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RASSEGNA STAMPA

LUGLIO 2010

 
Altritaliani.net, 1.7.2010
Questa intervista a Camilleri è tratta dal libro "Mezzo secolo dal "Gattopardo". Studi e interpretazioni". A cura di Giovanni Capecchi, "Logos" n.5 - Le Cariti Editore - 2010
Il Gattopardo: l’estraneità alla Storia. Intervista ad Andrea Camilleri
Sarà blasfemo ma per il grande autore contemporaneo Andrea Camilleri, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è un’opera antiquata. Dal colloquio con Giovanni Capecchi, docente di letteratura italiana dell’Università per Stranieri di Perugia, sembra tuttavia emergere la grande attualità del “rifiuto della Storia” in quell’opera, come in una certa sicilianità, come in una certa Italia di oggi.

Quando hai letto la prima volta “Il Gattopardo”?
Immediatamente dopo la sua pubblicazione.
E che impressione ti fece?
Ti rispondo prendendola un po’ alla larga. Ho parlato del “Gattopardo” in un convegno che si organizzò a Palermo, non so in che occasione, inerente Tomasi di Lampedusa. Io parlai parzialmente del “Gattopardo” perché mi interessò esaminare, fare una sorta di collage, di alcuni testi e intitolai questa relazione “Quando Garibaldi sbarcò”, cioè che cosa succede attraverso la letteratura nel momento nel quale Garibaldi sbarca in Sicilia, e quindi ho preso “il Gattopardo”, naturalmente, ma ho preso anche Leonardo Sciascia con “Il quarantotto”, ho preso anche “I Vicerè”, ho preso Verga, ho preso Pirandello con “I vecchi e i giovani”. In genere c’è la corsa al trasformismo, cioè a dire, l’idea del «cambiare tutto per non cambiare nulla» – che nel “Gattopardo” non viene detta dal Principe ma viene detta dal nipote del Principe – è, per esempio, presente nei “Vicerè”, dove già la famiglia Uzeda si chiede che cosa dovrà fare per restare sempre e comunque a galla. E quindi cosa c’è in tutti, anche nel nipote del Principe? c’è il prendere atto dell’evoluzione storica e tentare di sfruttarla il meglio possibile. Chi non crede assolutamente in questa evoluzione è il Principe. Ed è un po’, questa posizione, preannunciata già nel 1911 da Pirandello nei “Vecchi e i giovani”, quando il principe don Ippolito Laurentano alla notizia dello sbarco di Garibaldi si chiude nel suo feudo, si crea una sua forza militare composta da ex borbonici e a capo di questi mette un ex graduato borbonico che esce in divisa quando si allontana dal feudo per andare a fare le compere, e c’è uno che lo sfotte e gli dice una canzonetta: «Dove vai sul ventoso tuo ronzino, stai scappando dalla storia o Sciaralla Sciarallino?». “Stai scappando dalla storia”: quindi è il rifiuto della storia che a me mi è sempre, come posso dire, dispiaciuto, non piaciuto in questo romanzo. Che cos’è che a me piaceva di questo personaggio: che ha il senso drammatico della sua posizione, e ce l’ha con una tale profondità questo senso di uomo ormai fuori completamente che questo è avvincente. Nella sua estraneità alla storia non è che c’è indifferenza, c’è veramente una sofferenza. Lo sa bene che dopo di lui c’è Calogero Sedara e i suoi simili.
Cosa pensi della modernità del “Gattopardo”?
Ora, qui posso passare per blasfemo, l’ho sempre trovato un romanzo antiquato. E allora crocianamente ti racconto un fatterello. In prossimità del 2000 mi telefonò dalla Spagna il redattore culturale del «Pais» e mi disse: «Dottor Camilleri, quale romanzo italiano del ‘900 traghetterebbe nel 2000?». E io senza esitazione e in perfetta buona fede dissi: «I promessi sposi». «Grazie», disse lui; «Prego», e riattaccai. Siccome era l’ora di pranzo andai a mangiare e mi sorse un dubbio. Dissi: «Rosé» a mia moglie, «ma I promessi sposi di quando sono?». E lei: «1840». «Porca miseria, gli ho detto a quello lì…». Squilla il telefono ed era lo spagnolo.
Mi dice, un po’ imbarazzato: «Dottore, abbiamo fatto un riscontro, ma “I promessi sposi” sono dell’800 e io le avevo chiesto un romanzo del ‘900». «Oddio, così su due piedi…». «Se le posso suggerire “Il Gattopardo”…». Dissi: «No, quello è sicuramente dell’800».
Sciascia dedicò al “Gattopardo” una conferenza agli inizi del 1959…
…la conferenza di Sciascia era molto sottile e molto fine…
…ed iniziava il suo ragionamento citando il dialogo tra il Principe e Chevalley…
Nella famosa scena tra Chevalley e il Principe, che rappresenta il fulcro del romanzo, il Principe bara indegnamente, perché quando gli dice a quel povero piemontese che cos’è il Senato, e quello glielo spiega cadendo nel tranello, bisogna ricordare che il padre del Principe aveva fatto parte del Senato palermitano, durante la prima Repubblica siciliana, quindi lo sapeva benissimo cosa era il Senato. Era stato costituito, il Senato, da Ruggero Settimo apposta per garantire eventuali eccessi innovatori della Repubblica. Quindi lui lo sa benissimo.
Non ti sembrano le pagine di Sciascia viziate da un pregiudizio ideologico? Quando parla del Principe disinteressato ai problemi sociali dell’isola, quando dice che il popolo entra nel romanzo soltanto attraverso l’immagine delle formiche che ricordano al Principe il giorno del plebiscito… Non ti sembra, oggi, discutibile questa posizione?
Certo che è discutibile. Però i nobili siciliani così erano. Si dividevano in due categorie: o quelli coltissimi, o quelli ignoranti. L’ignoranza dei nobili siciliani andava anche all’analfabetismo. C’era la formula: «Non firma perché è nobile», non solo perché era nobile ma anche perché non sapeva firmare. Ma sia i coltissimi che gli ignoranti erano indifferenti ai problemi sociali della Sicilia.
E della posizione di Vittorini sul romanzo, cosa pensi?
Vedi, è interessante leggere la lettera di Vittorini – che pure non lo volle nella sua collana “I gettoni” – che consiglia a Mondadori di pubblicarlo: «A me non piace, ma…». Intuiva la possibilità di un enorme successo editoriale. Ci aveva visto giusto come editor.
“Il Gattopardo” è un romanzo che sostanzialmente, almeno per la sua visione della storia, senti lontano, per molti aspetti estraneo.
Per quanto riguarda la lettura della Sicilia dopo lo sbarco di Garibaldi ti senti molto più in sintonia con “I vecchi e i giovani” di Pirandello, che citi ampiamente in epigrafe a “La concessione del telefono”. Eppure tra i tuoi romanzi ce n’è uno, “Un filo di fumo”, che, per il suo pessimismo, sembra avvicinarsi al romanzo di Tomasi…

Sì, è il più vicino al “Gattopardo”, infatti la conclusione è che non cambia nulla. Solo che nel mio romanzo il mancato cambiamento è opera del “deus ex machina”, è la volontà di Dio che fa affondare la nave, tant’è vero che Nenè Barbabianca, l’imprenditore prepotente che sarebbe andato in rovina se il vapore proveniente da Odessa fosse attraccato, va a ringraziare Dio con un ex voto. Se la nave arrivava era fottuto. Volevo raccontare una lotta interna alla borghesia commerciale. Il popolo si ritrova nel romanzo quando parlo degli spalloni con le piaghe fatte dallo zolfo che trasportano, di fronte ai quali il nobile dice che l’acqua di mare – che in realtà bruciava sulle ferite – gli fa bene perché pulisce. Questo è il massimo di comprensione che i grossi feudatari potessero avere. Noi abbiamo una dinastia grandiosa in Sicilia che sono i Florio, i Florio hanno fatto società di navigazione, quando l’imperatore austroungarico venne a Palermo fu ospite non del Sindaco o del capo dello Stato, ma dei Florio, quindi questo era il loro livello. Tu citami una sola opera dei Florio a favore degli indigenti. Non ce n’è una. Non esistevano. Erano come le anime di Gogol. La realtà è questa.
In un tuo articolo del 2000, intitolato “Dalla parte di Chevalley”, scrivevi tra l’altro: «La mia Sicilia non è la terra sonnolenta e rassegnata che in tanti hanno narrato (non Sciascia, non Pirandello): essa, semmai, nei miei libri è costantemente in movimento, in rivolta contro qualcosa o qualcuno»…
E ci credo io a questa possibilità di movimento. Che poi magari veniva repressa da certi interessi. Pensa alla situazione che si venne a creare nell’immediato dopoguerra quando i grossi latifondisti si alleano col brigante Giuliano e danno vita al separatismo siciliano. Il maggiore rappresentante del separatismo siciliano, il barone Lucio Tasca di Bordonaro, scrive un libro che si chiama Elogio del latifondo, in cui spiega che le cose vanno benissimo così come stanno.
Quindi l’idea politica che è alla base del separatismo è che sì, va bene l’unione italiana, ma hic sunt leones, qui si mantengono quelli che sono stati i privilegi di sempre. Contemporaneamente il braccio armato del separatismo è rappresentato da un signore il quale è iscritto al Partito Comunista e tenta di fare attraverso il separatismo un’isola rossa nel mediterraneo. Vedi come in sé c’è la doppia anima anche in un movimento che pareva unito come il separatismo. Voglio dire, queste forze contraddittorie spesso finiscono per annullarsi l’una con l’altra e si ha una sorta di fermo, di stasi, ma certe volte, misteriosamente, diventano forze propulsive, come un polo negativo e un polo positivo.
Quando uscì il film di Luchino Visconti che cosa pensasti?
Lo trovai estremamente più bello del libro… anche perché l’adattamento di Visconti c’era andato giù con l’accetta, prendendo solo quello che gli piaceva di quel romanzo…
…assume un ruolo predominante l’immagine del Principe fuori dalla storia…
Quello è un aspetto quasi autobiografico. Si può capire come interessasse tantissimo Visconti in quel momento questo sentimento di estraneità, di esclusione…
Hai mai avuto a che fare con i testi di Tomasi di Lampedusa nella tua lunga attività di regista?
No. Ma posso dirti che c’è un racconto di Tomasi che trovo esemplare, splendido, e quello sì che lo traghetterei nel 2000: Ligheia. Lo sa Dio cosa ho dovuto fare quando ho scritto Maruzza Musumeci per cancellarmelo dalla mente. Lo tenevo distantissimo, perché quello è un testo che ti può veramente condizionare nel momento io cui tu parli di una sirena, oggi…
Come spieghi il successo commerciale del “Gattopardo”, che dura ancora oggi?
Il libro ha un suo fascino, e questo è inutile negarlo. Il mercato librario non me lo so spiegare, posso però dire che ben venga che “Il Gattopardo” continui ad essere venduto, ce ne fossero. Perché altrimenti si vende Stieg Larsson, che dopo le prime venti pagine ti dici “Porca miseria, come scrive e che cosa scrive quest’uomo”. Ben venga “Il Gattopardo”, un milione di volte.
Io tendo a leggere “Il Gattopardo” da una parte come un romanzo sul tempo, perché è anche un romanzo polemico nei confronti del Risorgimento, basti pensare alle pagine sul plebiscito e sui brogli elettorali…
…certo …
…e dall’altra parte come un romanzo che guarda oltre il tempo, verso l’eternità. È anche un romanzo sulla morte.
Non c’è dubbio, certo. Lui la sente arrivare la morte. Anche certe sue apparenti evasioni, per esempio di tipo sessuale, sono come un rito funebre, vengono raccontate con cupezza, non c’è mai la gioiosità del sesso; è un’operazione un po’ malinconica, tanto per sentirsi vivi, o quasi.
E questo senso della fine mi sembra l’aspetto sempre attuale…
Sì. E poi è ben narrato, porca miseria. C’è un’ultima cosa che voglio raccontarti e che mi diverte.
Non so bene perché, ma io ho visto nel Principe e nei suoi atteggiamenti, nel senso della morte, della speculazione mentale sulla morte, il fratello maggiore di Lucio Piccolo, che era un po’ così, anche lui con l’idea della morte, il tentativo di parlare con i morti, il credere in un aldilà tutto suo, nella metempsicosi e cose simili, con mille idee anche contrarie e assurde che gli passavano in testa, ma lui le metteva in pratica.
Una delle cose più divertenti è il cimitero dei cani che c’è a Capo d’Orlando, dentro al loro parco pieno di piante e alberi improbabili (la sorella dei due Piccolo era una botanica ed era riuscita nel suo parco a fare arrivare da tutto il mondo delle piante che tu trovi, che ne so, nell’India inferiore, ma che certo non trovi vicino a Palermo), dove c’è già una situazione irreale. Mi ricordo che una sera, in mezzo a questi enormi alberi che non avevo mai visto, c’era uno spiazzo, un cimitero, perché c’erano le lampadine accese su ogni tomba. Mi avvicinai ed erano veramente tombe, solo i nomi erano curiosi perché uno richiamava Napoleone, un altro… “Ma che è?”; “Sono le tombe dei cani”. Aveva fatto il cimitero dei suoi cani. Erano però tombe di grandezza normale, perché credendo nella metempsicosi pensava che magari un cane si svegliasse e diventato uomo non trovasse spazio nella tomba.
Roma, 17 febbraio 2009
Giovanni Capecchi
 
