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Perché è impossibile decifrare Palermo

PALERMO irredimibile, sostenevano siciliani di forte sentire, in un passato non troppo remoto... Ho sempre opposto una resistenza tenace alla condivisione di un enunciato che nel corso degli anni e di eventi che pure ne fornivano giustificazione esistenziale, ha finito col consolidare uno di quei luoghi comuni che il tempo e l' uso convertono in riflesso condizionato, un' incrostazione difficile da estirpare dalle coscienze, anche le più «avvertite». Anche perché - diciamolo senza falsi pudori - fornisce a noi nativi, specie se intellettuali, un comodo alibi morale per dare legittimità alle nostre astensioni, alle nostre prese di distanza dalla così detta cosa pubblica, al nostro negarci. Le mie resistenze- ne sono lucidamente consapevole - sono più da ascrivere alle ragioni degli affetti che a quelle della pura razionalità: in questa città sono nato e ho sempre vissuto (e talvolta mi sono mimetizzato), in precario equilibrio tra invettiva, desiderio di fuga,e ratifica dell' impossibilità di vivere altrove. Palermo è l' unico luogo al mondo nel quale sento di potere esercitare fino in fondo e senza autocensure lo Ius murmurandi, che è forse l' unico diritto non del tutto conculcato, che sia sopravvissuto nella nostra democrazia incompiuta. D' ALTRA parte, sono ragionevolmente certo che se Sciascia fosse vivo ai nostri giorni non potrebbe che prendere atto dell' essersi avverata quella sorta di profezia-avvertimento che lui aveva rappresentata con la famosa metafora della linea della palma. Lo scrittore racalmutese era rimasto colpito dalla notizia che, per effetto del riscaldamento globale, la latitudine massima alla quale le palme trovano condizioni di vita ottimali si sposta di qualche centinaio di metri l' anno da sud verso nord. Sciascia, con quella sua amara ironia che non finiamo di rimpiangere, vi prefigurava la progressiva «sicilianizzazione», nel peggio, dell' Italia. Quello che forse lui non arrivò a immaginare è la forte accelerazione che il processo avrebbe conosciuto negli anni successivi alla sua morte. Italia irredimibile, avrebbe detto, oggi. E oggi forse troverei in questo assunto parte delle ragioni che mi fanno rifiutare una specificità palermitana: un rifiuto che non è affatto consolatorio, beninteso. Perché la diluizione delle nostre responsabilità di cittadini palermitani in una responsabilità collettiva di tutti gli italiani, come l' accettazione di un mal comune, non potrebbe certamente consolarci. Da quando avevo iniziato a scrivere il mio primo romanzo ed ero stato indotto a riflettere in maniera sistematica sulla realtà cittadina, ho maturato progressivamente il convincimento che se esiste una peculiarità palermitana, essa non è la irredimibilità ma la elusività. È un muro di gomma contro il quale ho finito sistematicamente col rimbalzare tutte le volte che sono andato alla ricerca di una possibile sintesi; cioè di quella che talvolta, con un eccesso di drammatizzazione, viene chiamata l' anima della città. Era, il mio, un tentativo di sintesi antropologica e mi riferisco a un' antropologia da semplice osservatore, da uomo, diciamo così, della strada, non certo da addetto ai lavori perché va da sé che capire una città significa soprattutto capire chi sonoi suoi cittadini. Ed è qui che noi palermitani, intesi come comunità, esercitiamo il massimo dell' ostruzionismo elusivo. Una elusività passiva e inconsapevole, ma irriducibile. Non voglio avventurarmi in analisi che non mi competono sulla perdita di identità della città e del suo popolo, che passa per il declino delle sue classi sociali e della sua classe dirigente, nel periodo che è seguito all' espansione edilizia degli anni Sessanta e Settanta; mi limito a ipotizzare che le difficoltà a «leggere» Palermo ne siano solo la più logica conseguenza. Palermo mi appare dunque un luogo a prova di sintesi. Mi è rimasta a lungo la convinzione che questo fosse un limite solo mio. Che esistessero da qualche parte intelligenze più lucide della mia, in grado di interpretare tutti i segnali che questa città non ha mai smesso di lanciare, e di ricavarne un disegno organicoe coerente. Segnali contraddittori ma forti, perché, come mi è già capitato di scrivere, Palermo è un luogo in permanenza sospeso tra agonia ed eccesso di vitalità, capace di proiettare in modo estremo bellezza e ferocia, furore e indolenza, abiezione ed eroismo, tristezza e gioia di vivere. Segnali, dunque, convertibili in affresco. E il luogo, per definizione, deputato a tracciare identità, che si tratti di metropoli o di persone, è il romanzo. E nei romanzi di ambientazione cittadina mi aspettavo di trovarla. Ma non c' è. Il romanzo-affresco, il romanzo epocale,o come si usa dire oggi, il romanzo-universo su Palermo, aspetta ancora di essere scritto. O, quanto meno, pubblicato. E non mi sembra questa una carenza degli scrittori palermitani, ma una incapacità della città a essere raccontata con lo sguardo di un unico romanziere, anche se di talento. Perché la città prima illude e poi elude chi pensa di averne decifrato la sostanza. Palermo, una città mosaico che mostra di potere essere raccontata solo per frammenti. Per punti di vista soggettivi. E quando si crede di avere sistemato ciascun elemento al posto giusto, e ci si illude di intravedere un disegno complessivo, quando si pensa di avere messo bene tutto a fuoco, le tessere scivolano via l' una sull' altra, ricreando un paesaggio sfumato, inafferrabile. Come un mosaico fluido. E dire che, soprattutto negli ultimi anni, le tessere di questo mosaico non sono mancate; anzi poche città, in Italia, hanno conosciuto un fenomeno - l' emergere di un così elevato numero di scrittori - che ha portato qualche critico a parlare di una verae propria scuola palermitana, specie nel filone giallo-noir. Giudizio che non condivido, perché gli scrittori palermitani, per fortuna dei loro lettori, costituiscono un arcipelago le cui singole isole sono prive di collegamenti reciproci. Se di scuola si tratti, essa è una scuola di differenze. Che questo fosse lo stato dell' arte nel rapporto tra un aspirante scrittore palermitano e la sua città l' ho percepito precocemente durante la stesura del mio primo romanzo, I delitti di via Medina Sidonia, che apre la trilogia presentata in questo volume. L' ho percepito, credo, d' istinto; e d' istinto la mia scrittura si è adeguata, rinunciando a ogni pretesa di analisi, se non tangenziale, rispetto alla narrazione. In questo è forse risultata decisiva l' opzione per il genere giallo-noir, che si direbbe il più idoneo per l' interpretazione delle città contemporanee, perché nell' indagine poliziesca è spesso dissimulata l' indagine sui soggetti sociali. Il romanzo, insieme con il successivo, La doppia vita di M. Laurent, nato per gemmazione dal precedente, presenta un punto di vista su Palermo che è stato definito anomalo. Più che di anomalia, sarebbe forse più corretto parlare, in senso letterale, cioè geometrico, di eccentricità, essendo il tema della mafia il centro rispetto al quale, nei due romanzi, mi ero spostato. Essi sono percepiti come romanzi senza mafia. In realtà, la mia principale ossessione, in corso di scrittura, è stata quella di presentare la mafia come una realtà immanente su Palermo, così fenomenica da rendere accessorio il parlarne in termini diversi dall' allusione. Non romanzi senza mafia, dunque, ma senza la mafia come protagonista principale. Ma, non per questo, di sostanza meno drammatica, nonostante l' ironia pervasiva che li attraversa. Al punto che Jean Claude Izzo, lo scrittore marsigliese scomparso qualche anno fa, li inseriva tra i romanzi noir mediterranei «in rapporto di filiazione con il tragico greco». Con il terzo romanzo, Il soffio della valanga, cambia tutto. Al protagonista dei primi due, l' io narrante Lorenzo La Marca, docente universitario e detective involontario, si sostituisce il commissario Vittorio Spotorno, suo amicoe compare d' anello, che per mestiere è abituato a occuparsi di delitti di mafia. Si passa, inoltre, alla narrazione in terza persona, che restituisce oggettività all' azione. La Palermo che affiora da questo terzo romanzo sembra avere pochi punti di contatto con la metropoli emancipata e vitaiola dei primi due, al punto da apparire a tratti antitetica, incomunicabile e circonfusa talvolta da un alone di cupezza. Di questo mi è stato chiesto conto di frequente, da parecchi lettori. In realtà, le due città convivono, insieme a molte altre, e sono sotto gli occhi di chi abbia voglia di vederle. Ciò che cambia tra i primi due romanzi e il terzo è il punto di vista dell' osservatore. Perché La Marca e Spotorno, per diversità di professione, di stato civile, di frequentazioni e di carattere, difficilmente potrebbero condividere una stessa prospettiva. E se la città influenza lo sguardo, ne è a sua volta influenzata. Come la scrittura. - SANTO PIAZZESE

Repubblica — 15 settembre 2009 pagina 1 sezione: PALERMO

Piazzese: noi giallisti abbiamo smentito Calvino

La Sicilia protagonista al "Noir in festival" di Courmayer

Al Noir in festival, che si svolgerà dal 7 al 12 dicembre [fino al 13, vedi anche http://www.noirfest.com, NdCFC] a Courmayeur, quest´anno è il turno della Sicilia. Saranno otto gli scrittori di genere coinvolti, tra cui Andrea Camilleri, Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, Piergiorgio Di Cara e Gaetano Savatteri, i quali parleranno del rapporto con la propria terra, dell´esistenza o meno di una scuola isolana del giallo, della tradizione siciliana del poliziesco e dei nuovi scenari del noir. «La letteratura poliziesca siciliana - spiega Santo Piazzese - è nel suo complesso interessante perché la letteratura isolana in generale è interessante. Si tratta, in definitiva, di una proiezione dell´attenzione dalla letteratura tout court al ramo poliziesco». Dietro i giallisti contemporanei c´è una tradizione interessantissima, con Ezio d´Errico in prima fila, seguito da Franco Enna e persino da Sciascia... «Sciascia è uno scrittore a trecentosessanta gradi. Lui ha usato il giallo alla stregua di un grimaldello, per cercare di interpretare la nostra realtà, per penetrarne i misteri». Ma dietro all´exploit attuale di polizieschi e di noir, ci sta quella che potrebbe essere definita la «funzione» Camilleri: giusto? «Il grande merito di Camilleri è stato quello di aver sdoganato la letteratura gialla, non solo in Sicilia, ma in tutta Italia. Dalle nostre parti, il giallo per troppo tempo ha sofferto della nomea di essere para-letteratura. Grazie allo strepitoso successo di vendite di Camilleri, e alla qualità dei suoi libri, si è innescato un meccanismo virtuoso, una sorta di reazione a catena». E dire che Italo Calvino aveva parlato, a proposito di Sciascia, dell´impossibilità di ambientare un giallo in Sicilia... «È vero, l´ha scritto Calvino, ma prima di lui Alberto Savinio aveva teorizzato l´impossibilità di scegliere, come scenario di un poliziesco, le città italiane, per l´assenza di nebbia e bruma, e per la presenza accecante del sole. Sia Savinio che Calvino sono stati smentiti dai fatti. C´è però da dire che non esiste un giallo italiano: ci sono i gialli regionali. La letteratura italiana tutta è policentrica, variegata. E di conseguenza anche il noir rispecchia questo carattere. Il giallo, in definitiva, obbedisce a quella regola di cui parlava Stendhal nella sua avvertenza alla "Certosa di Parma". Il grande scrittore francese scriveva infatti che se ci si sposta di cento leghe da mezzogiorno verso settentrione, non cambia solo il paesaggio, ma cambiano anche i romanzi. Questa è una sacrosanta verità». Ma esistono caratteri che accomunano i giallisti siciliani? C´è un motivo di fondo, nella scrittura o nel rapporto tra autore e territorio? «A me pare che non esista una scuola siciliana del giallo: ci sono troppe disomogeneità tra me, ad esempio, e Camilleri, tra Cacopardo e Di Cara. Ad accomunarci, è vero, c´è l´origine siciliana. Ma solo quella. La nostra situazione è opposta rispetto a quella sarda, ad esempio, più compatta e omogenea. Ecco, mi sento di dire che esiste una scuola sarda del poliziesco: c´è un unico punto di irradiazione, una matrice comune, da individuare in un libro, “Miele amaro”, di Salvatore Cambosu. Si tratta di una raccolta di scritti che a mio avviso sta alla base di quello che oggi gli autori contemporanei scrivono, del loro modo di rapportarsi all´isola. In Sicilia continuano a predominare la metafora, l´allegoria, ma declinate da punti di vista di volta in volta diversi».

S.F. La Repubblica (ed. di Palermo), 12.10.2004

L'età dello scirocco

Quando il vento del sud soffia anche sui romanzi

«Nel pomeriggio si mise a soffiare lo scirocco. Il segnale lo diede la banderuola di ferro sul terrazzo di fronte al mio balcone: cigolava sempre, ma quando soffiava lo scirocco pareva impazzisse addirittura e il suo stridìo esasperante penetrava nelle vene». Così scriveva Romualdo Romano, scrittore palermitano morto a Roma tre anni fa, nel suo romanzo intitolato appunto “Scirocco”. Romanzo tutto quanto attraversato dal tipico vento del sud, all´inizio caldo e secco, e via via sempre più umido, che «quando spira - si legge - par che voglia radere la terra», facendo precipitare gli animi in uno stato di prostrazione e di noia esistenziale. La declinazione letteraria dello scirocco, da Romualdo Romano in poi, avrà grossa fortuna nelle pagine degli scrittori siciliani, diventando un vero e proprio motivo di fondo, quasi la colonna sonora di tanti racconti e romanzi isolani. A cominciare da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che però da Romano sembra ricavare piuttosto l´immagine di una Sicilia immobile, dannata all´oblio e al sonno, piagata da un´estate lunga, umida e prostrante. Non fu da meno il cugino di Tomasi, Lucio Piccolo, il quale intitolò una poesia al vento del Sahara, che «d´assalto prende le porte grandi / gli osservatori sui tetti di smalto, / batte alle facciate da mezzogiorno, / agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni». È uno scirocco che ha poco di languido, quello del poeta di Capo d´Orlando, e che porta subbuglio ma non sfinimento o fiacchezza. Come accade invece nelle pagine di Vincenzo Consolo, quelle della “Ferita dell´aprile” (1963): «Lo scirocco è un tempo che spossa, che chiude gli occhi e ogni cosa, addormenta pensieri e sentimenti». Per restare ancora in ambito messinese, c´è poi lo scirocco che soffia nelle pagine dell´”Horcynus Orca” di Stefano D´Arrigo (1975): scirocco che «aveva infocato la posta», accompagnando il nocchiero ‘Ndrja Cambrìa nel suo viaggio da Napoli verso lo Stretto. È un vento che trascina parlate millenarie, quello di D´Arrigo, legandole al dialetto, in un miscuglio incomprensibile. Nell´”Affaire Moro” (1978) di Leonardo Sciascia lo scirocco penetra ogni cosa, come il pensiero della morte: «Nelle case patrizie siciliane c´era, ingegnosamente escogitata credo nel secolo XVIII, una camera dello scirocco: dove rifugiarsi nei giorni in cui lo scirocco soffiava. Ma una camera in cui rifugiarsi, in cui difendersi dal pensiero della morte?». E a proposito della camera anti caldo, viene alla mente il romanzo di Domenico Campana (1986) da cui è stato tratto il film di Maurizio Sciarra del ´98, con Giancarlo Giannini e Tiziana Lodato: «La stanza dello scirocco è un grande locale bianco, disadorno, che s´affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po´ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato». In quella caverna intonacata, da secoli la famiglia Acquafutura si rifugiava con i servi, perché i nervi umani non venissero divorati dal vento del deserto. E un fiato che divora i nervi è lo scirocco di “Diceria dell´untore” (1981) di Gesualdo Bufalino: «Il soffio che ne nasce non fa nemmeno sudare, ma stringe dentro un pugno il cuore, scaglia le rondini a rompersi contro la sciara, dovunque fa luminello, seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo». Un soffio che si porta dietro miasmi e tanfo di morte. Di tutt´altro genere è il vento che soffia nelle pagine di “Scirocco” (1993) di Silvana La Spina: «Dà alla testa. Non so se capisce, è come una furia che ti prende, un bisogno di mordere quasi; mentre il sangue che prima ti scorreva nelle vene improvvisamente fa groppo qua e là, e tu non sai dove battere il capo». C´è dunque lo scirocco furioso della La Spina, ma anche quello sofisticato e ironico dei “Delitti di via Medina-Sidonia” (1996) di Santo Piazzese: «Ma anche perché, tutto sommato, la storia comincia con una sciroccata, che del tempo atmosferico è contemporaneamente la parte dramma e la parte commedia. Forse che Dio, quando soffiò la vita in un Adamo di creta, non la soffiò da sud-est? Così lo scirocco nacque prima di Adamo. La Genesi non ne fa cenno: era troppo ovvio». Quello di Piazzese è un vento che fa drizzare e crepitare i peli delle braccia, «sbiellando» la testa di tutti, anche quella del leone, nella gabbia in fondo ai Giardini botanici. E per concludere, c´è lo scirocco che annuncia l´apocalissi nella “Stanza dei lumini rossi” (1997) di Domenico Conoscenti: «Il treno arrivò in stazione poco prima di mezzogiorno. Era una giornata di scirocco, di quelle improvvise, prima dell´estate vera e propria e che finiscono di colpo, dopo due, tre giorni, lasciando il cielo più scuro e pesante di prima». Si sa che, dopo circa tre giorni, per compensare le differenze di pressione atmosferica, lo scirocco viene sostituito da un vento freddo continentale che soffia da nord a sud: la tramontana, che abbassa la temperatura ma arreca bel tempo. E attraversate dalla tramontana sono le pagine di Andrea Camilleri, il quale sembra refrattario nei confronti dello scirocco. Basta prendere tra le mani gli “Arancini di Montalbano” (1999): «Tirava infatti una tramontana gelida e stizzosa, la rena s´infilava negli occhi e nella bocca, i cavalloni partivano alti sulla linea dell´orizzonte». Per non parlare dell´incipit dell´”Odore della notte” (2001), reso movimentato da una tramontana «gelida e determinata».

