
Voce recitante   Andrea Camilleri
Lettrice   Monica Demuru
Durata   5 ore e 28 minuti
Contenuti   Lettura integrale in 5 CD.
Con un volumetto con una Nota dell'editore
e due scritti di Andrea Camilleri
A cura di   Gush
Regia   Monica Nonno
Regia video   Lorenzo Letizia
Studio di registrazione   Spiritosound (Roma)
Fonico   Edoardo Verde

 

Così il principe abissino viveva tra lusso e amanti mentre studiava in città
di Walter Guttadauria (La Sicilia, 21.2.2010)

Cliccare qui per il video in cui Camilleri legge alcuni brani (Sellerio)


«In questo romanzo prendo spunto da un fatto realmente accaduto. Negli anni Trenta a Caltanissetta, prima della guerra d’Etiopia, venne a studiare nella scuola mineraria il nipote del Negus, ovviamente spesato dalla sua Corte. Si trattava di un principe di sangue reale, un personaggio interessante, originale. Si discuteva dei confini con la Somalia e prese in giro tutti».

Nell’agosto del 1929 il nipote del Negus Ailé Selassié si iscrive alla Regia Scuola Mineraria di Vigàta. La cosa provoca un generale scompiglio: al nipote regale deve essere riservata una accoglienza all’altezza del suo rango; questo è l’argomento dell’esilarante corrispondenza tra ministero degli Esteri, Prefetto, Questore di Montelusa, federale di Vigàta, direttore della scuola, ognuno preoccupato, in realtà, di salvare il posto.
Dalla scuola viene allontanata qualche testa calda e il principe viene accontentato in ogni suo desiderio. Amante della bella vita, elegante, Grhane Selassié non bada a spese, si fa confezionare abiti ricercati e, visto che i soldi del governo etiopico non bastano mai, comincia a fare debiti. Per di più è un impenitente vitellone e le amanti non si contano.
Le cose precipitano quando il nipote viene sollecitato – su idea di Mussolini in persona – a scrivere una lettera di sperticati elogi sul fascismo, lettera da indirizzare allo zio Ailé Selassié; la cosa, infatti, potrebbe tornare utile nel contenzioso tra Italia ed Etiopia sui confini con la Somalia. Il nipote del Negus si fa pregare, poi cerca di sottrarsi e, mentre traballano ministri, prefetti e questori, la vicenda diventa farsa.
Con Il nipote del Negus - costruito come La concessione del telefono, in una trama fatta di missive, telegrammi, articoli e proclami, dispacci governativi, conversazioni - Camilleri torna alla sua vena più antica, quella più irriverente e comica che fa pensare al Birraio di Preston. E lo fa con quell’intelligente e contagioso divertimento, con quella mescolanza tra storia e fantasia che i suoi lettori conoscono.