 

l'Unità, 1.7.2010
La più sincera autobiografia del giornalismo italiano? L’ha scritta Nino Milazzo
«Un italiano di Sicilia» (Bonanno Editore) per certi versi è un viaggio sorprendente nel cuore palpitanti del giornalismo: da Ottone a Feltri, il racconto di glorie e derive (attualissime) dall’interno delle redazioni italiane.

[…]
Ma non solo giornalismo. Milazzo scrive anche il romanzo della sua vita, con l’alternanza sincera di vittorie e sconfitte, di gioie e dolori. E da autentico liberale, racconta anche la sua adolescenza fascista, spiegando con acutezza i meccanismi di propaganda totalitaria e mistificatrice del regime. Delinea il contesto storico e lo decostruisce con la stessa sincerità e lo spirito critico di un altro grande siciliano, Andrea Camilleri.
[…]
Salvo Fallica
 
 

Il Tirreno, 1.7.2010
Orchestra a Volterra

L’associazione Primavera musicale in collaborazione con il Comune di Volterra organizza un concerto dell’Orchestra Regionale della Toscana domani alle 21.15 al Teatro Persio Flacco di Volterra Programma M.Betta “Magaria” da un racconto di A.Camilleri per voce recitante e orchestra.
 
 

l'Unità, 2.7.2010
l’U cultura
L’estate tingerà di verde le Culture: lunedì parte lo Speciale estate con i fumetti di Comma22, le parole di Camilleri e molte sorprese
 
 

ThrillerMagazine, 2.7.2010
Acqua in bocca
Questa recensione è un'opera di fantasia, ma personaggi e luoghi citati non sono invenzione dell'autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive, scomparse o inventate è assolutamente voluta.

DA: isp. Capo Grazia Negro
A: dott. Salvo Montalbano c/o Commissariato di Vigata
OGGETTO: Acqua in bocca
Caro collega,
ti scrivo per porre alla tua attenzione l'uscita del romanzo Acqua in bocca, scritto da Camilleri e Lucarelli, edito da minimum fax. Se non l'hai ancora letto, ti consiglio di farlo, dato che i due protagonisti, eccezionalmente, siamo noi. Raccontano di quella volta che abbiamo indagato sul caso del cadavere del tuo concittadino rinvenuto qui a Bologna, con accanto i pesci rossi. Ricordi? Che avventura!
Sono quindi a richiedere la tua collaborazione per svolgere un'indagine su questa fuga di notizie.
Certa di aver stuzzicato in te una buona dose di curiosità, ti saluto.
Grazia Negro
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All'ispettore capo
Grazia Negro
Squadra Mobile
Questura di Bologna
 Cara collega,
la mia curiosità è stata stuzzicata, ho comprato il romanzo, l'ho letto e mi sono girati i cabasisi. Altro che fuga di notizie! Come hanno fatto ad avere le nostre lettere, i nostri bigliettini nascosti nel cibo e i nostri pizzini? Hai la mia piena collaborazione;  ho già iniziato le indagini qui a Vigàta. Dobbiamo andare a fondo.
Fazio, che ha il complesso dell'anagrafe, dice che tale Andrea Camilleri, nato nel 1925 a Porto Empedocle (AG), etc etc (Catarella mi ha detto che c'è tutto in internet), ha già scritto numerosi romanzi, anche su di me. Pensavo babbiasse, invece è vero. Per ora è tutto.
A presto. Saluti
Salvo Montalbano
P.S. Ma Lucarelli è lo stesso che mi diede la ricetta del brodo per cuocere i tortellini?
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DA: isp. Capo Grazia Negro
A: dott. Salvo Montalbano c/o Commissariato di Vigata
OGGETTO: Acqua in bocca — sviluppi
Caro Salvo,
intanto sì, si tratta di quel Lucarelli, chi l'avrebbe mai detto? Mi sembrava una persona per bene, invece... Ho chiesto la collaborazione del mio collega qui a Bologna, l'ispettore Coliandro e, per una volta, ne è venuto fuori qualcosa di buono. Carlo Lucarelli, oltre a distribuire ricette, scrive romanzi e conduce persino un programma televisivo, è quello di “Blu notte”. Ho scoperto che nella Primavera del 2005 è andato a Roma a casa di Camilleri, con Daniele di Gennaro, l'editore di Acqua in bocca.
Erano tutti lì per girare un documentario sui due autori, quando al di Gennaro viene in mente di chiedere loro come ci saremmo comportati noi in un'indagine a due, manco fossimo due personaggi inventati. E quelli giù a sciorinare ipotesi e scenari. Come un'improvvisazione teatrale, una jam session. Ma il di Gennaro non è contento, dice: “Adesso questa storia la scrivete!”
E l'hanno scritta, in cinque anni perché si è trattato veramente di una sorta di improvvisazione, un gioco, un'amichevole sfida basata sulla stima reciproca e l'ammirazione. Uno scriveva un pezzo, a cavallo tra i suoi impegni, l'altro continuava e rispondeva a tono, uno cambiava strategia, l'altro, imprecando, non era certo da meno. Una partita a scacchi degna di due campioni. E' così che hanno pubblicato la nostra storia.
Un caro saluto, ti abbraccio
G.N.
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POSTE ITALIANE — BOLOGNARECAPITO
0613 VIGATAFONO 01 19 0274
01/07/2010
GRAZIA NEGRO (13008)
SQUADRA MOBILE
QUESTURA DI BOLOGNA
MINCHIA!
MITTENTE
SALVO MONTALBANO
COMMISSARIO DI POLIZIA
VIGATA (MONTELUSA)
Barbara Barbieri
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 3.7.2010
Gli italiani di Camilleri
La prima puntata di un viaggio dello scrittore nell’identità italiana
Quanto ancora oggi idiomi e parlate siano anima del comune sentire
Identikit di un popolo dai mille volti
1. Continua
Andrea Camilleri
[Riproposizione a puntate del saggio Cos’è un italiano?, pubblicato su Limes nel febbraio 2009]
 
 

Europa, 3.7.2010
Il meglio in dvd
Andrea Camilleri, grande affabulatore a ruota libera

«Meno parole ci sono, più cinema è». Curioso come Andrea Camilleri lo dica mentre fa una chiacchierata di svariati minuti proprio sul cinema, spiegando ciò che la settima arte rappresenta per lui, perché abbia scelto di non diventare un regista cinematografico e che cosa significhi per un siciliano il grande schermo. Ma si sa, Camilleri è un grandissimo affabulatore, e il dvd "Abecedario di Andrea" Camilleri (edizioni Derive Approdi), una lunghissima intervista divisa per temi diretta da Eugenio Cappuccio e condotta insieme a Valentina Alferj, è un omaggio alla fantastica capacità dello scrittore e regista teatrale e televisivo di creare un universo di immagini con le parole, illustrando con impressionante coerenza e lucidità la propria visione del mondo. Questo abbecedario (con una b sola) si addentra nei significati di “arguzia”, “ozio” e “narcisismo” ma anche “necrologio”, “fumo” e “whisky”.
Grande spazio è dedicato al Camilleri regista, cominciando appunto dalla voce “regia” per proseguire con “trama” e “narrare”.
Ma è alla voce “cinema” che scopriamo che Camilleri avrebbe dovuto girare una commedia con Monica Vitti e Michelangelo Antonioni in veste di “assistente tecnico”; che al cinema del suo paese se ciò che proiettavano sullo schermo non piaceva, il pubblico protestava e il film veniva cambiato in corsa; che spesso le critiche cinematografiche migliori erano quelle del vicino di sedia di quella sala di paese; e che a far desistere Camilleri dalle velleità di regia cinematografica è stato il suo lato pigro: «Ho ritenuto di non avere la forza di affrontare l’eccesso di mediazione che il cinema comporta». Diciamo la verità: ascoltare Camilleri a ruota libera è uno spasso. Con ironia, pathos e verve da prim’attore dice la sua sul lavoro e su Roma, su Pinocchio e il Quarantotto, su Vittorini e il generale Patton, sui clandestini e sui credenti. C’è anche la voce “basta”, ma è seguita da un inciso: «Basta (una vita)».
Paola Casella
 
 

l'Unità, 4.7.2010
Chef Camilleri
Dove non hanno potuto le leggi ad personam ci ha pensato la Nazionale
Saverio Lodato / Andrea Camilleri
 
 

l'Unità, 4.7.2010
Lo Speciale Estate
Parole e immagini

Torneremo ad esplorare le parole chiave della nostra epoca con l’aiuto della saggezza e dell’ironia di Andrea Camilleri […].
 
