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Gran Circo Taddei

e altre storie di Vigàta



Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 14,00
Pagine 327
Data di pubblicazione 3 marzo 2011
Editore Sellerio
Collana La memoria n.845
e-book € 9,99 (formato epub, protezione acs4)


A Elvira,
nel ricordo di una profonda, e rara, amicizia

«Una sorta di campionario di uomini e donne di Sicilia. Non c’è che l’imbarazzo della scelta»
(Andrea Camilleri)

«Davanti alla piazza San Francesco confluivano le corriere. Proprio questa è la nascita di Vigàta: lì al centro di quella piazza, ogni bambino raccontava le storie del suo paese, i fatti, ognuno le proprie cose. Quindi la grande piazza era come dieci paesi siciliani insieme, riuniti, che i bambini raccontavano… ne ho un ricordo vivissimo di scambio di informazioni, di storie…»
(Andrea Camilleri)

Otto storie, tanto perfette e compiute da costituire ciascuna un breve romanzo. Ci sono i personaggi della Vigàta di ogni tempo, l’inventario di una Sicilia dalle inesauribili sfaccettature: avvocati brillanti, chiromanti improvvisate, contadini e studentesse, preti e federali, comunisti sfegatati, donne risolute, un repertorio che suscita il sorriso o la pietà, e sempre un forte coinvolgimento. Ma in queste storie c’è anche un elemento fiabesco, mitico, un improvviso scarto dalla narrazione che ritorna insistente. È una traccia sotterranea che si mescola con il momento storico che è sempre ben definito, al punto che sin dalle prime righe di ogni storia la narrazione viene incastonata in una data precisa, la fine dell’Ottocento, l’alba del 1900, ma più spesso gli anni del fascismo, dello sbarco, del dopoguerra. Quasi sempre è l’ironia, la burla a dominare, o il gallismo brancatiano, oppure l’umanità solidale che non manca mai nelle storie di Camilleri che in quella «piazza della memoria» che è Vigàta, attinge a storie vere o verosimili depositate fra i suoi ricordi, per reinventarle e raccontarle con la sua capacità affabulatoria, tutte spruzzate da una polvere di simpatia.

Cliccare qui per leggere il primo capitolo

Le storie raccolte in questo volume sono:
Gran Circo Taddei
Il merlo parlante
La fine della missione
Un giro di giostra
La congiura
Regali di Natale
La trovatura
La rivelazione


Nota

Molto probabilmente in questi racconti i miei lettori troveranno casi di omonimia. Ecco appunto, si tratta di omonimie.
Tutte le situazioni, i nomi di persone e cose, mi sono stati suggeriti dalla fantasia e non dalla realtà.
Ci tengo a sottolinearlo e ci tiene ancor di più il mio avvocato.