Eja, Eja, Alalà! Fu già tempo in cui si andava in camicia nera; si cantavano inni; si marciava nelle parate. Una forza guerriera ingagliardiva l’Italia, una scattante prestanza virile: una lungimiranza politica, un'indomita fierezza, una virtù d’impero. Bisognava pur credere a tanto andar su di schiuma, e prender aria e vento, e darsi gonfi e impettiti. Quando la menzogna si accasa nella storia, sono gli atti di fede, e le adunanze, e i manganelli, che fanno la verità. Ci volevano, a Vigàta, le furberie e le mattacchiate di uno scavezzacollo di principe di colore, la selvatica estrosità e il talento per gli affari di un diciannovenne ben arnesato e sessualmente senza briglie, la spudoratezza e l’inclinazione astuta di un nipote del Negus, i puntigli e le impuntature principesche di uno studentello straniero senza letto e senza tetto, che allettava gli occhi e invaghiva i cuori, per umiliare l’onore, l’orgoglio virile, le mire colonialistiche, le prolisse incompetenze del regime, e il nazifascistico razzismo. Il nipote del Negus, il principe Grhane Sollassié Mbassa, è stato iscritto alla Regia Scuola Mineraria di Vigàta. Si rivela un virtuoso della bricconeria e un atleta dell’inganno: tutti brontolando, e lui bravando; promettendo molto, le autorità, e ancor più pagando, senza nulla mai ottenere. Cosa non tollerano tutti, cosa non tentano. Anche il Duce schiuma e freme, a Roma, e subisce a rate i tiri bassi dell’etiope: di quel tizzone d’inferno, coccolato e foraggiato, che scalcia e corvetta; e sfugge al dover suo di dar testimonianza in terra italica, e attestato scritto laggiù, in colonia, del viver bello e libero e generoso della «civiltà» fascista. La giovialità teatrale del principe, i suoi stratagemmi tattici, i suoi trucchi, le mascalzonate e le puttaneggiate, confluiscono nel gioco largo di una beffa che la «verità» falsa del regime rivolta nell’impostura vera del latin sangue gentile e della baracconata storica. Camilleri compagina e rilega, in un gustoso dossier, cose dette e cose scritte. Alle carpette della documentazione d’archivio intercala «frammenti di parlate». Sono veri documenti falsi e falsi documenti veri, allestiti con l’astuzia e la perizia di un falsario che vuol dare spazio di teatro al bottarisposta, al parlottare e al chiacchiericcio di un villaggio in cui tutti stanno guancia a guancia, a portata di voce e di gazzetta. Come il giovanissimo principe del romanzo, anche Camilleri è, a modo suo, un frodolento secondo verità: burla e beffa scrivendo, e inventando documenti, per stare alla fine dalla parte della verità storica.
Salvatore Silvano Nigro


«Io vorrei essere considerato un contastorie, come mi sono autodefinito, cantastorie no perché sono stonato, ma contastorie sì…».

Chi ha avuto l’occasione di ascoltare “dal vivo” Camilleri - alla radio, a una presentazione, in un’intervista - è rimasto conquistato dal suo modo di raccontare: la sua narrazione, fatta di pause e inflessioni, genera un ritmo che è fondamento stesso di una scrittura densa di suoni, di rumori, di timbri.
Per questo motivo, in occasione della pubblicazione del nuovo romanzo di Camilleri, Il nipote del Negus, - una vicenda farsesca ambientata nella Sicilia del 1930 - viene proposto in libreria l’audiolibro con la storia letta dalla viva voce del suo autore: per la prima volta in Italia vengono pubblicati contemporaneamente - ma indipendenti l’uno dall’altro - il volume a stampa e l’audiolibro. Il progetto nasce proprio per un’opera - assimilabile per genere e struttura a Il birraio di Preston e a La concessione del telefono - particolarmente adatta a essere proposta come audiolibro e “interpretata” dal suo stesso autore.
Ha detto Camilleri a proposito del suo metodo di scrittura: “Quando penso di avere raggiunto quello che volevo dire, scatta in me un secondo piano che è la lettura ad alta voce del testo. Leggendo prendo un certo ritmo, do un certo colore, tanto che potrei raccontarla quella pagina come se l’avessi inventata in quel momento”.
La voce di Camilleri ricrea l'atmosfera del racconto orale della tradizione e dota la neolingua dell'Autore della sua, per così dire, interpretazione autentica.