 

Gazzetta del Sud, 4.7.2010
Camilleri racconta la vicenda umana di Luigi Pirandello
Biografia del figlio cambiato

Davvero Pirandello soffrì a tal punto il suo rapporto con il padre da ritenersi un «figlio cambiato», come quelli che le leggende attribuivano alle stregonerie dei «donni»? Davvero a quasi sei anni di età ricordava una mattina di cinque anni prima in cui d'improvviso era calata l'oscurità per gli effetti di una storica eclissi solare?
Davvero, ormai adolescente, Luigino – come ancora tutti lo chiamavano – soleva togliere a tarda sera il materasso dal letto per rimanere così sdraiato sulle panche e poter leggere fino a notte fonda senza farsi cogliere dal sonno?
Sono questi alcuni tra gli episodi di vita del grande letterato siciliano raccontati da Andrea Camilleri nella sua originale biografia pirandelliana, dichiaratamente romanzata e rivolta ai «lettori comuni», ma egualmente basata su una ricerca attenta delle fonti documentarie e delle testimonianze trascritte da amici e familiari.
È una storia che affascina non tanto per le vicende fuori dall'ordinario che la caratterizzano; dal momento che ogni esistenza a modo suo è del tutto straordinaria, come sarebbe bene ricordare agli ideatori dei titoli televisivi a effetto. Quanto per la continua e pressoché ininterrotta assimilazione di contenuti umani, cercati e sempre trovati nella coinvolgente passione per la dimensione interiore dell'essere, per il lato solo apparentemente nascosto di ogni sua variabile caratteriale.
La misura insomma dell'incontro ravvicinato, quasi della pubblica confessione di uno scrittore siciliano del passato a uno del presente, di assai minima distanza spaziale e di neanche tanto eccessiva differenza temporale. Pur nel rapido cambiamento delle epoche e nel repentino trasformarsi dei codici comunicativi.
L'arte di Pirandello allora c'è tutta, perché è lui stesso a svelarsi per interposta persona nei protagonisti e nei comprimari dei suoi racconti, delle sue novelle, delle sue opere teatrali. Dove ritornano insistenti, a volte ossessivi, i temi conduttori di un viaggio terreno cominciato e continuato nel caos, nella familiarità con la follia, nella voglia irrefrenabile di gettare lo sguardo fin nelle più intime configurazioni esistenziali.
Esperienze comuni a tante generazioni, a tutte le generazioni di giovani e giovanissimi, divengono così gli attrezzi ginnici delle palestre di vita, in cui appaiono e scompaiono di continuo i personaggi nel bene e nel male più significativi. Attraverso l'immutabile sentire dell'odio, dell'amore, dell'amicizia, dell'invidia e della solidarietà, che in un rincorrersi di realismo e d'ironia conduce infine agli interrogativi senza risposta dell'esperienza umana. Quelli che l'opera palesano come immortale, e senza confini di gusti o di mode letterarie rendono le sue oggettive e profonde interpretazioni.
f.b.
 
 

Slowcult, 4.7.2010
Acqua in bocca
di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, 108 pp, 10 €, Mimimum Fax 2010.

Un botta e risposta senza esclusione di colpi, un crossover di stili narrativi che vede la discesa in campo dei due purosangue delle rispettive scuderie: Grazia Negro da Bologna per Lucarelli e il Commissario Montalbano da Vigata per Camilleri in questo “Acqua in bocca” edito da Minimum Fax. Un partita a scacchi a suon di epistole anziché di mosse, dove in una fitta ed intrigante corrispondenza che viaggia addirittura dentro cannoli, tortellini e cassate siciliane, si prefigge di svelare il mistero di un cadavere soffocato con un pesce in gola! Ad unire le due distanti location e i due ancor più distanti protagonisti sono il luogo dell’omicidio (Bologna) e la città natale del cadavere (Palermo), per dare lo spunto ad un sodalizio tra i due giganti del genere noir. Ognuno dei due rimane fedele al proprio stile. Lucarelli, da abile osservatore, non trascura un indizio e scandaglia la scena da tutte le possibili angolazioni di lettura. Camilleri dal canto suo si affida ad una sorta di fiuto da segugio, un sesto senso apparentemente privo di logiche ma che alla fine risulta essere quello vincente. E non mancano incursioni e citazioni a ravvivare il tutto, sia attingendo dalla cronaca e dalla realtà, che dalla fantasia degli stessi autori come dimostra il breve seppur significativo cameo del detective confusionario Coliandro, contrapposto a quello del fedele e altrettanto casinista Catarella. Pare che i due scrittori si siano anche divertiti a mettersi vicendevolmente i bastoni fra le ruote, cambiando continuamente le carte in tavola al fine di creare degli ostacoli allo sviluppo della storia in una sorta di sfida leale, una singolar tenzone atta a misurare la capacità dell’altro di togliere le castagne dal fuoco. Il risultato è gradevole, personalmente non avevo dubbi, nonostante si sia gridato all’ennesima operazione di cassa in previsione dell’estate. A discapito di ciò dovrebbe comunque rassicurarci il fatto che i proventi verranno devoluti interamente in beneficenza: Andrea Camilleri a favore dell’Associazione San Damiano onlus per la realizzazione di una scuola nel lebbrosario di Ambanja, in Madagascar (www.sdamiano.org); Carlo Lucarelli a favore dell’Associazione Papayo per la realizzazione di una scuola in Sierra Leone (www.myspace.com/papayoonlus). Buona lettura.
Claudia Giacinti
 
 

l'Unità, 5.7.2010
L’Abecedario

Dalla A alla Z un abecedario di parole chiave attraverso le quali parlare di letteratura, politica, lingua, teatro, regia, autori, opere, personaggi, incontri... Oltre cinque ore di intervista ad Andrea Camilleri in questo “Abbecedario” (2 dvd e libro) a cura di Eugenio Cappuccio e Valentina Alferj edito da Derive Approdi (pagine 55, euro 26,00). Dal libro abbiamo scelto otto parole: Camilleri oggi parla della parola «Italia». Dal dvd, invece, abbiamo scelto altre otto parole. La prima è «Cinema»: lo scrittore ne parla nella videointervista da oggi sul sito de l’Unità (www.unita.it).
 
 
L’abecedario di Andrea Camilleri
Italia
Gli italiani? Sono come le particelle di Majorana... negativi e positivi.
La politica è contraddittoria proprio come lo siamo noi

Prima ancora che si facesse o poco dopo che si era fatta l’Unità, c’è stato chi ha detto che l’Italia era «un’espressione geografica». In realtà a una prima osservazione superficiale l’Italia è un’espressione geografica; come sono un po’ tutte le nazioni aggiungerei io, perché il carattere di un marsigliese non è il carattere di un bretone. Ci sono distanze abissali. Il carattere di un siciliano non è il carattere di un lombardo.
Il problema dell’Italia è stato che, mentre l’unità d’Italia era un processo storico irrevocabile verso il quale tutti ci avviavamo, questa unità venne attuata assai malamente, con errori che ci portiamo appresso fino ai nostri giorni. Uno degli errori più gravi è stato che le regioni del Nord, soprattutto il Piemonte, l’artefice dell’unità italiana, hanno considerato le regioni del Sud non dico come colonie, ma poco ci manca. Faccio un solo esempio: nel Regno delle due Sicilie non esisteva la coscrizione obbligatoria. Tu andavi a fare il soldato coi Borboni perché così ti guadagnavi il pane. Ma la coscrizione obbligatoria non c’era. Venne introdotta già nel 1861, senza nessuna preparazione psicologica, con un diktat, dall’oggi al domani.
Ora, se in una famiglia di braccianti agricoli levi per due anni, perché tanto durava la ferma, un ragazzo di 18 - che diventa braccia-lavoro, diventa ricchezza della famiglia e possibilità di guadagno - è come aggiungere una tassa su quella famiglia. Si vestivano a lutto i famigliari del giovane chiamato alle armi e lo accompagnavano al distretto come per un funerale. Basta guardare, in un bel libro del professor Oddo sulla situazione economica della Sicilia dall’Unità d’Italia pubblicato dalla Laterza, i grafici della produzione del Sud, per esempio i telai (ottomila ce n’erano in Sicilia e chiudono nel giro di due anni, perché si preferiscono i telai biellesi). Oppure va a picco, come va a picco la borsa certi giorni, il grafico della natalità: perché fare figli per darli allo Stato? E lì si coniò uno dei modi di dire più belli e tristi della Sicilia: «Mi livaru u piaciri di futtiri». Che nacque in quell’occasione. Queste differenze l’Italia se le porta dietro e ancora oggi ne subisce le conseguenze.
L’Italia è composta da italiani, ed è questo il problema, problema che venne subito individuato dopo l’Unità da colui che disse «Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani» e sempre nello stesso periodo ci fu anche un grande uomo politico che aggiunse: «Non è impossibile governare gli italiani, è inutile». Se c’è un popolo che non ha il senso dello Stato è quello italiano.
L’unico periodo nel quale ebbe un breve e fittizio senso dello Stato fu sotto il fascismo (dovremmo ritornare alla lettera D di dittatura). Certo, le dittature sono una cosa terribile, levano le libertà (invece è dimostrato che certe libertà possono essere levate anche in una democrazia deviata), però rappresentano una forza unitaria forte per una nazione. Basti pensare a ciò che accade oggi in Iraq dopo Saddam Hussein oppure a quello che capitò in Jugoslavia immediatamente dopo Tito, come il frazionamento fra etnie si ripropose immediatamente mentre la dittatura era riuscita a tenerle unite; idem col grande esempio dell’Unione Sovietica…
Difficile parlare dell’Italia in tre minuti. Io dico che gli italiani sono come le particelle di Majorana che scomparve misteriosamente. La sua intuizione a proposito dell’antimateria scomparsa che nessuno sa dove va e dove si trova - intuizione grandiosa e tutt’ora a esame - è stata che sia la materia sia l’antimateria componessero la particella. Cioè, che non fosse solo composta della materia ma anche del suo opposto. L’italiano è la particella e ha in sé una carica positiva e una negativa, la materia e l’antimateria. È capace in una guerra di scappare mettendosi le gambe in spalla come a Caporetto e a fuggire precipitosamente davanti al nemico, ma è capace anche di farsi ammazzare in guerra a Bir el Gobi. Erano fascisti. Permettetemi di riconoscere questo coraggio a dei fascisti. Ma non erano gli stessi italiani? Sì, erano gli stessi. Italiani brava gente? Certo. E quelli morti per gas in Etiopia? Che abbiamo gasato in Etiopia? Ce li scordiamo?
L’italiano è continuamente sé e l’opposto di sé; questo ti spiega la sua politica e il suo vivere che sembra essere così contraddittorio. È la solita particella che gira un po’ in un senso e un po’ nell’altro e la faccia dell’italiano cambia.
Andrea Camilleri
 
