Il Resto del Carlino, 16.10.2002
«Tranquilli, non ucciderò Montalbano»

MILANO Un giorno sentì Aldo Busi dire in televisione: uno non può definirsi scrittore se non ha venduto almeno 3mila copie di un libro. Beh, racconta ora Andrea Camilleri (nella foto), «la mia editrice, Elvira Sellerio, mi aveva appena detto che ero arrivato a 5mila copie, mi sentii un po' più sicuro». Non capisci se Camilleri parli sul serio o gigioneggi, quando racconta dell'inizio della sua carriera di scrittore di successo. A Milano per un evento che «mi ha profondissimamente emozionato», il conferimento di una laurea honoris causa in Lingue e Letterature straniere da parte dell'Università IULM, l'intellettuale siciliano si racconta. Dieci anni di successi, iniziati con «la Stagione della caccia», dopo una vita passata a fare il regista radiofonico e televisivo, l'autore teatrale e televisivo, il saggista. Poi, la scoperta di un genere letterario, il romanzo giallo, che lo proietta nella hit parade della narrativa. I numeri, Andrea Camilleri, li snocciola con compiacimento, «finora ho venduto in Italia 7 milioni e mezzo di copie, all'estero non lo so, però sono stato tradotto dappertutto tranne in Russia, Cina e Paesi Arabi».
La definizione di «giallista» sta però un po' stretta allo scrittore siciliano, «mi sembra un po' limitativa», che pure riconosce di dovere gratitudine a quegli autori, da De Angelis a Scerbanenco soprattutto, che «hanno avuto il coraggio di ambientare i gialli nel nostro Paese», mentre prima il thriller italiano veniva collocato in un improbabile proscenio americano. Dice: «Dobbiamo tutti parecchio a Scerbanenco, anche l'esattezza del contesto». Ma il padre del commissario Montalbano rivendica la propria originalità: «Io amo scrivere di cose che mi sento di conoscere, come il mio villaggio. Certo, potrei ambientare una storia a Milano, dove ho lavorato a lungo, alla Rai di corso Sempione. Anche mia moglie, che ci ha vissuto dai tre mesi ai vent'anni, è milanese. Però, sono convinto che un autore deve conoscere non la topografia di una città, bensì i codici di comportamento di chi la abita. Ecco perchè uso la mia Sicilia come sfondo. E il siciliano per raccontare certi stati d'animo».
Come quello che lo pervade al mattino, quando si sveglia e gli piace «tambiasare» per una «mezzorata» circa. Che significa girare per casa, vestiti in qualche modo, fare cose inutili come raddrizzare un quadro o dare un'occhiata alla copertina di un libro. Sforna libri con un ritmo invidiabile, Andrea Camilleri, non ne tiene mai nessuno fermo nel cassetto, «sono uova fresche di giornata, i miei racconti, e una volta pubblicati ne butto via subito il lavoro preparatorio». Però non gli dispiace sentirsi dire che «Camilleri è uno degli ultimi grandi scrittori di confine, tra tradizione e modernità» (così recita la motivazione della laurea). Anche se chiosa: «Io non ho nessuna pretesa di rinnovare la lingua, questo è il mio modo di scrivere, se aiuta a dare un po' di linfa alla lingua italiana», tanto meglio.
La difficoltà per i lettori? «L'essenziale è cominciare a raccontare una storia che prenda il lettore, è come buttare una rete». Certo, c'è il problema delle traduzioni: «Dipende dalla coscienza e dalla professionalità di chi le fa. C'è una traduttrice francese che ha tradotto i miei libri in un francese-lionese».
Vivrà o morirà Montalbano? Sposerà o no la sua fidanzata genovese? «Mi hanno fatto mille volte questa domanda», risponde con un filo d'impazienza. E poi, scaramantico: «C'è da chiedersi se finirà prima Montalbano o suo padre Camilleri che ha 77 anni».
Flavia Baldi