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Una storia di fantascienza

Nell’aderire con orgoglio all’invito rivoltomi dal Rettore di questa gloriosa università di salutare assieme a voi l’inizio di un nuovo anno accademico, ho sentito il dovere di non indossare abiti di una tediosa solennità e che il modo migliore di comunicare con voi era attraverso l’uso dei mezzi che più mi sono congeniali, e cioè quelli del narratore. Meglio ancora: quelli del contastorie.
Concedetemi perciò di raccontarvi la trama di una storia fantascientifica. Mi muoverò inizialmente sulla falsariga di una commedia di Majakowskij, “La Cimice” che il poeta russo scrisse e fece rappresentare nel 1928.
Il protagonista, l’operaio Prysipkin, beone, scansafatiche, poco pulito, viene congelato dai getti d’acqua dei pompieri durante un incendio scoppiato nel corso della sua festa di nozze e viene risuscitato nel 1979, vale a dire cinquant’anni dopo. Ma ben presto Prysipkin, con le sue sbornie, con la sua scarsa pulizia fisica e morale, risulta incompatibile col nuovo mondo che è regolatissimo, asettico, arido addirittura, e viene rinchiuso allo zoo assieme appunto a una cimice, ultimo esemplare di una razza d’insetti scomparsa.
Il mio Prysipkin si chiama Giulio Rossi, ed è un professore ginnasiale che si è congelato perché si è tuffato in un laghetto d’alta montagna per scampare a un incendio scoppiato la notte del 31 dicembre 1965 durante un veglione. Vi risparmio le peripezie del blocco di ghiaccio contenente il nostro professore, il suo progressivo discendere a valle. Fatto sta che, a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre, il blocco si autoscongela nei pressi di una villa alla periferia di una grande città italiana. Villa, piuttosto lussuosa, dalla quale sono momentaneamente assenti tanto i proprietari quanto la servitù. Giulio Rossi, intirizzito e affamato, ne forza la porta, si cambia i vestiti, trova un gigantesco frigorifero stracolmo di tutto, si rifocilla e quindi, servendosi di un taccuino rinvenuto nella giacca dell’abito smesso, si mette a chiamare parenti e amici per annunziare il suo ritorno, ma tutti i numeri telefonici che compone sono stati cambiati, non esistono più. E dal telefono apprende anche che quel giorno è il 9 novembre 2005. Sono dunque trascorsi quarant’anni dal congelamento, non poche ore come aveva creduto. Ma allo specchio vede un trentenne, dunque l’ibernazione ha bloccato l’invecchiamento. Allora Giulio Rossi, che è un uomo intelligente, decide di mettersi al corrente di ciò che accade nel mondo accendendo un enorme apparecchio televisivo che è nella villa.
Nel 1965 c’erano solo i due canali del monopolio Rai e ora si trova davanti a centinaia di canali anche e soprattutto satellitari. La prima cosa che vede è una scena reale di guerra: un gruppo di soldati americani, appoggiato da elicotteri, che sta duramente combattendo. “Dunque la guerra del Vietnam, iniziata proprio nell’anno della mia ibernazione, ancora non è finita!” – è il suo primo pensiero. Poi, guardando meglio, si accorge che il paesaggio del combattimento non è vietnamita. Dallo speaker sente anche che quella è la seconda guerra degli americani contro l’Iraq. Apprende che in Italia c’è un governo di centro-destra presieduto da un multimiliardario, proprietario di quasi tutte le televisioni private, delle principali case editrici, di giornali e riviste, di agenzie di assicurazioni, presidente del Milan, che ha appena varato col suo governo una finanziaria anticongiunturale. Anche quarant’anni addietro il governo di centro-sinistra aveva votato una finanziaria anticongiunturale, pensa il nostro Rossi chiedendosi che senso abbia in Italia la parola congiuntura. Viene a sapere che molte università sono occupate, come ai suoi tempi. Solo che ora con gli studenti ci sono anche i docenti e i rettori. Il muro di Berlino non c’è più, la Germania è stata riunificata, è nata l’Europa, le vecchie lire non valgono, ha corso l’euro. Continuano gli attacchi di Al-Fatah contro Israele. E Rossi ricorda che il primo attacco era avvenuto proprio il primo gennaio del 1965. Bernardo Provenzano, numero 1 della mafia, ancora latitante, dice sconsolato un magistrato. E Rossi non può fare a meno di ricordare che lo era già nel 1965. Sente delle preoccupazioni mondiali per lo sviluppo