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Ora dimmi di te

Lettera a Matilda

 

Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 14,00
Pagine 107
Data di pubblicazione 30 agosto 2018
Editore Bompiani
Collana Narratori italiani
e-book € 6,99 (formato Kindle)



"Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico"

Il racconto appassionante di una vita vissuta senza risparmio, una mano tesa tra il passato e il futuro

Cosa rimarrà di noi nella memoria di chi ci ha voluto bene? Come verrà raccontata la nostra vita ai nipoti che verranno?
Andrea Camilleri sta scrivendo quando la pronipotina Matilda si intrufola a giocare sotto il tavolo, e lui pensa che non vuole che siano altri - quando lei sarà grande - a raccontarle di lui.
Così nasce questa lettera, che ripercorre una vita intera con l'intelligenza del cuore: illuminando i momenti secondo il ruolo che hanno avuto nel rendere Camilleri lo scrittore e l'uomo che tutti amiamo.
Uno spettacolo teatrale alla presenza del gerarca Pavolini e una strage di mafia a Porto Empedocle, una straordinaria lezione di regia all'Accademia Silvio D'Amico e le parole di un vecchio attore dopo le prove, l'incontro con la moglie Rosetta e quello con Elvira Sellerio...
Con humour e limpidezza, queste pagine ripercorrono la storia italiana del Novecento attraverso quella di un uomo innamorato della vita e dei suoi personaggi. Ogni episodio è un modo per parlare di ciò che rende l'esistenza degna di essere vissuta: le radici, l'amore, gli amici, la politica, la letteratura. Con il coraggio di raccontare gli errori e le disillusioni, con la commozione di un bisnonno che può solo immaginare il futuro e consegnare - a Matilda e a noi - la lanterna preziosa del dubbio.