A. C.


Fanno diversa via, in quel di Vigàta, la voglia e il piede. Uno scherzo del caso, repentino e inaspettato, si intromette sempre. Disorienta i nodi d’intrigo e li rende stridenti. Interrompe la banale prevedibilità dei fatti, un poco infimi spesso, o un poco ignobili, e magnanimi di rado; e li investe di diritto e di traverso, per celia o per scorno. Ne devia gli esiti e li rovescia. E trascorre dalla malasorte, al dispetto, alla vendetta fatale; dallo sgambetto, allo sberleffo, alla beffa. Il tutto declinando, ora andando indietro e ora avanti nel tempo, dalle superfetazioni eroiche e dal bellicismo virile di un falloide beccamorto, con la ganascia alla folla e la lucida cuticagna, il Duce il Duce; da una dichiarazione di guerra, insomma, che invocava braccia per i fucili e gioventù feconda da contrapporre alla sterilità dei popoli «volgenti al tramonto». L’«ora segnata dal destino» sviò, in quel brano d’Italia che è Vigàta, la favolaccia imperiale dello spaccamondo. Una provvidenza eroicomica, che agiva a contrappasso, investì i «combattenti» di una nuova missione. Caricò erezioni di fucili. Bonificò i letti sterili, che negavano il dovuto tributo alla patria fascista e disonoravano gerarchi e gerarchetti. Seminò corna, che non era possibile potare. Capitò pure, in quella festa grossa, tra malignazze che avevano il coraggio delle sciocchezze, che una «vasta congiura comunista» si rivelasse, al contrario, un’ardimentosa «congiura fascista». Un leone, che non ruggiva e perdeva il pelo, non riuscì, mentre attorno a lui i camerati andavano armando quisquilie campanilistiche, a far morire di spavento la vittima designata; eppure, per ironia della sorte, seppe entrare e impiantarsi negli incubi e nelle ossessioni di più persone. Era pur sempre il re della foresta. Tempo dopo, a liberazione avvenuta, il più «arraggiato» dei comunisti si lasciò ammansire e convertire dalla secchiata d’acqua di un ateo mattacchione travestito da Gesù Cristo benedicente. Il comunista si strinse al rosario. A Vigàta i comunisti perdettero le elezioni, e quasi scomparvero dalla vita politica. L’ateo liberale morì strozzato dalle risate. Sono otto i racconti che qui fanno libro e non semplice raccolta. Sono cronache e quasi apologhi, non si sa fino a che punto sempre e veramente d’altri tempi. Gli orologi di Camilleri sono molli. E i racconti sanno alzare e abbassare il tono. Non disdegnano neppure le scene pazze, cinematograficamente costruite, alla Quentin Tarantino. Sono racconti, questi, che non eludono il grande romanzo di Vigàta. Vi contribuiscono anzi, secondo una precisa progettazione.
Salvatore Silvano Nigro