S.F. La Repubblica (ed. di Palermo), 12.10.2004

Il prof. Santo Piazzese a Bergamo

il Premio Bergamo di Narrativa Venerdì 1 ottobre 04

E' una sala per concerti la Sala Alfredo Piatti, e ci accoglie mponente ed elegante, Siamo i primi. Chiedo timidamente agli addetti dell'organizzazione se la prima fila è riservata,divertiti mi rispondono che è riservata per noi. Sul palco a semicerchio si sono accomodati sei vincitori del premio Bergamo.

Ermanno Cavazzoni - 1988 - Il poema dei lunatici
Antonio Franchini - 1997 - Quando vi ucciderete maestro? La letteratura e il combattimento
Ugo Cornia - 2001 - Sulla felicità a oltranza
Diego De Silva - 2002 - Certi bambini
Santo Piazzese - 2003 - Il soffio della valanga
Romolo Bugaro - 2004 - Dalla parte del fuoco


Con puntualità nordica alle 21,05 Lucio Klobas - (uno dei quattro componenti della giuria "tecnica") dà il suo saluto di benvenuto. Breve panorama e finalità del premio Bergamo. Chi desidera saperne di più può leggere qui:http://www.premiobg.it/

Soprattutto tiene a precisare che il premio si interessa di scovare e segnalare scrittori emergenti, nella attesa di riconoscimenti più importanti. Alfredo Giuliani, critico letterario di Repubblica,(anch'egli componente della giuria "tecnica")legge alcune sue ultime poesie, anticipa che sono ironiche e brevi. La prima - dal titolo: "Alzheimer" - più che divertente la trovo tragica. Le successive fortunatamente vanno migliorando. Klobas inizia con il giro di domande: "Cosa pensate del premio Bergamo e dei premi letterari in generale?"

Il microfono è allungato a Ermanno Cavazzoni. Con voce monocorde rivela che, quando torna in albergo dopo aver vinto un premio, avverte un senso di fine e pensa al suicidio. Brusio in sala. Ma prosegue e spiega la sua timidezza, la sua ritrosia, la vergogna di vedere il suo libro esposto nella vetrina di una libreria . Precisa che il momento più bello di uno scrittore è quando si trova solo con se stesso e avverte che ha scritto qualcosa di veramente bello, di cui è soddisfatto. Quello è il miglior premio. Racconta aneddoti di premi pilotati, poco puliti e assurdi.

Romolo Bulgaro, giovane avvocato padovano, è di tutt'altro avviso. I premi servono, sono occasione di visibilità, certamente vi sono premi pilotati e ridicoli.

Per Antonio Franchini anche la scrittura, come ogni opera d'arte, cerca approvazione. Il premio è il riconoscimento a quella parte che cerca consenso. Ma conferma che la scrittura è un atto di solitudine. Il premio certifica l'esistenza. Ti dice: tu esisti. Riporta un paradosso di Fruttero & Lucentini sulle donne: quelle brutte vogliono essere belle, quelle belle bellissime, quelle bellissime si domandano: ma la bellezza sarà tutto? - Così anche lo scrittore arriva a domandarsi: "Ma infine la scrittura sarà tutto?"

Diego de Silva afferma che il premio proviene da una comunità, quindi si avverte un senso d'appartenenza. E' anche questa la gratificazione.

Ugo Cornia, modenese, è scanzonato, divertito e divertente, si prende in giro o ci prende in giro, è tutto un intercalare di cioè, ma, non so, beh, nulla, ah si. ma il pubblico si diverte e lui conferma: "Noi abbiamo questa inerzia emiliana che fa ridere."

In questo clima interviene Santo Piazzese. E' la quarta volta che è presente al premio, si sente cittadino onorario anche per motivi parafamiliari: la sorella di Olimpia (sua moglie) abita a Bergamo. Ricorda l'articolo apparso su Repubblica nell'edizione di Palermo in occasione della sua nomina a vincitore: "Palermo batte Lega Nord 1 -0". Precisa che nell'articolo non vi era nessun riferimento a preconcetti di sorta, ma spesso i titolisti non leggono tutto l'articolo. Precisa che non ha vinto molti premi, ma i due premi di cui è maggiormente orgoglioso sono proprio il premio Bergamo e un premio vinto a Bologna: il premio "Franco Fedeli" organizzato dallo SIULP. Spiega alla platea come è nato il premio Fedeli e a chi è assegnato. "Questi sono premi puliti, da qui il mio orgoglio" - conclude Potete ben immaginare la mia emozione nell'ascoltarlo, ricorderete come al premio Fedeli la colonna emiliano-veneta del CFC sia stata, grazie a Simona, coinvolta . Altro giro di domande, ma avevo promesso un mini reportage, quindi taglio.

Riporto l'ultima domanda a Santo Piazzese: " Che ne è del romanzo giallo?" Piazzese afferma che il giallo tradizionale, quello di stampo anglosassone, è tramontato. E lui non ne avverte la mancanza. Nel giallo moderno, spesso, alla fine del libro, c'è una quantità di entropia, cioè, nel linguaggio dei fisici, di disordine, superiore a quello che vi si trova all'inizio. Lo scrittore non deve necessariamente presentare una soluzione consolatoria per il lettore, anzi spesso, se è stato bravo, lo lascia nell'inquietudine. Il che è positivo se induce al pensiero, alla riflessione, all'analisi. E a proposito di innovazione nel genere, a lui è stato proposto di studiare il problema di un giallo dove l'assassino sia il lettore. Il professore ritiene, che non ci sia una soluzione compatibile con le regole del famoso "decalogo del giallo" stilato da Raymond Chandler. Borges, invece, aveva avuto l'idea di scrivere un giallo dove l'assassino era lui.

Sono circa le 11,30. Kleber tenta di chiudere, ma Santo Piazzese, gentilmente, chiede se vi sono domande fra il pubblico. Vedo mani alzate, ma più veloce di tutti e prima che io riesca a fermarlo, mio marito sale sul palco e, neppure a farlo apposta, domanda: " Ho notato che tutti voi scrittori, qui presenti, avete anche un'altra professione. Sarebbe interessante conoscere se, secondo voi, la scrittura di chi è solo scrittore sia migliore, cosa apporta o toglie la vostra professione alla scrittura, e se fosse diversa qualora non aveste l'esperienza di una professione, in alcuni casi anche tanto differente." Un po' di brusio fra gli scrittori, poi Piazzese sorride quasi divertito e risponde: "Mi verrebbe spontaneo dire che chi scrive soltanto è più bravo. Ma oggi nessuno può vivere di sola scrittura, per lo meno deve coadiuvare lo scrivere libri con articoli, pubblicazioni o altro, sempre in ambito letterario. Un tempo in Sicilia vi erano persone, appartenenti famiglie aristocratiche, che potevano permettersi di non lavorare, anzi era azione riprovevole farlo. Oggi non è più possibile. Da parte mia posso dire, che se non avessi 25 anni di ricerca alle spalle, sicuramente la mia scrittura sarebbe totalmente diversa. Interviene Antonio Franchini è per affermare che, secondo lui, non vi è differenza. Sta per prendere nuovamente il microfono Santo Piazzese per terminare la risposta, ma è tardi, gli scrittori devono ancora cenare e il moderatore,con accuratezza, chiude la serata.

Saluti e abbracci con il Professore e la promessa di rivederci al prossimo incontro, geograficamente accessibile. Scambio di email con il responsabile dell'ufficio stampa del premio - qualche PR non guasta mai - Corriamo, letteralmente, alla ricerca dello scrittore Ugo Cornia, troppo simpatico per non avere un incontro ravvicinato. Si conferma amabile e gentilissimo. Mi riprometto di leggere il suo libro.

Per il cultori del CFC/2000/Express aggiungo: nel parterre non vi erano bambole, ma solo qualche robusta bellezza padana; non posso trasmettervi l'elenco dei VIP, poiché purtroppo nessuno mi ha passato veline.. Abbiamo cenato in un palazzo del '400 (Da Mimo) per l'elenco delle portate e dei vini alla prossima puntata, su richiesta. :-))

Cari saluti a tutti.



Luisa

La Marca in tv

Sarà Massimo Dapporto l'interprete televisivo del personaggio di Lorenzo La Marca, il professore di biologia, investigatore suo malgrado, protagonista dei primi due romanzi di Santo Piazzese. Le riprese del film in due puntate, che porteranno sul piccolo schermo i romanzi I delitti di via Medina Sidonia e La doppia vita di M. Laurent, cominceranno a ottobre 2004. La casa di produzione è la Palomar di Carlo degli Esposti, la stessa dei telefilm del Commissario Montalbano.

Ansa 04/05/2004

Lo scrittore Santo Piazzese in cattedra alla scuola media «Buonarroti»

«Quando ho terminato di scrivere il mio primo libro, ho provato quasi una sensazione di dolore, simile a quella di un genitore quando vede partire il figlio per una terra lontana. Alla fine ti affezioni alla storia e ai personaggi e lasciarli ti provoca una gran tristezza». Così ha risposto ieri mattina lo scrittore palermitano Santo Piazzese, ad una delle tante domande poste dagli alunni della scuola media Buonarroti, durante un incontro promosso dall'assessorato comunale alla cultura. E ovviamente non poteva che riferirsi a «I delitti di via Medina-Sidonia» del 1996, il biologo palermitano, “prestato alla scrittura”, come egli stesso ama definirsi. Libro esordiente, con il quale l'anno successivo vinse il Festival del Primo Romanzo, a cura del Salone del Libro di Torino. Ma a cosa è dovuto il successo dei suoi libri, pienamente decretato anche in seguito alle altre sue due pubblicazioni: «La doppia vita di M.Laurent» e «Il soffio della valanga»? Glielo abbiamo chiesto al termine dell'incontro con gli studenti. «Si tratta di libri fortemente caratterizzanti per la loro collocazione cittadina e ambientati in una città perfettamente riconoscibile – spiega –,all'inizio tra l'altro si è trattato perlopiù di un processo basato sul passaparola, ma pian piano questo ha portato ad una ascesa costante dei miei lettori. In seguito è arrivato anche il successo di Camilleri ed io in un certo senso ho usufruito di questa apertura di strada da egli già attuata». E per la delizia dei suoi tanti lettori Piazzese sta già pensando al suo quarto romanzo. Anche in questo sarà nuovamente presente il commissario Spotorno, ma stavolta l'ambientazione sarà precedente alle prime tre storie.

Simonetta Russotto - La Sicilia, 7.4.2004

Luca Crovi intervista Santo Piazzese

"Con il giallo si racconta la vita, così come fa ogni forma o genere letterario. Un romanzo nel quale vi è una indagine poliziesca, può essere considerato uno strumento ottimo per indagare la società di ogni tempo". A parlare è Santo Piazzese, autore de I delitti di Via Medina Sidonia, La doppia vita di M. Laurent e Il soffio della valanga libri che hanno avuto successo in Italia editi da Sellerio, e sono stati tradotti in Germania ed in Francia. Romanzi nei quali emerge una città forte culturalmente come Palermo che l'autore racconterà in diretta il 25 gennaio a "Tutti i colori del giallo" mostrandone umori, sentimenti, odori, colori, musiche. Ci muoveremo così fra i suoi mercati, teatri, piazze, porti alla scoperta di una città secolare che ha mantenuto integra la sua identità nel tempo. Santo Piazzese palermitano, 54 anni, biologo di professione e creatore del personaggio dello scienziato-indagatore La Marca è convinto che non riuscirebbe a scrivere altre storie se non quelle della sua Sicilia e della sua città che scandaglia in maniera scientifica e con passione. Scrivere per lui è un modo per "esorcizzare la vita".

... Continua

Tutti i colori del giallo 25/01/2004

La letteratura siciliana

incontro con Santo Piazzese

S.P. premette che nel quadro di Europalia veste una doppia giubba: autore di giallo e autore siciliano. All'inizio si definiva biologo prestato alla scrittura e oggi si definisce scrittore prestato alla biologia.

D.C. presenta brevemente e benissimo i tre primi libri e chiede all'autore perche un biologo inizia a scrivere romanzi gialli

S.P.: "perche no?". Tentativo di risposta: spiega che lavora in laboratori di scienze sperimentali. Fa delle ricerche su proteine giganti che intervengono nel sistema respiratorio degli invertebrati. Cerca di misurare il loro peso. Per questo usa apparecchiature speciali, metodi indiretti, deve interpretare dei grafici e alla fine del processo trova il peso. Il noir e un romanzo che gira attorno ad un omicidio. Il primo passo e trovare l'identita del morto ammazzato (analogia con la proteina). Il secondo passo consiste per l'investigatore nel scoprire tutto quello che riguarda la vita del morto, l'ambiente, ecc (analogia col biologo). Quindi per lui e la continuita naturale del suo lavoro di biologo.

D.C.: da dove viene La Marca? Ha tratti autobiografici?

S.P.: La Marca e nato dalla struttura dell'inizio del libro. Un cadavere viene ritrovato nei giardini dell'Universita. L'investigatore doveva venire da li. Spiega che per lui ci sono due tipi di scrittori: quelli che scrivono di cose che non conoscono e quelli che scrivono di cose che conoscono. Non voleva che ci fossero contraddizioni con quello che lui conosce. Quindi La Marca usa gli stessi modi d'interagire dell'autore. Piazzese si definisce il personaggio principale del libro piu tutti gli altri, compresi le donne e gli animali. Pero non dice come Flaubert :"Madame Bovary c'est moi". Per lui anche la lista della spesa e una specie d'autobiografia. Paragonando l'ordine col quale due persone la fanno, si possono scoprire segni della personalita e della psicologia di chi le ha redatte.

D.C. accenna alla critica ufficiale che disdegna il genere giallo/noir

S.P.: in Francia il polar serve a guardare cosa c'e nella societa. Accenna al libro di Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana) che e un percorso nelle societa romana degli anni 30. Piazzese ha voluto iniziare in un genere minimo, per modestia. L'intento del genere non e solo di scoprire l'assassino ma anche di penetrare negli ambienti nel contesto del momento, come lo fa per il suo lavoro di biologo che gli impone di dovere entrare nell'ambiente delle proteine. Per lui, tutti gli autori del giallo/noi sono debitori di Camilleri che ha "sdoganato" il genere. Certi autori che prima lo disdegnavano, oggi scrivono nel genere. Esempio: Bevilacqua. Alberto Savinio sosteneva l'impossibilita dell'esistenza del romanzo noir italiano perche mancavano le strutture proprie alle indagini (detective ecc). Ma Sciascia lo smenti. Calvino sosteneva l'impossibilita dell'esistenza del noir siciliano perche la Sicilia e come era prevedibile come una partita di scacchi. Smentisce Camilleri dicendo che scacchi e Sicilia non sono prevedibili.

D.C. vorrebbe saperne di piu sull'uso del linguaggio scientifico e sul tema della citta

S.P.: la lingua usata e quella che si parla nel suo ambiente universitario scientifico. E' naturale usare vocaboli e modi di dire di quel ambiente. Il vocabolo rinforza quello che si vuole dire come quando, per esempio, si usa qualche parola dialettale quando si cerca un posto per parcheggiare. Nel terzo libro, questo linguaggio non c'e. Sul tema della citta Piazzese si definisce un animale metropolitano. E' nato a Palermo e ci e sempre vissuto tranne per un corto periodo. Vive la citta in modo molto intenso. E' difficile il primo approccio e dipende da che parte si entra nella citta. Non puo descriverla in modo analitico, gli scorre nelle vene. Palermo e una protagonista dei suoi libri. E' una citta estrema che sembra una grande capitale meridionale. Lo fu.

D.C.: nel terzo romanzo si parla di mafia. C'e un inversione dei ruoli tra Spotorno e La Marca. Un autore sicilano e obbligato a scrivere di mafia?

