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RASSEGNA STAMPA
MAGGIO 2003
Gazzetta del Sud,
1.5.2003
Granata di An è contrario mentre Cimino (Fi) si dice entusiasta
Porto Empedocle-Vigata fa litigare gli assessori regionali
PALERMO – La “rivoluzione toponomastica” di Porto Empedocle, nè
la prima, nè forse l'ultima cittadina nel mondo ad aver scelto di
rinvigorire il proprio tradizionale toponimo, affiancandogli quello letterario
e assai più famoso di «Vigata», ha innescato in Sicilia
una disputa filosofico-politica che rischia adesso di contrapporre due
assessori della giunta regionale, di An e Fi, da ieri in aperta polemica.
Duellano verbalmente su quell'originale battesimo che lo scrittore Andrea
Camilleri ha benedetto con tanto di autorizzazione e che promette in futuro
di reclamizzare al meglio in tutto il mondo la patria dell'amatissimo commissario
Montalbano. «Non basta definirsi Vigata per esserlo», ha decretato
l'assessore regionale ai Beni Culturali, Fabio Granata (An), ricordando
che nell'immaginario nazional-popolare, la cittadina partorita dalla fantasia
di Camilleri (empedoclino doc) è legata ai set della serie televisiva
dedicata a Montalbano: tutti scenari, secondo l'assessore, che ben poco
hanno a che spartire con Porto Empedocle, essendo localizzati in buona
parte in provincia di Ragusa. «La produzione della fiction – ricorda
Granata – per i luoghi di Montalbano ha utilizzato gli scenari Iblei e
non quelli dell'agrigentino». Ma non è questa l'unica ragione
per cui Granata si definisce «assai perplesso». L'altro motivo
di perplessità, spiega l'assessore «deriva dal rispetto verso
Empedocle e quello che rappresenta il filosofo agrigentino nell'ambito
della storia della filosofia e del pensiero occidentale». «Da
empedoclino resto stupefatto per quello che è stato detto – ribatte
l'assessore regionale alla Cooperazione Michele Cimino (Fi) – per quello
che è stato detto anche dai rappresentanti dello stesso governo
regionale al quale appartengo e provenienti proprio da quei luoghi che
pretendono di avere l'esclusiva sulle opere dell'empedoclino Camilleri».
«Ritengo opportuno ricordare – prosegue Cimino – che Camilleri ha
certamente improntato la quasi totalità delle sue opere a Porto
Empedocle o nell'agrigentino. Il birraio di Preston è dichiaratemente
Porto Empedocle; Il re di Girgenti è certamente Agrigento; Montelusa
è un antico nome di Agrigento, per cui dire o scrivere che Vigata
è Porto Empedocle non è che una constatazione di fatto».
«Non basta, insomma, una villetta al mare – conclude Cimino, alludendo
all'immagine della suggestiva casa al mare di Montalbano che nella fiction
tv si trova a Punta Secca, sullo splendido litorale ragusano – o creare
come cinecittà delle scenografie adattate ai romanzi, per mettere
in discussione i luoghi che hanno ispirato la fantasia di Camilleri».
La sofistica contesa tra i due autorevoli esponenti delle istituzioni siciliane
– che se non fosse vera potrebbe essere architettata dalla stessa fantasia
camilleriana – mette in gioco una posta non indifferente: le prossime fortune
turistiche – e quindi elettorali – di due aree della Sicilia, entrambe
belle e bisognose di promozione. La polemica tra gli assessori siciliani,
comunque, è l'unica novità che proviene dalla “trovata empedoclina”.
L'idea del “battesimo letterario” di oscure cittadine in cerca di facile
pubblicità o di più nobili blasoni, infatti, non sarebbe
affatto originale: un lettore dell'edizione locale di Repubblica, nella
rubrica delle lettere, ricorda stamane che il minuscolo paesino francese
dove Sartre trascorse gran parte della sua infanzia, Illiers, immortalato
nella “Recherche” con il nome di Combray, porta sulle carte stradali e
sulla segnaletica d'ingresso il doppio nome: Illiers-Combray. Ai tempi
di Sartre, obbietteranno i nostri assessori, non c'era la televisione.
Ma nessuno sembra essersene mai offeso.
Gazzetta del Sud,
1.5.2003
Iniziano lunedì gli appuntamenti che mirano a celebrare questo
importante traguardo
I 125 anni del liceo classico «Campailla»
Modica – Guardare al futuro potenziando la già ricca offerta
formativa composta dall'abbinamento, rivelatosi vincente, tra cultura classica
e artistica. In tale ottica, lo storico e prestigioso liceo classico «Tommaso
Campailla» si appresta a festeggiare il 125. anniversario dalla sua
fondazione, avvenuta nel lontano 1878.
[...]
Gli appuntamenti prevedono la partecipazione di prestigiosi nomi, tra
cui lo scrittore Andrea Camilleri, “papà” del celebre commissario
Montalbano
[...]
Antonio Di Raimondo
Tuttoturismo, 5.2003
Italia meravigliosa. Sicilia
A spasso con Montalbano
Viaggio fra letteratura e realtà lungo la costa meridionale
dell’isola. In una terra piena di tesori. Tutti da… indagare
Una Sicilia autentica, con i suoi problemi e le sue ricchezze, la mafia
e la nobiltà, le lande desolate e le verzure rigogliose. Ma anche
una Sicilia inventata, dove i luoghi geografici diventano fantastici e
ogni cosa - per dirla con Leonardo Sciascia - sembra diventare metafora
di qualcos'altro.
Una terra dove case moderne, partorite dal dubbio ingegno di architetti
non eccelsi, s'affiancano a templi che nulla hanno da invidiare ai più
celebrati edifici sacri della penisola ellenica e a un mare che sa d'antico,
tanto appare intatto. È la Sicilia che scaturisce dalle pagine di
Andrea Camilleri, lo scenario in cui il commissario Salvo Montalbano conduce
le sue intricate indagini: un luogo/non luogo tutto da scoprire lungo la
costa meridionale dell'isola, in un viaggio a metà strada tra l'immaginario
e il reale.
Il punto di partenza dell'itinerario non può che essere la "mitica"
Vigàta che, dietro il nome di fantasia, cela l'identità del
paese natale di Camilleri, ossia Porto Empedocle. Un po' come la Donnafugata
di Tomasi di Lampedusa e la Regalpetra di Leonardo Sciascia, per intenderci,
entrambe ispirate ai centri più amati dai due scrittori - rispettivamente
Santa Margherita Belice e Racalmuto - e diventate esse stesse luoghi "reali".
Per trovare Vigàta occorre, dunque, oltrepassare Agrigento (ribattezzata
Montelusa, grazie a un piccolo "scippo" ai danni di Pirandello, che fu
il primo a usare questo nome per la città) con i palazzoni che pericolosamente
penzolano sulla voragine di profondi burroni, e affacciarsi sull'incanto
della Valle dei Templi.
La vedi, Vigàta, dall'alto, un po' vecchio paese in riva al
mare, un po' incredibile metropoli, con la sua incongrua skyline di ciminiere
e palazzi giganteschi che racchiude un corso d'altri tempi - non troppo
lungo, non troppo breve - tra la chiesa, il Municipio, la farmacia e il
bar: via Roma, nella fantasia come nella realtà.
Ci arrivi lungo arterie veloci che, con viadotti spericolati, saltano
case e persone, tempi e luoghi, fagocitando lo spazio e il pensiero, prima
di trasformarsi in strade strette che scendono in curve non meno strette
verso il mare. Vigàta, la vecchia Marina di Agrigento (gli abitanti,
ufficialmente empedoclini, si chiamano ancora marinisi), a dire la verità
è anche un po' Sciacca e Siculiana, Naro e Caltabellotta, Mazara
e Gela, somma e sintesi del paese siciliano.
Sul corso - illuminato, la sera, da lampioni gialli dall'aria rétro
- si può solo passeggiare. I vecchi conquistano le panchine e, da
sotto le coppole, osservano i ragazzi con la zazzera dritta e il piercing,
mentre aspirano l'odore salso del mare che il vento alita senza sforzo
fin negli angoli di vicoli e cortili.
D'altronde è proprio lì a due passi, il mare. Le sue
onde sciabordano ai piedi di un poderoso torrione squadrato dal quale,
a partire dal '500, i soldati tenevano d'occhio l'orizzonte, semmai si
fosse presentata una nave pirata con intenzioni predatorie. Barchette da
diporto e grossi pescherecci ondeggiano ai moli all'ombra dei traghetti
e degli aliscafi che, a Dio piacendo, ogni giorno levano l'ancora per raggiungere
le Pelagie, le più remote terre italiane, a metà strada fra
Europa e Africa.
Al porto, quando ha bisogno di pensare, passeggia il commissario Montalbano,
spiluccando dal suo involto calia e simenza (ovvero ceci abbrustoliti e
semi di zucca salati), uno sfizio decisamente siciliano che ben si addice
al personaggio, profondissimo estimatore delle specialità gastronomiche
della sua isola.
La buona cucina, del resto, insieme all'uso sperimentale del dialetto,
intrecciato con l'italiano in una neolingua straordinariamente ricca di
sfumature, è il "filo rosso" che unisce fra loro tutti i romanzi
che vedono Montalbano protagonista. Il cibo, da gustare preferibilmente
in solitudine e, comunque, sempre in religioso silenzio, non è solo
espressione della cultura di un luogo, ma anche - e soprattutto - il segno
del legame profondo fra il commissario e la sua terra: a Montalbano la
sola idea di un allontanamento da Vigàta, ancorché per una
promozione, dà la febbre.
Una raccolta di novelle ha perfino preso il titolo dagli arancini che
la cammarera Adelina prepara, invero di rado (ci vogliono due giorni, secondo
la ricetta tradizionale, minuziosamente illustrata nel racconto omonimo,
“Gli arancini
di Montalbano”), ma il cui ricordo il commissario, a suo dire, ormai
si porta nel Dna.
Alla fantasia culinaria, gustosamente popolare, Montalbano usa affidarsi
interamente, quando apre il frigorifero con la stessa trepidazione con
cui, da bambino, cercava il canestro colmo dei doni lasciati dai morti
il 2 novembre, secondo un'antica usanza di questa terra. In quel frigorifero
trova immancabilmente qualcosa di suo gradimento: dalla caponatina sciavurosa,
colorita, abbondante, alla pasta 'ncasciata, piatto degno dell'Olimpo,
passando per il sugo di seppie, stretto e nero, e la granita di limone,
che la cammarera gli prepara secondo la formula "uno, due, quattro", ossia
un bicchiere di succo di limone, due di zucchero, quattro d'acqua.
Quando non torna a casa, per mangiare Montalbano si rifugia da Calogero,
nella piccola trattoria affacciato sul corso. Il cuoco, che ormai lo conosce,
sa già che cosa offrirgli: a partire dalla pasta con le sarde e
dai purpitieddri, piatti d'estrema semplicità, rigorosamente tradizionali.
A Porto Empedocle esisteva davvero, fino all'anno scorso, la trattoria
San Calogero, alla quale Camilleri s'è ispirato, mentre oggi la
tradizione della sua cucina prosegue nella vicina Trattoria Pirandello,
gestita da uno dei due ristoratori del vecchio locale. Qui si può
anche gustare, su richiesta, il "menu Montalbano", elaborato sulla base
della lettura dei libri di Camilleri. Una pagina via l'altra, si viaggia
così tra le emozioni della buona cucina e del buon vino, scoprendo,
per esempio, tra i vicoli medievali del centro storico di Agrigento, l'antica
abbazia di Santo Spirito, dove le monache di clausura modellano divini
dolcetti (fermarsi per assaggiare, Montalbano docet).
Si viaggia lungo la costa per apprezzare il mare, onnipresente nei
romanzi: Montalbano ama molto nuotare, è un esercizio che, dice,
«lo rimette in vita». Si va dal litorale empedoclino di Marinella
(dove Camilleri ha immaginato la casa del commissario) a quello in cui
si staglia la meravigliosa Scala dei Turchi, una parete di roccia candida
che precipita tra le onde in un accavallarsi di gradoni modellati da secoli
di vento e salsedine. Dal mare di Punta Secca a quello di Siculiana Marina,
quasi nascosta alla fine di una stradina stretta stretta. Fino alla riserva
naturale di Torre Salsa, strappata «con i denti» alla speculazione,
e al fiume Platani, ai piedi dell'altissimo promontorio bianco su cui,
migliaia di anni fa, re Minosse in persona fondò la sua colonia
siciliana, Eraclea Minoa.
Si viaggia nella storia, tra i templi - da 2.500 anni imponenti testimoni
della straordinaria ricchez-za di Akragas, definita da Pindaro «la
più bella città dei mortali» - e il Museo Archeologico,
che di tanta nobiltà tramanda la memoria.
Si viaggia nella letteratura, accostando alle pagine contemporanee
di Camilleri il ricordo di quelle di un mostro sacro, quel Luigi Pirandello
che nacque proprio a breve distanza da qui, in una località dal
nome emblematico: Caos. La casa del drammaturgo, oggi, è un vero
museo in cui sono raccolti documenti, fotografie, manifesti, oggetti appartenuti
allo scrittore. Nel grande giardino, durante l'estate, le pagine più
belle delle sue opere rivivono grazie alle attività del parco letterario
a lui intitolato. Un sentierino che si diparte a fianco dell'edificio conduce
al derelitto mozzicone di un pino marittimo (l'albero, nel '97, venne distrutto
da un fulmine), sotto il quale, in un masso, sono murate le ceneri dello
scrittore.
Il nostro viaggio con Camilleri può continuare attraverso questi
e molti altri luoghi. A volte è facilissimo individuarli, perché
nei libri conservano il loro nome: semplice, per esempio, sarà trovare
Mazara, terra siciliana dal cuore arabo, con tanto di souk e fumatori di
narghilé in caffettano; o Mozia, quieta e deliziosa isoletta a pochi
passi dalle saline, che per nulla sembra essere stata la sede di trucidi
riti sacrificali.
Altre volte, invece, bisognerà compiere un piccolo sforzo di
fantasia per identificare i posti: Sciacca, con il suo animatissimo porto,
gli artigiani che dipingono la ceramica sulla porta delle botteghe, i nobili
palazzi che narrano le storie di antiche aristocrazie, è diventata
Fiacca. Caltabellotta, un pugno di case bigie che s'arrampicano su per
un costone roccioso fino a quasi mille metri d'altezza e custodiscono la
memoria di alcuni degli eventi più significativi della storia siciliana,
è ribattezzata Gallotta. Gela, stretta fra gli accidenti moderni
di una ciclopica raffineria e
la straordinaria ricchezza di una capitale della Magna Grecia, è
divenuta Fela. Senza dimenticare le isole, come I"'africana" Lampedusa
che si trasforma in Sampedusa, né la Sicilia dell'interno, quella
che Montalbano predilige e che Camilleri, ne “Il cane di terracotta”, ci
descrive con penna magistrale: «Aride colline, quasi tumoli giganteschi,
coperte solo di stoppie gialle d'erba secca, abbandonate dalla mano dell'uomo
per sopravvenute sconfitte dovute alla siccità, all'arsura o più
semplicemente alla stanchezza di un combattimento perso in partenza, di
tanto in tanto interrotte dal grigio di rocce a pinnacolo, assurdamente
nate dal nulla o forse piovute dall'alto, stalattiti o stalagmiti di quella
fonda grotta a cielo aperto che era la Sicilia».