 
L’ideatore e lo scrittore
Eugenio Cappuccio: «Lui, un maestro di educazione civica»

«Camilleri è un vero maestro di educazione civica che si staglia nel panorama di mediocrità che viviamo». Parole di Eugenio Cappuccio l’ideatore di questo «abecedario». È stato lui, infatti, il regista e attore che debuttò con la «premiata ditta» Cappuccio-Gaudioso-Nunziata, a farsi avanti con Derive e Approdi per proporre questo cofanetto di video più libro, su modello di quelli già sperimentati su Deleuze e Sanguinetti. Detto fatto, con l’aiuto di Valentina Alferj fedelissima segretaria dello scrittore, Cappuccio si è messo al lavoro. Anche le voci le ha scelte lui. Dalla a di anomalia alla Z di zibaldone. Quelle rimaste fuori dall’«abecedario parallelo» in video sono finite nel libro. Il risultato, spiega il regista, è il ritratto di un uomo «che ha la sua grande forza proprio nell’equilibrio, in questo suo realismo senza astio». L’obiettivo, prosegue, «è stato invitarlo a parlare al di là della sua letteratura. Di Montalbano ha detto solo una volta».Tra le voci più belle, spiega il regista, c’è sicuramente Rosetta «il nome di sua moglie e il panino. Ma anche Roma dove da giovane frequentò l’Accademia d’arte drammatica e che descrive in modo mirabolante, un po’ come Fellini», col quale Cappuccio ha lavorato. Forse, prosegue il regista attualmente alle prese con un nuovo film autoprodotto («L’attore»), l’unico «rammarico è non aver inserito tra le voci Costituzione, un tema però che Camilleri ha toccato comunque a più riprese».
Gabriella Gallozzi
 
 

Il Messaggero, 5.7.2010
Un curioso abbecedario in video per parlare di letteratura, politica, amore... E della Capitale anni ’50
R come Roma

A Roma non ne ho avuto bisogno, di queste ventiquattro ore.
Immediatamente mi sono trovato a mio agio. Due volte mi è successo in vita mia di trovarmi perfettamente a mio agio in una città che non conoscevo: Roma e Il Cairo. Al Cairo forse perché le mie origini musulmane probabilmente hanno avuto il sopravvento e un ritorno di fiamma.
Roma è una città bellissima, splendida. Soprattutto quando ci sono venuto io, quando ancora da Piazzale Clodio, qui vicino, passavano le greggi che se ne salivano al tramonto verso Monte Mario. Quando a Monte Mario c’erano una decina di villette sparse nel verde e da Piazzale degli Eroi dove ancora non c’era quella orrenda fontana c’era una vecchia fornace in disuso e si andava in camporella, mentre qui ora è solo cemento. Dunque a quell’epoca era bellissima.
Devo dire che io l’ho conosciuta molto bene in virtù anche di un grande pittore. Io all’Accademia di Arte Drammatica dove ero allievo trovai comodissima la tuta. Era una tuta che D’Amico obbligava tutti a mettere... “Mettete le tute!”, diceva la mattina. E questa tuta era di colore marrone e aveva il logo dell’Accademia qui a sinistra. A me piacque enormemente e allora ne comprai una seconda e non me la levai più, mandavo una a lavare e mettevo l’altra, letteralmente. La sera uscivo con la tuta! Mi ricordo, incontrai da Aragna un mio zio che era molto snob e fece finta di non conoscermi.
C’era anche una piccola retorica “operaistica” in tutto questo, va da sé... e suscitava curiosità ‘sta benedetta tuta, perché non era una tuta da metalmeccanico, nemmanco da camionista o da garagista, era curiosa, non aveva una macchia... e quindi la gente mi guardava un po’ così.
Allora io andavo a pigliare il cappuccino, che poi era il pasto serale, da quello che oggi si chiama Canova, e invece a quei tempi non si chiamava Canova, si chiamava Luxor, dove c’era una cassiera meravigliosa, centenaria: io credo che alla sera le mettevano una cosa addosso, e l’indomani era uguale al giorno precedente, cioè identica! Uno si pettina in un modo diverso, invece no, sempre uguale! Allora le macchine da scrivere avevano una sorta di coperta, credo che le mettevano una cosa di queste.
Ed era un centro di riunione di intellettuali, pittori, poeti, Antonello Trombadori ecc. E c’era un signore solitario, seduto sempre così al tavolino in questa posizione nella quale sono io (appoggia la testa sulla mano, n.d.r.) che mi vedeva entrare e non staccava mai più gli occhi da me.
Una sera io stavo bevendo il mio cappuccino, si alzò venne da me e disse: “Mi perdoni, ma questa cosa che ha addosso cos’è?”. E io dissi “È la tuta dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica”. “E che è l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica?” e gli spiegai cos’era.
“Ah perché la regìa si insegna?”. “Sì, si insegna”. “Ti vuoi veni’ a sede’ al mio tavolo?”. E io mi andai a sedere. “E tu chi sei?”, dissi. “Io so’ un pittore“ dice lui . “E come ti chiami?”. “Mario Mafai.”
Per poco non mi venne un collasso, giuro, perché era uno dei grandi pittori che amavo veramente: le Demolizioni, le cose sue, i suoi grandi quadri... Diventai amico di Mario Mafai, amico notturno.
Quindi, certe sere “’namo a fa ’na passeggiata” e andavamo in giro, e lui parlava di Roma. Quindi ho avuto una guida che si chiamava Mario Mafai, che mi spiegava i colori cangianti di Roma. Guardate, indimenticabile per me Mafai. Mi fece conoscere... Una volta era il tramonto: “Valla a pittà mi disse quella cupola.” “Perché Mario?” - “Eh perché...”. Ecco, mi spiegò come cambiava, bastava spostarsi un poco e i colori cambiavano.
Perché allora tu, a Roma, e torniamo al discorso iniziale, questi incontri, li facevi. Non c’era nessun problema a incontrare un grande pittore, o Cardarelli, che scendeva col cappotto in pieno luglio... Cappotto, ghette, guanti e sciarpa e cappello. Una volta vidi impazzire un camionista allora potevano passare per il Corso i camion che scese in mutande e si buttò per terra a vedere Cardarelli che attraversava Piazza del Popolo in pieno luglio vestito come per andare al polo nord, un attacco isterico gli venne, poveraccio... Ed era aperta a qualsiasi incontro Roma, tu potevi incontrare chiunque.
Andrea Camilleri


L’opera
La maratona linguistica del grande affabulatore

Un’intervista-fiume, in video, divisa per voci: parole chiave attraverso le quali parlare di letteratura, politica, amore, fiaba, autori, incontri... Una camera fissa che spia le espressioni del volto, registra le pause, le interpunzioni, i toni. Quasi un ritorno alla tradizione orale degli antichi cantori, al gusto del narrare, all’affabulazione. E chi più di Andrea Camilleri può rendere le mille sfumature di una lingua letteraria, le contaminazioni tra parola scritta e parlata, la sorpresa di un idioma che non si esaurisce in nessun “dialetto”, ma li contiene tutti? Eccolo “L’abecedario di Andrea Camilleri” (DeriveApprodi, doppio dvd+libro, 26 euro), l’opera certamente più “autobiografica” del grande scrittore siciliano, perché non c’è “voce” che non offra un ricordo, un punto di vista, un’emozione. Un’opera-video, come infatti la definiscono i due curatori, Valentina Alferj, assistente dello scrittore da alcuni anni e Eugenio Cappuccio, regista e sceneggiatore. Consapevoli che la lunga maratona linguistica di Camilleri, durata molto più delle sei ore incise nei dvd (molte altre “voci” non registrate in video sono state trascritte in un “abbecedario parallelo” allegato) è, più che un’intervista, una summa di pensiero, un denso monologo, la declinazione, raffinata e sorprendente, di una vita trascorsa con e per i libri. Su tutto, l’ironia, che penetra leggera, come il fumo della sigaretta sempre accesa di Camilleri, nella riflessione ad alta voce di uno scrittore che non baratta il successo con l’impegno, e non teme di assumere posizioni scomode.
A scorrere le “voci” di questo video-abbecedario, a cui Camilleri si è sottoposto nel suo studio romano traboccante di libri per una intera settimana, per diverse ore al giorno di registrazione, sembra di trovarsi difronte ad un magnifico rebus. Si parte da a come anomalia per finire alla zeta di zibaldone, passando per gli argomenti più disparati: animali, bicicletta, clandestino, G8, intercettazioni, magistrati, narcisismo, ozio, Pinocchio... E naturalmente Roma. Una «grande madre», rivista con gli occhi della memoria: la Roma vissuta da studente dell’Accademia nazionale di Arte Drammatica, la Roma anni Cinquanta di Cardarelli e Mafai. Ma anche la città «dai colori cangianti» e dalla varia umanità: un mendicante che «mi ripagò altro che con gli interessi!», un signore «elegantissimo in via Condotti» che chiese una lira al giovane Camilleri («Si levò il cappello, mi ringraziò e si diresse verso qualche dramma o qualcosa di questo genere»). E un “guardiano delle oche” sul Lungotevere. «“A queste ce bado io, queste sò quelle papere che non avvertirono i romani dell’arrivo dei Galli. Sai che al Campidoglio quelle fecero “qua qua” e i romani se ne accorsero? Loro no. Allora i romani le buttarono al fiume, e sò rimaste queste che ci bado io”. Non so, ma era una storia di una bellezza strepitosa!», racconta lo scrittore.
Quello che pubblichiamo è una parte della trascrizione del lungo monologo in video di Camilleri su Roma. Una dichiarazione d’amore per quello che c’era e non c’è, per quello che passa e che resta. Abbecedari per chi non si rassegna.
Fiorella Iannucci
 
