home page





La rivolta dei topi d'ufficio



Autore Camilleri Andrea
Prezzo Distribuzione gratuita negli uffici pubblici
Pagine 31
Data di pubblicazione 1999
Editore Este
Collana


Presentazione

L'alba del Terzo Millennio porta con sé terribili sfide ed affascinanti opportunità. La rivoluzione digitale, la globalizzazione dell'economia dei mercati e delle conoscenze, le grandi migrazioni e i problemi della società multietnica, impongono all'Italia uno straordinario sforzo di innovazione, riforma, modernizzazione. Un'impresa non meno ardua ed impegnativa di quella che ha caratterizzato gli anni novanta, con il risanamento della finanza pubblica, l'ingresso nell'Europa di Maastricht, la recuperata affidabilità internazionale del nostro paese.
Di quest'opera di modernizzazione fa parte la grande riforma del sistema amministrativo italiano che è stata, in questi anni, delineata in leggi, decreti e regolamenti; ma che ora affronta la prova più difficile, quella della sua concreta attuazione. Semplificare, sburocratizzare, decentrare; abbandonare il mito del bollo, del timbro, del certificato, delle complicazioni burocratiche; sostituire al culto dei formalismi giuridici il primato dell'efficienza, della qualità dei servizi, della soddisfazione del cittadino-cliente. È necessario cambiare le leggi; liberare amministrazioni, scuole, ospedali dalle catene di regole obsolete. Buona parte di questo lavoro è stato fatto. Ma non basta: occorre anche cambiare cultura, mentalità, modelli di comportamento. Trasformare burocrazie diffidenti e ostili, in amministrazioni amiche dei cittadini, impegnate a risolvere i loro problemi.
Un contributo prezioso a questa impresa, che è di gran lunga la più difficile, viene da questo racconto di Andrea Camilleri: capace, come sempre, di coniugare un'ineguagliabile fantasia narrativa ad una grande e nobile passione civile. Luciano Vandelli, che alla riforma ha dato un notevole contributo di idee e competenza, ha accettato l'invito ad illustrare il racconto con efficaci disegni. A Camilleri e a Vandelli va il ringraziamento di tutti noi che alla riforma dell'amministrazione abbiamo lavorato in questi anni. Un ringraziamento anche alla direzione de "La Stampa" che ha gentilmente concesso il diritto di riprodurre il racconto.
Franco Bassanini


In un racconto di Andrea Camilleri
la storica serata in cui i travet
decisero di dire basta all'autocertificazione
e alla riforma dell'amministrazione


Al civico 32 di Via Antonio Palliatore («insigne matematico» spiegava la targa, ma sparato se c'era uno in paìsi che conoscesse un'opera di Antonio Palliatore, manco una spiegazione delle tabelline) la prima convocazione della riunione di condominio era stabilita per le ore 20 e 30, la seconda per le 21 e in genere alla seconda convocazione si principiava.
Quella sera invece s'appresentarono tutti puntuali: forse perché al punto 1 dell'ordine del giorno c'era la destinazione di uno sgabuzzino, sul tetto, di due metri per due che ognuno voleva per sé? Oppure perché all'ultimo punto, segnato come «varie ed eventuali», correva voce che si sarebbe scatenata la guerra tra il ragionier La Piana e il dottor Lo Forte a proposito di un vaso di fiori che, innaffiato, perdeva? Il caso (o la necessità, và a sapere) aveva fatto sì che tutti gli inquilini del palazzo (quattro piani, tre appartamenti per piano) fossero tutti impiegati degli innumerevoli uffici statali, regionali, provinciali e comunali che costellavano la città di Montelusa.
Quella sera convennero tutti puntualissimi, ma non con quell'ariata battagliera che spesso contraddistingue i partecipanti a una riunione di condominio in genere l'un contro l'altro armati, no, anzi, l'improbabile viaggiatore che si fosse trovato a passare a quell'ora da quelle parti sarebbe certamente stato indotto in errore dalla comune espressione della faccia dei partecipanti, amaramente dolente oppure cristianamente rassegnata, e avrebbe pensato che stava per cominciare una qualche veglia funebre. L'improbabile viaggiatore avrebbe sbagliato e indovinato nello stesso tempo: quella riunione di condominio era la prima che si teneva dopo lo sciagurato avvento della legge sull'autocertificazione. In un certo senso, quindi, i partecipanti a quella riunione di condominio erano idealmente a lutto stretto, era il virtuale trigesimo, o quasi, della morte della burocrazia. Morte forse non ancora del tutto avvenuta, ma annunciata sì. Quando tutti si furono comodamente assittati nel capace salotto del geometra Pintacuda, amministratore eletto, calò tra i presenti pesante silenzio che il geometra, macari lui immerso in gravi e grevi pinsèri, non ebbe gana di rompere.