Ultima parte del nostro viaggio, allora, la vogliamo dedicare proprio
alle campagne antiche, con i loro piccoli villaggi, poche case e un campanile,
i pastori a guardia di pecore e capre, i contadini sui muli, come in una
vecchia foto in bianco e nero. Paesaggi molto diversi da quelli della costa.
Ma, d'altra parte, «la Sicilia bisognerebbe vederla seguendo le proprie
inclinazioni, dandosi tutto il tempo possibile: non esiste un luogo che
non meriti di essere visitato». Chi parla così è proprio
Andrea Camilleri, che incontriamo al Teatro Regina Margherita di Racalmuto,
nella sua nuova veste di direttore artistico. «La Sicilia è
straordinariamente diversa da sé, a ogni momento: noi ci facciamo
una certa immagine della Sicilia, giriamo l'angolo ed è un'altra
cosa».
E la fiction? Si gira nel Ragusano
Per ritrovare le atmosfere "camilleriane" in cui ambientare le indagini
di Montalbano, il regista Alberto Sironi ha scelto la scenografia di un'altra
provincia siciliana, quella di Ragusa. È qui - tra volute barocche,
spiagge sabbiose e masserie di campagna - che si muove il commissario interpretato
da Luca Zingaretti. L’itinerario attraverso i luoghi della fiction muove
da Ragusa, la cui piazza principale - un rettangolo allungato con una fuga
di scalini che porta alla cattedrale di San Giorgio - è apparsa
in numerose scene. Come un'altra lunga scalinata, quella di Santa Maria
delle Scale, che lega la parte moderna della città a Ibla, il nucleo
antico. Dalla sua sommità si gode una vista stupefacente proprio
su quest'ultima, con le case affastellate le une sulle altre; nel '700
la nobiltà locale innestò la ricostruzione barocca su questo
reticolo urbano medievale, creando una suggestiva combinazione di stili.
Ancora scale e chiese nella vicina Modica: da non perdere San Giorgio,
dall'alta facciata. Interessante anche il Castello di Donnafugata, che
nell'800 era la magione più ricca della provincia: è stato
restaurato e aperto al pubblico, che vi riconoscerà la casa dell'anziano
boss Balduccio Sinagra. Un'altra splendida dimora è stata scelta
per le scene iniziali di “La voce del violino”: l'Eremo della Giubiliana,
convento-fortezza dei '500 trasformato in un albergo che rappresenta la
base ideale per visitare la zona. Per "mangiare con il commissario", però,
si deve rientrare a Ragusa:
la Rusticana ripropone ambienti e pietanze della trattoria San Calogero.
Numerose, inoltre, le scene girate a Scicli, gioiello barocco: su via Penna
- una delle strade più spettacolari di Sicilia per l'ininterrotta
teoria di eleganti edifici - si trova Palazzo Iacono, cioè la questura
di Montelusa. La mannara, il rudere della fabbrica di mattoni Pisciotto
- presso la quale, nell'episodio “La forma dell'acqua”, viene ritrovato
il cadavere dell'ingegner Luparello - è in contrada Sampieri, frazione
rivierasca di Scicli.
La casa di Montalbano si trova a pochi chilometri, nell'abitato di
Punta Secca. Solo l'esterno, in verità, perché l'interno
è stato ricreato altrove. Ma che cosa importa? la terrazza dalla
quale il commissario scende direttamente in acqua è proprio questa.
Maria Cristina Castellucci
ifatti.net
"Il Commissario Montalbano": uno sceneggiato da quattro soldi
Ancora una volta la Sicilia è riproposta con la coppola storta.
Questa volta è il commissario Montalbano che con i suoi falsi e
ridicoli atteggiamenti da incallito poliziotto fa credere che la terra
d'artisti, di scienziati, di scrittori e poeti è, invece così
come lui settimanalmente la descrive.
Con "La piovra" la Rai prese di mira Catania per gettare fango sui
siciliani; oggi la criminalizzata è Ragusa. E' certo che queste
commedia penalizzano la Sicilia. In questo caso nessun politico ha protestato.
Durante le riprese di "Piovra 9" il presidente della Provincia, Nello
Musumeci, protestò con una lettera aperta. Era l'estate del 1997
e Musumeci, alla provincia aveva la carriera aperta. Davanti a sè
aveva ben cinque anni di potere e da poter, bene o male, amministrare.
Adesso, per fortuna, sta per scadere (a maggio 2003) il suo mandato non
rinnovabile, quindi non ha più motivo di far sentire la sua voce.
Allora strillava e se la prendeva con Bianco gridandogli che non aveva
il coraggio di azzittire mamma Rai con l'Ulivo; oggi Forza Italia azzittisce
Musumeci.
Il commissario Montalbano è ridicolo. Un cronista con quarant'anni
di cronaca nera sulle spalle o un graduato di polizia che sta per andare
in pensione, non hanno mai visto le ridicole sequenze di quelle scene negli
uffici della Questura, dei Carabinieri o della Guardia di Finanza: un funzionario
che da solo va a caccia dell'assassino. Tesse una ragnatela, sempre da
solo, poichè i suoi quattro collaboratori sono decerebrati. Egli,
che è un illuminato da Dio, capisce qual è il movente, scopre
l'autore del duplice, triplice omicidio. L'assassino gli cade, come una
pera cotta fra le braccia. Chissà cosa ne penserebbe oggi il duro
questore Buttiglione, padre dell'On. Rocco. Noi, quell'investigartore Montalbano
lo faremmo operare al nord dove tanti delitti sono ancora rimasti insoluti.
Gli Attori sono guitti e lavorano tutti all'insegna dell'improvvisazione,
fatta eccezione per Ciccino Sineri, quel Ciccino che con quelle poche battute
manifesta la sua grande professionalità.
Le soir, 2.5.2003
Un bel hommage
La ville natale de l'auteur à succès Andrea Camilleri,
Porto Empedocle, en Sicile, a rendu ce qui est peut-être le plus
bel hommage à un écrivain: changer son nom pour celui de
la localité fictive où se situent les romans policiers de
son glorieux rejeton.
«Bienvenue à Porto Empedocle Vigata» proclamera
désormais une pancarte à l'entrée de la ville. Vigata
se réfère à l'endroit où le héros de
Camilleri possède une petite maison.
AFP
La Repubblica,
ed. di Palermo, 3.5.2003
Lo scrittore critica il cambiamento di nome
Porto Empedocle-Vigàta. Consolo: "Una buffoneria"
Lo scrittore Vincenzo Consolo boccia l´idea del Comune di Porto
Empedocle che ha voluto aggiungere al nome del paese quello di Vigàta,
la città di Montalbano, l´investigatore creato da Andrea Camilleri.
«Avere immaginato di unire il nome sacramentale di Empedocle con
uno inventato e insignificante come Vigàta... Mi sembra che siamo
veramente alla barzelletta berlusconiana o alla buffoneria», ha detto
Consolo ieri a Siracusa. Lo scrittore di Sant´Agata critica Paolo
Ferrara, sindaco di Porto Empedocle: «Un amministratore che riesce
a concepire una cosa così credo che non meriti di amministrare dei
cittadini».
Süddeutsche
Zeitung, 3.5.2003
Sommerhit Vigàta
Wie ein literarischer Ort auf Sizilien Wirklichkeit wurde
So sicher wie der Sommer in Italien kommt ein Bestseller von Andrea
Camilleri. Seit nicht einmal zehn Jahren wirft der anscheinend altersbedingt
von allen Schreibhemmungen befreite 78-jährige Dramaturgie- Pensionär
höchst erfolgreiche Bücher auf den Markt. Oft erscheinen gar
im Abstand von nur wenigen Monaten mal ein Krimi über die sizilianische
Gegenwart, mal eine romanhafte Auseinandersetzung mit ihrer Vergangenheit
(Wagenbach hat gerade die Übersetzung der wunderschönen Geschichte
von „König Zosimo“ verlegt). Aber jedes Mal ist ein Sommerbuch dabei,
das die italienischen Leser in die warme Jahreszeit begleitet wie das sich
langsam aufbauende Azorenhoch. Diesmal ist es wieder der Kommissar Montalbano
– längst auch deutschen Lesern (bei Lübbe) oder Zuschauern (durch
die TV-Serie) bekannt –, der für den Sellerio Verlag aus Palermo die
Bestsellerlisten fest im Polizeigriff hat. Wie immer bei Camilleris fiktiven
Geschichten spielen auch in diesem Roman „Il giro di boa“ („Das Wendemanöver“)
soziale und politische Anspielungen eine große Rolle. Eine so große
sogar, dass sie den rechtschaffenen und links fühlenden Salvo Montalbano
aus dem südsizilianischen Phantasieort Vigàta in eine Sinnkrise
stürzen. Die ganz realen Polizeigriffe beim G8-Gipfel von Genua vor
zwei Jahren, das Fälschen von Beweisen, das Misshandeln von Demonstranten,
lassen den fiktiven Kommissar an seinem Berufsstand verzweifeln. „Ich fühle
mich nicht verraten“, sagt er seiner Dauerverlobten Livia, die fern von
ihm in Ligurien lebt, „ich bin verraten worden.“
Dass dann dennoch das Schlimmste, seine Demission nämlich, vorerst
verhindert werden kann, liegt auch an verzweifelten Dritte-Welt-Flüchtlingen,
die an der sizilianischen Küste landen – und an einer Leiche, die
im Meer vor Vigàta schwimmt. Montalbano kann vielleicht nicht die
Wirklichkeit erlösen, aber, wenn auch mit schlechtem Gewissen, einen
Fall in Vigàta klären, dass kann er dann doch noch.
Camilleri-Fans wissen längst, dass dieses sympathische Vigàta,
wo man außerdem wundervolle Fischgerichte serviert bekommt, dem Städtchen
Porto Empedocle mit seinen 17000 Einwohnern vor den Toren von Agrigent,
wo der Autor 1925 das Licht Siziliens erblickte, erstaunlich ähnlich
sieht. Den Stadtvätern von Porto Empedocle ist das ebenfalls nicht
entgangen. Und wenn Camilleri sich in seinen Romanen bei der Wirklichkeit
bedient, warum sollten sie sich nicht an der Fiktion schadlos halten? Gesagt
getan: mit einem einstimmigen Beschluss des Gemeinderates (und auch mit
der Zustimmung des sich geehrt fühlenden Schriftstellers) nennt sich
das Städtchen vom ersten Mai an ganz offiziell „Porto Empedocle Vigàta“.
In der italienischen Toponomastik kennt man Fälle, wo sich Orte mit
einem Autorennamen verbinden (zum Beispiel Arqua Petrarca oder Castagneto
Carducci). Es ist jedoch das erste Mal in der Geschichte, dass man an einen
literarischen Ort wirklich reisen kann. Und vermutlich wird das auch erwünscht.
Vigàta, ein Sommerhit? Vielleicht. Aber nur, wenn Montalbano weitermacht.
Henning Klüver
TG1, 3.5.2003
Andrea Camilleri incontra Paolo Conte
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VINCENZO MOLLICA: Paolo Conte e Andrea Camilleri si sono incontrati
a Roma qualche giorno fa. Conte ha appena pubblicato un disco, “Reveries”,
in cui ricanta, riarrangiati, alcuni suoi classici. Camilleri è
in testa alle classifiche con il volume “Il giro di boa”, nuovo racconto
del Commissario Montalbano.
Cominciamo con quello che l’uno avrebbe voluto rubare all’arte dell'altro.
PAOLO CONTE: Tutto… tutto… soprattutto la capacità di far stare
insieme la trama del racconto con la possibilità di dire anche delle
cose poetiche che ti piace dire… senza che una dia fastidio all’altra.
Metterci… è tutta una cosa lussureggiante… cioè c’è
il piacere di fare del paesaggismo, e questo paesaggio viene dato magnificamente
bene.
ANDREA CAMILLERI: Qualche cosa che non è musicale, per quanto
possa parere curioso, e che è comune in tutto quello che fa ed è
una cosa che è di difficile definizione, se lei me ne chiede la
definizione, ma anche questa è un'impressione: l’eleganza dell’intelligenza.
VINCENZO MOLLICA: Questi sono i libri che Paolo Conte ama di Camilleri.
PAOLO CONTE: Ci metto "Il birraio di Preston" in testa, poi "La Mossa
del cavallo" secondo… sicuri. Terzo ci potrei mettere "La concessione del
telefono".
ANDREA CAMILLERI: Vuoi essere interrogato "a saltare", come si diceva
nelle scuole...
PAOLO CONTE: …non si possono fare questi sbalzi… Direi così:
come prima scelta sono questi.
VINCENZO MOLLICA: E questa è la canzone di Paolo Conte che Camilleri
ama di più.
ANDREA CAMILLERI: Entriamo nell’ovvio ma non so che farci: mi piace
da matti "Via con me".
VINCENZO MOLLICA: Mi dice perché le piace "Via con me"?
ANDREA CAMILLERI: Ma perché l’avrei voluto dire tante volte!
Magari non trovandone il coraggio, ecco…
PAOLO CONTE [brano filmato da un concerto, NdT]: "Via via,
vieni via con me, entra in questo amore buio, non perderti per niente al
mondo…"
VINCENZO MOLLICA: Ma Montalbano, canta?
ANDREA CAMILLERI: Se è come me, in alcune cose, è completamente
stonato: io perfino in bagno mi rifiuto di canticchiare qualche cosa perché
sono di una stonatura… incapacità assoluta di… Quindi Montalbano
ogni tanto canticchia “e te lo vojo di’ che so’ stato io”… 'ste
cose, così, come si canticchia, ma non ha una vera e propria inclinazione
musicale come avrei voluto avere io.
[trascrizione a cura di Paola]
La Gazzetta del Mezzogiorno,
4.5.2003
Geografia vera di paesi immaginari
L'amministrazione comunale di Porto Empedocle, il paese siciliano di
cui è originario Andrea Camilleri, chiede di poter affiancare al
proprio nome quello di «Vigata», l'immaginaria località
dove sono ambientate le storie del commissario Montalbano. Una lusinghiera
riprova del successo conquistato da un personaggio che contribuisce ad
affrancare l'immaginario italiano dalla colonizzazione culturale americana.
Ma anche un caso esemplare di come, a volte, sia l'invenzione a prevalere
sulla realtà, nell'eterno gioco a rimpiattino tra le due cose innescato
dall'arte di raccontare in tutte le sue varianti: romanzo, cinema, teatro,
televisione, fumetto.
L'esempio da manuale è quello di Sherlock Holmes. Il suo microcosmo
londinese ruota intorno al 221b di Baker Street. Una numerazione del tutto
immaginaria, ai tempi dell'uscita delle avventure del celebre detective
sullo «Strand Magazine». Poi, qualcuno scoprì che in
tempi recenti a quell'indirizzo si trovava un ufficio assicurativo, presso
il quale una segretaria si assumeva il compito di rispondere alle lettere
degli «sherlockiani» che giungevano da tutto il mondo. Molte,
con la richiesta di una consulenza investigativa per casi particolarmente
ostici nei quali l'intervento della normale polizia si rivelava inadeguato.
