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I turbamenti di un cinquantino

di Giuseppe Marci

Il carattere di incontro amichevole fra colleghi che amano occuparsi di letteratura che abbiamo voluto assegnare al nostro seminario forse mi consente di cominciare con un aneddoto personale dal quale ritengo sia possibile ricavare alcune considerazioni di più generale interesse.

Il fatto che mi riguarda è presto detto: ho conosciuto Andrea Camilleri nel 1996, quando ebbe la cortesia di rispondere al mio invito, venendo in Sardegna per una serie di incontri organizzati nelle Università di Cagliari e Sassari. Camilleri non aveva ancora raggiunto la notorietà in seguito conquistata, la serie del commissario Montalbano era agli inizi e il protagonista cominciava ad assumere i tratti fisici e psicologici che sono andati via via definendosi fino a trovare un’ultima dimensione ne Il giro di boa del quale parleremo.

Qualche tempo dopo, divenuto Montalbano celeberrimo, e cominciando a profilarsi l’ipotesi di una riduzione televisiva dei romanzi di cui era protagonista, un giornalista chiese allo scrittore quale attore avrebbe secondo lui meglio potuto interpretare la parte del commissario di Vigàta, ed egli rispose indicando il nome di Jean Rochefort. Ma poi precisò che il vero commissario Montalbano l’aveva visto a Cagliari, incontrando il professore dal quale era stato invitato per una serie di conferenze all’università, e aggiunse una descrizione fisica di quel professore, condensandola nell’aggettivo stropicciati, riferita agli anni che gli attribuiva.

Anni stropicciati, dunque, a dire di una vita spesa intensamente, con pensieri diversi da quelli dedicati alla cura della forma fisica, con preoccupazioni che interamente assorbono la mente e i sentimenti, senza lasciare spazio ad altro.

Non vi racconterei tutto questo, se pensassi che stiamo parlando di me; in realtà, come si è compreso meglio anche attraverso le altre numerose interviste nel corso delle quali Camilleri è tornato sul tema, egli non stava parlando del nostro incontro reale ma scriveva una storia per la quale forse il mio aspetto e il mio modo di essere gli aveva offerto uno spunto, ma che aggiustava, amplificava, coloriva, articolava in forma narrativa, come un vero scrittore sa fare.

È con questo gusto di chi in certi momenti ha l’impressione di essere entrato in un romanzo, di essere traslato, di vedere in un personaggio letterario, come in una sorta di specchio (che a differenza di quello di Dorian Gray restituisce l’immagine perfettamente aggiornata con i segni dell’età) le inquietudini, i turbamenti, le saggezze, forse, di un cinquantino, con tutti questi sentimenti ho letto Il giro di boa.

 Anche gli anni di Montalbano sono, come vedremo, stropicciati ma conservano un temperamento che deve cominciare a fare i conti, e non vuole, con il trascorrere del tempo: “Avanzò cautamente, patendo di tanto in tanto lungo la schina addrizzoni di freddo. Ma pirchì, si spiò a un certo momento, a cinquant’anni passati mi viene gana di fare queste spirtizze?” (p. 22).

Non che nei precedenti romanzi della serie non fossero presenti  notazioni riguardanti l’uomo Montalbano, le sue visioni del mondo, i convincimenti morali, gli orientamenti politici, i modi di essere nella dimensione privata e nelle relazioni interpersonali, ma ne Il giro di boa è come se il personaggio compia una sorta di bilancio con la consapevolezza di essere giunto a un punto di svolta nella propria esistenza e che tale svolta coincida con un momento in cui si verificano trasformazioni importanti per l’intera collettività: la qual cosa rende tutto più complesso. Basterà valutare, per rendersene conto, lo spazio dedicato nel romanzo all’analisi dei fatti di cronaca e alla conseguente riflessione politica, al senso di amarezza che coglie chi constata l’inadeguatezza dell’agire umano nei confronti degli eventi grandiosi, e spesso tragici, che segnano il presente.

Ma osserviamo, innanzi tutto, i segnali di vecchiaia che ritmano il racconto in una sequenza continua, quasi a preparare il lettore che, in uno dei momenti culminanti del racconto, vedrà Montalbano colpito da un improvviso malore: “Sti mallitti crampi si erano fatti più frequenti negli ultimi du-tri anni, Avvisaglie della vecchiaia appostata darrè l’angolo?” (p. 23); “All’età ca avi vossia, certe spirtizze non l’avi cchiù a fari” (p. 30); “Questo era un signo certo di vicchiaia, una volta avrebbe saputo trovare con certezza dov’era lo sfaglio, il particolare stonato nel quatro d’insieme” (p. 69); “Perdeva colpi, era difficile ammetterlo, ma era accussì” (p. 92); “Qualche anno avanti sarebbe stato capace di distinguere tra chi aveva torto e chi aveva ragione? Avrebbe ammesso con la stessa tranquillità d’oggi l’errore commesso? E non era macari questo un segno di maturità o, per dirla tutta, di vicchiaia?” (p. 97); “E che era, vecchio come ‘u cuccu? Come Matusalemme?” (p. 98); “E in quanto alle dimissioni, forse fai bene ad andartene. Ti sei ingrigito, hai perso smalto, ironia, agilità mentale e persino carognaggine” (p. 103); “Un altro signali di vicchiaia prossima ventura?” (p. 143).