S.P. No. Dopo la morte di Sciascia, tutti gli scrittori che parlavano di Sicilia si sentivano il bisogno di parale di mafia. Imporre ad uno scrittore di scrivere di mafia o non scrivere e un atteggiamento di stampo mafioso. Piazzese spiega che aveva iniziato il secondo libro prima ancora di finire il primo. Il prima fu scritto nel '85 ma aspetto un momento di speranza civile e fu pubblicato nel '95. Nel terzo ha avuto voglia di parlare di mafia. Piazzese spiega che vive nel terrore della perdita della memoria collettiva. E si sente vicino alle manifestazioni dei noglobal.

D.C.: debiti con altri autori siciliani?

S.P.: Debito formativo nei confronti di Sciascia, il primo che ha descritto i collegamenti della mafia con la politica, la cultura, ecc. Ha letto Camilleri una settimana prima dell'uscita del primo proprio libro.

Quand'era giovane leggeva molti libri d'autori americani che trovava alla biblioteca dell'USIS (Chandler, Hammett)

Il BVDP - Bruxelles 22/11/2003

Nino Filastò : Mon polar préféré

Je n’ai pas de polar préféré en tant que tel, mais j’en ai plusieurs parmi lesquels je choisis mon préféré selon le moment, l’humeur, et le temps écoulé depuis la dernière lecture. Je privilégie la qualité littéraire à l’intrigue, même s’il est évident que l’intrigue reste un des éléments qui font la qualité d’un polar. Mes préférés - et ce n’est pas un hasard - sont les polars écrits par des auteurs qui sont considérés comme de grands écrivains, au delà de tout genre littéraire particulier : Chandler, Greene, Ambler, Ellroy, et bien d’autres. Si je ne devais en choisir qu’un à emporter avec moi en cas de naufrage sur une île déserte, je choisirais peut-être Le troisième homme, de Graham Greene. Ce choix est marqué par ma passion pour un certain cinéma : le film que Carol Reed (encore qu’il serait peut-être plus correct de dire qu’Orson Welles) a fait en s’inspirant du livre est l’un de mes films cultes. En fait, il y aurait un autre livre de Graham Greene auquel je donnerais la priorité : Notre agent à la Havane. Mais peut-être est-ce une erreur de le considérer comme un vrai polar, même s’il a une bonne intrigue, du suspens, de l’ironie, la dérision du pouvoir, et une écriture de grande classe. Je le lis en moyenne une fois par an, comme une cure de désintoxication.

Mon plat préféré

Quant à ma recette de cuisine préférée, je n’ai aucun doute : les rigatoni alla Norma. C’est une recette simple, un classique de la gastronomie sicilienne. Les rigatoni, cuits al dente, sont accompagnés d’une sauce tomate, de petits dés d’aubergine frite dans l’huile d’olive, de ricotta salée rapée et de quelques feuilles de basilic frais. Parmi les variantes possibles, je préfère celle d’Agrigente : les aubergines ne sont pas coupées en petits morceaux mais en tranches épaisses avec la peau. Une fois frites et bien égouttées, elles sont soigneusement pressées entre deux couteaux avant d’être incorporées aux autres ingrédients et versées sur les pâtes. Elles donnent à la préparation une consistance plus délicate et crémeuse.

Tratto dal sito arte

RITRATTO DI SANTO PIAZZESE

In Sicilia è ormai un autore-cult. Santo Piazzese, palermitano, biologo, in pochi anni è riuscito ad imporsi nel panorama letterario italiano. I suoi libri vanno a ruba, unanime è il riconoscimento di critici che riconoscono in Piazzese la capacità di dare vita a delle trame narrative articolate e la capacità di modellare personaggi che si prestano benissimo per una trasposizione cinematografica. L™autore ,dopo avere esordito, nel 1996 con œ I delitti di via Medina-Sidonia , (Sellerio) un giallo , un blues metropolitano ambientato a Palermo ed incentrato sulla figura di Lorenzo La Marca, docente universitario, single per scelta, snob, cultore di musica , alter “ego dello scrittore , e dopo avere pubblicato un secondo libro,sempre per la casa editrice palermitana, œ La doppia vita di M.Laurent(1998) è riuscito nell™impresa di accantonare i personaggio principale delle sue inchieste e di mettere al centro dell™impianto narrativo dell™ultimo suo libro œ Il soffio della valanga il commissario Vittorio Spotorno, compare di matrimonio di La Marca relegando quest™ultimo ad un ruolo marginale . Una scelta narrativa coraggiosa, in considerazione del successo dei suoi due primi libri che dimostra la voglia dello scrittore palermitano di dare vita ad un personaggio diverso. Alcuni critici hanno paragonato Piazzese a Camilleri, (un accostamento respinto dal primo) ma le differenze fra i due scrittori esistono perché se il œpadre del commissario Montalbano ha il pregio di una facilità e felicità nel dare vita a storie avvincenti, i libri di Piazzese sono diversi e definirli solo gialli è riduttivo. Inoltre l™autore ambienta,a differenza di Camilleri, le sue storie a Palermo, città amata-odiata, amata per gli odori,i sapori, il œForo Italico, il quartiere della Kalsa,odiata per il disordine, per il caos automobilistico,( metafora del caos della vita) per il luoghi comuni che trionfano in una Sicilia dove si assiste al proliferare di bar, quando œ fino a poco tempo fa ,in qualche bar di Palermo un principe scriveva un libro e il riferimento è a Tomasi di Lampedusa e al suo œGattopardo. In quest™ultimo volume ,la morte violenta di Rosario Alamia , compagno di giochi dell™infanzia,induce il commissario Vittorio Spotorno a fare un riepilogo della propria vita. Piazzese non si smentisce; dimostra di essere un valido scrittore e ci regala un blues metropolitano ambientato, come sempre, in una Palermo amata-odiata. Imbastisce una trama narrativa articolata e complessa, avvalendosi di una felice scrittura, di un ritmo narrativo che non stanca il lettore, ma, al contrario, lo spinge a proseguire in questo viaggio che è il romanzo e, alla fine, disorienterà il lettore insinuandogli un dubbio.Tratteggia figure dalla complessa personalità come l™ex poliziotto Gaetanò Calabrò, padre Cuttita che dirà a Spotorno che œun soffio capace di sradicare alberi , travolgere uomini come fuscelli fa più danno di una valanga vera e propria, alludendo al ruolo della œDama Bianca, un personaggio femminile ben delineato dall™autore e che riveste nell™impianto narrativo, un ruolo fondamentale. Le pagine più intense del romanzo sono quelle dedicate agli incontri di Spotorno con questi due personaggi, un ex poliziotto in pensione il primo, un gesuita il secondo, che ci offrono uno spaccato della realtà siciliana e, più in generale, dell™Italia. Altre persone saranno travolte dal œsoffio della valanga œcome Diego Sala, anch™egli compagno di giochi di Spotorno e di Rosario. Fra riflessioni,dubbi, inseguimenti con la moglie Amalia, attività investigative che inizialmente non portano a nessuna conclusione, coadiuvato dal fido Puleo e dall™agente Maria Stella , Spotorno riuscirà , dopo lunghe e faticose indagini, a trovare la soluzione dell™omicidio di Rosario , al quale ne seguiranno altri, ma , alla fine, lascerà al lettore un inquietante interrogativo.Con questo volume Piazzese si conferma un abile giallista; anche se inizialmente si nota œ l™assenza œdi La Marca,che compare in questi libro come comparsa, lo scrittore palermitano è molto bravo nel fare in modo che il lettore si identifichi con Spotorno , un poliziotto serio, ligio al dovere, che pone al centro della sua attività di poliziotto l™introspezione psicologica dei personaggi.Sentiremo parlar a lungo, in futuro, di Piazzese.

Giuseppe Petralia - Testo dal sito della scrittrice Francesca Mazzucato www.geocities.com/mazzucato 2002/index.html

La mafia “indagata” da un thriller coraggioso

Allegoria e poetica nel “Soffio della valanga” del biologo Santo Piazzese Presentato a Tempio l’ultimo romanzo di un autore siciliano che ha analogie stilistiche con i giallisti sardi

Il commissario di polizia Vittorio Spotorno è costretto da un duplice omicidio a riepilogare la sua vita. Uno dei due picciotti crivellati in una 127 azzurra è Rosario, suo compagno d’infanzia. A Palermo, città amara teatro della vicenda dentro al quale Spotorno è costretto a muoversi per mestiere e anche per una sorta di amore d’appartenenza sarà la Dama Bianca, inquietante figura di donna che il commissario segue con intuito prepotente, a portare Spotorno alla soluzione di un intrigo, denso di morti ammazzati e di colpi di scena, che non sembrava quello che era. Questo, a maglie larghe, il canovaccio dal quale si sviluppa Il soffio della valanga, nuovo romanzo del biologo palermitano Santo Piazzese (edito da Sellerio per cui ha anche scritto I delitti di Medina-Sindona e La doppia vita di M. Laurent). Durante la recente presentazione a Tempio organizzata dalla libreria “Max 88” Piazzese ha spiegato di avere abbandonato La Marca, investigatore protagonista degli altri romanzi, e di aver adottato Spotorno, un vero commissario istituzionale, perché questo ha il preciso dovere di lottare, coraggiosamente, contro una mafia più attenta di un tempo, meno chiassosa ma non per questo meno temibile. E anche il libro è coraggioso. Entra nel connettivo delicato dell’ambiente mafioso con l’arma del giallo, un genere letterario che molti considerano letteratura umile, nel senso di semplice, da vita vissuta. Umile, dice Marcello Fois, che di bei gialli ne sa costruire, ma non genuflessa. Ecco, Il soffio della valanga è un libro coraggioso per questa umiltà non genuflessa. Ci troviamo di fronte a un giallo diverso da quelli che si leggono in questo momento: come quelli dei nostri grandi già consacrati, Giulio Angioni e Marcello Fois (in Sardegna c’è un’autentica fioritura di gialli di prim’ordine), di Diego De Silva, di Massimo Carlotto. Diverso anche dai romanzi di Camilleri che ha avuto il grande merito di sdoganare il giallo regionale, se così possiamo chiamarlo. Molto presente, nel libro di Piazzese, è invece la lezione di Sciascia; se non altro per la constatazione quasi distaccata della realtà-mafia con la quale si deve convivere, come con l’Etna e la siccità. Diverso, ma con qualcosa di forte in comune con i romanzi degli altri autori citati: l’ancoraggio alla terra d’origine, sindrome benefica alla quale tutti si sentono legati. Ma è anche un libro poetico. E allegorico. Un’allegoria riassunta dal titolo. La parola (usata nella sua integrità dialettale solo quando, al confronto con la lingua, si presenta più pregnante e definita) scorre fluida nell’ordito narrativo, libero dalle virgolette del discorso diretto, uscendo dai suoi margini, come la lava e la valanga, e garantendo un soffio nuovo che investe anche il lettore costretto a restare fuori dalla treccia della corrente. E questo che cos’è se non la metafora della vita?