Nell’anni che furo ’ntorno al milli e novecento e trenta, ’na quinnicina di jorni prima di ogni cangio di stascione, ogni lunidì Ciccino Firrera, ’ntiso «Beccheggio», immancabilmenti arrivava a Vigàta col treno delle otto del matino che viniva da Palermo.
Carricava supra a ’na carrozza un baullo e dù enormi baligie chine chine ligate con lo spaco e si faciva portari all’albergo «Moderno» indove, come al solito, pigliava ’na càmmara per dormirici e affittava per tri jorni il saloni «Mussolini» per fari l’esposizioni.
Appena ghiunto in albergo, svacantava il baullo e le baligie e apparava nel saloni ’na mostra di abiti fimminili ultima moda della premiata sartoria palermitana Stella Del Pizzo, allura di grannissima fama ’n Sicilia, della quali egli s’acqualificava come l’unico rappresentanti ambulanti autorizzato alla vinnita.
Verso l’una della stissa matinata, nell’ura nella quali tutti sinni stavano ’n casa a mangiari, a bordo di un sidecar affittato da Totò Rizzo che faciva macari da autista, Ciccino si firriava coscienziosamenti tutta Vigàta gridanno dintra a un megafono di lanna:
«Beddre signure e beddre signurine! Ciccino arrivò! Arrivò Ciccino! L’esposizioni è aperta dalle quattro alle setti di doppopranzo presso l’albergo Moderno fino a mercordì. Viniti! Viniti a vidiri i meravigliosi, novissimi abiti di Stella Del Pizzo per la stascione che arriva!».
A quell’annunzio, le fìmmine schette e maritate che si potivano permittiri d’accattarisi un abito della famusa sartoria, scasavano.
Oltretutto Ciccino faciva sconti grossi assà, che erano squasi da liquitazioni.
Nei tri jorni d’apirtura, il saloni era sempri chino e Ciccino pigliava nota del vistito che ogni signura si era scigliuto, contrattava il prezzo e si mittiva ’n sacchetta il dinaro.
Po’, dal jovidì matina fino alla duminica matina, annava ’n casa di ognuna col vistito scigliuto, glielo faciva provari e in un vidiri e svidiri, da bravissimo sarto quali era, tagliava, cusiva, allungava, allargava, stringiva, accorzava, assistimava seduta stante.
La duminica doppopranzo, con il baullo e le baligie vacanti, sinni tornava ’n Palermo e arrivederci tra tri misi.
Ciccino Firrera era un quarantino abbunnanti accussì laido da fari spavento.
Piluso come a ’na scimmia, la fronti vascia, con un occhio a Cristo e l’altro a San Giuvanni, àvuto sì e no un metro e cinquanta, la tistuzza nica nica da lucertola supra alla quali c’era ’na tali massa di capilli nìvuri e ricci da pariri un cappeddro, aviva un paro di gamme accussì ad arco che quanno caminava pariva preciso ’ntifico a ’na navi che beccheggiava.
La laidizza del corpo però era ’n gran parti compensata dalla biddrizza dell’occhi, lunghe ciglia squasi fimminine, pupille nìvure e profunne, e dal caratteri allegro e amicionero, sempri pronto a farisi ’na risata di cori macari supra alla sò diformità e alla ’ngiuria.
I mariti di lui si fidavano, vuoi pirchì pinsavano che manco la cchiù affamata delle fìmmine avrebbi avuto il coraggio di mittirisi con un mostro simili vuoi pirchì il contegno di Beccheggio con le clienti era sempri rispittosissimo.
Po’, un vinniridia sira, doppo dù anni che Ciccino viniva a Vigàta, la trentina signura Mariuzza Sferla contò all’amica Tanina Buccè, ’n gran sigreto e con il giuramento sullenni di non parlarinni con nisciuno, pena morti ’mmidiata, quello che le era capitato nello stisso doppopranzo con Beccheggio.
Era il principio della stascione ’stiva, o meglio l’urtima simana di majo, ma già faciva un càvudo di moriri.
Ciccino s’apprisintò ’n casa della signura Mariuzza alli tri, quanno lei, finuto di mangiare, si era da ’na mezzorata stinnicchiata supra al letto con la sula fodetta e si era appinnicata.
«Cu è?».
«Ciccino sono. Il vistito ci portai».
Si era completamenti scordata che erano ristati con Ciccino che lui sarebbi vinuto a quell’ura.
Si ’nfilò la vistaglia e annò a rapriri.
Era sula ’n casa. Il marito, Ubaldo, console della milizia fascista, era a Roma da tri jorni per un raduno e ci sarebbi ristato ancora dù. La cammarera ’Mmaculata dal jorno avanti non viniva pirchì aviva il figlio malato.
La signura Mariuzza era ’na tali beddra fìmmina che l’òmini del paìsi ci pirdivano il sonno.
Àvuta un metro e ottanta, biunna, occhi cilestri, gamme che non finivano mai, era cognita per l’assoluta sirietà e l’attaccamento al marito.
«Quella non è ’na fìmmina, ma ’na lastra di ghiazzo» aviva ditto all’amici Paolino Sciabica, il seduttori del paìsi, doppo che aviva arricivuto l’ennesimo arrefuto.
Come aviva fatto le altre volte, la signura fici trasiri ’n càmmara di letto a Ciccino pirchì lì c’era l’armuàr a tri specchi.
Mentri quello scartava il vistito, lei si livò la vistaglia.
Lo fici con naturalizza, pirchì sapiva che Ciccino mai si sarebbi pirmittuto manco ’na taliata cchiù longa del dovuto.
’Ndossò il vistito, si taliò negli specchi tri o quattro volte firrianno supra a se stissa.
Po’ disse:
«Abbisogna allungarlo di almeno tri centimetri e aggiustarlo darrè alle spalli pirchì indove c’è il gancetto di chiusura mi fa cannolo».
Si sfilò il vistito e lo pruì a Ciccino il quali lo posò supra al letto. Po’ dalla baligetta tipo medico che si portava appresso cavò l’occorrenti e si misi a travagliare.

