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Prefazione

Ho scritto questo racconto, che oggi Agrigentonotizie.it comincia a pubblicare, il cui titolo, "La finestra sul cortile", vuole essere un esplicito omaggio a Hitchcock, per aiutare la diffusione di un giornaletto di quartiere, Il Nasone di Prati, fatto da un gruppo di giovani miei amici.
Tra parentesi, con "nasone" si intende la fontanella stradale che dispensa acqua fresca ai passanti e che è detta così per la particolare forma del rubinetto.
Ritenni dunque indispensabile ambientare la vicenda proprio nel quartiere Prati, dove abito da oltre cinquant'anni, fingendo una trasferta romana di Montalbano al quale un amico che deve assentarsi da Roma cede il suo appartamento da scapolo. Appartamento la cui cucina ha una finestra che si apre su un grandissimo cortile.
Il cortile che ho descritto è quello che per anni ho visto da una finestra di casa mia. Naturalmente, gli abitanti degli appartamenti che danno nel cortile del mio racconto sono assolutamente di fantasia, non hanno nessun rapporto con coloro che vi abitano nella realtà.
Mi divertiva l'idea di mettere il mio commissario di fronte a un paesaggio per lui inconsueto. Egli infatti è abituato a vivere a Marinella, in una villetta singola, avendo difronte a sé la spiaggia e il mare. Un cortile popoloso è per lui una novità assoluta e una fonte di continuo interesse.
Come nel film di Hitchcock egli si trova a spiare, anche involontariamente, la vita degli altri. Quale occasione migliore con un uomo che ha l'istinto della caccia, come diceva Hammett?
Il respiro narrativo di questo racconto è per me alquanto nuovo: infatti c'era la necessità di una scansione per capitoletti ognuno dei quali non doveva superare le due-tre cartelle. Ho fatto una certa fatica perché, narrativamente, ho il respiro più lungo, ma spero di esserci riuscito lo stesso.
Comunque sia, buona lettura.

Andrea Camilleri, 28 giugno 2008



La finestra sul cortile


Prima puntata
"Il signor Questore l'aspetta. La introduco subito" - disse a Montalbano il capo di gabinetto Lattes e proseguì:
"Tutto bene in famiglia?".
Quello s'era amminchiato, da anni e anni, che Montalbano era maritato e patre di figli. Lui, le prime volte, aviva circato di dirgli che non sulo non aviva né mogliere né figli, ma che era macari orfano di patre e di matre.
Non c'era stato verso. Ogni volta la stissa dimanna. E un bel jorno il commissario s'era arrinnuto e gli aviva risposto che a casa, ringrazianno la Madonna, godivano tutti di bona saluti. L'aggiunta del ringrazio alla Madonna ce l'aviva mittuta pirchì era un modo consueto di diri di Lattes e aviva pinsato che la cosa gli potiva fare piaciri.
E quindi macari stavolta la risposta fu quella di sempri:
"Tutti bene, ringraziando la Madonna".
L'altro però lo taliò tanticchia dubitoso.
"Che c'è Montalbano?".
"Perchè?".
"Ma non so, ho sentito nella sua voce come un...".
Certo che aveva sintuto qualichi cosa nella so voci. Era arragatata, squasi da raffreddori, pirchì aviva passato mezza nuttata assittato supra la verandina della so casa di Marinella a sbacantarisi tri quarti di una buttiglia di whisky nella spiranza che gli calava il sonno. Ma non potiva diri a Lattes la virità.
"Ci ha indovinato. Lei è molto perspicace. Sono un pochino preoccupato".
"Di che?".
"Il mio più piccolo ha la rosolia".
E di subito si pintì d'aviri ditto una simili minchiata sullenne. In primisi, pirchì ora, con i vaccini, non c'era cchiù nisciun picciliddro che si pigliava la rosolia e in secundisi pirchì l'ultima volta gli aviva contato che il figlio cchiù nico stava dando la maturità.
Ma Lattes non ci fici caso.
"Non si preoccupi, tipica malattia infantile. Passerà, ringraziando la Madonna".
Tuppuliò alla porta dell'ufficio del Questore, la raprì a mezzo, ci infilò la testa dintra, disse qualichi cosa, ritirò la testa, raprì del tutto la porta, si fici di lato per lassarlo passare.
"Si accomodi".
Aspittò che il commissario fosse trasuto e doppo gli chiuì la porta alle spalli.
"Buongiorno" - salutò Montalbano.
Bonetti-Alderighi, il Questore, gli fici un gesto con la mano senza isare l'occhi dalle carte che stava liggenno.
Quel gesto vago potiva avire diverse interpretazioni. Potiva assignificari tanto "bongiorno" quanto "venga avanti"; tanto "resti lì" quanto "venga a sedersi"; tanto "mi fa piaciri vederla" quanto "vattela a pigliari in quel posto".
Optò di fari cinco passi e assittarsi nella seggia che c'era davanti alla scrivania.
Con Bonetti-Alderighi non si potiva proprio diri che annassero d'amori e d'accordo. Ogni vota che viniva chiamato alla questura di Montelusa, per un verso o per l'altro sinni tornava a Vigàta col sangue amaro.
Mentri il Questore continuava a leggiri le carte, Montalbano si spiò quali sbaglio potiva aviri fatto per essiri stato convocato di prima matina "Urgentevolissimamenti" come gli aviva ditto Catarella. Si fici un esame di cuscenzia che manco in punto di morti e arrivò alla conclusioni che non aviva nenti di nenti da rimproverarsi.
Ma la conclusioni, invece di tranquillizzarlo, lo squietò. Non era possibile che uno fosse assolutamente 'nnucenti. Almeno il piccato originale, quello doviva avercelo. E dunque macari lui aviva fatto un qualiche sbaglio del quale non si rinniva conto. Ma quali? Capì che se si mittiva a ragiunari sulla colpa e il piccato, capace che arrischiava di cadiri in un problema metafisico. Addecise che abbisognava obbligare il questore a parlari senza perdiri altro tempo. Tussiculiò forti, Bonetti-Alderighi finalmente isò l'occhi e lo taliò come se non l'aviva mai viduto prima.
"Ah, è lei, Montalbano".
"Agli ordini signor Questore".
"Volevo dirle che mi hanno telefonato da Roma. Dal Ministero. Lei è stato prescelto".

Seconda puntata
Montalbano, prima ancora di sapiri per cosa era stato prescelto, si sintì arrizzari i capilli 'n testa. Pirchì era proprio la stissa parola, prescelto, a farlo sudari friddo. Nella Bibbia, essiri prescelto viniva sempri a significari che prima o doppo morivi ammazzato in nome di Dio. Oggi come oggi, essiri prescelto non aviva cchiù questo significato letale, ma quanno 'na voci anonima ti diciva al tilefono: "Lei è stato prescelto...” era sempri o per truffarti come un picciliddro o per fariti spenniri 'na muntagna di soldi convincennoti ad accattare cose di cui non avivi nisciun bisogno.
"Per cosa?” - arriniscì a spiare con un filo di voci.
"Per seguire un corso d'aggiornamento”.
"Non sarebbe meglio farmi seguire un corso d'annottamento?”.
Bonetti-Alderighi lo talìo 'mparpagliato.
"Che cavolo dice?”.
"Ma signor Questore, io ho cinquantasei anni! Tra qualche anno me ne devo andare in pensione! Che m'aggiorno a fare? Prescelgano qualcuno più picciotto di me”.
"L'ho fatto presente a chi di dovere”.
"Embè?”.
"Vogliono lei. Non riesco a capire perché, ma pare che ci tengano molto. Il corso si terrà a Roma e durerà dieci giorni. Inizia il primo febbraio. Alle dieci e trenta di giovedì 1, al Ministero, si presenti al dottor Trevisan”.
"E in commissariato chi resta?”.
"Come chi resta? Il dottor Augello, no? O si ritiene così indispensabile che secondo lei sarebbe meglio chiudere il commissariato in attesa del suo ritorno? Vada, vada”.
Sinni scinnì verso Vigata con la testa china di pinseri uno cchiù nivuro dell'altro. Che jorno era? Il vintinovi era! Epperciò gli arristavano tri jorni scarsi prima della partenza. E come partiva? Col treno o con l'aereo? In treno avrebbi passato 'na nuttatazza ad arramazzarisi dintra a un letto scommodo e duro senza potiri pigliari sonno. Il dottor Trevisan di sicuro si sarebbe scantato a vidirisi presentare un catafero ambulante. E in aereo sarebbe stato pejo. Certo, avrebbe sparagnato tempo ma in compenso il nirbuso che gli faceva viniri il viaggiari a decimila metri d'altizza era, come risultato, l'equivalente priciso 'ntifico di 'na nuttata persa.
Appena misi pedi dintra al commissariato, Catarella si spiritò agitato:
"Ah, dottori dottori! Ah dottori! Dù voti l'acchiamò il dottori Treppisano dal Ministerio di Roma! Dice che è cosa uggentevoli assà! Il nummaro internevole lassò! Che fazzo? L'acchiamo?”.
Doviva essiri Trevisan.
"Chiamalo e passamelo in ufficio”.
 
