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Alla toponomastica compete il vezzo di battezzare strade e piazze, affibbiando nomi d'illustri
e meritevoli ai luoghi del nostro vivere comune. E appunto l’intitolazione di una via a un
fascistissimo don, vittima di un diffamatore e sovversivo, parrebbe ordinaria amministrazione
per una comunità in camicia nera. Senonché nulla della faccenda è come appare: il decesso che
sa un po' d'assassinio e un poco no, la vedova inconsolabile che al tempo stesso è femmina
insaziabile, e pure il patriota e martire che chissà se la marcia su Roma l'avrà poi fatta
veramente... Ecco allora che da ordinaria la delibera si profila assai impervia.,dopo che una
fatale rivelazione s'innescava nel locale circolo littorio la sera dell'undici giugno
millenovecentoequaranta, freschi freschi dell’entrata in guerra. No, dacché la toponomastica fu
inventata, non s'era mai visto scompiglio pari a quello che per una targa stradale si generò,
assurgendo a grottesco nazionale, nella placida cittadina di Vigàta.
Garibaldini e fascisti
Giallo a Vigata prima di Montalbano. Tutto comincia l’11 giugno 1940
Vigata, anno 1940. La sera dell'11 luglio, il giorno dopo l'entrata in guerra dell'Italia salutata dall'intero paese come se fosse «la vincita di una quaterna al lotto», al circolo Fascio & Famiglia ricompare, dopo cinque anni di confino a Lipari in quanto «diffamatore sistematico del glorioso regime fascista», Michele Ragusano. Siamo molti anni prima del commissario Montalbano, ma Andrea Camilleri è già lì, nella Vigata che in molti identificano con la sua Agrigento, in tempo per vedere Ragusano, allontanato dal circolo per indegnità, fare letteralmente pigliare un colpo a don Manuele Persico, «scheletro camminante» di novantasette anni, lunga barba bianca, squadrista «arraggiato» (arrabbiato) ai tempi della marcia su Roma. Il tutto semplicemente pronunciando una frase: «Il nomi di Antonio Cannizzaro vi dice nenti?»: otto parole come otto colpi di revolver che, nel corso del racconto, andranno tutte a bersaglio.
Comincia da qui, da questo colpo di scena, con il medico che si inginocchia, mette l'orecchio sul cuore del paziente e sentenza: «Morto è»,
La targa di Andrea Camilleri, racconto esemplare (in uscita domani con il «Corriere») con cui lo scrittore di Agrigento torna a un'epoca, il ventennio fascista, che già ha nutrito parte della sua narrativa, dalla
Presa di Macallè ai racconti di Gran Circo Taddei e Il nipote del Negus.
Il «colpevole», per quanto di omicidio preterintenzionale (nel far venire un infarto a una persone non può certo esserci premeditazione) è a furor di popolo lo stesso Ragusano che subito viene preso a pugni e calci al grido di «assassino», finché i carabinieri lo arrestano più vivo che morto per tradurlo, condannato a quindici anni, nel carcere di Ventotene. Per lo squadrista quasi centenario, invece, ci sono funerali solenni, picchetto d'onore a lato del catafalco dove le spoglie giacciono con la camicia nera indossata per la marcia su Roma, peccato che la lunga barba bianca copra completamente la camicia e che il federale, venuto apposta da Montelusa per rendere omaggio al camerata sia costretto a ordinare che due fascisti a turno tengano sollevata la barba del cadavere in modo che si veda la camicia indossata. Segue la proposta di proclamazione di «vittima dell'antifascismo», da inscrivere nel Pantheon dei martiri, preludio all'intitolazione di una strada con la dicitura «Via Emanuele Persico, caduto per la causa fascista» e all'elargizione di una «pensione privilegiata» alla moglie venticinquenne.
Nel racconto c'è tutto il Camilleri che i lettori amano, la lingua, prima di tutto, quel misto di italiano e siciliano che ormai è il suo marchio di fabbrica e che viene compreso anche oltre i confini dell'isola, l'ironia sottile, i personaggi a volte macchiettistici ma credibili, i dialoghi surreali, le metafore ardite per descrivere i rapporti d'amore e convenienza, le femmine di una bellezza da far spavento, gli «omini» in attesa che il frutto cada dal ramo, senza il coraggio, però, di dare una scrollata.
Lo scrittore apparecchia la scena da par suo, con pochi, sapienti tocchi, alternando ammiccamenti e affermazioni esplicite, battute e digressioni. Pagina dopo pagina tesse la sua tela procedendo a ritroso, fino al 1862, quando Manuele Persico viene liberato dai garibaldini dal carcere di Palermo dove, sedicenne, è stato rinchiuso, per aver preso a sassate un cannoniere dell'esercito borbonico. Il suo mistero parte da lì e arriva fino a Marsiglia in una danza di trasformismi e revisionismi sepolti nella memoria di pochi, che fanno di lui un vero e proprio carattere italiano.
La scena del consiglio comunale che dovrà decidere se revocare o meno la targa a Manuele Persico è un capolavoro del compromesso dagli esiti esilaranti.
Cristina Taglietti (Corriere della Sera, 29.6.2011)
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