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RASSEGNA STAMPA

AGOSTO 2004

 
Italia Nostra, 7-8.2004
“Marinella, mare di cemento il commissario Montalbano non potrebbe sopravvivere lì”
Viaggio nella Sicilia della memoria con lo scrittore Andrea Camilleri: chi vuole conoscere davvero l’isola deve lasciare la costa e entrare nei paesi dell’interno che come tante ostriche nascondono sempre una perla.

Per questo nostro dossier abbiamo “usato” Andrea Camilleri, il più amato, arguto e generoso scrittore italiano, prossimo a diventare ottantenne, come deposito di memoria sulla Sicilia, la “vecchia signora”, come la chiama lui. Un viaggio fitto di ricordi e di rimpianti per ciò che si è perso ma senza per questo essere espressione “della lagnosità di un vecchio”. 
Camilleri, com’era la Sicilia quando lei era un bambino? 
Stiamo parlando di 75 anni fa; la prima cosa che viene in mente è che 75 anni significano moltissimo per un uomo- tutta una vita-  ma non dovrebbero significare poi così tanto per una città, per un paesaggio. Invece, tirate le somme, mi rendo conto che vogliono dire moltissimo: in questi 75 anni alla Sicilia sono successe cose paragonabili allo storpiare un bambino, fargli cose terribili, condizionarne e mutarne l’esistenza. Lo dico a partire da una esperienza del tutto personale.
Perché? Lei quando ha cominciato a percepire i mutamenti più inquietanti?
Ho ambientato tutti i miei romanzi in questo luogo ideale che è Vigata, paese dalla geometria variabile che rappresenta in realtà tutta la Sicilia. Un paesaggio dunque tutto di memoria, come può capitare a uno come me che è venuto a Roma nel 1949; anche se in Sicilia ci sono sempre tornato e continuo a farlo spessissimo, di alcune trasformazioni mi rendo conto e di altre no. Perciò l’impatto veramente brutto l’ho avuto quando si è trattato di fare i sopraluoghi per girare i Montalbano televisivi. Il commissario abitava in una villetta isolata a Marinella. La produzione mi chiedeva di indicare dei luoghi per le riprese. Ho cominciato a guardare i luoghi con altri occhi e mi sono reso conto che le immagini che avevo dentro di me non combaciavano con quello che vedevo. Marinella è un mare di cemento. Montalbano non sarebbe mai andato ad abitare là.
E la campagna?
Anche quella è tutt’altra cosa ormai. Nella mia zona, Porto Empedocle, ci sono delle strade che partono all’improvviso e arrivano così, senza senso, a ripa di mare. Non sto scherzando. Finiscono sulla spiaggia, o in campagna, in nessun luogo. Opere evidentemente realizzate solo per favorire costruttori, brutte storie di brutti appalti, immagino, perché nessuno ha bisogno di quelle strade. Ho nel cuore la mia campagna, che è stata tagliata a metà da una strada dove passano in doppia fila i tir dell’Italcementi. Una rovina. Così mi è venuta una sorta di schizofrenia. Continuo a scrivere i miei libri ambientandoli in un luogo che non esiste più, tanto che per girare Montalbano i produttori della Rai hanno scelto certe zone della provincia di Ragusa dove ancora sopravvivono paesaggi che ricordo.
L’agricoltura è ancora forte in Sicilia? 
Non credo. Non mi sembra possibile. Il paesaggio agricolo è cambiato. Se la si guarda dall’alto dell’aereo - in Sicilia ci si può andare anche senza bisogno del ponte di Berlusconi - ci si accorge che la terra è fatta a chiazze, si vede un pezzo coltivato e poi niente, il nulla. L’economia agricola non c’è più, ci sono piccoli orti, piccoli fondi. La mia famiglia, i miei nonni, campavano sui tredici ettari di campagna coltivata a mandorle, a grano, a fave… Ora più nulla, gli alberi muoiono perché sono abbandonati, la terra non produce più niente, è attraversata da spaventosi elettrodotti. Per questo mi è tanto caro un regalo che mi ha fatto l’anno scorso Italo Insolera. Era stato chiamato negli anni ‘50 dopo un’alluvione che aveva stravolto il mio paese – già cominciavano i disboscamenti sulla collina che sovrasta il paese e così la prima acquata s’è portata tutto a mare-  il sindaco aveva chiesto a Insolera di fare un piano urbanistico ragionato e Insolera scattò allora moltissime di fotografie. Me ne ha regalate un centinaio: le guardo e dico, ecco, quello è il mio paese.
Quali sono le cose che le mancano di più?
Sono tante. Mi è capitato, sulla strada per Monreale, di dire a mia moglie che veniva in Sicilia la prima volta: chiudi gli occhi e ora, ecco, aprili e guarda verso destra sotto di te. Lì, ricordavo, c’era un mare di aranceti. Lei, povera milanese, mi diceva: e allora? Che devo guardare? Ormai c’erano solo villette, case…La piana degli agrumeti, la Conca d’oro, non c’era più. 
Secondo lei allora la Sicilia quasi non merita più il Grand Tour?
No, per carità, non dico questo. Malgrado tutto il danno che possono fare, non possono rovinare definitivamente la vecchia signora.
Dove consiglia di andare ai viaggiatori in Sicilia?
Se proprio è necessario, chi va nell’isola può cominciare con il solito bagno di folla a Taormina. Ma poi scordatevi la costa e cominciate a entrare dentro, nel paese meno conosciuto che ancora riesce a salvarsi. Certo, ha subito aggressioni anche lì   ma non sono così forti. C’è un paese che si chiama Mussomeli, per esempio, a pochi chilometri da Caltanisetta. La prima volta che ci andai vidi una sorta di roccia con una forma strana. Guardando meglio – ci vedevo pochino allora- mi resi conto che era un castello Chiaramontano innestato perfettamente dentro la rupe; è conservato meravigliosamente. Poi c’è Enna, che è stupenda con la sua Rocca di Cerere, Caltabellotta e tanti paesi che sono come ostriche, dentro hanno tutti la perla. 
Come si deve viaggiare in Sicilia?
Lawrence Durrell fece un tour siciliano con le pintaiote, cioè spostandosi da un paese all’altro con le corriere locali; si faceva spiegare il paesaggio dalla gente che gli sedeva accanto. E’ un modo vero di conoscere le cose. Oggi già il fatto di arrivare in un posto in aereo fa si che il viaggio inizi all’arrivo, non alla partenza e questo certo rende le cose molto diverse. 
Lei come viaggia?
Sono uomo di parte a riguardo. Quando viaggio in aereo sono infinitamente triste. Viaggerei in portantina, a passo uomo, tutti i mezzi moderni li accetto a fatica. Mi piacerebbe spostarmi da un continente all’altro in nave, una cosa che ormai non si fa più. Bisogna avere molto tempo a disposizione, mentre adesso si viaggia a mordi e fuggi, quattro giorni e vedi tutto. Cioè niente. Il tempo che ci voleva una volta per arrivare in America in nave era anche una camera di compensazione, dove anticipavi gli eventi immaginando come sarebbe state le cose all’arrivo. 
Cosa cerca in un viaggio?
Non sono un viaggiatore volontario. Ora non mi muovo quasi più ma prima viaggiavo soprattutto per lavoro. Non mi piace fare il turista, credo che non si capisca nulla di un paese. E si provano delle delusioni perché si parte con un’idea preconcetta. Viaggiare per lavoro invece significa conoscere le persone che vivono in quel posto, come sono, come reagiscono e interagiscono. In una città che non conosco comincio a visitare qualche museo dopo la prima settimana, mai subito. Prima mi perdo, letteralmente, per le strade. Non cerco l’arte, vado sempre cercando l’uomo, mi piace osservare come cammina la gente, come lavora, cosa pensa…
Questo era un aspetto importante del Grand Tour, la ricerca dello spirito di un popolo.
Si, e anche questo si perde. Cioè, si guadagna e si perde insieme, perché in fondo questo nuovo modo di viaggiare produce una prospettiva che semplicemente  non so valutare. 
Gli scrittori nel Settecento andavano in Sicilia cercando i propri riferimenti letterari, mitologici: erano pregiudizi?
Si, in parte si. Cercavano i templi greci, la classicità; basta pensare al viaggio di Goethe, l’occhio al quale poi tutti si uniformavano, tanto è vero che Leonardo Sciascia, nella sua infinita conoscenza dei viaggiatori in Sicilia, prediligeva quei due o tre che erano venuti con occhio diverso dalla omologazione dello sguardo di Goethe, lo sguardo “classico”. Oggi a pensarci accade la stessa cosa: si fanno le visite guidate ai luoghi di Totò Riina, i santuari della mafia, i turisti cercano le lupare e l’uomo con la coppola. 
Quali sono i colori e gli odori di un viaggio in Sicilia? Sono cambiati?
Certo che sono cambiati. La conservazione degli odori era data dal fatto che da Napoli in giù c’era una foresta infestata di briganti, bellissima da attraversare per l’avventura che costituiva; percepivamo gli odori in un certo modo. O i colori. Dieci anni fa mi è capitato di fare uno spettacolo all’aperto ad Agrigento, a Santa Croce, in cima alla zona franata, in completa rovina. Lo spettacolo era tratto da un racconto di Pirandello, Il vitalizio. Il contadino del racconto a un certo punto cita un modo di dire del luogo: “Su si viri Pantelleria veni a diri ca l’acqua è ppi via”, se si vede Pantelleria vuol dire che sta per piovere. Mi venne un dubbio spaventoso su Pirandello perché ero lì, nel luogo in cui il contadino diceva questa cosa, e Pantelleria non era assolutamente possibile vederla. Forse Lampedusa, ma Pantelleria no di certo. Un tizio mi dice: domandiamolo al professore Cumella che ha 95 anni. “Si si – fa lui- fino al 1950 Pantelleria si viriva”-. Le giornate erano così terse, i colori così  nitidi, non invischiati e sporcati dall’industrializzazione, che da Agrigento si vedeva l’isola di Pantelleria. 
E i sapori? Non sono un aspetto fondamentale della Sicilia?
Certo, ma se mi dice la parola “sapore” io ancora stupidamente mi commuovo per un ricordo. Nella nostra campagna c’era un pezzo di terra, la Maisa,dove non veniva su niente. Un giorno tornò dalla tunisia un contadino empedoclino che era stato in quel paese e aveva trasformato intere zone non coltivate in aree fertili e produttive.  Avevo sei, sette anni. Mio zio se lo portò alla Maisa: “Chi ci putemo seminare cca?”- gli chiese. Lui fece un gesto che non mi sarei mai aspettato. Pigliò un pizzico di terra scavandola in profondità con un dito e l’assaggiò, proprio come fa un degustatore di vini. “Cca fave ci potite mettere”- disse. Conosceva la terra dal sapore, cioè conosceva il sapore di quella particolare composizione chimica. Questa sapienza straordinaria, che mi commuove, si perde. Non è detto che lasciare le cose come stanno sia un bene, che non bisogna cambiare niente. Ma la terra va coltivata. 
Altri saperi che si perdono sono quelli artigiani.
L’estate scorsa mentre ero a Porto Empedocle mi è capitato di ricevere una telefonata di un signore che non conoscevo. Ha detto: mio padre, che ha 84 anni, sta fabbricando l’ultimo carretto della sua vita. Vuole venire a vedere? Ho chiamato le figlie e mia moglie e ci siamo precipitati a vedere l’ultimo artigiano nella provincia che intagliava il legno per fare questo elaboratissimo carretto. Mi preoccupavo che non ci fosse una documentazione visiva di quel lavoro, invece per fortuna il figlio aveva filmato tutto, fase per fase. Dentro un magazzino c’erano tre carretti già fatti, meravigliosi. L’anziano artigiano mi ha detto che non li vendeva, erano quelli del suo cuore, che gli erano venuti meglio e li teneva per i figli. Il più grande fa l’impiegato di banca, certo è meno divertente che fare carretti, ma questa era la volontà del padre, per questo aveva lavorato tanto, per farlo studiare. Del resto a chi li vendono questi carretti? Una volta si usavano, soprattutto per trasportare lo zolfo, ma ora neanche lo zolfo si produce più in Sicilia.
E’ un mondo che scompare.
Proprio così. Per questo certe cose sono tanto importanti. Non so quanti conoscono Antonino Uccello, un poeta siciliano cultore delle tradizioni del lavoro. Ha realizzato una specie di casa- museo, dalle parti di Ragusa che ora credo sia chiusa. Aveva comprato una fattoria riempiendola di tutti gli strumenti agricoli dal 600 ai giorni nostri, tutti fatti da artigiani. Era straordinario perché da un oggetto alla successiva evoluzione non riuscivi a capire perché era cambiato e cosa c’era dietro, quanto sapere, quanta cultura contadina. C’è un libro che mi hanno regalato che è una sorta di inventario degli ultimi artigiani italiani scritto da un signore che ha girato il paese e se li è andati a cercare  uno a uno: è un allarme, questo, su quello che potremmo perdere definitivamente. Non dico queste cose per esprimere la lagnosità di un vecchio, dico semplicemente che proprio perché siamo nell’Europa, le nostre tradizioni, la nostra cultura, bisognerebbe rinvigorirle e metterle sul mercato. Dargli una bella spolverata e farle tornare a vivere, non farle intristire nei musei. Dico sempre: sono contentissimo di indossare un abito fatto da un sarto europeo, però sono convinto che mi cade meglio se le mutande e la canottiera sono fatte da un sarto italiano. Gli indumenti intimi devono appartenermi completamente, è una questione di identità.
Nanni Riccobono
 
 

Note a margine.it, 4.8.2004
Gli esordi di Montalbano nell’ultimo libro di Andrea Camilleri
Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano

Ogni volta che esce un nuovo libro di Andrea Camilleri le aspettative sono sempre piuttosto alte, aspettative che l’autore cerca sempre di non deludere.
L’ultimo libro di Andrea Camilleri ha ancora una volta come protagonista il commissario Montalbano, di cui ci viene raccontata una parte di passato.
La forma scelta dall’autore per quest’opera è quella del racconto: il libro è infatti composto da tre racconti lunghi che ci raccontano tre avventure del nostro commissario.
L’indagine centrale, che da il titolo al libro, è la prima a cui lavora Montalbano, per questo contiene elementi nuovi, e sconosciuti al lettore, della vita del protagonista. Come e quando Montalbano è arrivato a Vigata? Com’era da giovane? Chi era allora la sua fidanzata? Tutte domande che trovano una risposta. Il lettore si trova un po’ smarrito davanti ad un ambiente che non conosce e popolato da personaggi a lui non famigliari, ma poi viene condotto verso la scoperta di quello che è il mondo di Montalbano. Particolarmente bella, a mio parere, è la nascita del rapporto di stima e simpatia, che sfocerà poi in amicizia, di Montalbano con Fazio.
Un tratto comune alle tre storie è che in nessuna Montalbano si trova ad indagare su fatti di sangue, ma su vicende che riescono comunque a tenere viva l’attenzione del lettore.
In particolare il primo racconto è incentrato su un tema purtroppo molto attuale di questi tempi: il fanatismo.
Senza però scendere nello specifico degli argomenti trattati, una caratteristica del libro è che, sicuramente, rispetto ai romanzi , i racconti risultano meno incisivi.
Come nei precedenti Un mese con Montalbano, Gli arancini di Montalbano e La paura di Montalbano, la forma narrativa del racconto non permette all’autore di esprimersi al meglio. Per questioni di brevità, l’impressione è quella di una struttura meno approfondita e intrigante, ma leggermente più sbrigativa.
La prima indagine di Montalbano resta comunque un’opera molto godibile e piacevole, che consiglio a chi ancora non conosce Camilleri per avvicinarvisi, e ai suoi affezionati lettori per approfondirne completarne la conoscenza.
Chiara Bertazzoni
 