"Montalbano? Sono Trevisan, il questore le avrà comunicato che...”.
"So tutto. Sarà lei il capo corso?”.
"Io? No. Io sono il coordinatore. Capo corso sarà un egregio collega belga. Antonin Verdez. E' un corso d'aggiornamento europeo, capisce? Ci sono francesi, spagnoli, tedeschi... tutti. Le telefono per farle, a nome di Verdez, una precisa richiesta. Porti con sé la felpa”.
Strammò. E quanno mai aviva avuto 'na felpa? E quanno mai si era mittuta in vita so 'na felpa? E a che potiva serviri 'na felpa a uno che faciva un corso d'aggiornamento per poliziotti?
"Sa – proseguì Trevisan – Verdez, che ama vivere all'aria aperta, intende farvi fare lunghe passeggiate di primo mattino”.
"Ora mi sparo a un pedi e po' dico che m'è scasciata la pistola mentre la puliziavo" – pinzò Montalbano.
Quella era l'unica soluzione possibile, non ne vidiva altre. Si sintiva annichiluto. Lui la matina presto semmai natava, non sinni annava boschi boschi come un fauno con la felpa 'nzemmula a tedeschi, francisi, greci, spagnoli... E po' sarebbiro stati sicuramenti tutti cchiù picciotti di lui e quindi, doppo dù orate di corsa campestre, avrebbiro dovuto rianimarlo con la respirazione bocca a bocca inveci d'ascutari quello che diciva quel mallitto di Verdez.
"Allora l'aspetto giorno 1, d'accordo? Un attimo che le passo un amico”.
"Montalbano? Sono Gianni Viola, come stai? Sono contento di sentirti”.
Gianni! Avivano fatto 'nzemmula il corso nella P.S. Ed erano addivintati amici. Ogni tanto si telefonavano. Beh, se c'era macari Gianni nel corso, le cose cangiavano tanticchia.
"Partecipi pure tu al corso?” - gli spiò.
"No, io purtroppo non ci sarò. Devo andare fuori Roma per una quindicina di giorni”.
"Ah” – fici Montalbano sdilluso. E po' addimannò:
"Senti Gianni, potresti consigliarmi un albergo che...”.
"Guarda che è previsto che dormite in alloggi assegnati dal Ministero”.
E chisto sulo ci ammancava! Macari li facivano dormiri a tutti in una camerata e la matina all'alba l'arrisbigliavano con la trumma!
"Ma se vuoi – proseguì Gianni – puoi andare a dormire a casa mia”.
"Porti con te tua moglie?”.
"Quale moglie? Sono scapolo. L'appartamento è piccolo, ma comodo. Lascio le chiavi a Trevisan. E' in via Oslavia. Nei paraggi ci sono ristoranti ottimi. Vedrai, ti ci troverai benissimo”.

Terza puntata
Alla trattoria da Enzo arrivò con una facci da dù novembiro. Tanto che appena che lo vitti comparire, Enzo s'appagnò.
"Che fu, dottore? Successe cosa?”.
Arrispunnì murmurianno:
"Rotture di cabasisi, Enzo”.
"Dottore, haiu 'na pasta al nivuro di siccia che fa arrisbigliare i morti”.
"Portamela, vediamo se è capace di fari arrisbigliare macari a mia”.
"Ma vossia sino a prova contraria non è morto”.
"Picca ci manca” fici Montalbano pisanno a come si sarebbe sintuto doppo 'na longa passiata mattutina agli ordini di Verdez.
Alla prima furchittata di pasta, capì che non sarebbe arrinisciuto a mangiarisilla. Si sintiva la vucca dello stomaco stringiuta da un pugno di ferro, non ci sarebbe potuta passare 'na spingula.
"Che fa, non le piace?” gli spiò Enzo a mità tra lo sdilluso e il minazzoso.
"Mi piace, ma non ho pititto”.
"Allura veramente morto è” fu il commento di Enzo.
Niscì dalla trattoria senza aviri mangiato nenti. Epperciò non c'era nicissità della solita passiata digestiva e meditativa fino alla punta del molo. Sinni tornò in ufficio. Catarella s'appreoccupò a vidirisillo davanti doppo manco mezzora che era nisciuto.
"Dottori, ma ci andò a mangiare?”.
"Certo”.
"E como fici a fari accussì di prescia?”.
"Mi sono fatto mettere tutto in un unico piatto, la pasta al nivuro di siccia, tre triglie fritte, un bicchiere di vino, uno d'acqua e il cafè”.
Catarella fici 'na facci strammata e scuncirtata.
"Tutto insieme insiemato?”.
"Certo. Tanto nella panza tutto l'insieme non s'insiema?”.
Catarella lo taliò ammammaloccuto e non replicò.
Doppo manco cinco minuti ch'era assittato trasì Fazio.
"Un tentativo d'omicidio ci fu. Ora ora telefonarono. Hanno sparato a un avvocato che si chiama Fillicò Cesare. Mentri sinni stava tornando alla so casa. L'hanno pigliato a una spalla, è allo spitale di Montelusa. Viene?”.
"Dove?”.
"Io direi di cominciare interrogando l'avvocato”.
"Va bene, vacci”.
"E vossia?”.
"Io che c'entro?”.
"Come che c'entra? Vossia non è il dirigente di questo commissariato?”.
"Fazio, m'ha chiamato il questore per dirmi che sono stato prescelto".
"A vossia?" spiò Fazio ammaravigliato.
Montalbano s'irritò. Pirchì tanta maraviglia? Che era un rottame? 'Na pezza di pedi?
"Perchè, secondo tia non sono digno di esssere prescelto?”.
"Ma certo, dottore, vossia è degnissimo. Ma a fare cosa?”.
"A seguire un corso d'aggiornamento a Roma”.
Fu allora che Fazio accapì il motivo del malumore di Montalbano. Lassare la casa di Marinella, non farisi la solita natata quanno che gli spirciava, non mangiarisi le triglie di Enzo... Pejo di 'na quaresima! Si susì.
"La facenna dell'avvocato la vado a dire al dottor Augello”.
"Bravo, se ne occupi lui”.
Passò il doppopranzo senza aviri né forza né gana di fari nenti.
A un certo momento non ce la fici cchiù, gli ammancava l'aria, niscì dal commissariato e sinni tornò a Marinella.
Arrivò che il sole principiava a tramontare. S'assittò sulla verandina. A ponente il cielo era tingiuto di un rosso-arancione che stingeva supra il mari. Si sintì tanticchia racconsolato, il nirbuso c'era sempre, ma era addiventato sopportabile. Annò in bagno, si spogliò, s'infilò il costume, dalla verandina scinnì supra la pilaja. La rina era ancora cavuda. Ma era 'ngannevoli, pirchì l'acqua del mari era fridda.
Doppo una decina di vrazzate, il malumore principiò a svaporare. Quanno tornò a riva, avvirtì che la natata gli aviva fatto smorcare il pititto. Raprì speranzoso il frigorifero e ci attrovò un piatto funnuto che traboccava di caponatina. Ringraziò mentalmente Adelina. Pani e caponata, il meglio mangiare. Doppo stetti a fumare assittato nella verandina. Non pinsava a nenti, taliava il colore del mari che cangiava mentre che la notti avanzava. Squillò il telefono. Si susì di malavoglia per annare a rispondere. Era Livia.
"Come stai?”.
"Bene, proprio bene” arrispunnì. "E' una serata magnifica. Vorrei che tu fossi qua con me”.
"Salvo – fici Livia strammata dalle ultime inconsuete parole – ma ti senti veramente bene?”.
"Sì, il fatto è che stamattina mi ha chiamato il questore per dirmi che devo andare a Roma a seguire un corso d'aggiornamento e la cosa mi ha fatto diventare nervoso. Ma poi è passata”.
"Lo credo bene! Per te andare a Roma è come andare sulle alpi bavaresi!”.
"A proposito, dov'è che si vendono le felpe?”.
"Dovunque. Le trovi anche nei mercatini. Perché lo vuoi sapere?”.
"Ne devo comprare una”.
"Per chi?”.
"Come per chi? Per me”.
"Oddiooddiooddio!” fici Livia principianno a ridiri.
"Che ti piglia?”.
"Non ti ci vedo con una felpa. Oddiooddio! Saresti buffissimo!”.
Montalbano principiò ad arraggiarsi.
"Perchè, secondo te non ci ho il fisico?”.
"Ma via, Salvo, basta che ti guardi allo specchio!”.
Finì a sciarriatina sullenne.