 

La Repubblica (ed. di Roma), 5.7.2010
Lucarelli-Camilleri, lo scoop di Minimum Fax

Quanta strada hanno fatto i ragazzi di Minimum Fax da quando spedivano la loro rivista via fax, alle tre di notte, facendomi sobbalzare nel sonno. Strada lunga, ma sempre tra sassi e buche, mai un rettilineo asfaltato: hanno riproposto scrittori americani, scoperto nuovi autori italiani, varato saggi polemici, ma sempre pedalando in salita, lontani dal refrigerio delle classiche, dall' ossigeno dei grandi premi letterari. Sono contento che stavolta avranno un salvadanaio da riempire con le vendite di "Acqua in bocca", romanzetto scritto a quattro mani da Lucarelli e Camilleri. È la storia di un omicidio bizzarro, di un uomo soffocato con un sacchetto di plastica pieno di pesci rossi. Del caso si occupano Grazia Negro e Salvo Montalbano, i due detective collaborano scambiandosi lettere e messaggi segreti, inviandosi ricette e sospettando di tutto e di tutti. E Minimum Fax per una volta vola, grazie a questo giallo estivo può continuare a proporci i suoi libri più complessi.
Marco Lodoli
 
 

OK Libri.com, 5.7.2010
La rizzagliata
“Perché la politica questo è. Fumariti ‘na sicaretta che non ti piaci pirchì a quello che te l’ha offerta non vuoi, o non te la senti, di diri di no.”

Il giallo (non montalbaniano) di Andrea Camilleri, La rizzagliata, pubblicato nell’autunno scorso da Sellerio, ha una storia piuttosto curiosa: infatti è arrivato in Italia un anno dopo l’uscita in Spagna, dove ha pure vinto un premio, il Premio Internacional de Novela Negra.
Il titolo in spagnolo suggerisce la difficoltà di trasporre il «vigatese», problema che conoscono bene tutti traduttori di Camilleri: in effetti, come rendere il titolo originale, che contiene un riferimento al «rizzaglio», una rete in cui restano impigliati «i pesci cchiù stùpiti o i cchiù lenti, pirchì quelli cchiù sperti, videnno le reti calare, si scansano ‘n tempo»?
La scelta spagnola è stata quella di aggirare l’ostacolo con un titolo più semplice La muerte de Amalia Sacerdote.
La metafora del titolo è molto esplicita: il termine siciliano designa una rete a forma di campana da cui è difficile scappare, come non è facile sfuggire alla rete che il potere politico, economico e mediatico costruisce attorno a una persona, soprattutto se il pesce non è furbo e abile come chi ha lanciato il rizzaglio.
Per questo romanzo ambientato in Sicilia ai tempi nostri, tutto improntato sull’importanza positiva e negativa che può avere oggi l’informazione e su come questa possa in qualche modo influire notevolmente su certe situazioni, l’autore ha dichiarato di essersi ispirato ad un fatto di cronaca, il delitto di Garlasco. Per il resto è pura invenzione…
Ambientata a Palermo, la vicenda ruota attorno alla redazione della RAI siciliana: Michele Caruso, il direttore del telegiornale regionale, e Alfio Smecca, il caporedattore della testata e suo più stretto collaboratore. Sin dalle prime battute tra i due si insinua un dubbio: è proprio necessario dare la notizia che circola per i corridoi della Procura, o forse sarebbe meglio tacere?
La questione è molto delicata: il giovane Manlio Caputo, figlio del leader del maggiore partito della sinistra siciliana, viene accusato dell’omicidio della sua fidanzata, Amalia Sacerdote, anche lei un cognome importante perché suo padre è il segretario generale dell’Assemblea Regionale siciliana.
La ragazza è stata trovata morta a casa sua con il cranio fracassato da un pesante portacenere e quel cadavere crea non pochi problemi, per le rivalità politiche dei genitori dei due giovani e per le evidenti connessioni con i poteri economico, giudiziario, giornalistico e politico dell’isola, una rete solida e ben radicata nel territorio, dalla quale è impossibile sfuggire.
Camilleri cerca di far riflettere il lettore sul potere che ha la televisione nel creare opinione e nel dare o non dare importanza a qualche evento, sull’intreccio disgustoso tra informazione, potere politico, potere economico e potere mafioso.
Il risultato è che la sensazione che il lettore trae dalla lettura, pagina dopo pagina, è quella di un cinismo diffuso, del valore pari a zero della vita delle persone e della visione pessimistica e dolorosa che lo scrittore siciliano ha dell’umanità: perché ne La rizzagliata non c’è un Montalbano che ristabilisce l’ordine, non c’è chi si indigna o propone una morale diversa da quella dominante.
Quello che conta per questi personaggi è non crearsi dei nemici tra i potenti, è avere l’appoggio di chi conta, è usare l’informazione, la politica, e ogni forma di potere per interessi personali, usando le armi e l’omicidio senza alcun rispetto per i cittadini e per la verità come ricatto.
Blanche
 
 

RomaFictionFest, 5-10.7.2010
Secondo quando riportato su Cinecittà News (14.2.2010) e Cinema & Video International (marzo-aprile 2010), per la quarta edizione del festival avrebbe dovuto essere in programma una retrospettiva dedicata ad Andrea Camilleri, con un omaggio a tutta la sua carriera televisiva «da quando seguiva le produzioni in Rai negli anni '60 (“Maigret”, “Nero Wolfe”) in poi».
Il programma pubblicato sul sito della manifestazione non riporta però nulla di simile.
 
 

APCOM, 6.7.2010
Pagine d'attualità/ Camilleri-Lucarelli, quattro mani da record
Minimum Fax prima in classifica con "Acqua in bocca"

Milano - Per fare il proprio debutto al primo posto della classifica dei libri più venduti la casa editrice Minimum Fax ha scelto di puntare sulle quattro mani più famose del giallo italiano, quelle di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Il risultato è un romanzo che si legge d'un fiato, "Acqua in bocca", nel quale per la prima volta il commissario Salvo Montalbano e l'ispettrice Grazia Negro si trovano a indagare insieme sul misterioso omicidio di un uomo, soffocato con un sacchetto per i pesci rossi. Da qui parte la storia, che poi prende una piega che a volte sembra scontata e altre invece ha il fascino dell'imprevisto disturbante. Perché la forza del libro, direbbe un lettore vagamente neoplatonico, sta proprio nella sua forma, nella sua idea, che alla fine si traduce in sostanza.
Oltre al talento indiscusso dei due scrittori, capaci in poche frasi di creare un universo narrativo, ad alimentare il fascino di questo breve libro è la sua struttura: già il fatto che si tratta di un giallo raccontato attraverso un romanzo epistolare - forma letteraria per antonomasia dello struggimento romantico alla Werther - è qualcosa che sorprende e lascia il lettore in un lieve stato di confusione, immerso nel gorgo di eventi violenti e crudi che però i due scrittori raccontano nella distanza di lettere necessariamente poco tempestive. A questo si aggiunge il ritmo jazzistico della narrazione, con Camilleri e Lucarelli che sembrano sfidarsi nel momento in cui si passano la melodia da una penna all'altra, in un crescendo di lievi distorsioni e improvvisazioni tipiche della jam session. Il risultato è una storia che, come nota l'editore Daniele Di Gennaro, si muove lungo un terreno accidentato, con una più bassa soglia di controllo dello scrittore sui suoi personaggi e sulle loro evoluzioni narrative.
Il resto lo fanno il carisma della Negro e di Montalbano, la loro propensione autoironica all'understatement e il loro essere meravigliosi personaggi di genere, intrappolati in quei cliché che, come scriveva Umberto Eco a proposito di "Casablanca", quando sono esagerati portano a raggiungere "profondità omeriche". Probabilmente non è il caso di scomodare il poeta cieco, però è indubbio che i personaggi dei due anomali poliziotti funzionano proprio per questa loro riconoscibilità, che trapela anche nelle brevi missive di "Acqua in bocca". La trama, e pare strano scriverlo a proposito di un giallo, assume meno rilevanza, diventa quasi un pretesto per un oggetto che buca la pagina attraverso l'uso di materiali altri, come i finti articoli di giornale, i rapporti di polizia, le fotografie che ammiccano alle versioni cinematografiche dei romanzi di Camilleri e Lucarelli. I passaggi a vuoto e i "buchi" della storia, che indubbiamente a volte si trovano, passano in secondo piano di fronte a questo gioco divertente, dal quale è molto difficile non lasciarsi coinvolgere. Non sembra difficile pronosticare al romanzo un immediato futuro da bestseller dell'estate 2010. Che a firmarlo sia un editore come Minimum Fax, probabilmente il miglior marchio emerso negli ultimi anni in Italia, è anche un segnale di speranza per il futuro dell'intero sistema letterario nostrano, forse non necessariamente condannato all'appiattimento culturale o alla banalizzazione dei grandi temi.
 