economico della Cina, e lui l’aveva lasciata ai giorni che Mao Tze Tung e Lin Piao promuovevano la rivoluzione culturale. E poi, sorpresa inspiegabile, constata che dalle televisioni italiane sono scomparsi tutti gli spettacoli di prosa, tutti gli splendidi ed eleganti varietà musicali, ogni trasmissione che minimamente abbia a che fare con la cultura. Assiste invece, assai stupito, ad alcuni psicodrammi banalissimi chiamati reality-show e a una serie di dibattiti, spesso accaniti, addirittura con interventi del Presidente del Consiglio, di ministri e deputati, di uomini di cultura e di pensiero, attorno a una trasmissione di canzonette condotta da un cantante rock che lui aveva conosciuto come “il Molleggiato”. Ecco, sono proprio i dibattiti attorno a questa trasmissione a fargli venire un certo disagio.
La mattina dopo, prima di recarsi in città, trova fortunatamente in un cassetto una certa quantità di euro. Mentre cammina per le vie della città, comincia seriamente a preoccuparsi. Il numero dei pazzi, degli alienati, dei fuori di testa in Italia è indubbiamente cresciuto a dismisura. Per le strade non si incontra altro che gente che parla da sola, grida da sola, ride da sola, piange da sola, gesticola forsennatamente da sola. E inoltre deve esserci un qualche nuovo sport nazionale a premi consistente nell’assaltare i pedoni con decine e decine di motorette, correre loro addosso mentre stanno correttamente attraversando la strada, inseguirli sopra i marciapiedi. Vuoi vedere che i grandi dibattiti attorno a quel cantante sono spiegabili col fatto che gli italiani sono semplicemente impazziti? Poi, in un bar nel quale si è rifugiato, vede un signore che cambia la scheda al cellulare e si rimette l’auricolare, gli si chiarisce tutto, si rasserena, torna a casa rinfrancato.
Nello studio della villa trova un computer. Prima non capisce, poi a poco a poco, utilizzando le indicazioni che la stessa macchina gli dà, scopre addirittura Internet. Per tre giorni e tre notti non lascia il computer, ma alla fine egli è perfettamente al corrente di ciò che è accaduto nel mondo e in Italia durante l’ibernazione.
Ma la somma delle conoscenze e delle informazioni ottenute in così breve tempo gli fa nascere uno spaventoso dubbio circa la sua personale possibilità di un normale reinserimento nella vita quotidiana. Se la tecnologia in questi anni ha fatto passi da gigante, si chiede, e ha messo praticamente a portata di mano dei miei compatrioti tutto lo scibile umano e ha riversato su loro fiumi d’informazioni, a quale vertiginoso livello sarà arrivata la loro cultura, la loro intelligenza? Potrò io, dato che il mio cervello è rimasto immobile per quarant’anni, mai più raggiungerli su quelle vette di pensiero, mettermi sul loro stesso piano? Non gli resta, per risolvere il dubbio, che misurare quale sia la distanza tra lui e gli altri scendendo in strada e ascoltando in ogni luogo pubblico, Tribunali e code alle Poste, mercatini rionali e ipermercati, tram e autobus, i discorsi della gente. Passa una giornata così e la sera, alla villa, fa un attento bilancio di ciò che ha sentito servendosi degli appunti che ha preso. E rimane spaventato. Com’è possibile che la piattaforma intellettuale e culturale non solo non è progredita, ma anzi si è alquanto abbassata? Certo, il primo posto nei discorsi delle massaie ai mercatini è occupato dal carovita, ma di pari percentuale sono i discorsi sui reality-show, su chi era la talpa, su chi doveva essere eliminato. E al Palazzo di Giustizia? Certo, si parla di una legge che riduce i tempi di prescrizione, ma si discute anche e soprattutto pro e contro quella famosa trasmissione condotta da una rock star.
E poi? Una patina greve, vischiosa, stesa su reticenti parole a privilegiare rassegnazione, assuefazione, apatia, omologazione, conformismo, delusione. Unici scatti di rabbia quelli contro gli immigrati. Perfino quell'elementare buon gusto che pareva dote naturale dei suoi compatrioti ora si è cangiato in amore verso il rutilante, il pacchiano. Ma ai suoi tempi era completamente diverso! Si prevedevano è vero, anni di scontri non solo verbali, ma tutti si aspettavano un grande cambiamento sociale e culturale verso la fine degli anni ’60. Su Internet aveva saputo del ’68. Ma se il ’68 era puntualmente avvenuto, allora com’era stato possibile questo evidente regresso?