Sta di fatto che la Londra vittoriana ricreata da Sir Arthur Conan Doyle
per ambientarvi i gialli del «gran detective» ha finito per
sovrapporsi a quella storica, nella quale, peraltro, non mancavano enigmi
polizieschi degni di Holmes, vale per tutti l'identità mai scoperta
di Jack lo Squartatore.
È proprio nel campo del thriller che l'ambivalenza dei luoghi
di ambientazione acquisisce più presa sugli appassionati, fino ad
attirarli in pellegrinaggio. Gli itinerari sherlockiani di Londra comprendono,
oltre al falso studio di Holmes ricostruito nei pressi del 221b di Baker
Street, anche tappe nelle zone in cui si svolgono le storie più
celebri dedicategli da Conan Doyle.
Dall'altro lato dell'oceano, e addirittura sulla riva opposta degli
Stati Uniti, a San Francisco, alcune lapidi commemorano i momenti più
celebri del giallo dei gialli, Il falcone maltese, soprattutto nella sua
versione cinematografica del 1941, sceneggiata e diretta da John Huston,
sulla scorta del romanzo di Dashiell Hammett. Per esempio, una targa è
affissa dove una volta si trovava Burrit Alley, al termine di Bush Street,
sullo Stockton Tunnel, per ricordare che lì viene ucciso dalla Brigid
O' Shaughnessy il socio gigione di Sam Spade, Miles Archer. Da quel delitto
si scatena la sanguinosa caccia alla preziosissima statuetta del falcone.
Per tornare in Europa, il commissario Maigret, da tutti ritenuto il
simbolo dell'acume investigativo francese, fu creato in realtà da
un belga, Georges Simenon. Il quale, addirittura, fa nascere il suo personaggio
a Delfzijl, in Olanda. Ed è in questo porto che nel 1966 fu inaugurata
la statua al celebre commissario. Alla cerimonia erano presenti, oltre
a Simenon, i quattro interpreti più significativi di Maigret: l'inglese
Rupert Davies, il tedesco Heinz Ruhmann, l'olandese Jan Teuling e l'italiano
Gino Cervi, che a detta dell'autore li superava tutti, compreso Jean Gabin.
(A tutt'oggi, sono parecchi i turisti-lettori che a Parigi vanno a farsi
una capatina nel boulevard Richard Lenoir, dove vivrebbe fittiziamente
Maigret: per cogliere qualche atmosfera quotidiana del celebre commissario.)
Sempre restando alle statue, ve n'è più di una dedicata
a Braccio di Ferro. Le più note a Springdale, Arizona, e Chester,
Illinois. Ma qui si tratta di tributi per meriti acquisiti da un'icona
popolare come il marinaio mangiaspinaci. Mentre la ricerca di corrispondenze
tra i luoghi e le loro reinvenzioni letterarie si fa più complessa
e stimolante fuori dal repertorio del grande consumo.
Il Wessex di Thomas Hardy è un vasto affresco che comprende
lo contee sudorientali dell'Inghilterra, assemblate in uno scenario dove
le distanze sono più adatte alla misura della narrazione. Così
vi si possono rintracciare riferimenti geografici nella realtà molto
più distante. Con il risultato di raffigurarsi nella mente gli stessi
luoghi per Giuda l'oscuro, Via dalla pazza folla e Tess dei d'Urberville.
Quando, se ci si reca nelle immensità del Sussex e dintorni, si
finerebbe disorientati e privi di agganci con le vicende forti e passionali
narrate da Hardy.
Marcel Proust ha fatto di più per nascondere i luoghi di Alla
ricerca del tempo perduto. I sette volumi del suo romanzo fiume uscivano
mentre l'aristocrazia parigina ed ebraica che vi era ritratta non aveva
certo abbandonato le luci della ribalta. Dunque, Iliers, la località
dove l'infante Marcel andava in vacanza, diviene Combray, e i cognomi dei
grandi casati reali vengono stemperati nell'unica tentacolare confraternita
dei Guermantes.
William Faulkner sceglie di ambientare i suoi viaggi romanzati nel
cuore di tenebra del sud americano, inventando la contea di Yoknapatawpha,
labirintica e infida come l'impronunciabile nome di derivazione indiana.
Là si consumano stupri di gruppo, inconfessabili rapporti familiari
e tregende di un'umanità fin troppo riconoscibile nei suoi eccessi.
Il fondale comune di Yoknapatawpha conferisce unità tematica ed
ambientale a capolavori assoluti che si chiamano L'urlo e il furore, Santuario,
Luce d'agosto.
Gabriel García Márquez, dal canto suo, ha creato quel
Macondo ormai più famoso del romanzo cui fa da sfondo, Cento anni
di solitudine. L'immaginaria contrada sudamericana ha acquisito lo status
di luogo privilegiato del realismo magico. Al Macondo sono debitori i quasi
conterranei di Márquez, Allende e Volpe, ma anche scrittori agli
antipodi, come gli indiani Salman Rushdie e Amitav Gosh, campioni di topografie
immaginarie dietro le quali si nascondono le loro radici.
Ed è questo l'intento che si cela dietro la reinvenzione dei
luoghi. La volontà di trasfigurare per il racconto una realtà
talmente nota a chi vi è nato e l'ha nelle vene, che rischierebbe
di restare attaccata addosso senza coinvolgere altri. Laddove il ritocco
romanzesco finisce per far sentire anche il lettore più estraneo
contiguo, se non conterraneo, dell'autore.
Enzo Verrengia
La Sicilia, 4.5.2003
Ferrara: «Caro Granata, venga a visitare la vera Vigata»
«Venga a Vigata a prendere le vere arancine di Montalbano o a
fare una passeggiata alla Scala dei Turchi». E' questo l'invito lanciato
dal sindaco di Porto Empedocle, Paolo Ferrara, all'assessore regionale
ai Beni culturali, Fabio Granata, nei giorni in cui divampa la bagarre
dopo l'appropriazione della denominazione che ricorda il paese immaginario
creato dalla penna di Andrea Camilleri. Il primo cittadino intende mettere
alcuni paletti in una polemica che vede palesemente schierato il rappresentante
del governo regionale - di origine siracusana - in favore dello sviluppo
di quella parte dell'isola, compresa tra il centro aretuseo e la provincia
di Ragusa, teatro del set televisivo. Granata sottolineò come non
basta definirsi Vigata per esserlo davvero. «Penso sia necessario
- dice Ferrara - che l'assessore visiti i luoghi originari di Camilleri
che hanno ispirato le avventure del commissario Montalbano. Non è
possibile che altre località si approprino di un marchio che possiamo
vantare solo noi. Credo sia opportuno che lo stesso Granata manifesti attenzione
verso la nostra realtà, dando dimostrazione di equilibrio tra due
zone che hanno il diritto di crescere, ognuna col proprio patrimonio culturale
e ambientale». Intanto, il presidente della Pro Loco empedoclina
Paolo Savatteri, sottolinea come «non serve a nulla il gran parlare
della denominazione Vigata, quando la città è impresentabile
e turisticamente improponibile», riferendosi alle «immondizie
che si accumulano nei giorni festivi».
f.d.m.
La Repubblica,
ed. di Roma, 7.5.2003
Banditi a roma
Giancarlo De Cataldo parla di "Romanzo criminale" alle 18.30 a Il Seme
[EXNOVO, NdCFC] via Monte Zebio 3. Interventi di Andrea Camilleri, Valerio
Calzolaio e Marino Sinibaldi.
Le soir, supplemento
MAD (Magazine des Arts et Divertissements), 7.5.2003
C'est dans les poches
Andrea Camilleri, «La voix du violon»
Pocket 11390, 255 pp., 5,50 euros.
Montalbano, le plus célèbre flic sicilien, n'est pas du
genre à contourner les ennuis. Quand son chauffeur emboutit une
Twingo (mal) garée devant une villa et que personne ne réagit
alors qu'il a laissé le numéro de téléphone
du commissariat sous l'essuie-glace, il n'hésite pas à pénétrer
(par effraction? c'est bien comme cela qu'on dit?) dans la villa pour y
trouver le cadavre nu d'une très belle jeune femme. Passons sur
les moyens détournés qu'il doit mettre en oeuvre pour faire
savoir qu'un meurtre a été commis. Il entre très vite
en conflit avec la hiérarchie qui n'aime pas ses méthodes.
Anciennes, les méthodes. D'ailleurs, il ne s'entend guère
non plus avec la police scientifique. Mais explore par la bande et trouve.
Avec la gouaille de Camilleri, un pur bonheur de baragouin chez le téléphoniste
du commissariat.
P.My.
La Repubblica,
7.5.2003
L´attore girerà due film per Mediaset che hanno per protagonista
il mitico personaggio di Georges Simenon
"Il commissario curioso e dispotico ha pietà per chi commette
i crimini"
Modernizzazione. Per sette secondi abbiamo pensato di modernizzarlo,
ma era inimmaginabile. La forza del progetto è l´epoca
Fa come gli pare. È uno che fa come gli pare È autorevole,
ma anche autoritario ed è sempre misteriosamente solidale con il
colpevole.
Ancora incerto il cast delle puntate da "La trappola" e "Ombra cinese"
E intanto gira i provini per il film tratto dal libro della moglie
ROMA - Sergio Castellitto sta facendo i provini per il film che dirigerà
a luglio da Non ti muovere (ha appena finito con Angela Finocchiaro). Nei
fine settimana, gli altri giorni è a Parigi sul set di Ne quittez
pas di Arthur Joffé. Ha appena finito Caterina va in città
di Paolo Virzì. E non ha sportivamente digerito i David che hanno
ignorato L´ora di religione. Ma siamo qui per parlare di Maigret.
«La popolarità televisiva porta con sé il rischio della
bassa qualità. Allora ecco lo sforzo di rintracciare nella letteratura,
anzi nella grande storia della tv italiana i passaggi popolari alti. Gino
Cervi e il suo Maigret stanno alla storia degli sceneggiati come un bel
libro a una monnezza. E poi mi piace tirarmi fuori dall´obbligo di
raccontare storie italiane, approfittare della convenzione, rifare Parigi
come fece allora quello sceneggiato. Che oggi forse è impresentabile...».
Troppo lento: lo direbbe anche un telespettatore attempato.
«Come un film giapponese, è vero. Però, con un
altro ritmo, che cosa ha Simenon? La grande letteratura popolare. E un
personaggio che è come Ferrari o Padre Pio, solo che è inventato
dalla penna di uno scrittore. Ma vive, esiste. Non nella storia sociale
ma in quella culturale degli spettatori. Con un rischio: quello del confronto».
Infatti la memoria dei telespettatori italiani s´identifica con
l´attore, con Cervi.
«Tanto che Parigi sembrava Modena. La sensualità con cui
beveva la sua birra o mangiava il manicaretto preparato dalla Pagnani o
si accendeva la pipa, fa pensare più alla provincia italiana che
a Parigi. È tutto da "ri-missare" secondo il gusto di oggi. Ma mi
permette di sfuggire all´ennesima biografia: sono diventato un carburatorista
delle telebiografie...».
È un progetto suo?
«Sì. Un giorno chiacchieravo con Massimo Chiesa produttore
dei miei spettacoli teatrali, e si è materializzata un´idea
che sembrava impossibile. Lo rifai? C´è già. Perché
no: è repertorio, Amleto lo fanno tanti attori, così Maigret.
Fra l´altro, oltre a quelli francese e italiano, ne esistono uno
tedesco, inglese, spagnolo, c´è un Maigret dappertutto».
Chi ha dovuto convincere?
«Il progetto lo realizzerà Mediaset. Ma non è stato
difficile, c´è solo voluto un po´ di tempo. Roberto
Sessa produrrà: per ora due film, a fine anno. Andrea Camilleri
ha detto che il suo Montalbano, secondo me tra le cose migliori della tv
di questi anni, è oggettivamente figlio di quel Maigret...».
Camilleri ebbe una parte nel Maigret di allora?
«Sì, come funzionario Rai. Comunque non vedremo le Alfette,
vedremo le Dauphine. Una Parigi un po´ provinciale, un mondo di convenzione
e poi un´epoca. Nessuna contemporaneità».
Perché: sta diventando una schiavitù?
«Un impedimento a interpretare, è tutto pornograficamente
documentaristico in tv. L´epoca invece ti allontana e ti dà
una "visione": che fai, ambienti Maigret oggi, tra cellulari e computer?
Non si può».
Vuol dire che vi siete posti il problema se modernizzarlo?
«Ci siamo fatti la domanda per cestinarla dopo sette secondi.
La forza del progetto è l´epoca. Francesco Scardamaglia e
Nicola Lusuardi hanno scritto la sceneggiatura delle prime due storie che
abbiamo scelto: La trappola e L´ombra cinese. Li abbiamo ambientati
negli anni 50. Utilizzando pensieri, spunti per dialoghi, comportamenti
che vengono anche da altri romanzi. Qual è la grandezza di quel
personaggio? Maigret è durissimo come un poliziotto oggi non potrebbe
essere, troppi paletti...».
Fa come gli pare, se ne infischia delle regole.
«È autorevole ma anche autoritario. Quando ci vuole è
anche dispotico. Però è curioso, come solo uno psichiatra
può essere. Ed è pietoso come un prete. L´indagine
poliziesca sconfina in un´indagine esistenziale, umana. Ha sempre
pietà per chi commette il crimine: questo fa la sua differenza.
Ogni interrogatorio diventa una conversazione sull´esistenza. E questo
permetterà ai film di non ridursi alla costruzione della suspense
per impedire al telespettatore di cambiare canale. La scommessa è
quella di tenerlo legato a un poliziesco che è soltanto il mezzo
attraverso il quale passano i sentimenti che sono spesso al centro delle
storie di Maigret: relazioni familiari, mogli che tradiscono i mariti,
amanti. E sorvolo sull´ossessione sessuale di Simenon, è nota.
Da assatanato qual era ha costruito un personaggio invece fedele, integerrimo.
Ma in lui senti la sensualità: sa riconoscere la dolcezza delle
donne. Struttura drammaturgica solidissima, insomma, che è solo
pretesto per appoggiarci sopra le relazioni umane. Cupe, scure. Com´è
nella provincia: i grandi delitti accadono in provincia, dove la sporcizia
umana ha sempre una facciata per bene».
La regia?
«Ancora da decidere».
La sua interpretazione: sa che si dirà subito che lei non somiglia
per niente a Maigret-Cervi...
«Certo non ingrasserò venti chili perché non faccio
Cervi, faccio il mio Maigret. Non mi preoccupo, anche se so che tutti i
commissari Maigret fatti non mi somigliano, sono più corpulenti
o più attempati. Sarà un uomo della mia età, tra i
40 e i 50, che ha accanto una bella donna, la signora Maigret, con la quale
devi anche immaginare, diciamo, una certa intimità. Tra loro c´è
un patto di reciproca protezione: lui ogni mattina esce e s´immerge
nel male, nel dolore, e torna ogni sera come un marinaio in porto, da lei,
angelo saggio e dolce. C´è una domanda che mi sono fatto ma
non so rispondere: perché non hanno figli?».
Paolo D´Agostini
La Vanguardia, 8.5.2003
Opinion (El Runrún)
Andrea Camilleri nació en 1925 en la siciliana villa de Porto
Empedocle, en la misma provincia de Agrigento que décadas antes
había visto nacer al gran Luigi Pirandello, fino creador de personajes
teatrales a la búsqueda de un autor. Con los años Camilleri
se iría a Roma para dedicarse al llamado arte dramático,
y en 1978, cumplidos los cincuenta, publicaría su primera novela.