 

Geniale Confusione, 6.7.2010
Il Nipote del Negus
di Andrea Camilleri, edizioni Sellerio

Andrea Camilleri è un famosissimo scrittore, tra i più letti in  Italia, divenuto anche personaggio mediatico grazie a due fenomeni della radiotelevisione: la serie televisiva sul Commissario Montalbano, girata con sapienza tecnica in una splendida Sicilia, e le imitazioni fatte da Rosario Fiorello alla radio qualche stagione or sono.
Camilleri è un omone simpatico e piuttosto vanitoso, amante della cultura e della parola scritta, dotato di un atteggiamento filosofico-morale velato di cinismo, ma apparentemente naturale, probabile eredità dalla civiltà Greco Araba.
I personaggi di Camilleri sono legati alla terra d’origine: la Sicilia, e al proprio strato sociale. Sebbene essi possano dare l’impressione di coltivare idee e fedi di qualche natura, pragmaticamente si attengono ai fatti, li osservano, li descrivono, ne traggono conclusioni valide e circoscritte.
Camilleri riporta in modo semi-consapevole nei racconti un mondo di filosofia e di filosofi, nel quale il male è un incidente e la perseveranza nel male una scelta politica.
La mafia e la politica che esulano dalla vita quotidiana dei più, anche se ne condizionano fortemente le scelte, ma quasi come fenomeni naturali: la siccità, ad esempio, contro la quale non è possibile far nulla direttamente e per questo diviene un problema culturale. Per evitarne gli aspetti più distruttivi allora si cercano espedienti: come lo scavo di invasi dove raccogliere l’acqua quando c’è; il ricorso alle cisterne; la costruzione di opere adatte a mantenere l’umidità nel terreno combattendone l’evaporazione ed ogni opera frutto di cultura e riflessione. Invece le vibrate proteste indirizzate contro la siccità difficilmente ne attenuano gli effetti.
Il patrimonio culturale rappresenta un vanto per chi è nato in quella regione: esso è formato da una cultura ricca ed antica, fortemente legata alla terra, tramandata di famiglia in famiglia; di quella cultura Camilleri è testimone e ne trasmette il senso. I suoi scritti mi lasciano pensare, spesso, alle opere dei pupi siciliani, quella sorta di commedia dell’arte nella quale i personaggi sono ben delineati e caratterizzati da un ruolo preciso, da un nome, da un abito.
Appaiono: l’ingenuo, l’ansioso, l’avaro, il vanitoso, l’arrivista, il calcolatore nei panni del poliziotto, del commerciante, del prefetto, del giudice eccetera.
Un particolare affetto Camilleri riserva alla figura del commissario, persona che conosce la gente, si chiami Montalbano o Spera; una certa attenzione egli riserva anche alle donne, mai migliori, ma simili ai maschi per le stesse caratteristiche morali e sociali belle o brutte, a parte i corpi. Le donne di Camilleri non sono mai né inferiori né emarginate.
La storia del Nipote del Negus fornisce il pretesto per dipingere uno strato sociale in un’Italia troppo propensa alla genuflessione davanti agli uomini (e non davanti a Dio).
In breve questo è il fatto: il ministro della cultura caldeggia l’iscrizione del nipote del Negus alla scuola di arte mineraria di Vigata, perché Mussolini intende avvalersi di lui onde ottenere dallo zio vantaggiose condizioni politiche nella definizione dei confini coloniali.
La vicenda si presenta complessa per il semplice motivo che si è nel pieno dei regimi fascista e nazista e che il nipote del Negus è “negro”.
L’ironia dell’autore si sbizzarrisce tanto nella presentazione dei fatti quanto nella tecnica di narrazione che propone un susseguirsi di autentici documenti finti più o meno ufficiali, scambiati tra ministero, prefettura, polizia, vescovado, podestà, ricchi di saluti fascisti e considerazioni più o meno deliranti; ma anche presenta brevi dialoghi che sembrano spiati di nascosto dietro le imposte delle case.
La figura del nipote del Negus viene delineata dalle parole altrui, perché egli non compare mai di persona: è descritto come un ragazzo bello e nerissimo, dotato di una capacità sessuale spettacolare e di una furbizia straordinaria ed esibita, in tutta tranquillità, attraverso una disarmante ignoranza dei rigidi schemi imposti dal fascismo.
In un mondo pieno di ipocrisie due personaggi riescono a comprendere le imprese funamboliche del giovane: sono il commissario Spera e il Prefetto che, forse poco sedotti dagli straordinari piani del duce, assistono alle ricche elargizioni economiche che il ministero assicura al prezioso ospite e ne seguono la fuga in Francia insieme alla giovane e “bruttissima” amante, per altro decisamente spregiudicata, accompagnata da una lettera piena di ironia verso gli italiani ed il loro dittatore che, come è d’uopo, attribuirà la responsabilità del tradimento ai soliti sovversivi comunisti.
Il libro è agile e divertente e si presta ad una bella lettura a voce alta: illustra allegramente gli aspetti ottusi della piaggeria e mette bene in evidenza la stupidità del razzismo e del culto della personalità.
pietrodesantis
 
 

MicroMega, 9.7.2010
Camilleri e Lodato, un anno di cronache con rabbia

Esce oggi in libreria "Di testa nostra" di Andrea Camilleri e Saverio Lodato (Chiarelettere). Il libro propone i testi di Camilleri e Lodato pubblicati su l’Unità nella rubrica "Lo chef consiglia" dal 23 maggio 2009 al 6 giugno 2010. Per gentile concessione dell'editore ne pubblichiamo due brani.
Ma il berlusconismo va denunciato? (27.5.2009)
La strage di via D’Amelio (18.7.2009)
 
 

Carmilla, 9.7.2010
Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli: "Acqua in bocca"