Scrivere e leggere ad alta voce
Dopo avere scritto e magari più volte corretto e riscritto una pagina, prima di ritenerla degna del ne varietur, la sottopongo a una prova per me definitiva, vale a dire la lettura ad alta voce.
Inevitabilmente, dopo, sono quasi sempre costretto a rimetterci le mani perché la lettura ad alta voce, oltre a ripetizioni di parole, disattenzioni o comuni errori non avvertiti attraverso la scrittura, ha evidenziato soprattutto inattese cadute o improvvisi rallentamenti del ritmo narrativo, del fluire del racconto.
Sicché, quando mi è stato chiesto di leggere Il nipote del Negus per farne un audiolibro, ho accettato con entusiasmo, sicuro che l'impresa non avrebbe comportato nessuna difficoltà.
E invece ne ho trovate.
La più grossa è stata quella di come leggere un romanzo che non ha la forma del romanzo tradizionale, ma si presenta come un dossier composto da cartelle o carpette che contengono lettere, ritagli di giornale e documenti vari, alternate a dialoghi o frammenti di discorsi.
È un modo di raccontare, già da me sperimentato con La concessione del telefono e con La scomparsa di Patò, che chiede la massima collaborazione del lettore il quale deve, per esempio, immaginarsi la fisicità dei singoli personaggi, i luoghi (strade, piazze, ambienti al chiuso o all'aperto) dove le azioni si svolgono e via di questo passo.
Se avessi scelto la strada della lettura oggettiva, per niente partecipata, essendo io l'unico lettore, una singola voce per una molteplicità di interlocutori, a mio parere si sarebbe corso il rischio di mettere l'ascoltatore in una condizione d'estremo disagio perché non avrebbe potuto distinguere, dal solo ascolto, a quale dei personaggi appartenevano le parole che stavo leggendo.
Mi sono reso conto che l'ascoltatore futuro sarebbe stato una sorta di non vedente e immediatamente mi sono tornati alla memoria dei versi, certo non incoraggianti, di Wislawa Szymborska:

Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
Non pensava fosse così difficile.
Gli trema la voce.
Gli tremano le mani.
Sente che ogni frase
È qui messa alla prova dell'oscurità.


Si poteva facilmente cadere, in ultima analisi, nell'incomprensibilità del testo. Non si sarebbe superata la prova dell'oscurità della quale parla la grande poetessa polacca.
Come fare? Dopo averci a lungo pensato, l'unica soluzione che ho intravisto è stata quella di fornire a ogni singola voce un minimo di caratterizzazione. Ma non essendo un attore, questo modo di restituzione vocale della lettura m'è costato un certo imprevisto impegno.
Ancora: mi sono accorto, già fin dalla prima prova al microfono, che una cosa è leggere a se stesso, privatamente, una propria pagina all'interno del proprio studio, non avendo altra finalità all'infuori di quella del controllo della scrittura e tutt'altra cosa è leggere una pagina sapendo che quella lettura è pubblica, destinata cioè ad altri, agli ascoltatori.
È una sensazione difficile a spiegarsi a parole. Posso solo dire che, stranamente, è stato per me come se mi fossi venuto a trovare sulle tavole di un palcoscenico, anche se nello studio di registrazione non c'era pubblico.
Un'ultima confessione: dopo che sono stati pubblicati, evito accuratamente di rileggere i miei libri. Quando sono costretto a farlo perché qualche traduttore mi domanda chiarimenti su una frase o una parola, provo una specie di estraniamento, quasi non riconosco ciò che ho scritto.
Verso i miei libri stampati ho una sensazione di rigetto. Questo è dovuto, probabilmente, al fatto che, rileggendoli, sempre ne scorgo i limiti e i difetti e sono di conseguenza tentato di riscriverli ex novo.
Questo non mi è accaduto registrando Il nipote del Negus. Anzi dirò, a voler essere sinceri sino in fondo, che mi sono abbastanza divertito.
Spero che si divertano anche gli ascoltatori.
Andrea Camilleri

(Testo presente sul volumetto allegato all'audiolibro, pubblicato su La Repubblica del 25.3.2010)