El éxito, de una rotundidad fuera de lo común, le llegó
anteayer, ya septuagenario, con las novelas del inspector Sandro Montalbano.
Montalbano es un apellido muy frecuente en Sicilia, pero el autor ¿portoempedoclino?
Nunca ha ocultado que también lo escogió como homenaje a
su admirado Vázquez Montalbán. La semana pasada el Consistorio
de Porto Empedocle brindó un homenaje a su ilustre novelista: cambió
oficialmente de nombre. Desde el 29 de abril del 2003 Porto Empedocle se
llama “Porto Empedocle Vigata” y sus felices habitantes... ¿portoempedoclinovigatenses?
Vigata es el topónimo que Camilleri inventó para situar
la casa de su ficticio Montalbano. Es decir, un topónimo como Macondo,
Sinera, Vetusta o el faulkneriano condado de Yoknapatawpha que hasta ahora
sólo figuraba en las cartografías literarias y en el rótulo
de un restaurante parisino de especialidades sicilianas: Casa Vigata (44,
Rue Léon-Frot). Curiosas son las veleidades literarias del gremio
de la restauración: busquen “restaurant Macondo” en Internet y hallarán
más de 500 referencias, en lugares tan dispares como Hvar (Croacia),
Trebon (República Checa), Boston (EE.UU), Sayulita (México),
Zancudo (Costa Rica)... y naturalmente en Cuba, con un Macondo Azul donde
los rojos castristas aún deben de ponerse morados.
O sea, que cualquier espíritu sencillo podría concluir
fácilmente que los sicilianos acaban de dar un bello ejemplo de
respeto por la literatura y que (ay!) podríamos imitarlos por estos
lares para promover la literatura catalana. En cierta medida, si los vascos
toleran que en los carteles de su capital se lea Vitoria-Gasteiz y el año
pasado en todos los de la nuestra se leía Barcelona-Gaudí,
no sería de extrañar que en Arenys propusieran a sus futuros
representantes municipales completar tan arenáceo topónimo
con un espriuano Arenys-Sinera. ¡Y qué decir del mítico
Escornaldiable que Pep Albanell se inventó para situar la acción
de su injustamente olvidada novela “Ventada de morts”! ¿Es que ningún
consistorio va a revindicar tan diabólico topónimo? Se da
circunstancia de que el (ya) antiguo Porto Empedocle se denominaba así
en honor a otro agrigentino ilustre que habitó la ínsula
cinco siglos antes de Cristo: el filósofo Empedocles. El mismo que
explicó el universo a partir de los cuatro elementos (tierra, fuego,
agua y aire) mezclados por el amor y el odio, en cíclica alternancia.
¿Se removerán en la tumba dos clásicos como Empedocles
o Pirandello ante el fulgurante ascenso toponímico del advenedizo
Camilleri? Imaginar estas cosas entre sicilianos da un poco de miedo.
Claro que el creador de Vigata, que sabe por viejo y por siciliano,
ha puesto rápidamente las cosas en su sitio: “Me siento muy honrado
y halagado –ha escrito en “La Repúbblica”-, pero no creo que sea
ningún homenaje a la literatura. Es una idea puramente destinada
a aumentar el turismo”. Pues eso.
Màrius Serra
La Sicilia, 8.5.2003
Porto Empedocle si attrezza
«Impiegati di Vigata leggete Camilleri per accogliere i turisti»
Porto Empedocle. «Costretti» a una full immersion di Camilleri,
per far conoscere ai turisti la vera Vigata. In vista dell'imminente invasione
di fans dello scrittore, molti dipendenti del Comune empedoclino sono stati
«precettati» dall'assessore al turismo e spettacolo Tonino
Guido, affinchè leggano gran parte della produzione del «papà»
del commissario Montalbano.
Una decisione dettata dalla necessità di formare quanti più
conoscitori dell'arte letteraria camilleriana, in modo da da renderli inappuntabili
«Cicerone» dei villeggianti che dovrebbero sbarcare in massa
già dai prossimi giorni a Vigata. Sono migliaia infatti coloro i
quali hanno già fatto capire attraverso prenotazioni ad alberghi
dell'hinterland agrigentino di essere intenzionati a visitare i posti veri
delle gesta del commisario Montalbano.
Lido Marinella, Azzurro, la torre di Carlo V, la Scala dei Turchi e
tutto quanto il resto dovranno essere raccontati da gente che conosce a
menadito il mondo camilleriano. Per questo motivo, già ieri mattina
l'assessore Guido ha cominciato a esplorare tra il personale a disposizione
dei vari uffici, per individuare coloro i quali potranno assolvere al ruolo
di particolari guide turistiche, dopo però avere letto i libri di
Camilleri.
E così nei prossimi giorni, sul comodino accanto al letto tanti
dipendenti comunali sistemeranno i libri di Camilleri, da leggere magari
prima di andare a dormire o comunque nei ritagli di tempo.
«E' necessario che i nostri collaboratori siano perfettamente
a conoscenza degli ambienti in cui il nostro illustre compaesano ha fatto
vivere il suo personaggio più famoso». A parlare è
l'assessore comunale al Turismo Tonino Guido, il quale non esita a parlare
di «una bomba scoppiata in paese», riferendosi ovviamente allo
straordinario effetto pubblicitario che sta avendo la decisione di accostare
il nome Vigata, alla denominazione tradizionale della cittadina marinara.
Francesco Di Mare
L'Unione Sarda,
9.5.2003
Il libro di Fois
Molto più di un giallo
[commento tratto dalla prefazione
di Andrea Camilleri a "Sempre caro", NdCFC]
Andrea Camilleri
Sette, supplemento del Corriere
della sera, 9.5.2003
Fratelli d'Italia
Se Porto Empedocle diventa Vigata
La scemenza avrà una sua capitale. Alla faccia degli inglesi
di “Città del peto”
La toponomastica inglese è probabilmente la più simpatica
del mondo perché rimanda a un empirismo sano, quello anglosassone
appunto, che dice pane al pane e vino al vino. Così per esempio
fu naturale chiamare Wyre Piddle, che vuol dire Pipì, la città
che nel Worchestershire fu costruita accanto a una fogna che ruscellava
a cielo aperto. Ovviamente quel ruscello di pipì non esiste più,
ma a nessuno è venuto in mente di cambiare il nome alla città.
Anzi, chi vi nasce trova in quel nome una lezione di ironia :”Dove sei
nato?” “A Pipì”. La stessa cosa succede a Little Snoring (Piccola
ronfata) e a Brown Willy dove nessuno ha il pisellino marrone.
Le isole sono i posti del mondo dove meglio si conserva la forma originaria
delle cose, in botanica e in zoologia (oltre che in politica) e sicuramente
anche nella toponomastica. Benchè a Booze (liquore) non ci siano
oggi troppi ubriaconi e a Beer non si consumi più birra che altrove,
i nomi esprimono e proteggono l’essenza primitiva della città, la
connotazione che ha dato origine alla denotazione.
L’Inghilterra poi è un’isola speciale, più impermeabile
ai cambiamenti perchè il suo territorio è stato “invaso”
poche volte e dunque deve alla mancanza di dominazioni la stabilità
delle denominazioni. Tutto il contrario della Sicilia, per esempio, che
è anch’essa un’isola, ma popolata da gente di confine, troppe volte
mescolata, trasformata, dominata e denominata. In un’isola sempre occupata
e sempre colonizzata le città sono accampamenti, rocche, castelli
da difendere o da assediare, come appunto Caltanissetta, Caltagirone, Castelvetrano,
Calatafimi... Più in generale la toponomastica italiana, oltre che
alla guerra, rimanda spesso alla mitologia, a valori astratti e alla religione,
per quella sorta di provincialismo idealistico che ci fa sognare e che
sempre ci allontana dalla verità delle cose.
Solo un popolo empirista e antiidealista può avere città
chiamate Spital in the Street (Sputo nella strada) che si trova nel Lincolnshire
o Rest and Be Thankful (Riposa e sii grato) o ancora Ugley (Brutto) o Pease
Pottage (Zuppa di piselli) perchè in quella zona dell’East Sussex
piove tanto e la terra fangosa ha la consistenza della Peasemarsh, Palude
di piselli, una piccola città a poche miglia dalla tenuta di campagna
di Paul Mc Cartney.
La toponomastica inglese meritava dunque il nuovo Penguin Dictionary
of British Place Names che è appena arrivato in libreria e che rintraccia
le radici di più di diecimila città e villaggi della gran
bretagna. L’autore si chiama Adrian Room, un professore di geografia che
ha già scritto trenta libri di toponomastica. La lista, molto sapida,
comprende una città alla periferia di Plymouth dove un giorno qualcuno
si arricchì facilmente e che si chiama dunque Pennycomequick (Soldo
vieni presto) benchè oggi sia diventata molto povera.C’è
anche Matching Tye (cravatta coordinata) e nel Sussex c’è Old Sodbury
(Vecchio stronzo). In Dorset c’è Shitterton (Paese di merda) e poi
Pratt’s Bottom (Culo di scemo), Fartown (Città del peto), Wetwang
(Cazzo bagnato) e Penistone (Pene di pietra). L’autore aveva già
scritto il Dizionario mondiale di toponomastica e si è dunque divertito
a fare il giro del mondo del corpo umano. E’ andato ad Eye (Occhio) nel
Suffolk poi a Tongue (Lingua) in Ayrshire, quindi a Nose (Naso) in Giappone,
a Finger (Dito) in Tennessee, a Chin (Mento) in Canada, a Elbow (Gomito)
ancora in Canada, ad Harry’s Armpit (Ascella di Harry) sempre in Canada
per finire a Gilbert’s Bottom (Culo di Gilbert) in Montserrat.
Come si è capito c’è pure un sapido e intelligentissimo
sciocchezzaio toponomastico. Ebbene, all’autore mi permetterò di
segnalare la triste storia della città siciliana di Porto Empedocle
che il sindaco Ferrara ha deciso di ribattezzare Vigata, nome teleletterario
della città di Montalbano, il personaggio di successo inventato
da Andrea Camilleri. Al sindaco per ora si oppone l’assessore regionale
alla cultura Fabio Granata (il dio del mare e il filosofo Empedocle lo
proteggano). Pare che il sindaco non si riconosca più nel magnifico
porto (sino al 1863 la città si chiamava Molo) e neppure nel vecchio
filosofo agrigentino ma si ritrovi invece nella macchietta del siciliano
di successo consacrata da Camilleri, il siciliano che non riesce neppure
a parlare in italiano, divertente e pittoresco stereotipo di un sottosviluppo
allegro e compiaciuto. Immalinconisce quest’ansia di buttarsi via e penso
a Stendhal che non sopportava la propria città, “la mia Grenoble
escrementizia”, e infieriva su di essa per infierire su se stesso chiamandola
con disprezzo Cularo. E meno male che questo Ferrara di Porto Empedocle
legge Camilleri e non Stendhal. Pensate invece che nel Galles c’è
una città fiera dell’impronunciabile nome più lungo del mondo:
Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogogh. In gallese
antico significherebbe: “La chiesa di Santa Maria nel tronco cavo dell’albero
di nocciole vicino al mulinello rapido del Llantysillo della caverna rossa”.
Come si vede in una sola parola c’è una mappa geografica, un esame
sociologico, e pure un manuale di storia. Insomma, in quel nome c’è
tutto, in Vigata invece non c’è niente.
Francesco Merlo
Carmilla,
9.5.2003
Il regno delle due Sicilie: Battiato vs. Camilleri
Magari non interessa granché, ma io ci tengo a parlarne. Intendo
della Sicilia: avendo salde radici sicule, vorrei intervenire su una sostanza
immaginifica che tracima dall'isola e, a mio parere, segnala uno specifico
tutto contemporaneo: il conflitto tra mito e fiction, esattamente proporzionale
a quello che si sviluppa tra la deità delle Sacre Scritture e la
sua scimmia. Due evenienze che non appartengono a quella che i colletti
bianchi dell'accademia intellettuale considerano "cultura alta". Siccome
della "cultura alta" mi frega esattamente quanto della "cultura bassa",
cioè zero al quoto, è senza inibizioni che voglio considerare
significative due evenienze della Sicilia nel cinema e nella tv più
recenti. Ho assistito all'anteprima di PERDUToAMOR, film scritto e diretto
da Franco Battiato. E, come altri nove milioni di italiani, ho assistito
a qualche puntata del Commissario Montalbano. Il regno delle due Sicilie
emblematizza due generi opposti di rappresentazione: una mitologica e perciò
umana (quella di Battiato), l'altra finzionale e antiumana (quella del
Camilleri televisivo).
Non sono un critico cinematografico e non dispongo del retroterra culturale
che permette raffinate analisi tecniche. Parlo da scrittore che si trova
di fronte un sogno e il suo opposto. Le cautele dovrebbero essere molteplici:
per dirne soltanto una, sto lasciandomi andare a una tentazione non metodologicamente
corretta, che affianca e oppone grande e piccolo schermo. Generalmente,
di una simile metodologia, me ne fotto bellamente - mi permetto di fottermene
anche qui.
PERDUToAMOR è un film che, immagino, irriterà i cinefili
e disinteresserà gli spettatori che vanno al cinema per vedersi
una pellicola che li catturi secondo standard americanoidi. A me è
molto piaciuto. Non tanto perché Franco Battiato è una mia
mitologia puberale e sono a tutt'oggi convinto che costituisca un perno
fondamentale per comprendere la cultura popolare italiana negli anni Ottanta.
Il film di Battiato mi è piaciuto perché rasserena: è
la serenità vacua e azzurrina con cui Battiato regista realizza
un racconto iniziatico che mi ha colpito. All'inizio, per fare soltanto
un esempio, c'è una lezione di buddhismo rigoroso condotta in purissima
normalità:
un piccolo trattato sull'attenzione e l'autosservazione raccontato attraverso
gli insegnamenti di una maestra di cucito alle sue allieve, in un cortile
interno di una casa siciliana negli anni Cinquanta. Si sta narrando di
una Sicilia fuori dal tempo, in realtà. Una Sicilia esuberantemente
verde, carica di intrecci vegetali e onirici, obliqua, magnificiente nel
nascondersi e nel mostrarsi, sacrale senza adesione al territorio. E' l'altra
faccia del mito terrestre e del radicamento: non il sangue abbarbicato
al suolo, bensì lo spazio di sogno purissimo, rarefatto, con cui
l'uomo entra in incantamento per sperimentare l'unico dio che c'è:
se stesso bambino, il sé che non giudica e non etichetta, un sé
incantato e incantatorio, una realtà molto concreta e vivibile,
non retorizzata, non enfatizzata in epica astratta. La Sicilia di PERDUToAMOR
non è un amor perduto. Il Perduto Amor di Battiato è quella
nostalgia inquieta che, nel momento in cui si esce dall'incantamento e
si è preda dell'idea classificatrice (si cresce, si legge, si giudica,
ci si forma, si abbandona la spontaneità), spinge a cercare altro:
questo altro che si ricorda e che deve averci parecchio innamorato se lo
si cerca non sapendo più cosa esso sia in realtà. Lezione
più che mistica condotta attraverso il racconto di vent'anni di
cultura popolare italiana: dalla secolarità meridionale all'esplosione
della
musica pop e poi dello sperimentalismo à la Stratos in una
Milano travolgente e suggerita per scorci d'autore.