Il calcio ai balilla firmato Camilleri
Matilda, mia cara,
ti scrivo questa lunga lettera a pochi giorni dal mio novantaduesimo compleanno, mentre tu hai quasi quattro anni e ancora non sai cosa sia l'alfabeto. Spero che tu possa leggerla nel pieno della tua giovinezza. Ti scrivo alla cieca, sia in senso letterale sia in senso figurato. In senso letterale perché negli ultimi anni la vista mi ha lentamente abbandonato. Ora non posso più né leggere né scrivere, posso solo dettare. In senso figurato perché non riesco a immaginarmi quale sarà il mondo tra vent'anni, quello nel quale tu dovrai vivere. Vedi, mia cara, nell'ultimo trentennio i cambiamenti attorno a me sono stati tanti e alcuni del tutto inattesi e repentini. Il mondo non ha più lo stesso aspetto che aveva durante la mia giovinezza e maturità. A cambiargli la faccia hanno contribuito i mutamenti politici, economici, civili e sociali, le scoperte scientifiche, l'uso della tecnologia più avanzata, le grandi trasmigrazioni di massa da un continente all'altro, il quasi fallimento del nostro sogno che è stato l'Unione Europea.
Ma perché sento il bisogno impellente di scriverti? Rispondo alla mia stessa domanda con una certa amarezza: perché ho piena coscienza, per raggiunti limiti di età, che mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare i tuoi primi ragionamenti, di seguire la crescita del tuo cervello. Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te. Allora queste mie righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi. Perciò, prima di tutto, credo sia necessario che io ti dica qualcosa di me. Forse tua madre Alessandra te ne parlerà, ma preferisco essere io a dirti di me e dei miei tempi con parole mie, anche se, come mi auguro di tutto cuore, alcune di esse quali ad esempio nazismo, fascismo, razzismo, campi di sterminio, guerra, dittatura ti appariranno remote e inattuali.
Sono nato nel 1925 a Porto Empedocle, un piccolo paese nel Sud della Sicilia. La popolazione era in massima parte costituita da pescatori, operai portuali, carrettieri, contadini. Pochissimi i piccoli impiegati, ancor meno i commercianti. Quando andai alla prima elementare mi trovai in una classe di coetanei che vivevano quasi tutti in condizioni di semipovertà. Pensa che i figli dei contadini venivano a scuola con le scarpe appese al collo per non consumarle e se le mettevano solo quando entravano in classe. Credo di non essere mai riuscito a mangiare per intero la merendina che mamma ogni mattina mi metteva dentro la cartella. La dividevo quasi sempre con gli altri, non potendo sopportare lo sguardo invidioso e affamato dei miei compagni. Quando nacqui, da tre anni Benito Mussolini era il capo del governo italiano e stava rapidamente assoggettando il paese al regime della dittatura fascista. Siccome credo che questo termine, "fascista", ti riuscirà alquanto difficile da capire, provo a raccontarti quello che è successo in quegli anni.
La fine, per noi vittoriosa, della Grande guerra nel 1918 avrebbe, teoricamente, dovuto apportare in Italia un periodo di tranquillità economica e sociale. Invece le cose andarono diversamente. I soldati che tornavano dal fronte trovavano difficilmente lavoro, perché la trasformazione in industria di pace di quella che era stata per molti anni industria bellica non era riuscita in tempi rapidi. Anche la situazione tra datori di lavoro e lavoratori era apertamente conflittuale. Di tutte le promesse fatte ai soldati durante la guerra, non ne era stata mantenuta nemmeno una. Frequentissimi erano gli scontri di piazza tra polizia e reduci e tra polizia e operai. Fu così che i grandi proprietari terrieri del Centro-Nord e alcune importanti industrie decisero che era indispensabile un ritorno all'ordine. Ma ci voleva una persona che avesse il carisma necessario e che potesse essere totalmente fedele al mandato che gli avrebbero affidato. La loro scelta cadde su un ex dirigente socialista, ex direttore del quotidiano del Partito socialista Avanti!. Il suo nome era Benito Mussolini: era stato ardentemente favorevole alla guerra e poi combattente in prima linea. In breve Mussolini raggruppò attorno a sé tutti gli ex combattenti e quella parte della borghesia che vedeva nel malcontento operaio un pericolo reale. Ispirandosi alla simbologia degli antichi romani, fondò i Fasci di combattimento, i cui aderenti indossavano una camicia nera, erano armati di manganello e inclini alla violenza. Furono detti "squadristi". In poco tempo molte sedi di organizzazioni socialiste vennero date alle fiamme, e ci furono violenti scontri con morti da ambedue le parti. Nel 1921 avvenne inoltre una scissione tra gli stessi socialisti e nacque così il Partito comunista d'Italia, il cui primo segretario fu Antonio Gramsci. I comunisti divennero il bersaglio preferito dei fascisti.
