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Vi racconto lo scrittore l´uomo di cinema e di tv


Mica facile parlare di Soldati, della sua poliedrica attività artistica. Conviene fare un passo per volta, cominciando, come usano le voci biografiche delle enciclopedie, da quei fatti incontrovertibili che sono la nascita e la morte. E dunque: Soldati Mario, nato a Torino nel 1906, morto a Tellaro nel 1999. Fino alla licenza liceale, studia nel collegio dei reverendi padri gesuiti e quindi si laurea in lettere nel 1927. Se la matematica non è un’opinione, ciò significa che Soldati prese la laurea a 21 anni. Ma prima ancora di laurearsi, nel 1924, aveva esordito come autore drammatico con la commedia intitolata “Pilato”. Forse non ancora appagato di studio, si trasferì a Roma, frequentando, per due anni, l’Istituto superiore di Storia dell’Arte. Nel 1929, quindi a 23 anni, venne chiamato a New York, dalla Columbia University, come fellowship, professore aggregato. Attenzione, però: sempre nel 1929 pubblicò il suo primo libro di racconti, “Salmace”, e cominciò a collaborare al quotidiano “Il Lavoro” di Genova inviando articoli e corrispondenze. Due parole su “Salmace”. E’ una raccolta di sei racconti, il primo dei quali è la storia di un cambiamento di sesso che ha a protagonista un ermafrodito. Quel racconto è come un manifesto di personale poetica: trattare temi ambigui, inquietanti, con estrema limpidità e lucidità narrativa. Un altro racconto compreso nel volume, “Fuga in Francia”, verrà successivamente più volte ristampato. Negli Stati Uniti rimase due anni, più che sufficienti a fargli scrivere un singolare libro-reportage, “America, primo amore”, pubblicato nel 1935, una personale e vivace visione dell’America dove il paese da lui narrato è anche e soprattutto uno stato d’animo, una passione ricordata, come lui stesso scrisse, con una “estraneità piena di stupori”.
Ma Soldati non si fermò qui. Appena tornato in Italia, prese a interessarsi di cinema. Ma non è che fosse stato folgorato dalla settima arte, tutt’altro.
Si accostò al cinema solo perché poteva procurargli qualche guadagno.
Del resto, anche Pirandello si accostò al teatro per gli stessi motivi. Soldati accusava il cinema di essere troppo dipendente dall’industria, Pirandello, da parte sua, accusava il teatro di essere troppo dipendente dall’attore mattatore.
Soldati cominciò la sua carriera cinematografica come assistente e aiuto-regista, poi divenne sceneggiatore, e non poteva essere diversamente dato che era lo scrittore che era. Collaborò con Mario Camerini alla sceneggiatura di un film di grande successo come “Gli uomini, che mascalzoni!” e con Alessandro Blasetti. Insomma, seppe scegliere bene. E mise a frutto subito la pur breve esperienza nel mondo del cinema scrivendo un libro “Ventiquattr’ore in uno studio cinematografico” che però firmò con un divertente pseudonimo, Franco Pallavera. Dopo essere stato coregista con Ozep per il film “La Principessa Tarakanova”, di cui diresse la versione italiana, esordì nella regia nel 1939, con una commedia brillante, “Dora Nelson”, che aveva come protagonista Assia Noris. La sua maturità come regista cinematografico Soldati la raggiunge nel 1941 con “Piccolo mondo antico”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro, protagonista Alida Valli che qui rivelò le sue doti di attrice drammatica. Bisogna soffermarsi sia pure brevemente su questo importante film.
Soldati era un appassionato lettore degli scrittori italiani post-romantici del secondo ottocento, letterariamente si era formato su di loro e Fogazzaro gli era il più congeniale fra tutti. Non è un caso che dopo “Piccolo mondo antico” abbia ancora diretto “Malombra”. del 1942, e “Daniele Cortis”, del 1947, tratti tutti e due dagli omonimi romanzi di Fogazzaro.
“Piccolo mondo antico” di Soldati, se da un lato opera una scelta forse troppo drastica di temi e motivi che erano pur presenti nel romanzo a favore della compattezza narrativa cinematografica, dall’altro si presenta come un’opera di alto livello che apre la strada, come scrisse Giulio Cesare Castello, a una civiltà formale e culturale del cinema italiano. Rimangono alla memoria certi paesaggi lombardi, ora struggenti ora drammatici che trovano la loro radice nello studioso d’arte che Soldati era stato. E’ un film attento alla calligrafia, ma non calligrafico, che si presta a una lettura a diversi livelli, anche a livello patriottico-popolare. Perciò vorrei sottolineare che la civiltà cinematografica di Soldati non era assolutamente elitaria: ne è la riprova che il film non a caso venne scelto per inaugurare le trasmissioni della televisione italiana.
