Blazer, calcio, televisioni, consenso
ecco la Berlusconeide d'Italia

La Repubblica 30.03.2001
Il "Diario" pubblica un numero speciale sul leader del Polo. E Camilleri chiede asilo in Spagna a Montalban...

ALESSANDRA LONGO

ROMA - Che cosa succederebbe al commissario Montalbano se vincesse Berlusconi? Andrea Camilleri non ha dubbi, sa cosa aspetta la sua creatura: «Un trasferimento d'ufficio. Gli dicono: senta, lei è arrivato in età di pensione, in polizia a 50 sono già vecchi...». Se lo pensa l'autore dobbiamo credergli: «Tra Rotarelli, il bello dei belli, e Paperon Sbruffoni», Montalbano, elettore di Vigata, voterebbe per il primo. Riflessioni più serie che facete dello scrittore siciliano a conversazione con Enrico Deaglio. Le leggeremo da oggi su un'edizione di «Diario», intitolata «Berlusconeide». Un viaggio per capire perché un uomo così piace a una parte d'Italia. A cominciare dal look, studiato come la carta stagnola di un prodotto, dall'ormai famoso blazer blu alle cravatte «fantasia minestrina», come direbbe il conte Nuvoletti, per finire con «le scarpe di pelle chiara per far vedere quando sono nuove», come nota Antonio Mancinelli. A metterla sul sociologico, Berlusconi rappresenterebbe la rivincita dei qualunquisti, della destra indifferente che diventa, con lui, «arrogante e aggressiva, imita la classe di altri senza possederla, la postalmarketizza». (Francesco Piccolo).
Uno che, secondo Gabriele Romagnoli, piace per «la sua assoluta medietà», coltivata con i turisti delle navi da crociera. Uno come il Mike Buongiorno di Eco. Berlusconi, «uomo ovvio», per dirla alla Camilleri. Uomo che non ha paura di piacersi e pronuncia frasi come queste: «Ho un complesso di superiorità, sono ricco perché ho lavorato e me lo sono meritato, ho dato lavoro a quarantamila persone e pago tre milioni di tasse al giorno». O ancora: «Io non sono mica come questi ominicoli che rappresentano le loro mogli, suocere e zie. Io ho preso tre milioni di preferenze, rappresento un italiano su tre... Non c'è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me!». Modestia di un presidente operaio.
Sul Cavaliere circolano tante storielle, aneddoti «mai verificati e non verificabili». «Diario» ne pubblica nove. C'è, per esempio, quella che s'intitola «La ciulatina». Serata a Parma con un grande industriale che compie 80 anni. Berlusconi racconta barzellette per tutta la cena. Ma la festa finisce troppo presto perché il patriarca è stanco: «Silvio si alza e dice: "Da un lato è un grande dispiacere, non lo nascondo, ma dall'altro vi confesso che sono contento: faccio ancora in tempo a tornare a casa e farmi una bella ciulatina"».
Camilleri sceneggia il dopo elezioni. Ha già pronte due lettere da inviare all'amico Manuel Vasquez Montalban, buon conoscitore dell'Italia. In una scriverebbe così: «Caro Manolo, contrariamente al tuo innato pessimismo, gli italiani ti stanno dimostrando che sono meglio di quello che tu pensavi...». L'altra contiene una richiesta accorata: «Potresti trovarmi a Barcellona una casuccia, due stanze, bagno e cucina? Per cinque anni, la durata di una legislatura, con la possibilità di rescindere il contratto mooolto prima».
Nelle parole e nei ricordi di Massimo Fini, Berlusconi è il bambino centravanti che prende la palla e poi non la passa agli altri. «Goloso, narciso, bulimico, con il vizietto volgare di mischiare calcio e politica». Il Milan non è come le altre squadre. Il Milan è l'azienda, è il suo padrone che compra tutto, anche Lentini, che poi non gli serve. Il Milan vince quando «adotta la filosofia Fininvest». E se, nell'89, batte i poveri rumeni dello Steaua, il significato non è solo sportivo: vuol dire che trionfano i «valori dell'Occidente sul socialismo reale». «Commistioni mortali», osserva Fini. Oggi, come nel 94, l'obiettivo dell'aspirante premier è questo: «Voglio fare l'Italia come il Milan».
La partenza lampo nel 74, l'amicizia chiave con Dell'Utri, che gli cura le faccende più delicate, il sodalizio con Bettino, il primo fallimento con La Cinq, nel 91. E poi la sua corte, la cosiddetta «Lobby del Biscione». Mario Portanuova ricostruisce le frequentazioni di Berlusconi con alcuni comunisti, con il democristiano Roberto Mazzotta, allora presidente della Cariplo, le sue colazioni con gli iscritti alla P2 Pietro Longo, segretario del Psdi e Franco Di Bella, giornalista. Quest'ultimo, secondo la ricostruzione del libro di Madron, «Le gesta del Cavaliere», viene convinto così ad accettare la direzione del Corriere: «Franco, non puoi non andare, qui bisogna salvare l'Italia dai comunisti».
In una Berlusconeide completa non può mancare il resoconto dell'esperienza di governo, «sette mesi tutti da ricordare». Il cantante di piano bar sulle navi da crociera è arrivato in cima, anche se ci rimane poco. Come ha fatto? Che gli piaccia o no, in molti sollevano interrogativi sugli esordi, per esempio su quelle società svizzere affidate alla casalinga di Segrate Nicla Crocitto. Storia ripresa di recente, dal Satyricon di Luttazzi, che ha riportato in primo piano anche la vicenda dello stalliere di Arcore. Ma di mafia Berlusconi non vuol sentir parlare. Se la prese persino con il successo televisivo della Piovra: «C'è chi dice che c'è anche la mafia nella realtà italiana... Non so fino a che punto rispetto alla realtà vera e operosa d'Italia. Eppoi che cos'è la mafia? Un decimillesimo, un milionesimo... Non vogliamo che un centinaio di persone: diano un'immagine negativa in tutto il mondo». Solo un centinaio di persone, che vuoi che sia.