Nel 1922 Mussolini capì che poteva contare sull'appoggio della grande maggioranza della popolazione italiana. In questo modo, il 28 ottobre dello stesso anno, con migliaia di aderenti al suo partito, marciò su Roma. La situazione era gravissima. Alle porte della capitale, i fascisti si trovarono davanti le truppe dell'esercito italiano. A questo punto la guerra civile era inevitabile. Il primo ministro Facta andò dal re perché venisse proclamato lo stato d'assedio, in altri termini l'autorizzazione per le truppe di sparare sui fascisti. Da quello scontro il fascismo sarebbe sicuramente uscito annientato; invece, con una decisione imprevista il re non solo non firmò lo stato d'assedio, ma addirittura accolse Benito Mussolini al Quirinale, dandogli l'incarico di for-mare il nuovo governo. Qui Mussolini dimostrò una certa furberia politica, infatti di questo suo primo governo fecero parte anche liberali, democratici e socialisti. Ma tutto questo durò pochissimo tempo, e ben presto si capì che Mussolini aspirava a essere un uomo solo al comando. La situazione si aggravò nel 1924, quando venne assassinato il deputato socialista Giacomo Matteotti, che era uno dei più lucidi e coraggiosi avversari di Mussolini. Di fronte a questo assassinio politico buona parte del paese reagì negativamente e Mussolini vide traballare il suo potere, però con l'aiuto dei suoi squadristi più facinorosi e violenti in breve tempo seppe consolidare la propria posizione. Da quel momento in Italia il fascismo si tramutò in un'autentica dittatura. Mussolini sciolse parlamento e senato creando la camera dei fasci e delle corporazioni composta da uomini a lui fedelissimi, proibì la pubblicazione di giornali appartenenti all'area della sinistra, fece arrestare Antonio Gramsci (lasciandolo poi praticamente morire in carcere), fece cessare con la violenza ogni manifestazione di dissenso. Aveva bisogno di giovani per le sue mire espansionistiche e così iniziò una politica demografica quasi dissennata, premiando le famiglie che avevano più figli, non facendo pagare le tasse ai giovani sposi che entro un anno avrebbero dato, come si diceva allora, "un figlio alla patria", imponendo una tassa sul celibato.
Fatti salvi pochi politici che scapparono all'estero, si verificò un curioso fenomeno, vale a dire che il fascismo rapidamente conquistò il favore di quasi tutti gli italiani. Poi Mussolini strinse ancora la cinghia, volle che tutti i dipendenti dello stato facessero giuramento di fedeltà al regime fascista e ne prendessero la tessera. Tutti, dico tutti i dipendenti statali, dai maestri delle scuole elementari ai docenti universitari, dai magistrati agli uscieri, obbedirono all'ordine. Va detto a loro merito eterno che solo ventiquattro professori universitari non vollero giurare e perciò furono dimessi dalla cattedra. Nel 1925, quando, come ho detto, io nacqui, il fascismo era già una consolidata dittatura. Aveva inquadrato tanto i bambini quanto i ragazzi in organizzazioni paramilitari. Il sabato indossavamo la divisa fascista e andavamo a fare le esercitazioni. Io appartenevo all'Opera nazionale Balilla; il nostro motto era "libro e moschetto, fascista perfetto", ma in realtà i miei compagni leggevano pochissimi libri o non leggevano affatto. Io invece costituivo un'eccezione. A cinque anni avevo imparato a leggere e a scrivere con l'aiuto di mia madre e della nonna materna Elvira; a sei anni avevo già messo mano alla libreria di mio padre che era molto ben fornita. Così cominciai a leggere non i libri dei bambini o dei ragazzi ma quelli degli adulti, i romanzi importanti. Le mie prime letture furono infatti Conrad, Melville e Simenon. Da allora non smisi mai più di leggere. Non finivo di sorprendermi del modo in cui le parole scritte arrivassero al mio cervello, quasi che mi fossero state dette a viva voce, era un miracolo che mi