Nell’anno stesso in cui gira “Piccolo mondo antico”, cioè nel 1941, il trentacinquenne Soldati mostra il suo volto di narratore autentico con i racconti riuniti sotto il titolo “La Verità sul caso Motta”, intriganti, affascinanti racconti che in piena libertà e assoluta naturalezza assumono ora i toni del giallo ora dichiaratamente quelli del grottesco ora quelli del romanzo metafisico.
Da quel momento, come narratore, Soldati non si ferma più. Ecco un elenco incompleto di titoli:
“L’Amico gesuita” del 1943; “Fuga in Italia” 1947; “A cena col commendatore”, 1950, che contiene i racconti apparsi sulla rivista “Botteghe oscure” diretta Da Giorgio Bassani, e cioè “La Giacca verde”, Il Padre degli orfani” e “La Finestra”; “Le lettere da Capri”,1953, col quale vince il premio Strega; “Il vero Silvestri” 1957; “Le Due città” 1964; “La Busta arancione” 1966; “I Racconti del maresciallo” 1967; “L’Attore”, 1970 che vinse il premio Campiello; e altri dodici titoli che ometto per fare posto a un libro, “Cinematografo”, edito da Sellerio nel 2006, che, secondo la felice definizione di Salvatore Silvano Nigro, è un libro preterintenzionale, un libro “apocrifo” perché raccoglie, a cura di Domenico Scarpa, racconti, poesie, ritratti e polemiche che riguardano essenzialmente il mondo del cinema e mostrano la personale visione di Soldati verso quel mondo. Tra parentesi, mi corre l’obbligo di dire che la casa editrice Sellerio va da tempo pubblicando le opere di Soldati sotto la guida di Salvatore Silvano Nigro. E che è prossima la pubblicazione delle sue opere nei mondadoriani “Meridiani”.
Ancora una volta ci siamo spinti troppo avanti col Soldati narratore e dobbiamo tornare indietro per continuare gli accenni sulla carriera di Soldati regista.
I suoi successivi risultati migliori Soldati li ottenne quando continuò a trarre i suoi film da opere letterarie o teatrali, come “Tragica notte”, 1942, dal romanzo di Delfino Cinelli “La Trappola”; “Quartieri alti” del 1944 basato sui racconti di Ercole Patti; “Le Miserie del signor Travet”, 1946, dalla commedia omonima di Vittorio Bersezio; “Eugenia Grandet“ ,1947, da Zola; “La Provinciale”, del 1953, da un racconto di Moravia.
Seguono una ventina di altri titoli, moltissimi dei quali sono francamente da dimenticare. Avviene infatti, a un certo momento della sua carriera cinematografica, una vera e propria frattura.
Ho detto in precedenza che Soldati diffidava alquanto dal cinema ritenendolo troppo dipendente dall’industria. Secondo lui un film poteva raggiungere risultati artistici solo quando obbediva a un’ispirazione collettiva. Ma negli anni del neorealismo l’ispirazione collettiva c’era, eccome, solo che il neorealismo non era pane per i denti di Soldati. Lo sfiorò, il neorealismo, nel film “Fuga in Francia” del 1949, sul tentativo di espatrio di un criminale di guerra, ma si trattò di un contatto episodico.
Sicchè negli ultimi anni mise il suo consumato mestiere al servizio di quell’industria prima tanto temuta e non disdegnò di fare film su Zorro o sulla figlia del corsaro nero. In cinema, qualche volta, si prestò anche ad apparire come attore in film altrui.
A questo punto potremmo per un momento tornare a quella voce iniziale dell’enciclopedia e, dopo le dovute date e i luoghi di nascita e di morte, aggiungervi la sintesi delle sue attività. Dunque:
Soldati Mario, nato ecc ecc, studiò ecc ecc, si laureò ecc ecc. E qui, dopo un punto e una lineetta, andrebbe scritto: Commediografo, professore, giornalista, narratore, sceneggiatore e regista cinematografico. In genere, in queste voci, segue un giudizio critico complessivo. E noi non ci sottrarremo alla regola.
Soldati raggiunse la notorietà con le “Lettere da Capri” che vinse il premio Strega e che divenne uno dei primi best seller italiani. Il romanzo ad alcuni apparve freddamente costruito a tavolino, ad altri invece sembrò una delle sue opere migliori. Tra quelli che espressero dubbi, due grandi nomi della critica, Carlo Bo ed Emilio Cecchi. Bo sostenne che l’errore del romanzo consisteva “in un eccesso di vigore, in un materiale troppo ricco, in una pericolosa facilità di commento e di amplificazione”; mentre Cecchi paragonò il romanzo a “una imbarcazione da regata, con un’altissima velatura ma scarso contrappeso, che volano sulla cresta spumeggiante dell’onda, ma possono ribaltare da un momento all’altro”.
