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Romanzi storici e civili



Autore a cura di Salvatore Silvano Nigro
Prezzo E 49,00
Pagine CXXVIII-1790
Data di pubblicazione 2004
Editore Mondadori
Collana I Meridiani


 

Il volume raccoglie nove romanzi di ispirazione storica e civile scritti da Andrea Camilleri:
Un filo di fumo
La strage dimenticata
La stagione della caccia
La bolla di componenda
Il birraio di Preston
La concessione del telefono
La mossa del cavallo
Il re di Girgenti
La presa di Macallè

Altri contenuti:
Le "Croniche" di uno scrittore maltese, saggio introduttivo di Salvatore Silvano Nigro
Cronologia di Antonio Franchini
Ballata per Fofò La Matina
Apocrifi per "Il re di Girgenti"
Notizie sui testi, a cura di Salvatore Silvano Nigro
Bibliografia, a cura di Mauro Novelli

«È proprio così: gli apocrifi sono la passione di Camilleri: basti pensare a “La scomparsa di Patò”, ad esempio. Si può disegnare tutta una linea che da Tempio va a Serafino Amabile Guastella, Pirandello, Lanza, Brancati, Sciascia. A volte lo scrittore agrigentino fa il verso a Omero, spessissimo a Manzoni, per non parlare poi di Malraux e Cechov. Le pagine del nostro sono zeppe di processi trasmutativi. I suoi romanzi sono un policromo campionario di riscritture. A trionfare, alla fine, è una letteratura che sapientemente e ironicamente gioca con se stessa».
Salvatore Silvano Nigro

 