 

La Sicilia, 5.8.2004
Camilleri. Guardando la Cap Anamur e ricordando il recente episodio, lo scrittore si lascia andare ad una precisa valutazione
«La legge “Bossi-Fini” offende la dignità dell'uomo»

Il «segnale» è il telefono «staccato» ma questo «distacco» va interpretato proprio come una sorta di «avviso acustico» per quanti sono ancora abituati a cercarlo al «fisso», tra la casa romana, quella in Toscana o nella sua abitazione empedoclina.
E' quasi come se lo scrittore Andrea Camilleri, con quel suo telefono dal suono perennemente occupato, volesse avvertire tutti i suoi amici che lui è finalmente tornato ed è presente anche fisicamente nella sua Vigata e non solo attraverso i suoi libri.
Nei giorni scorsi, infatti, si è svolto il «rito» tanto amato e raccontato dallo scrittore, della partenza serale dalla stazione Termini, rigorosamente con il vagone letto, per «scendere» in Sicilia («da quando sui treni è proibito fumare - dice divertito - mi sento una sorta di «clandestino» con la sigaretta in bocca, ma la trasgressione è sempre stato il mio punto forte!») proprio alla maniera dei «grand tour» di fine secolo. Un viaggio interminabile, inconcepibile in pieno Ventunesimo secolo, ma affrontato con tanta serena rassegnazione pensando al risultato finale: l'agognato rientro a casa.
Poi, dopo venti ore, l'arrivo alla «marina», accompagnato dal clamore della gente del posto e l'incessante «processione» dei parenti e degli amici, per portargli i saluti. Un rituale che si ripete puntualmente ogniqualvolta Camilleri mette piede nella sua Vigata, una tradizione consolidata che in lui crea comunque sempre la stessa emozione, tradita solo dalla presenza della solita sigaretta fra le labbra.
E così, ad un anno esatto di distanza dall'ultima volta, Camilleri ha riaperto «l'ufficio», come lo chiama lui: il bar pasticceria sul corso che, ormai da anni, è stato ribattezzato, proprio in suo onore, «Caffè Vigata». Ed anche questo fa parte del rituale siciliano che lega indissolubilmente il padre del commissario Montalbano alla sua terra d'origine, anche se alla base c'è un problema obiettivo: infatti è troppo piccola e scomoda quella casa a due piani, stretta tra il vicolo e il retro del palazzo municipale, per un autore come lui, costretto giornalmente a ricevere moltissime persone, senza contare il devastante impatto che quel via vai di gente ha sulla vita dei suoi più stretti familiari.
Molto meglio «l'ufficio pubblico» aperto ogni giorno dalle 12 in poi, al bar del Corso, dove tra una birra e una chiacchierata con qualche lettore, il Commissario Montalbano mantiene, in maniera personalissima, ma piuttosto efficace, le proprie pubbliche relazioni.
Racconta Andrea Camilleri: «L'altro giorno al Caffè è arrivata la telefonata di un «paesano» che ha aperto un ristorante ad Amburgo, in Germania, e mi ha chiamato per un invito a pranzo da quelle parti. Come se per me fosse una cosa normale pranzare ad Amburgo e magari cenare a Vigata! Poi hanno chiamato dalla televisione tedesca per venire a registrare l'ultima indagine di Montalbano e un'infinità di altre persone».
Il «Commissario» non appena messo piede in paese, non ha resistito alla tentazione di ispezionare subito il porto e di dare un'occhiata a quel cargo sotto sequestro, attraccato da tempo al molo, al centro di tante polemiche e che ha riversato alla «marina» l'ennesimo carico di disperati. Immagini che lo scrittore ha visto in televisione e che si è voluto ora sincerare di presenza.
«Il Commissario Salvo Montalbano - spiega Camilleri - nel modo più assoluto ha sempre evitato di occuparsi di questi fatti. Lui ha questa enorme fortuna perché nel «Giro di boa» che è l'ultima sua indagine in libreria, ha espresso, anche forse con troppa chiarezza, la sua opinione in proposito. Quindi non potrebbe che trovarsi in una posizione estremamente critica nei riguardi di quello che è successo».
-Scusi Andrea, ma critica nei confronti di chi?
«Critica nei confronti di quelli che sono i provvedimenti che vengono presi dall'alto. Se c'è stato un momento, in questi ultimi tempi, nel quale mi è dispiaciuto leggere è stato quando sul «Corriere della Sera» a firma di Gianni Riotta, è stato sottolineato come Porto Empedocle, un tempo ricordata e conosciuta come luogo ideale delle avventure del Commissario Montalbano, oggi si trovi ad essere l'emblema di una sorta di chiusura totale a certi fatti; bene, questo, se permettete, mi dispiace enormemente. Devo affrettarmi a dire che Porto Empedocle, com'è noto a tutti, non ha alcuna responsabilità in tutto quanto è accaduto; la responsabilità non è delle forze dell'ordine, o della Capitaneria di Porto, che non ha fatto altro che obbedire a quelle che sono delle direttive ufficiali. Il vero problema sono le direttive! E' la legge Bossi-Fini che va cambiata perché è una legge a mio avviso che va contro l'uomo».
Dunque, cambiando argomento, Andrea Camilleri ha proprio deciso, fin quando rimarrà a Vigata, di non fare nulla: nessun impegno pubblico, nessuna presentazione e neppure una riga da scrivere che non siano le firme e le dediche sui libri del «Commissario» che in questo particolare periodo vengono paurosamente e minacciosamente accatastati sul ripiano a vetri del bar, in attesa dell'autografo giornaliero.
Per confermare la propria voglia pura e gioiosa di oziare, Camilleri ha fatto sapere di non aver portato dalla capitale neppure il computer e la stampante. L'altro giorno però, l'amico Fofò Gaglio, che era andato a trovarlo, ha confessato di averlo sorpreso mentre era intento a battere i tasti di quella vecchia macchina da scrivere «Olivetti 45» che da una vita si trova, sempre a portata di mano, sul tavolino del «salotto buono» di casa! Un «vizio imperdonabile», quello della scrittura, che Camilleri solo a stento riesce a contenere.
-E allora come riempie tutte queste giornate empedocline lo scrittore più amato dagli italiani? 
«La mattina mi sveglio presto, - risponde Camilleri - faccio una lunga «tampassiata» per casa e poi mi preparo il caffè. Poi tra le undici e mezza e le dodici «apro l'ufficio» per la firma dei libri e per ricevere le persone fino all'ora di pranzo. Dopo una bella pennichella, faccio lunghe giocate a carte, a scopa con i miei due nipotini, uno di dieci e uno di sei anni. Infine qualche lettura». 
Si ferma un attimo, come volesse ricucire le fila di un discorso da bar, semplice, ma impegnativo perché fatto nella sua Vigata, poi riprende, tenendo sempre stretta fra le dita l'immancabile sigaretta.
«Stò leggendo per la terza volta, me lo sono anche portato appresso, uno dei libri più affascinanti che ho letto in questi ultimi anni che è «I detective selvaggi» di uno scrittore messicano scomparso lo scorso anno. L'avete mai letto? Poi la sera la passeggiata sul Corso, fin verso il mare per respirare «l'odore del porto» o verso la montagna, per osservare i colori della «marina» al tramonto, dall'alto. Diciamo che il passeggio sul corso è un'appendice di quella che è stata la mia vita in questo paese, di quella che è stata la mia giovinezza. Quando con i miei amici Beppe Fiorentino e Ciccio Burgio stavamo a passeggiare fino alle ore piccole, ci prefiggevamo lo scopo di accompagnare a casa l'ultimo dei pescatori che rientrava in famiglia, dal porto. Poi potevamo andare a dormire anche noi, felici e contenti. Certe volte, invece, anziché andare a dormire, ci lasciavamo catturare dal profumo del pane fresco che usciva dalla bottega del fornaio e questo faceva si che ci guadagnassimo la nottata!».
Altre volte, nelle sue passeggiate, lo scrittore tenta d'imboccare la strada che porta in collina. Lassù, sulle alture che sovrastano il paese, c'è ancora, infatti, la casa dei nonni; la casa di campagna, oggi quasi in rovina, dove Andrea Camilleri è cresciuto correndo lungo quella che era la «trazzera» (oggi via dello Sport) per arrivare alla cima della collina e riuscire meglio ad ammirare il panorama del paese e del mare sottostante.
«Quella casa, da vicino, non voglio vederla - sbotta Andrea Camilleri . - Perché è come assistere all'agonia di una persona alla quale si vuole troppo bene. Se voi guardaste in questo momento nel mio portafogli non trovereste fotografie dei miei familiari (e neppure quella di San Calogero). Trovereste solo una piccola fotografia di questa casa di campagna. Perché questa casa rurale è la metafora, l'emblema, tutto quello che si vuole, della mia esistenza fino ad un certo punto della mia vita. Quindi questa casa è così carica, è così densa di ricordi, di emozioni, di sensazioni, che vederla abbandonata, vederla deperire di giorno in giorno, per me è un vero dolore fisico. Era la casa dove noi andavamo nella cosiddetta lunga estate che si iniziava a fine maggio e proseguiva per tutto ottobre. E durante la guerra, quando gli aerei bombardavano Agrigento e Porto Empedocle, era il nostro rifugio più sicuro; il luogo dove andavamo a nasconderci».
Passeggiate a parte, quest'anno le vacanze dello scrittore saranno più lunghe del solito perché Camilleri ha promesso di volersi fermare a Vigata fin dopo il Ferragosto, contravvenendo a quella regola che da anni sembrava imposta e che voleva tutta la famiglia riunita il 15 di agosto nella sua casa di Santa Fiora all'ombra del monte Amiata.
«Quest'anno, un po' perché, poco per volta, tutta la mia famiglia si stà raccogliendo in Sicilia e un po' perché non ho più alcuna voglia di affrontare un nuovo viaggio, il Ferragosto quasi certamente lo faremo a Vigata. E voglio oziare; voglio non fare nulla e non prendermi alcun tipo di impegno. Se ci riuscirò, questo per me sarà il regalo di mezza estate che maggiormente desideravo di ricevere!».
 
 

La Sicilia, 5.8.2004
Caffè Castiglione
Quante storie attorno a un gelato
Produceva una bontà apprezzata a tutti i livelli, se ne innamorarono Pirandello, Sciascia e perfino Mussolini

Quel gelato era davvero speciale e aveva un gusto che ancora oggi lo scrittore Andrea Camilleri e molti altri della sua generazione, non sono più riusciti a ritrovare in nessun altro prodotto artigianale. Quello era il gelato che da giovane «il papà del Commissario Montalbano» andava a gustare ai tavolini del Caffè Castiglione, in via Roma, il celebre locale sul corso principale di Porto Empedocle, frequentato nel secolo scorso da intellettuali e artisti del calibro di Luigi Pirandello. Un gelato che perfino gli amici di Leonardo Sciascia facevano a gara per farlo arrivare direttamente nelle campagne di contrada Noce, negli assolati pomeriggi estivi degli anni Sessanta, per una gradita e fresca sorpresa al maestro di Racalmuto.
«Il gelato della Pasticceria Castiglione era un qualcosa di sublime - racconta oggi Andrea Camilleri - un prodotto artigianale sul quale sono state ricamate tante leggende e qualche verità ed io appartengo alla schiera di quei fortunati che hanno potuto godere in passato di queste delizie del palato, soprattutto durante gli afosi pomeriggi estivi, a coronamento di qualche scommessa vinta con gli amici».
«Quel Caffè - Pasticceria - racconta ancora Andrea - era un vero momento culturale; un luogo di grandi incontri, dove spesso si riuniva anche la nostra compagnia dei filodrammatici per studiare le parti da mettere in scena. Oltretutto il locale, sul retro, aveva un'enorme sala da biliardo dove ho trascorso moltissimo tempo della mia gioventù. Il Caffè Castiglione era il gran luogo d'incontro del paese. Poi aveva quei gelati favolosi e quindi arrivava gente un po' da tutta la provincia, ma anche dalla Sicilia per assaggiare queste specialità. Addirittura nel 1924, quando venne in Sicilia Benito Mussolini, subito dopo il delitto di Giacomo Matteotti, e si fermò da queste parti, in visita ad Agrigento, gli fecero assaggiare il famoso gelato empedoclino alle mandorle. Per la cronaca, a Mussolini, giunto particolarmente accaldato al Comune, per cercare di dargli un po' di sollievo, gli offrirono una coppa di gelato di Castiglione. E il Duce se ne innamorò al punto che in seguito pare abbia fatto più volte telefonare alla Capitaneria di Porto affinchè gli si preparasse quel famoso gelato che poi, segretamente, lui avrebbe mandato a ritirare mediante un idrovolante in grado di ammarava nel mare empedoclino per prendere in consegna il prezioso carico e trasferirlo prima a Ostia e poi a Roma, direttamente alla sua residenza di palazzo Venezia».
«A questo proposito - continua lo scrittore - devo anche raccontare una storia molta bella. Come sapete la prima autostrada che venne costruita in Italia fu la Ostia - Roma e mio zio, che era antifascista, mi disse che quell'autostrada venne fatta costruire da Mussolini proprio perché altrimenti i gelati di Castiglione gli arrivavano tutti sciolti da Porto Empedocle…!»
-Ma sarà vera questa storia o è l'ennesima trovata del commissario Montalbano?
«Tutto documentato - risponde lo scrittore, ma senza troppa convinzione. - Poi vi devo raccontare un altro aneddoto della mia gioventù che riguarda il Caffè Castiglione. Per la verità non vorrei svelare troppe cose perché questo è un aneddoto «illegale». Ricordo che ero molto giovane e a quell'epoca era esplosa in Italia la mania dei «Tre moschettieri» che era una trasmissione radiofonica di Nizza e Morbelli collegata alla prima grande raccolta di figurine. Ora, noi facevamo quella raccolta, ma c'erano delle figurine che si trovavano facilmente mentre altre erano davvero una rarità. E una notte io, con il figlio del proprietario del Caffè Castiglione, (locale dove si vendevano proprio quelle figurine) riuscimmo a farci chiudere dentro a conclusione della giornata e riuscimmo in qualche modo, con un lavoro che durò ore e ore, a individuare in trasparenza, il numero che designava ogni figurina in modo da impadronirci di quelle bustine contenenti quelle che ci mancavano. E quell'operazione notturna venne rinfrescata da un imprecisato numero di gelati mangiati a sbafo!».
Altri tempi, quando la vita, politica e culturale, ma anche quella dei pettegolezzi, si svolgeva intorno al tavolini del bar. Poi, negli anni Settanta, il locale chiuse e con lui finì un'epoca. 
«Gelati così - conclude tristemente Camilleri - non ricordo di averne più mangiati da nessun'altra parte!».
Lorenzo Rosso
 
 

Il Venerdì, 6.8.2004
Rettifiche. Lo scrittore smentisce le dicerie
Omicidio Montalbano, Camilleri ha un alibi

Illazioni. Per non dire calunnie. Andrea Camilleri mette a tacere le voci secondo le quali avrebbe pensato di concludere la saga del commissario Montalbano facendo morire il suo eroe. Sbarcando in terra sicula, nella natìa Porto Empedocle, il giallista ha spazzato via ogni possibile dubbio: “Salvo Montalbano morirà con me” ha detto. A questo punto non c’è più solo l’attaccamento al personaggio. C’è anche la scaramanzia.
s.f.
 