La Sicilia di Battiato è l'India: un'India shankariana vista
con occhi sudamericani. Colombiani, per la precisione: è un'adolescenza
che Garcìa Marquez iscriverebbe nella sua Macondo quella che Battiato
illumina con una luce per nulla abbagliante, aprendo porte strane e metafisiche:
in una scena che mi ha colpito si entra in un canneto verdissimo e fitto,
in soggettiva, insieme a tre bambini; li vediamo intorno a una pozza d'acqua
oscura, appoggiati a una staccionata improvvisata; parlano - al contrario,
un backward masking bellissimo, che si avvicina alla sequenza più
onirica di Papillon; la camera inquadra poi le irregolarità dell'acqua.
Sembra di entrare in un labirinto surreale e reale al tempo stesso: diverticoli
e svolte improvvise, scene staccate di netto e connesse soltanto da una
serenità di sguardo dal di fuori. Non è una Sicilia olografica:
è una Trinacria del sogno infantile, stato perpetuo che investe
la veglia e la sussume in una sostanza ozonata e luminosa e ombrosa (tra
l'altro, esplicitamente, la questione dei "momenti di veglia" viene affrontata
a più riprese e accennata dalla voce pastosa e incrinata di Sgalambro).
Contro questa Sicilia, si schiera quella cartolinistica, inesistente,
falsissima, radiosamente crepuscolare che gli italiani hanno subìto
assistendo alla veterofiction di Montalbano. Una Sicilia rabberciata tra
la valle del Noto e fantasmatici dintorni Vigatesi; ecco, proprio una Sicilia
vigatese: si sa, Vigata non esiste anche se vorrebbero farla esistere.
Una Sicilia fintamente comunitaria, spaccata in due: i terroni nobili e
i terroni stronzi. Un gattopardismo che non conserva nulla della verità
gattopardesca. Chiese e rovine esposte a una luce ocrata, gioielli di secolarità
supposta, case sul fronte del mare che ricollocano il litorale di Cefalù
alla latitudine di una Miami per borghesi parlemitani. Ville sontuosamente
decadenti, campi di grano pettinati dal vento e acconciati da un sole maturo.
Un macrospot della proloco. Nulla di differente rispetto all'inganno della
pubblicità del riso Scotti, quando l'omonimo testimonial Gerry canta
le lodi delle suo riso (che non è suo) facendo vedere un campo di
grano e dicendo "Questo è il mio riso".
La fiction è finta. Ciò che è finto non sempre
inganna, ma la fiction inganna sempre e comunque. La fiction si oppone
alla storia: la storia è una storia di storie, che nascono da esperienze
e azioni ed emozioni e sogni di un'umanità che attraversa il divenire;
la fiction assomiglia a una storia, ma non nasce da alcuna umanità.
La Sicilia decalcomanica di Montalbano non nasce da alcuna esperienza:
è astratta, sordidamente astratta in quanto irradia la malizia spottistica
dell'inganno. La storia di storie è il mito vissuto da un'umanità
che nasce invecchia e muore e si perpetua nella tragedia e nella commedia
di un tempo protratto; la fiction è una parodia della storia umana,
tutta asservita a un vecchio sogno del Potere, che è quello di non
farci sognare per tenerci tranquilli e imbambolati, tubi digerenti che
pappano il pop corn della loro funebre semivita, catatonica, catodica,
cazzutissima.
La Sicilia di Battiato è un'esperienza del sogno che ha attraversato
lo sguardo di un'infanzia sicula e mitologica, vera, storica, una coincidenza
miracolosa che capita all'artista, quando fa incrociare la storia dell'umanità
con la specola di se stesso. La Sicilia di Montalbano (come, del resto,
il grano meridionale dell'ultimo Salvatores) è la cattiva imitazione
di quel sogno: cattiva non tanto perché è di qualità
discutibile, quanto perché esprime il male, che è l'antiumanità
della fiction stessa, la scimmia dell'uomo.
Giuseppe Genna
La Gazzetta del Mezzogiorno,
9.5.2003
Accordo editoriale
Laterza-Sellerio collana di letture per la scuola
Sarà la rete scolastica della Laterza a promuovere e distribuire
una nuova collana di narrativa per la scuola della Sellerio. Le due più
importanti case editrici del Mezzogiorno (Bari e Palermo), entrambe indipendenti
e quindi estranee alle concentrazioni editoriali degli ultimi anni, stringono
così un'alleanza, anticipata nei mesi scorsi dalla «Gazzetta»,
nel nome di un progetto innovativo di letture per la secondaria.
I testi della collana diretta da Renato Alfieri e Vincenzo Campo saranno
infatti proposti nella loro veste originaria, senza alcuna aggiunta o manipolazione.
Allegata al testo ci sarà una guida alla lettura di 32 pagine, in
sé autonoma anche graficamente in un'elegante copertina gialla,
per suggerire percorsi analitici e riflessioni di ricerca. La guida è
suddivisa in cinque parti: un'intervista reale o immaginaria all'autore,
una sezione operativa sugli elementi costitutivi del testo, una o più
schede d'interpretazione critica, un approfondimento della cornice storico-letteraria
del libro, un invito alla lettura di testi analoghi o in qualche modo affini
al volume analizzato.
I primi titoli proposti sono «Il delitto di lord Arturo Savile»
di Oscar Wilde (1891) e «Uomini sotto il sole» di Ghassan Kanafani
(1963). I prezzi sono contenuti fra i sei e i sette euro. Seguiranno opere
del passato o del presente (da Apuleio a Moravia, da Stendhal a Camilleri,
da Dumas a Bontempelli), che affiancheranno i classici di sempre nelle
aule scolastiche.
La Sicilia, 9.5.2003
«Così lavoriamo per formare il pubblico di domani»
Orchestra sinfonica siciliana.
Nostra intervista con il maestro Fabrizio Carminati, direttore artistico
del teatro Donizetti di Bergamo
[...] Il concerto in cartellone per la stagione dell'Orchestra Sinfonica
Siciliana ascoltato in questo week-end al teatro Politeama [...] ha presentato
uno dei più apprezzati giovani direttori della scena musicale nazionale,
Fabrizio Carminati [...].
Come direttore artistico, anche Lei si sarà posto il problema
«Quale repertorio, per quale pubblico?»
«Il pubblico bergamasco anche se ha una grande predilezione per
il proprio autore concittadino, Gaetano Donizetti, è molto vario.
[...] Ogni anno rappresentiamo un'opera nuova, e quest'anno è toccato
all'opera di Marco Betta, «Il fantasma nella cabina», su testo
di Andrea Camilleri, che ha avuto un grande successo, tanto che verrà
riproposta anche nel 2004 [...]».
[...]
Pippo Ardini
La Repubblica,
ed. di Palermo, 10.5.2003
Birritteri lo voleva in giunta
Camilleri scrive al centrosinistra "Lavorerò con voi"
Per lo scrittore un ruolo da consulente
AGRIGENTO - Andrea Camilleri non potrà fare il vice presidente
della Provincia di Agrigento, nel caso in cui il candidato del centrosinistra
Luigi Birritteri dovesse vincere le prossime elezioni, ma di sicuro potrà
fare il consulente per la cultura a titolo gratuito. Lo scrittore lo ha
comunicato via lettera allo staff del candidato presidente dell´Ulivo
e di Rifondazione comunista.
«Avrei voluto essere attivamente al suo fianco nel corso di questa
campagna elettorale per le elezioni provinciali, ma purtroppo - scrive
Camilleri - l´età, con acciacchi connessi, me lo ha impedito.
Resto comunque a sua completa disposizione per qualsiasi cosa possa tornarle
utile, perché ritengo mio dovere di cittadino tentare di arrestare
una deriva politica che di giorno in giorno si manifesta sempre più
pericolosa». Ad Andrea Camilleri, Birritteri aveva proposto la vice
presidenza.
Intanto sono stati resi noti i nomi degli assessori designati da Birritteri:
ci saranno due donne, Gea Schirò Planeta e Gabriella Curella Taibi,
l´ex sindaco di Bivona Giovanni Panepinto, Giuseppe Lauricella, docente
universitario figlio dell´ex presidente dell´Ars Salvatore
Lauricella, il funzionario della Camera di commercio Santo Di Bella e infine
l´ingegnere Calogero Sala.
Fabio Russello
L'Unione Sarda,
10.5.2003
Riviste
“Nae” al secondo numero Cento pagine di cultura
È arrivato in edicola e in libreria il secondo numero di Nae,
la rivista di cultura diretta da Giuseppe Marci e pubblicata dall’editrice
Cuec. Cento pagine, grafica raffinata, foto a colori (di Giorgio Dettori)
di opere di Pinuccio Sciola, articoli, contributi, recensioni, interviste.
In copertina Il cantico delle Pietre di Sciola. Fra l’altro, scritti di
Elisa Careddu e Giuseppe Marci sull’opera di Salvatore Satta; interventi
sul problema della traduzione delle opere letterarie (Yasmina Melaouah
traduttrice in italiano dei romanzi di Pennac e di Serge Quadruppani che
traduce in francese i romanzi di Camilleri). Ci sono anche una lunga intervista
di Paolo Lusci a Sergio Frau, autore del libro-inchiesta di archeologia
Le Colonne d’Ercole e un’altra, non meno interessante, di Eleonora Frongia
ad Alessandro Carrera (letteratura e identità nei territori di confine).
Altri interventi: Giose Rimanelli, Silvano Tagliagambe, Mauro Pala, Giorgio
Rimondi, Susanna Paulis, Alessandra Carta, Filiberto Farci, Vanni Boni,
Simona Pilia, Simona Serra, Tania Baumanna, Alessandra Menesini.
La
Stampa - Tutto Libri, 10.5.2003
Eco insegna le regole del mestiere
Il commissario Montalbano ha i baffi? Per quanto si tratti di uno dei
personaggi attualmente più famosi in Italia, non c'è una
risposta univoca a questa domanda. Dipende dalle versioni. Nelle pagine
di Camilleri, anche se una volta si accenna a dei "baffetti", manca un'accurata
descrizione fisica del celebre poliziotto di Vigàta. Nella rappresentazione
televisiva di Zingaretti c'è un'ombra di barba ma niente baffi.
In una meno nota raffigurazione a cartoni animati lo stereotipo del viso
scuro adorno di mustacchi è ben presente. Alla radio la questione
è del tutto ininfluente. Potremmo dire: chiediamolo all'autore;
che però, interrogato in proposito, s'è spesso schermito.
Oppure: lasciamolo stabilire ai suoi numerosi fans. Sì, ma quali?
I lettori, i telespettatori, gli amanti del fumetto, gli ascoltatori radiofonici?
Insomma, la faccenda va discussa, non foss'altro perché ogni possibile
risposta implica complesse decisioni preventive circa la natura di un personaggio,
la sua proprietà da parte di un autore, la sua fortuna presso il
pubblico, la sua gestione estetica ed editoriale. Una domanda oziosa suscita
interrogativi tutt'altro che ovvi. Qualcosa del genere viene mostrato nell'ultimo
libro di Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, pp. 391, €
18), dedicato all'intricata questione della traduzione, sia essa la traduzione
propriamente detta, quella fra due lingue, come anche quella fra testi
appartenenti a linguaggi diversi come la letteratura, la pittura o il cinema.
La pratica del tradurre, sostiene Eco, richiede un costante esercizio di
pazienza e di umiltà (tant'è che spesso non viene sufficientemente
valorizzata), ma anche e soprattutto una serie di impegnative decisioni
circa il testo che si deve "voltare" da una versione di partenza, già
data, a una nuova, tutta da costruire. Il traduttore compie cioè,
in modo più o meno intuitivo, più o meno riflesso, una serie
di operazioni molto delicate, che comportano una grande quantità
di prese di posizione sull'eventuale rispetto da tributare all'autore,
sull'ausilio da fornire al lettore, sulla cultura di riferimento dell'uno
e dell'altro, sugli obiettivi comunicativi del testo, il suo stile, la
sua musicalità, la sua collocazione storica e così via. La
questione della traduzione si fonda, ricorda Eco, su un paradosso: se pure
in linea di principio è impossibile una traduzione perfetta, dato
che non esistono due lingue strutturalmente sovrapponibili, la pratica
del tradurre è al tempo stesso necessaria e diffusissima. Le lingue
sono fra loro incommensurabili, restando comunque perfettamente comparabili.
Tanto vale allora, più che discutere che cosa sia e in che cosa
consista teoricamente la traduzione, esplorare che cosa accade in effetti
nel corso dell'esperienza del tradurre. Esperienza che Eco ha fatto personalmente,
non solo traducendo testi complessi come gli Esercizi di stile di Queneau
o Sylvie di Nerval, ma anche discutendo fittamente con i molteplici traduttori
dei suoi romanzi, nonché, in qualità di redattore e responsabile
di collana, rivedendo traduzioni altrui da destinare alla stampa. Ne viene
fuori una ricchissima raccolta di esempi e di casi concreti, che prendono
in considerazione autori e testi di epoche e culture diverse, da Joyce
ad Aulo Gellio, dalla Bibbia a Eliot, da Manzoni a Poe. Più che
un libro di traduttologia, ecco insomma il racconto di una serie di problemi
e di quelle che Eco chiama "negoziazioni", ossia delle soluzioni volta
per volta adottate, sulla base delle decisioni ritenute localmente pertinenti.
Tradurre non è, allora, essere più o meno fedeli, più
o meno traditori, secondo un filone di pensiero un po' moralistico. È
semmai attuare continue forme di compromesso fra i vari elementi in gioco:
l'autore, il lettore, il testo e, perché no? Il traduttore medesimo.
Ma nel libro c'è in realtà molto di più, in quanto
ognuno dei casi concreti ricordati da Eco evoca problemi filosofici e semiotici
molto delicati, che vengono regolarmente esposti e discussi. Ed ecco allora
passare in rassegna i principali concetti dell'attuale riflessione sul
linguaggio: la natura del significato, la centralità dell'interpretazione,
la relazione fra schemi cognitivi e culture di riferimento, il referenzialismo,
l'intertestualità, la relazione fra codici che usano materie sensoriali
diverse, gli effetti visivi della lingua verbale e così via. Scopriamo
in tal modo che la pratica della "negoziazione" non è relativa soltanto
all'esperienza traduttiva, ma è presente più in generale
ogni qualvolta riconosciamo il significato di una parola o di un intero
testo, ma anche attribuiamo un certo senso agli elementi diversi del mondo
che ci circonda. Da questo punto di vista, Dire quasi la stessa cosa continua
il lavoro di ricerca avviato da Eco in precedenti volumi teorici, soprattutto
Lector in fabula (1979) e Kant e l'ornitorinco (1997), dove già
il principio della condivisione intersoggettiva del significato e della
cooperazione interpretativa erano esposti in tutta la loro centralità.
Laddove in quei libri venivano esposte le basi teoriche generali della
cooperazione e della negoziazione, quest'ultimo volume le discute nuovamente,
e le riafferma, sulla base di un problema al tempo stesso centrale e specifico
qual è, appunto, quello della traduzione. Centrale perché
evoca i principali fenomeni linguistici e comunicativi. Specifico perché
la traduzione viene comunque intesa da Eco sotto l'egida dell'interpretazione.