A vederli insieme, nelle pagine dello stesso romanzo, verrebbe da pensare a una versione poliziesca degli incontri ravvicinati del terzo tipo o – magari – a un aggiornamento de les liaisons dangereuses. Stiamo parlando di Salvo Montalbano, il celebre commissario di Vigàta nato dalla penna di Andrea Camilleri, e di Grazia Negro, ispettrice d’origini salentine in forza alla Questura di Bologna e protagonista d’una fortunata trilogia firmata da Carlo Lucarelli. C’è sempre qualcosa di “alieno” nel rendez-vous dei personaggi della letteratura popolare, qualcosa che evoca un periglioso transitare dagli universi cartacei di “competenza” verso mondi inesplorati.
Accade proprio questo nell’intreccio di Acqua in bocca: che la Negro coinvolga Montalbano in un’indagine non autorizzata. Il risultato è un’inchiesta condotta da due dei più noti indagatori del giallo italiano e redatta a quattro mani dalla coppia più titolata del polar di casa nostra: Camilleri&Lucarelli, per l’appunto. Ma visto che, a dispetto dei modi bruschi e delle maniere ruvide, Grazia ha il suo fascino, a non aver letto il libro e a voler malignare, si potrebbe pure mettere in conto un flirt. E allora diciamolo subito per tranquillizzare le lettrici che tengono a Livia, l’insopportabile fidanzata “spacca-cabasisi” del commissario: le danger de la liaison non riguarda un’improvvida, travolgente passione.
No, no, qui il pericolo è di gran lunga più casto, ma assai più insidioso, e cova nelle pieghe d’un mistero legato all’omicidio di tal Arturo Magnifico, residente a Bologna e originario di Vigàta. Considerato che il Magnifico è deceduto per soffocamento, e che l’hanno ritrovato senza una scarpa e con tre pesciolini rossi accanto, l’ammazzatina presenta aspetti davvero insoliti. Ed ecco perché Grazia decide di chiedere l’aiuto di Salvo, introducendo la famosa rottura dell’«equilibrio iniziale» e avviando – in ossequio alle antiche regole – il procedimento della detection. Da qui in poi, la narrazione mischia i cliché del poliziesco con gli stilemi del romanzo epistolare. Il racconto, infatti, procede come giustapposizione di lettere, dispacci, rapporti, articoli di giornali che i due personaggi s’inviano nei modi più ingegnosi per eludere il controllo di oscure centrali interessate a insabbiare l’inchiesta.
Come ha giustamente notato Maurizio Bono sulle pagine de «il Venerdì», Acqua in bocca è un tipico esempio di crossover, particolare format narrativo che incrocia – in un medesimo plot – personaggi provenienti da fiction diverse. Siamo nei settori commercialmente più avanzati dell’industria della cultura di massa, laddove cartoon e serie tv sono soliti proporre incredibili meeting di eroi più o meno super. E come dimenticare il grande schermo che non ha esitato ad affiancare le Maestà di Alien e Predator esibendo perfino lo strabiliante parterre di The League of Extraordinary Gentlemen. Il cosiddetto fictional crossover altro non è che il crisma accordato dal pop alle proprie icone. La crime story non fa eccezione, benché costituisca uno dei campi narrativi in cui il gioco in questione ha prodotto risultati annoverabili – il più delle volte – nell’intrattenimento buffo.
Per carità, i cultori della materia non dimenticano la spregiudicata manovra con cui Maurice Leblanc fece scontrare, nei romanzi di Arsène Lupin, il ladro gentiluomo con il suo naturale antagonista: quel detective residente al 221B di Baker Street e registrato all’anagrafe del poliziesco col nome di Sherlock Holmes. Intralciato da copyright e diritti d’autore, Leblanc ricorse a una furbata poco nobile, presentando il detective sotto l’identità posticcia di Herlock Sholmes e il fedele Watson nei panni d’un certo Wilson. È il potere delle parole: basta lo spostamento d’una consonante o il cambiamento di un nome per mandare a carte quarantotto le leggi sulla proprietà intellettuale.
In ogni caso, per tornare al vil denaro, Camilleri e Lucarelli hanno risolto il problema della “stecca” devolvendo i proventi delle vendite a due associazioni onlus. I tempi cambiano e l’intesa sembra confermare lo spirito sbarazzino con cui la coppia s’è generosamente cimentata nell’impresa. Una fatica che ha l’evidente sapore d’un divertissement cominciato per caso in un pomeriggio di primavera del 2005.
Durante le riprese per un documentario dedicato ai due giallisti, Daniele di Gennaro, responsabile di minimum fax media e cofondatore dell’omonimo marchio editoriale, rivolse agli scrittori una domanda carica d’implicazioni future: «Come si comporterebbero i vostri personaggi, Salvo Montalbano e Grazia Negro, con un cadavere in mezzo ai piedi? Come interagirebbero in un’inchiesta? Me lo raccontate?». L’improvvisazione funzionò così bene – a detta dell’editore – che il passaggio al cartaceo diventò una conseguenza necessaria. E altrettanto obbligata fu la scelta del mezzo espressivo: quel romanzo epistolare, condito da documenti e inserti vari, che ha permesso agli autori di passarsi la staffetta, sfidandosi capitolo dopo capitolo e lavorando a distanza.
Dunque è del gioco, della ludica tenzone, della sfida di sagacia, che stiamo ragionando. E così, nella postfazione che correda il volume, di Gennaro finisce per tirare in ballo due metafore ingombranti: quella jazzistica della jam session, simbolo d’un «irripetibile» intrecciarsi di suoni, e quella scacchistica che evoca visione strategica, furbizia tattica e l’incalzante alternarsi di botte e risposte. Di certo i paragoni ci possono stare, ma – com’è noto – il gioco è una cosa serissima che si basa su regole ferree. Perfino il piacere che ne deriva scaturisce dalla fatica, da una buona dose di sofferenza, dallo sforzo dell’intelletto e – nel caso migliore – dalla combinazione di questi elementi. Come in ogni passatempo enigmistico e come in ogni confronto basato sulla strategia, il giallo presenta alcune leggi che fungono anche da parametri di valutazione. E allora, se lo riferiamo alla grammatica del suo genere, Acqua in bocca – purtroppo – è un’occasione mancata, una buona idea cui non corrisponde un risultato apprezzabile, un’impalcatura narrativa esile come esile è, prima d’ogni altra cosa, lo sviluppo di quella procedura che governa – senza eccezioni – il poliziesco: la detection. Il punto è che, nell’arco di cento pagine, Grazia e Salvo semplicemente non indagano, anche perché movente e assassino saltano fuori prima della metà del romanzo. Con un’attività inquirente appena abbozzata, un killer individuato e un movente più o meno chiaro, non c’è mistero e – di conseguenza – non c’è più il poliziesco. Dopo un timido avvio investigativo, legato a lampanti incongruenze presenti sulla scena del delitto, l’indagine sparisce del tutto, risolvendosi in una combinazione di conoscenze che i due detective non intuiscono né deducono, bensì si limitano ad apprendere ciascuno per proprio conto (quasi fossero giornalisti) per poi socializzarle nei modi più strambi. Arriveranno perfino a introdurre pizzini nei cannoli alla siciliana o nei tortellini doc “made in Bologna”.
Nemmeno il trapasso del racconto nella cornice dell’action migliora le cose. Se la struttura epistolare poteva prestarsi ai mille rovesci della schermaglia deduttiva e all’insidioso slittamento delle interpretazioni, nel caso dell’azione dal vivo il format manifesta limiti evidenti che solo una grande ambizione narrativa avrebbe consentito di ribaltare in punti di forza. Tutto ciò che accade, infatti, non può mai essere mostrato in presa diretta, ma deve passare – sempre e comunque – attraverso il filtro d’un qualche resoconto. Che sia la versione di un testimone o la ricostruzione di Montalbano poco importa. Ma l’alternarsi dei punti di vista tende a dimostrare un principio scontato: le cose non sono mai come sembrano. Così, la prima versione è sempre quella parziale, mentre la seconda, sempre buona, collega i particolari e li inscrive nell’ovvia ricomposizione dell’ordine infranto.
Lo vogliamo dire sinceramente? Ci sembra un po’ poco per gli autori de La vampa d’agosto e di Via delle Oche.
Sospeso tra un poliziesco mancato e un hard-boiled buffo appena imbastito, Acqua in bocca indulge alla celebrazione di universi letterari di successo, offrendone l’elenco completo di tic, cliché e comprimari. Dall’ottusità di Catarella all’ossessione anagrafica di Fazio, passando per l’affascinante Ingrid e l’indimenticabile Simone di Almost Blue, non manca niente e ci sono davvero tutti. A fronte di quest’esagerata esibizione dei gioielli di famiglia, colpisce l’assenza di quei contesti e di quelle ambientazioni che tanta parte hanno giocato nelle fortune di Grazia e Salvo. Ci riferiamo alla cancellazione della città turrita e dell’isola triangolare, di Bologna e della Sicilia, dagli accordi della sonata a quattro mani. O meglio: più che di cancellazione sarebbe opportuno parlare di riduzione della complessità geografica – dunque sociale e perfino psicologica – agli stereotipi folk d’una cartolina illustrata. E Bologna finisce per diventare la città dell’Antica Salsamenteria Tamburini. Un’indicazione gastronomica di tutto rispetto, ci mancherebbe. Ma insomma…
Si dice che non esisterebbe letteratura popolare senza un’intrinseca tendenza inflattiva. Probabilmente è vero. Ed è perfino possibile che Acqua in bocca inauguri una vera e propria serie d’incontri letterari sotto il segno dei crossover polizieschi dall’umorismo lieve, scanzonato, e dal taglio teatrale e metanarrativo. Tuttavia, poiché sono stati menzionati il jazz e gli scacchi, chi scrive continua a manifestare la propria preferenza per la tromba di Chet Baker sul malinconico attacco di Almost Blue, ricordando i tempi in cui Grazia Negro esplorava i mille rivoli di quella metropoli reticolare, spalmata lungo la via Emilia, che si chiamava Bologna. E a proposito di allusioni vale la pena ricordare, parafrasando il titolo d’un capolavoro di Andrea Camilleri, l’anomalo movimento di un determinato pezzo sulla scacchiera. «La mossa del cavallo», infatti, è una buona metafora del modo con cui è possibile forzare le regole dei generi rispettandone le rigorose geometrie.
Scrive Anatolij Karpov: «Un cavallo che muove da una casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Un cavallo può scavalcare qualunque pezzo».
Tommaso de Lorenzis
 
 

Corpi freddi – Itinerari Noir, 9.7.2010
La caccia al tesoro – Andrea Camilleri
L’ultima fatica de ‘Il sommo’ ma c’è a chi è piaciuto tanto e a chi ha deluso, premessa essenziale è che entrambe adoriamo Camilleri.

Cristina – E allora? Io ho appena finito di leggere La caccia al tesoro…
Marta – E…….?!
Cristina – Sì mi è piaciuto a te no è?
Marta - A me sono piaciute le prime pagine, i vecchi pazzi, la casa con la foresta di croci, l’intervento in stile Hollywood, anche l'idea della caccia al tesoro, intrigante.
E’ l’evoluzione della storia che mi ha lasciato perplessa, delusa e pure un po’ incazzata!!!
Cristina – La caccia al tesoro e la storia dei due pazzi religiosi iniziale è piaciuta molto anche a me. Povero Montalbano che scanto si pigliò dinto alla casa con tutti i crocifissi in piedi come alberi!
In che senso volevi che l’idea si sviluppasse diversamente?
Marta – Il Salvo pulp proprio non mi è piaciuto! ed anche gli altri personaggi, vogliamo parlare di Augello?! Incommentabile!!! dal Mimì fimminaiuolo che se all’inizio mi divertiva ora mi fa una tristezza, una rabbia.
Cristina – Vero è! Proprio una calata di gusto….. Pinsavo che Salvo lo pigliasse a botte! Quello che avrei voluto e che ho sempre sperato è che succedesse qualcosa con Ingrid! Che una volta tanto non decidesse di non annassi a corcare sul divano e si facesse coinvolgere da lei, tanto per toglierci Livia dalle scatole che, diciamocelo, più passa il tempo e più diventa antipatica.
Marta – pure io e pensavo che dopo i vari tradimenti fusse ca fusse la vota bona!! ma niente! Con Ingrid sempre la stessa scena: solito siluro davanti casa, abbuffata sulla verandina, vinu ghiazzatu, ubriachi col whisky, poi Ingrid nuda che dorme, e Salvo che si trattiene che dorme sul divano, insomma, precisa precisa a tante altre scene di tanti altri ‘Montalbano’
Cristina - …….. anche la passeggiata al molo dopo mangiato, la sigaretta le abbuffate da Enzo, sono tante le scene che si ripetono. Vuoi vedere che in un vidiri e svidiri il commissario si sta invecchiando davvero e come tutti gli anziani diventa abitudinario?
Marta – Mah! la mia impressione al momento è che ‘Il sommo’ con Montalbano non abbia più nulla da dire e pensare che le prime 10 pagine erano proprio belle…
Cristina – E….. ma Montalbano quello è! Hai ragione magari è un po’ ripetitivo ma non si cambia da vecchi! E quello che devo dire è che mi è mancato e me ne sono accorta quando ho iniziato a leggerlo. Un pò come quando non ti rendi conto di quanto hai fame finché non ti siedi a tavola e inizi a mangiare. ‘Na botta di vita sarebbe proprio una bella storia con Ingrid... chissà magari Camilleri ci legge e coglie l'idea
Marta – Sul rituffarsi fra le pagine, l’incanto del dialetto, la magia dei paesaggi ti do pianamente ragione ma molte troppe cose hanno lasciato stranita, come il fatto che Salvo non pensasse neanche per un momento alla tizia morta a causa sua ne ‘La danza del gabbiano’ addirittura mi è venuto il dubbio che questo sia stato scritto prima dell’altro!!!
Ma a parte tutto in conclusione la tua idea qual è?
Cristina – Gli ho dato 4 stelle!!!! Gliene avevo date 5 sull’emozione iniziale…. Si è vero ci sono ripetizioni, deja vu, come dici tu, ma la storia mi è piaciuta molto quindi 4 stellette non gliele leva nessuno!
Marta – A me invece rimane l’impressione del collage/déjà Vu, che mi ha accompagnata per tutto il libro, scene prese da altri libri ripiazzate pari pari in questo, siparietti, Catarellate appannate, un Augello incommentabile, un Fazio sottotono.
E un Montalbano.... ingenuo!? che mette a rischio una persona cara senza neanche avvisarla!? e lui che si comporta come un poliziotto alle prime armi!? e poi... l'americanata! vogliamo parlarne?! era necessaria? non era meglio che Salvo si svegliava dall'incubo come aveva già fatto in un racconto di un po' di tempo fa!!!! Insomma io mi sono sentita tradita, adoro Camilleri proprio perché non è omologato agli altri e lui con quella americanata ha preso il peggio del peggio e ha reso Salvo un pinco-palla qualsiasi!!!!
Cristina - Sottotono Catarella Augello e Fazio perchè in effetti non hanno proprio niente da fare, il crimine a Vigata è a riposo ….. Per il finale… E’ probabile che Camilleri ci abbia proprio voluto prendere in giro? Magari si è fatto pure due risate mentre lo scriveva…. Vabbè Marta, lo chiameremo “il libro della discordia”! Speriamo meglio nel prossimo, ora ti saluto che devo andare in palestra, bacione a presto…
Marta – alla prossima fatica del sommo!
Intercettazione Redazione Corpi Freddi
Articolo Marta Naddeo e Cristina di Bonaventura