 

Il Venerdì, 6.8.2004
La Biblioteca di Repubblica. Le strade del giallo
I dubbi di Camilleri e del suo commissario
Da giovedì 12 agosto in edicola il volume numero 13 dei gialli di “Repubblica”: “Il giro di boa”, che mostra un Montalbano in crisi, deluso dallo Stato e dalla polizia

Massimo Carlotto, uno dei migliori autori di noir in Italia, non ha dubbi: “Andrea Camilleri è il maestro assoluto del giallo nel nostro paese, si deve a lui se gli italiani hanno scoperto il genere”. Il commissario Montalbano tuttavia non piace solo a casa nostra e, anzi, il suo linguaggio tanto caratterizzato, invece di essere un ostacolo è uno dei punti forti della sua popolarità internazionale. “Ho conosciuto alcuni traduttori di Camilleri”, dice Massimo Parlotto, “e l’entusiasmo per l’originalità delle sue invenzioni linguistiche li ha portati a cercare nei loro paesi esempi simili. La parlata di Montalbano è un’idea geniale: una delle caratteristiche del giallo italiano è di raccontare i luoghi, Camilleri ha fatto molto di più ed è riuscito a farli amare al lettore”.
Anche di Salvo Montalbano, della sua integrità, del suo umorismo un po’ sarcastico, ci si innamora. Ci si affeziona alle sue fisse culinarie come ai paesaggi di una Sicilia così lontana dagli stereotipi. Distante dall’iconografia classica e, piuttosto, spaccato sociale che ben rappresenta l’Italia contemporanea e le sue trasformazioni. In questo senso “Il giro di boa” è esemplare, perché racconta di un Montalbano disilluso e in crisi, dopo i fatti del G8 di Genova del luglio 2001 e le violenze della polizia contro i manifestanti. Mentre si chiede se si sente di difendere “quello” Stato si imbatte in un cadavere da tempo alla deriva. È uno scherzo del destino, c’è sotto una brutta storia di immigrazione clandestina, una delle emergenze di “quello” Stato da cui Montalbano si sente tradito. Il suo istinto di poliziotto ha il sopravvento sui dubbi, il commissario si butta nell’indagine nell’unico modo che conosce, con tutto sé stesso, e la sua voglia di capire.
c.n.
 
 

l'Unità, 7.8.2004
Oltre il Noir, il Black

In Italia ormai il termine noir è inflazionato. In pratica, ha preso il posto del “giallo” di mondadoriana memoria, e viene usato in riferimento a qualsiasi tipo di narrativa poliziesca o che abbia al centro un crimine. Così, per dirne una, si persiste nel definire noir i romanzi di Andrea Camilleri che, se avessero bisogno di un’etichettatura, dovrebbero essere considerati polizieschi, sia pure anomali.
[...]
Valerio Evangelisti
 
 

Corriere della sera, 8.8.2004
«Quella scommessa con Sciascia sui due libri segreti di Bufalino»
Elvira Sellerio: Camilleri? Confondeva i film con i delitti veri
«Non tutte le vittime della mafia sono state davvero tali in vita»

Palermo - «Qui in Sicilia le avranno parlato dei silenzi di Sciascia. Per me, Sciascia non era così. Me lo ricordo anzi grande conversatore. E anche quando taceva, i suoi silenzi non erano mai imbarazzanti. In Sicilia non tutto quello che appare è».
Era stato Leonardo Sciascia a definire la casa editrice di Elvira Giorgianni Sellerio e di suo marito Enzo «una farmacia di paese, un posto in cui ci si parla». «Ho conosciuto Sciascia alla fine degli anni Cinquanta - racconta lei -. Stavo leggendo Il dottor Zivago. Gliene parlai infervorata, gli chiesi un parere. Mi rispose che lui non leggeva mai i libri di cui scrivevano i giornali; che prima si lascia posare il turbine, poi si può dare un giudizio».
In un Paese e in una terra dove essere donne è difficile quanto fondare e dirigere un’impresa, la vita di Elvira Sellerio, donna e imprenditore, appare una storia esemplare. Un’orafa che forgia gioielli di carta. Un’incantatrice che trasforma un erudito di campagna in uno scrittore da premio Campiello, che cava best-seller da professori di provincia, che vede il giallista dietro l’autore tv. E forse c’è stato davvero un tempo in cui Elvira Sellerio si è riconosciuta in questo ruolo. Ora non più, confida. Da quattro anni non dà interviste. «Invecchiare pesa. Significa non sapere come andrà a finire. Dove andrà Berlusconi. Se tornerà Leoluca Orlando». Dice cose ingiustificate, ad esempio quando spiega di rimpiangere la bellezza, come se non fosse una delle donne più affascinanti d’Italia, la pelle bruna, la voce lenta, la sigaretta accesa, i capelli più bianchi che grigi, la collana di lapislazzuli, «pietre scelte per via del nome».
La bellezza è stata importante nella sua vita. «Quando lo incontrai, Enzo aveva quarant’anni ed era l’uomo più bello di Palermo. Io portavo un vestito con una grande rosa di stoffa sulla schiena, e lui ne sorrise». Anche ora che non sono più marito e moglie, e guidano due case editrici confinanti ma separate, Enzo ed Elvira ( “Esse” si chiamava all’inizio la loro creatura) si marcano stretto. Si sorridono. Il loro figlio maschio, Antonio, bocconiano, ha già un ruolo in azienda; Olivia, la primogenita, oltre ai libri si interessa di musica jazz e sta per fare un disco. Belli erano i palazzi in cui viveva suo padre, prefetto a Ragusa e ad Agrigento, e dove lei, orfana di madre e prima di sei fratelli, faceva da padrona di casa e prendeva in consegna le suppellettili, compreso il servizio di piatti con lo stemma sabaudo: «E se qualcosa si rompeva, al successore bisognava consegnare i cocci».
Nata il 28 maggio del 1936, a 16 anni esce dal liceo, e mentre studia giurisprudenza comincia a lavorare: impiegata all’Ente per la riforma agraria in Sicilia. «Ero nell’ufficio annullamento delibere. Si cancellavano gli atti che avevano assegnato ai contadini terre che loro non avevano potuto o voluto coltivare. Villaggi mai abitati, terreni destinati a non dare frutto. Era un’angoscia terribile, quel lavoro che cancellava i segni di un possibile riscatto». È un’angoscia parente di quella di oggi, quando restituisce i manoscritti che non pubblicherà. «Ma i pacchi che arrivano li apro tutti io. E li guardo tutti. Li smazzo, li smisto. Raccolgo pareri. Poi li leggo. Quindi li faccio rileggere. Tutti ricevono una risposta. La forma è importante, la forma è sostanza». All’Ente per la riforma agraria si occupava anche di recupero crediti. «I grandi latifondisti non pagarono neanche il 10 per cento di quel che dovevano».
La casa editrice comincia nel 1969, con i 12 milioni della liquidazione. E con l’aiuto di Sciascia, che da quando si trasferisce a Palermo passa in casa editrice quasi ogni giorno; se non lo fa, si comunica attraverso biglietti affidati a un autista, perché il maestro di Racalmuto («maestro di scuola elementare, diceva lui») non risponde al telefono. «Ci siamo dati del lei sin quasi alla fine». Un giorno l’autista consegnò un pamphlet da centomila copie, su quell’affare Moro che divise Sciascia dal Pci, da Berlinguer e da Guttuso. «Un altro giorno mostro a Leonardo, a Vincenzo Consolo e a Enzo Siciliano un libro di fotografie, antiche crude immagini che un padrone aveva scattato ai suoi sottoposti, raccolte da un signore di sessant’anni, Gesualdo Bufalino. Dico: scommettiamo che questo signore ha un libro nel cassetto? I miei illustri ospiti non ci credono. Telefono a Bufalino, con loro attaccati alla cornetta. I libri nel cassetto sono due. Uno, spiega lui, è destinato all’oblio. L’altro era Diceria dell’untore».
La casa di Elvira Sellerio è di fronte alla casa editrice. Custodisce tra l’altro una grande collezione di dipinti su vetro, «raccolta da Enzo quando costavano pochissimo». Dev’essere andata così anche con Antonio Tabucchi e Andrea Camilleri. «Tabucchi me lo segnalò Paolo Mauri. Camilleri era un vecchio amico. Un tipo speciale: magari arrivava trafelato a raccontare che in un bar di Porto Empedocle aveva assistito a quello che gli era parso un film di quarta categoria, con la salsa di pomodoro al posto del sangue, e aveva appena visto una strage di mafia». La bellezza che accompagna Elvira Sellerio lascia traccia nei suoi libri, nelle illustrazioni, nella grafica, nei titoli, nella carta. «È un lavoro che richiede umiltà e molto orgoglio. Pubblicare un libro inutile è una cosa tristissima. Scegliere se stampare o meno un’opera letteraria è una grave responsabilità».
Per questo la Sellerio parla con rispetto degli uomini che l’hanno aiutata, Nino Buttitta, Salvatore Nigro, Nino Sorgi, «un amico meraviglioso e un grande avvocato. Vorrei stampare le sue carte di un processo celebre, quello ai frati di Mazzarino. Quando Tabucchi scrisse di un medico che gli aveva ammazzato il padre, e quello lo denunciò, l’avvocato Sorgi lo fece assolvere. Poi l’ha riscritto in un libro per un altro editore, e quello fece un’altra denuncia. Tabucchi rivoleva Sorgi, ma non fu possibile. La causa finì diversamente».
La bellezza le ha tenuto compagnia anche in luoghi dov’è considerata remota. «Il consiglio d’amministrazione della Rai fu un’esperienza bellissima. Era la Rai dei professori: Dematté, Feliciano Benvenuti, Gregory, Paolo Murialdi storico del giornalismo italiano. L’unica non professore ero io». La tv le è apparsa una magia moderna, una fiaba tecnologica, qualcosa per cui valeva la pena vincere la sua paura di volare, la sua allergia al viaggio. «Tanto i siciliani dalla Sicilia non se ne vanno mai veramente». E siccome una vera signora non dice mai vere bugie, «è inutile lamentarsi del fatto che la Rai dipende dalla politica. È sempre stato così. E la famigerata lottizzazione è stata anche un modo di garantire un minimo di pluralismo. Certo, c’è politica e politica. Quando sono stata in Rai al governo c’era Ciampi, e Raitre era ancora quella di Guglielmi. Poi arrivò Berlusconi. Quando Giuliano Ferrara, che pure è un mio amico, ci attaccò, fui la prima a dire: andiamocene a casa, la nostra stagione è finita».
Berlusconi non le piace ma si capisce che non le è così antipatico. «Da imprenditore ha grandi qualità. Mi chiedo solo come faccia a prendersi così sul serio, e come facciano quelli che lo circondano. I paragoni con Napoleone, la villa sarda trasformata nella casa di Goldfinger… Sono cose che alla lunga si pagano». Si capisce pure che il mondo di Elvira Sellerio ha un’impronta di sinistra, una sinistra particolare, che coltiva il dialogo, le garanzie, la memoria. Memoria si intitola una collana, e un libro, l’autodifesa di Sofri. «Adriano era un mito per i ragazzi che lavoravano in casa editrice. Io però non lo conoscevo». Sofri l’ha corteggiata come si fa con una signora par suo, «la prima volta mi portò una pianta che ho tuttora, a Mondello, e fiorisce due volte l’anno; la seconda, un mazzo di fiori talmente grande che non avevo un vaso dove metterlo». Una sinistra che coltiva la denuncia, che inventa con Vittorio Nisticò (anch’egli nel catalogo Sellerio) un quotidiano - L’Ora - dove si formano generazioni di giornalisti, ma che coltiva talora pure il silenzio. «Non amo parlare di mafia. La mafia vista da lontano appare diversa da quella che è. Non dimentico che Sciascia, il primo grande scrittore a scrivere di mafia, a rompere l’omertà della letteratura, è morto sotto il peso di critiche per cose che non aveva mai detto, come quella dei professionisti dell’antimafia». Professionisti che magari esistono davvero, «perché non tutte le vittime sono state davvero tali in vita», il ricatto non è sempre da una parte sola, e in Sicilia non tutto quello che appare è. Sarebbe già tanto vedere come andrà a finire.
Aldo Cazzullo
 
 

Il Messaggero, 8.8.2004
Approdo alla lettura
Alle ore 21, Salotto letterario: Paolo Perelli legge "La prima indagine di Montalbano" di Andrea Camilleri, edito da Mondadori.
Pontile di Ostia, piazza dei Ravennati, tel 06.68808897.
 
