Il Resto del Carlino 10.11.2001
Il romanzo giallo italiano, ovvero come raccontare l'attualità filtrata dall'ironia

RAVENNA Il giallo entra nelle scuole, ottenendo pari dignità con la 'grande letteratura'. Questo grazie all'iniziativa Il giallo italiano: nuovo romanzo sociale?, corso di formazione per docenti che si conclude oggi a Ravenna (sala D'Attorre) e che ha visto le relazioni di famosi scrittori da Loriano Macchiavelli a Carlo Lucarelli, da Eraldo Baldini a Danila Comastri Montanari. Con loro esperti della materia, da Andrea Bruni a Loris Rambelli, autore prima 'enciclopedia' del giallo italiano.
Rambelli, oggi il giallo può essere considerato il nuovo romanzo sociale italiano?
«Il coordinatore del corso, Marco Sangiorgi, ha citato, fra gli altri Corrado Augias, secondo il quale il giallo sarebbe romanzo sociale per eccellenza, e Oreste del Buono che definisce il giallo un prodotto artigianale. Nel mio libro del 1979, individuavo una svolta nel giallo italiano che avveniva con Scerbanenco, o meglio con la pubblicazione di 'Venere privata', nel 1966. Forse proprio da quel momento il giallo può essere considerato romanzo sociale, in Italia».
Come è arrivato a questa conclusione?
«Mi sono chiesto: da dove Scerbanenco ha potuto attingere una violenza simile, come quella che descrive nei suoi romanzi? Ebbene, è la stessa violenza che si ritrova in un film come 'Rocco e suoi fratelli' di Visconti, che è del 1960. Ho capito allora che c'era un fondo di verità nei gialli di Scerbanenco, che non erano esercizi di stile, all'americana; che il libro e il film descrivevano entrambi una violenza reale».
Scerbanenco è stato dunque il capostipite. E dopo di lui?
«La strada che ha aperto è stata percorsa da molti giallisti italiani, una strada in cui si sono distinti Antonio Perria e Andrea Pinketts, per limitarci alla scuola milanese».
Quali sono le caratteristiche che distinguono il giallo italiano?
«Da una parte c'è l'adesione alla realtà, cioè si propone come romanzo sociale, dall'altra non rinuncia a un certo gusto per la parodia, per l'umorismo, che troviamo già negli autori delle origini, cioè negli anni Trenta. Queste due anime del giallo italiano convivono oggi, per esempio, in un autore come Lucarelli, ma anche, con esiti diversi, in Pinketts. E c'è, infine, l'attenzione per la qualità della scrittura; basti pensare a De Angelis, D'Errico e Camilleri».
Il giallo è uno fra i generi che si adeguano con maggiore velocità alla realtà. Anche la figura del detective è cambiata...
«Attualmente il genere ha mutato alcune caratteristiche. Assistiamo alla scomparsa del detective 'classico', sostituito da un investigatore che pensa prima a salvare la pelle e poi, magari, riesce anche a scoprire il colpevole di un reato, cioè scompare quel tipo di giallo che presuppone la certezza di ricomporre un ordine infranto dal criminale».
Se potesse riscrivere il suo saggio del '79, cambierebbe qualcosa?
«Tornerei a sottolineare la linea di sviluppo rappresentata dalla parodia che percorre tutta la storia del giallo italiano e in cui si ritrovano autori diversissimi fra loro: Achille Campanile, Carlo Manzoni, Giuseppe Ciabattini, Sergio Donati, il Macchiavelli del 'La Rosa e il suo doppio', Nicoletta Vallorani, Lucarelli e Pinketts. Questa componente umoristica prima di Scerbanenco esisteva per motivi politici, perché era un modo per sfuggire ai cappi della censura. E che dopo di lui si configura come gusto per il divertimento, anche linguistico, ed è una risorsa per controbilanciare gli aspetti più crudi della realtà».
Paolo Pingani