Il primo a risolversi a parlare fu il dottor Sinagra (dottore in legge): «Non è cosa» - esordì e tutti immediatamente capirono qual era la cosa che non era cosa. «Almeno, questa legge non è fatta per noi. Può funzionare in Svezia o in Germania, dove se qualcuno dice una cosa, quella è Vangelo. Ma qui da noi, come fai a fidarti della parola di uno sconosciuto?». «Da noi intende in Italia?» - spiò il ragionier La Piana.


 

«Certamente. Oppure lei crede alla leggenda del Nord più onesto del Sud?».
«Me ne guardo bene» - disse il ragionier La Piana. «Concordo con lei; anzi, ora che hanno in mente di cangiare la Costituzione, bisognerebbe suggerire di correggere l'articolo che dice che l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Nossignore, bisognerebbe, una volta per tutte, stabilire che l'Italia è una repubblica basata sulla diffidenza reciproca».


«Lei ha ragione» - intervenne il dottor Lo Forte fino a un'ora avanti suo acerrimo nemico. «Guardate cosa ci è successo quando una volta tanto ci siamo fidati».
«Che è successo?» - fu la domanda fatta quasi in coro.
«Che siamo entrati in Europa» - fece Lo Forte. «Ci hanno detto di pagare una tassa per entrare in Europa, l’abbiamo pagata e quelli davvero ci hanno fatto entrare in Europa. Ma dico: sono cose che si fanno?».
«Mi pare di capire» - disse il geometra Pintacuda - «che lei considera l’entrata in Europa una disgrazia?».
«La peggiore, egregio geometra. Questa legge sull'autocertificazione è solamente un'avvisaglia. Quelli si sono messi in mente di distruggere la burocrazia, di assassinarci. E lo faranno, può metterci la mano sul foco».
«Sono contento d'andarmene in pensione tra un anno» - disse il perito commerciale Panarello. «Mi sarà risparmiato l'orrore».
Calò nuovamente silenzio. Si sentirono dei sospiri qua e là.
«Quando io mi sono maritato» - fece con voce sognante l'impiegato all'anagrafe De Giovanni - «mi ricordo che ci sono voluti una ventina di documenti per me e altrettanti per la mia futura mogliere. Tra una cosa e l'altra, ci ho messo quasi un mese a correre da un ufficio all'altro».


«Beh, snellire le procedure poi non è»... - iniziò il ragioniere Arcadipane che tutti, nel palazzo, ritenevano omo d'idee troppo avanzate, ma venne subito interrotto dal dottor Sinagra.
«Guardi che, trattandosi di un matrimonio, lo snellimento delle procedure, come lei dice, porta danno al cittadino».
«Danno? E perché?».