Le "Croniche" di uno scrittore maltese
di Salvatore Silvano Nigro

Si sporge sul libro, appeso a un´epigrafe. Si affaccia e si ritrae. L´apparizione dura poco. Quel tanto che basta, perché l´ombra dell´acrobata si proietti sulle pagine: e le segni. Con questa sagoma di fumo ha deciso di misurarsi. Il “Consiglio d´Egitto” di Leonardo Sciascia, inaugurato da uno stralcio di lettera dell´ufficiale napoleonico Paul-Louis Courier.
Il giovane artigliere è un ellenista (per diletto dice, e per capriccio). E´ arrivato a Reggio Calabria. Ha intravisto la Sicilia da lontano, oltre lo stretto d´acqua. Non può raggiungerla, però. E se ne rammarica: «Tutta quanta l´Italia, per me, non è niente se non vi aggiungo la Sicilia... esservi arrivato così vicino e non poter mettervi piede, non c´è da smaniare?». L´isola è la terra del suo ideale classico. Un tempo abitata dagli dèi. Vorrebbe vedere la fonte Aretusa, sulla costa greca di Ortigia. Vorrebbe visitare il lago di Pergusa, nell´interna pianura di Enna. E capire perché, proprio lì, il «diavolo» avesse rapito Proserpina: avesse preso «femme en ce pays-là».
Sciascia sforbicia la citazione. Recide il riferimento alla fonte Aretusa. Lascia ed evidenzia «la patrie de Proserpine»: lo specchio nero dell´inferno, nel cuore della Sicilia; la morte abitabile che aveva risucchiato Proserpina; l´artiglio del diavolo. «Hic sunt leones», scrive Sciascia nelle pagine interne del romanzo: i luoghi di pericolo da segnalare nella cartografia della «ragione»; le sabbie desertiche, che le tracce di «ogni ardimento» di ragione disperdono nei granelli di rena «della più irrazionale tradizione». La Sicilia (settecentesca) del “Consiglio d´Egitto” è lo spazio geografico di una cultura che, «più o meno coscientemente», è «impostura»: uno «strumento in mano del potere», e «quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà della storia».
Dall´isola di Malta è arrivato a Palermo l´abate Giuseppe Vella, sedicente arabista. Si procura i più diversi inchiostri. Accatasta risme di vecchia carta. Si munisce di colle. Trasforma una camera del suo alloggio in «un antro di alchimia».
Sul romanzo torna ad allungarsi l´ombra di Courier. Sciascia sapeva bene che, nella storia del titolare dell´epigrafe, era iscritta quella che Goethe chiamava la «famosa macchia d´inchiostro sul manoscritto a Firenze». Courier pubblicò un brano inedito del romanzo pastorale Dafni e Cloe di Longo, dopo aver coperto con l´inchiostro la pagina di un manoscritto fiorentino che quel frammento (chissà) avrebbe dovuto contenere.
L´inchiostratura che falsifica è una specialità di Vella. Nella sua ben equipaggiata officina, l´abate scuce antichi codici arabi, ne confonde i fogli. Torna a scriverci sopra. E´ come se un´invasione di mosche vi zampettasse, invischiata nella colla. E vi lasciasse nuotar dentro le carcasse vuote e secche di una lingua del tutto nuova: i caratteri mauro-siculi, nei quali il testo originario si corrompe e si traduce in un jargon di fantasia, che il dialetto di Malta traslittera in alfabeto arabo. «Dal nulla o quasi», Vella crea l´«intera storia dei musulmani di Sicilia». Colma i vuoti lasciati dalle poche notizie degli storici. Si dà i documenti che vuole. E la sua narrazione rende disponibile ai tentativi di riforma dei viceré Caracciolo e Caramanico, contro i privilegi dei feudatari siciliani fondati su diritti patrimoniali non certo estranei all´usurpazione e alla falsità. Vella è l´«originale creatore di un´opera letteraria». E´ il vocabolario vivente di una lingua mai scritta e mai parlata. All´esoticità della quale fa raccontare uno «straordinario romanzo» che, nell´emergenza dell´«hic sunt leones» del deserto e dei riverberi d´inchiostro dello stagno del diavolo, capovolge nell´impostura allegra della letteratura l´impostura criminale della storia: e le usate menzogne della cultura. In Se una notte d´inverno un viaggiatore, Calvino ha ribadito: «un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza».
Vella illustrava la «qualità di fantasia» del suo disegno all´aiutante monaco, fatto venire da Malta: «gli spiegava che... c´era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri». 
L´assistente era della «stessa pasta» dell´abate. Ma «di mente gretta e lenta». Si chiamava Giuseppe Cammilleri o Camilleri. A risollevare le sorti della scuola maltese dello scolarca Vella, ci pensa Andrea Camilleri: che Giuseppe scalza; e in quanto «fingitore» anch´esso, di vantate radici maltesi, si legittima dentro il laboratorio di Vella; e dal “Consiglio d´Egitto”, come luogo di nascita letteraria, fa discendere l´affabulatore estroso dei suoi romanzi storici e la sua lingua mischia, più inventata che vera, che con i suoi sghiribizzi l´italiano reinventa nel dialetto siciliano, e viceversa, in una continua creazione di forma interferita da quei falsi documenti falsi che, tra svisamenti e parodie, sono vere riscritture letterarie.
