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La barca


L'11 maggio del 1949 il ventiquattrenne Andrea Camilleri pubblica sul quotidiano
L'Ora un racconto intitolato "La barca". È uno dei primi scritti dell'autore empedoclino, che ha già fatto il suo esordio l'anno precedente su un altro giornale. "La barca" viene impaginato su tre colonne di spalla, senza alcun distico, col solo titolo e firmato in coda.


Con un ultimo deciso strattone la barca fu tirata a riva e non appena giacque sulla sabbia come un goffo e pesante animale sprofondato nel sonno, Carlo e Francesco si asciugarono le mani strofinandole sui pantaloni, salutarono con un borbottio indecifrabile e, stanchi per il faticoso lavoro durato tutto il giorno si avviarono verso la calda zuppa di pesce e il letto come verso un favoloso paradiso.
Matteo, rimasto sulla spiaggia con suo figlio, seguì con lo sguardo i due che si allontanarono fino a quando li vide sparire inghiottiti dal buio e quindi si volse a guardare la barca. Era una notte serena, calda, neppure increspata da un filo di vento e la luna che non si era ancora levata preannunziava la sua prossima apparizione con un latteo chiarore al di sopra dei monti, quanto bastava a Matteo per poter distinguere le agili e perfette forme dello scafo, l’albero dritto verso il cielo, il biancore soffice della vela arrotolata.
Per un poco egli stette immobile, lo sguardo fisso, mentre chiarissime quasi scandite, gli tornavano alla memoria le beffarde parole che Francesco aveva dette alla barca quando, dopo aver finito di pescare, stavano veleggiando verso la costa: “Addio, bella mia, sei diventata troppo vecchia per tenere ancora il mare: domani stesso Matteo ti venderà come legna per ardere”; poi incerto, come esitando, levò una mano di tasca e sfiorò con la punta delle dita il fianco gelido dello scafo ancora gocciolante d’acqua. Subito quel freddo contatto gli diede un brivido, una scossa che gli percorse tutto il corpo dalla testa ai piedi e che, stordendolo, gli fece premere automaticamente con forza la palma della mano aperta sul legno.
E questa volta un languore estenuante s’impadronì all’improvviso dei suoi muscoli, una tenerezza dolciastra lo strinse alla gola, lo fece sprofondare in una intrattenibile commozione infantile. “Papà”.
La voce del figlio che lo richiamava alla realtà lo fece sobbalzare: ritirò di scatto la mano come se si fosse bruciato, la rimise in tasca.
“Ebbene?”.
“Dicevo se non è l’ora di andarcene anche noi”.
“No”.
Era stato troppo brusco, troppo deciso. Ma che ne potevano capire gli altri? Domani la barca non sarebbe più esistita: ascie e seghe avrebbero spezzato, martoriato il legno… E quella sera era come quando si veglia un agonizzante, un moribondo che non si può lasciare solo ad attendere la morte.
“No”- ripeté e indovinando nel buio lo sguardo stupito del figlio aggiunse ancora: “Senti, io domattina mi devo alzare all’alba perciò tanto vale che resti qui. Ma tu puoi andartene”.
“Va bene. E per cenare come fai?”
“Ho qualcosa che m’è rimasta da oggi”.
“Allora buonanotte”.
“Buona notte…”
Era finalmente solo: si avvicinò ancora di più alla barca, sedette sulla sabbia, trasse dalla tasca un involto, l’aprì, prese il pane e il formaggio che vi trovò dentro e si mise a mangiare distrattamente di mala voglia. L’intensa commozione di prima l’aveva abbandonato con la stessa rapidità con la quale era venuta ed ora si sentiva svuotato dentro, con il cervello restio a formulare dei pensieri come nelle afose giornate di scirocco. Poi quando ebbe finito di mangiare si distese supino, guardò per un attimo nel cielo le stelle che vi brillavano e, chiudendo gli occhi, stese adagio una mano fino ad incontrare la chiglia della barca. Rimase fermo così sperando che il ritmico e monotono rumore del mare accelerasse la venuta del sonno.

***

Lo svegliò un colpo sordo e improvviso come se qualcuno avesse battuto con una pietra sull’altro fianco dello scafo e la prima cosa che vide, aprendo gli occhi, fu la luna ormai alta nel cielo. Si rese conto di aver dormito a lungo e ancora mentre stentava a riprendere completa conoscenza udì un altro colpo seguito da un inconfondibile rumore di passi dentro la barca. Il primo impulso di Matteo fu di alzarsi e di gridare per rivelare la sua presenza ma una strana inerzia lo trattenne dal porre in atto questo suo pensiero e lo inchiodò sulla sabbia.
Udì ancora dei passi e poi più niente, nessun umore, nessuna voce. Se non fosse stato ben sicuro di non aver sognato, si sarebbe rimesso a dormire, tanto tutto era ritornato calmo attorno a lui. Ma fu appunto questo repentino silenzio che lo turbò e lo insospettì maggiormente. Che cosa volevano fare alla sua barca?
Matteo lasciò trascorrere qualche minuto e poi quasi trattenendo il respiro si alzò, si eresse con cautela sulla punta dei piedi e guardò al di sopra del bordo dello scafo. Sul fondo, scomodamente distesi sul legno, c’erano un ragazzo e una donna che si baciavano, avvinghiati.
Per un attimo sembrò a Matteo che tutto attorno a lui si fosse ancora di più oscurato, una fitta nebbia grigia e rossa gli calò davanti agli occhi e dopo, quando la scena crudelmente illuminata dalla luna tornò a ricomporglisi davanti, un’ira delirante e selvaggia lo aggredì squassandolo tutto.
Pallido, febbrile, ma senza che una sola parola gli uscisse dalle labbra serrate, si sfilò la cinghia dei pantaloni, con un solo salto fu dentro la barca e prese con quella sibilante sferza improvvisata a colpire bestialmente.
Il grido di paura che i due lanciarono l’eccitò maggiormente, picchiò ancora più forte e, mentre il giovane riavutosi per primo dalla sorpresa saltava giù dalla barca e scappava senza voltarsi indietro, egli vide le gambe della donna scoperte e con un balzo vi fu sopra, calpestò quel biancore coi tacchi, lo batté con la cinghia sino a quando non vide più niente e capì che anche la donna era fuggita.
E allora, mentre una grande tristezza gli cadeva addosso, si mosse lentamente, andò a prendere un bugliolo pieno d’acqua e con uno straccio cominciò a lavare il legno della barca, nel punto preciso dove i due si erano coricati, con gesti amorosi e leggeri come se stesse curando delle ferite.


Il racconto è stato ripubblicato su
I Quaderni de l’Ora, anno 1, n.2, marzo 2011.




Nel 1949 collabora con L'Ora di Palermo un giovane Andrea Camilleri che pubblica sul giornale quattro racconti brevi.
L'autore ricorda che L'Ora era l'unico quotidiano ad avere una "terza pagina" dedicata alla cultura degna di questo nome.
(Tratto da Diario Civile - L'Ora, storia di un giornale antimafia, andato in onda su Rai Storia il 2.4.2014 )

 



Last modified Sunday, May, 11, 2014