Nonostante tali e tanto precise indicazioni, né Montalbano, né noi che ne seguiamo le avventure siamo preparati alla cosa che capita in uno dei momenti culminanti dell’azione, la fitta in mezzo al petto “accussì improvvisa, lacerante, dulurusa e longa che il commissario, ricadendo a cavaddro della sbarra, ebbe la certezza che qualichiduno gli avesse sparato con un fucile da sub, centrandolo” (p. 236). In realtà la fitta non era stata provocata da una ferita ma proveniva “da dintra il suo corpo indovi qualichi cosa si era rumputa o era arrivata al limite di rottura” (p. 236).

Un eroe moderno (ma, sotto il profilo della tipologia narrativa, anche antico, un Achille che nel momento dello sforzo supremo ha bisogno dell’intervento del fido Patroclo il quale praticamente ne assume il ruolo), il nostro commissario, un personaggio che compie imprese difficili e quasi estreme sapendo bene non solo di non essere invulnerabile (come ritenevano di essere molti eroi del buon tempo passato), ma piuttosto di essere, per età e per stile di vita, un soggetto a rischio che ha nel cuore, mai nominato ma evidentemente imputato per questo violento insulto, un organo bersaglio sul quale, mai Dio lo voglia, possono scaricarsi tutte le tensioni alle quali la vita ci sottopone. E allora piange, piange “un chianto di duluri e di malincunia”: non ha paura per il doppio pericolo rappresentato dalla possibilità di morire o di essere scoperto dal nemico, ma prova dolore e, insieme, una vaga tristezza che è legata all’idea del tempo passato, della giovinezza finita, di tutto ciò che poteva essere, non è stato, e forse non avrà più modo di essere. Momento supremo di dolore, ma anche di riflessione e di bilancio, di comprensione dell’essenza, di riconferma del voto pronunciato. L’eroe, insomma, è piegato nel fisico, ma è totalmente integro intellettualmente e moralmente: non a caso proprio ora riesce a comprendere il senso della scena cui aveva assistito vedendo in televisione la varca a vela che non compiva il giro di boa. Ma su questo torneremo più avanti.

Giunto allo stremo, viene tuttavia salvato da Fazio che lo aiuta amorevolmente e gli consente di affrontare la parte conclusiva dell’impresa. Da solo, nonostante gli avvertimenti contrari dei suoi uomini (“Ma chi credi di essere, il giustiziere notturno? Il lupo solitario?” p. 247) ai quali chiude la bocca con un’affermazione impropria per un fedele servitore dello Stato: “È un fatto personale” (p. 250). Così parte, per quella che potrebbe essere la sua ultima impresa (lo dico pensando al compimento di un personaggio letterario nei confronti del quale l’autore ha altre volte manifestato una certa stanchezza e che, in questo romanzo, sembra aver raggiunto una dimensione a tutto tondo), sorretto dalla tensione nirbùsa, e quindi forte, ma anche consapevole del proprio limite, autoironico (“Ci mancava la pipetta torta nella vucca e sarebbe stato una stampa e una figura con un lupo di mare alla maniera delle pellicole americane di terz’ordine. Andò davanti allo specchio e si taliò. L’unica era riderci sopra” p. 257) e bisognoso di farsi coraggio da sé (“Avanti tutta, vecchio bucaniere!” p. 257): alla fine convinto che “doveva pigliarne atto, quelle imprise, per lui, non erano più cosa” (p. 259). Tanto è vero che in un’ultima autoriflessione si percepisce come un personaggio dei fumetti: “Gli parse di essere addiventato gatto Silvestro in uno dei suoi migliori momenti comici” (p. 260): i vecchiareddi finiscono per ritornare picciliddri.