La cancellazione e la contraffazione, e «la famosa macchia d´inchiostro», sono entrate nella vita reale di Camilleri. Negli anni di ginnasio. Ne dà racconto Camilleri stesso, nel libro-intervista di Saverio Lodato (“La linea della palma”, 2002).
Per tre mesi il giovanissimo Camilleri ha marinato la scuola. Arriva la pagella. Con i votacci. E con le note d´assenza: «Preoccupato, che cosa faccio? Piglio questa pagella, piglio la scolorina, cancello accuratamente tutti i voti, e con l´inchiostro di china, uguale a quello con cui era stata scritta, mi assegno voti civili, per me accettabili». Il padre scopre la bricconata. Deve però firmare la pagella: «"Dunami ‘na buttiglia d´inchiostro copiativu", chiese a mia madre. La prese, e la buttò così, sulla pagella... l´inchiostro cancellò tutto. L´indomani m´accompagnò a scola e disse al preside: "Scusami, sono io a dirti che mentre stava firmannu mi cadì ‘a buttiglia, quindi è come se questa pagella fosse firmata da me"».
Anche le mosche d´inchiostro (imparentate con la scrittura da insetto di Borges, e con le righe di formiche di Marco Denevi; e, più indietro, con le barocche mosche di Frugoni nel «latte delle pagine») fanno parte dell´esperienza di Camilleri. In parabola, ora. E come (infantile) «gioco della mosca»: «a forza di raccontarmi storie vere o inventate in attesa della mosca, diventai regista e scrittore». Le mosche arrivarono, con le loro minuscole proboscidi molli, fregandosi le zampette: e fecero scrittura.
Non manca neppure l´acqua morta del diavolo, rimasta irredenta nei crimini della storia; ma beffata nell´impostura di Vella. Torna, tra le metafore di Camilleri. Sul risvolto di copertina del “Teatro” (2003), scritto a due mani da Camilleri e da Giuseppe Dipasquale. Vi si parla di Sicilia. E di come essa venga raccontata, nell´opera di Camilleri, in modo che parli di se stessa «con la necessaria ironia» e con «distacco»: «affinché l´autocompiacimento delle virtù come dei vizi e dei dolori, non costituisca più lo stagno dal quale diviene difficile uscire». Sciascia si chiedeva, parafrasando Montesquieu, come fosse possibile essere siciliani. La risposta che Camilleri si dà è perfettamente sintetizzata da Paolo Mauri: con «una felice parodia dell´essere siciliani».
Nato tra le righe del “Consiglio d´Egitto”, il narratore Camilleri prende stanza a Vigàta. La località non è segnata in nessuna carta. «I luoghi veri non lo sono mai», scriveva Melville. Non è neppure il caso di consultare un dizionario dei luoghi immaginari. Vigàta è nella provincia letteraria della pirandelliana Montelusa. E Vigàta e Montelusa rispettivamente confinano, nell´immaginazione, con Girgenti-Agrigento e con Porto Empedocle: molto meno però di quando la Regalpetra di Sciascia non confinasse, nell´immaginazione dello scrittore, con Racalmuto. Camilleri e i suoi personaggi hanno comunanza di lingua. E questa lingua, il vigatese, confina a sua volta con il dialetto siciliano (parlato o scritto) come la lingua di Vella, sempre nell´immaginazione, confina con l´arabo.
Le Croniche di Camilleri raccontano i «fatti» di Vigàta, dalla fine del Seicento agli anni Trenta del Novecento: dal lungo e interminabile regime feudale al liberalismo borghese dell´Ottocento, al fascismo; sempre svolgendo il filo dell´impostura della storia. Ma il fabulatore non ha «testa di storico», e manco cattedratica lingua. La sua passione ilare produce romanzi, che la beffa della storia, verificata anche nei guasti di mentalità prodotti nel villaggio, spettacolarizza nella controbeffa in parodia del narratore.
Trovato un appiglio storico (un volantino, un decreto, la trascrizione di un´udienza in una inchiesta parlamentare, uno scorcio di notizia avanzato alla lettura di un libro), o semplicemente un aneddoto lessicale, Camilleri ci fantastica sopra. E se a un controllo dell´attendibilità vuole che il lettore acceda, o se addirittura si compiace di fingere con se stesso di aver bisogno di autenticare come veridica l´invenzione, apre il laboratorio del falsario Vella: e la prova se la fabbrica. Gli apocrifi sono la sua passione. Il maestro Vella aveva tentato di far credere di aver ritrovato i diciassette libri perduti di Tito Livio. E di suo pugno scrisse cinque lettere papali all´emiro di Sicilia al-Hasan ibn al-´Abbás: che, se fossero autentiche, sarebbero un bell´esempio di neolatino d´Italia; meravigliosamente anteriore, di quasi un secolo, alle formule testimoniali dei placiti cassinesi.

(estratto pubblicato su La Repubblica del 19.9.2004)

 



Last modified Wednesday, July, 13, 2011