Franco Fresi - L'Unione sarda, 21.6.2003

Piazzese e la Sicilia

Certe città sono nemiche degli orologi. Sono luoghi di lenta decifrazione, luoghi che esigono tempo. Quando si va in una di queste città, è meglio lasciare a casa l'orologio. Qui non basta. Qui fareste bene a lasciare a casa anche il calendario. D'altra parte, non serve. Nei giardini di Mon­del­lo, a marzo, fioriscono le rose di maggio. A maggio, in via Belmonte, sbocciano le ragazze. E questo vi dà il senso del tempo. Giugno è il mese delle Jakaranda in fiore. In via Isonzo - nella città nuova, - o al Politeama, oppure in corso Tuköry, è difficile capire dove finiscono i rami delle Jakaranda e dove comincia il cielo, quando il cielo ha quelle gradazioni del blu che vanno dal glicine al viola. Ma giugno è anche il mese del tiglio: passare per certe strade è come entrare in un suq maghrebino. Nella medina di Tunisi c'è il Mercato dei Profumieri: si chiama suq el Attarine. Al mercato dei Lattarini, a Palermo, i profumieri non ci sono più. Dopo mille anni, del vecchio suq non è rimasto che il nome. Oggi ai Lattarini dominano i venditori di indumenti da lavoro e di scarpe a buon mercato. Questo vi dà già una misura del cambiamento della città nei secoli. E una prima idea del suo passato. Palermo è una città meticcia. Forse più di qualunque altra, perché è un processo durato millenni. Oggi, la più importante moschea della città, quella di via del Celso, occupa il sito di una ex chiesa cattolica, restaurata e ceduta alla comunità islamica. L'evento rappresenta quasi una piccola restituzione perché nel pieno fulgore della dominazione araba Palermo era la città dai mille minareti, il giardino delle delizie che rivaleggiava con Baghdad, la Rosa d'Oriente, per la supremazia tra le capitali del mondo allora conosciuto. Non so se sia corretto spendere il vocabolo “tolleranza”, facile da equivocare, ma è certo che Palermo non ha ancora conosciuto le tensioni razziali che funestano molte città europee. Nel nostro patrimonio genetico ci sono tracce di tutte le razze. Tutti sono passati da qui, in tremila anni. E non ci hanno lasciato solo i loro geni, ma anche il loro genio. Ci vuole poco a capirlo. Basta un giro per i Quattro Mandamenti, che custodiscono molti luoghi della memoria cittadina. E' qui che meglio si coglie l'anima meticcia della città. Un giro per i Mandamenti vi farà rimpiangere di possedere solo cinque sensi. Però occorre che siate nella sintonia giusta: la mia non è una città facile, e non ne sono tanto abbagliato da non vederne i difetti. Vi colpirà la disinvoltura con la quale trattiamo le nostre bellezze, come se avessimo una specie di pudore ad esibirle troppo: le occultiamo nei cortili interni di vecchi palazzi semidiroccati, le assediamo di macchine, talvolta, tentiamo persino di disfarcene. E ogni tanto ci riusciamo: negli anni '60, Villa Deliella, un piccolo gioiello dell'art noveau, fu demolita in una notte, contro tutti i divieti, per ricavarne un'area edificabile che non fu mai edificata. Qualche anno dopo, una grande tela del Caravaggio, una Natività, fu trafugata dall'oratorio di San Lorenzo, dove non era previsto alcun sistema di protezione, e non fu mai più ritrovata. Vi colpirà soprattutto l'assenza del mare. Il nome della città, Palermo, in greco, vuol dire "tutto porto". Cioè, in teoria, molto mare. Il mare di Palermo è diventato, nel dopoguerra, un mare segreto, un mare intravisto, un mare difficile da scoprire. Un mare perduto. L'antico lungomare del Foro Umberto I, il lungomare amato dai palermitani, il lungomare delle passeggiate notturne dei nobili nei landò-gar?onniere, il lungomare dei sorbetti e delle granite, è stato ingoiato dai detriti delle case distrutte dalla guerra, scaricati a formare un'immensa spianata polverosa, occupata per decenni da un luna park, e ora in via di lenta riqualificazione. Quand’ero bambino la casa dei miei nonni era separata dal mare solo dalla statale 113. Durante le mareggiate più forti, le onde arrivavano a lambire la soglia delle abitazioni. Il mare delle borgate a est del porto, oggi, è lontano centinaia di metri, coperto dalla terra di risulta degli sbancamenti per la costruzione dei nuovi quartieri a nord-ovest, durante gli anni '60 e 70'. Quando arrivarono i primi camion a depositare il loro carico, noi ragazzi tentammo ingenui ostacoli: chiodi macilenti, catene fatte con lo spago, sbarramenti di pietre e canne. I camionisti non se ne accorgevano nemmeno. Alla prima mareggiata autunnale, la terra strappata alla discarica formò un piccolo istmo che intrappolò un pez­zo di mare. Per giorni, ribollì dei pesci imprigionati nella piccola la­guna, fino all'asfissia. Ogni tanto vengono proposti ambiziosi progetti di recupero della co­sta. Non so se saranno mai realizzati. Io mi limiterei a piantarvi milioni di Washingtonie, le altissime, ele­ganti, esili palme che, insieme con le plumerie che si allungano dai balconi delle case, sono un simbolo arboreo della città. Lo stesso centro storico è un po' come una grande metafora del carattere contraddittorio e indecifrabile di Palermo e dei suoi abitanti, perché accanto agli splendori che testimoniano il passaggio di raffinatissime civiltà, coesistono ancora le macerie della seconda guerra mondiale, quando anche Palermo subì terribili bombardamenti. Molto è stato fatto da allora, specie negli anni più recenti, e moltissimo resta ancora da fare. Paradossalmente, i decenni di ritardo nella ricostruzione sono stati anche la salvezza del centro storico, perché lo sviluppo edilizio del dopoguerra è avvenuto in periferia. Con risultati talvolta disastrosi, con la perdita d'identità delle borgate, con la distruzione di buona parte dei “giardini”, i leggendari agrumeti che circondavano la città, la lussureggiante Conca d'Oro celebrata da Goe­the. Però, se non altro, i Mandamenti storici sono rimasti quasi intatti, a parte le cicatrici dell’incuria individuale e collettiva. Nel Mandamento Tribunali c'è lo Spasimo. Un nome che evoca sofferenza, solitudine, disperazione. Qui, fino all'inizio degli anni '80, venivano portati gli anziani ammalati, indigenti o senza famiglia, e senza speranza di guarigione. Oggi, il grande complesso dello Spasimo è come un vecchio gioiello dissepolto nel giardino di casa. Un giardino trascurato per troppo tempo, uno dei quartieri più degradati, la Kalsa, in arabo El Halisa; cioè, in tempi meno grami, "l'eletta". Un gioiello che riacquista l’antico splendore, man mano che proseguono i lavori di recupero e restauro dei lo­ca­li dell'ex ospedale Principe Umberto, del giardino, del chiostro, della splen­dida basilica cinquecentesca, in parte priva del tetto. E dalle sue navate a cielo aperto svetta un elegantissimo albero i cui rami si tendono al­la ricerca della luce, un grande som­macco spontaneo, sorto dalle macerie. La vita che si afferma contro tutto. Riscoperto allo stato di rudere, dopo anni di abbandono, il complesso è ormai uno degli spazi più suggestivi recuperati alla città per mostre, spettacoli, incontri. O anche solo per andarci a passeggiare. Lo Spasimo è diventato il simbolo della rinascita di Palermo. O almeno di una speranza di rinascita. Ad esso, da pochi mesi, si è aggiunto il recupero dell’ex Oratorio dei Bianchi, destinato ad accogliere stucchi del Serpotta e bozzetti del Marabitti. I due complessi, quasi contigui, sono elementi di un itinerario che comprende anche la pinacoteca di Palazzo Abatellis, lo Steri, attuale sede del Rettorato, appena aperto al pubblico e, tra breve, l’ex convento di Sant’Anna alla Misericordia, futura sede della Galleria d’Arte Moderna. C’è pure un segnale di interesse “esterno” verso la città: l’apertura entro l’anno del terzo museo italiano della Fondazione Guggenheim, a palazzo Sant’Elia, nella centralissima via Maqueda. Una novità forse innescata dalla riapertura, nel ’98, del Teatro Massimo restaurato, dopo quasi un quarto di secolo di scandalosa, mai spiegata chiusura. A me comunque le macerie del centro non dispiacciono del tutto. Essendo nato qualche anno dopo la fine della guerra, è così che ho sempre conosciuto la mia città. Il tempo ha plasmato le rovine in forme che trovo struggenti, ed esse, specie di notte, con la luce lunare, assumono una suggestione quasi poetica. Ma forse il mio è solo un adattamento mimetico. I vecchi Mandamenti sono l'anima della città. Un tempo, ne erano anche il cuore. Ora non più. Oggi, il cuore economico di Palermo batte altrove, batte nella città nuova, la città del dopoguerra, la città delle banche, dei supermercati, dei negozi raffinati. La città delle lapidi poste in memoria di poliziotti, giudici, professionisti, imprenditori, uccisi tra gli anni '70 e il 1992, quando l'attacco della mafia raggiunse il suo culmine. Allora, a molti, la partita sembrò irrimediabilmente perduta. Allora, la città appariva incupita, chiusa in se stessa, incomunicabile, blindata, costantemente percorsa dal­le sirene delle scorte ai personaggi a rischio di attentati. Io ho ancora impresso nelle retine il lampo della bomba che un sabato mattina di un luglio particolarmente afoso, uccise il giudice Chinnici, alcuni agenti della scorta e il portiere dello stabile. Casa mia era a poche decine di metri. Sentivo i lamenti dei feriti. E negli occhi ho ancora la colonna di fumo nero, persistente, lugubre, malefico, sorta sul luogo in cui un'autobomba uccise il giudice Borsellino e tutta la sua scorta. E ne porterò sempre l'eco dei boati nella memoria. Palermo come Beirut, dicevano gli inviati speciali. Palermo irredimibile. Oggi, dopo un decennio, la mafia non è stata sconfitta, ma ha subito colpi durissimi. Interi clan sono stati sgominati, altri ne sono sorti che, all'apparenza, sembrano avere rinunciato alla gestione militare, brutalmente sanguinaria, appariscente, dei loro affari. Un’opzione carsica, un fiume che non si vede ma che continua a scorrere sotto terra. Intanto i turisti sono tornati in buon numero. E anche l'atmosfera appare cambiata. Per rendersene conto, basta un giro per la città notturna, quando nei Quattro Mandamenti sbocciano i pub, i ristorantini alternativi, le associazioni culturali, i teatrini, le estemporanee, i piccoli mercati di antiquariato, o anche semplicemente la ritrovata voglia della gente di vivere la città. I pub notturni sono il fenomeno più vistoso: nelle stradine del centro se ne contano a dozzine, ricavati in ex officine, negli atrii di antichi palazzi, nei locali che un tempo ospitavano botteghe artigiane. Se provate a passare di notte per Largo dei Cavalieri di Malta o per la piazza dell'Olivella, faticherete a farvi strada nella calca di giovani che traboccano fuori dai pub, ad ascoltare la musica techno o il rock acido, suonati spesso dal vivo. E' il nuovo popolo della notte che si riappropria della città, dopo anni di astinenza. Sono i nuovi luoghi della seduzione. Anche in questo è cambiata Palermo. Quando ero un adolescente, i luo­ghi topografici della seduzione erano i luoghi del paseo, e il gioco degli sguardi ne era il sito metaforico. Sono nato in una delle vecchie borg­ate marinare alle porte di Palermo, lungo la statale per Messina. Una delle tante borgate stravolte dallo sviluppo edilizio del dopoguerra e inglobate irreversibilmente dalla città, nella sua espansione centrifuga. Allora il mare era pulito e l'eros ancora no. Nelle sere d’estate le ragazze raccoglievano i fiori di gelsomino e se li mettevano in petto. Poi uscivano in gruppo e cominciava il rito del paseo e dell'incrocio di sguardi con i ragazzi, lungo il muretto che delimitava la ferrovia a scartamento ridotto Palermo-Corleone e, subito dopo, gli scogli di arenaria. Il gioco degli sguardi, oggi, è rifiorito a nuova vita in via Belmonte. Fi­no a pochi anni fa via Principe di Belmonte era una delle tante strade intasate dal traffico cittadino, che definire caotico è, a Palermo, una spicciativa forma di understatement. Ora via Belmonte, diventata pedonale, è un'oa­si di ver­de nel cuore del salotto buono caro alla borghesia palermitana, quello che gravita intorno alla via Ruggiero Settimo, nel centro commerciale, ma appena ai margini del centro storico. I caffè all'aperto di via Bel­monte, a colazione, sono frequentati da una fauna mista: pro­fessionisti, bancari, turisti, professori e qualche sopravvissuto della generazione yuppie, apparsa in ritardo in città, ma che più a lungo sembra sopravvivere, come tutte le mode che, alla fine, arrivano anche nelle periferie degli imperi. Sono le giovani manager, le più aggressive. E sono spesso i loro sguardi i primi a partire alla ricerca dell'aggancio giusto, delle pupille maschili più disponibili al gioco. Anche questo è un cambiamento. E non sono sicuro che piaccia a tutti i maschi della specie palermitana. Ma sono altri i luoghi che prediligo, i luoghi della palermitanità più vera, quella che avviluppa, quella che resiste, quella delle balàte, le tradizionali basole di pietra che pavimentano tutti i luoghi degni di essere calpestati: sono i mercati storici della Vucciria, del Capo, di Ballarò. Un vecchio detto palermitano sostiene che le balàte della Vucciria non si asciugano mai, per via dell'acqua che cola dai banchi di vendita del pesce che viene offerto con la caratteristica abbanniata, il grido del venditore che esalta le proprie merci. E' una nenia che ricorda l'invito del muezzin che nelle città mediorientali richiama i fedeli alla preghiera, nel nome del dio clemente e misericordioso. Una traccia udibile del passato remoto della città. Una traccia in via di estinzione. Le balàte, infatti, si asciugano sempre più spesso, perché sempre più numerosi sono i palermitani che preferiscono fare la spesa nei grandi supermercati della città nuova, abbandonando i tradizionali mercati, che oggi appaiono in difficoltà. La Vucciria è il mercato di Palermo più conosciuto dai forestieri, quasi un emblema della città. E quello più in crisi. Vi si può accedere per molte strade, ma quella che io preferisco è la scalinata che da via Roma, accanto alla chiesa dell'Ec­ce Homo, conduce direttamente nel cuore pulsante del mercato, piaz­za Caracciolo, quindici gradini più in basso: una full immersion istantanea e persistente. Andateci di mattina, comprate un filone di pane caldo e un cartoccio di olive assortite. Poi prendetevela comoda, lasciatevi trasportare dal flusso e godetevi il vostro pane e olive. O, se preferite, seguite a scia il vostro naso e le vostre orecchie. E se non volete trascurare i vostri sensi residui, ricordate che Palermo è la capitale del cibo da strada, dimenticate le merendine industriali e gli snacks preconfezionati, e lasciatevi sedurre dall'abbanniata che più vi tenta. E se volete provare un’esperienza gastronomicamente hard-core, non rinunciate a una visita alla focacceria di piazza San Francesco d’Assisi, che da un secolo e mezzo serve ai palermitani le sue focacce con la mèusa. La méusa non è altro che la milza. La milza è l’organo della malinconia. Ma non c'è niente di malinconico, in un panino con la méusa. Secondo alcuni miei concittadini, siamo ai confini della poesia. E non sempre la poesia è malinconica. Ma forse esagerano. La focaccia, imbottita con fettine di milza di vitello ed altre frattaglie, fritte lentamente nello strutto e condita con caciocavallo grattugiato o con la ricotta fresca, è un piatto povero, popolare, il cibo da strada per antonomasia, insieme con le panelle. La focacceria San Francesco è un pezzo di storia di Palermo. Sistematevi a uno dei tavolini, al piano di sopra, con balconcino che dà sulla sala sottostante; pareti piastrellate di bianco e arredamento d'epoca. Durante la belle époque il locale era frequentato anche dalle nobildonne palermitane. Ancora oggi noterete un'u­ten­za mista: muratori, professionisti, impiegati, studenti. Il pane con la méusa stende passerelle tra le classi sociali. Con circospezione reciproca. Ma è sotto lo scirocco che la città sfolgora. Le vecchie pietre di Palermo sembrano nate per incontrare il vento del Sahara, che diverse volte l'anno arroventa, macera, tormenta, sferza, stordisce, esaspera i miei concittadini. O li accarezza e li esalta. Basta non opporre resistenza. Lo scirocco è anche un'esperienza metafisica. Bisogna accettarlo, assecondarlo, pensare positivo. Se decidete di uscire ed affrontare l'inferno, la vostra memoria ve ne sarà grata. Sotto lo scirocco i colori sono più netti, le montagne intorno alla Conca d'Oro si tingono di viola, e la città sembra emergere direttamente dalla luce. E la luce stessa ha una qualità che non troverete altrove, e l'aria una trasparenza dorata che, specie al tramonto, vi allarga orizzonti inattesi. La notte, quando il vento si affievolisce e sembra quasi rispar­miare le forze per prepararsi a scatenare un attacco più duro, la notte, invece, prevalgono gli odori. Forse varrebbe la pena calare da queste parti solo per fare l'esperienza dello scirocco. Nessuno può garantirvi che ci sarà. Però basta aspettare. Se avete lasciato il calendario a casa.

Santo Piazzese - "Meridiani" n.119, "Sicilia", anno XVI, 6.2003.

Il soffio della valanga

La morte violenta di Rosario Alamia , compagno di giochi dell’infanzia,induce il commissario Vittorio Spotorno a fare un riepilogo della propria vita. L’autore, dopo avere incentrato i suoi due primi romanzi (“ I delitti di via Medina-Sidonia” e “La doppia vita di M. Laurent” )sulla figura di Lorenzo La Marca, alter-ego dello scrittore,incentra questo volume sulla figura del commissario, compare di matrimonio di La Marca. Piazzese non si smentisce; dimostra di essere un valido scrittore e ci regala un blues metropolitano ambientato, come sempre, in una Palermo amata-odiata. Imbastisce una trama narrativa articolata e complessa, avvalendosi di una felice scrittura, di un ritmo narrativo che non stanca il lettore, ma, al contrario, lo spinge a proseguire in questo viaggio che è il romanzo.Tratteggia figure dalla complessa personalità come l’ex poliziotto Gaetanò Calabrò, padre Cuttita che dirà a Spotorno che “un soffio capace di sradicare alberi , travolgere uomini come fuscelli fa più danno di una valanga vera e propria”, alludendo al ruolo della “Dama Bianca”, un personaggio femminile ben delineato dall’autore e che riveste nell’impianto narrativo, un ruolo fondamentale. Le pagine più intense del romanzo sono quelle dedicate agli incontri di Spotorno con questi due personaggi, un ex poliziotto in pensione il primo, un gesuita il secondo, che ci offrono uno spaccato della realtà siciliana e, più in generale, dell’Italia. Altre persone saranno travolte dal “soffio della valanga “come Diego Sala, anch’egli compagno di giochi di Spotorno e di Rosario. Fra riflessioni,dubbi, inseguimenti con la moglie Amalia, attività investigative che inizialmente non portano a nessuna conclusione, coadiuvato dal fido Puleo e dall’agente Maria Stella , Spotorno riuscirà , dopo lunghe e faticose indagini, a trovare la soluzione dell’omicidio di Rosario , al quale ne seguiranno altri, ma , alla fine, lascerà al lettore un inquietante interrogativo.Con questo volume Piazzese si conferma un abile giallista; anche se inizialmente si nota “ l’assenza “di La Marca,che compare in questi libro come comparsa, lo scrittore palermitano è molto bravo nel fare in modo che il lettore si identifichi con Spotorno , un poliziotto serio, ligio al dovere, che pone al centro della sua attività di poliziotto l’introspezione psicologica dei personaggi.

Giuseppe Petralia - “Il Belìce” di Castelvetrano, periodico di attualità, cultura, economia e politica edito dalla PUBLI R anno 7 n.2

Bergamo premia il noir di Piazzese

Lo scrittore palermitano è il vincitore del concorso nazionale di narrativa S anto Piazzese, con Il soffio della valanga (Sellerio), ha vinto la XIX edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. La graduatoria è stata definita ieri sera, presso la sede di via Roma della Banca Popolare-Credito Varesino di Bergamo, con lo scrutinio di 110 schede della «giuria dei lettori», alla presenza di Carlo Simoncini, presidente del comitato organizzatore, e di Mimma Forlani, anche quest'anno responsabile degli incontri degli autori con il pubblico, secondo la linea caratteristica della manifestazione (la cui premiazione si terrà martedì 29, alle 18, presso il Salone Furietti della Biblioteca Angelo Mai). Il noir di ambientazione palermitana di Piazzese ha ricevuto 30 voti della giuria dei lettori, precedendo di soli tre punti Laura Bosio (autrice di Le ali ai piedi , Mondadori) e di cinque Elisabetta Rasy (con Tra noi due , Rizzoli). Quarto si è classificato Rocco Brindisi, con la raccolta di racconti Il silenzio della neve (Quiritta), quinta Silvia Ballestra con Il compagno di mezzanotte (Rizzoli). «Quello di Piazzese è un giallo atipico - ha commentato Lucio Klobas, critico letterario e membro del comitato scientifico del Premio-: di solito questo genere letterario si esprime in una scrittura lineare, telegrafica, mentre lo stile de Il soffio della valanga è a rizoma, ricco di digressioni e inserti. La trama è ben congegnata, e la descrizione degli ambienti, fisici e sociali, è realistica». Così, se si può ormai parlare di un vero e proprio sottogenere, inaugurato da Sciascia e canonizzato da Andrea Camilleri, quello del «giallo alla siciliana», ecco che Santo Piazzese presenta una sua valida variazione sul tema, senza indulgere su toni metafisici o grotteschi, ma perseguendo, appunto, un taglio realistico. La Palermo in cui si trova a indagare su un duplice omicidio, apparentemente di mafia, il commissario di polizia Vittorio Spotorno, è finalmente descritta come una città «normale»: o normalmente sofferente, diremmo, sotto i raggi del sole estivo, imbruttita dai filari di condomini alzati dalla speculazione edilizia, rumorosa e vitale nei mercati dei quartieri popolari, dove l'aria profuma di pasta al forno, di stigghiòle , di polpette di sarde alla menta. Nei precedenti romanzi di Piazzese, Vittorio Spotorno era solo uno dei personaggi di contorno, mentre ora è il protagonista, una sorta di perfetto anti-Montalbano, si direbbe, visto che è felicemente sposato, ha dei figlioli beneducati, e si propone di cercare la verità senza necessariamente fare a testate con il «sistema». Tra i molti passaggi di una trama piacevolmente complessa, segnaliamo l'inizio a flash-back, in cui apprendiamo i motivi occasionali per cui molti anni prima lo stesso Spotorno concepì la sua vocazione di poliziotto (e con questo tema del carattere aleatorio, terribilmente fragile delle scelte personali, per le quali ci si colloca in un campo o nell'altro, lui dovrà di nuovo confrontarsi, apprendendo che una delle vittime dell'omicidio su cui indaga è Rosario, un tempo compagno di giochi e poi passato nelle fila della delinquenza). E ricordiamo il colloquio tra il commissario e il gesuita Padre Cuttitta, che gli fornisce una chiave per interpretare il quadro degli indizi raccolti, evocando la metafora contenuta nel titolo del romanzo: «Sa qual è la cosa più strana delle valanghe? E' che talvolta, scendendo a valle a grande velocità, provocano una terribile turbolenza ai margini della massa. Un vento fortissimo, una specie di soffio capace di sradicare alberi, scoperchiare case, travolgere gli uomini come fuscelli. Spesso fa più danni della valanga vera e propria. Uno pensa di stare al sicuro, di lato, lontano dal fronte di avanzamento, e invece…».