Quarta puntata
Addecise di partiri in aereo. Non se la sintiva di farisi tutte quelle ore di treno, stinnicchiato supra a un letto di centimetri 35 x 10 nel quali a ogni minimo movimento arrischiavi di catafotterti 'n terra. Appena susuto, annò all'agenzia per farisi il biglietto. Da Punta Raisi l'aereo partiva alle setti e mezza del matino e ti dovivi prisintari un'orata prima della partenza. Il che viniva a significari partirisi da Vigata alle quattro e mezza del matino. Datosi che partiva per servizio e non per commodità so, chiamò a Gallo e gli disse che lo doviva accompagnari.
"Quanto ci metti da qui a Punta Raisi?”.
"Un'orata, dottore!”.
"E senza curriri come a Indianapolis?”.
"Un'orata e mezza”.
"Allora domani a matino alle cinco mi vieni a pigliare a Marinella”.
Mezzora di sonno guadagnata. Doppo un dù orate che stava in officio a firmare carte, trasì Fazio.
"Dottore, ora ora mi telefonò Mineo”.
Era un compagno di corso, simpatico, che era vinuto ad attrovare ad Augello. Sinni era partuto per Roma quella matina stissa con l'aereo che il jorno appresso avrebbi dovuto pigliari Montalbano.
"Che voleva?”.
"S'era scordato in casa di Augello 'na busta di fotografie. Dice se gliela può portare lei a Roma”.
"Va bene, fattela dare da Augello... non è in ufficio?”.
"Nonsi, ancora non è arrivato”.
"Recuperate 'sta busta entro stasira che me la metto in valigia”.
"Il dottor Mineo ancora scantato era”.
"Pirchì?”.
"Hanno avuto un viaggio laido assà. Dice che hanno incontrato vuoti d'aria che pariva sprufunnavano senza potiri cchiù sollevarsi”.
Appena che Fazio fu nisciuto dalla cammara, cominciò a considerari seriamente se era propio il caso di pigliari l'aereo. Capace che quella era stata 'na specie di prova ginirali per una caduta definitiva. Va a sapiri come se la pensano gli aerei!
Niscì dal commissariato e annò nuovamenti all'agenzia.
"Vorrei cambiare questo biglietto” fici, pruiennolo alla picciotta graziosa che stava darrè al banco.
"Parte con un altro volo?”.
"No, voglio andarci in treno”.
"Allora io questo glielo rimborso, ma per fare un altro biglietto si rivolga alla mia collega”.
Maria! Quant'era laida e 'ntipatica la picciotta che s'occupava dei biglietti dei treni! Le disse quello che addisidirava.
"Mi scusi, non ho capito bene. Ma lei quando deve essere a Roma?”.
"Domani mattina al massimo alle 11”.
"Allora sarebbe dovuto partire stasera col treno delle 20.30 da Palermo”.
"Che significa sarebbe dovuto?”.
"Quel treno è solo cuccette e vetture letto”.
"Embè?”.
"E' tutto occupato”.
"E io ora cosa faccio?”.
"Doveva pensarci prima!” fici la 'ntipatica col tono di una profissoressa di scola che ti sta futtenno in matematica.
"Venga qui da me” gli disse 'na terza picciotta che si era pigliata di pietà.
Montalbano si spostò.
"Vogliamo provare se trovo una cabina?”.
E perchè no? Se non aviva scelta, partire col papore era l'unica.
Fu accussì che Gallo quella sira stissa lo portò alla banchina del porto di Palermo. Acchianò sulla navi, la gabina era nica e stritta ma passabile, mangiò discretamente al self-service, passiò per un'orata sul ponte, si annò a coricare, si misi a leggiri, po', a picca a picca, cullato dal mari, s'addrummiscì. A Napoli fici a tempo a pigliare il treno e alle deci e mezzo s'attrovò a Roma. Alle unnici e un quarto era al Ministero.
"Hai portato la felpa?” fu la prima dimanna che gli fici Trevisan.
A malgrado che faciva cavudo, Montalbano rabbrividì.