Durante la notte il nostro disibernato insonne si ricorda di un amico, suo coltissimo coetaneo, verso il quale nutriva un profondo rispetto soprattutto per il buon senso e il raro equilibrio, che aveva intrapreso, a Padova, la carriera universitaria. Il giorno seguente parte, lo va a trovare. L’università è occupata. Domanda del professore Antonio Bianchi a un signore anziano. Quello fa un gesto sconsolato e dice, scuotendo la testa: “Eh! Poveretto!”. Giulio Rossi sbigottisce: “E’ morto?” “ No, ma è impazzito. Crede che siano arrivati i marziani” “Dove potrei trovarlo?” “Viene ogni pomeriggio qua e se ne sta da solo in una stanzetta sotterranea accanto all’archivio. Se vuole, le insegno la strada. Non si preoccupi, è innocuo”. Antonio Bianchi è una specie di barbone, dimostra più della sua età. Ma appena lo vede entrare s’illumina: “Tu sei il figlio di Giulio Rossi! Dio, quanto somigli a tuo padre!”. E l’abbraccia. Lo pseudo figlio di se stesso non smentisce, si rende conto che il suo amico Bianchi si confonde con gli anni. Basta un’ora perché tra i due torni l’antica confidenza. E quindi Rossi chiede: “Ma è vero che lei pensa che siano arrivati i marziani?”. Bianchi ride. “E’ quello che credono questi imbecilli che non hanno capito niente della mia teoria”. E la spiega all’attonito amico.
Secondo Bianchi, l’uomo, arrivato al massimo delle sue possibilità nel campo scientifico, ha cominciato a regredire, la sua evoluzione ha iniziato il cammino inverso. Si tratta di una curiosa involuzione, che permette ai meno dotati, proprio in quanto mento dotati d’intelletto, di diventare spericolati uomini d’affari, facendoli arricchire sempre di più in modo di allargare smisuratamente il loro potere economico. Il professore sostiene che essi combattono Darwin perché ogni giorno i loro volti sempre di più si vanno facendo somiglianti a quelli degli antichi progenitori e denunziano così la regressione! Con l’uso spietato per decenni delle televisioni, delle quali in un modo o nell’altro si sono impadroniti, hanno conquistato anche il potere politico, rendendo ottusi i cervelli, annebbiate le menti, fatta scomparire la capacità stessa di ragionare a fondo sopra le cose. In più, hanno trasformato le stesse televisioni da fabbriche del consenso in fabbriche del credere, fornendo una comoda fede di comodo, proponendosi e proponendo a tutti di diventare difensori di ciò che loro chiamano il Bene contro ciò che chiamano il Male. Ti riempiono la testa - continua il professore – parlandoti di uno scontro di civiltà, tra la nostra civiltà e quella islamica. Ti depistano. Lo scontro è invece all’interno della nostra stessa civiltà, tra loro, che ormai sono la maggioranza e noi che tentiamo di sottrarci al dominio della non ragione. Ora stanno portando avanti un loro tentativo di riforma dell’insegnamento, in modo da assicurarsi il potere anche presso le generazioni future. Distruggeranno tutto, sapere, conoscenza, ricerca. “Sai” – dice – “noi avevamo una base avanzata di ricerca in Antartide, sarà chiusa. I ghiacci eterni la sommergeranno, la faranno scomparire. Non ti pare che sia la metafora del futuro del nostro sapere?”. Con questa domanda il professor Bianchi, si chiude nel silenzio. “Torno domani?” – chiede Rossi. “Sì” – dice il professore cavando furtivamente da una tasca due fogli battuti a macchina – “Nascondili da qualche parte. E’ l’unica copia che rimane”. “Cos’è?”. “E’ il discorso che Concetto Marchesi, rettore di questa università, tenne agli studenti il 9 novembre 1943. Potrà servire”. Rossi prende i fogli, ne legge qualche rigo:
… speravo di difendervi da servitù politiche… oggi non è più possibile che l’università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose… voi siete stati traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa… per la fede che v’illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita…
Giulio Rossi ripiega i fogli, li mette in tasca, abbraccia il professore. Esce che è già buio. Appena in strada, un’auto pirata lo travolge, l’uccide.

Andrea Camilleri

(Discorso in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Accademico, Università di Siena, 12 novembre 2005)

Andrea Camilleri a Siena con Giuliano Testa, Socio del Camilleri Fans Club


 
Last modified Wednesday, July, 13, 2011