Giulio Brotti - L’eco di Bergamo, 23.04.2003

Invece di Montalbano.

Una buona notizia per quei (pochi, evidentemente) lettori che non ne possono più del commissario Montalbano, delle sue scorpacciate e dei questurini da barzelletta che lo circondano. In una Palermo concretissima e amorevolmente ripercorsa, ben diversa dalla cartolinesca Vigata, si presenta ai lettori Vittorio Spotorno, il commissario di polizia protagonista dell “Soffio della valanga”, terzo romanzo del palermitano Santo Piazzese. Che già con “I delitti di via Medina Sidonia” (Sellerio, 1996) e “La doppia vita di M. Laurent” (Sellerio, 1998) s’era fatto apprezzare per l’eleganza di una scrittura intarsiata di citazioni, ironica e autoironica, zeppa di ossimori che sono il vizio della voce narrante, fascinoso detective per caso: il professor Lorenzo La Marca - (quasi) un alter ego dell’autore, come lui biologo all’Università di Palermo, ex sessantottino (quasi) pacificato col suo passato -, che finisce per imbattersi in alcuni delitti sui quali dovrebbe più autorevolmente indagare proprio Spotorno, suo compare d’anello. E che sarà lui, viceversa, a risolvere con una buona dose di svagata e dolente serendipity (termine alla moda sul quale La Marca avrebbe già ironizzato). Abbandonando la narrazione in prima persona e un personaggio già così efficacemente caratterizzato, Piazzese ha operato una svolta coraggiosa, rinunciando alla comoda tentazione della serialità per una considerazione di ordine logico-realistico. Nessun onesto biologo può ragionevolmente imbattersi in più di due o tre delitti vita natural durante, neppure se vive a Palermo. Ecco allora diventare protagonista chi di delitti si occupa per mestiere, il limitrofo Spotorno. Il quale indaga su un crimine che lo assorbe moltissimo anche perché fa riemergere dalla sua adolescenza due compagni di giochi che, crescendo, si sono ritrovati dall’altra parte della barricata, tra le schiere di Cosa nostra. Nei primi due libri la mafia rimaneva elemento di sfondo: caratterizzava sì, e in modo rilevante, il tessuto antropologico cittadino, ma non era alla radice dei delitti, annoverabili piuttosto tra “i sani, buoni, misteriosi, delitti”, “quelli che rendono vivibili tutti i paesi civili di questo mondo. Quelli con un bel movente, quelli da scavarci dentro, come Maigret, come Marlowe, o - più realisticamente - come don Ciccio Ingravallo, per arrivare alla fine dei meccanismi elementari della psiche. Da noi, però c’è la mafia che oscura tutto, e non concede a un detective brillante alcuna possibilità di uscire dalla routine”. Quelli, insomma, che con queste parole Spotorno, nel primo romanzo, rimpiangeve di non poter seguire. Ma “Il soffio della valanga” lo smentisce, perché l’omicidio di due “picciotti” che stanno scalando i vertici della cosca è sì un delitto di mafia, ma ha origine innanzitutto nelle inconfessabili ragioni del cuore. Rispetto al più brillante La Marca, aduso a sorridere amaro, con le consapevolezze acquisite dopo aver varcato la linea d’ombra con tutte le delusioni al posto giusto, Spotorno è un personaggio che, visto dall’esterno nel suo quotidiano affannarsi, emerge gradualmente in una dimensione psicologicamente più involuta, non meno affascinante: ruvido e tenace, sottratto dal lavoro al ruolo di marito e padre (emerge con forza la figura della moglie Amalia, nella quale si riaffacciano certi atteggiamenti mentali di La Marca, o -meglio- dell’autore), rispettoso dei moti sentimentali delle altre persone molto più che dei propri, ai quali concede soltanto frequenti divagazioni originate dal passato individuale e cittadino, visto che “collezionava i ricordi con l’identica inflessibilità con la quale certi sfaccendati collezionavano hobby”. La sua precocissima vocazione investigativa (che ci viene raccontata in un flashback assai significativo) ha inciso nel suo animo un’angoscia sottile da eterno cireneo che sa di non potere, come vorrebbe, risolvere tutti i delitti di Palermo, o -che è quasi la stessa cosa- abolire il male dal mondo. Del plot vero e proprio, come si usa, dirò soltanto che i due omicidi iniziali non saranno gli unici, in un viluppo di relazioni personali apparentemente ambigue ma, in fondo, desolatamente chiare, che Spotorno sarà ossessionato dall’apparizione di una donna eterea, la Dama Bianca, elemento chiave nella soluzione del mistero, che ne conosceremo qualche brivido adulterino presto riassorbito nella sua indefettibile fedeltà coniugale. M’importa di più sottolineare la naturalezza e l’efficacia con cui Piazzese ricostruisce i meccanismi del riciclaggio di denaro sporco che la mafia ha collaudato con immutabile successo: una minuziosa nonchalance che mi ha fatto pensare alla lunga, bellissima sequenza iniziale di “Casinò” di Scorsese. Sul piano stilistico va notato che al blues dei romanzi narrati da La Marca subentra un cool jazz assai più adatto al profilo di Spotorno. Un profilo più adulto e scavato, come se la scrittura di Piazzese guardasse ora più al fascino di Hammett o Malet che a quello di Chandler o Izzo.

Giuseppe Traina - L’Indice, Marzo 2003

Un giallo per il commissario

«R osario era al posto di guida della 127. Una pallottola gli era entrata dalla tempia destra e dopo avergli attraversato la testa era uscita dalla tempia sinistra. A prima vista, non sembrava esserci altre ferite. Mancuso invece era ridotto ad un colabrodo». Poche pagine e il lettore si trova nel bel mezzo di quello che sembra essere l'ennesimo omicidio di stampo mafioso consumato a Palermo. Ma nell'ultimo libro di Santo Piazzese, Il soffio della valanga , edito da Sellerio e finalista al XIX Premio Nazionale di Narrativa Bergamo, la verità non è così scontata, anzi, si presenterà alla fine, diversissima da ogni apparenza. Santo Piazzese, cinquantatreenne biologo che ama definirsi «prestato alla scrittura», vive e lavora a Palermo come ricercatore della Facoltà di Scienze, collabora con il quotidiano La Repubblica e con numerose riviste italiane e straniere. Come scrittore ha esordito nel 1996 con I delitti di via Medina-Sidonia a cui fa seguito nel 1998 La doppia vita di M. Laurent . I suoi primi libri sono usciti in pieno fenomeno Camilleri, entrambi siciliani, entrambi scrittori di gialli ambientati in Sicilia, ma le somiglianze tra i due finiscono qui. La Palermo di Piazzese è una metropoli che ricorda Chicago o Los Angeles in cui l'investigatore Vittorio Spotorno agisce rivelando affinità con Philip Marlowe, personaggio creato da Raymond Chandler che dichiaratamente Piazzese considera uno dei suoi maestri. Nel Soffio della valanga , grazie ad un raffinato gioco di richiami, fa capolino Lorenzo La Marca, protagonista dei primi romanzi, mentre occupa la scena il commissario Spotorno, personaggio secondario nei romanzi precedenti. La vicenda si svolge a Palermo dove Gaspare Mancuso e Rosario Alamia vengono freddati in un agguato. Il commissario riconosce in Rosario il compagno di giochi della sua infanzia e così le indagini lo portano a rivivere gli anni della giovinezza e a ritrovare personaggi del passato. Un percorso investigativo e personale sofferto, una donna dal nome suggestivo di Dama Bianca, condurranno il commissario ad una verità inaspettata e diversissima da ogni apparenza.

Tiziana Sallese - Eco di Bergamo 19.03.2003

Gialli alla Feltrinelli

Alle 17.30 alla libreira Feltrinelli di via Maqueda lo scrittore Santo piazzese presentera' "il soffio dela valanga". Il giallista palermitano, insieme a Giuseppe Caronna e Salvatore Ferlita, si soffermera' sulla figura e l'opera di Attilio Veraldi, precursore partenopeo del giallo all'italiana, morto nel 1999. in pareticolare si parlera' del libro "L'uomo di conseguenza". L'incontro e' la prima tappa di un tour che coinvolge sette citta' italiane, il "Giro d'italia con delitto".

r.c - La Repubblica ed. Palermo 07.03.2003

Il suo erede? Si chiama Spotorno, detective siciliano come lui

Spotorno contro Montalbano? Partito quasi in sordina, senza la minima pubblicità, ma con grande effetto finale un nuovo commissario turba i sonni di Salvo peggio del matrimonio di Mimì Augello. E', appunto, il palermitano Spotorno nato dalla penna di Santo Piazzese (nella foto) e, come Camilleri, edito da quella piccola casa scopritrice di grandi fenomeni che è la Sellerio. Il libro che lo vede protagonista, «Il soffio della valanga», è già alla terza ristampa e Carlo Degli Esposti, produttore della serie televisiva recitata da Luca Zingaretti, ne ha già acquistato i diritti per la Rai. «Io non ho scritto assolutamente contro Montalbano - spiega Piazzese -, dato che non si può immaginare una trama contro quella di un altro autore. E, se si può, io non lo faccio. Spotorno è un personaggio autonomo, nato da mie esperienze e da miei stimoli. Inoltre la mia prosa è molto diversa da quella di Camilleri». Senz'altro vero. Ma in Spotorno, diversamente dagli altri suoi due romanzi, c'è un uso abbondante del dialetto. «Il siciliano è reso necessario dal mestiere di Spotorno, un poliziotto che frequenta e vede tutti gli ambienti. Ma io lo adopero nel dialogo, mai nelle parti descrittive e uso più il dilaletto della borghesia palermitana, un italiano tradotto, che la lingua dell'interno. In più, Spotorno non parla siciliano se si sta spiegando con un professore universitario». Tuttavia si parla già di questa nuova avventura televisiva... «Si, vi entreranno anche i miei altri due libri, «I delitti di via Medina-Sidonia» e «La doppia vita di M. Laurent», il cui protagonista si chiama La Marca. Dobbiamo riuscire a fare interagire La Marca e Spotorno e stiamo studiando le sceneggiature». Il protagonista ideale? «Nel sogno, De Niro. Nella realtà mi piace Sergio Rubini. Ma so che ci sono delle trattative aperte e altro non posso dire».

Luisa Ciuni - Il Resto del Carlino, 12.02.2003

Santo Piazzese: non sono l’anti Camilleri

Al Sancarlino lo scrittore del noir alla siciliana: al terzo romanzo compare la mafia

A fare da sfondo anche alla sua terza prova d’autore è la Palermo dei nostri giorni, che si consuma fra il traffico delle strade, le inflessioni dialettali e le ricostruzioni delle atmosfere locali. Questo accadeva anche nei due romanzi d’esordio («I delitti di via Medina-Sidonia» e «La doppia via di M. Laurent) e, nel recente «Il soffio della valanga» (edito da Sellerio), Santo Piazzese torna a cimentarsi, e con successo, con il «noir metropolitano»: molti ingredienti classici, un tocco di humour e, per la prima volta, una storia che rimanda direttamente alla piaga mafiosa. Fatto imprescindibile per un autore siciliano, tanto che lo scrittore può dichiarare: «In un certo senso i miei due primi libri sono stati un alibi per arrivare al terzo». Inevitabile l’accostamento a Camilleri, magari nella chiave non dell’analogia bensì di una contrapposizione (qualcuno l’ha descritto infatti come l’anti-Camilleri)? Niente di più inesatto. Piazzese, pur dichiarandosi «grandissimo estimatore» del creatore di Montalbano, tiene a precisare che i loro registri narrativi sono « profondamente diversi per stile, mentalità, personaggi». Lo ha affermato lo scrittore al teatro Sancarlino, dove è stato intervistato da Beppe Benvenuto, responsabile culturale del «Foglio» e consulente editoriale di Sellerio, per il nuovo ciclo dei Lunedì coordinato da Roberto Chiarini, e che ha preso il via con la sezione Nuovi stili del Noir (il prossimo appuntamento della serie sarà il 10 marzo con Giorgio Faletti, intervistato ancora da Beppe Benvenuto e da Maria Rosa Mancuso, mentre lunedì 17 febbraio Aldo Alessandro Mola e la sua «Storia della monarchia italiana» inaugureranno gli incontri di Ventennio italiano). In apertura Chiarini ha illustrato la stagione, che si articola in 4 filoni dedicati rispettivamente alla letteratura gialla, alle trasformazioni dello Stato liberale, al mondo economico-finanziario, ai personaggi della storia italiana. Spiega Piazzese, riferendosi alla scelte che hanno guidato l’ultimo lavoro: « Tutti gli scrittori del secondo dopoguerra hanno dovuto confrontarsi con la realtà della mafia. Provo rispetto per la figura quasi paterna di Sciascia, che è stato il primo a parlarne in termini così espliciti da essere attaccato dall’establishment del periodo. Arrivato a questo punto, anch’io dovevo misurarmi con il problema: non era ammissibile che uno scrittore palermitano per la terza volta girasse la testa dall’altro lato ». E, a proposito del genere adottato, aggiunge: «Prima dell’esplosione di Camilleri, in Italia la maggior parte della critica letteraria "togata" sosteneva che il giallo è un genere letterario di serie B. Non sono d’accordo: per me esistono soltanto una buona e una cattiva letteratura». Santo Piazzese, biologo prestato alla scrittura, come ama definirsi (è tuttora ricercatore alla facoltà di Scienze della sua città), parla degli inizi poco convinti con un romanzo lasciato nel cassetto per molti anni e continuamente rimaneggiato, del rapporto mai univoco fra lo scrittore e i suoi personaggi, destinato a rivelarsi tanto più pericoloso e nevrotizzante quanto diventa reiterato. «Proprio perché non sono uno scrittore di professione - sottolinea Piazzese -, posso permettermi il lusso di abbandonare il personaggio seriale senza preoccuparmi entro certi limiti delle reazioni del pubblico». Ne «Il soffio della valanga» il commissario Vittorio Spotorno (già apparso in precedenza, ma sempre con un ruolo secondario) si sostituisce nelle vesti di protagonista a Lorenzo La Marca, il detective che aveva accompagnato la soluzione degli altri misteri palermitani e nel quale sono ravvisabili evidenti tratti autobiografici: «Ci piacciono la stessa musica e gli stessi film, abbiamo lo stesso schema di interazione con le persone e con la società; a parte questo - ironizza lo scrittore - nessun altro punto di convergenza».

Anita Loriana Ronchi - Brescia Oggi , 10.02.2003

Una tranquilla strage di mafia per il commissario Spotorno

Un Maigret alla siciliana il nuovo personaggio inventato da Santo Piazzese

Il commissario Vittorio Spotorno non è un commissario qualsiasi. In onore del suo « inventore » Santo Piazzese, biologo prestato alla scrittura, potremmo dire che è il risultato di un innesto o meglio ancora di una riuscita ibridazione tra Marlowe, Maigret, Philo Vance e don Ciccio Ingravallo. In lui, l'investigatore protagonista dell'ultimo libro di Piazzese ( Il soffio della valanga), c'è poi qualcosa persino di quel Lorenzo La Marca già al centro dei Delitti di via Medina- Sidonia ( 1996) e della Doppia vita di M. Laurent ( 1998) e che non a caso fa una breve comparsata anche nel Soffio. Ma se La Marca appariva spesso scostante, Spotorno sembra invece un uomo tranquillo, posato. In comune, i due hanno però lo stesso modus operandi: quello che più li affascina non è tanto la risoluzione di un caso intrigato, quanto « la graduale messa a fuoco » di una persona, di una situazione, di un particolare sullo sfondo. Il Soffio della valanga è così costellato di figure e di cose: il gesuita, la bella poliziotta, le rose blu, uno sciroppo d'amarene, le polpette di sarde con la menta, i due piccoli cuori intrecciati sulla testiera di un letto, un libro di Anatole France. Il tutto racchiuso nei contorni di una Palermo amara, affollata di splendidi palazzi fatiscenti e di giardini pieni di ficus malconci, di giovani glicini, di papiri e mandorli ( vero e proprio « giardino dei semplici » degno della primitiva professione di Piazzese). La storia è lineare ( « una storia dove niente è casuale né inventato perché, come diceva Sciascia, la letteratura è la più assoluta forma che la verità possa assumere » ) : cinque « ammazzatine » all'apparenza inspiegabili se non secondo i consueti codici mafiosi, una « tranquilla » strage mafiosa con tutto il corredo del caso, dalla gragnola di pallettoni alle soffiate. Eppure, stavolta, qualcosa sembra coinvolgere Spotorno più del necessario: forse il fatto che due dei morti siano stati suoi lontani compagni di infanzia, forse la sottile fascinazione che su di lui esercita una Dama bianca pallidissima e inquietante ( personaggio chiave dell'intera storia). Alla fine tutto troverà una soluzione ( sarà stato « un delitto da football americano » ) , una soluzione comunque solo parziale. Che lascerà ancora ampio spazio a quelle tesi e a quelle antitesi, a quegli ossimori e a quelle metafore tanto amate da Spotorno. Anche lui irretito « da quel vento fortissimo, capace di scoperchiare case, travolgendo gli uomini come fuscelli, persino quelli illusi di stare al sicuro » . Il soffio della valanga, appunto.