 

Radio 24, 10.8.2004
Urban
Le città del giallo

Milano, Bologna, Napoli e Firenze. Sono le città in cui si svolgono le indagini dell'ispettore Ferraro, dell'ispettore Coliandro, del commissario Bordelli e di Elide la giovane impiegata dei Beni Culturali nata dalla penna di Antonella Cilento. Come si muovono questi personaggi nelle strade e nei quartieri delle loro città? Ne parliamo con gli autori: Gianni Biondillo, Carlo Lucarelli, Marco Vichi e Antonella Cilento. Interverrà inoltre il Presidente del Camilleri Fans Club.
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La Sicilia, 10.8.2004
Cerimonia a Serradifalco
Oggi la cittadinanza emerita conferita a Camilleri e Speziale

Serradifalco s'è preparata come meglio non poteva per conferire quest'oggi la cittadinanza emerita allo scrittore Andrea Camilleri e al biologo Pietro Speziale. Si tratta di altrettanti riconoscimenti nei confronti di personalità che, ognuna nel proprio campo, hanno contribuito a portare in alto il nome del paese. E se Andrea Camilleri, citando Serradifalco in alcuni suoi romanzi, ha permesso di far apprezzare il paese al suo grande pubblico di lettori, invece Pietro Speziale, attraverso la sua infaticabile attività di biologo presso l'Università di Pavia, ha contribuito a farlo conoscere anche in ambito scientifico.
Particolarmente ricco ed articolato il cerimoniale di quest'oggi, per un evento che si aprirà nel pomeriggio (17,30) con l'inaugurazione della mostra di pittura dell'artista nisseno Oscar Carnicelli presso la sala «Don Luigi Sturzo». La mostra, interamente dedicata alla Sicilia e ai nudi, è stata curata dallo studioso di arte Gino Cannici. Alle 19 verranno premiati Andrea Camilleri e Pietro Speziale. La cerimonia verrà introdotta dal vice sindaco Giovanni Costa che poi leggerà un brano tratto dal romanzo di Andrea Camilleri nel quale lo scrittore parla di Serradifalco. La prolusione sarà invece opera del critico e studioso palermitano Aldo Gerbino. I poeti dell'«Associazione Culturale Guastaferro» leggeranno le opere di alcuni poeti siciliani. In particolare, Lino Amico leggerà Jacopo da Lentini, Ugo Entità il nobel Salvatore Quasimodo, Anna Marchese Ignazio Buttitta e Antonella La Monica Federico II e Mario Farinella. Concluderà la serata il sindaco Bernardo Alaimo con la consegna della cittadinanza emerita.
C. L.
 
 

La Padania, 10.8.2004
Consigli (e sconsigli) per letture d’estate

Un libro come miglior compagno di viaggio ma anche per viaggiare pur restando a casa. Per chi parte o per chi resta non c'è che l’imbarazzo della scelta fra le tante proposte editoriali dell’estate, dai titoli più leggeri ai più impegnati senza dimenticare i classici che da tempo ci si riprometteva di leggere.
[…]
Sotto l’ombrellone o nel relax della montagna sarà presente anche il parzialmente deludente “La prima indagine di Montalbano” (Mondadori) di Camilleri.
[…]
 
 

La Sicilia, 11.8.2004
Bagno di folla per lo scrittore empedoclino ieri pomeriggio a Serradifalco
Camilleri ritrova la cantina in cui si rifugiò 60 anni fa

Serradifalco. Un evento di grande spessore culturale, ma anche un ritorno gradito in quel paese che, più di mezzo secolo fa, lo accolse nell'allora insolita veste di sfollato. Ieri pomeriggio Andrea Camilleri, assieme a Pietro Speziale, ha ricevuto la cittadinanza emerita di quella Serradifalco che egli ha descritto nei suoi romanzi attraverso nomi, cognomi, vie e volti di un paese nel cuore della Sicilia che non poteva non rimanere nel cuore di un siciliano doc come lui. Prima di ricevere l'ambito riconoscimento, tuttavia, il «padre» del commissario Montalbano, assieme al sindaco, l'on. Bernardo Alaimo, e al vice sindaco Giovanni Costa, ha voluto tornare nei luoghi della sua memoria, in quella villa tra contrada Altarello e contrada Cusatino nella quale trovò rifugio dai bombardamenti mezzo secolo fa. Come nei suoi romanzi, un suggestivo gioco di rapidi flash back ha caratterizzato l'incontro tra lo scrittore e i luoghi in cui ha vissuto da sfollato. Ad accogliere la piccola delegazione è stato il padrone di casa, l'on. Michele Ricotta.
Nel volto di Andrea Camilleri s'è subito disegnato un tratto d'emozione: «Incredibile, è quasi tutto come cinquant'anni fa», ha commentato con un filo di voce lo scrittore empedoclino che, subito dopo, ha avuto l'incontro forse più bello ed inatteso con il suo passato, quello con la signorina Filomena, che era la governante di casa Piazza e, ai tempi, viveva anche lei in quella villa nei cui sotterranei il giovanissimo scrittore trovò rifugio dai bombardamenti. Di Camilleri l'anziana donna ricorda ancora: «Scriveva sempre e mi diceva che un giorno sarebbe diventato un grande scrittore».
Il dolce paesaggio collinare della Serradifalco di allora hanno potuto rivivere assieme all'emozione di ritrovare in cantina l'angolo nel quale dormiva con i familiari. Poi lo scrittore s'è concesso al bagno di folla che lo ha atteso nella nuova sede del palazzo comunale. L'inaugurazione della mostra di Oscar Carnicelli, ma anche la lettura di brani di autori siciliani da parte dei poeti dell'«Associazione Culturale Guastaferro» (Antonella La Monica, Ugo Entità, Lino Amico e Anna Marchese), assieme alla prolusione di Aldo Gerbino, hanno caratterizzato un pomeriggio speciale: «Serradifalco ha dimostrato di essere Città di cultura in grado di trovare in questi eventi la sua dimensione più autentica», ha sottolineato il sindaco Bernardo Alaimo, che ha consegnato la cittadinanza emerita ad Andrea Camilleri ("regista, sceneggiatore, scrittore di alto spessore culturale, ha posto la Sicilia al centro della sua attività letteraria; un grande siciliano che s'è imposto nel panorama letterario italiano") e al biologo Pietro Speziale ("biologo che attraverso la sua attività di ricerca scientifica ha dato un notevole contributo al progresso scientifico portando alto il nome di Serradifalco").
Carmelo Locurto
 
 

La Sicilia, 11.8.2004
«Le decorazioni sono ancora eleganti»
Andrea Camilleri intende recuperare il cineteatro Empedocle chiuso da anni

Porto Empedocle. A momenti era necessario l'intervento del commissario Montalbano. Chissà cosa avrà pensato Andrea Camilleri quando alcuni giorni fa non è riuscito a entrare nella parte bassa del cineteatro «Empedocle» chiuso al pubblico da oltre vent'anni.
Su iniziativa del comune, lo scrittore vigatese è stato sollecitato a intestarsi una sorta di operazione di salvataggio dell'imponente struttura teatrale, utilizzata dai lavoratori socialmente utili quale deposito di scope, un furgone e quant'altro. E proprio qualcuno di questi «ferri del mestiere» ha ostruito l'accesso all'impianto, costringendo Camilleri e l'assessore alla Cultura, Emilio Borsellino a entrarvi dal piano superiore.
Non c'è stato dunque bisogno del commissario Montalbano per stabilire a cosa fosse dovuto il divieto di accesso all'anziano ma pimpante scrittore in vacanza nella sua Vigata. Una volta messo piede all'interno dell'«Empedocle», Camilleri ha avuto un moto di meraviglia per come la struttura ha resistito ad anni di incuria e indifferenza.
Dall'alto ha ammirato l'ampiezza del palcoscenico e l'eleganza delle decorazioni, ma non ha avuto la possibilità di scendere in platea per toccare con mano i seggiolini e tutte le altre infrastrutture.
Camilleri si è ripromesso di interessarsi per innescare l'opera di recupero del cineteatro. La posta che pare possa essere almeno percorribile è quella che porta al coinvolgimento della Regione Sicilia verso un finanziamento.
Una volta racimolati i soldi necessari a riportare a nuova vita la struttura, l'«Empedocle» riaperto potrebbe essere inserito in un circuito teatrale che comprende tra gli altri il «gioiello» di Racalmuto, quel «Regina Margherita» del quale Andrea Camilleri è direttore artistico da alcuni anni. Al momento tutto ciò rappresenta un progetto ancora lontano dal potersi considerare fattibile, ma che almeno consente di guardare al futuro con un certo ottimismo. Pare dunque aprirsi qualche spiraglio sul controverso destino del simbolo della cultura empedoclina targata anni sessanta e che potrebbe rinascere grazie all'impegno del fenomeno letterario del momento. Nella speranza che non rimanga fuori un'altra volta per colpa di una scopa beffarda posta dietro una delle porte d'ingresso.
F.D.M.
 
 

La Repubblica, 11.8.2004
Montalbano commissario e gentiluomo
"Il giro di boa" di Andrea Camilleri
Domani insieme al giornale il romanzo con il popolare personaggio siciliano

Una quindicina di anni fa ho comprato una casa in Sicilia, sul mare, senza sapere che sarei diventato quasi vicino del commissario Montalbano, il siciliano più popolare dal tempo di Turiddu, com´era sempre chiamato nell´isola il bandito Giuliano. Questa popolarità lo ha fatto diventare un personaggio simile al Maigret di Simenon o a Miss Marple di Agatha Christie, che oramai vive di vita propria: unico caso del genere nelle lettere italiane, al di là del bene e del male che si possono dire di lui. Si ha veramente l´impressione di poterlo incontrare per strada o in trattoria e quando passo dalla parte di Marinella, vicino Licata [Sic!, NdCFC] cioè Porto Empedocle, la spiaggia dove abita ormai ricoperta di casamenti da vent´anni, cerco uno spazio che non trovo verso la spiaggia dove potrebbe passeggiare. Una volta ho chiesto ad Andrea Camilleri come potesse conciliare la lunghezza e la durata di queste passeggiate con il proverbio siciliano che dice: «Fottere in piedi e camminare na rina porta l´uomo alla rovina». Lui ridendo mi rispose che tra i continentali ero l´unico a conoscere questo proverbio.
Ogni tanto qualche critico ancora attardato nei giudizi letterari rimprovera a Camilleri la ripetitività di gesti e azioni del personaggio. Ma lo scrittore non solo da tempo non è più in grado di fare qualsiasi modifica, ma deve stare attento a costruire i suoi romanzi montalbaneschi - come anche Il giro di boa diffuso domani con Repubblica - proprio attraverso la ripetitività e la immediata riconoscibilità, altrimenti gli affezionati lettori, come dice, diventati veri proprietari del personaggio e custodi della sua integrità farebbero un chiasso d´inferno. Credo che Andrea, nel montare pezzo per pezzo le storie di Saro [Sic!, NdCFC] Montalbano avesse inizialmente un´unica preoccupazione: quella di non farne un pupo siciliano ma qualcosa di letterariamente valido, mettendo a contrasto elementi diversi e facendolo correre su binari che a un certo punto deragliavano, come si conviene nelle storie di qualità. Poi le rotaie venivano aggiustate, Saro [Sic!, NdCFC] riprendeva la corsa con una sua propria umanità accresciuta e via raccontando. Invece, a un certo punto la marea delle vendite dei suoi libri si è alzata così tanto da provocare un´ondata gigantesca che ha spazzato ogni buono o cattivo proposito.
Come spesso succede, Camilleri aveva cominciato a pensare a una serie di romanzi legati a un solo protagonista, mentre stava scrivendo un altro libro, Il birraio di Preston, una delle sue opere più riuscite. All´inizio erano soltanto delle immagini vaghe che ronzavano intorno alla sua testa senza precisarsi. Naturalmente conosceva a memoria il grandissimo “Quer pasticciaccio brutto” di Gadda e aveva visto anche il film di Germi, dove l´ispettore Ingravallo veniva interpretato magnificamente dallo stesso regista. Quando è venuto il momento di definire con esattezza, non è caduto nella trappola della fisiognomica: tutte le descrizioni del commissario, ve ne sarete accorti, attengono molto più al carattere che non ai lineamenti. Temperamento brusco, lettore di Gesualdo Bufalino, ha una fidanzata «moderna» a Genova che ogni tanto lo viene a trovare, con l´aria sempre sorpresa da quello che vede. Ma nello stesso tempo la sua più grande amica è una bonona svedese, mito italianissimo degli anni ‘50, sublimata in un celeberrimo film da Fellini, con la quale va a letto a fare non si sa bene cosa. Ha pochissimi amici tra i quali un giornalista di una televisione locale orientata a sinistra e si suppone che lui stesso abbia una salda anima democratica che nasconda per eccesso di pudore. Ho sempre avuto l´impressione comunque che i modelli di Montalbano non siamo mai stati reali o letterari ma cinematografici. Per esempio quei gentiluomini dei film hollywoodiani dotati di sensibilità sotto la dura scorza del mestiere.
Stefano Malatesta
 
 

La Sicilia, 12.8.2004
E dopo 60 anni Camilleri ritrovò l'amica Filomena
Commovente incontro a Serradifalco per il «papà» del commissario Montalbano

Serradifalco. Una nuova scommessa dell'amministrazione Alaimo sul fronte culturale, ma anche un evento in grado di creare un binomio rilevante tra scienza e arte. All'indomani della cerimonia con la quale il Comune di Serradifalco ha conferito la cittadinanza emerita allo scrittore Andrea Camilleri e al biologo Pietro Speziale, in paese non si respira solo l'aria tipica del giorno dopo il grande evento, ma si comincia ad intravedere netta la consapevolezza che Serradifalco sta imboccando la strada giusta sul fronte della promozione culturale.
[…]
Emblematico, poi, il fatto che, da un lato, nel suo intervento conclusivo, il sindaco Bernardo Alaimo, rivolgendosi ad Andrea Camilleri gli abbia chiesto per il futuro un impegno come cittadino emerito di Serradifalco, con una sua maggiore presenza e collaborazione e, dall'altro, come il padre del commissario Montalbano abbia dato la sua piena disponibilità. «Serradifalco è un pezzo del mio cuore; oggi mi avete regalato emozioni veramente incredibili; non pensavo di poter ritrovare pezzi tanto importanti della mia memoria in questi luoghi, grazie», ha sottolineato un Andrea Camilleri che, nel corso del suo pomeriggio serradifalchese, ha avuto modo di fare quattro chiacchiere con un pezzo, ai più sconosciuto, del suo passato.
L'incontro con la signorina Filomena nella villa di campagna che lo ha ospitato più di 60 anni fa è stato suggestivo nella sua semplicità: l'ancora arzilla ex governante di casa Piazza ha accolto il noto scrittore empedoclino con la stessa umile disponibilità di allora. Un paio di foto sbiadite che teneva gelosamente tra le mani hanno permesso ad Andrea Camilleri di riconoscere alcuni protagonisti dell'epoca, facendogli rivivere sensazioni tanto lontane nel tempo quanto vicine nella sua mente e nel suo cuore.
L'on. Michele Ricotta, da padrone di casa che si rispetti, ha avuto l'onore di guidare Andrea Camilleri lungo questo singolare percorso a ritroso nel tempo: ogni angolo di quella villa nascondeva un prezioso ricordo, attimi di vita vissuta, momenti irripetibili: la cantina, le dolci colline serradifalchesi, e poi ancora la piana della Gazzana sotto la quale si stende il Vallone con le sagome di Montedoro, Sutera e Mussomeli in lontananza, tutto era come allora. Un sussulto ha colto l'autore passando dinanzi a quello che ormai rimane dell'ex casa del fascio. Più tardi Andrea Cammilleri ha confessato che lui, giovane sfollato di guerra, passando dinanzi a quel palazzo semidistrutto dai tedeschi, intravide alcuni libri che portò con sè.
La via Crispi, ma anche i ricordi della Serradifalco di allora si sono materializzati in una serata nella quale il fascino dell'evento s'è integrato con le suggestioni della memoria. La lettura di alcuni brani dei romanzi nei quali Camilleri parla di Serradifalco da parte del vice sindaco Giovanni Costa, ma anche la mostra del maestro Oscar Carnicelli inaugurata dal procuratore Caterina Chinnici, hanno rappresentato il completamento della serata.
[…]
Carmelo Locurto
 
 

Adnkronos, 12.8.2004
Cultura
Grandi autori commentano Palio di Siena in un libro

Firenze - E' stato presentato oggi a Palazzo Squarcialupi di Siena ''Visioni di Palio'', libro e video editi dalla Protagon, che raccolgono le impressioni sulla citta' e sul Palio di diciassette tra i piu' autorevoli scrittori italiani. Andrea Camilleri, Enzo Siciliano, Enrico Ghezzi, Carlo Lucarelli, Barbara Alberti, Simona Vinci, Melania Mazzucco, Giosue' Calaciura, Erri De Luca, Marcello Fois, Chiara Gamberale, Alessandro Golinelli, Marco Lodoli, Aurelio Picca, Tiziano Scarpa, Predrag Matvejevic e Senio Sensi, hanno scritto e commentato in video le immagini girate dalla troupe di Anton Giulio Onofri che del video ha firmato la regia. Cinquantacinque minuti di emozioni per raccontare in diciassette monologhi gli aspetti meno noti, forse piu' privati e per questo anche piu' suggestivi di una festa che non si esaurisce nei canonici quattro giorni del Palio ma dura tutto l'anno.
 