REGIO MINISTERO DEGLI ESTERI
IL MINISTRO

Al Cavalier Carmelo Porrino
Direttore Regia Scuola Mineraria
Vigàta


Prot. n. 234/675/B
Oggetto: Principe Grhane Sollassié

Roma, 20 agosto 1929

Camerata!
Ci è giunta richiesta urgentissima da parte di S. E. il Ministro Plenipotenziario dell’Etiopia in Italia affinché il nipote del Negus Neghesti Ailé Sellassié, Re dei Re e Imperatore, possa iscriversi a cotesta Regia Scuola Mineraria per frequentarne il corso triennale e ottenerne il diploma.
Il giovane, che chiamasi Grhane Sollassié Mbssa e ha il titolo di Principe, è nato ad Addis Abeba il 5 marzo 1910, e disporrebbe quindi dell’età giusta e dei requisiti necessarii, essendosi diplomato presso il Regio Convitto Nazionale «Vittorio Emanuele» di Palermo che ha frequentato dal 1927. Parla l’italiano perfettamente. Questo Ministero sarebbe in linea di massima favorevole alla accoglienza della domanda, rilasciando la concessione dei nullaosta per l’iscrizione, ma ritiene dirimente che voi, in qualità di Direttore della Regia Scuola, svolgiate una previa e discreta indagine presso gli allievi, ed eventualmente anche presso i loro genitori, circa l’accoglienza che il giovane potrebbe ricevere dai suoi compagni di studio.
Trattasi, come può bene apparire alla sensibilità vostra, di situazione da maneggiare con abilità somma, inquantoché il giovane, malgrado sia un negro, è comunque un Principe etiopico e per di più nipote diretto del Negus, il quale pare che lo tenga in grande considerazione.
Capirete quindi come un qualsiasi sgarbo, un malaugurato equivoco, una involontaria mancanza, un infelice giovanile dileggio, possano far nascere con estrema facilità un incidente diplomatico che, al momento attuale, assai nuocerebbe all’illuminata politica estera che il nostro Duce guida con romana e preveggente determinazione.
Naturalmente, nello sciagurato caso dovesse capitare all’interno della Scuola uno qualsiasi dei suddetti malaugurati eventi, questo Ministero non potrebbe che darne segnalazione al Ministero dell’Educazione Nazionale affinché valuti la responsabilità della Direzione della Regia Scuola Mineraria di Vigàta e prenda gli opportuni provvedimenti disciplinari.
Data l’imminenza dell’apertura dell’anno scolastico, attendiamo una vostra sollecita risposta.
Saluti fascisti

per il MINISTRO
il Capo di Gabinetto
Corrado Perciavalle

P. S.
La retta prevista per la frequenza della Regia Scuola, consistente in lire 350 mensili, sarà a carico di questo Ministero degli Esteri.


REGIO MINISTERO DELL’INTERNO
IL MINISTRO

Numero protocollo 21340098/B/112
Oggetto: Principe Etiopico
Al Commendatore Felice Matarazzo
Prefetto di Montelusa

Roma, 21 agosto 1929

Camerata!
Una comunicazione testé giuntami dal nostro Ministero degli Esteri mi informa che, all’apertura del prossimo anno scolastico, è assai probabile che presso la Regia Scuola Mineraria di Vigàta si iscriva, come allievo, un giovane etiopico (quindi negro) di nome Grhane Sollassié Mbssa, di anni 19.
Il suddetto è un Principe, nipote del Negus Neghesti Ailé Sellassié, Re dei Re e Imperatore d’Etiopia.
Il caso in oggetto presenta alcuni problemi che desidero sottoporvi e che vanno tutti risolti con oculata e fascistica fermezza.
Ove il Ministero degli Esteri concedesse il placet all’iscrizione, mi corre obbligo di richiamare nuovamente alla vostra attenzione che il giovane etiope, benché Principe, è pur sempre un negro.
(...)
Ebbene, non è possibile ipotizzare che qualche losco sovversivo comunista, purtroppo ancora in libertà grazie alla generosità del Duce, approfitti della presenza del giovane negro in paese per insultarlo e aggredirlo a bella posta, sì da far nascere uno scandalo internazionale che la stampa estera, al Fascismo ostile, sarebbe ben lieta di ingigantire a dismisura?
In tale deprecabile caso l’incidente internazionale sarebbe purtroppo inevitabile. E avrebbe di conseguenza delle sgradevoli ripercussioni sulla geniale politica estera del Duce.
Buon senso vuole allora che tutti i comunisti, i socialisti, gli anarchici, i sovversivi, ancora presenti in Vigàta, ancorché già schedati, siano sottoposti a più oculata sorveglianza da parte delle Forze dell’ordine e anche, ove lo si ritenga opportuno nei casi di eccessiva e ingovernabile faziosità, che siano adottate misure restrittive e detentive.
Attendo vostro celere riscontro.
Saluti fascisti