Ma, quella raccontata ne Il giro di boa non è solo una storia individuale (che, per altro, sotto il profilo investigativo si conclude brillantemente con il salvataggio delle piccole vittime e la cattura, o l’uccisione, dei criminali), la vicenda di un uomo che, in un momento difficile della propria esistenza, riesce comunque a portare a termine il  lavoro iniziato. I turbamenti di Salvo Montalbano,  come già accennato, non si esauriscono nelle malinconie derivanti dalla percezione dell’invecchiamento e piuttosto riguardano il rapporto fra una sfera privata nutrita di convincimenti profondi e la dimensione pubblica, della vita sociale, del lavoro e della sfera politica. Sono i turbamenti di molti, oggi in Italia, che si interrogano, i più con angoscia, sul senso e sulla prospettiva degli avvenimenti cui assistiamo e dei quali, come cittadini, dovremmo essere protagonisti. Mentre non di rado ci pare di esserne travolti, ciascuno nel proprio campo, poliziotti, o magistrati o insegnanti che siamo.

Non a caso Il giro di boa non tratta soltanto dell’indagine poliziesca ma si apre con un’altra vicenda, quella del G8 di Genova, prosegue con la “mezza rivolta di una parte delle forze dell’ordine” (p. 18) a Napoli e affronta, fino a farne parte decisiva della trama, il tema delle migrazioni verso l’Europa.

Gli avvenimenti di Genova e Napoli colpiscono Montalbano per l’onta che ricade sulla sua istituzione: ne deriva un dolore profondo, accentuato dal fatto che non solo il governo di centrodestra, ma anche il precedente di centrosinistra ha la sua parte di responsabilità: il che significa che “questa lurdia è dintra di noi” (p. 20). Il problema dei migranti e della reazione italiana che si concretizza nella legge Cozzi-Pini lo colpisce sul piano umano ma anche, se così possiamo dire, in una dimensione gnoseologica: “Si illudevano di fermare una migrazione epocale con provvedimenti di polizia e con decreti legge” (p. 66). Nell’un caso e nell’altro è chiamato a rispondere di fronte alla coscienza, come uomo e come poliziotto.

La prima reazione è quella di dimettersi, di scindere la propria responsabilità e quelle dell’istituzione. Da qui le richieste di colloquio col questore, sempre annullate per la sequenza dei fatti legati alle indagini che gli impediscono di arrivare nella stanza del superiore e compiere il gesto definitivo. Ma è questa, se ci pensiamo, la dimensione salvifica del lavoro, quella che tutti ci riguarda, almeno quanti abbiamo avuto la fortuna di esercitare un mestiere che amiamo e che riteniamo utile alla collettività.

Montalbano sprofonda nelle procedure d’indagine dalle quali ricava il doppio e confortante sostegno di chi si sente appagato intellettualmente nel seguire un processo di conoscenza volto a capire come si sono svolti i fatti, nell’osservare le persone e il loro modo di essere, nel fermare le immagini raccolte nella mente per rimetterle in moto come in un film che a poco a poco si costruisce in sala di montaggio fino ad arrivare alla necessaria conclusione, e di chi obbedisce a un imperativo morale che comanda di impedire l’esecuzione di atti criminosi spesso rivolti, come in questo caso, in danno di bambini che non hanno possibilità di difendersi.

Il mondo sembra aver perso il senso d’orientamento, e a portata di mano c’è una soluzione personale: dimettersi. Ci pensa a lungo, Salvo Montalbano, riverificando il proprio progetto di vita, i convincimenti etici e politici, l’aspetto, non secondario, di un temperamento positivamente individualistico e insofferente nei confronti di tutte quelle ottusità che fanno perdere di vista l’aspetto essenziale dei problemi.

È difficile capire e decidere. In più c’è l’immagine della barca a vela vista in televisione, della quale vuol cogliere il senso. Finché giunge a quello che potrebbe essere un momento definitivo, l’improvviso malore che lo rende fisicamente inerme ma gli acuisce le facoltà della mente che ragiona con la lucida rapidità di un bilancio finale. “Fu allora che dintro alla sò testa si rappresentò la scena vista alla televisione, l’orgoglioso arrefuto di quella varca a vela che invece di fare il giro di boa e tornare narrè aviva preferito testardamente continuare ad andare avanti, fino a sfracellarsi ‘nzemmula alla varca dei giudici… E seppe accussì che il suo essiri fatto in un certo modo non gli concedeva nessuna possibilità di scelta. Non sarebbe mai potuto tornare indietro” (p. 238).

È  un voto che si rinnova, dopo lungo travaglio e contrastanti riflessioni, riconferma la scelta compiuta negli anni della giovinezza, la rende più salda, distillandola nel filtro dei turbamenti che travagliano la mente e l’anima di un cinquantino.

 

(Parte dell'intervento al Seminario Lingua, storia, gioco e moralità nel mondo di Andrea Camilleri, Cagliari, 9 Marzo 2004)



Last modified Saturday, July, 16, 2011