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Sempre caro



Autore Marcello Fois
Prezzo
Pagine
Data di pubblicazione 1998
Editore Frassinelli
Collana "Il Maestrale"


Il Bustianu protagonista di questo libro non è un personaggio inventato. Non avrei potuto inventarlo per una serie di ragioni, non ultima il fatto che è realmente esistito, si chiamava Sebastiano Satta, è nato a Nuoro nel 1867 e vi è morto nel 1914, faceva il poeta ed era uno dei pilastri del foro nuorese come avvocato difensore. Ho ritenuto uno spreco inutile di energie provare a inventarmi un personaggio dal momento che la storia della mia città ne aveva uno bell'e pronto. Credetemi sulla parola: non capita tutti i giorni. Bustianu, come la sua, e la mia, città lo chiama tuttora con affetto, era il personaggio perfetto e calzava come un guanto alla mia idea di "eroe". Perché per costruire una serie di romanzi che abbiano lo stesso protagonista ci vuole un eroe... E Sempre caro rappresenta, per così dire, il primo gradino, un'indagine per un reato di abigeato, che trasporterà Bustianu dalla realtà alla fìction. Un caso semplice quello narrato, tutto giocato sull'intuizione e la passione di un uomo che è a metà fra la tradizione e la modernità, in un tempo in cui non c'era il telefono, il fax, il computer né si conosceva l'uso delle impronte digitali. In un mondo, la Barbagia della fine dell'Ottocento, dove l'annessione a una nazione moderna, l'Italia appena nata, era spesso sentita, non sempre senza ragione, come una prevaricazione. Un romanzo dove gli elementi della tradizione letteraria, anche ottocentesca, si mischiano al taglio "cinematografico" nella scansione della vicenda. Il linguaggio è giocato sulla particolarità bilingue della terra che ambienta e informa Sempre caro. Linguaggio che non è italiano sardizzato né sardo italianizzato ma, per citare Kundera a proposito di Chamoiseau, "l'espressione della libertà di un bilingue che nega l'autorità assoluta di una delle due lingue e ha il coraggio di disobbedire a entrambe". Bustianu avrebbe avuto questo coraggio.

PREFAZIONE

Davanti alla prefazione di un libro mi comporto in tre modi: la salto; la prendo in considerazione dopo aver letto il libro; la leggo prima solo se penso di trovarvi notizie e dati utili alla comprensione del testo. Quindi, venendomi a trovare nella posizione di prefatore, consiglio il lettore di far ricorso al secondo dei miei sistemi. Dia un'occhiata alla prefazione dopo aver letto questo romanzo di Marcello Fois, così io non avrò avuto la pretesa di guidare in qualche modo colui che legge, guadagnandoci invece la libertà d'esprimere la mia opinione che consiste in una sorta di commento personale alla lettura. Una prefazione che vorrebbe essere una postazione.

Premetto due cose. Ho incontrato Fois solo due volte, abbiamo scambiato poche parole. Non avevo mai letto nulla di suo prima di questo Sempre caro.

Dirò subito che la mia sorpresa è francamente notevole. E non lo dico per ragioni di circostanza. Dunque: in Sempre caro Fois racconta la storia di un'indagine, quella compiuta da un avvocato che deve difendere un giovane accusato di abigeato. Il giovane, inspiegabilmente, non solo si è dato alla latitanza, ma pare voglia distruggere le possibili prove a suo favore. Si tratterebbe perciò di un "giallo" sui generis, la cui particolarità è accentuata dal fatto che la vicenda ha luogo alla fine del secolo scorso ed è ambientata tra le aspre campagne sarde. Come si sa, un "giallo" non urbano è veramente perla rara. Ma da questo momento non parlerò più di "giallo", dire che questo di Fois sia un romanzo "giallo" suona riduttivo. Romanzo, semplicemente. E con tutte le carte in regola. Considerate, ad esempio, la struttura. Essa si avvale di almeno tre voci narranti: quella dell’autore, quella del padre dell’autore (che è colui che narra la storia) e quella dell’avvocato-investigatore. Questo comporta una singolare giustapposizione di angolature prospetticbe (spia ne è il passaggio continuo dalla prima alla terza persona) e un'affascinante scomposizione del tempo narrativo.

Poi c'è il fascino della scrittura di Fois, che consiste in una sapiente, calcolatissima commistione tra lingua e dialetto. "Quando cerco una parola che abbia un suono diverso, che porti anche una specificazione più precisa, uso il sardo. Credo che questo sia il contributo che ogni etnia regionale dovrebbe portare." Queste sono parole di Sergio Atzeni. L’abilità di Fois consiste nell’usare la lingua come una sorta d'incastonatura atta a ricevere la parola dialettale per renderla appunto di "specificazione più precisa" senza però che quella parola brilli come un diamante solitario e sia invece perfettamente innestata nel continuum del racconto.

Infine, rileggetevi, che so, la sequenza che inizia con "Me ne andavo così, apparentemente senza una meta precisa", oppure l’ultima, che inizia con "Ed ecco un’altra estate". Bene, qui, sornionamente, Fois lascia travedere l’altro suo volto, quello di un poeta autentico. Non mi era capitato, negli ultimi tempi, d’imbattermi in un narratore che avesse un così profondo, lucreziano direi, senso della natura e insieme la capacità di trasmettercelo.

Andrea Camilleri



Last modified Wednesday, July, 13, 2011