affascinava. A scuola i maestri ci ripetevano ogni giorno le tre parole d'ordine mussoliniane, "Credere, obbedire, combattere", e ci magnificavano l'intelligenza del duce, così si faceva chiamare Mussolini, e la sua volontà di fare grande l'Italia. Ogni sabato, dopo le esercitazioni, venivamo portati in chiesa dove il prete ci spiegava il catechismo, ma non perdeva occasione di ricordarci che il papa aveva definito Mussolini l'uomo mandato dalla Provvidenza divina e che quindi bisognava seguirlo ciecamente. Era perciò inevitabile che a dieci anni fossi un fervente fascista, tanto che, quando Mussolini nel 1935 dichiarò guerra all'Abissinia, io gli scrissi domandandogli di autorizzarmi a partire come volontario per il campo di battaglia. Con stupore e gioia ricevetti una lettera in risposta, nella quale mi diceva che ero ancora troppo giovane.
L'anno seguente, nel '36, scoppiò una seconda guerra, quella di Spagna, che fu una specie di spartiacque tra fascisti e antifascisti. Vedi, allora l'Europa era dominata più dalle dittature che da governi democratici: in Russia c'era Stalin, in Italia Mussolini, in Germania Hitler, in Portogallo Salazar. La guerra di Spagna fece emergere un nuovo dittatore, Francisco Franco. Le uniche due grandi democrazie rimaste tali in Europa erano la Francia e l'Inghilterra, così fu inevitabile lo scontro tra queste diverse concezioni e nel '39 le mire espansionistiche di Hitler fecero sì che scoppiasse la seconda guerra mondiale. Quando anche noi italiani entrammo in guerra nel1940 come alleati di Hitler, io non ne fui tanto entusiasta perché a casa avevo visto le mie due nonne piangere silenziosamente. Nella guerra precedente ognuna di loro aveva perduto un figlio caduto in combattimento. «La guerra» mi disse carezzandomi nonna Elvira, «è sempre una cosa maledetta». Anche papà in quei giorni girava per casa con il volto rabbuiato e una mattina lo sentii dire a mamma che la dichiarazione di guerra era stata un atroce errore di Mussolini. Rimasi allibito. Papà aveva fatto in prima linea la guerra del '15-18 e poi era stato un fascista della prima ora. Ma insomma, chiedevo tra me e me, se Mussolini era infallibile come andavano dichiarando i gerarchi, se Mussolini era l'uomo della Provvidenza mandato da Dio per il bene dell'Italia come andavano predicando i preti a scuola, per quale ragione aveva potuto commettere un simile errore? Ecco, questa fu la seconda crepa nella mia fede fascista. La prima si era prodotta poco tempo prima, nel '38. Mantre stavo a scuola un mio compagno, che si chiamava Ernesto Pera, alla fine delle lezioni venne a salutarmi. «Da domani non ci vedremo più» mi disse, «non posso frequentare questa scuola». Siccome era figlio di un ferroviere, gli chiesi se il padre fosse stato trasferito. «No» rispose lui, «non posso frequentare più perché sono ebreo». E perché un ebreo non poteva più frequentare la mia stessa scuola? Tornando a casa all'ora di pranzo domandai spiegazioni a papà, che divenne subito rosso in faccia e con voce alterata affermò: «Tu non devi credere a queste sciocchezze sugli ebrei; gli ebrei non hanno nulla di diverso da noi, sono esattamente come noi. Questa storia della razza è un cosa inventata da Hitler. E Mussolini non ha voluto essere da meno di lui. Ma non credere a ciò che ti diranno. Siamo tutti uguali». Ecco, a novantadue anni devo dire che non finirò mai di essere grato a mio padre per quelle sue parole.
A dare il colpo di grazia alla mia fede fascista fu il raduno internazionale della gioventù nazifascista che avvenne a Firenze nella primavera del '42 presso il Teatro comunale. Teatro che, fin dalle prime ore, si gremì di giovani venuti da ogni parte dell'Europa, naturalmente di quell'Europa occupata dai nazisti: greci e polacchi, ungheresi e romeni, albanesi e slavi e ovviamente una folta rappresentanza della gioventù tedesca. Eravamo tutti in divisa. Io, che avevo una precoce passione per il teatro, fui invitato a esporre un repertorio ideale per la gioventù fascista. Al secondo giorno del raduno capitò un incidente. All'aprirsi del sipario con stupore vidi che il fondale era costituito solamente da un'enorme bandiera nazista. Il giorno avanti invece le era stata affiancata anche quella italiana. A quella vista ebbi una reazione tanto violenta quanto inaspettata anche per me. Mi alzai in piedi e mi