Forse la misura del romanzo non era quella giusta per Soldati, certamente si trovava assai più a suo agio in quella più breve del racconto. E inoltre bisogna sempre tenere presente che il Soldati narratore ha due facce totalmente diverse: in una è provocante, scandaloso, ambiguo, debordante a volte, nell’altra è addomesticato, tradizionale, attento a non infrangere le regole.
Resta di fatto che quasi tutti i suoi lunghi racconti segnano tappe importanti nel percorso della letteratura italiana del secolo scorso, mentre un altro racconto, “La Giacca verde”, si pone in assoluto tra i più belli e compiuti di tutta la nostra narrativa. E’ la storia di un gioco perverso, quasi sadomasochista, che si svolge nell’inverno del 1943, in un convento abruzzese, tra due rifugiati, un oscuro batterista che si spaccia per un grande musicista e un giovane, autentico musicista che, invece di svelare la menzogna dell’altro, si mette al suo servizio. Franco Fortini, di fronte a quell’alternarsi di pietà e di ironia che costituisce la tessitura sostanziale del racconto, fece giustamente il nome di Gogol’.
Ci piace concludere la parte che riguarda Soldati narratore con le parole di due suoi colleghi autori. Le prime sono di Natalia Ginzburg:
“L’io narrante o il protagonista, in Soldati, è un essere dal passo spedito, veloce e sicuro: e più forte della noia, più forte di ogni temporanea nausea, o ribrezzo, o desolazione, è in lui una viva, aspra, inesausta curiosità di esplorare le varie strade”…
Le seconde di Pier Paolo Pasolini:
“L’assoluta ‘leggerezza’ della scrittura di Soldati significa fraternità. Il suo rapporto con il lettore non è autoritario, ma mitemente fraterno”…
E questa forse è la più bella spiegazione del successo che Soldati, con e dopo le “Lettere da Capri”, ottenne presso il pubblico mondiale.
Del regista cinematografico si disse, e con ragione, che il meglio di sé l’aveva dato nella trascrizione cinematografica di grandi romanzi. Ma è un giudizio a mio parere troppo riduttivo. Trascrizione è un termine che non rende giustizia a quello che Soldati faceva nel trasporre un romanzo dalla pagina alla pellicola. In realtà Soldati, essendo egli stesso uno scrittore, riscriveva in chiave cinematografica il romanzo come l’avrebbe voluto scrivere lui sulla carta. E’ quello che Ovidio chiama “poeta poetae additus”. Il lavoro di uno scrittore su un altro scrittore, con inevitabili tagli, soppressioni, omissioni che non sono depauperamenti, come qualcuno scrisse, perché al romanzo originale sono aggiunte, e senza mai tradirne la sostanza, varianti e variazioni, innovazioni, spostamenti del punto di vista, sottolineature. Insomma, un Fogazzaro secondo Soldati, un Bersezio secondo Soldati e via di questo passo. Che non è cosa da poco, visti i continui tradimenti e stravolgimenti che il cinema opera nei riguardi della letteratura.
A questo punto, quando pare tutto concluso, bisogna tornare alla voce dell’enciclopedia e aggiungere una nuova attività, quella di autore di grandi inchieste televisive che faranno di lui un personaggio popolare, uno showman intelligente e accattivante.
La sua prima inchiesta, del 1957-58, s’intitolava “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, ad essa fece seguito, nel 1960-61, “Chi legge?- Viaggio lungo il Tirreno”.
Soldati capì benissimo come poteva far televisione restituendo alla televisione la sua funzione più autentica, che non è quella di trasmettere film che andrebbero visti al cinema o spettacoli teatrali che andrebbero visti al teatro, ma di narrare in forma diretta un evento, una situazione, una condizione. Sono due inchieste nei cui titoli torna per due volte la parola “viaggio” e il viaggio significa già per sé nuova prospettiva, nuova conoscenza. Ricordate che Pasolini aveva scritto che Soldati intratteneva con i suoi lettori un rapporto di fraternità? Bene, questa è l’impressione che di lui ebbero gli spettatori televisivi, un signore un po’ gigione, tanto che Flajano disse di lui che viveva ad ogni momento la sua autobiografia, col suo eterno sigaro in bocca, col suo bastone, con i suoi entusiasmi, ma che sapeva parlare con loro a tu per tu.
E qui cade a taglio accennare all’uomo Soldati. Lo farò con le parole del suo amico Emanuelli:
“Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”.
E ci sarebbe ancora da dire del Soldati scopritore di cibi genuini, del Soldati buongustaio… Farlo, mi sarebbe stato troppo gravoso, dato che da anni sono stato messo a dieta.
Andrea Camilleri

Andrea Camilleri

(Discorso di inaugurazione della manifestazione Mario Soldati - Un autore controtempo, Auditorium dell´Ara Pacis, Roma, 16 ottobre 2006)


 
Last modified Wednesday, July, 13, 2011