 

La Sicilia, 15.8.2004
Io e la Sicilia
Italiano sono. O quasi
Camilleri. “Non mi va la voga sicilianista. In fondo cos’è la mia Vigàta? Una astrazione. Nemmeno nella Chicago del proibizionismo ci poteva essere una tale quantità di morti ammazzati come a Vigàta. Che è una metafora dei nostri luoghi, ma anche dell’Italia e della vita di oggi. Le cui radici riconducono agli anni successivi all’unità d’Italia, la stagione dei miei romanzi storici”

Camilleri, la sua esperienza di “siciliano di mare aperto”la distanzia da Sciascia che non vedeva che la Sicilia. Lei invece ha cercato di superare questo giogo presagendo un orizzonte sempre più vasto. A volte sembra che le dia addirittura fastidio essere chiamato siciliano. Ha sempre detto infatti di essere un italiano nato in Sicilia.
Esattamente. Questa è la prima risposta. In secondo luogo agisce in me una forza che mi spinge a uscire spesso e volentieri da una certa retorica che riguarda la problematica dei siciliani.
Parla di sicilianismo?
Sì. E non mi va. In fondo cosè la mia Vigàta? Un’astrazione. Nemmeno nella Chicago del proibizionismo ci poteva essere una tale quantità di morti ammazzati come a Vigàta. Che è una metafora dei nostri luoghi, ma anche dell’Italia e della vita di oggi.
Dovrebbe dunque sentirsi più confrère di Vittorini, che scrisse della Sicilia ma avrebbe potuto riferirsi alla Persia o al Venezuela.
Sicuramente è così. Ricordo che da direttore artistico di un’Estate catanese misi in cartellone lsue “Città del mondo” che però non potei fare per motivi logistici di messa in scena optando per “Don Giovanni in Sicilia”.
Tra “Il Gattopardo”, “Le città del mondo” e “I vecchi e i giovani” quale libro pensa che rappresenti meglio la Sicilia?
“I vecchi e i giovani”. È il romanzo che ha avuto per me un passaggio importante. L’ho realizzato in sei puntate alla radio e l’ho rifatto di pianta rendendomi conto del significato estremo che riveste per i siciliani. “I vecchi e i giovani” ha la capacità di rappresentare la Sicilia con una sorta di ferocia della memoria. Invece “Le città del mondo” rimandano una memoria utopistica e “Il Gattopardo” una visione metastorica.
Lei in qualche modo ha dovuto rispondere a interrogativi circa il suo impegno civile. È un problema che sentiva anche Bufalino che scrisse “Tommaso e il fotografo cieco” per dire qualcosa anche sulla mafia. Ci sono tre suoi libri, “La concessione del telefono”, “La scomparsa di Patò” e “Il birrario di Preston” che lei ha definito romanzi civili. In che senso civili?
Le spiego. Venuto fuori “Il re di Girgenti”, che è un romanzo storico, io posso definire attraverso ciò che non è “Il re di Girgenti” ciò che sono i libri che ha citato, cioè il portato di un certo impegno civile, anche se questo impegno non è espresso nei modi di un Sartre – e me ne guarderei bene. Però sono delle storie da dove si possono ricavare (pensi per esempio a “La mossa del cavallo”) considerazioni sulla struttura politica e sociale del nostro Paese. Veda, quando parlo di romanzi storici e civili parlo dell’epoca nostra. Parlo di quelle che sono le radici delle attuali condizioni. Sono romanzi ambientati tutti dopo l’unità d’Italia, al principio cioè di tutti gli errori che ci portiamo appresso oggi.
Lei torna sempre a quella stagione e dice che tutti i mali nascono da lì. Ma ha affermato in un libro che la Sicilia deve molto all’unità d’Italia.
Entrando a far parte dell’Italia, la Sicilia si promuove da regione di scambio a dignità di regione di una nazione, che è tanto. Il prezzo che però paga materialmente è altissimo. È assai più alto di quello dei lomardi per esempio. Nel momento in cui si va alla scelta tra annessione e federazione il novanta per cento dei siciliani dice annessione. È questa la grande aspirazione, un’aspirazione che ci nobilita.
Eppure, secondo una consolidata acquisizione storica, ma anche letteraria, la Sicilia non è in debito ma in credito nei confronti dell’Italia.
Economicamente sì. Mentre moralmente dobbiamo molrto all’Italia: l’Italia deve molto a noi dal punto di vista economico. Questa è la contraddizione che si crea al momento dell’unità. Noi non possiamo ringraziare l’Italia solo a motivo di come socialmente ed economicamente si sono poi messe le cose.
Ma anche la letteratura secondo lei ci ha guadagnato.
Lo dico per paradosso. Verga, Capuana, De Roberto perché nascono dopo l’unità? Perché è in quel momento che si sentono siciliani e pongono dunque la questione meridionale.
Lei frequenta dunque quella stagione per reiterare la questione meridionale?
Più che altro perché trovo fatti sconosciuti che mi illuminano su certe situazioni arrivate fino a noi.
Insomma se, come diceva Sciascia, contano i primi dieci anni di vita di una persona, anche per un Paese contano i primi passi.
Esattamente. Ti rompi una gamba o ti ammali a dieci anni e ne risenti per tutta la vita. Così è per una nazione. La questione meridionale si pone non con i Borboni ma con l’unità d’Italia.
Pirandello diceva che i siciliani sono nati tristi e che nutrono un sentimento tragico della vita. È la stessa visione di Unamuno, il quale è con Pirandello un padre nobile di Sciascia. Lei invece sembra alimentare un sentimento ironico della vita. Un motivo che la distingue da entrambi.
Da Pirandello assai più che da Sciascia. Le situazioni di ironia in Pirandello sono mascherate molto di più. Pensi a Bobbio, il notaio afflitto da mal di denti: impazzisce dal dolore ed è un miscredente incallito, ma quando passa davanti a un’icona con la Madonnina gli viene di recitare un’Ave Maria e il dolore gli passa gettandolo in una crisi spaventosa. Poi il dolore gli torna, prega ma stavolta non guarisce, sicché va dal dentista per farsi levare tutti i denti dicendo che non gli importa più se il miracolo c’è stato o no. Come vede, l’ironia è sotterranea, appena suggerita. Pirandello lascia al lettore di tirare le conseguenze. Sciascia no: Sciascia affonda con forza il suo bisturi.
Mentre la sua ironia di che pasta è?
È esplicita. Spesso e volentieri degenera nel grottesco e in certi momenti anche nella farsa. Voglio dire, è più un materiale grezzo di uso comune.
Si può dire martogliana?
Sì, ma senza la grevità del buon Martoglio. Però c’è questa sua vena in me. Ricordo per esempio l’ironia presente in una commedia che ho messo in scena, “’U contra”. È l’ironia insita della forza stessa del dialetto, nell’uso delle parole da cui Pirandello era ben lontano e tutt’altro che orgoglioso di praticare.
Pirandello diceva che le parole dialettali coincidono con quelle italiane solo per il concetto, mentre si reggono da sole per esprimere il sentimento. Anche Sciascia era convinto che i saggi non possono essere scritti in dialetto. C’è un suo libro, “Biografia del figlio cambiato”, che ubbidisce a questa regola: la parte saggistica è in italiano mentre quella narrativa in dialetto.
Infatti parte in dialetto e finisce in italiano. Ma è un’anomalia, non essendo un’interpretazione critica di Pirandello. In realtà a me interessava il rapporto col padre, che è ciò di cui parlo.
Aveva ragione Pirandello a dire che il dialetto è più ristretto rispetto alla lingua?
Dice che aveva meno possibilità di comunicazione perché incomprensibile fuori dalla regione in cui si parla.
Lei lo ha dunque sconfessato.
Non io. Prima di me ci ha pensato Musco.
Ma in teatro. È diverso: sulla scena la mimica sostituisce la parola e la rende comprensibile.
Fino a un certo punto. Pensi a Eudardo: c’è la mimica, ma c’è anche la parola. “Ha da passà ‘a nuttata”. Chi non lo capisce?
Pirandello sosteneva che la parlata agrigentina è la più vicina a quella italiana. È d’accordo anche lei?
Certo. Per esempio: “figghiu” non esiste, in agrigentino di dice “figliu”. Certi suoni e sviluppi di suoni (per usare il titolo della tesi di Pirandello) sono italiani.
Lei usa la parlata agrigentina. È dunque più comprensibile per questo?
Può darsi, ma sono certo che se avessi scritto in catanese non sarebbe cambiato niente.
Se quello di Pirandello era, come ha detto lei, un “dialetto ecumenico”, il suo può essere definito “dialetto borghese” secondo una specificazione di Pirandello?
Fino a un certo punto ho adoperato un dialetto borghese, è vero. Ma nel “Re di Girgenti” mi sono servito di un dialetto misto, borghese e contadino. Mi dicevano “Ma guardassi che ‘cataminare’ non lo diciamo”. “Sì – rispondevo – ma là sopra lo dicono”.
Gianni Bonina
 
 

Adnkronos, 16.8.2004
Lo ha affermato all'ADNKRONOS lo scrittore siciliano Andrea Camilleri
Immigrati: Camilleri, preservare la memoria per capire i problemi attuali
Lo scrittore e' intervenuto nel dibattito sull'istituzione in Sicilia, e in particolar modo a Lampedusa, di un museo dell'immigrazione come gia' fatto a Ellis Island a New York

''Io sono favorevole a tutto quello che puo' riguardare la memoria. Anche se non parlerei di museo, la parola da' l'idea di morte. Occorre trovare il modo di rendere tutto cio' dinamico. La memoria della nostra emigrazione e' importante perche' aiuterebbe a capire le problematiche degli immigrati''. Lo ha affermato all'ADNKRONOS lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, 'padre' del commissario Montalbano, intervenendo nel dibattito sull'istituzione in Sicilia, e in particolar modo a Lampedusa, di un museo dell'immigrazione come gia' fatto a Ellis Island a New York. La proposta di un museo-fondazione che raccolga la memoria degli immigrati ma anche dell'emigrazione italiana era stata lanciata dal deputato regionale dell'Udc, Giusy Savarino. Proposta bocciata dallo scrittore Vincenzo Consolo. ''La mia idea e' questa'', taglia corto Camilleri commentando la polemica divampata fra Consolo e alcuni esponenti politici siciliani.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.8.2004
La polemica
Il museo della memoria divide gli intellettuali

L’unico no è quello di Vincenzo Consolo. Ma la proposta lanciata dal deputato regionale dell’Udc Giusy Savarino di istituire un museo della memoria a Lampedusa per raccogliere un pezzo di storia rappresentato dall’esodo di migliaia di immigrati, sull’esempio di quanto fatto a Ellis Island, ottiene diversi consensi. A cominciare da quello dello scrittore Andrea Camilleri, che si dice “favorevole a tutto quello che può riguardare la memoria. Anche se non parlerei di museo, la parola dà l’idea di morte”. Non ci sta invece lo scrittore Vincenzo Consolo: “Altro che museo dell’immigrazione. Un museo delle barbarie. Le barbarie di persone che hanno dimenticato il loro passato e che adesso si ingozzano di quel pesce che si nutre dei tanti cadaveri di cui è pieno il Mediterraneo”.
[…]
 
 

Comune di Siena, 17.8.2004
Un film documentario e un libro sugli aspetti meno conosciuti della festa senese
Andrea Camilleri: “Il Palio è un ritratto dell’Italia”

“Per il Palio di Siena ho questa sorta di affetto, di attaccamento. Ci ho assistito casualmente la prima volta e ne sono rimasto contagiato per tutta la vita”. Andrea Camilleri apre così con una “dichiarazione preliminare” il proprio intervento nel video e nel volume “Visioni di Palio” di Sergio Di Pasquale Luci, Anton Giulio Onofri (che ne firma anche la regia), Siretta Onofri e Senio Sensi, edito dalla Protagon e già disponibile in libreria. Dice nel video lo scrittore siciliano: “in quel giorno, in quella corsa ho visto, come in altre occasioni non capita, l'Italia. Un ritratto dell'Italia e dell'italiano estremamente concentrato, che culmina in quei minuti strepitosi della corsa, nella Bellezza”. Camilleri è uno dei 17 scrittori che hanno partecipato a “Visioni di Palio”, un video della durata di 55 minuti composto di 17 clip su Siena e il suo Palio, accompagnato da un volume che raccoglie tutti i testi e le immagini del video. Diciassette visioni di Palio, e altrettanti modi per raccontare Siena, le contrade, i simboli, i riti, i colori della Festa. Con gli occhi di chi Senese non è.
[…]
 
 

Corriere della sera Magazine, 19.8.2004
Camilleri tradisce Montalbano e passa ai Carabinieri

Dopo sedici anni trascorsi a scrivere le avventure del commissario di polizia Salvo Montalbano, Andrea Camilleri è passato dall'altra parte.
Affascinato dall'apertura dell'Arma alle donne, ma soprattutto lusingato dalla chiamata della sede centrale dei Carabinieri, il grande giallista italiano ha deciso di scrivere la storia di un maresciallo della Benemerita.
Dal 9 novembre, quando verrà presentato il nuovo calendario dei Carabinieri, i poliziotti, che lamentano di essere meno pagati dei colleghi dell'esercito, avranno un motivo in più per invidiarli. La prossima edizione del calendario, infatti, sarà illustrata dall'artista romano Sergio Ceccotti che ha dipinto 12 quadri ad olio sulla base di un racconto scritto appositamente da Camilleri per l'Arma.
Ma come è avvenuto il "cambio di divisa" di Camilleri? Spiega l'autore: "Qualche mese fa ho ricevuto l'invito a scrivere una storia articolata in 12 capitoletti sui Carabinieri, in modo che ognuno di questi ne illustrasse un mese. Considerando che il calendario dei Carabinieri è un'istituzione, non ci ho pensato due volte e ho iniziato a scrivere di un maresciallo.
La storia è piaciuta molto e loro si sono subito messi al lavoro per il calendario". Vista la rivalità tra i due corpi, non sente di aver tradito il commissario? "Ma no, è solo una parentesi. Una piccola infedeltà che rafforza l'unione tra me e Montalbano".
Antonio Calitri
 
 

La Sicilia, 19.8.2004
La mafia secondo Andrea Camilleri
«Nessuna nuova sotto il nostro sole»
Ha trascorso anche l'ultimo giorno di questo breve periodo di ferie seduto nel solito bar di Vigata con una pila di libri accanto, pronti per essere autografati. Attorno decine di ammiratori che erano venuti espressamente per incontrarlo. Così la presenza del cronista con un preciso compito, quello di farlo parlare del rapporto mafia-politica, non lo ha entusiasmato, ma non si è sottratto all'incontro. Poche risposte, ma tutte ricche di grandi significati con quella prosa tipica del padre del commisarrio Montalbano, in grado di raccontare con poche pennellate una complicatissima indagine di polizia. Camilleri è rimasto sorpreso dalla curiosità che ha scatenato il libro «Alta mafia» negli agrigentini, soprattutto quando afferma che si tratta di vicende che sono sempre esistite e sempre esisteranno, indipendentemente da chi è al governo e chi si trova all'opposizione.