Stefano Bucci - Corriere della sera , 09.02.2003

Presentato ieri il nuovo programma della rassegna del Sancarlino

I Lunedì della finanza dei gialli e della storia

Dal 10 febbraio gli appuntamenti curati da Roberto Chiarini e divisi in quattro sezioni: «Nuovi stili del noir», «Ventennio italiano», «L’Italia che cambia» e «Saggi & Profili»

Romanzi gialli - fiore all'occhiello è il sorprendente noir di Giorgio Faletti che è in testa alle classifiche di vendita -, dispute storiche, interrogativi economici al cospetto di un nuovo secolo che ha cambiato marcia, libri freschi di stampa, in primis quello del bresciano Massimo Mucchetti, e autori di richiamo. Attualità e temi di sostanza con la leggerezza della conversazione salottiera. L'idea dei Lunedì del Sancarlino rimane sempre la stessa, a cambiare è solamente il cartellone. Il nuovo listino degli appuntamenti promossi dalla Provincia di Brescia e curati da Roberto Chiarini, è stato illustrato ieri pomeriggio in Broletto alla presenza del presidente Alberto Cavalli. Quattro le sezioni che si intersecheranno nel calendario. Si comincia con "Nuovi stili del noir", una sorta di anticipazione, di "civetta" del Festival "A qualcuno piace giallo", che è sempre in evidenza nell'agenda delle attività culturali della Provincia e che quest'anno si terrà in aprile. Lunedì prossimo, 10 febbraio, l'ospite inaugurale sarà Santo Piazzese, «biologo prestato alla scrittura», come ama definirsi lui, dato che il suo mestiere ordinario è quello di ricercatore alla facoltà di Scienze dell'Università di Palermo. Un nome che fino a ieri era stato di nicchia (il passaparola aveva fatto conoscere ed apprezzare "I delitti di via Medina-Sidonia" e "La doppia vita di M. Laurent") e che oggi viene additato, impropriamente, come un Camilleri bis. Entrambi in comune hanno il mistilinguismo raffinato, il "bon vivre", la stessa casa editrice e un debito di riconoscenza con Manuel Vasquez Montalban. Recentemente Piazzese ha pubblicato il suo terzo romanzo, "Il soffio della valanga", che ha come protagonista il commissario Vittorio Spotorno, chiamato a risolvere un duplice omicidio sullo sfondo di trame mafiose. [...]

NUOVI STILI DEL NOIR
10 febbraio, ore 18, SANTO PIAZZESE «Il soffio della valanga»

Beppe Benvenuto - Brescia Oggi , 6.2.2003

Spotorno, l’anti-Montalbano indaga su un delitto di mafia

«La differenza è voluta. Stimo Camilleri ma siamo diversi»

Una Palermo normale. Incendiata dal sole di fine giugno, assediata dalle macchine nel centro storico, deturpata irrimediabilmente dai condomini lasciati in eredità dalla speculazione degli anni Sessanta, rumorosa nei mercati dei quartieri popolari dove il vapore acqueo del polipo bollito si mescola al fumo inebriante delle "stigghiole", gli spiedini di budella di agnello arrostiti sulla brace. In questa città si muove come un topo nel formaggio il commissario di polizia Vittorio Spotorno, l'eroe del nuovo "noir" di Santo Piazzese, "Il soffio della valanga", edito da poche stettimane da Sellerio e già arrivato alla terza edizione. Questo è il terzo romanzo dello scrittore-biologo (è ricercatore presso la facoltà di Biologia dell'Università di Palermo), dopo "I delitti di via Medina-Sidonia" e "La doppia vita di M. Laurent", pubblicati entrambi da Sellerio, che avevano come protagonista Lorenzo La Marca, biologo di mestiere e investigatore per caso, dopo che si ritrova a inciampare fortuitamente in alcuni delitti (a Palermo la cosa non è poi tanto rara). In quei due romanzi, tra i personaggi che si muovevano sullo sfondo c'era proprio Vittorio Spotorno, amico personale di La Marca, il quale finiva dentro la vicenda a causa del suo mestiere di poliziotto della squadra mobile di Palermo. Ora, ne "Il soffio della valanga" Spotorno conquista il ruolo di protagonista con una indagine su un duplice delitto di mafia avvenuto negli anni Ottanta, negli stessi giorni in cui si svolgeva la vicenda in cui era implicato il suo amico Lorenzo La Marca. Santo Piazzese, narratore di raffinate letture, si diverte a costruire un intrigante congegno narrativo, dove attraverso un gioco di specchi e di trasparenze le trame scorrono in parallelo, i personaggi si parlano da un libro all'altro, precisano le rispettive psicologie, aggiungono storie alle storie, in una specie di narrazione continua che si avvolge senza fine su se stessa, come il nastro di Moebius. «Mi hanno sempre affascinato, in letteratura- dice Piazzese- i libri che parlano di altri libri. Ma, da parte mia, non c'è alcuna ambizione borgesiana, non c'è un progetto determinato a stabilire questi nessi. Sento, piuttosto, un flusso narrativo naturale al quale non oppongo resistenza. Per me scrivere è, essenzialmente, osservare, scegliere un punto di osservazione. In venti minuti, stando a una fermata d'autobus o seduti al tavolino di un bar, passa tanta di quella vita che si possono inventare dieci romanzi, in quella pur breve esperienza c'è un potenziale di scrittura immenso». - La novità de "Il soffio della valanga" è che si tratta di un romanzo in cui la mafia affiora dalla tragica normalità della vita quotidiana. Non è un romanzo sulla mafia, né sulle implicazioni politiche che la connotano. «L'omissione degli aspetti politici che riguardano la mafia nasce dal fatto che tutto ciò è già stato abbondantemente detto. La mafia, a Palermo, in Sicilia, informa tutta l'esistenza e quindi anche la politica. Nei miei primi due libri la mafia si scorgeva sullo sfondo, in quest'ultimo mi è piaciuta l'idea di fare intrecciare la cosiddetta vita normale e la realtà mafiosa con cui può venire a contatto chi, per mestiere, si occupa di delitti, come accade a Spotorno, ma al suo posto poteva esserci anche un magistrato o un avvocato penalista». - La figura centrale del romanzo, a parte Spotorno, è quella di padre Cuttitta, il gesuita che in un drammatico confronto con il commissario fornisce la chiave di lettura della vicenda, evocando la metafora del titolo, del soffio che spira ai margini della valanga e distrugge tutto quello che sfiora. «A dire la verità, alcuni pezzi del dialogo non sono una mia invenzione. Li ho presi di sana pianta dalle parole che ho sentito pronunciare da un frate nella cripta dei Cappuccini, durante una visita tra i corpi imbalsamati dell'antica nobiltà spagnola di Palermo». - Però nel romanzo lei le ha messe in bocca a un gesuita... «Mi serviva un personaggio che giustificasse la forte ambiguità contenuta in quel discorso». - Vittorio Spotorno è l'anti-Montalbano. Il suo commissario, al contrario di quello di Andrea Camilleri, è sposato felicemente, ha due figli maschi educatissimi, è un monogamo convinto. Questa scelta antitetica è voluta? «E' inutile negarlo, questa differenza è voluta. Ma, alla base, c'è una ragione di carattere pratico. Nella letteratuta italiana, diversamente che in quella americana, non esiste la figura dell'investigatore che non sia un funzionario pubblico. Pensi allo stesso commissario Ingravallo del "Pasticciaccio" di Gadda. Ora, se uno decide di far nascere un commissario in piena era montalbaniana, non può che creare un personaggio che stia agli antipodi di quello inventato da Camilleri». - Montalbano, politicamente, sta a sinistra. Dove si colloca Spotorno? «Non è che Spotorno nutra grandi passioni politiche. Se vogliamo assegnarlo a uno schieramento, si può dire che sta nel centrosinistra. Ma egli ne ha viste tante, è troppo scafato per non sapere che, tutto sommato, le mele marce esistono in ogni paniere. A un certo punto dice: i poliziotti comunisti non esistevano neanche nella Russia boscevica». - Forse perchè siete entrambi siciliani, ma ogni volta che si parla di lei, si finisce per fare dei confronti con Camilleri. In qualche caso si è addirittura parlato di una rivalità tra voi. E' vero? «E' assolutamente falso. Ho molta stima e simpatia per Camilleri, ne condivido le idee politiche. Solo che, quando mi è stato chiesto se era uno dei miei punti di riferimento ho risposto di no, e non per prenderne le distanze come scrittore, ma semplicemente perchè, quando ho scritto il mio primo romanzo, non avevo ancora letto i suoi. Non mi considero, come qualcuno ha scritto, un anti-Camilleri. Io e lui siamo diversi, ma essere diversi non significa essere contro». Se volessimo dare un volto a Spotorno a quale attore dovremmo pensare? «Spotorno è scuro di pelle, ha un fisico asciutto, segaligno. L'attore a cui lo accosterei è Gian Maria Volontè da giovane». - Nel romanzo si accenna in maniera marginale, discreta, a Sciascia. Come va interpretata questa presenza? «Si tratta di un mio recupero personale della figura di Sciascia. Da giovane lessi tutti i suoi libri. Recentemente mi sono ritrovato a leggere alcuni suoi scritti saggistici, non narrativi, e ho riscoperto la sua scrittura etica, la sua acuminata capacità di giudicare uomini e cose. Ci vorrebbe proprio, uno come lui, in questi tempi grigi in cui viviamo».

Antonio Sabatucci - L'arena 26.01.2003

"Il soffio della valanga" Santo Piazzese

Ci sono voluti quattro anni, dopo il successo di I delitti di via Medina - Sidonia (1996) e La doppia vita di M. Laurent (1998), entrambi pubblicati sempre dall'editore palermitano Sellerio, ma l'attesa non è stata vana. Con Il soffio della valanga il biologo "prestato alla scrittura", come ama definirsi Santo Piazzese, ricercatore universitario dedito all'arte letteraria del delitto, torna a proporci un viaggio in una Palermo allucinata dove il crimine non ha solo il volto della mafia. Nelle sue pagine infatti la città siciliana assume i contorni del noir, riecheggiando le atmosfere e i toni della letteratura poliziesca d'oltreoceano, i suoni del jazz piuttosto che i ritmi mediterranei. E' la Palermo metropolitana che racconta Piazzese, non concedendo nulla ai tempi sincopati della narrativa di un Camilleri, ma rimandando piuttosto ai classici dell'hard boiled o alla cronaca violenta di Bercellona costruita da Manuel Vasquez Montalban. Anche in questo caso Piazzese, la cui notorietà ha da tempo superato i confini nazionali, i suoi libri sono ad esempio molto amati in Francia, sembra partire da un delitto di mafia, ma le indagini condotte da un ritrovato commissario Vittorio Spotorno approderanno a una pista molto diversa. Spotorno torna protagonista, mentre questa volta l'investigatore Lorenzo La Marca, l'altro personaggio chiave delle storie di Piazzese, resta sullo sfondo. E quasi come in uno specchio narrativo Il soffio della valanga rimanda a I delitti di via Medina - Sidonia, costruendo una sorta di controcanto a quella vicenda, intrecciando un'altra immagine di Palermo, l'ombra di altre storie, di un'altra condizione di vita. Una donna accompagna con la sua comparsa le varie tappe che portano al mistero e alla morte, quella che Spotorno chiama la "Dama Bianca"; ma si intrevede anche il passaggio da un'epoca all'altra, da una generazione della malavita ad un'altra. Come spiega il commissario a un vecchio dirigente della Ps, chiamato da tutti semplicemente don Tano, "uno sbirro chiamato come un mafioso": «I picciotti delle nuove leve sono sempre più arraggiati. E ormai i vecchi capi stentano a tenerli sotto controllo (...) Ci sono troppi soldi in ballo, soldi facili, e chi ne ha sentito l'odore anche solo mezza volta si tira il conto che vale la pena di correre il rischio di giocare in proprio».

Guido Caldiron - Liberazione, 21.1.2003

Santo Piazzese al suo terzo romanzo cambia protagonista e marca la distanza con Camilleri

La doppia sfida del giallo siciliano
Un pacato commissario sostituisce il biologo dandy. Tra squarci di luce e oscuri quesiti da sciogliere

Ne ha di coraggio Santo Piazzese. E non solo perché si mette a scrivere gialli ambientati in Sicilia nel bel mezzo dell’epoca-Camilleri. Ma anche e soprattutto perché dopo due romanzi di ampio successo, in Italia e all’estero, cambia personaggio protagonista e muta registro, dimostrando un’abilità che va ben oltre la produzione seriale. Il primo gesto coraggioso Piazzese l’aveva compiuto nel 1996, con «I delitti di via Medina-Sidonia». Lui, di Palermo, andava a pubblicare con Sellerio un giallo ambientato in Sicilia proprio mentre l’astro Camilleri era in piena ascesa. C’erano tutti gli elementi per essere accusato di cavalcare l’onda, di mettere le vele dove il vento è a favore. E non bastava dicesse ad ogni occasione che lui aveva letto Camilleri quando il suo primo romanzo era già in stampa. Santo Piazzese, siciliano e giallista con il vezzo della battuta in dialetto, non poteva sfuggire al ferreo paragone con il papà del commissario Montalbano. A fare giustizia d’un parallelo superficiale ci hanno pensato i lettori. Sì, perché quello di Piazzese è tutto un altro mondo, rispetto alla Vigata camilleriana. È vero che pur sempre di giallo si tratta, di quelli classici che non amano concedere spazio alla violenza e alla brutalità, e che invece prediligono il mistero da risolvere, la matassa ingarbugliata da sciogliere con pazienza. È vero che molto si gioca sulla psicologia dei personaggi, così come lo sfondo è sempre quello di una Sicilia bella ed enigmatica. Ma diversissimi sono il taglio, l’ambiente sociale, l’evolversi dell’indagine. Sia nell’esordio di via Medina-Sidonia, sia ne «La doppia vita di M. Laurent», l’ambiente è quello della borghesia palermitana e il protagonista è Lorenzo La Marca, quarantenne docente di Biologia all’Università di Palermo (esattamente come l’autore). Intellettuale brillante, single gaudente: la battuta rapida, l’aggancio colto, l’intreccio raffinato di citazioni e sensazioni, rendono piacevolissima la lettura. Due romanzi, due successi. E si attendeva il terzo... Ma qui sta la sorpresa, il secondo gesto ancor più coraggioso. Piazzese cambia protagonista e cambia registro. L’autore dà una spiegazione fintamente semplice: La Marca non è un poliziotto, né un avvocato o un medico legale, insomma non è una persona che per mestiere ha a che fare tutti i giorni con morti ammazzati... serviva un professionista. Ma il cambio è ben più radicale, profondo. Nel terzo romanzo, «Il soffio della valanga», Piazzese porta in primo piano un amico del brillante biologo, quel commissario Vittorio Spotorno che nei primi due romanzi era apparso tanto grigio, dimesso, quotidianamente formale, da sembrare costruito apposta per far da contraltare all’esuberante La Marca. E il commissario non viene snaturato: resta dimesso nei gesti, pacato nei modi, formale nei comportamenti. Sposato felicemente da anni con una insegnante che unisce saggezza a fantasia. Padre di famiglia un po’ preoccupato del poco tempo che riesce a dare alla sua famiglia. Con un presente da mezza carriera e un passato da periferia. Proprio da quel passato emergono, uno alla volta, i personaggi-chiave del giallo. Rosario, ridotto a fare l’autista ad un piccolo boss del pizzo e ammazzato (per sbaglio, sembra all’inizio...) in un’imboscata. Diego, già un tempo freddo e calcolatore, ora imprenditore in cerca di ascesa. Maddalena, sorella di Rosario, in bilico delicato tra mille difficoltà familiari... Come nei gialli classici, quel che colpisce a prima vista non è la realtà, bisogna saper scavare oltre i veli delle apparenze, per scoprire la verità. Talvolta è il soffio della valanga a creare i danni più appariscenti, ai margini della precipitazione. E c’è anche una vena di mafia, per dire che la Sicilia sembra non possa sfuggire a questa ombra lunga e cupa. Cambia il personaggio e cambia il tono della narrazione. Diventa meno effervescente, più distesa. Ma non per questo meno piacevole. Anzi, forse guadagna in profondità. Santo Piazzese anche questa seconda coraggiosa sfida pare proprio averla vinta.