Se ogni traduzione è una forma di interpretazione, non vale per
questo il contrario: l'interpretazione è per Eco un fenomeno semiotico
più generale. Da qui la pertinenza dei presunti baffi del celebre
commissario di Vigàta: metterli o meno non è solo un problema
di traduzione fra linguaggi, ma anche di lettura del personaggio e con
essa di visione del mondo.
Gianfranco Marrone
Lire, 5.2003
Le roi Zosimo
Andrea Camilleri, 375 p., Fayard, 20 €
Quelle galéjade, allez-vous dire! Eh non, Michel Zosimo, paysan
sicilien misérable, surduoé et voyant, devint bien roi éphémère
de Girgenti, l’ancienne Agrigente, en 1718, après avoir désarmé
l’armée piémontaise. C’est en découvrant sa trace
dans un opuscule que le très gourmand, prolixe et inspiré
Camilleri, dont dix-huit romans tantot policiers, tantot historiques sont
déjà traduits en français, décida d’en faire
le récit. Ce grand raconteur d’histoires siciliennes, inventeur
quand il faut, chroniquer quand il sied, n’a pas son pareil pour mettre
en scène et en verve ce fieffé Zosimo qui apprit à
lire et à se cultiver aux cotés d’un ermite illuminé.
Derrière Zosimo et son histoire, c’est toute une société,
mal partagée entre des paysans et une poignée de grands propriétaires
terriens, le tout sous domination espagnole, qu’Andrea Camilleri, qui connait
son ile sur le bout des doigts, dépeint avec drolerie et conviction
(anticléricale notamment). Né en 1925, dans le coin, il livre
avec ce roman auquel il travaillait depuis des années, le meilleur
de son savoir-faire ainsi qu’un vibrant hommage à la liberté
et au reve.
Repères
En Italie, la langue est un millefeuille marqué par la persistance
de dialectes. Camilleri, plus que d’autres, utilise cette inventivité
verbale en melant étroitement, depuis son premier livre, l’italien
littéraire et le dialecte sicilien auxquels il adjoint ici des expressions
espagnoles et un italien d’époque, délicieusement suranné.
De cette façon, chaque personnage, chaque classe sociale et chaque
situation possède son vibrato. Pour rendre cette richesse linguistique,
Dominique Vittoz, la traductrice du Roi Zosimo et des precédénts
La saison de la chasse et Un filet de fumée, transpose l’effet de
décalage entre l’italien classique et le dialecte en recourant à
un décalage du meme ordre entre français moderne d’un coté
et français régional de Lyon ou ancien français de
l’autre. Un parti pris bien plus intéressant que celui qui aurait
consisté à recourir à l’argot ou au patois. “Le lecteur
français, meme s’il ne consulte pas le lexique obligeamment mis
à sa disposition par la traductrice, tout comme le fait à
partir d’un texte original de Camilleri un Italien qui ne connait pas le
sicilien, perçoit donc le mouvement général des phrases
et du récit, emporté qu’il est par le mouvement de la narration
et des dialogues, dans une lecture globale que pimentent des termes ou
des expressions peut-etre inhabituelles pour lui, voire oubliées,
mais nullement hermétiques”, explique judicieusement Mario Fusco
dans sa préface.
Catherine Argand
La Sicilia, 12.5.2003
Miccichè «scomunica» Camilleri
Montalbano «indaga» su Berlusconi?
Camilleri? La sua prosa nasconde attacchi a Berlusconi. Parola del
viceministro Gianfranco Miccichè che in un intervento a Ragusa ha
duramente attaccato lo scrittore, esortando gli stupiti amministratori
a non usare i luoghi del commissario Montalbano, come promozione turistica.
Ragusa. Montalbanomania? Macchè! I luoghi celebrati nello
sceneggiato televisivo più «in» degli ultimi anni? Dimenticateli,
non vanno utilizzati a scopo promozionale. La prosa di Camilleri? Nasconde
un costante attacco contro Berlusconi. Parola di Gianfranco Miccichè,
vice ministro per l'Economia, coordinatore regionale di Forza Italia che,
ieri mattina, a Ragusa, durante una visita a sostegno della campagna elettorale
condotta dal sindaco uscente Domenico Arezzo, ha preso di mira, senza mezzi
termini, lo scrittore di Porto Empedocle, tra lo stupore generale anche
di qualche compagno di partito che, sulle fortune di Montalbano, ha raggiunto,
a livello locale, traguardi insperati sul piano della valorizzazione del
territorio. Una visione che, evidentemente, dovrà essere capovolta
dopo quanto sostenuto da Miccichè. «Montalbano subitelo -
ha detto tra l'altro il vice ministro - non menatelo a vanto. Ho letto
uno degli ultimi libri di Camilleri. Scrive contro Berlusconi. Ha storpiato
i nomi di alcuni ministri ma il riferimento è chiaro. Si vede che
è prezzolato, idealmente o realmente, dai nostri avversari politici.
Per cui, non fate in modo che la provincia di Ragusa venga caratterizzata
dall'esistenza di fattori promozionali rivolti ad un nostro grandissimo
nemico. Camilleri è un «assassino» del centrodestra».
In sala è sceso il silenzio. Qualche imbarazzo anche perchè,
proprio nell'area iblea, della «Montalbanomania», si è
fatto un cavallo di battaglia. Basti pensare che l'amministrazione comunale
di Modica, retta dal centrodestra, ha conferito la cittadinanza onoraria
a Luca Zingaretti, l'attore che impersona il commissario. E lo stesso,
se non fosse stata bruciata sul tempo, avrebbe voluto fare anche la Giunta
del capoluogo, retta sempre dalla Cdl, che sulle fortune dello sceneggiato
trasmesso dalla Rai ha comunque fondato buona parte della promozione turistica.
«Le città della provincia di Ragusa - ha aggiunto Miccichè
- caratterizziamole in un altro modo, con i prodotti ortofrutticoli ad
esempio. Carote, peperoni, melenzane. Sempre meglio di Montalbano».
E la fine di un idillio tra il territorio ragusano e il commissario di
Camilleri? Chissà.
Giorgio Liuzzo
Gazzetta del Sud,
12.5.2003
Ragusa. Il viceministro Miccichè contro Camilleri alla convention
di Forza Italia
«Basta con Montalbano»
Amministratori invitati a puntare su altri “prodotti”
RAGUSA – Prima un invito al candidato sindaco della Casa delle Libertà
Domenico Arezzo di parlare solo in terza persona, coinvolgendo la coalizione;
poi, il ricordo agli altri partiti del Polo che Forza Italia resta la forza
maggiore; quindi, l'affondo contro Andrea Camilleri, reo di aver scritto
un libro contro Berlusconi. La conseguenza è un invito esplicito
ai ragusani: «Montalbano subitelo, ma non vantatelo, perché
il signor Camilleri è uno che scrive contro Berlusconi». Il
vice ministro dell'Economia Gianfranco Miccichè, in provincia di
Ragusa per supportare i candidati a sindaco del centro destra, usa il bastone
e la carota. Prima che prenda la parola alla convention di Forza Italia,
sul podio si alternano il deputato nazionale Giovanni Mauro, il senatore
Riccardo Minardo, il deputato regionale Innocenzo Leontini, il presidente
della Provincia Franco Antoci e il candidato sindaco Domenico Arezzo. Quindi
tocca a Miccichè. Il plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia mette
in evidenza i risultati portati a casa con il governo Berlusconi e lo fa
rimarcando le differenze con la coalizione avversaria: «Mentre Violante,
Mussi, Rutelli e D'Alema, in Sicilia, dicevano che il governo Berlusconi
si è dimenticato della Sicilia, il Cipe firmava gli assegni per
14,2 miliardi di euro per il Mezzogiorno, la cifra più alta mai
ricevuta dal Sud. Alla Sicilia sono arrivati 640 milioni di euro. In più,
sono arrivati altri 800 milioni di euro, grazie al lavoro fatto da Enrico
La Loggia per il contenzioso Stato-Regione». Restando sui temi economici,
Miccichè ha rimarcato le peculiarità della provincia iblea,
ricordando che questa «è la provincia numero uno in Sicilia
per prodotto interno lordo. State meglio degli altri – ha rimarcato – e
crescete meglio degli altri». Ciò, comunque, non significa
che a Ragusa non arriverà una parte dei fondi destinati alla Sicilia,
perché «è la Regione ad essere obiettivo uno e voi
siete qui». Al tema del giorno, la polemica su Telekom Serbia, Miccichè
dedica solo un passaggio, chiarendo subito di non voler entrare nel merito
e di non saper bene cosa sia questa questione. Ma, aggiunge, «davanti
a me ho questa fotografia: uno sta in galera, è assassino riconosciuto,
accusa Berlusconi ed esce; un altro è fuori dalla galera, non è
riconosciuto delinquente da nessuno, accusa Prodi e vi entra». Miccichè
ha scoperto, arrivando a Ragusa, che, nel capoluogo ibleo, non c'è
l'accordo tra la coalizione che supporta il sindaco uscente Arezzo e Nuova
Sicilia. E' rimasto meravigliato e non l'ha nascosto. Nel corso della convention
ha ammonito i rappresentanti della Casa delle Libertà e, indirettamente,
anche Nuova Sicilia. «E' necessario che il rapporto a Ragusa cambi.
Deve cambiare – ha aggiunto – più da parte loro che da parte nostra.
Però, coinvolgete anche il livello regionale. Nuova Sicilia è
un partito cui la CdL ha dato due collegi nazionali, per cui non può
decidere di andarsene così». Il vice ministro ha assicurato
il suo intervento immediato: «Chiamerò Bartolo Pellegrino,
obbligandolo a un disimpegno. Non c‘è motivo perché i candidati
della sua lista debbano far votare un sindaco inesistente. Pellegrino ce
lo deve». Prima di lasciare il palco del teatro don Bosco, il vice
ministro torna a parlare del commissario Montalbano e del suo “padre”,
Andrea Camilleri, ammonendo gli amministratori iblei: «Per favore,
tutto questo vanto di Camilleri vorrei evitarlo. Scrive bene, ma se una
persona mi sta tentando di massacrare non mi piace più. Non posso
essere contento che un posto si caratterizzi dell'esistenza di un nostro
nemico».
Antonio Ingallina
Carmilla,
12.5.2003
Il regno delle due Sicilie: Battiato abbraccia Camilleri
“Il regno delle due Sicilie emblematizza due generi opposti di rappresentazione:
una mitologica e perciò umana (quella di Battiato), l'altra finzionale
e antiumana (quella del Camilleri televisivo).”
“Contro questa Sicilia, si schiera quella cartolinistica, inesistente,
falsissima, radiosamente crepuscolare che gli italiani hanno subìto
assistendo alla veterofiction di Montalbano.”
Ho stampato l’articolo di Giuseppe Genna, pubblicato il 9 maggio su
Carmila on line, e sottolineato le parole che, in questo mio scritto, riporto
in apertura, a mo’ di citazione. Amo tantissimo Battiato, e da anni leggo
con piacere i romanzi di Camilleri (che non ha scritto solo storie imperniate
su Salvo Montalbano), e devo confessare che sono parole che mi hanno fatto
molto riflettere, forse mi hanno anche turbato un poco.
Per questo ho messo su un cd di Battiato e posato accanto a me, vicino
alla tastiera del computer, il romanzo di Camilleri che amo di più
- La concessione del telefono -, come se i due oggetti, l’uno esplicando
i suoi effetti attraverso gli altoparlanti, l’altro mostrandomi civettuolo
la copertina, potessero dare risposta ai miei dubbi.
Alla fine sono giunto a una conclusione alla Catalano: la musica è
musica, la fiction è fiction. E i film di un musicista sono i film
di un musicista. Aggiungerei anche: “La Sicilia è Sicilia”, se non
temessi di dilungarmi troppo in simili, tautologiche, affermazioni.
Innanzitutto un appunto a Giuseppe Genna (ma piccolo piccolo, ché,
in fin dei conti, non ha comunque sbagliato il centro che di pochi millimetri):
se parla di Montalbano in TV, non parla del Montalbano letterario. Quello
della fiction TV è un Montalbano decorativo, utile alla finzione
televisiva; chiunque abbia letto i romanzi che lo vedono protagonista,
sa che il Montalbano di carta è cinquantino e non si sa esattamente
che aspetto abbia, mentre il Montalbano TV ha la faccia di uno Zingaretti
che impersona perfettamente il poliziotto rude ma buono, poco propenso
a rivelare i propri sentimenti, epperò profondo e legato a valori
positivi e, per soprammercato, gaglioffo e amato dalle donne. Dicevo, un
appunto piccolo piccolo, perché le fiction TV, in fin dei conti,
rispecchiano pressoché integralmente i romanzi.
Fatto l’appunto, però, devo concordare con Genna. E’ vero: Montalbano
(intendo la fiction-romanzo, non il personaggio) è falso, slegato
dalla realtà locale, talvolta macchiettistico; tende a rappresentare
una Sicilia iconografica, evocativa di sensazioni comuni e comprensibili
a spettatori cresciuti a storie di mafia, e di poliziotti buoni che non
rispettano le gerarchie burocratiche, e di episodi di bontà deamicisiani,
e di piccoli episodi quotidiani che s’incasellano nel grande trascinarsi
degli eventi, e tante altre cose ancora.
Trovo che sia una cosa naturale: la fiction (così come i bestseller)
vive della propria capacità di essere compresa da ampi strati della
società, senza necessità di un valore qualitativo eccelso.
Ma è fiction. Solo fiction.
Una fiction che forse ci fa sentire (noi siciliani, intendo) talvolta
stupidotti, talvolta scaltri, oppure insistentemente ossequiosi, dediti
a complotti, capaci di grandi slanci come di azioni terribili, o in mille
altri modi. Comunque mai come persone normali, che vivono la vita di ogni
giorno senza raffrontarsi in continuazione col resto del mondo oltre lo
Stretto.
Camilleri infarcisce i suoi romanzi di poliziotti semianalfabeti o
imbecilli e di poliziotti volponi. Non esiste la via di mezzo (che poi
sarebbe il poliziotto ordinario, quello che, probabilmente incontreremmo
recandoci in un qualsiasi commissariato). E poi: professori in pensione
legati a valori antichi, vecchi boss mafiosi che parlano come filosofi,
giovani boss mafiosi irruenti e violenti, anziane e sagge signore in carrozzina
che danno consigli sulle indagini, operai umili ma onesti, immagini di
miseria e di unità tra poveri, collaboratrici domestiche che ringraziano
il commissario di aver arrestato i loro figli straviati (non è una
citazione!).
Tutto eccessivo? Tutte immagini per palati dai gusti poco raffinati?
Finzione scenica di bassa lega?
Forse. Però a me piace… Piaceva, prima di leggere l’articolo
di Genna.
Ma è finzione anche l’opera di Battiato, che, per inciso, fu
pure lui accusato di fare musica commerciale e di bassa lega.
Non ho visto il film diretto dal musicista, ma lo intuisco attraverso
le parole di Genna.