«C'è sempre stato il legame tra mafia e politica. A chi se ne accorge adesso faccio i complimenti, di cuore. Meglio tardi che mai».
Al penultimo giorno di vacanza nella sua Vigata, Andrea Camilleri di malavoglia interviene sul ruolo che «cosa nostra» continua a rivestire nel tessuto amministrativo a vario livello. Un intervento a metà tra il realista e l'ironico.
Lo spunto è dato dall'effetto «Alta Mafia», ovvero dal libro realizzato da Legambiente sulle magagne vere o presunte emerse nel contesto dell'omonima operazione di polizia. Un'operazione che lo scorso marzo tolse il velo sulla connivenza d'acciaio che esisterebbe tra colletti bianchi e ambienti mafiosi assai influenti.
Il volume è andato a ruba, evidenziando le cronica voglia degli agrigentini di conoscere i retroscena e i pettegolezzi, le indiscrezioni e quanto non è di pubblico dominio. Come quando si entusiasmano alla lettura di lettere anonime su personaggi conosciuti.
Andrea Camilleri, che di libri se ne intende essendo il fenomeno letterario dell'ultimo decennio, «Alta mafia» non lo ha ancora letto.
«Non posso commentare qualcosa che non conosco, nè durante i mesi scorsi ho appreso particolari spunti sull'operazione di cui tanto ancora si parla».
Il commento però, ricco come sempre di contenuti e pathos, giunge sul rapporto mafia - politica che per il papà del commissario Montalbano è sempre forte e radicato nel territorio da tempo immemore.
«Rapporto? C'è sempre stato, lo stiamo scoprendo adesso? E' sempre esistito sia in forma più o meno coperta che più o meno scoperta. Una volta con un partito una volta con un altro la mafia ci prova sempre».
Una «piovra» che allunga i propri tentacoli in maniera trasversale senza crearsi tanti scrupoli tra centro, destra, sinistra e «cespugli» vari.
Il Camilleri pensiero però non finisce qui: «L'errore che si fa in questi casi è quello di credere che un intero partito, qualunque esso sia, risulti mafioso solo perché alcuni suoi elementi sono collusi. Tutto ciò però c'è sempre stato. Non procedere oltre questa costatazione significa non voler procedere».
Un concetto chiaro espresso mentre era seduto ieri mattina a un tavolo del bar Vigata, circondato da decine di fans che chiedevano autografi. Accanto, Camilleri aveva l'assessore alla Cultura di Porto Empedocle, Emilio Borsellino, un fotografo e il fido Stefano Albanese, titolare del bar che funge da segreteria speciale dello scrittore. Un Camilleri che sembrava indisposto al sol pensiero di lasciare il proprio paese per reimmergersi nel lavoro.
E il parlare di mafia in un momento comunque sereno della propria giornata lo ha reso anche un pizzico nervoso, senza distoglierlo però dall'analizzare con lucidità la salda e perdurante unione tra Stato e controstato. Un'unione che fa vendere tanti libri a chi la racconta, citando nomi e cognomi, fatti e misfatti.
Francesco Di Mare
 
 

La Sicilia, 19.8.2004
Manifestazione «Gocce di Sicilia»

Cultura e musica. C'è di tutto oggi a Scoglitti. Nell'ambito della rassegna denominata «MusiKamarina», a cura dell'amministrazione comunale, con il patrocinio della Provincia Regionale di Ragusa, del Ministero per i Beni Culturali, dell'assessorato regionale ai Beni culturali ed Ambientali, e con la collaborazione della Soprintendenza ai beni culturali di Ragusa, e dell'associazione «Gli amici della musica R. Lucchesi», si terrà questa sera, alle ore 21,30, presso lo splendido scenario del museo di Camarina, la manifestazione dal titolo:«Gocce di Sicilia», letture da Sciascia a Camilleri. Pianoforte e musiche originali di Giacomo Schembari, chitarra e canti popolari di Giovanni Alderisi, voci narranti Paolo Schininà e Giada Ruggeri.
g.r.
 
 

CulturalWeb, 20.8.2004
Ultimi giorni di rappresentazioni al FontanonEstate
Anche una serata di solidarieta' per l'Africa

[…]
Il 29 per la rassegna ''Pax-ione - madre d'Africa'', un progetto di Maria Luisa Bigai, ci sara' una serata in favore del ''Progetto Susy Costanzo - LILA'' (Lega Italiana Lotta Aids) con canzoni, filastrocche, aneddoti, musiche, letture, riflessioni. Protagonisti di questo evento artisti di fama, come lo scrittore Andrea Camilleri, la psicologa Gianna Schelotto, il musicista Mario Venuti, l'attrice Amanda Sandrelli, gli attori Blas Roca Rey, Massimo Wertmuller. Il ricavato della serata andra' in favore delle donne in gravidanza dell'Ospedale Missionario ''Luisa Guidotti'', di Mutoko, Zimbabwe.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 20.8.2004
Andrea Camilleri ha dedicato a questo luogo una intera pagina del suo ultimo romanzo. Il momento migliore per ammirarlo resta il tramonto
Il miraggio a strapiombo della Scala dei Turchi
Lungo la strada statale che collega Realmonte a Porto Empedocle uno spettacolo di luci e colori unico al mondo

Cinquant´anni fa, quel ragazzo che si arrampicava per gli alti gradini bianchi della Scala dei Turchi fino alla cima erbosa della scogliera poteva essere Andrea Camilleri. Lo stesso che poi, preso d´improvviso ardimento e forse ubriaco di tanta bellezza, saltando da una balata all´altra poteva precipitarsi giù fino all´acqua correndo il rischio non troppo remoto di spezzarsi l´osso del collo lungo il tragitto. Per il bambino futuro romanziere e saggista di Porto Empedocle, vissuto per anni a pochi chilometri da qui, si capisce bene che questo spettacolo fosse di una bellezza tale da stordire. Tra i numerosi riferimenti ai luoghi della sua giovinezza, Camilleri non lesina spazio alla Scala dei Turchi, della quale regala addirittura una completa descrizione nel suo "La prima indagine di Montalbano".
«Il profilo della parte più alta della collina di marna candida s´incideva contro l´azzurro del cielo terso, senza una nuvola, ed era incoronato da siepi di un verde intenso. Nella parte più bassa, la punta formata dagli ultimi gradoni che sprofondavano nel blu chiaro del mare, pigliata in pieno dal sole, si tingeva, sbrilluccicando, di sfumature che tiravano al rosa carrico. Invece la zona più arretrata del costone poggiava tutta sul giallo della rina. Montalbano si sentì sturduto dall´eccesso dei colori, vere e proprie grida, tanto che dovette per un attimo inserrare l´occhi e tapparsi le orecchie con le mano. C´era ancora un centinaio di metri per arrivare alla base della collina, ma preferì ammirarla a distanza: si scantava di venirsi a trovare nella reale irrealtà di un quadro, di una pittura, d´addivintare lui stesso una macchia - certamente stonata - di colore. S´assittò sulla sabbia asciutta, affatato».
E come non rimanere storditi, incantati da uno dei luoghi di mare più affascinanti dell´isola? La Scala dei Turchi, qualche centinaio di metri sotto la statale che collega Porto Empedocle a Realmonte, è proprio un miraggio. Sbrilluccica davvero, così bianca, gareggiando per riflessi e luccichii con il mare turchese e limpidissimo che la lambisce delicato. Verrebbe da fermarsi lassù e guardarla fino al tramonto, ignari del passare del tempo e paghi della sola visione, se posteggiare lungo la statale in quei punti non fosse impossibile. Per ammirare in santa pace la scogliera, della quale secondo la leggenda i Turchi si servivano proprio come scala per raggiungere la terraferma in occasione delle loro incursioni, esistono comunque diverse possibilità. Mentre alcuni sentieri scendono direttamente e un po´ avventurosamente lungo il fianco della collina fino in spiaggia (uno è indicato da un curioso cancello, chiuso da un lucchetto e ritto contro il cielo, ma non collegato ad alcuna cancellata o recinzione), altre discese asfaltate si incontrano in corrispondenza dei pochi lidi. 
Il più vicino alla scala è il Majata, ma anche scegliendo uno degli altri, tutti dai prezzi contenuti anche se forniti solo delle dotazioni essenziali, la passeggiata lungo la riva del mare fino alla Scala è comunque agevole e abbastanza breve. La distanza suggerita da Camilleri è senz´altro la migliore per osservare la scogliera nella sua interezza, ma avvicinarsi di più è invece indispensabile per verificare sulla propria pelle le portentose capacità di rifrazione della luce solare della Scala (che favorisce abbronzature intense e terribili scottature) e anche per curiosare tra le centinaia di graffiti incisi nella roccia, testimonianza di amori felici o interrotti e di varie altre amenità.
A pochi chilometri dalla Scala dei Turchi, per gli affezionati lettori (o telespettatori) del commissario Montalbano vale la pena visitare Porto Empedocle, che alcuni anni fa ha ottenuto da Andrea Camilleri il permesso di affiancare al suo nome cartografico quello di "Vigata" (dal nome del paese nel quale sono ambientate le vicende del suo personaggio). In paese i più attenti riconosceranno alcuni dei luoghi più cari allo scrittore. Tra gli altri, il bar dei fratelli Albanese (oggi ribattezzato Bar Vigata), meta quotidiana dell´autore in occasione dei suoi soggiorni empedoclini e simpatico mausoleo della sua produzione (tradotta ormai in molte lingue, come si può verificare nella bacheca dentro il bar, dove sono esposte anche edizioni giapponesi, tedesche e portoghesi delle sue opere). Lì persino le arancine con la carne sono gli "arancini di Montalbano", mentre purtroppo la trattoria San Calogero famosa per le abbuffatine del commissario ha chiuso i battenti un paio d´anni fa. Per chi fosse interessato anche al lato investigativo della visita, rimane da appurare quale sia la trattoria sulla quale Montalbano, sia pure con una certa iniziale riluttanza, ha ripiegato dopo l´evento.
Per raggiungere la Scala dei Turchi seguire le indicazioni per Porto Empedocle dalla Palermo-Agrigento, e da lì proseguire lungo la strada costiera in direzione di Realmonte. La Scala si raggiunge a piedi da numerosi sentieri aperti lungo la collina o dalla spiaggia.
Alessandra Viola
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 20.8.2004
L´anniversario
Il romanzo che raccontò il sogno proibito di Pirandello 
Sellerio pubblica un saggio di Nino Borsellino che celebra l´anniversario del libro
Le vicissitudini familiari fecero sognare a Pirandello una seconda vita

“Il fu Mattia Pascal” compie cento anni giusti giusti, ma non mostra alcun segno di invecchiamento. Questo personaggio, scaturito in parte dalla fantasia di Pirandello e in parte da una costola della sua stessa vita, ha ormai acquisito il diritto all´immortalità e, contrariamente a Faust, senza dover cedere l´anima al diavolo. La Sellerio celebra la ricorrenza pubblicando il libro “Il dio di Pirandello”, di Nino Borsellino (176 pagine, 14 euro) in cui il saggio più corposo è dedicato al romanzo più emblematico dell´autore di "Uno, nessuno e centomila".
[…]
La scoperta della dimensione tragicomica provoca una svolta della produzione artistica di Pirandello. Dopo anni di pesantezze e tragedie letterarie, ci insegna a vedere il risvolto comico anche nelle situazioni più drammatiche. Recita un proverbio siciliano, che lui certamente deve conoscere, "Nun c´è risu senza chiantu nun c´è morti senza risu": le due facce della stessa sporca e bella vita. Prima Vitaliano Brancati e poi Andrea Camilleri riprenderanno la vena umoristica pirandelliana. Il suo concittadino, nonché lontano parente, creatore di Montalbano, gli deve molto anche sul piano dell´invenzione linguistica. Non dimentichiamo, infatti, che fu proprio l´autore di "Liolà" a immettere robuste iniezioni dialettali nelle sue opere, soprattutto nelle commedie.
[…]
Tano Gullo
 
 

La Sicilia, 21.8.2004
«Non voglio più vederla: l'ho amata tanto. Ospitò Pirandello e Nicolò Gallo, ora potrebbero abbatterla per un mostro di cemento»