Claudio Baroni - Giornale di Brescia, 11.1.2003

La cultura siciliana ricomincia dal giallo

L´ultimo libro di Santo Piazzese "Il soffio della valanga" suggerisce alcune considerazioni sugli scrittori siciliani odierni. Dico subito che quest´ultima fatica di Piazzese è ancora più convincente del suo giallo d´esordio "I delitti di via Medina Sidonia". Nel "Soffio" la scrittura di Piazzese ha acquistato una linearità e una freschezza che consentono una sua maggiore godibilità. Ma non è di questo che vorrei parlare. Quanto del fatto che Piazzese, a me sembra, sia diventato il punto più alto di una produzione letteraria "made in Sicily" che ha instaurato un rapporto inscindibile con il genere "noir", meglio con il giallo. Anche se si tratta di un giallo molto particolare, per cosi dire territorializzato, legato cioè solo a contesti panormiti o sicilioti, fenomeno probabilmente stimolato dalle fortune editoriali e televisive del commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Il "giallo alla siciliana", insomma. Qualcosa di simile accadde nel cinema con i "western all´italiana", un tentativo riuscito di innescare su un genere importato dagli Usa stili recitativi e modelli produttivi tipicamente italiani. La stessa cosa stanno facendo, su per giù, Piazzese e altri autori (non a caso tutti editi da Sellerio) come Gian Mauro Costa che nel suo "Yesterday" combina brillantemente situazioni solo in apparenza scollegate: i Beatles, Palermo, la generazione del Sessantotto, le paturnie borghesi, il cinema, la mafia, il mondo universitario. Il giallo alla siciliana è davvero stimolante e creativo. Ma mi chiedo: cosa c´entrano i "giallisti "con la grande tradizione letteraria siciliana, che c´entrano con Verga e De Roberto, con Sciascia, con Bufalino e con Consolo, e anche con gli scrittori del gruppo 63, con Perriera e con Testa? Sono in qualche modo figli di questa altissima tradizione o a essa non si collegano affatto? Domande legittime, anche per i non addetti ai lavori, per i semplici lettori come me, sino ad oggi abituati a trovare nei libri dei grandi scrittori siciliani la Sicilia come problema o come "metafora del mondo". Nel "giallismo alla siciliana", credo, l´isola è solo un contesto, anzi un pretesto, uno scenario entro cui si snodano storie certamente avvincenti, ma forse prive di quella problematicità che ha caratterizzato la letteratura siciliana, anche quella d´avanguardia, in tutto l´arco del secolo scorso. Discuterne è di estrema importanza. La Sicilia, infatti, è oggi un bacino straordinario di talenti letterari che possono costituire il sale di una auspicabile e necessaria rinascita della cultura siciliana.

Nuccio Vara - La Repubblica, ed. di Palermo, 20.12.2002

Sono siciliano, scrivo gialli. Ma che c'entra Camilleri?

Usa, anche lui, il dialetto. Pubblica, anche lui, da Sellerio. Santo Piazzese, pero', non ne puo' piu' dei paragoni. E giunto il terzo libro ...

Santo Piazzese e' un temerario. Nato a Palermo, dove vive e lavora - insegna biologia all'Universita' - nel 1996, in pieno ciclone Camilleri, presenta all'editore Sellerio un noir metropolitano, I delitti di via Medina-Sidonia, ambientato nella sua citta', ricco di inflessioni dialettali e felice nella ricostruzione delle atmosfere locali. Il protagonista, Lorenzo La Marca, non e' un professionista del crimine come il Commissario Montalbano, ma, guarda caso, un professore di biologia, che inciampa casualmente in un delitto. La Marca, uomo colto e raffinato, sentimentale e ironico, e' un miscuglio meridionale di Philip Marlowe e Philo Vance, e piace immediatamente ai lettori. Il linguaggio viene rapidamente esaurito e ristampato 11 volte. Due anni dopo Piazzese torna con una seconda avventura del detective-biologo, La doppia vita di M. Laurent, nove edizoni, traduzioni in Francia e Germania, il progetto di un film tv. Altri quattro anni, e riecco il professore in questi giorni in libreria con un terzo blues palermitano: Il soffio della valanga. Ma stavolta il protagonista e' cambiato. Il fascinoso e sensuale La Marca diventa una figura secondaria, una comparsa, un amico del nuovo protagonista, il commissario Spotorno (gia' noto al lettori di Piazzese), abile detective, ma molto meno seduttivo.

Ora che ci eravamo affezionati al commissario Lorenzo La Marca le tira fuori il malinconico Spotorno ...

In genere si dice che siano gli scrittori a creare i personaggi, ma il rapporto autore-protagonista non e' sempre cosi univoco. E io rischiavo di sentirmi asfissiato, strangolato. La Marca e' un personaggio piuttosto invadente.

Che fa: parla male del suo alter ego?

No, anzi, io e lui siamo molto simili, condividiamo i gusti per i libri, il cinema e la musica. ma ci dividono parecchie cose, a cominciare dallo stato civile. Lui e' un single convinto, e io sono felicemente sposato da 23 anni.

Allora perche' questa scelta?

La Marca non e' un poliziotto, ne un avvocato penalista, tantomeno un magistrato o un medico legale. Insomma non e' una persona che per mestiere ha a che fare con i morti ammazzati. Percio' ha cominciato a pesarmi l'idea di costruire un terzo e magari un quarto romanzo in cui continuava a imbattersi nei cadaveri. Nella realta' non succede. Anche negli anni in cui a Palermo c'era un morto ammazzato al giorno, a me non e' mai capitato di vedere un cadavere in strada. Va bene la prima, passi la seconda, ma alla terza i parenti, quando ti vedono, comincerebbero a cambiare strada ...

E cosi ha pescato un personaggio che nei libri precedenti era soltanto di contorno, un tipo un po grigetto.

Ma piu' aderente alla realta'. Certo Spotorno non e' brillante in societa' come La Marca, non ama l'ostentazione, ma ha un grande spessore umano e civile.

Come reagisce quando la definiscono l'anti Camilleri?

Malissimo, come puo' immaginare. Perche' pur essenso un suo estimatore, penso che abbiamo poche cose in comune.

Scrive noir d'ambiente siciliano, usando il dialetto e pubblicando con lo stesso editore e nella stessa collana: le sembra non avere niente in comune con Camilleri e Montalbano?

Il primo libro, I delitti di via Medina-Sidonia, l'avevo scritto negli anni '80, ma ho aspettato il 1995 per presentsrlo all'editore. Per motivi etici.

Motivi etici?

Si, in questi anni a Palermo era cominciata una guerra di mafia con un bollettino spaventoso di sangue: 150 vittime all'anno. Poi la morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. In quel clima non me la sono sentita di proporre un romanzo siciliano che non parlasse di mafia. E cosi' ho aspettato. Camilleri l'ho letto per la prima volta mentre il libro era gia' in stampa. Elvira Sellerio mi consiglio' a stagione della caccia.

Nei primi due libri la mafia era solo adombrata, mai protagonista, come se lei fosse piu' interessato alle vicende umane. Nel nuovo romanzo Cosa Nostra firma una serie di ammazzatine. Uno dei tanti cambiamenti di rotta.

Si, la mafia appare come mandante, anche se poi sapere chi preme il grilletto puo' essere superfluo, almeno in un romanzo, perche' i killer sono interscambiabili.

Spotorno nel primo libro si lamenta perche' non esistevano piu' a Palermo i sani e misteriosi delitti con tanto di movente e struttura psicologica, a causa della mafia che oscura tutto. Vale ancora?

Molto meno. Com la morte di Falcone e Borsellino gli omicidi di mafia si sono ridotti drasticamente. Ma nel periodo dei maxi processi, delle mattanze mafiose non si parlava mai di delitti comuni, che quando accadeva venivano relegati nelle pagine interne del giornale.


Il primo mi ha formato, il secondo mi ha inflenzato, il terzo lo apprezzo da lettore.

Brunella Schisa - Repubblica-Venerdi 13.12.2002

Pagine di Natale

Desta curiosita' l'abbandono della scena del biologo detective Lorenzo La Marca nel nuovo libro di Santo Piazzese, Il soffio della valanga, che verra' presentato da Gian Mauro COsta alle 18.30 presso la Libreria Sellerio di via La Farina. Con questa sua nuova fatica Piazzese promuove il commissario Spotorno, la spalla di La Marca nelle precedenti avventure, al ruolo di protagonista, liberandolo dalla patina di antipatia che gli aveva posato sopra e facendolo muovere in una citta' diversa rispetto a quella dei primi due romanzi. Una citta' piu' crudele, quella del Soffio della valanga, meno rutilante e invasiva, teatro di un duplice delitto mafioso commesso in una traversa di via degli Emiri, alle spalle della Zisa, nel quale resta coinvolto un amico d'infanzia del commissario, Rosario. Il caso si rivela sin dall'inizio difficile per Spotorno, il quale si trovera' costretto ad indagare anche nei meandri della sua adolescenza, che prendono corpo nel romanzo grazie ai bagliori crepuscolari che la sua memoria sprigiona.

Salvatore Ferlita - Repubblica, 12.12.2002

Il soffio della valanga

in libreria il nuovo romanzo di Santo Piazzese

A novembre 2002 sarà in libreria il nuovo romanzo di Santo Piazzese, Il soffio della valanga (Sellerio). "Stavolta, Lorenzo La Marca avrà una parte marginale. La storia parte da un delitto che ha tutta l'aria di essere di stampo mafioso: due cadaveri crivellati di colpi abbandonati in periferia. Tocca al commissario Spotorno fare luce sul caso e aggirarsi in una Palermo fatta di blues e vicoli stretti".

La Repubblica, ed. di Palermo, 25.9.2002



Palermo

Vi è mai capitato di trovarvi a casa di persone sconosciute, magari per una festa, un dopocinema o qualcosa di simile, e avere la curiosità di sapere che razza di famiglia, che tipo di persone fossero gli abitanti dei luoghi? E forse vi sarete messi a girellare con ostentata noncuranza, cercando di captare l'atmosfera della casa, a caccia del soprammobile esplicatore, del dettaglio illuminante capace di farvi passare dal particolare all'universale. Un tempo mi illudevo che per farmi un'idea abbastanza precisa delle persone che vivevano in una casa fosse sufficiente dare un'occhiata ai volumi sugli scaffali delle librerie. Ma era tutto un inganno. In molte case borghesi si pratica, per vocazione o per necessità, la cozzologia, una scienza quasi esatta - un'arte, secondo alcuni - che consiste nell'allineare l'uno dopo l'altro i libri in funzione dell'effetto decorativo o delle mode letterarie del momento. Il cozzo, infatti, traduzione in italianese del vocabolo siciliano cozzu, non è altro che la nuca e, per estensione, la costola dei libri. Ormai so che se voglio capire qualcosa che si approssimi di più alla realtà, non sono le librerie i luoghi da ispezionare, ma le cucine, le dispense, i frigoriferi. Una persona è anche ciò che mangia. Non a caso abbiamo formulato un detto dall'aria saggia che dice: Mangia a gusto tuo e vestiti a gusto degli altri. A ben guardare, è l'ennesimo riproporsi, in forma lievemente qualunquista, dell'antica dicotomia tra l'essere e l'apparire.

Secondo me, la regola vale anche per le città. Per questa città, almeno, vale di sicuro. D'altra parte, quante altre città conoscete, che vi consentono di procuravi un litro di latte, o un chilo di pane, o l'occorrente per un'insalata, a qualsiasi ora del giorno e della notte, che piova o tiri vento, domeniche e altre feste comandate comprese? I supermercati americani aperti tutta la notte, dite? Beh, non confondiamo il sacro con il profano. Qui parliamo di roba seria, non di scatolame. E di contatto umano, non solo di legittimo commercio. Non è forse questa Civiltà? Volete provare? Andate al Borgo Vecchio, quando volete, con chi volete. Il Borgo è un mercato popolare innestato nel centro della città commerciale, a due passi dall'altolocata via Libertà e dal salotto buono di via Ruggiero Settimo e di piazza Politeama. Al Borgo troverete ciò che vi serve, quando vi serve. Un'altra prova? Sempre al Borgo Vecchio c'è Michele, arrostitore di professione. Se passate dalla piazza del Borgo, dalle sedici in poi di un giorno feriale, o dalle dieci del mattino in poi dei festivi, noterete all'angolo di nord-ovest un uomo intento a preparare un letto di brace sotto una grande griglia di ferro. Aggiratevi tra i banchi del mercato, comperate ciò che volete, pesci, calamari, bistecche, ruote di salsiccia, ortaggi. Poi consegnateli a Michele, e per poche migliaia di lire lui li arrostirà a puntino davanti a voi. Consumate pure tutto per la strada, in piedi, o portatevelo a casa, in albergo, o dove volete. E' una delle pochissime cose che siano rigorosamente garantite non a norma U. E. e che non rispettano nessuno dei pallosissimi parametri di Maastricht. Ma non si sa fino a quando. Approfittatene, prima che sia troppo tardi. Ovviamente - e come doveroso tributo per l'ammissione nel Villaggio Gastronomico Globale - abbiamo pure un paio di McDonald's. Ma trovateveli da soli, se proprio non ne potete fare a meno.

Il Borgo Vecchio non è l'unico grande mercato popolare di Palermo. Né il più antico. Né il più importante. Né, soprattutto, il più suggestivo. Provate a esplorare il Capo. O Ballarò. O la Vucciria, immortalata da Guttuso in una grande, famosa tela che con un poco di pazienza, di buona volontà, di perseveranza, di faccia tosta, di fortuna, di adulazione, vi sarà possibile ammirare a Palazzo Steri, sede del rettorato, nella splendida piazza Marina da poco risorta a nuova vita diurna e, soprattutto, notturna.

Se il cuore pulsante della città commerciale batte da tempo nei quartieri nuovi, gli antichi mercati storici costituiscono ancora oggi il fegato, i polmoni e le altre frattaglie pregiate di una Palermo incerta tra agonia ed eccesso di vitalità, tra miserie e nobiltà, tra bellezza e tristezza. E' la nostra Amazzonia. E' qui che la città respira e disvela tutte le sue contraddizioni, è qui che la scenografia si fa appassionante. Ed è qui che vi tocca venire, se volete interpretare - o decifrare, se ne siete capaci - i segni della città in evoluzione. Città difficile, la mia, città complessa e complicata, città dall'impatto ambiguo, avvolgente o respingente. O entrambe le cose insieme. Città femmina, se mai ve ne fu una.

Alla Vucciria si accede da molte vie. Ma niente ripaga la vista come scendere i quindici scalini che da via Roma, di lato alla chiesa dell'Ecce Homo, vi depositano sulle balàte di piazza Caracciolo, vero centro di gravità del mercato. Da qui si ramificano i vicoli del reticolo che vi conduce verso la Cala da una parte, e dall'altra verso lo splendore barocco della chiesa di San Domenico, o, ancora, dalla parte opposta, verso il Cassaro, l'odierno corso Vittorio Emanuele. Andateci di mattina, alla Vucciria, e quando arrivate in fondo alla scalinata guardate alla vostra destra, verso il terrazzino della popolarissima trattoria Shangai, che nonostante il nome non ha niente di cinese. Secondo una leggenda metropolitana che risale al secondo dopoguerra, un marinaio di passaggio, contemplando dalla terrazza la distesa di tende dei banchi del mercato avrebbe esclamato: pare Shangai! Quel terrazzino, immortalato in molti film di ambientazione palermitana, è un buon punto di osservazione della realtà locale. In passato i clienti usavano scegliere dall'alto, nei sottostanti banchi di vendita, il pesce che avrebbero consumato ai tavoli della trattoria. Ma è una pratica da evitare. Il pesce è sempre meglio esaminarlo da vicino.

Per visitare il Capo, invece, vi suggerisco un avvicinamento graduale. Imboccate la via Sant'Agata alla Guilla, da piazza Sett'angeli, di lato alla cattedrale, e percorretela fino a piazza Beati Paoli. Proseguite per la via Beati Paoli e poi ancora per la via Porta Carini, fino alla porta omonima: è l'asse principale, la spina dorsale del mercato. Ma non limitatevi a questo. Divagate. Esplorate i vicoli laterali della casba. Camminate piano, guardatevi intorno, e date un'occhiata alla toponomastica: piazzetta Saponeria, via Celso, via Candelai, piazza Monte di Pietà, via Carrettieri, via Panneria, via Sedie Volanti. Qui venivano costruite le portantine: le sedie volanti, appunto. Ogni nome è un pezzo della storia all'apparenza minore della città. E' un itinerario che somiglia al Bolero di Ravel, un lento crescendo di venditori e bancarelle, fino all'esplosione finale della zona di porta Carini, che vi immette in una città che ritroverete normale, con la vicina mole rassicurante del teatro Massimo, finalmente non più intubato.

Fatelo senza timori. Palermo, oggi, per il turista, è una delle città più sicure d'Europa. Non che non ci siano anche qui gli scippi e le rapine, ma non più che in una qualsiasi metropoli nordica. Basta un minimo di prudenza, la stessa che osservereste nella vostra città, quale che sia. Di giorno e di notte. Le notti, forse, sono addirittura più sicure. Di notte sbocciano i pub, sorti a decine nelle piazzette e nelle stradine del centro storico. Se passate dopo la mezzanotte per il largo dei Cavalieri di Malta, a due passi dal Conservatorio di musica, o per la piazza dell'Olivella, davanti al Museo Archeologico, o per via Spinuzza, vicino al teatro Massimo, è possibile che dobbiate sgomitare per farvi largo tra la calca dei ragazzi che non trovano posto all'interno dei locali, e che bevono birra messicana direttamente dalla bottiglia, mentre ascoltano musica techno, spesso suonata dal vivo. I pub, ma anche i mercatini di robavecchia, le trattorie, i caffè concerto, i ristorantini alternativi, le piccole attività artigianali che con discrezione ritentano la sorte, sono il fenomeno nuovo, uno dei segni più vistosi della ritrovata voglia dei palermitani di riappropriarsi della propria città, di rioccupare gli spazi per troppo tempo abbandonati alla desolazione e, spesso, alla disperazione.