Un danno al cittadino

«Vengo e mi spiego. Con un esempio che piglio dalle parole ora ora dette dall'amico De Giovanni. Egli ci ha riferito che impiegò quasi un mese a correre da un ufficio all'altro per ottenere i documenti indispensabili al suo matrimonio. Quindi, per trenta giorni, egli è stato costretto a non avere altro in testa che il passo che stava per compiere. Se nel frattempo gli fosse nato qualche dubbio sul matrimonio, poteva sempre fare a tempo a ripensarci. L'ingiustamente deprecata burocrazia ti obbligava a una specie di lungo esame di coscienza, ti faceva riflettere sul pro e il contro. Se, malgrado tutti i dubbi e le incertezze procedevi nella richiesta dei documenti, ciò veniva a significare che la tua intenzione di maritarti era seria. Insomma, più lenta era la burocrazia, più saldo sarebbe riuscito il matrimonio».
«E dove mettiamo la sicurezza psicologica che ti veniva dal certificato d'esistenza in vita?» - spiò Tonino Miccichè.
«Si spieghi meglio».
«Vede, in genere il certificato d'esistenza in vita veniva richiesto per il proseguimento del diritto alla pensione. In genere si presentavano allo sportello anziani ch'erano più in là che qua. Il certificato d'esistenza in vita, con tanto di firme e bolli, era in un certo senso rassicurante: era la comunità a confortarli dicendo loro che erano ancora persone che respiravano. E lo stesso valeva per quelli più giovani: come fa uno, con la testa che gli funziona, ad affermare con assoluta certezza d'essere vivente? Con tanti morti che se ne vanno a spasso, fanno politica, compaiono in televisione, con quale coraggio puoi autocertificarti vivo?».


«E poi osano pronunziare la parola burocrati con disprezzo!» - esclamò il commendator Filippo Vullo, il più alto in grado dei presenti, essendo capodivisione all'Intendenza di Finanza. «Dovremmo invece proclamarlo con orgoglio: noi siamo i burocrati, la colonna di ogni Stato degno di questo nome! Dobbiamo difenderci da questo sconsiderato attacco!».
«Ih! Ih!» - ridacchiò a questo punto Rosario Impallomèni, ritenuto la testa più fina di tutto il casamento. «Io ho sperimentato un metodo di difesa che mi pare funzioni».
Tutti lo taliàrono ammirati, poi ci fu un coro:
«Ce lo dica!».


«Dunque, se vedo che un cittadino si presenta con tutti i documenti, ignorando la nuova legge o non fidandosene, io gli faccio un bel sorriso, m'affretto a pigliarli e, senza manco leggerli, li metto di lato e lo congedo con un altro sorriso rassicurante. Se invece quello che viene appresso m'infila sotto il vetro divisorio quell'osceno pezzo di carta chiamato “Dichiarazione sostitutiva di certificazione”, io lo piglio, lo talìo, corrugo la fronte, talìo in faccia il cittadino con un'ariata di preoccupazione, ritalìo a lungo il foglio, faccio una smorfia, dico “bah” a mezza voce, e metto l'auto certificazione dalla parte opposta a quella dove ho messo i documenti del cittadino precedente. Questo crea un certo allarme nella fila. In breve, molti se ne vanno per ritornare qualche giorno dopo con tutti i documenti ch'erano richiesti col vecchio sistema, firmati e controfirmati da chi di dovere. Credetemi, funziona».


Ridotti al sotterfugio

«E pensare che siamo riusciti a sconfiggere Che Guevara e ora siamo ridotti a questi sotterfugi!» - esclamò Tarlino Miccichè, quello che aveva più libri in casa e li aveva macari letti.
«E che ci accucchia Guevara?» - spiò Pintacuda.
«Ci accucchia e come! Quando vinse a Cuba la rivoluzione di Castro, Che Guevara venne nominato ministro di non ricordo più quale ministero. Arrivò vestito da guerrigliero, con la pistola al fianco e disse che da quel momento in poi le cose dovevano camminare come voleva lui. Andò a finire che fu costretto a dimettersi dopo poco tempo. Era un uomo leale e così nella lettera di dimissioni riconobbe che contro la burocrazia non ce l'aveva fatta. E andò a combattere in Angola».