Quinta puntata
Passò tutta la santa jornata in un cammarone della Scuola di polizia indove Antonin Verdez, il belga capocorso, parlò senza firmarisi un momento dalle unnici del matino alle setti di sira, fatta cizzione di un'orata per mangiare (discretamente) alla mensa in una tavolata che era 'na riproduzione, in piccolo, della torre di Babele in quanto che si sintiva parlare in francisi, spagnolo, tedesco, 'nglisi, olandisi e macari in qualichi altra lingua che non accapì.
Alle setti, intordonuto e con la testa che gli fumava, pigliò la baligia, chiamò un tassì e si feci portare in via Oslavia.
L'appartamento che Gianni Viola gli aviva 'mpristato s'attrovava al quarto piano di un palazzone di sei e consisteva in un ingressino, un saloni, 'na cucina abitabile e in un bagno capace. Era pulitissimo, mobili gradevoli, granni finestre che di jorno avrebbiro fatto tanta luci. L'appartamentino gli assollivò lo spirito, gli faciva simpatia, capiva che ci si sarebbe attrovato bono. Sbacantò la baligia, mise la robba nell'armuar e pò annò in cucina. Non l'avrebbe usata se non la matina, quanno sarebbe annato a farisi il cafè. Dintra a un pensile attrovò la machinetta, il cafè e lo zucchero. Era a posto. Si fici 'na bella doccia, si cangiò d'abito e niscì. Si fici tutta via Oslavia e notò che c'era un sulo ristorante. A parti 'na grossa pizzeria. Però Gianni, e questo se l'arricordava beni, gli aviva ditto che ce n'erano tanti. Forsi s'attrovavano nelle vicinanze. E infatti in una via che si chiamava Montesano ne vitti tri di fila coi tavolini supra al marciapedi e tutti e tri molto affollati, signo che si mangiava bono. Quindi, a conti fatti, tra via Oslavia e via Montesano aviva quattro ristoranti a disposizioni epperciò si disse che ne avrebbe cangiato uno a sira. Ma da indove accomenzare? Si sintiva però stanco del viaggio e della jornata passata ad ascutare a Verdez, il chiacchiario delle pirsone assittate ai tavoli gli avrebbe fatto viniri il malo di testa, accussì addecise di accatarisi 'na pizza e portarisilla in casa. Quanno arrivò 'n cucina, trasferì la pizza dal cartone in un piatto e accomenzò a mangiare. In frigo aviva attrovato 'na buttiglia di bianco e si nni servì. A Gianni l'avrebbi riaccatata. Fu mentri era arrivato a mità pizza che gli capitò d'isari l'occhi e di taliare la finestra che aviva davanti. La finestra dava su un cortile che doviva esseri granni assà. Dal posto indove lui stava assittato, contò sidici finestre e tri balcuni. Siccome che faciva cavudo, erano tutti aperti. Per lui era 'na vera e propia novità. A Marinella, quanno mangiava, non vidiva altro che la pilaja e il mari. E prima d'esseri trasferito a Vigata era stato sempri o in case isolate o in palazzi senza cortili. Finita ch'ebbi la pizza, annò alla finestra.
Il cortile era granni come aviva pinsato, c'era un arbolo a mano dritta che ne tagliava la parte destra, ma 'nzumma, non si potiva lamintari. Aviva a disposizioni vintisei finestre e cinco balcuni. A taliarici dintra, si vidiva un munno intero che mangiava, parlava, tilefonava, discutiva, nisciva, trasiva...
Lavò il piatto e le posate e doppo si spostò nel saloni. Gianni aviva 'na televisioni satellitare. S'assittò supra alla pultruna che c'era davanti e addrumò il televisore. Passò accussì un dù orate a taliare 'na pillicola miricana indove c'era un polizziotto che non ne sbagliava una e alla fini arrinisciva ad ammazzari a setti gangster da sulo. 'Na minchiata sullenne. La pizza però gli aviva mittuto sete e allura si susì per annare a vivirisi un dito di vino. Ma appena che fu nella cucina, l'occhio gli cadì alla finestra. Molte luci ora erano astutate.
Un balcuni però, quello che gli stava propio d'infacci, era in piena luci e si vidivano dù picciotti, un mascolo e 'na fimmina, trentini, che ancora stavano assittati benchè avivano finuto di mangiare. Era chiaro che stavano discutenno arraggiati, a un certo momento lui detti 'na gran manata al tavolo tanto forti che 'na posata cadì 'n terra. Montalbano ne ristò affatato, era come vidiri un film muto. Dovivi circari di capiri quello che stava capitanno sulo da quello che vidivi. Lei si susì, accomenzò a pigliari sgarbata i piatti e i bicchieri e niscì di campo. Certo era annata a metterli nel lavello che però era tagliato fora. Il picciotto continuò a parlari agitato. Lei trasì novamenti in campo e si calò, vicinissima a lui, per pigliare la posata che era caduta 'n terra. Era ancora calata a mezzo mentri che si stava risusenno che lui ne approfittò per darle 'na timpulata. Lei non fici nè ai nè bai: semplicementi tentò d'infilargli in un occhio la forchetta che aviva 'n mano. Lui le affirrò il polso e si susì. Lei arriniscì a ricambiare la timpulata con la mano libera. S'agguantarono feroci. E con la stissa ferocia si vasaro. E non la finero cchiù. 'Na vasata cchiù longa di quella di Notorius. Po' Montalbano, strammato, vitti che lui la stinnicchiava supra al tavolino... Allura annò a vivirisi il vino. Quanno ripassò davanti al balcuni, le luci erano astutate.

Sesta puntata
L'indomani a matino si misi santianno la felpa, pirchì accussì aviva raccumannato la sira avanti Verdez, e sinni partì con un taxi per la Scuola di polizia. Doppo manco un quarto d'ora che era arrivato, s'arritrovò con tutti i compagni di corso dintra a un pullman che li portò in una speci di maneggio senza cavaddri dalle parti di Campagnano. Po' Verdez, doppo avirli fatti satare e corriri pejo di un allenatore d'una squatra di calcio, li fici arrivare a piedi in un boschetto, li feci asittare in circolo 'n terra torno torno a lui e accomenzò a tiniri la sò lezioni. Aviva tutta la 'ntenzioni di fari la solita parlata filata di tri ori, ma dovitti interrompirisi doppo manco una mezzorata pirchì capitò l'incidenti. La facenna accomenzò per il fatto che Montalbano, senza addunarisinni, si era ghiuto ad assittari propio supra a un nido di formicole rosse, le quali, com'è cognito all'urbi e all'orbo, sono quelle cchiù guerriere di tutte. Forse pinsarono che il commissario, assistimanno le sò chiappe supra alla loro cità (che doviva aviri minimo un milioni d'abitanti), voliva fari loro uno sfregio e reagirono sdignate, seguendo 'na pricisa strategia di guerriglia. Quanno Montalbano s'accomenzò a sintirisi pizzicari la gamma sinistra e sollivò il pantaloni per vidiri di cosa si trattava, s'addunò che un centinaro di formicole, trasute leggie leggie dintra la tromba dei cazuna, avivano attaccato il polpaccio mancino con la dichiarata 'ntinzioni di sporparisillo in una decina di minuti. Non ebbi il tempo di cataminarisi che vinni pizzicato dintra all'oricchia dritta: una colonna di formicole stava trasenno risoluta ad annargli a perforare un timpano. Una terza pattuglia, formata forsi da formicole alpiniste, accomenzò a passiargli capilli capilli. Montalbano atterrì. S'immaginò completamente arridotto a uno scheletro sporpato che continuava a ristarissinni assittato al posto sò mentri Verdez non la finiva di parlari e a parlari. Satò addritta e si misi a fari voci:
"I furmiculi! I furmiculi!".
Naturalmente, nisciuno, manco gli interpreti, accapirono il significato di quella parola. Ma tutti vittiro che il loro colega accomenzava 'na speci di frenetica danza sciamanica, dannosi grannissime manate sulle gammi, sulla facci, 'n testa e abballanno supra a un pedi sulo. Cridennolo nisciuto 'mprovisamente pazzo, quasi tutti si susirono di colpo addritta e s'allontanarono da lui. Quasi tutti, pirchì il collega tidisco inveci si slanciò con tutto il piso dei sò centodeci chili di stazza contro Montalbano, l'attirrò con una tistata e l'immobilizzò. 'Na mezzorata appresso, chiarito l'equivoco, Montalbano ottenni di potirisinni tornari a Roma e di ristari libiro per il resto della jornata. Appena fu nella casa di via Oslavia si stinnicchiò nel letto. Gli doliva assà la vucca dello stomaco, indove l'aviva colpito la testa del tidisco. E quel dolori gli faciva passare la gana di mangiare. Addecise di farisi qualichi orata di sonno. Verso le cinco niscì di casa e annò alla cerca di un negozio per accattarisi un binocolo. Ma unn'è che vinnino binocoli? A Marinella ne aviva uno abbastanza bono, ma se l'era accattato in una bancarella. A pinsaricci bono, tutti i binocoli che aviva viduto esposti stavano sempri supra alle bancarelle. A piazza Mazzini s'informò con un signore gentile:
"Ci sono bancarelle nelle vicinanze? Mi servirebbe un binocolo".
"Allora deve aspettare fino a domenica prossima che proprio qua ci sarà un mercato".
"Ma in quali negozi li vendono?".
"Non saprei".
Decise d'arrinunziare e si misi a tambasiare. In via Ferrari c'era 'na bella libreria. Ci stetti dintra 'na mezzorata, s'accattò un libro e al momento di pagare s'addunò che aviva lassato il portafoglio a casa. Il libro glielo dettiro lo stisso ("Poi tornerà a pagarcelo"). Si stava facenno 'na gran bella sirata. 'N sacchetta aviva na decina di euro in moneta, tornò verso piazza Mazzini, s'assittò all'aperto in un bar, si pigliò un aperitivo, gli smorcò 'na fami terribili. Che lo fici corriri a casa per recuperare il portafoglio e annare in un ristorante. Appena trasuto, sintì squillare il tilefono. Era Gianni Viola, il patrone di casa.
"Come ti trovi?".
"Benissimo. Hai una bella casa. Ah, senti, Gianni, dove potrei comprare un binocolo? Sai, Verdez vuole che...".
"Ce ne ho uno io. Nel secondo cassetto della scrivania".
Dicenno che Verdez voliva che si portavano il binocolo, aviva ditto 'na farfantaria. Il binocolo gli sirviva inveci per vidiri meglio quello che capitava negli appartamenti che s'affacciavano nel cortile.

