Panorama, 28.2.2002
Piccoli Camilleri annoiano
Marco Vichi, "Il commissario Bordelli", Guanda, pp. 205, Euro 13,50

Il commissario Montalbano ha figliato. Il suo presunto erede si chiama Bordelli. E un ex partigiano, si commuove per i poveri diavoli, abita a Firenze. In vena di ricordi, frequenta ex prostitute e risolve casi di omicidio. Marco Vichi, che l'ha inventato, segue il canone senza troppa fantasia. Il commissario Bordelli è uno scapolo, pieno di malinconie, ha vivi ricordi infantili, fuma, ama la buona tavola, ha un cugino un po' scorbutico, amici nella mala, un giovane assistente figlio di un ex commilitone e un fedele medico legale. La sua indagine si svolge a Fìrenze nel 1963, in estate e riguarda una ricca signora con villa in collina, un fratello strambo che traffica coi topi, due nipoti un po' minchioni e un gatto. La storia è tutta imperniata sui dialoghi, interrotti qui e là da descrizioni o racconti di vita passata (non manca neppure l'episodio dell'iniziazione sessuale). Il romanzo non decolla mai, resta su un piano medio, con scivoloni verso il basso. Anche la lingua con cui è scritto è piuttosto consueta, a tratti banale: frasi non troppo lunghe, poche secondarie, aggettivi usuali, qualche concessione al parlato.
E un romanzo rassicurante, senza troppe complicazioni. Il ritmo è lento e non ci sono neppure colpi di scena. Vichi non è certo interessato a mantenere il lettore col fiato sospeso; preferisce descrivere la vita di questo solitario commissario di polizia, così ordinario da poter assomigliare a chiunque. E questo è il modulo-Montalbano. Dotato di una spiccata umanità, in realtà Bordelli è quasi il prototipo di un fallito, piuttosto languido e tendente alla malinconia. "Il commissario 
Bordelli" sembra un romanzo pensato a tavolino per cercare di intercettare i lettori di Camilleri offrendo loro un prodotto di media fattura e rigorosamente made in Italy. Vichi punta alla serie narrativa e per questo dissemina nel libro situazioni e personaggi da riprendere e sviluppare nei libri successivi. Dal punto di vista narrativo questo volume non è riuscito; troppo lungo per leggerlo d'un fiato, presenta anche una serie di ingenuità nella costruzione, come le storie di guerra che i personaggi si raccontano a vicenda in una cena inventata appositamente dall'autore. Il personaggio di Bordelli è a un tempo troppo stereotipato e troppo poco. Manca di scatto, d'inventiva, d'immaginazione. Appena chiuso il libro, ci si scorda immediatamente il suo profilo.
Marco Belpoliti