Ovviamente questo non vuol dire che viviamo nel migliore dei mondi possibili: Palermo ha problemi enormi, incrostazioni stratificate e consolidate da decenni di incuria individuale e collettiva. Ma ci sono, oggi, numerosi segnali di un'inversione di tendenza, soprattutto nell'atteggiamento dei palermitani nei confronti della città. E' quello che, con un po' di anticipata enfasi, viene indicata come la rinascita di Palermo. Una speranza, più che un processo consolidato e irreversibile, diciamo, con il pessimismo della ragione. Una certezza, pensiamo, con l'ottimismo delle viscere. Così, accanto alle rovine rimaste nel centro storico dopo i bombardamenti dell'ultima guerra, comincia a moltiplicarsi il numero degli edifici in via di restauro, in attesa del definitivo decollo dei lavori del risanamento del centro - che è il più vasto d'Europa - della costa e delle periferie urbane più degradate.

E c'è un luogo-simbolo che meglio di qualsiasi altro può rappresentare l'immagine attuale della città. Se venite a Palermo per la prima volta o se vi tornate dopo molti anni, è probabile che qualcuno prima o poi vi chieda a bruciapelo: sei già stato allo Spasimo? Ma non sprecate un fremito solo per il nome. Lo Spasimo è un diamante grezzo incastonato tra la Kalsa e la Magione, quartieri un tempo testimoni degli splendori di quella che fu una sontuosa capitale mediterranea, ed oggi avviati a un lento, progressivo tentativo di recupero urbanistico ed etico, dopo avere conosciuto l'inferno di un degrado che si temeva senza ritorno. Non a caso le suore di Madre Teresa di Calcutta avevano scelto proprio questo quartiere per stabilirvi la propria sede palermitana. Non a caso è qui che è ancora attivo uno dei primi nuclei del volontariato cittadino.

Del complesso dello Spasimo, addossato ai cinquecenteschi bastioni spagnoli, costruiti in epoca appena successiva, a protezione contro i temuti attacchi dei turchi di Solimano II, si era quasi persa, fino a pochi anni fa, persino la memoria civica, se non quella storica, dissimulato tra immondizie e cumuli di macerie. Più che di un restauro si è trattato di un riportare alla luce. Una rinascita, appunto. Una rinascita ancora in corso d'opera, data la complessità e le dimensioni del monumento, che riserva continue sorprese, man mano che vanno avanti i lavori. Una delle ultime è la scoperta e il ripristino di un chiostro che ora delimita il lato sinistro del cortile di ingresso. Oggi, la basilica di Santa Maria allo Spasimo, parzialmente priva di tetto – ma ciò non fa che conferire ulteriore suggestione ai luoghi – e i locali dell'ex ospedale Principe Umberto, parte integrante del complesso, che fino all'inizio degli anni '80 accoglieva gli anziani indigenti o senza famiglia e incurabili, sono sede di concerti, spettacoli, incontri, mostre a ciclo continuo. Andateci di giorno. E poi tornateci di notte.

Non so, alla fine, cosa vi rimarrà di questa città nei cinque sensi della memoria. Molto dipende da chi siete. E forse, durante i vostri vagabondaggi per vicoli, vi capiterà di incontrare un indigeno che crede di saperla lunga e che vi spiegherà, tra il reticente e il confidenziale, che a Palermo si piange due volte: quando si arriva e quando si parte. Ma non prendetelo troppo sul serio: noi palermitani siamo dei tragediatori nati. Voi, almeno, cercate di non piangere. E se proprio vi scappa la lacrima, beh, potete pur sempre fuggire. O tornare.

Santo Piazzese



Un investigatore a villa Bonanno

Provate a frequentare, ad ora di colazione, qualche piccola osteria, proprio nei pressi della Questura. Con un po di fortuna e un pizzico di fantasia potrete incontrare il commissario Spotorno, in versione relax, durante una delle sue pause di lavoro. Il nuovo eroe del giallo in fieri di Santo Piazzese a cambiato percorso, da vero a abitudinario, delle notte bravi del suo amico e alter ego Lorenzo La Marca, sembra non volerne saperne un bel niente. I suoi percorsi sono fissi: attraversa ogni giorno via Liberta', passeggia per vialetti di villa Bonanno, proprio sotto le stanze del Suo ufficio. Si ferma sempre a prendere il caffe allo stesso posto: nel vecchio bar del liceo Vittorio Emanuele. E quando ha bisogno di mettere insieme le idee, torna nei luoghi della sua giovinezza, tra via Celso e via Venezia. Poi, per lavoro, frequenta borgate e quartieri della citta': Romagno, San Lorenzo, la Noce e, naturalmente la Zisa, il luogo del delitto.

La repubblica 05.02.1999



Un duplice omicidio alla Zisa per il nuovo giallo di Piazzese

LORENZO La Marca, quello strano investigatore per caso dei primi due romanzi di Santo Piazzese si presentava da se', proprio a pag. 16 de "I delitti di via Medinia-Sidonia". "Un ex sessantottino colto, intelligente, raffinato, ironico e autoconsapevole". Niente male. Se si aggiunge poi che, proprio in virtu' di questo personaggio, quei due gialli sembravano ambientati in una sorta di piccola New-York di casa nostra. Che li' La Marca, giocava a fare il cinico, vivendo da single tra ritmi jazz, letture americane e cene in tutti i locali piu' in della citta' vecchia, il quadro e' chiaro. E bene di questo quadro ben noto a gli estimatori dello scrittore palermitano, nel suo prossimo libro, "L'anno che mori' L.S.", ancora in corso di stesura ci sara' solo un pallido ricordo. Parola di Santo Piazzese. E allora, cosa e' successo a Lorenzo La Marca perche' lo hanno bandito dalla sua storia numero tre? Gli e' successo semplicemente che non sara' piu' il protagonista, l'investigatore brillante del racconto che sto scrivendo. Al suo posto ci sara' il commissario Spotorno, suo amico e controfigura ne "I delitti di via Medina-Sidonia" e ne "La doppia vita di M. Laurent". Anche se non posso nasacondere che in "L'anno che mori' L. S." sta in agguato e piu' volte viene ciatato. Ma volevo prendere le distanze da lui. E per farlo ho capito che dovevo allontanarmi anche dal suo mondo e dal suo stile di vita. Non e' un passaggio da poco. In quei libri era proprio quel particolare modo di vivere ad essere caratterizzante. Cosa succedera' adesso? "Succedera' che ha gestire le indagini sara' un personaggio che si muove in un mondo del tutto diverso. La Marca era invadente, nevrotizzante e ironico fino all'eccesso, tutto sommato un uomo di mondo consapevole del suo valore e del suo indice di gradimento. Spotorno, invece e' di tutt'altra pasta. E' una persona seria, competente, che non ha un rapporto facile con la gente. Un abitudinario, monogamo per vocazione. E, un poco come Maigret, non si limita mai a convocare le persone in questura, ma in generale preferisce incontrarle dove loro vivono. Ma poi, a parte queste divagazioni geografiche giustificate dalle esigenze delle indagini, frequenta sempre gli stessi posti" I posti, gia'. Anche quelli avevano un peso non indifferente delle storie di Lorenzo La Marca. Davano di Palermo l'idea di una citta' mediterranea per colori e vegetazione, borghese e benestante, e, soprattutto in movimento. C'erano ristoranti, locali, spazi di aggregazioni che il giovane biologo conosceva e frequentava con costanza. Dove va' invece Spotorno? "Spotorno vive una citta' diversa. Sta tra casa e la questura. Si muove tra via Liberta' villa Bonanno e il vecchio bar del Vittorio Emanuele. Se pranza fuori sceglie sempre una osteria proprio a fianco della questura. E la sera cena quasi sempre a casa con la moglie". Insomma una vera e propia rivoluzione copernichiana ... "Gia', che parte da un cambio di registro stilistico, visto che in questo romanzo passo alla terza persona. Ma quello che piu' conta e' il fatto che anche la struttura del giallo a cambiare, la storia del racconto". Di che si tratta'? "Tutto parte da due omicidi che si consumano nella zona della Zisa, gia' ne "I delitti di via Medina-Sidonia". Li' ne parlavo appena. Mentre in questo caso Spotorno indaga prorpio su questa duplice ammazzatina. Si tratta di un delitto che ha delle evidenti conessioni con ambienti di mafia, anche perche' a morire e' anche un piccolo boss della zona. Tutto e' piu' sordido. La storia, che si muove tra la fine degli anni '50 e il 1989, si sviluppa per flash-back. Attraverso i quali collego, apparentemente, senza nesso, eventi lontani. Ma e' proprio da questi collegamenti, che emerge, alla fine, la soluzione del giallo. C'e' anche uno spunto reale: un fato che mi riporta alla mia infanzia, quando in una borgata cittadina una vecchia signora fu strangolata in riva a mare. Quel delitto, che rimase senza un colpevole si riallaccera' alla storia che racconto facendo luce anche sul duplice delitto della Zisa".

La repubblica 05.02.1999



La Sicilia? Una terra di misteri Nasce il "giallo" mediterraneo

"Tanta letteratura prodotta da una terra prodiga di scrittori come la nostra, ha il potere straordinario di placare gli animi, e di disimpegnarli da un'opera fattiva", scriveva anni fa uno studioso attento alle cose di casa nostra. Se a questo si aggiunge che la "Sicilia e' la patria dei misteri insoluti", per dirla con le parole di Santo Piazzese, il passo e' breve e c'e' chi trova anche possibile localizzare proprio nell'isola una sorta di oasi del giallo all'italiana anni Novanta. La cosa in se' puo' appari anche forzata, ma e' proprio su questo tema che si svolge a Siracusa, un convegno sul giallo mediterraneo. I primi due nomi che cita proprio l'autore de "I delitti di via Medina Sidonia", sono Domenico Conoscenti e Andrea Camilleri. Ma di parlare di di un giallo siciliano forte di ina sua identita' ben precisa, proprio non se la sente. Anche se lui e' proprio grazie al giallo che ha fatto il suo ingresso nel dorato mondo della letteratura. E non a caso, visto che "cosi' - dice Piazzese, che venerdi' sara' ospite del convegno organizzato del Comune di Siracusa e dall'associazione culturale Babele - sono riuscito ad immettermi in punta di piede nella turris eburnea della scrittura, assecondato il vezzo di sfondare attraverso un genere ingiustamente ritenuto minore". Eppure proprio su questa fuorviante valutazione della critica, che e' recentemente ritornata sui suoi passi se e' vero che lo scorso anno proprio il giallo ha fatto il suo trionfale ingresso nell'enciclopedia Treccani, Santo Piazzese qualcosa da dire ce l'ha. Non solo ma prende una posizione che in qualche modo ribalta il suo assunto. "Perche' se e' vero che il giallo - dice lo scrittore palermitano - e' un genere che ha la peculiarita' di percorrere una strada piu' contorta per andare alla ricerca della conoscenza di fatti, accadimenti o situazioni che celano un mistero, allora quale carattere regionalistico si attaglia di piu' a questo incidere tortuoso se non quello siciliano?

Chiara Dino - La Repubblica 25.11.1998



Via col blues palermitano

GIALLI Dalla Sicilia "un altro Camilleri": Santo Piazzese

E' siciliano come Andrea Camilleri, come lui scrive racconti gialli ambientati in Sicilia, come lui pubblica da Sellerio, come lui usa gli ammiccanti vezzeggiativi Mimi', Fifi', come lui ha dei lettori (non altrettanto numerosi) che lo seguono e si appassionano alle avventure di un detective di fantasia. Anche lui sclera' le classifiche dei libri piu' venduti? Anche lui diventera' scrittore lettissimo, da Aosta a Ragusa, nonostante il disinteresse dei critici? Questo nessuno puo' dirlo, ma di sicuro Santo Piazzese, laurea in in scienze biologiche, di professione insegnante, palermitano di cinquant'anni, e' narratore che lascera' traccia in queste ultime non esaltanti annate letterarie italiane. La doppia vita di M. Laurent e' il titolo del romanzo da poco pubblicato da Sellerio nella blasonata collana "La memoria"; I delitti di via Medina-Sidonia (stessa collocazione editoriale) risale al 1996 e costituisce una novita' per stile e contenuto, anche se il genere e' quello poliziesco. La novita' e' costituita dal fatto che la Palermo in cui si muovono i protagonisti delle storie di Piazzese, pur avendo antiche memoria nelle piazze, nei nobili palazzi residui e ne muri scrostati, non ha nulla a che vedere con la gattopardesca citta "capitale" della mafia; o meglio, nulla ha che vedere con essa il punto di vista del narratore. Palermo come Roma o Milano, insomma; o ancor meglio, come Chicago o Los Angeles, tanto piu' che l'investigatorecreato da Piazzese (Lorenzo La Marca), piu' che assomigliare a un Boris Giuliano, ricorda Philip Marlowe. Anzi da due romanzi si evince che le letture formative del biologo scrittore affondano le radice nella letteratura d'oltre Oceano, oltre che nella musica e nel cinema di quella parte di mondo. Ed e' proprio questo continuo mostrare le "carte d'origine" ad abbassare le qualita' narrative di Piazzese, complici la ricerca della battuta a ogni costo e diffuse ridondanze, compresa una puntuale ma non sempre utile geografia cittadina. A proposito del narrare di Santo Piazzese si e' parlato di "blues palermitano", definizioni che rende bene non soltano il ritmo narrativo, ma anche l'atmosfera che avvolge i suoi racconti. E si puo' dire questo: che mentre per Camilleri il dialetto siciliano e' di tipo folcloristico, e percio' espressione di una "rassicurante" Sicilia cosi' come la immaginiamo o la vorrebbero milanesi e trevigiani per Piazzese e' uni stereotipo giovanilistico, come certe espressioni di lingua inglese. Non importa se pronunciate alls Vucciria, al quartiere Prenestino o al Giambellino.

Matteo Collura - Corriere della Sera 01.11.1998



Piazzese: "Mi manca l'esperienza della provincia"

Se dovessi suggerire ad un straniero il metodo migliore per conoscere i siciliani, gli direi di viaggiare in lungo e in largo per almeno dieci anni per tutta la Sicilia. O, in alternativa, trascorrere un solo mese, possibilmente in inverno, in un paesino di una qualsiasi provincia siciliana. In entrambi i casi, alla fine, gli direi di togliersi dalla testa l'illusione di aver messo insieme qualcosa di concreto: pero' questo esempio fa capire meglio di un lungo discorso dove sia rimasta confinata - secondo me - cio' che sopravvive dell'essenza di un popolo. Ovviamente, qusto e' meno vero oggi, che dieci anni fa: e' piu vero, forse, che tra dieci anni, a prescindere dall'ingresso o meni in Europa. E la prospettiva non mi entusiasma. Cio' detto, devo ammettere di ritenermi un perfetto animale metropolitano, integrato - a livello quasi molecolare - nella realta' urbana di Palermo, che vivo come il beduino vive nel deserto: il che ha avuto una sua fatale ricaduta sulla mia (collaterale) attivita' di scrittore: non saprei ambientare Tutta una storia in una realta' diversa da quella che mi e' familiare. E in questo mi manca proprio l'esperienza della "provincia", non come luogo fisico, ma come luogo di esemplificazione, e quindi di esaltazione, delle dinamiche comportamentali, che sono alla base di ogni giallo che si rispetti. Riguardo al futuro, vorrei raccontare un breve episodio. Alcuni anni fa, un canadese terrorizzato dall'idea di potere essere coinvolto In una guerra, aveva chiesto ad alcuni "esperti" di suggerirgli il paese che ritenevano meno a rischio. Gli esperti glielo dissero. Il Canadese vendette la casa, impacchetto la famiglia e tutto, e si trasferi'. Il "luogo sicuro" erano le isole Falkland/Malvinas, tre mesi prima che scoppiasse la famosa guerra. Da allora non mi fido delle previsioni sull'evoluzione della societa', tanto meno delle mie. Nel caso apecifico, non sono ancora riuscito a capire che cosa implichi, nelle nostre minute esistenze quotidiane, il graduale assorbimento nel cosi' detto "Villaggio Globale". Ho il fondato sospetto che tutto finira' per risolversi solo in un gigantesco Villaggio Gastronomico globale, un grande Mcdonald's che releghera' le panelle al ruolo di cibo di intrattenimento per intellettuali in vena di revival. Una tragedia. per rendere ancora piu' esplicito il concetto, per me non esiste realta' piu' provinciale di New York, e in questo caso il vocabolo "provinciale" in senso volutamente riduttivo. Pero', non prendetelo troppo sul serio: l'avere scritto un paio di gialli non fa di me un esperto di massimi sistemi.

PALERMO Aprile 1998




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