(L'incipit de La congiura qui riportato è stato pubblicato su: Giornale di Sicilia del 3.3.2011, Il Piccolo del 3.3.2011, Il Messaggero del 5.3.2011)


"Nonni e nipoti" premia Andrea Camilleri
Abbadia San Salvatore - Sarà Andrea Camilleri uno degli autori premiati nella sezione "Memorie e/o esperienze di vita da tramandare" della I Edizione del Premio Letterario "Nonni e Nipoti" istituito nell'ambito della Festa dei Nonni 2011 che si svolgerà  dal 30 settembre al 9 ottobre prossimi. Promosso dall'associazione Culturale OSA (Operatori scolastici dell'Amiata) di Abbadia San Salvatore con la collaborazione della Fondazione Colonnetti di Torino e del periodico "Okay!" ed il patrocinio del Comune e dell'Amministrazione Provinciale di Siena, il premio è assegnato  ad opere pubblicate negli ultimi cinque anni da autori (nonni e nipoti) che possono trasmettere "pillole di vita" per le nuove generazioni.
In particolare per Andrea Camilleri il riferimento letterario scelto è quello del libro Gran Circo Taddei e altre storie di Vigata (Sellerio 2011) ma simbolicamente il premio intende sottolineare il "lavoro" di recupero effettuato negli anni da Camilleri attraverso quelli che vengono definiti i romanzi storici e sociali e, negli ultimi anni, quelli che si rifanno a leggende, racconti di cantastorie, derivati da tradizione popolare (come ad esempio Maruzza Musumeci e Il sonaglio). La capacità di Camilleri non sta solo nel ridare vita a fatti passati ma soprattutto nel riuscire a trasmettere nella narrazione la loro relazione con il presente, dove antichi vizi e antiche virtù si ripresentano, talora nascoste, sotto vesti diverse.
La manifestazione di premiazione Un albero per i nipoti - Festa dei Nonni e del Premio Letterario "Nonni e Nipoti" avrà inizio il 30 settembre con la premiazione dei nonni e bisnonni di Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio, Castiglione D'Orcia e Radicofani, e oltre alla presenza di Andrea Camilleri (eventualmente in video conferenza e in video-intervista registrata) vedrà anche quella di Sergio Staino (1 Ottobre) e Marcello Veneziani (2 Ottobre) e altri selezionati sino al 9 di Ottobre.
Fabrizio Pinzuti, Il Cittadino Online, 24.8.2011





Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 2,99
Pagine 38
Data di pubblicazione 28 gennaio 2016
Editore Sellerio
Collana Corti n.15
e-book formato epub, protezione acs4

Il racconto in versione e-book.

A Vigàta, a ogni cambio di stagione, giunge con la sua mercanzia Ciccino Firrera, detto «Beccheggio». «Beddre signure e beddre signurine! Ciccino arrivò! Arrivò Ciccino! L’esposizioni è aperta dalle quattro alle setti di doppopranzo presso l’albergo Moderno fino a mercordì. Viniti! Viniti a vidiri i meravigliosi, novissimi abiti di Stella Del Pizzo per la stascione che arriva!».
La promessa di Beccheggio è un abito alla moda di una famosa sartoria palermitana, ritoccato su misura, se necessario, da lui stesso, sarto bravissimo. Casa per casa, signora per signora, nubile o maritata. Perché di lui mariti, padri e fidanzati si fidano ciecamente: è troppo brutto, basso, peloso, un occhio a Cristo e l’altro a San Giovanni, le gambe arcuate, il passo claudicante, le movenze di una nave che oscilla sull’orlo del naufragio.
Ma all’improvviso tra le donne del paese sboccia una voce e un respiro, un sospiro e una diceria. Ciccino ha altre doti, è dolce, carnale, animalesco, sensibile, tutto un opposto e una contraddizione, tutto una sorpresa, un fremito, un piacere: uno sconvolgimento. Tra le signore di Vigàta si agitano confidenze e ammiccamenti, ma qualcuna si sente esclusa, come nelle peggiori delle congiure. Come può essere che solo a una, tra le brutte e le belle, Beccheggio non si sia rivelato…?



Last modified Thursday, January, 28, 2016