«Lei dice che potremmo costringere il ministro Bassanini o chi per lui ad andarsene in Angola?» - spiò speranzoso il ragionier La Piana.
La risposta fu un lungo, cupo silenzio dei presenti. Poi il geometra Pintacuda disse, a tutti e a nessuno:
«Vogliamo dare inizio alla riunione di condominio?»
La faccenda dello sgabuzzino si risolse in un attimo, venne assegnato per sorteggio. Il ragionier La Piana non attaccò turilla col dottor Lo Forte, gli altri punti all'ordine del giorno vennero sbrigati in un vìdiri e svìdiri. Tutti si sentivano molto provati.
Alle tre del mattino, Tanino Miccichè, che aveva la mogliere fora di casa in quanto era andata ad assistere la madre malata, tuppiò discretamente alla porta del dirimpettaio Impallomèni che era vedovo.
«Non riesco a pigliare sonno» - disse Miccichè quando la porta gli venne aperta da un Impallomèni vestito di tutto punto.
«Manco io» - disse l'altro. «Non ho manco avuto gana di spogliarmi. Si accomodi, così ci teniamo compagnia».
Assittàti in salotto, si confidarono reciprocamente la ragione sostanziale della loro insonnia che si poteva riassumere in una domanda: se la burocrazia cubana era riuscita ad annientare i propositi di un duro come Ernesto Che Guevara, possibile che in Italia non si potesse fare niente? Solo piegare la testa e lasciarsi passivamente distruggere? No, qualcosa bisogna assolutamente fare. Parlarono a lungo, fino alle prime luci dell'alba.
«Sono sicuro che questa notte qualcun altro di questo palazzo non ha chiuso occhio come noi» - disse Tanino Miccichè salutando l'amico Impallomèni.
Due sere appresso venne indetta un'altra riunione in casa del geometra Pintacuda, però stavolta non si trattava di condominio.


Il via al sabotaggio

Fu nel corso di quella storica serata che i presenti fondarono il primo nucleo clandestino dei «BAAC» (Burocrati Anti Auto Certificazione). E venne messo a punto un ingegnoso sistema di sabotaggio all'autocertificazione. Un solo esempio: in un giorno stabilito, tutti i sabotatori avrebbero preso una mattinata di permesso dai rispettivi uffici. Ognuno, con mezzi propri o no, si sarebbe recato in un paese vicino e qui avrebbe dichiarato di volersi maritare autocertificandosi. Naturalmente avrebbero usato tutti lo stesso nome e cognome: quello di uno sconosciuto, però regolarmente sposato e padre di non meno di tre figli. Poi, se restava ancora del tempo, si sarebbero scambiati i paesi visitati per fare altro danno. Insomma, i vivi sarebbero risultati morti, i morti vivi, i celibi sposati, gli sposati celibi, i disoccupati occupati, gli occupati disoccupati e via di questo passo, fino a rendere incredibile ogni autocertificazione. Inoltre ognuno dei primi dodici congiurati s'impegnò, approfittando dei weekend, di andare a trovare un amico e collega residente e operante in altre città per convincerlo della bontà e della necessità dell'iniziativa.
Un mese dopo, il geometra Pintacuda annunziò ai condomini del civico 32 di via Antonio Palliatore che i segreti aderenti ai «BAAC» erano più di diecimila. Si poteva già ragionevolmente pensare alla costituzione di un movimento politico.
«Vi ricordate?» - disse con occhi lucidi Filippo Vullo. «Altri, prima di noi, erano solamente dodici e poi diventarono centinaia e centinaia di milioni!».

(Caro dottor Camilleri, questo che ha appena finito di leggere non è un racconto di fantasia. È la cronaca fedele di fatti realmente accaduti, che certamente avranno conseguenze molto pericolose per il nostro Paese. Se mi sono deciso a raccontarglieli è perché io sono uno dei dodici fondatori dei «BAAC» (abito tuttora al civico 32 di via Antonio Palliatore), ma sono anche, come oggi usa, un pentito contestuale. Non cada nel facile gioco dei dodici Apostoli e dell'inevitabile Giuda. A richiesta, e a particolari condizioni, sono disposto a fornire l'elenco degli aderenti. Accolga i sensi della mia profonda stima).



Last modified Wednesday, September, 21, 2011