Settima puntata
Annò a mangiare nel primo dei tre ristoranti di via Montesano, quello cchiù vicino a piazza Bainsizza e ci s'attrovò bene. Pò tornò a la casa e la prima cosa che fici fu di sperimentare il binocolo di Gianni. Che era tanto grosso e pisanti che se lo dovitti appenniri al collo, come facivano l'ammiragli supra alle navi. Stava annanno a taliare dalla finestra della cucina, ma ci ripinsò: dato che ancora non era scuro, capace che qualichiduno dalla casa di fronte s'addunava di lui armato di binocolo. Meglio la finestra del saloni che dava in via Oslavia. Appena, appuiati i gomiti supra al davanzale, accomenzò a taliare, non accapì assolutamenti nenti di quello che stava videnno. Davanti a lui c'era speci di lastra grigia, uniformi, la cui superfici era tutta granulosa. Vuoi vidiri che non lo sapiva mittiri a foco? Regolò tanticchia le lenti e stavolta, inveci di puntarlo verso il palazzo dall'altra parti di via Oslavia, lo isò verso il cielo. In un attimo ebbi l'impressione che un aceddro grosso gli stava vinenno a sbattiri contro. Allura accapì che prima il binocolo gli aviva ammostrato il muro della casa di davanti, ma era accussì potenti che mittiva in risalto persino la composizione dell'intonaco. L'orientò tanticchia a mano manca e subito s'attrovò dintra a 'na cammara di mangiari. C'era 'na signura che stava sparecchianno il tavolo che era stato conzato per dù pirsone. Arriniscì a vidiri macari che avivano vivuto vino rosso. Allura, rassicurato, si livò dalla finestra, addrumò la televisione e si misi a satari da canale a canale, ristanno in media a taliare un programma non cchiù di dieci minuti. Era 'na cosa che gli piaciva fari, ma se lo potiva permittiri quanno con lui non c'era Livia.
"Ma ti pare modo di guardare la televisione? Una volta scelto un programma, una persona normale guarda quello e basta",
"E chi ti dice che io sono una persona normale?".
Era finuta a schifio. Come Dio vosi, finalmentisi feci mezzannotti.
Astutò la televisone, si misi al collo il binocolo, annò in cucina e, senza addrumare le luci, piazzò 'na seggia davanti alla finestra, allungò un vrazzo e si tirò più vicino il tavolino supra al quali aviva mittuto posacinniri, pacchetto di sigaretti e accendino. Po' arriflittì che se s'addrumava 'na sicaretta allo scuro quelli di fronte avrebbiro potuto addunarisinni e accussì allontanò novamenti il tavolino, a scanso di mittirisi a fumari distattamenti. Ora era pronto. Però, a stare assittato, gli faciva mali assà il punto della tistata. Il mascolo e la fimmina del balcuni d'infacci, i dù trentini, avivano ospiti, 'na coppia di coetani. Erano assittati tutti e quattro torno torno al tavolino supra al quali c'era 'na buttiglia di whisky, un secchiello di ghiazzo e quattro bicchieri e stavano principianno 'na partite a carte. Evidentemente i patroni di casa non avrebbiro replicato la pellicola erotica della sira avanti. Macari pirchì tutti erano vistuti formali: i dù omini in giacca e cravatta, le dù fimmine in gonna e cammisetta. Spostanno tanticchia il binocolo a mano manca, si trasiva, attraverso 'na finestra, dintra a 'na speci di studio con le pareti cummigliate da scaffali di libri, addritta davanti a uno scaffali c'era un cinquantino con la varba che stava consultanno un libro grosso e pisanti. Ripassò davanti ai quattro jocatori e taliò dintra la finestra che c'era subito appresso a mano dritta. Le imposte erano aperte, ma la cammara era allo scuro. Isò il binocolo e taliò verso il quinto piano, che era l'ultimo pirchì supra d'iddro c'era sulo 'na granni terrazza che doviva serviri come stenditojo comune. Macari qua un balcuni centarli e dù finestre allato. Però la vista dell'interno delle cammere era difficoltosa, dato che si vinivano a trovari più in alto rispetto al punto dal quali il commissario taliava. Solamenti nella cammara di mancina si vidiva luci bastevoli, mentri dal balcuni centrali che era per mità aperto trapelava 'na luci splapita. La finestra a mano dritta aviva inveci le persiane 'nserrate. Quanno tornò a taliare i quattro jocatori si addunò che qualichiduno aviva accostato le persiane, ora arrinisciva a vidiri le spalli di un mascolo e il mezzo busto della fimmina ospite. Un gran pezzo di beddra picciotta, biunna, che arridiva in continuazioni. Nella cammara col cinquantino addritta che liggiva un libro la situazione era cangiata. Davanti a lui c'era 'na picciotta vistuta di 'nfirmera che gli stava parlanno. Non sarebbi stata 'na sirata interessanti, meglio annare a corcarsi. Fu allura, e squasi per caso, che vitti a un omo, appuiato alla ringhiera del terrazzo condominiale, che taliava in vascio, verso il balcuni che gli stava sutta a perpendicolo. E si sporgiva tanto che dava la 'mpressioni che potiva perdiri l'equilibrio e cadiri da un momento all'autro.
Che voliva fari?

