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I soliti ignoti
Saggi sulla letteratura siciliana sommersa del Novecento


Autore Salvatore Ferlita
Prezzo E 13,00
Pagine p. 144
Data di pubblicazione 2005
Editore Dario Flaccovio
Collana  


Salvatore Ferlita, con Andrea Camilleri, ci guida alla riscoperta dei talenti letterari siciliani del Novecento dimenticati.
Autori siciliani che hanno fatto grande la letteratura italiana ed europea del Novecento: Pirandello, Vittorini, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Quasimodo, Sciascia. Fin qui nulla di nuovo. Ma cosa accadrebbe se, accanto a questi nomi noti, riaffiorassero quelli di alcuni autori sommersi, pubblicati, premiati, stimati, eppure condannati all’oblio? Una nuova geografia e una nuova storia della letteratura isolana del secolo scorso prenderebbero forma. Salvatore Ferlita prende in esame la produzione di romanzieri come Angelo Fiore, Carmelo Samonà, Romualdo Romano, Franco Enna, dei drammaturghi Ezio D’Errico e Mino Blunda, e dei poeti Edoardo Cacciatore, Bartolo Cattafi, Angelo Maria Ripellino. E ricerca le cause che stanno alla base della dimenticanza o del rifiuto.

 

Prefazione

Venti e passa anni fa un critico letterario non siciliano tentò, con un articolo su un quotidiano del nord, di tracciare una sua affettuosa mappa degli autori siciliani del novecento, o meglio degli autori italiani nati nell’Isola. Partito da Messina e tributato il doveroso omaggio a Stefano D’Arrigo, proseguì per Catania scordandosi di Bartolo Cattafi e qui arrivato innalzò due bandierine coi nomi di Brancati e Patti dimenticandosi di Aniante; tra Caltanissetta ed Enna segnò una crocetta col nome di Savarese ma omise di metterne almeno un’altra col nome di Francesco Lanza. Peccati non tanto veniali, riscattati, torno a ripeterlo, da un senso profondo di stima e considerazione che trapelava ad ogni rigo.
La mappa che invece da tempo va disegnando Salvatore Ferlita ha la nascosta (ma poi non tanto) ambizione di proporsi come esaustiva.
Nel 2004 Ferlita ha pubblicato una raccolta di suoi scritti sulla letteratura isolana contemporanea intitolata “Altri siciliani”. Basta sfogliare il volume per spiegarsi subito il titolo. Nessun saggio è infatti dedicato ai grandi nomi, da Sciascia a Bufalino, da Bonaviri a Consolo, a Ferlita interessano appunto gli altri, quelli che stanno sorgendo all’orizzonte letterario con forza, autorità e una fisionomia sempre più definita, oppure gli apolidi come Riotta o i siciliani d’adozione come Alessandra Lavagnino (a quest’ultima categoria si potrebbe aggiungere Luisa Adorno).
Coerentemente, per quanto riguarda la poesia, non ci sono i nomi di Quasimodo o di Piccolo, ma quelli di De Vita, Isgrò e Maria Attanasio. Ma già nella sua prefazione a quel libro Ferlita adopera, sia pure di sfuggita, la parola “mappa”. Una mappa che l’autore sapeva allora ancora incompleta, perché il territorio letterario siciliano è ricco di fiumi carsici, di fonti d’acqua ora potabile ora amara nascoste da folte vegetazioni, da limpidi o limacciosi laghetti resi invisibili da particolari conformazioni del terreno. Una mappa che può essere disegnata solo da chi è animato da un’autentica passione e da una necessità di conoscenza che non si lascia mettere fuori strada o ingannare dai cartografi che l’hanno preceduto.
Questo nuovo libro invece s’intitola “I soliti ignoti” (come il famoso film) e nel sottotitolo viene specificato che si tratta di saggi sulla letteratura siciliana “sommersa” del novecento. Insomma, qui Ferlita svela appieno il suo proposito: la sua mappa si arricchisce, ora intende indicare ai cercatori di tesori le strade meno percorse, meno battute, le trazzere, i viottoli che portano ad altre trovature per le quali è già di gran valore il piacere stesso della scoperta.
Ma perché “sommersa”?
Va subito precisato che tra i quattordici autori che Ferlita prende in esame non ce n’è uno che abbia dovuto patire eccessivamente per veder pubblicati i suoi scritti o che non abbia ottenuto seri e ampi riconoscimenti. Faccio qualche esempio. Angelo Fiore esordisce con un libro di racconti in una collana diretta da Bilenchi e Luzi che certo non erano di gusto facile e in seguito vince il prestigioso e ricco premio Marzotto. Romualdo Romano vince il premio Hemingway col suo primo romanzo e viene stampato da Mondadori. Mino Blunda viene rivelato dall’ambitissimo premio Pirandello e incoronato da una giuria di altissimo prestigio.
