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"Ho telefonato a zio Giovanni."
Montalbano stunò.
"E chi è?"
"Il fratello minore di mamma. Mi adora. È uno importante al ministero
dal quale dipendi. Gli ho domandato d'informarsi sulla tua destinazione. Ho
fatto male?..."
"No" disse Montalbano baciandola.
Mery gli telefonò in ufficio alle sei di doppopranzo del giorno appresso.
Disse una sola parola.
"Vigàta."
E riattaccò.
Di quei pochi personaggi a cui tocca il destino della memorabilità il lettore affezionato crede
di sapere tutto.
Come di certe persone di famiglia siamo convinti di conoscere vita, morte e
miracoli, così ci sentiamo preparatissimi sui luoghi, sui gusti e sulle compagnie di un eroe
come Montalbano.
Ma
sbagliamo, non possiamo sapere tutto, e su Montalbano, comunque, Camilleri ne sa sempre più di
noi.
Sul suo passato, per esempio.
Perciò ci farà una curiosa impressione vedere il giovane
Montalbano
vivere una relazione amorosa non con Livia ma con una certa Mery. E se la geografia di Vigàta ci
è nota oramai in ogni dettaglio, che cosa ci fa venire in mente il buffo nome di
Mascalippa?
Eppure, in questo sperduto paese di montagna della Sicilia più segreta, il giovane
vicecommissario
Montalbano ci ha patito per qualche anno: "Intendiamoci bene, se c'era una Sicilia che gli
faciva piaciri a taliarla era proprio quella Sicilia fatta di terra arsa e riarsa, gialla e
marrò, indovi tanticchia di virdi testardo arrisaltava sparato come una cannonata, indovi i dadi
bianchi delle casuzze in bilico sulle colline pariva dovissiro sciddricare abbascio a una
passata più forte di vento...". Ma nonostante quest'aspra bellezza, l'allora capo di Montalbano,
il commissario Libero Sanfilippo, sbirro di razza e maestro d'indagini, si è subito accorto che
gli sguardi desideranti del suo vice vagano lontano, alla ricerca ansiosa del mare.
Montalbano riuscirà a essere assegnato ad altra destinazione, ma non raccoglie il viatico del
suo maestro ("Se ti lasci pigliare da qualisisiasi reazione, sgomento, orrore, indignazione,
pietà, sei completamente fottuto"), perché, anzi, arrendersi ogni tanto al sentimento e alle
emozioni diventa il marchio che la sua personalità impone al lavoro investigativo. Tanto che,
nella più antica delle sue avventure, La prima indagine di Montalbano, non si può proprio dire
che non sconti qualche ingenuità e più di un cedimento ai moti del cuore.
Il commissario che è
alle prese con una indagine quanto mai bizzarra, quel Sette lunedì che è la prima di queste tre
storie, e con Ritorno alle origini, che è la terza, si mostra invece assai più scafato, ma è già
il Montalbano di adesso, quello che conosciamo.
Tre lunghe storie nelle quali non ci sono delitti di sangue e che pure riescono a esprimere una
tensione estrema, perché di morti ce ne potrebbero essere, e tanti; tre storie diversissime per
tempi e per temi: un mistero di uccisioni di animali che evocano le terribili profezie della
Cabbala, una ragazza troppo silenziosa e troppo intrigante, il finto rapimento di una bambina di
tre anni sotto il quale s'intuisce una sotterranea, laboriosa tessitura della mafia.
Ma non aveva detto Camilleri che difficilmente Montalbano si sarebbe occupato di questioni di
mafia?
Anche in questo caso vale la vecchia regola: i personaggi cui tocca il destino di essere eroi
amati da
milioni di lettori ne sanno sempre di più, una in più del loro creatore.
Nota Queste tre indagini del
commissario Montalbano, scritte in periodi diversi, e lo si vede dalla
scrittura, hanno un elemento in comune: non sono imperniate su delitti di
sangue. Non c'è un morto, in queste pagine. È una scelta voluta (e anche un
rischio voluto), ma il perché io stesso non so spiegarmelo fino in fondo. Forse
una specie di rigetto. Del resto i morti ammazzati, nelle mie storie, sono
sempre stati un pretesto
I tre racconti sono inediti. Solo per uno di essi ho parzialmente utilizzato un
mio scritto apparso su "Micromega", n.2, del 2002.
Le citazioni riguardanti la Cabbala le ho tratte da "La Qabbalah" di
Giulio Busi (Laterza Editori, Bari 1998).
C'è da agiiungere che i personaggi di queste storie, i loro nomi (soprattutto i
cognomi!) e le situazioni nelle quali si trovano e agiscono sono frutto della
mia fantasia.
Il libro è dedicato a Pepè Fiorentino e a Pino Passalacqua che non avranno
modo di leggerlo. A.C.
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