Ottava puntata
L'omo s'arrinisciva a vidiri pirchì c'era la luna e pirchì il binocolo di Gianni era veramenti potente. Doppo aviri osservato a longo il balcuni propio sutta a lui, l'omo si rimisi addritta e ristò immobile. Montalbano accapì che ora stava talianno il palazzo di davanti, cioè quello indove abitava lui. Forsi c'era qualichi finestra ancora addrummata, e l'omo si scantava che avrebbiro potuto vidirlo mentri faciva quello che aviva in menti di fari. Po' l'omo, di colpo, scomparse. Aviva arrinunziato per quella notti o avrebbi aspittato ancora qualichi orata, quanno tutti se ne sarebbiro ghiuti a corcarsi? Ma era 'na dimanna che non potiva aviri pronta risposta. Spostò il binocolo ed ebbe 'na sorprisa che propio non s'aspittava. La biunna a mezzobusto si era livata la cammisetta ed era ristata in reggipetto. Arridiva come 'na pazza pirchì l'omo davanti a lei, e che il commissario vidiva di spalli, si stava livanno la giacchetta. Ma si avivano tanto cavudo, pirchì non raprivano completamenti il balcuni? Macari nello studio pieno di libri qualichi cosa era cangiata. La 'nfirmera e il cinquantino erano abbrazzati. Montalbano aviva in un primo momento pinsato che la 'nfirmera, essenno 'na picciotta di vinticinco anni, era vinuta a salutari a sò patre prima di nesciri per il servizio notturno. Ma l'abbrazzo dei dù non era cosa di patre e figlia. Tutto 'nzemmula i dù si staccarono, come se avissiro sintuto 'na rumorata. Forsi qualichiduno aviva chiamato l'infirmera? La picciotta vasò supra la vucca al cinquantino, gli disse 'na frasi brevi e niscì dalla cammara  L'omo si sposto a mano dritta e niscì di campo. Ma subito appresso Montalbano vitti 'na mano con un cuscino bianco che viniva postato supra a 'na pultruna. L'omo si stava priparanno per ghirisi a corcari conzanno un divano letto, o quello che era, che s'attrovava in quellla parte della cammara che il commissario non arrinisciva a vidiri. Tornò a taliare nella cammara dei jocatori. Non criditti ai sò occhi. La biunna si era livato il reggipetto, l'omo di spalli era macari lui a torso nudo, la buttiglia di whisky che la biunna tiniva 'n mano era quasi vacante. Ma a che cavolo di joco jocavano? Ristò fermo a taliare, voliva capacitarsi. Fu quanno la biunna si livò l'orecchino che il commissario accappì che stavano jocanno a un joco del quali aviva sintuto parlari ma che non aviva viduto mai. Strip-poker.
Il poker spogliarello. Le puntate, inveci che coi soldi, erano fatte coi capi di vestiario. Naturalmenti, non c'era nisciuna sodisfazioni a jocarlo tra suli omini. E pò era un joco che aviva un limite d'età: passati i cinquanta, non era più il caso di farlo. Isò il binocolo e sussultò. L'omo nel terrazzo condominiale era tornato a ricompariri nello stisso 'ntifico posto di prima.
E come prima era tutto sporgiuto 'n fora dalla ringhiera e stava facenno qualichi cosa che Montalbano in prima non accappì. Ma per quanto si sforzasse l'occhi, non ce la faciva a distinguere bono il movimento. Pò ebbe un colpo di fortuna. La finestra a mano dritta allato al balcuni, quella che aviva le persiane 'nserrate, vinni rapruta di colpo con un lampo di luci abbagliante. L'omo che aviva rapruto la finestra era un quarantino in canottiera. Dritta alla cammara si vidiva un tavolino con supra un attrezzo che riggiva 'na grossa machina fotografica puntata propio supra al tavolino stisso. Evidentementi era un fotografo di quelli specializzati nelle riproduzioni di fotografie di disigni, incisioni, documenti particolari, per questo la cammara era potentementi illuminata. Accussì Montalbano ebbe modo di capire quello che stava facenno l'omo nel terrazzo. Il quale nel frattempo si era paralizzato, non si cataminava scantannosi che ora fosse visibile da quelli del palazzo di fronti. L'omo stava misuranno la distanza tra la balaustra nella quali era appujato e il balcuni sottostanti sirvennosi di un metro a rotolo, di quelli che usano i capimastri e l'ingegneri. La luci della finestra l'aviva bloccato quanno il capo del metro era a mità strata.
Il fotografo sinni stava a fumare alla finestra, stava facenno cangiare aria alla cammara. Nella cammara dei jocatori, l'omo di spalli ora era completamenti nudo, della biunna davanti a lui si vidiva sulo un pezzo: 'na gamma in aria e un paro di mano che sfilavano 'na calza. Nello studio del cinquantino varbuto la luci era cangiata. Il lampadario centrali era stato astutato e la fonti luminosa era a mano dritta, fora campo. Doviva trattarisi di un abagiur e l'omo di certo si era corcato nel divano letto e stava liggenno. Il fotografo finì di fumare e chiuì novamenti la finestra. Tornato allo scuro, l'omo del terrazzo ripigliò a calare quatelosamente il metro, ma quanno era arrivato a livello della parti superiori delle imposte del balcuni di sutta, capitò un altro intoppo. Il balcuni, che era mezzo aperto, si raprì del tutto e spuntò 'na fimmina.

Nona puntata
La fimmina, alla luci splapita del balcuni che aveva lassato mezzo aperto e che la pigliava di taglio, pariva esseri 'na quarantina chiuttosto àvuta che indossava uno scendiletto. Stava parlanno, a voci vascia, a un cellulare. Appena che era comparsa, l'omo supra al terrazzo si era tirato di colpo narrè, scantannosi che quella, isanno l'occhi, lo potiva vidiri. Ma continuava a tiniri in mano il metro, non l'arritirava pinsanno forsi che la striscia cerata, scorrenno contro il muro, avrebbi potuto fari qualichi rumorata, macari minima, ma bastevoli ad attirare l'interesse della fimmina. La quali pariva 'mpignata in una discussione che l'agitava, macari se le paroli non si sintivano, Montalbano vidiva la sò testa che faciva no e no. E certe volti sbatteva un pedi 'n terra ma pò subito taliava dintra alla cammara come scantannosi d'aviri arrisbigliato a quailichiduno.
Appresso ancora a 'na decine di minuti, la tilefonata finì e la fimmina ritrasì dintra lassanno accostato il balcuni. Prima di ripigliari il sò travaglio di misurazione, l'omo del terrazzo lassò passare tanticchia di tempo. Pò ripigliò la posizione spurgiuta e tornò a calare il metro centrimetro doppo centimetro. Il commissario calcolò che quello ci avrebbi impiegato minimo ancora cinco minuti per finiri l'opra e lo lassò perdiri. Nella cammara dei jocatori lo strip-poker doviva essiri finuto ed era principiato un altro, il joco dell'acchiappa-acchiappa. Infatti, attraverso lo spiraglio, si vidivano passre a gran velocità i quattro jocatori completamente nudi che s'assicutavano firrianno torno torno al tavolo. Po' qualichiduno annò a sbattiri contro il balcuni e lo chiùì definitavamenti. Le tendine ai vetri livarono al commissario la possibilità di vidiri oltre. Fine della proiezione.
Inveci nello studio del cinquantino, Montalbano coglì il momento preciso nel quale la 'nfirmera trasiva nella cammara. La picciotta traversò la zona della finestra e scomparse a mano dritta, verso il divano letto. E fu allura che il commissrio si fici capace che stavolta non avrebbi assistito a un film, ma a uno spittacolo di ombre cinesi. Infatti la 'nfirmera si era firmata in modo tale che la sò ummira viniva proiettata contro uno spazio bianco tra libreria e libreria. Si stava spoglianno. Pò l'ummira scomparse, la picciotta si era corcata col cinquantino varbuto. Montalbano tornò a taliare verso il terrazzo. Non si vidiva nisciuno. Montalbano pinsò che potiva pirmittirisi qualichi momento di pausa e si susì. Il dolori alla vucca dello stomaco fu accussì violento che lo fici piegare in dù. A ogni respiro che tirava corrisponniva 'na fitta lancinante. Vuoi vidiri che il collega tidisco gli aviva scassato qualichi costola? Annò in bagno, s'addrumò 'na sicaretta ma la dovitti stutare subito, propio non ce la faciva. La meglio sarebbi stata annarisi a stinnicchiare supra al letto, ma la curiosità per quell'omo del terrazzo era cchiù forti del dolori. Si vippi un bicchieri d'acqua e tornò a pigliare posizione. Si erano fatte le dù di notti e tutte le finestre e i balcuni erano oramà astutati, fatta cizzioni del balcuni supra al quali era comparsa la fimmina col cellulare che lassava sempri trapelare un filo di luci splapita. Doviva esseri una di quelle lampatine a basso voltaggio che si tengono addrumate tutta la notti. Aspittò ancora 'na mezzorata, pò, visto e considerato che non capitava cchiù nenti, addecise che la meglio era annarisi a corcare. Si susì santianno per le fitte, si spogliò a fatica, si lavò e si stinnicchiò supra al letto. Sapiva che non avrebbi chiuiuto occhio, che a ogni minimo movimento sarebbi stato pugnalato nei paraggi della vucca dello stomaco e infatti accussì fu. Nel corso della nottata si susì ancora dù volte per annare a taliare nel cortile. Dormivano tutti e dell'omo della terrazza non c'era traccia. L'indomani a matino tilefonò alla Scuola di polizia e comunicò a Verdez che non avrebbi partecipato alla riunione pirchì non si sintiva bono. Verdez, che di sicuro lo considerava un lavativo e cridiva che il dolori di Montalbano era 'na scusa, volli sapiri indove abitava pirchì gli avrebbi mannato subito un dottori. E infatti il dottori arrivò verso le deci del matino e se lo portò al pronto soccorso. Gli trovarono dù costole rotte. Sarebbiro guarute in una vintina di jorni, intanto doviva ristarsene fermo minimo 'na simanata e pigliarisi 'na poco di antidolorifici. In prisenza del commissario, il dottori riferì al ministero, al dottor Trevisan, che Montalbano non potiva cataminarisi per tri simanate e Trevisan decretò all'istante che il commissario viniva esentato dal proseguire il corso d'aggiornamento. Appena era in grado di muoversi, potiva tornarisinni a Vigata come e quanno voliva. A Montalbano vinni di vasari 'n terra per la cuntitizza.
Dintra di lui, stabilì che, prima di pigliare un qualsiasi mezzo che l'avrebbi riportato a Vigata, doviva assolutamenti aspittari a vidiri come finiva la storia dell'omo supra al terrazzo.