“Principio sì giolivo ben conduce”, direbbe Sciascia citando Boiardo. Invece principi tanto giolivi talvolta non conducono bene, anzi portano dritto dritto a quelle sabbie mobili dentro le quali il malcapitato affonda lentamente, ma implacabilmente. Fino a essere del tutto sommerso.
Perché?
I casi della sopravvenuta disattenzione a Fiume e ad Attardi si possono in un certo senso spiegare anche se non giustificare: si tratta infatti di due artisti di fama internazionale che hanno scritto ciascuno un solo libro, o poco più. Il loro potente peso di maestri della pittura (ma sono stati anche scultori) ha finito con lo schiacciare, col porre in ombra la loro unica escursione, sia pure di tutto rispetto, nel campo della narrativa.
Ma gli altri?
Non credo che ci sia nessuno in grado di spiegare per quali fatti, per quali combinazioni, per quali circostanze uno scrittore abbia più fortuna di un altro di pari valore. La bilancia che regola il successo di uno scrittore obbedisce a imperscrutabili leggi proprie: certe volte basta un moscerino che si posa su un piatto a farlo decisamente pendere, certe altre volte quello stesso piatto non si muove neanche se ci si mette sopra una cattedrale.
Tra parentesi: mi sembrano del tutto campate in aria le certezze di alcuni accademici e critici i quali pensano che un best seller si possa furbescamente costruire in laboratorio. Vitale, che è stato a lungo presidente della più grande casa editrice statunitense, diceva che romanzi ai quali avevano pronosticato uno strepitoso successo venivano accolti con suprema indifferenza e altri sui quali non avrebbero scommesso un centesimo ottenevano un consenso vasto e inaspettato. Chiusa la parentesi.
Forse una spia per spiegare, almeno in parte, il perché della sommersione la si può trovare negli aggettivi, nelle frasi che Ferlita adopera per quasi tutti gli autori presi in esame. Mino Blunda è “sfuggente e appartato”, così “geloso del suo eremitaggio esistenziale e topografico da risultare quasi invisibile, evanescente”. Angelo Fiore è “schivo e appartato”. Anche Samonà è definito “appartato”. Romualdo Romano sopraffatto dall’uggia e dalla noia. Sebastiano Addamo che ha vissuto in “deliberato isolamento”. Antonio Russello, “scrittore appartato” che “non fece mai nulla per attirare su di sé l’attenzione degli altri”. Lo sdegno e l’orgoglio di Edoardo Cacciatore e la sua difficoltà nell’istaurare rapporti. Bartolo Cattafi, “inquieto sbirciante sconosciuto”, come il poeta disse di se stesso. Ripellino, “una sorta di alieno”.
Bastano questi dati caratteriali a spiegare il fenomeno? Se non lo spiegano del tutto, certamente hanno concorso a crearlo.
In questi nostri giorni nei quali sembra persino superata la battuta shakespeariana che tutto il mondo è teatro e ogni uomo è attore, superata perché oggi viviamo in un mondo che non sai più distinguere se sia reale o virtuale, il dignitoso appartarsi, il pensoso silenzio, la non esibita e gridata coscienza di sé, creano una cappa d’isolamento, d’invisibilità. Ma la colpa (perché proprio di questo si tratta: di una colpa) della dimenticanza o della disattenzione o della disaffezione o dell’esclusione non è certo di questi autori, ma di quei critici e recensori ormai quasi tutti votati alla ricerca frenetica della novità, pronti ad estasiarsi per il libro scandalistico di una esordiente minorenne o per un romanzetto qualsiasi purché non italiano ma che fa notizia.
Il libro di Salvatore Ferlita è quindi a un tempo una sorta di dovuto risarcimento e un appassionato invito all’attenzione. Sono saggi critici acuti e lucidi, che pilotano il lettore all’incontro con ogni autore con una guida esperta ed affabile. Perché oltretutto Ferlita scrive in un modo che si fa volentieri leggere, anche una considerazione complessa viene da lui dipanata con la sicurezza e la leggerezza (nel senso di Calvino) di chi conosce profondamente la materia che sta trattando.
Il critico Ferlita ha due doni rari: quello dell’eleganza e quello della chiarezza.

Andrea Camilleri



Last modified Wednesday, July, 13, 2011