misi a urlare: «Via quella bandiera! Mettete almeno anche la nostra!». Ci fu un momento di silenzio assoluto, poi in modo del tutto imprevisto molti giovani applaudirono alle mie parole. Il sipario venne immediatamente richiuso, si riaprì poco dopo. Ora c'erano le due bandiere, scoppiò un applauso fortissimo. Entrò la delegazione dei gerarchi italiani e tedeschi e prese posto dietro il lungo tavolo sul palcoscenico. Si alzò a parlare per primo Alessandro Pavolini, allora ministro della cultura popolare; alla fine del suo discorso scese in platea e cominciò a percorrere il corridoio centrale verso l'uscita. Io ero seduto in una poltrona laterale che dava proprio nel corridoio e lui passandomi accanto mi fece cenno con la mano destra di seguirlo. Mi alzai e gli andai appresso. Arrivammo nell'atrio che era deserto, lui si fermò e si voltò a guardarmi, mi disse: «Avvicinati, coglione». Appena fui davanti a lui, alzò la gamba destra calzata da stivali e mi diede un violentissimo calcio nel basso ventre, quindi volto le spalle e se ne andò. Rimasi a terra gemente per il dolore ma due miei compagni, Gaspare Giudice e Luigi Giglia, avevano capito le intenzioni del ministro e perciò mi avevano seguito. Furono loro a chiamare un taxi e ad accompagnarmi all'ospedale. Tornai in teatro due giorni dopo, per la manifestazione di chiusura. Parlava Baldur von Schirach, capo della Hitler-Jugend, e, siccome il tema dell'incontro era "L'Europa di domani", egli descrisse come sarebbe stata l'Europa secondo l'ideologia nazista. Via via che lui parlava sudavo freddo, davanti ai miei occhi l'Europa si trasformava in un'enorme caserma grigia senza altro colore che le divise naziste, con un solo libro che eravamo tutti obbligati a leggere, Mein Kampf (La mia battaglia), scritto da Adolf Hitler. Mentre von Schirach continuava la sua esposizione, io mi andavo domandando: e i miei autori? Il mio Gogol'? Il mio André Gide? Non potrò più leggerli? Dovrò leggere solo autori tedeschi "autorizzati" e indossare per sempre questa divisa che mi trovo addosso? Quando, durante il viaggio di ritorno verso la Sicilia, ripensai al discorso di von Schirach, mi augurai con uno spavento interiore fortissimo che quella Europa sognata dai nazisti non fosse realizzabile, che il loro ideale fallisse.
Questo fu l'inizio della mia grande crisi. Passai notti insonni, non potevo confidarmi con nessuno, nel timore di essere denunciato. Stavo veramente male, ero molto dimagrito, mangiavo di malavoglia, quasi non scambiavo più parola con i miei compagni. Mi rendevo conto che il mio essere stato fascista aveva rappresentato un errore enorme, ma mi sentivo come una sorta di traditore soprattutto verso mio padre che nel fascismo continuava a credere sia pure a modo suo. Questa crisi durò mesi e mesi. Poi una mattina finalmente mi resi conto che mi ero completamente liberato dall'idea fascista. Non avevo più né scrupoli né dubbi. Inoltre, proprio in quei giorni mi capitò tra le mani un libro sfuggito miracolosamente alla censura. Era La condizione umana di André Malraux. Lo lessi. Credo che in quella notte masse del mio cervello si siano spostate da un luogo all'altro. Fui assalito da una leggera febbre. In quel libro scoprii che i tanto odiati comunisti erano gente come noi, con nulla di diverso da noi, non mangiavano i bambini e avevano degli ideali come li avevo io. Tra i libri di mio padre c'era una sorta di riassunto del Capitale di Karl Marx, lo presi e cominciai a leggerlo. C'era anche il Manifesto, quello famoso che inizia così: "Uno spettro si aggira per l'Europa...". Compresi che quelle idee combaciavano con quello che io sentivo dentro di me. Già alle elementari pensavo non fosse giusto che io avessi le scarpe lucidissime e i miei compagni andassero a piedi nudi, che io indossassi un cappotto di lana durante l'inverno e loro arrivassero a scuola con solo strappate e consunte camicie. Erano pensieri confusi, ma chiaro in me era il senso dell'ingiustizia. Non era giusto che non si partisse tutti allo stesso modo, che alcuni prendessero il via svantaggiati, che il loro destino di poveri fosse già scritto. No, non era giusto. Ecco come lentamente cominciai a diventare comunista in pieno regime fascista.

(Il brano qui riportato è stato pubblicato su La Repubblica del 19.8.2018)



Last modified Thursday, September, 06, 2018