Decima puntata
Prima di rincasare, passò da un granni bar coi tavolini all'aperto indove aviva viduto pirsone che mangiavano roba che gli parse bona. Si fici priparare dalla banconista dù porzioni di pasta al forno e arrusto con patati in modo che avrebbi avuto da mangiare macari per la sira e si portò tutto in casa. Si conzò la tavola proprio davanti alla finestra della cucina, accussì da potiri taliari il palazzo di fronti in tutta tranquillità. Però non c'era nisciuno che s'affacciava a 'na finestra o a un balcuni, di certo quella era l'ora nella quali tutti stavano a pranzo. E manco si vidiva nisciuno nello studio del cinquantino varbuto o nella cammara indove la sira avanti avivano jocato a strip-poker. Però ebbi tutto il tempo che voliva per studiarisi la conformazione del palazzo d'infacci, soprattutto unni era allocata la scala con l'ascensori. Finì di mangiare, 'nfilò dintra al forno astutato le altre porzioni di pasta e carni, lavò i piatti e si annò a corcare.
Stavolta, forsi per l'effetto degli antidolorifici, arriniscì a dormiri tre ori filate. S'arrisbigliò, si susì, si puliziò, annò in cucina con un fazzoletto rosso che aviva attrovato nell'armuar, lo vagnò mittennolo sutta al cannolo, lo strizzò e l'annò a stinniri al filo di ferro che curriva da 'na parti all'altra della finestra. Pò niscì. Le costole rotte gli facivano mali, ma il dolori era sopportabili. Appena fora dal portoni, girò a mano dritta e pò ancora a dritta, firrianno torno torno all'isolato sino a vinirisi ad attrovari davanti a un portoni granni che immetteva in un cortile. Trasì. A mano dritta c'era 'na porta a vetri mezza aperta supra alla quali ci stava scritto: Portiere. Ma dintra alla cammareddra non c'era nisciuno. Trasì nel cortile, isò l'occhi e vitti a 'na finestra del quarto piano del palazzo che aviva davanti sventolare il sò fazzoletto rosso come 'na bannera. Ci aviva 'nzirtato.
"Desidera?" - fici 'na voci fimmunina alle so spalli.
La purtunara era 'na sissantina pricisa 'ntifica a un corazzeri. Avuta minimo un metro e ottanta, mani come pale, scarpi misura cinquanta.
"Polizia. Il commissario Montalbano sono" - fici Montalbano tiranno subito fora la tessera a scanso d'equivoci.
Abbastava 'na sula manata di quella per fracassargli altre quattro costole.
L'altra gli restituì la tessera doppo una taliata attenta.
"Devo parlarle in privato".
La purtunara se lo portò in portineria, chiuì la porta a vetri, tirò le tendine.
"Mi dicisse".
Mi dicisse? Siciliana era!
"Di dov'è, signora?".
"Io di Fiacca sono. Siccome che mio marito fa il...".
"E io sono di Vigata".
Per picca non s'abbrazzaro. E accussì il commissario vinni a sapiri:
che il varbuto era profissori di storia all'università il quali mischino aviva la mogliere da anni in funno al letto e che lui l'amava tanto, a chista mogliere, da tiniricci dù 'nfirmeri, una di jorno e una di notti;
che i dù giovani trentini, maritati da dù anni, erano 'na coppia della quali non c'era nenti da diri pirchì erano picciotti aducati, giudiziosi, rispettosi, serii e annavano alla santa missa ogni duminica matina;
che il signor Picozzi, il fotografo, non abitava lì ma ci aviva sulo lo studio, però certi volti, se aviva molto travaglio, ci ristava a dormiri supra 'na brandina;
che la quarantina del quinto piano, la signura Liliana Guerra, era 'mpiegata al ministero della Marina, aviva dù figli, aviva in corso il divorzio dal marito e pare che si consolava con uno che però nisciuno aviva viduto;
che per annare al terrazzo condominiale ogni inquilino aviva la sò chiave, ma spisso e volanteri il terrazzo ristava aperto.
"Potrei vederlo?".
"Certo. Ci dugnu la chiavi, ma di sicuro non ne avrà bisogno. Piglia l'ascensori, scinni al quinto piano, si fa 'na rampa e s'attrova davanti la porta del terrazzo".
Successi esattamenti come aviva ditto la purtunara. La porta era aperta, niscì supra al terrazzo indove c'erano panni stisi, annò nello stesso priciso posto nel quali aviva visto l'omo. Taliò di sutta. Per vidiri il balcuni della signura Liliana Guerra, che distava circa quattro metri o poco cchiù, abbisognava sporgersi assà per via del cornicione. Ripigliò l'ascensori, restituì la chiavi, raccumannò alla purtunara il silenzio, sinni tornò a la casa. Si stinnicchiò supra al letto, pigliò il libro che si era accattato il jorno avanti e principiò a leggerlo. Per fortuna che gli piacì e accussì potì tirari fino alle novi di sira.

Undicesima puntata
Alle novi si susì, si quadiò nel forno la pasta e la carni, mangiò 'n cucina con la luci addrumata, alla vista di chi lo voliva vidiri. Per un momento, al balcuni della giovane coppia, s'affacciò lei, la picciotta. Era 'na beddra bruna, riccioluta e a Montalbano parse che lo stava a taliare, pigliata di 'na certa curiosità. Sicuramenti s'addimannava chi era, dato che in quella cucina ci aviva sempri viduto a Gianni e a sò mogliere. Pò sinni trasì, chiuienno le imposte. Forsi stava piglianno 'na giusta precauzioni in vista di quello che lei e sò marito avivano in mente di fari cchiù tardo. Non si potiva propio diri che ammancavano di fantasia erotica, macari se annavano alla missa ogni duminica. Moltalbano finì la cena sconzò la tavola, lavò i piatti e le posate e si annò a sistemare davanti alla televisone.
Su un canale satellitare stavano scorrenno i titoli di testa di "La finestra sul cortile" di Hitchcock. L'aviva già viduto, gli era piaciuto assà e la coincidenza l'addivirtì tanto che addecise di rividirselo. Le diffirenze 'mportanti tra la pellicola e la sò situazione erano quattro: lui aviva dù costole rotte mentri Jimmy Stewart aviva le gammi scassate; lui era sulo mentri Stewart aviva la bella compagnia di Grace Kelly; lui, fino a quel momento, non aviva scoperto nisciun omicidio mentri Stewart aviva a chiffari con uno che aviva tagliato a pezzi la mogliere; lui annava avanti 'mprovvisanno, a come veni veni, mentri Stewart aviva 'na sceneggiatura e un regista di quel calibro. Po', finuto il film, si misi a satare da un canali all'altro fino a quanno non si fici l'una di notti. Allura annò in cucina e, allo scuro, s'assittò supra alla seggia col binocolo. Nel terrazzo condominiale non si vidiva nisciuno, il balcuni di sutta, quello della signura Liliana, era stato lassato mezzo aperto e si vidiva la solita luci splapita. L'interno dello studio del professuri di storia era illuminato dalla luci dell'abagiur, si vidi che era annato a corcarsi nel divano letto. Tra poco la giovane 'nfirmera notturna l'avrebbi raggiunto per consolarlo del granni dolori che provava per la mogliere malata. Il balcuni della coppia trentina era stato spalancato, la luci della cammara era addrumata ma dintra non c'era nisciuno. Capace che quella sira non ci sarebbi stato il solito film a luci rosse epperciò non avivano scanto d'esseri viduti. Doppo 'na mezzorata di sorveglianza non era capitato nenti. Si susì, si fumò 'na sicaretta 'n bagno e quanno tornò ad assittarisi alla finestra vitti all'omo nel terrazzo. Stava piegato supra la ringhiera tutto sporgiuto in fora e taliava il balcuni sottostanti. Erano quasi le dù di notti. L'omo si misi addritta, tirò fora qualichi cosa dalla sacchetta, la pigliò con le dù mano, se la portò all'occhi. Montalbano strammò. L'omo stava talianno il palazzo d'infacci con un binocolo, preciso 'ntifico a quello che stava facenno lui.
Voliva di certo controllare se c'erano pirsone che potivano vidirlo. Il commissario si fici cadiri il binocolo supra al petto, non voliva esseri tradito da un qualichi riflesso delle lenti. A occhio nudo, s'addunò che il balcuni della giovane coppia era stato novamenti chiuso a mezzo e che la mogliere, perfettamenti inquadrata al centro dello spiraglio, si era vistuta come Carmen, aviva persino le nacchere, e abballava movenno i scianchi a 'na musica che non sintiva. Ripigliò il binocolo. L'omo sul terrazzo stava leganno il capo di 'na corda chiuttosto grossa alla parte 'nferiori di 'na sbarra della ringhiera. Era chiaro che aviva 'ntinzioni di calarisi nel balcuni di sutta. Pò l'omo provò la tinuta del nodo tiranno forti la corda.
Soddisfatto del risultato, si livò la giacchetta, scavalcò la ringhiera e accomenzò a calarisi appinnuto alla corda. Ma arrivato all'altizza del cornicione, si firmò un attimo appiso e risalì. Aviva cangiato idea? O ci avrebbi riprovato? Certo, non era un latro. Di questo Montalbano ne era cchiù che sicuro. Troppo spratico, troppo maldestro nello scinniri con la corda. Era chiaro che a un certo momento si era scantato di cadiri di sutta o aviva avuto un momento di virtigine e aviva preferito risalire. Ora stava addritta e si stava asciucanno il sudore con un fazzoletto bianco. Carmen aviva principiato uno spogliarello languido a favori di qualichiduno che non era nell'inquadratura, ma di certo doviva essiroi il marito. Pò l'omo scavalcò novamenti la ringhiera e accomenzò a scinniri con estrema lintizza. C'impiegò 'na decina di minuti ad arrivari supra al balcuni. Lassata la corda, fici na cosa stramma. Cavò dalla sacchetta dei pantaluna 'na bombola spray e si spruzzo sutta alle ascelle. No, non era un latro, i latri non si levano il feto di sudori prima di trasire in una casa per arrubbare. Vuoi vidiri che ra l'amanti di Liliana? No, pirchì altrimenti la notti avanti non sarebbi ristato fermo quanno lei era comparsa a parlari al cellulare. E allura chi era e che voliva fari?