“La Sicilia di Battiato è l'India: un'India shankariana vista
con occhi sudamericani. Colombiani, per la precisione: è un'adolescenza
che Garcìa Marquez iscriverebbe nella sua Macondo quella che Battiato
illumina con una luce per nulla abbagliante, aprendo porte strane e metafisiche:…”
Chi vive in Sicilia - chi vive la Sicilia! – non vede ciò che
lo circonda con “occhi sudamericani”, non sa nemmeno cosa voglia dire “shankariano”,
e ritengo che quelli che sanno cosa sia Cent’anni di solitudine, siano
in numero molto minore di quelli che sanno dove trovare “Cronaca vera”.
Battiato, nella musica (come, suppongo, nel suo film) racconta spesso
la sua infanzia e la sua giovinezza.
Mammanu ca passunu i jonna
Sta frevi mi ntrasi nta l’ossa
Cu ttuttu ca fora c’è a guerra
Non mori
Mi sentu stranizza d’amuri
L’amuri
E ancora
E quannu t’ancontru nta strata
Mi veni na scossa nto cori
Cu ttuttu ca fora si mori
Non mori
Stranizza d’amuri
L’amuri
Trovo bellissimi questi versi, così come questi altri, tratti
dalla stessa canzone:
Nto vadduni da Scammacca
Ogni tantu i carritteri
Ci lasaunu i loru bisogni
E i muscuni c’abbulaunu supra
Jemmu a caccia di lucettuli
A litturina da Ciccumettnea
I saggi ginnici, u Nabuccu,
a scola sta finennu
Descrizioni commoventi di un’infanzia rivista sotto una luce soffusa,
ambrata. Nostalgie di un poeta, capaci di evocare nostalgia in chi le ascolta.
E’ vero (cito Genna): “La Sicilia di Battiato è un'esperienza
del sogno che ha attraversato lo sguardo di un'infanzia sicula e mitologica,
vera, storica, una coincidenza miracolosa che capita all'artista, quando
fa incrociare la storia dell'umanità con la specola di se stesso.”;
ma fino a un certo punto!
La profondità del messaggio, il fatto che scaturisca dalla volontà
di esprimere se stessi e non solo dalla necessità di conquistare
nuove fette di mercato, la sua bellezza intrinseca, non deve indurre a
pensare che sia “più vero” di quello trasmesso dai romanzi-fiction
di Camilleri, che è siciliano quanto Battiato (e quanto altri cinque
milioni e mezzo di persone), ma fa un mestiere diverso e, soprattutto,
vuole raggiungere (per il tramite di Montalbano) fini diversi.
Prendersela, per come la vedo io, può essere forse una naturale
presa di posizione di chi ama la propria terra e non desidera che venga
messa in ridicolo assieme a tutti i suoi abitanti; ma è pur vero
che la rappresentazione sintetica, edulcorata e romanzesca della realtà
(la scimmia di cui parla Genna) non riguarda solo la Sicilia. Per anni
abbiamo trangugiato film western e avventure di Bruce Lee (due esempi a
caso, ché la lista sarebbe lunga), senza chiederci come potessero
sentirsi gli abitanti del Far West a essere descritti come truci sterminatori
di indigeni. O gli abitanti di Hong Kong a essere immaginati come una razza
di esseri litigiosi e perennemente dediti a cavarsi, con le dita, gli occhi
l’un l’altro.
Mal comune, mezzo gaudio; e forse è comunque positivo che la
Sicilia abbia un’immagine sua, un’identità, una dignità (magari
vilipesa): altre regioni d’Italia non sono altrettanto fortunate.
Il compito di chi vende divertimento è attirare il pubblico,
e il pubblico, nelle sue considerazioni, non è sempre sottile come
si desidererebbe.
Piacerebbe anche a me che i siciliani non fossero immediatamente identificati
con i personaggi de Il Padrino (due sequel, se non ricordo male, tutti
di grande successo), o de La Piovra (tantissimi sequel!), o come i ragazzi
dentro (verissimi eppure iconografici anch’essi), di Mary per sempre. Mi
piacerebbe perché, ogni volta che vado più su di Napoli –
e per il solo fatto che cerco di comportarmi secondo l’educazione che i
miei genitori mi hanno impartito - mi sento dire che non sembro siciliano,
come se quella siciliana fosse una razza particolare, una genìa
che adora andare in giro armata a terrorizzare e uccidere, o anche solo
a intessere importanti relazioni votate a chissà quali fini illeciti.
In questo contesto, trovo che Montalbano sia il minore dei mali, probabilmente
il più innocuo dei modelli negativi. In fin dei conti si tratta
di un poliziotto buono che combatte i grandi incubi del giorno d’oggi:
pedofilia, traffico d’organi, politici corrotti, trafficanti di droga,
caronti di extracomunitari. Anche qualche mafioso, ogni tanto.
Ecco, ora che ho messo su carta i motivi del mio turbamento, e ad esso
ho dato sollievo, mi sento meglio.
Continuerò ad ascoltare Battiato e andrò a vedere il
suo film. E continuerò a leggere Camilleri, a guardare le fiction
in TV, divertendomi a riconoscere i posti dove sono state girate le scene
- tutti posti lontanissimi da Vigata-Porto Empedocle -, magari per decidere
di andarci a fare una capatina.
E’ fiction. Solo fiction.
Mauro Mirci
La Vanguardia, 12.5.2003
Opinion (El Runrún)
Por un artículo de Màrius Serra ("Promoción literaria",
8/V/03) nos enteramos de que el Ayuntamiento de Porto Empedocle, en Sicilia,
ha honrado al escritor Andrea Camilleri cambiando el nombre de la ciudad.
Camilleri se inspiró en Porto Empedocle, donde nació, para
crear la ficticia "Vigàta", en la que vive su personaje Montalbano;
y ahora el Consistorio ha bautizado la ciudad Porto Empedocle Vigàta.
¿Es eso la gloria? Los buenos lectores saben que Macondo, donde
transcurre "Cien años de Soledad", es (con todos los matices que
se quiera) Aracataca, ciudad natal de García Márquez, igual
que el barón de Charlus, en "A la búsqueda del tiempo perdido",
es el conde de Montesquieu; pero pocos autores han tenido el honor de que
sus personajes o escenarios crucen, en el sentido inverso, la frontera
que separa la realidad de la ficción. Tan excepcional como el Porto
Empedocle Vigàta es el caso del pueblo francés llamado hoy
Illiers-Combray, nombre compuesto a partir del "Illiers" verdadero y el
"Combray" inventado por Proust; o el de la villa manchega de El Toboso,
donde se puede visitar una casa llamada "de Dulcinea"; o el de Alice Liddell,
que por haber sido en su infancia amiguita de Lewis Carroll, hasta el fin
de sus días fue conocida como "Alicia, la del País de las
Maravillas"... ¿Qué es la gloria? De lejos, parece fácil
contestar esa pregunta. La gloria sería que algún día,
tras la muerte del artista, se escriban libros sobre su vida, o se dé
su nombre a una calle, o se publiquen sus cartas o su casa se convierta
en museo...
Pero eso que se llama aceleración de la historia está
produciendo un efecto curioso: achata el mito. Antes, la biografía
estaba separada de la vida por el tiempo y la distancia, que permitían
estilizar, depurar, idealizar: el biografiado adquiría un aura,
una pátina; parecía predestinado, hecho de otra materia que
la del común de los mortales. Ahora, cuando las biografías
se escriben tan pronto como el biografiado ha muerto, si no antes,
cada vez es más difícil ocultar que fue como qualquiera de
nosotros. Yo traduje la biografía de una escritora que trabajaba
en una revista, hacía régimen para adelgazar y cuidaba las
plantas. Las cartas de muchos artistas, cuando se publican, resulta que
sólo hablan de dinero y cotilleos. En uno de sus sarcásticos
poemas, Philip Larkin se imagina a su futuro biógrafo contándole
a un colega, junto a la máquina de coca-cola de la biblioteca, que
ese tal Larkin era un reprimido, un tarado, sin mayor interés, y
que está escribiendo su biografía porque no le queda más
remedio si quiere un contrato fijo en el departamento... ¿El nombre
de una ciudad, entonces, o de una calle?... Camilleri, con muy buen criterio,
ha sido el primero en señalar que lo de Porto Empedocle Vigàta
es más que nada una maniobra turística: donde parece que
se le honra, en realidad se le usa. Yo paso cada día por una callejuela
feísima, pobretona, compuesta por desangelados edificios de ladrillo,
que se llama María Zambrano. Pobre María Zambrano: ¿para
aeso trabajó toda su vida, se entregó a su obra, soportando
la miseria y el exilio,?... Dice Proust que el escritor empieza a escribir
po la gloria, pero termina haciéndolo por la literatura misma. Más
le vale.
Laura Freixas
La Sicilia, 13.5.2003
Camilleri «si avvale della facoltà di non rispondere»
alle accuse del viceministro Miccichè che lo ha definito «assassino
del centrodestra e nemico di Berlusconi».
«Non ribatto a Miccichè»
Camilleri tace. E Granata difende il commissario Montalbano
Agrigento. Probabilmente non risponderebbe nemmeno se ad interrogarlo
fosse il commissario Montalbano, il celebre personaggio che lui stesso
ha creato. Andrea Camilleri ha insomma scelto di non replicare alle accuse
che gli ha rivolto il viceministro dell'Economia Gianfranco Micciché
(che domenica a Ragusa gli ha dato, tra altre cose, dell'«assassino
del Centrodestra» e del «nemico di Berlusconi»). «A
Gianfranco Miccichè non rispondo» ha detto seccamente Andrea
Camilleri che peraltro non ha mai nascosto le sue inclinazioni politiche
tanto da avere accettato la nomina di consulente per la cultura dal candidato
del Centrosinistra alla presidenza della Provincia di Agrigento, Gigi Birritteri.
Ieri Gianfranco Miccichè, viceministro e coordinatore regionale
di Forza Italia, ha in parte corretto il tiro ma ha ribadito: «Nessuna
polemica con Camilleri, ma non lo conosco e non lo voglio conoscere».
Ieri da Catania anche il leader dell'Udc Marco Follini ha preso le
distanze da Micciché: «Leggo Montalbano e sono amico di Silvio
Berlusconi e tra le due cose non vedo contraddizioni». Da Agrigento
invece, a due passi da Vigata, l'assessore regionale ai Beni culturali
Fabio Granata ha dichiarato: «Ognuno ha i suoi gusti letterari ed
ognuno interpreta il rapporto tra politica e cultura come meglio crede.
Io ritengo però che lo sceneggiato di Montalbano ha oggettivamente
promosso un'area della Sicilia. Vorrei ricordare che a Ragusa le presenze
turistiche sono aumentate del 29 per cento, mentre a Siracusa del 21 per
cento. A Micciché questo dovrebbe fare piacere. E poi i turisti
lì ci vanno non perché c'è solo Montalbano, ma anche
perché c'è la qualità del territorio, ci sono i prodotti
tipici e c'è la Val di Noto ed il suo barocco».
C'è insomma imbarazzo anche tra gli stessi uomini del Centrodestra
perché sul business legato al commissario Montalbano ed ai luoghi
in cui è stata girata la fiction tv si è creata una fiorente
economia: l'Apt ragusana ha inserito la casa utilizzata nelle riprese tv
sul commissario Montalbano in un tour turistico, sono nati bed and breakfast
per accogliere i turisti in cerca degli angoli raccontati nei romanzi di
Camilleri, alla Bit di Milano è stato presentato un video per illustrare
«i luoghi del commissario Montalbano», mentre Modica, retta
peraltro da una giunta di centrodestra, ha conferito la cittadinanza onoraria
all' attore Luca Zingaretti, senza dimenticare che il presidente della
Repubblica Ciampi ha nominato cavaliere l' attore e grande ufficiale Andrea
Camilleri.
Fabio Russello
La Sicilia, 13.5.2003
La polemica. Il deputato vittoriese La Grua non condivide il pensiero
del viceministro Miccichè
«Non ripudiamo i luoghi di Montalbano»
Una cosa è la politica, un'altra è la serie televisiva.
Soprattutto se quest'ultima spinge l'arrivo dei turisti. Il giorno dopo,
le esternazioni del vice ministro per l'Economia Gianfranco Micciché
su Andrea Camilleri e il suo famoso «figlio di penna», il commissario
Salvo Montalbano, rimbombano tra perplessità e disaccordi all'interno
della stessa coalizione di centro destra. Il deputato di An Saverio La
Grua non ha alcuna remora a prendere apertamente le distanze dalle parole
che il leader di Forza Italia ha usato durante la visita a sostegno della
campagna elettorale del sindaco uscente di Ragusa, Domenico Arezzo. «Non
posso non dissociarmi - scrive l'on. La Grua in una nota - dalle valutazioni
di Micciché sull'utilizzo del commissario Montalbano come mezzo
di promozione del nostro territorio». Riconoscendo al vice ministro
il merito del risultato elettorale di due anni fa in Sicilia e la paternità
dei consistenti aiuti finanziari all'isola, il deputato vittoriese distingue
il giudizio politico di Micciché sullo scrittore (ha detto il vice
ministro: "Ho letto uno degli ultimi libri di Camilleri, scrive contro
Berlusconi, ha storpiato i nomi di alcuni ministri ma il riferimento è
chiaro. Si vede che è prezzolato, idealmente e realmente, dai nostri
avversari politici. Per cui - riferito agli amministratori locali della
Casa delle libertà - non fate in modo che la provincia di Ragusa
venga caratterizzata dall'esistenza di fattori promozionali rivolti ad
un nostro grandissimo nemico...") al marketing turistico legato alla scenografia
della serie televisiva ammirata in tutta Europa. «Le valutazioni
politiche - prosegue La Grua - su Andrea Camilleri posso anche condividerle,
ma ciò non può e non deve impedire agli enti locali o a quelli
preposti allo sviluppo turistico della nostra provincia di utilizzare l'immagine
ed i luoghi di Montalbano per richiamare nel nostro territorio tanti turisti
che vogliono vedere nella realtà i palazzi, le chiese, i paesaggi,
le case, il mare che hanno visto in tv nei vari episodi. Sarebbe un errore
se questa popolarità non venisse adeguatamente sfruttata, anche
se questa è frutto della fantasia di uno scrittore del quale non
si condividono le idee politiche ostili agli uomini del centro destra».
Per La Grua anche stavolta il fine giustifica i mezzi. «Con buona
pace di Micciché i ragusani continueranno a menar vanto degli splendidi
luoghi dove è stata filmata la fiction».
Antonio Casa
La Sicilia, 13.5.2003
Elezioni. Il segretario dell'Udc a Catania: «Bossi esagera con
la sua devolution. Voteremo una legge che non danneggi nessuno»
Follini: «Noi, una garanzia per il Sud»
[...]
Senta, onorevole Follini, lei che è uomo di pace, pensa, come
Gianfranco Miccichè, che Andrea Camilleri e il suo commissario Montalbano
tramino (anche loro) contro Berlusconi?
«Leggo Montalbano e sono amico di Silvio Berlusconi. Dico solo
che tra le due cose non vedo contraddizioni».
Andrea Lodato
La Repubblica,
ed. di Palermo, 13.5.2003
IL VILLAGGIO
La polemica di Miccichè contro l´autore di Montalbano
Gianfrancuzzo aiuta il turismo
Lettera di Mariannina Scuffaro, amica oramai dilettissima del direttore
di questo giornale.