La notizia, in un certo senso, l'ha rattristato non poco. E' stata messa in vendita, da parte degli eredi Camilleri, l'antica casa di famiglia dello scrittore empedoclino, risalente al secolo scorso e situata in posizione dominante, sulle alture del paese.
Agli amici che l'aspettavano al «Caffè Vigata» per gli ultimi saluti prima della sua partenza per Roma dopo questa lunga «estate marinise», Andrea Camilleri ha confidato di aver appreso con una certa desolazione, di quella irrevocabile decisione.
«E così, finalmente, assisteremo ad una bella colata di cemento - sentenzia ironico come sempre il padre del commissario Montalbano - e vedremo sorgere l'ennesimo ignobile palazzo, magari di cinque piani! Purtroppo questa è la realtà quotidiana. Dalle nostre parti hanno abbattuto ville del Settecento e dell'Ottocento per fare spazio ai palazzi; non vedo perché, dopo averla acquistata, non debbano fare altrettanto anche con la mia casa!».
Sembra davvero «disturbato» da questa notizia, lo scrittore, che preferirebbe evitare di parlarne.
La casa in questione è un grande edificio, con porticato e terrazza panoramica sovrastante, fatto costruire dai bisnonni dello scrittore attorno alla fine del '700, posto al centro di un terreno agricolo, un tempo di oltre 50 ettari; terreno che venne venduto nel corso degli anni. Oggi quella costruzione, alla quale si accede attraverso un cancello arrugginito in ferro battuto, è attorniata da una decina di ettari di terreno gerbido e, nonostante le case sorte intorno, riesce ancora a «dominare» il paese e il mare.
Lassù soffia, forte, il vento della «marina» e nelle sere autunnali il sole rosso fuoco, prima di scomparire, riesce sempre ad «incendiare» con i colori del tramonto, la casa e la collina. Ormai da decenni, quella è una casa disabitata; «spogliata» di ogni cosa, mobili d'epoca compresi, in seguito a diverse incursioni notturne dei ladri. In quelle grandi stanze vuote, aleggia ancora, per Camilleri, un passato duro a morire.
«Noi ci trasferivamo in quella casa ogni estate, all'inizio di maggio - racconta lo scrittore - per tornarcene in paese solo ad ottobre inoltrato, quando ricominciava la scuola. Quella casa fu frequentata da Luigi Pirandello, dal marchese di Rudinì, da Nicolò Gallo e da molti altri importanti personaggi dell'epoca che venivano a trovare mio nonno. Era una casa di campagna arredata con un certo gusto e con mobili di valore. Poco per volta però, i ladri si sono portati via tutto. Arrivavano di notte, organizzati, a volte perfino a bordo di camion. Caricavano il più possibile, poi, veloci scomparivano. Là dentro, adesso non c'è più nulla perché è stato portato via tutto. L'ultima volta che sono andato lassù è stato una decina d'anni fa. Ed è stata una sensazione così spiacevole che ho deciso di non metterci più piede».
«La proprietà di quella casa - continua Camilleri - va suddivisa tra una serie di eredi che in così tanti anni non sono mai riusciti a mettersi d'accordo e, come sempre succede, sono nate delle controversie protrattesi per lungo tempo e delle quali adesso non ho più alcuna intenzione di interessarmi. In quella casa, da ragazzo nascevano poesie. Quello è il luogo della nascita della mia fantasia. In quelle lunghe estati mi facevano compagnia i ragazzi delle case vicine: era l'epoca in cui si viveva con poco e noi ci divertivamo giocando a rincorrerci per i prati oppure scendevamo la «trazzera» fino al cimitero, dove andavamo a giocare tra i vialetti alberati del camposanto».
Di quella casa, che richiama epoche ormai lontane, Andrea Camilleri ha scritto anche diversi racconti. Sono soprattutto racconti rievocativi dei tempi della guerra e di quando quella grande casa di campagna, lontana dal centro abitato di Porto Empedocle, serviva come sicuro rifugio per evitare i bombardamenti aerei che si abbattevano furiosi sull'area portuale dov'erano ammassati i mezzi navali e militari.
«Questa casa non desidero vederla mai più - dice Camilleri - perché per me è come assistere all'agonia di una persona alla quale si vuole troppo bene, ma non si può fare più nulla per evitargli la fine. Questa casa rurale è la metafora, l'emblema e tutto quello che si vuole, della mia esistenza fino ad un certo punto della mia vita. Quindi questo luogo è così carico, è così denso di ricordi, di emozioni, di sensazioni che vederla abbandonata, vederla deperire così, di giorno in giorno, per me è un vero dolore fisico. Adesso sento che è stata messa in vendita. Bene. Me ne torno a Roma con la speranza che non venga abbattuta per costruirci un palazzo di cinque piani; se così fosse, per me sarebbe veramente la fine di un qualcosa di particolarmente importante che ha rappresentato tanto, se non tutto, della mia vita!».
Lorenzo Rosso
 
 

La Sicilia, 21.8.2004
Delegazione DS di Mussomeli lo ha incontrato
Videointervista a Camilleri in esclusiva alla Festa dell'Unità

Mussomeli. Un'intervista video in esclusiva concessa dallo scrittore del momento, l'istrionesco Andrea Camilleri da Vigàta-Porto Empedocle, classe 1925 e papà del celeberrimo commissario Salvo Montalbano, tradotto perfino in Lituania e in Giappone, a riprova di un successo mondiale senza precedenti per uno scrittore che ha fatto del dialetto siciliano scritto, una lingua sapida e pregna di umori e sapori tipici della nostra isola.
A mettere a segno lo scoop sono stati alcuni mussomelesi capeggiati dal dott. Tonino Calà, insegnante e poeta, nonché organizzatore responsabile della seconda edizione della Festa dell'Unità del Vallone che si terrà a Mussomeli dal 2 al 5 settembre. Calà, che insieme ad altri diessini in delegazione aveva incontrato lo scrittore agrigentino a Serradifalco, dove di recente è stato insignito della cittadinanza onoraria, si è quindi recato, dopo un nuovo contatto, nella casa di Porto Empedocle dove Camilleri è stato preso… per la gola. La signora Cettina Genco ha infatti fatto cucinare delle deliziose ed invitanti mbriulate che Camilleri sconosceva. Lo scrittore si è quindi affrettato a prendere appunti sulla composizione della tipica pietanza del Vallone, assicurando che in futuro la mbriulata comparirà sulla mensa di Montalbano che, in quanto a predilezione per le genuine pietanze, non ha nulla da invidiare a più illustri predecessori.
In delegazione a Vigàta si sono recati: Lino Maida, Tonino Calà, Cettina Genco, Salvatore Ferro, Giuseppe Territo e Michele Morreale. Con loro anche il fotografo Felice Stagnitto mentre le riprese video sono state effettuate da Lino Maida.
L'intervista sarà trasmessa durante i quattro giorni della manifestazione su megaschermo.
Roberto Mistretta
 
 

ttL, 21.8.2004
Camilleri si scopre, Maraini e De Carlo si nascondono
Tra anticipazioni e qualche top secret di troppo: Faletti va in America, Baricco inscena l'Iliade, Arbasino fra i libertini, Bevilacqua con la mamma, Veltroni con i figli

Ove finiva Il giro di boa, con Montalbano ferito e accompagnato all'ospedale di Montechiaro, comincia La pazienza del ragno. «Terminata la degenza il commissario torna a casa, depresso, nonostante le cure della paziente Livia. Ma quando riceve la telefonata di Catarella che lo informa della scomparsa di una ragazza...»: un Camilleri imminente (fine settembre) è sempre una bella notizia e la Sellerio non lesina il racconto per sommi capi della nuova storia. Ottimo esempio, poco seguito dalla nostra industria editoriale (a differenza degli stranieri che quasi sempre offrono ampi «trailer» sui titoli in uscita) su alcuni dei suoi italiani d'oro, trincerati dietro un segreto-effetto sorpresa, vedi Eco, (squisitamente commerciale).
[...]
Mirella Appiotti
 
 

l'Unità, 23.8.2004
Mi ricordo l'altro Camilleri

Il bello di questo mestiere sta nel fatto che – potenzialmente – puoi incontrare chiunque. Ma questo mestiere non  ti obbliga a intervistare qualcuno in particolare. E questa è una garanzia (per chi scrive, e per chi legge).
Parlerò di Andrea Camilleri. Il tema proposto infatti è intrigante: scrivete di qualcuno - raccontandolo, descrivendolo - che avete avuto modo di conoscere solo attraverso il vostro mestiere di giornalista. Qualcuno - questo è sottinteso - che non avreste mai avuto l'occasione di incontrare se aveste fatto tutt'altro lavoro.
Per entrare in argomento, forse, potremmo azzardare che un giornalista può sostenere di cominciare a conoscere veramente qualcuno solo dopo averlo intervistato, dopo averne catturato, anche se in mezzo pomeriggio, anche se di fronte al tavolino traballante di un bar, nella affollata sala d'aspetto di una stazione, nella quiete del salotto buono di casa sua, l'attenzione, il filo del discorso, la trama dei ricordi, la logica dei suoi pensieri su un determinato argomento. Incontrandolo a tu per tu, oltre lo spettro deformante dell'ufficialità, meglio ancora se alle prese con la quotidianità, alla quale non sfugge  neanche chi è destinato a entrare nella memoria dei posteri (e non tutti gli intervistati avranno questo privilegio).
Un giornalista conosce tantissima gente, ma solitamente la conosce di vista, di fama, o di nome. La conosce di sfuggita. Di molte personalità, o personaggi, o protagonisti di una vicenda specifica, può avere sentito parlare infinite volte, letto quanto hanno detto o scritto, ma solo la scintilla dell'incontro diretto provoca quell'inevitabile salto di conoscenza destinato a arricchire intervistato, intervistatore e lettore. Sempre che l’intervista sia una buona intervista, che l'intervista abbia un suo significato andando incontro alla curiosità del pubblico e che, di conseguenza, si avvicini alla quota di sbarramento rappresentata da quella manzoniana venticinquina di lettori. Insomma: un conto è il gossip, altro conto un'intervista.
Al di sotto del «genere» intervista si collocano la raccolta delle dichiarazioni e le frequentazioni telefoniche con la “personalità”, ma non si può parlare di autentica conoscenza, pur essendo, quelle appena elencate, altrettante forme di giornalismo.
Veniamo al punto. Quando mi è stato chiesto da questo giornale di parlare di un mio incontro che non mi sarebbe stato possibile se nella vita non avessi scelto di fare il giornalista, ho risposto senza esitazione che avrei parlato di Andrea Camilleri. Per la semplice ragione che incontrare e intervistare lo scrittore di Vigàta è stata un'unica esperienza, che si è consumata tutta nell'arco di tre ore di un pomeriggio del luglio del 2001: il testo integrale venne pubblicato dall’Unità il 19, in occasione dell'anniversario della strage di Via d'Amelio, uccisione di Paolo Borsellino insieme con uomini e donne della scorta (e proprio quell'anniversario rappresentò lo spunto per incontrarci). Intervista, quella, senza preamboli, senza anticamere, senza la trattativa su data e orario dell'incontro che spesso condizionano fastidiosamente incontri come questi. In perfetta e, per tanti aspetti, inspiegabile sintonia. Poi, che da quel primo incontro ne sia venuto un altro, con conseguente nuova intervista per questo giornale (14 novembre 2003), e, prima, un libro vero e proprio (La linea della palma, Rizzoli editore) è altra storia.
Ho accennato al motivo per cui oggi la mia scelta sia caduta su Andrea Camilleri. Resta da capire perchè, a suo tempo, fui spinto dalla curiosità professionale di andarlo a trovare. Rispondere a questa domanda, per me, è assai facile.
Andrea Camilleri è lo scrittore più popolare in Italia, subito dopo il Papa. Già questo aspetto, da solo, valeva bene una lunga chiacchierata. Ma mi rendevo anche conto che proprio lo scrittore laico più popolare d'Italia, quello che aveva inventato il poliziotto Montalbano, era anche lo scrittore italiano più oscurato, più taciuto, più tenuto lontano da occhi e orecchie indiscreti, proprio da quei circoli intellettuali e da quegli ambienti editoriali che se lo contendevano. E se lo contendono ancora adesso.
Dalla testa, antica e moderna assieme, di Andrea Camilleri, era scaturito Montalbano, poliziotto dal volto buono, in quel di Porto Empedocle. E questo gli veniva riconosciuto, andava bene, benissimo. Tutto burro che colava. Questo faceva moltiplicare a dismisura le tirature, alimentare il mito e lievitare l'evento (le vendite). Poteva bastare. Insomma: punto e basta. Idee politiche? Idee politiche di Camilleri? Chissà.
Eppure non ci voleva molto a capire, da dichiarazioni che trapelavano qua e là, su questo o quel quotidiano o quel settimanale, che Camilleri era scrittore letteralmente incompatibile con l'Italia berlusconiana, con la sua arroganza, con la sua povertà (assenza?) di valori, con il suo cinismo, con la sua spregiudicatezza demolitoria di tutto quanto gli italiani avevano costruito in oltre mezzo secolo di storia. Diciamo Italia berlusconiana. Ma dovremmo scindere, dicendo: Silvio Berlusconi, e un Italia che, per qualche anno, venne letteralmente plagiata dall’eterno golpista del “vorrei ma non posso”.
A mio giudizio, ci sono due ragioni a spiegazione – non, ovviamente, a giustificazione – di questo oscuramento sapiente e impalpabile. La prima è che l’ascesa di Camilleri, come scrittore italiano popolare, è andata curiosamente a collocarsi proprio nel momento in cui Berlusconi stava costruendo le fondamenta del suo teatrino funambolico. Crescevano a dismisura i fondali di regime (dopo la rovinosa caduta del 1994), e Camilleri era messo lì, nel mezzo, quasi a fare ombra, comunque da intralcio potenziale per gli ingegneri della Casa delle Libertà tutti impegnati a tirare su l’italietta degli Schifani e dei Miccichè, dei Cicchitto e dei Bondi e degli Scajola, dei Nania, dei Gasparri e dei La Russa, dei Giovanardi e dei Calderoli e dei Maroni.
Camilleri, allora, un po’ come il Mario di Thomas Mann – nel Mario e il mago – che poteva spezzare l’incantesimo del mago Cipolla, svelare alla folla i trucchi dell’incallito prestigiatore, denudarlo concettualmente, metterlo alla berlina, ridurlo al silenzio. La seconda: mettevano paura le radici antiche e profonde di una vecchia Sicilia, quelle che, venendo da molto lontano, non trovavano posto nella ventiquattrore di un commediante venuto a recitare il suo “numero” usa e getta.
Ecco perché lo scrittore  siciliano doveva restare, agli occhi del grandissimo pubblico, solo l’autore del personaggio Montalbano. Tanto è vero che, prima di quella intervista all’Unità, è impresa davvero difficile  trovare sui quotidiani un testo che riassuma per intero le posizioni politiche di Camilleri in quella fase.
E’ proprio vero che “ci vuole orecchio”, per dirla con la canzone di Enzo Jannacci; si capiva lontano un miglio che un siciliano come lui sarebbe stato in condizione – se solo qualcuno glielo avesse chiesto – di riempire pagine e pagine sull’argomento mafia e lotta alla mafia. Per carità. Peggio che andar di notte. Quel governo si stava accingendo, per bocca di un suo ministro, a battere tutti i record più negativi di centocinquanta anni di storia italiana con l’affermazione che con la mafia sarebbe stato conveniente convivere. Quindi anche “questo” Camilleri – Montalbano accetterebbe mai di convivere con la mafia? – andava troncato, zittito, disperso, qua e là, fra qualche quotidiano, qualche settimanale.
A proposito di cose di mafia, resta insuperata, nella nostra intervista, la descrizione che diede di Bernardo Provenzano, il latitantissimo gran capo dei capi di Cosa Nostra: “Come lo immagino? E’ questo che mi affascina: avere un potere, un grosso potere, e vivere dentro una grotta… però ha l’idea del potere. E’ plurimiliardario. Provenzano è la quintessenza del modo di dire siciliano: u cummannari è megghiu ca futtiri. Il distillato, il condensato assoluto: tu lo metti a brodo e dai da mangiare a mezza Sicilia, con il brodo di questo suo cumannari è megghiu ca futtiri. Lo immagino come una capra. Che non rumina solo mentalmente. Si terrà leggero, o forse mangerà il capretto infornato con le patate… suo malgrado è diventato un simbolo.”
Ma non è finita. C’è un Camilleri pacifista, contrario alla guerra, sensibile alle ragioni del mondo arabo, indignato con l’esibizione muscolare contrabbandato come lotta al terrorismo internazionale. Montalbano ordinerebbe mai un bombardamento a tappeto, indifferente alla natura dell’obbiettivo da colpire?
C’è ancora un altro Camilleri, contrario alla blindatura dei confini europei di fronte alla marea montante dell’immigrazione di popoli che vengono da altri mondi perché hanno fame, cercano lavoro, sfuggono a regimi dittatoriali, carestie, epidemie mortali. Neanche questo Camilleri, ovviamente, poteva essere considerato «politicamente corretto». Ce lo vedete Montalbano che sulla banchina di Porto Empedocle vestendosi di autorità e impugnando un megafono, vieta l'attracco a una nave di disperati?
Infine, questo scrittore, che oltre a essere il più popolare, è anche tra i più scomodi, in gioventù ebbe persino simpatie comuniste.
Giunto a questo punto, credo di essere riuscito a rendere almeno l'idea del perchè, in quel luglio 200l, cercai Camilleri per quell'intervista. Rileggendola, mi accorgo che contiene, sia pure entro i limiti imposti dai ritmi di un quotidiano, la sintesi dei tanti aspetti del «Camilleri- pensiero» (sociale e politico, s'intende, non avendo, quell'intervista, alcuna pretesa letteraria). Mi accorgo anche -e il discorso non vale solo per questa intervista ma per tutti gli incontri che fra noi ci sarebbero stati in seguito - che il punto di vista dello scrittore di Porto Empedocle regge all'usura del trascorrere degli anni.
Cerco di spiegarmi meglio. Ascoltando Camilleri, soprattutto sulle questioni di natura internazionale, sull'argomento di guerra e pace, sull'America di Bush, sul terrorismo, qualche volta mi assaliva il dubbio che le sue affermazioni fossero indiscutibilmente suggestive, ma leggermente apodittiche, insomma non altrettanto in grado di «indovinare» con precisione gli sviluppi futuri delle situazioni.
Commettevo - ora me ne rendo conto - un errore marchiano. Rileggete, per esempio,  ciò che profetizzò sull'Iraq e confrontatelo con le «cartoline» da Baghdad che ogni sera ci propongono i nostri telegiornali. Più che di «bombe intelligenti», destinate a esportare la democrazia, dovremmo parlare di «previsioni intelligenti», destinate a indovinare che il peggio doveva ancora accadere (e il peggio sta ancora accadendo oggi, se è per questo). 
Voglio adesso riproporvi solo qualche riga di quella intervista di tre anni fa. È la risposta di Camilleri a questa mia domanda sull'Italia berlusconiana: «C'è speranza, o ha ragione Indro Montanelli?».
Camilleri: «Ha ragione Montanelli. Per me è un amaro calice, e lo devo bere sino alla feccia. Se questa esperienza del governo Berlusconi non viene patita, e non dico vissuta, gli italiani non se ne renderanno conto. È stata data fiducia al fascismo sin quando non ci fu la guerra. Non succederà una guerra e non lo auguro a nessuno. Però si sapeva che le promesse non sarebbero stati in grado di mantenerle. Ora hanno trovato questo comodo alibi dei sessantaduemila miliardi di buco, un buco che siccome non c'era dovevano inventarlo. A ca nisciuno è fesso, dicono a Napoli: lo sapevamo. Mi chiedevo che cosa avrebbero inventato per non mantenere le promesse. Adesso lo so. E se lo sono inventati  bene, con una cifra che è come un blob. Ma se fosse vera, non puoi dire: nel 2002 sarà tutto a posto. Dovresti dire: vi imporrò lacrime e sangue. E se non lo fai, vuol dire che non è vero niente. Non c'è cosa più terribile della disillusione degli italiani: prende forme spaventose». Si era appena agli inizi della nuova avventura del mago Cipolla.
Tremonti non c'è più. Il buco dei sessantaduemila miliardi non c'è mai stato. Hanno continuato a ripetere che avrebbero mantenuto le promesse. Le promesse non sono state mantenute. La disillusione degli italiani ha iniziato a prendere «forme spaventose» (quattro milioni di elettori che alle ultime elezioni gli hanno voltato le spalle, non devono essere apparsi al mago Cipolla una «forma spaventosa della disillusione degli italiani»?). La verità ha cominciato a farsi strada. Non era vero niente, appunto. E gli italiani lo hanno capito, appunto. Direte che tutto era prevedibile. Non è proprio così. 
Esattamente tre anni fa, mentre l'Unità pubblicava quell'intervista, l'Altra Italia era letteralmente annichilita di fronte alle dimensioni del trionfo del centrodestra. E si preparava a una lunga e sofferta «elaborazione del lutto». Il vecchio scrittore di Porto Empedocle, invece, aguzzava la vista. L'avere attraversato il ventennio fascista - in questo come Montanelli, con la sua profezia del calice amaro - deve avergli fatto acquisire i benefici anticorpi che tornano utilissimi ogni qual volta un'Italia, immemore e zuzzurellona, spinge sulla ribalta il suo commediante di turno per godersi il «numero» che farà.
Per concludere. Ma ditemi voi se trovate normale che uno come lui non sia invitato mai in televisione per essere intervistato in prima serata? Ditemi voi se trovate normale che in un paese in cui si improvvisano opinionisti i personaggi più strampalati, di Camilleri si debba poter dire solo che «è lo scrittore che ha inventato Montalbano»?
Credetemi sulla parola. L'ho conosciuto. In lui, c'è molto di più. Per questo fanno di tutto per oscurarlo (e spesso ci riescono).
Saverio Lodato (saverio.lodato@virgilio.it)
 