Dodicesima puntata
L'omo raprì quatelosamente le ante, trasì e scomparse alla vista del commissario. Il quali, a questo punto, non seppi cchiù chiffari. Chiamari la polizia? Aspittari che nisciva novamenti sul balcuni e mittirisi a fari voci «al ladro, al ladro!», arrisbiglianno tutto il cortile? E se quello, come oramà ne era intimamente sicuro, non era un latro? Vabbè, d'accordo, latro non era ma non si potiva diri che si stava comportanno in modo normali. Era nicissario 'ntervenire. Ma come? E subito attrovò la risposta. Si susì, si misi la giacchetta e niscì di cursa dalla casa. Ci misi meno di deci minuti per arritrovarsi davanti all'altro granni portoni, quello del palazzo d'infacci indove abitava la signura Liliana. Pirchì i casi erano dù: o l'omo nisciva da quel portoni doppo aviri fatto quello che voliva fari opuro non nisciva. In questo secunno caso viniva a significari che l'omo abitava nello stisso palazzo e il commissario, con l'aiuto dell'amica purtunara, l'avrebbi rintracciato. In quel preciso momento 'na machina si fermò tanticchia oltre il portone e ne scinnì 'na coppia cinquantina. Lo taliarono tanticchia 'mpressionati, dato che lui sinni stava immobili allato al portoni, le mano 'n sacchetta, la sicaretta 'n vucca. L'omo raprì con la chiavi e po' disse:
«Vuole entrare?»
«No, grazie, aspetto un amico» fici Montalbano.
Il cinquantino non parse pirsuaso, comunque trasì e chiuì. "Vuoi vidiri che ora quello chiama la polizia dicenno che c'è un individuo sospetto, la polizia arriva e tra 'na cosa e l'altra mi fanno scappare all'omo?" si spiò il commissario prioccupato. Taliò il ralogio. Da quanno si era mittuto di guardia al portoni erano passati 'na vintina di minuti. S'allontanò di 'na decina di passi, annò a mittirisi appuiato con le spalli alla saracinesca di un negozio. S'addrumò un'altra sicaretta. Gliene ristavano dù e spirò che l'omo si faciva vivo prima che il pacchetto addivintava vacante. Po', tutto 'nzemmula, il portoni si raprì e niscì un omo. Un quarantino bono vistuto, immediatamente identificabile come l'omo del terrazzo in quanto tiniva arrutuliato nell'avambrazzo mancino un rotolo di corda. Il commissario non si cataminò. L'omo raprì 'na machina, ghittò il rotolo nel posto narrè, trasì, chiuì lo sportello e stava per mettiri in moto quanno in un vidiri e vidiri s'at­trovò a Montalbano assittato nel posto allato a lui.
«Non farmi male» disse l'omo con la voci che gli trimava. «Ti do tutto quello che ho.»
E accussì dicenno, tirò fora il portafoglio. Ma il commissario vitti che la sacchetta destra della giacchetta era deformata, doviva tiniricci qualichi cosa di pisanti. Un revorbaro? Senza pinsaricci dù voti, gl'infilò la mano 'n sacchetta e tirò fora 'na machina fotografica.
«No, quella no!» gridò l'omo.
Forsi era un poliziotto privato, forsi aviva documentato che la signura Liliana dormiva con l'amico invisibile. Addecise di jocare a carte scoperte.
«Polizia. Il commissario Montalbano sono.»
Allura l'omo fici 'na cosa che Montalbano non s'aspittava: si misi a chiangiri sconsolatamenti, la facci tinuta tra le mano, le spalli scosse dai singhiozzi. Scinnì, raprì lo sportello del guidatore, gli disse di spostarisi, quello intordonuto eseguì.
«M'arresta?»
«Non dica minchiate.»
L'omo si misi a chiangiri cchiù forti. Montalbano parcheggiò l'auto sutta a la sò casa, fici scinniri all'omo, se lo portò al quarto piano, lo fici trasiri in cucina, gli fici viviri un bicchieri d'acqua. L'omo vitti supra al tavolo il binocolo, taliò verso la finestra aperta e accapì tutto.
«In quella stanza lì» fici indicanno il balconi dal quali viniva la luci splapita «dormono i miei due figli che la loro madre si rifiuta di farmi vedere. Li tiene segregati apposta. Abbiamo il divorzio in corso, ma Liliana ha verso di me un odio feroce e si vendica così. Io... io domani parto per l'Egitto, sono un ingegnere minerario, starò fuori un anno e allora ho pensato... Li amo troppo. Li vuole vedere?»
Pigliò la machina fotografica. Dù picciliddri che dormivano in dù lettini.
Un mascoliddro di 'na decina d'anni e 'na fimmineddra di circa cinco.
«Ha rischiato grosso, lo sa?»
«Sì, ma non avevo scelta. E ora che fa?»
«Niente, che vuole che faccia? Le auguro buon viaggio.»
E buon viaggio l'augurò ma cari a se stisso. Pirchì aviva addeciso. Quel jorno stisso, con le costole rotte, in aereo, in navi, in treno, in machina, in bicicletta, in monopattino, se ne sarebbi tornato comunque a Vigàta.


(Il racconto è stato pubblicato a puntate sul mensile gratuito di Roma Il nasone di Prati a partire dal 30 marzo 2007, e settimanalmente su Agrigentonotizie.it a partire dal 28 giugno 2008)


 
Last modified Wednesday, July, 13, 2011