per il MINISTRO
il Capo di Gabinetto
Antonio Fortuna

(L'incipit qui riportato è stato pubblicato su Il Secolo XIX del 25.3.2010)


VIGÀTA – CAMERA DA LETTO CASA BUTTICÈ
8/9/1929, ore 22
Pippì, allura ’stu bissino arriva o non arriva?
– Pare che arriva.
– Vero è che camina scàvuso?
– Ma quannu mai! Porrino parlò col Direttore del Convitto di Palermo. Porta scarpi che costano quanto a dù misate di stipendio mio!
– Allura è riccu?
– Sfunnato! Principe è!
– Chisto non significa nenti. ’U Principi di Santa Venerina non havi soldi manco per accattarisi i giornali. ’U Principi di Torricola havi le pezze al culu. ’U Principi di…
– La finisci cu ’sta litania? Dumani a matino mi devo susiri alle sei!
– Pippì, senti ’na cosa.
– Bih, chi camurria! Che c’è?
– Mi vrigogno a parlari.
– Ma comu? Prima mi vuoi spiare una cosa e doppo ti vrigogni a spiarimilla? Parla, santu diavuluni! E appresso fammi dormiri!
– Abbassa la vuci! Se gridi accussì, arrisbigli a Michilina!
– Va bene. Me l’addumanni ’sta cosa o no?
– Aieri la signora Burruano, alla nisciuta della missa, mi disse che ’sti bissini… ’nzumma… pare che ’sti bissini… ’sti bissini…
– Ora mi piglio ’u matarazzo e minni vaiu a dormiri nel retrè.
– Aspetta, che mi vrigogno assà. In nomu del Patre, del Figliu e dello Spiritu Santu. Signuruzzo, nun lo spio per intentu maliziusu, ma per farinni buon usu. Amen.
– Pazza niscisti? Ora ti metti a prigari e a diri giaculatorie?
– Pippì, veru è che ’sti bissini ce l’hanno granni e grossa quanto la proposcite di un elefanti?
– Ma che vi viene in testa a voi fìmmine? Omo è, non è elefanti!
– Ah, sia ringraziatu Diu! Bonanotti, Pippì, dormi.
– Ennò, Carmelì! Ora tu me la conti tutta! Pirchì ringrazii Diu che la minchia del bissino è di misura normale?
– Non parlari accussì! Non diri parolazze!
– Io dico parolazze quantu mi pari e piaci! Carmelì, a costo di fari matina, tu ora parli.
– Pinsavo a nostra figlia.
– A Michilina? E chi c’entra Michilina con la min… col bissino?
– Pinsavo che capace che ’stu bissino potiva essiri un bon marito per nostra figlia.
– Tu sei completamente pazza!
– Stammi a sintiri. Se quanno arriva ’stu Principe, tu, dato che sei il segretario della Scuola Mineraria, lo inviti un jorno a mangiare qua da noi accussì accanosce a Michilina e…
– … e sinni torna di cursa in Abissinia! Tu a tò figlia la vidi con l’occhi di matre, e va beni, ma Michilina laida assà è! Havi le gamme torte, i baffi e pari ’na negra!
– E pirchì, iddru non è macari lui negro?

(Il brano qui riportato è stato pubblicato su La Stampa del 25.3.2010)


Last modified Sunday, November, 16, 2014