Direttore mio, ve lo dissi in passato e ora ve lo ripeto, Gianfrancuzzo
Miccichè non lo voglio toccato, perché lui è bellu
giovine e quando parla spara cantonate. Lo dissi stamattina anche dalla
parrucchiera Santuzza, che ha una bottega sotto casa mia.
E fu lì, mentre stavo sotto il casco per farmi i riccioli -
sì, direttore mio, riccioluta sono, anche se non di natura ma di
permanente - che ci fu il cortiglio generale. Dissero che Gianfrancuzzu
ha mandato la fatuah a Montalbano e a Camilleri, davanti a tutti li condannò,
vestito magari della jellaba, dissero, e senza mezze misure per giunta,
perché comunista e mangipicciriddi. E per questo alla bottega ci
fu mormorio generale, perché nessuno conosce questo Camilleri ma
tutti conoscono il commissario Montalbano.
E tutte quelle galline dicevano: «Io a Montalbano non lo voglio
toccato, ché ammazzasse piuttosto questo Camilleri, chi è
poi, chi lo conosce?». Dicevano. E qualcuna che si dava arie di femmina
di intelletto, invece è 'na sciollera e non voglio dire chi è
perché non voglio fare pettegolezzi - certe cose si dicono solo
a voce e se Lei, direttore mio, vuole saperlo io glielo dico poi in privato;
insomma questa sciollera di femmina disse: «Come chi è? Quello
che ha scritto Montalbano è». E naturalmente alla bottega
ci fu il finimondo - Cettina Sghembari si bruciò persino i capelli
per avere fatto la pazza sotto al casco - perché nessuna e dico
nessuna volle crederci, ché Montalbano dissero tutte è opera
di natura, e che qualcuna di loro l´ha persino conosciuto, a Palermo,
dove il dottor Montalbano in carne e ossa le fece un favore, quale non
disse.
Poi nella confusione a me si rivolsero, che sono giramondo e cosmopolita:
«Voi che ne pensate donna Mariannina?», così mi dissero.
«Che siete tutte cretine», risposi. «Primo perché
non capite che Gianfrancuzzo non si deve toccare, secondo perché
lui lo sa benissimo che Montalbano è un personaggio, persino Gianfrancuzzo
lo è, e persino il cavaliere Berlusconi» - di se stesso, ho
precisato, di se stesso; ché anzi lui si scrive e lui si recita.
Che il mondo è fatto di due mondi dissi, quello che c´è
e quello che si inventa. È quando i due mondi si toccano che avviene
il patatrac.
E per portare esempio, diciamo per proverbio, dissi che qualche giorno
addietro ero andata con mio marito - quello cretino - a Montelepre e mangiai
nella trattoria "Il castello di Giuliano", e mangiai bene, anzi benissimo,
sotto gli occhi del nipote del bandito, in tutte le pose e in tutte le
forme presente, in fotografia gigantesca, in pittura - ora era quello il
bandito assassino che le cronache dicono, o fantasia dell´immaginazione
romantica del nipote? - che poi tanto romantico non doveva essere; - insomma
questo chiesi: il Giuliano pittato era fantasia o realtà? O realtà
diventata fantasia? O al contrario fantasia diventata reale come il dottor
Montalbano della Questura di Palermo che avevano visto in carne e ossa?
«Ma allora il viceministro Miccichè chi voleva condannare?»,
chiesero.
«Nessuno. E che credete che il mio Gianfrancuzzu sia così
stonato come voi? Quello voleva dare impulso al turismo. E poiché
niente come una fatuah condannevole rende famoso un posto, una persona,
chiunque» - persino del dottor Rushdie dovetti parlare a quelle cretine,
che io stesso ho conosciuto con gli occhi miei a Washington, quello che
aveva scritto i Versetti del Profeta al contrario e con tutte le porcherie
dell´epoca. E che per questo è stato maledetto dal capo dei
Mullah del suo paese (Gesuzzu quante cose so). E che da allora tutti fanno
finta di volerlo ammazzare, per finta ripeto, con il vero scopo di fare
vendere qualche libro alla Mondadori.
Per questo ora dico: Gianfrancuzzu, io ti approvo e ti do la mia benedizione,
tu però sempre tosto sei, come da picciriddu. Ti benedico, perché
il turismo quest´anno dicevano che era di malannata, invece con la
tua condanna ora tutti vengono a vedere i luoghi di Montalbano, e senza
che la Regione spenda una lira per fare pubblicità. E se per caso
viene a fare turismo anche il dottor Montalbano di Palermo e il dottor
Zingaretti da Roma vuol dire che si spartono gli autografi.
Silvana La Spina
La Repubblica,
13.5.2003
POLITICA. Il viceministro dell'Economia invita a non affidarsi al creatore
di Montalbano per promuovere l'immagine di Ragusa
Micciché attacca Camilleri: "E' un assassino del Polo"
"Storpia i nomi dei ministri, ce l'ha con noi"
PALERMO - Meglio i pomodori e le zucchine che il commissario Montalbano.
Per esportare l'immagine di Ragusa è meglio affidarsi ai prodotti
ortofrutticoli - vanto e traino dell'economia della zona - che ad Andrea
Camilleri. Parola del viceministro dell'Economia Gianfranco Miccichè,
secondo il quale lo scrittore agrigentino da anni in testa alle classifiche
di vendita dei libri, si trascina dietro una pecca che gli impedisce di
fare da testimonial a questa zona della Sicilia dove è stato girato
lo sceneggiato tv tratto dai suoi gialli: "Scrive contro Berlusconi. In
uno dei suoi ultimi libri ha storpiato i nomi di alcuni ministri ma il
riferimento è chiaro".
Probabilmente il riferimento è all'ultimo giallo, "Il giro di
boa", nel quale il commissario Montalbano rimugina a lungo sul "presidente
del consiglio che se la fissiava avanti e narrè per i carrugi di
Genova", oppure si arrabbia per la legge "Cozzi-Pini" sull'immigrazione.
Il vice di Tremonti, che l'estate scorsa aveva attaccato il regista Luigi
Ronconi, "colpevole" di aver messo in scena a Siracusa una versione delle
"rane" di Aristofane in cui comparivano le caricature di Bossi, Fini e
Berlusconi, ora ha messo nel suo mirino il creatore del commissario Montalbano.
E lo ha fatto nel corso di un incontro elettorale a Ragusa. Il coordinatore
siciliano di Forza Italia ha usato parole pesantissime contro lo scrittore:
"Si vede che è prezzolato, idealmente o realmente, dai nostri avversari
politici. Per cui non fate in modo che la provincia di Ragusa venga caratterizzata
da iniziative promozionali riconducibili ad un nostro grandissimo nemico.
Camilleri è un assassino del centrodestra".
Nella sala dove si svolgeva il comizio elettorale è sceso il
gelo. Il fatto è che proprio in quella zona, un tempo isola rossa
siciliana governata dal Pci e oggi roccaforte forzista, da qualche tempo
si è innescato un feeling tra gli amministratori e lo scrittore.
Il comune di Modica, retto dal centrodestra, ha conferito la cittadinanza
onoraria a Luca Zingaretti (l'attore che ha impersonato il commissario
Montalbano in tv) e la stessa giunta di Ragusa - guidata da un esponente
di Forza Italia - ha inserito la casa utilizzata nelle riprese televisive
in un tour turistico. Come se non bastasse, poi, l'assessore alla Cultura
della Regione, Fabio Granata, di An, ha chiamato proprio Andrea Camilleri
a fare da testimonial della Sicilia all'ultimo salone del libro di Parigi.
La sortita di Miccichè ha quindi messo in imbarazzo lo stesso
centrodestra. Ieri, da Catania - dove era impegnato in un giro elettorale
- il segretario dell'Udc Marco Follini ha tagliato corto: "Leggo Camilleri
e sono amico di Silvio Berlusocni e tra le due cose non vedo contraddizioni".
Anche il viceministro dell'Economia è tornato sull'argomento.
Solo per ripetere che "Camilleri è bravissimo, scriva quello che
vuole, ma per caratterizzare Ragusa c'è di meglio".
L'eco delle parole pronunciate davanti ai forzisti ragusani, però,
arriva fino alle orecchie dello scrittore siciliano che replica così:
"Io sono tradotto in 22 lingue, succede che molti dei lettori abbiano voglia
di vedere i luoghi dove si svolgono i miei romanzi. Questo rappresenta
un piccolo incremento per il turismo in Sicilia, mi pare che per un vice
ministro all'economia tutto questo dovrebbe essere importante". Poi Camilleri
aggiunge: "Non è una questione di Polo o di poli. Io non faccio
distinzioni, i sindaci rappresentano i paesi siciliani e i cittadini da
cui sono stati eletti. Berlusconi? Non direi che tutti ce l'hanno con lui,
Berlusconi va giudicato per quello che fa".
Goffredo De Marchis / Enrico Del Mercato
La Repubblica,
13.5.2003
Bonsai
Il Dott. Melanzana
Che non gli piacciano i pubblici ministeri, lo sapevamo da un pezzo.
Che non ami i giudici, l´abbiamo capito. Ma ora scopriamo che il
Cavaliere non gradisce neanche il commissario Montalbano. Anche se non
ha mai indagato sul caso Imi-Sir, sul lodo Mondadori o sulla vendita della
Sme, il più popolare (e il meno reale) dei poliziotti italiani è
finito nel libro nero di Forza Italia. Apprendiamo dalla cronaca de «La
Sicilia» che il viceministro Gianfranco Miccichè, proconsole
berlusconiano nell´isola, ha spiegato ai compagni di partito che
Andrea Camilleri «scrive contro Berlusconi» ed è «prezzolato
idealmente o realmente dai nostri avversari», insomma «è
un assassino del centro-destra».
Ma cosa si può fare per neutralizzare l´unico commissario
di polizia che non dipenda dal Viminale? L´ordine impartito dal viceministro
è quello di ignorarlo: da ora in poi non va più nominato
tra i simboli della Sicilia. Per promuovere le nostre città, ha
detto Micciché, «utilizziamo carote, peperoni e melanzane».
Forse faranno anche una legge ad hoc, o magari una riforma costituzionale,
per trasferire da Montelusa il commissario comunista. E così, al
prossimo episodio, troveremo il suo successore: «Pronto, Melanzana
sono".
Sebastiano Messina
l'Unità, 13.5.2003
Micciché ordina: "Camilleri è un nemico, l'assassino
del centrodestra"
Altro che Montalbano: "Micciché sono: viceministro e viceré
berlusconiano nelle terre di Sicilia". In preda ad un irrefrenabile delirio
di onnipotenza Gianfranco Micciché sfodera la spada e mena fendenti
ad Andrea Camilleri.
In visita elettorale a Ragusa, il finto professore universitario se
l'è presa col papà del commissario Montalbano. "Camilleri
subitelo - ha detto ai suoi - menatelo a vanto della Sicilia". Il perché
è presto detto. Nell'ultimo suo libro, "Il giro di boa", Camilleri
"scrive contro Berlusconi. Ha storpiato i nomi di alcuni ministri, ma il
riferimento è chiaro". Certo, lo scrittore empedoclino ha
venduto milioni di copie con i suoi libri e nella sua Sicilia è
semplicemente venerato, ma questo non basta, perché Micciché
("uno che ha tanto fiuto e non solo politico", secondo il suo ex nemico
Ciccio Musotto) ha già pronto il suo anatema e non ci sarà
bolla di componenda a sanare la diatriba. Perché "si vede che Camilleri
è prezzolato, idealmente o realmente, dai nostri avversari politici.
Per cui non fate in modo che la provincia di Ragusa venga promossa grazie
a questo personaggio. Camilleri è un nostro grandissimo nemico,
un "assassino del centrodestra". Certo, individuato il cadavere - il centrodestra
- e l'assassino, ci vuole un commissario per arrestarlo. Detto fatto: c'è
Montalbano. Che non sia la trama del prossimo romanzo? Nell'attesa, Micchiché
ordina ai suoi di non caratterizzare più le città e i paesi
del Ragusano con il famoso commissario. "Ci sono i prodotti ortofrutticoli,
le carote, i peperoni, le melanzane". Più ortaggi meno libri. La
folla forzista ha applaudito convinta, ed è tutto vero, non è
la riedizione della gustosa gag dell'onorevole siculo-calabrese Cetto Laqualunque
di Antonio Albanese, quello che alla fine di ogni comizio prometteva "cchiù
pilu pi tutti". E' proprio lui, Gianfrancuccio Micciché. Che in
un colpo solo si è inimicato il famosissimo scrittore siciliano,
i suoi fans e anche molti sindaci di centrodestra della sua Sicilia. Quelli
di Modica, proprio nel ragusano, che hanno conferito con tutti gli onori
la cittadinanza onoraria a Luca Zingaretti, il Montalbano televisivo, e
quelli di Porto Empedocle che hanno chiesto e ottenuto di aggiungere al
nome originario della città anche quello della finzione, Vigata.
Perché Montalbano tira, nelle librerie e in tv, con milioni di libri
venduti e ascolti elevati, e la descrizione di angoli della Sicilia a volte
sconosciuti è di per sé un traino per il turismo. Lo hanno
capito i sindaci, i proprietari di alberghi e ristoranti, non lo ha capito
Micciché. E questa non è una notizia.
Perché il viceministro è ormai totalmente preso dalla
logica amico-nemico, impegnato com'è nel grande regolamento di conti
(politico, s'intende) con il suo avversario in Sicilia: Marcello Dell'Utri.
E quindi un Camilleri che parla di Genova e di G8, di governo e leggi razziste,
del suo Montalbano che medita addirittura di lasciare la polizia non gli
va proprio giù: è un nemico di Berlusconi. E il turismo vada
a farsi benedire.
"Da tempo il viceministro Micciché manifesta evidenti sintomi
di delirio, ma adesso sembra essere entrato nella fase più acuta",
è il duro commento di Antonello Cracolici, segretario dei ds siciliani,
"ora persino Camilleri nei suoi romanzi nasconderebbe una pericolosa trama
comunista e il commissario Montalbano altro non sarebbe se non un agente
al servizio del complotto anti-berlusconiano. Povera Sicilia, in che mani
è finita!".
Che dire? Sull'ex venditore di Publitalia miracolosamente assurto al
ruolo di viceministro, un vecchio signore parlemitano aveva le idee brutalmente
chiare. Si chiama Pino Mandalari, è massone ed è accusato
di essere il commercialista di Totò Riina: "Micciché è
un cretino, è stato voluto da personaggi importanti ma non vale
niente". Giudizi netti, ai quali l'interessato risponde scrollando le spalle.
Lui tira dritto. Come fece un paio d'anni fa quando con un corteo di auto
blu - c'era Totò Cuffaro e altri notabili forzisti siciliani - entrò
nella via Sacra della Valle dei Templi ad Agrigento, i custodi protestarono
e la vicenda finì sui giornali.
Inchiostro sprecato. Spallucce anche per la storia della coca al ministero:
"Martello (il presunto pusher, ndr) non lo conosco", dichiarò ai
giornali, poi si scoprì che lo conosceva e come. Gesti di strafottenza
anche per la faccenda della finta docenza universitaria. Sul sito del ministero
fa scrivere che insegna "Politiche di sviluppo e pianificazione nelle aree
deboli" all'Università di Reggio Calabria, poi si scopre che non
ha neppure una laurea, il rettore smentisce sdegnato e lui niente. Neppure
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