 

Vigàta vini, 23.8.2004
Premio Vigata 2004

In occasione della seconda rassegna nazionale del teatro, Premio Vigata, svoltasi a Porto Empedocle dal 23 al 29 agosto 2004, sono stati presentati al pubblico i vini Vigàta, sponsor - tra gli altri - della prestigiosa rassegna. Al termine della conferenza stampa di presentazione del cartellone, avvenuta il giorno 23, è stato offerto in degustazione il Vigàta RossoSalvo, che ha riscosso grandi apprezzamenti. Nella foto il prof. Andrea Camilleri (Presidente della Giuria della rassegna) con la dott.ssa Maria Grazia Scordato e una bottiglia di Vigàta RossoSalvo.
 
 

Stilos, 24.8.2004
Gioco all'azzardo ecco il mio futuro
Il nuovo romanzo di Montalbano, la ricerca sperimentalista, l’ascendenza di Sciascia e Pirandello, la prova narrativa del “Re di Girgenti” uguale a un “giro di boa”: lo scrittore siciliano parla del suo lavoro e delle sue tecniche narrative

Andrea Camilleri, in vacanza nella Vigata di Montalbano, che è la sua Porto Empedocle, circondato da figlie e nipoti, ha rischiato di guastarsi le ferie per colpa del gatto del genero che è scappato perdendosi tra i tetti e i cortili di Roma. Per sua fortuna non è andato in Sicilia per scrivere, ma per riposarsi. E può chiedere ogni cinque minuti se il genero ha telefonato con una buona notizia: “Deve sapere che per lui prima viene il gatto e poi mia figlia. Una tragedia”. Intanto trova lena per parlare a Stilos del suo ultimo Montalbano che esce a settembre da Sellerio.
"Il giro di boa" ha un finale aperto: Montalbano finisce in ospedale e non conosciamo né la diagnosi né la prognosi. Già allora lei pensò forse a un sequel che ora sarebbe La pazienza del ragno?
No. E’ andata così: per me "Il giro di boa" finiva lì; poi bisognava vedere come se la risolveva Montalbano. La ferita comunque non era grave. Semmai è più grave la crisi che sta attraversando. Vennero quelli della Mondadori: “Ce lo dai un altro libro di racconti di Montalbano?”. Io l’anno scorso, da febbraio in poi, stetti male e scrivevo poco. A luglio, quando venni qui a Porto Empedocle, mi portai il computer (ciò che quest’anno non ho fatto) e presi l’impegno con la Mondadori più che altro per vedere se ero capace di mettermi all’opera. I racconti che do alla Mondadori diventano sempre più lunghi perché in sette o dieci cartelle non ce la faccio a starci e mi ci trovo a disagio. Quindi mi dissi che in linea di massima dovevo preparare tre racconti lunghi. Uno l’avevo scritto tempo addietro ma era tutto da rivedere, quello della cabala e del pesce: lo feci e attaccai col secondo, “La prima indagine di Montalbano”, e lo portai a termine. Restava il terzo e cominciai a scrivere “La pazienza del ragno”, ma mi resi presto conto che non ci stava nemmeno nella lunghezza delle cento pagine. La cosa era seria. Lasciando perdere il terzo racconto per la Mondadori, cominciai a scrivere quest’altro che diventava sempre più romanzo. Ora, siccome per i tre racconti mondadoriani mi ero proposto di escludere ogni fatto di sangue, "La pazienza del ragno" sarà priva di morti e feriti. Però mi venne come dire quasi naturale riattaccarlo ai momenti immediatamente successivi al ricovero di Montalbano. E infatti tutto il primo capitolo è un seguito de "Il giro di boa": una lunga notte che Montalbano passa in ospedale pensando a quello che gli sta succedendo. Ma stavolta la sua posizione è marginale: lui è in convalescenza e Livia viene a trovarlo, ma è pregato di prestare il suo appoggio a un collega impegnato in un’indagine su un rapimento. Si trova perciò dentro e fuori l’indagine, ma quando l’inchiesta ufficiale si conclude, lui svolge un’indagine personale.
Entra in azione o fa lavoro di deduzione da fermo?
Entra in azione. Trova la conferma di una sua supposizione, saluta e ripiglia la sua convalescenza lasciando le cose come sono state messe dall’indagine ufficiale.
Diciamo allora che è il più irregolare dei romanzi di Montalbano.
Totalmente irregolare. Ma anche qui troviamo il Montalbano contrario a intervenire in una situazione illegale.
Sta per caso cadendo in depressione?
Non è depresso. E’ invece una persona che comincia a chiedersi troppo spesso il perché del continuo contrasto tra la sua coscienza e la legge. E questo pensiero a un certo punto lo logora.
Ne "Il giorno della civetta" compare alla fine una Livia parmense che dice di amare la Sicilia ma di non esserci mai stata. La sua Livia ligure invece non ama la Sicilia ma viene spesso. Uno strano caso di omonimia che integra anche un rovesciamento della stessa figura femminile.
Probabilmente è stato un transfert inconscio. Sa che me ne sono accorto dopo? Rileggendomi "Il giorno della civetta" mi sono detto: “Mannaggia, potevo cambiarle il nome!”. Devo dire però che la Livia di Sciascia non mi aveva colpito particolarmente forse perché è scorciata e finale. Mi colpì di più quanto dice in tre frasi la moglie dell’eccellenza, nuda e bellissima, quando zompa fuori dal letto scocciata dalla telefonata notturna che riceve il marito.
In realtà, ancorché non si dica altro, lei è il meno sciasciano di tutti.
Non ho niente della lucidità razionale di Leonardo. Semmai sono più cardarelliano che sciasciano, un cinico che ha fede in quel che fa, distante rispetto a Sciascia, del quale comunque condivido il 90 per cento delle posizioni morali e civili: rimango sempre ammirato da questa sua lingua affilata come un bisturi.
Però ha detto che quando comincia a scrivere un libro non può fare a meno di leggere prima qualche pagina di Sciascia.
Sì, ho bisogno di una carica. Difficile che io vada a caricarmi con autori che magari leggo più di Sciascia. Mi carico più su una tensione dialettica che non consolatoria. Come in un buon matrimonio, gli sposi devono essere diversi per amarsi davvero.
A "La pazienza del ragno" dovrebbe fare seguito, secondo il suo rituale, un romanzo storico. Che, per quanto se ne sa, cade all’inizio del Novecento con un impegno di tipo sperimentale?
Preferirei non parlarne perché può darsi che l’idea abortisca e rimanga sulla carta.
Ma la sperimentazione resta un suo banco di prova irrinunciabile.
Assolutamente sì. Che cosa ho fatto quando ho scritto "La concessione del telefono"? Non ho che evitato il romanzo tradizionale scrivendo qualcosa che attiene più che altro al teatro, senza passaggi temporali e senza descrizioni. Quando ho scritto "La scomparsa di Patò" come autore mi sono completamente chiamato fuori dalla narrazione, per quanto ciò sia possibile. Come dire, sto cercando di portare ancora più a fondo un tipo di ricerca strutturale all’interno del romanzo.
E’ da tempo in realtà che lo fa, diciamo da sempre. Ma a me pare che non sia per niente soddisfatto dei risultati ottenuti e che stia provando a rompere il romanzo al suo interno.
Non credo al romanzo tradizionale, pur piacendomi. Del resto anche un romanzo tradizionale qual è "Il re di Girgenti" trovo che abbia una struttura squilibratissima.
Già. Mentre i gialli di Montalbano seguono un andamento paratattico con uno svolgimento più cronologico e ordinato, tranne forse "Il cane di terracotta".
La scommessa era questa: avendo scritto solo romanzi storici, sono capace di scrivere un giallo? Ma attenzione. È vero che c’è un momento nel quale fai impazzire la maionese, ma è anche vero che dopo la puoi rendere immangiabile. Quindi se scrivo Montalbano non puoi permetterti di fare sperimentazione.
"Il re di Girgenti" romanzo tradizionale, ha detto? Beh, lo volle indietro dopo averlo dato a Sellerio per riscriverne metà. Anche lì giocò con la maionese eccome.
Le racconto tutta la storia. A settembre esce il secondo Meridiano e Silvano Nigro ha voluto i documenti non pubblicati del Re di Girgenti da mettere in appendice. Dico di che si tratta. Quando scrivevo il romanzo mi trovavo davanti a un problema: “Come faccio a raccontare i fatti di Zosimo da quando ha 16 anni fino a 38 anni? Sono fatti privati ma anche avvenimenti internazionali”. Bisognava fare un libro di 1800 pagine, perlopiù noiosissime. Mi venne allora in testa di occupare questa parte centrale scrivendo tutta una serie di documenti finti, cambiando stile: dalla lettera privata alla nota ufficiale del documento. Mi trovai perciò con circa cinquanta documenti, che erano una meraviglia perché mi risparmiavano spazio e mi evitavano la caduta nella noia. Una volta scritto il romanzo, che mi portavo dietro da anni, fui ben felice di darlo alla mia lettrice primaria che è mia moglie, la quale mi disse: “Il racconto mi piace, però quelle pagine di docum