 
 

C’è Walter, 9.7.2010
Intervista a Carmelo Sardo, autore di "Vento di Tramontana"

“Vento di Tramontana” è il titolo del primo romanzo di Carmelo Sardo, empedoclino, giornalista e volto del Tg5.
[…]
- Sei di Porto Empedocle. Una cittadina già nota per aver dato i natali a Luigi Pirandello ed Andrea Camilleri, due grandi della letteratura italiana ed internazionale. Insomma, rivelaci il segreto: è l’aria empedoclina o sin da bambini vi nutrono con lettere, virgole e punti esclamativi? E chi ti ispira di più, il celebre drammaturgo o il creatore del Commissario Montalbano?
Be’, non annegherò nella retorica se traccio una debita differenza tra me e i due mostri sacri della letteratura mondiale che citi: ci accomuna solo il luogo d’origine. Chiaro che un agrigentino non può non aver divorato tutto Pirandello e non aver fatto propria la sua filosofia di vita, attualissima ancor’oggi, dell’uomo che appare con cento, mille facce, giusto per citare l’elemento centrale del suo pensiero. Camilleri arriva molto dopo, ma incide fatalmente nella creazione di una storia a chi come me ha la scrittura allenata del cronista. Scrittura asciutta, diretta, semplice, per farsi capire dal dotto e dalla portinaia del palazzo di casa. Chiunque può leggere e bearsi con Pirandello. Chiunque può leggere e capire senza troppi scervella menti Camilleri. Ma se devo dire a chi mi sono ispirato nella forma della scrittura potrei sorprendervi dicendo che i miei scrittori preferiti sono i grandi sudamericani come Amado, Mutiz, Munoz Molina: come descrivono loro uno scenario, un paesaggio, un camminata, una visione o un sentimento, nessuno al mondo.
[…]
 
 

l'Unità, 10.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Memoria
Può essere un inferno, ma è anche una grande ricchezza
Non mi alleno e sono diventato presbite

Thomas Eliot diceva «che l’inferno sarà costituito dalla memoria», cioè «ricorderemo persino il prezzo della margarina nel 1928», il che è spaventoso. Dunque la memoria può diventare un inferno, ma anche un’enorme ricchezza. Per la verità la memoria in sé è abbastanza selettiva: non è vero che io ricordi tutto, io ricordo ciò che voglio ricordare. Ma la cosa importante è che non riesci a dimenticare ciò che vorresti, non ce la fai. Una volta si diceva: «Ah, vado a fare un lungo viaggio», così le giovani ragazze ricche, disilluse in amore, andavano nelle Indie per dimenticare. Ma non dimentichi proprio nulla. Perché il paesaggio esterno non incide minimamente sul tuo paesaggio interno. E se nel tuo paesaggio interno c’è una lacerazione, essa può essere ricucita semplicemente da qualcosa che scatta dentro di te per ragioni che non sai neppure come avvengono.
Personalmente non è vero che io ricordo tutto. Alcune cose le dimentico. In vecchiaia comincio a dimenticare le parole, che cosa terribile! Questo credo avvenga a tutti in vecchiaia: il vocabolario si riduce. L’avevo sentito dire a non so a quale scrittore: «Il mio vocabolario si è ridotto a 1500-1600 parole».
Questo avviene anche ora che sto parlando, a intermittenza. Mentre prima le parole le avevo pronte, ora ho attimi di pausa, successivamente ritornano ma con un certo sforzo. Con l’età si tende a perderle. Io la memoria non l’ho mai allenata: comincio ad agitarmi quando sento dire di allenare il cervello, di allenare la memoria. Potrei dire volgarità su quali altre parti del corpo bisogna tenere allenate. La memoria non è questo.
La memoria ce l’hanno tutti, gli animali in modo strepitoso. Noi uomini, invece, siamo gli unici appartenenti al regno animale che inciampiamo nello stesso gradino, una bestia qualsiasi, un cane o un gatto inciampano una volta e mai più. Noi siamo protervi, non abbiamo assolutamente una memoria di queste cose.
La memoria è un vero caleidoscopio, perché poi tutto si compone nella memoria, ma basta girarlo perché la prospettiva cambi e addirittura alcune cose arrivi a vederle in un altro modo.
Con la vecchiaia hai quello che Leonardo Sciascia chiamava «la presbiopia della memoria»: dimentichi ciò che hai fatto il giorno prima e ti ricordi cose di settant’anni prima. Per esempio, l’altra sera all’improvviso, senza nessuna provocazione esterna (e qui è come diceva Eliot sul prezzo della margarina nel 1928) mi sono ricordato il nome del pretore di Agrigento del 1940. Si chiamava Candido Giglio, Candido di nome e Giglio di cognome. Abitava al piano di sotto della casa di Agrigento dove momentaneamente con la mia famiglia c’eravamo trasferiti per evitare i bombardamenti a Porto Empedocle. Ma la cosa bella è che raramente mi sono trovato, omen nomem, davanti a una persona che corrispondesse esattamente al suo nome e al suo cognome.
Come fai a sapere quale meccanismo della memoria è scattato? Magari parlavano di un pretore alla televisione ed è scattato l’ingranaggio vorticoso dell’apparecchio memoria che ha fatto emergere tutto, dalla figura fisica al suo modo di fare. Non lo posso usare in un romanzo col suo nome e cognome, perché non sarebbe giusto, ma cambiare un nome e cognome del genere sarebbe difficilissimo, non avrebbe senso.
Andrea Camilleri
 
 

l'Unità, 10.7.2010
L’anticipazione
«Lo chef consiglia» in un libro
La resistenza alla menzogna

Anticipiamo qui un brano del prologo del libro che raccoglie la rubrica di Andrea Camilleri e Saverio Lodato «Lo chef consiglia», uscita su «l’Unità» dal 2009 a oggi.

Ci abbiamo preso gusto. Ci diverte, nei limiti del possibile, dire la nostra; di testa nostra. Qualcosa di simile allo yoga, con posizioni a volte scomode, a volte ardite, ma utili a migliorare la respirazione, l’afflusso di sangue al cervello, in un’Italia asfittica, incattivita, di un rigore spaventosamente cadaverico. Sono tempi durissimi per le idee. Sono i tempi di un’arroganza esasperata del potere. Sono i tempi delle maschere che non si vergognano di ghignare alla luce del sole. Sono tempi in cui negare l’evidenza, capovolgere la verità, nascondere le responsabilità, beatificare i colpevoli, sono diventati altrettanti espedienti per esercitare il comando su una popolazione smarrita, piegata, svuotata.
Si vota. Si vota, certo. Ma è quasi un accasciarsi nel seggio elettorale, con la matita in mano, nel disperato tentativo di turarsi il naso, chiudere gli occhi, e così riuscire a infilzare i fantasmi. Molti, ormai, non votano più essendosi stancati di questa eterna corsa al «meno peggio». Ma né gli uni né gli altri possono riuscire a mettere in fuga i fantasmi che, inesorabilmente, si daranno il cambio fra un’elezione e l’altra. Nessuno mette in evidenza che se anche ad andare a votare fossero dodici persone in tutto, questa dozzina di elettori rinnoverebbe, da sola, la Camera e il Senato.
Scriveva Antonio Gramsci: «In realtà ogni generazione educa la nuova generazione, cioè la forma, e l’educazione è una lotta contro gli istinti legati alle funzioni biologiche elementari, una lotta contro la natura, per dominarla e creare l’uomo “attuale” alla sua epoca».
Domandiamoci allora: qual è l’uomo «attuale » in questa nostra epoca? Quale sarà l’italiano «attuale» fra dieci, vent’anni? In che modo questa generazione sta educando la generazione del domani? Ma non si fa prima a dire che, mai comedi questi tempi, stiamo assistendo al trionfo di «istinti legati alle funzioni biologiche elementari»?
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 10.7.2010
Gli italiani di Camilleri
L'inestirpabile virus del fascismo
2. Continua
Andrea Camilleri
[Riproposizione a puntate del saggio Cos’è un italiano?, pubblicato su Limes nel febbraio 2009]
 
 

Casa Editrice Mammeonline, 10.7.2010
La caccia al tesoro di Andrea Camilleri

Beh, per una fan sfegatata di Camilleri, di Montalbano... e pure di Zingaretti, una nuova storia ambientata a Vigata è imperdibile. E devo dire che non sono mai delusa, sia quando prevale il giallo e l'intreccio sia quando, come più spesso accade, prevalgono gli stati d'animo del commissario.
Sì, sicuramente in questa storia la parte giallo è realmente meno importante però in compenso questo libro è davvero divertente. E' come se Camilleri un po' si fosse scocciato di 'sto commissario Montalbano sempre un po' in crisi di mezza età, in questa eterna lotta con Montalbano secunno e si divertisse a prenderlo un po' in giro, stuzzicandolo e evidenziando le sue manie... che d'altra parte ce lo rendono più simpatico.
Un po' pulp anche... ma d'altre parte anche il penultimo romanzo lo era... ma anche il pulp alla fin fine ha l'obiettivo di prendere un po' in giro il nostro Salvo costretto a giocare coi ragazzini e finire... in mutande! Beh, mi fermo sennò anticipo troppo!
 
 

The Independent, 10.7.2010
Sicilian idyll struck by the curse of black gold
In a rustic and scenic corner of Italy an oil rush is threatening to blight the landscape, Peter Popham reports from Ragusa

"The ancient farm,” reads the internet description of Silvia La Padula’s bed and breakfast, “has an extraordinary location overlooking the surrounding countryside ... located among pastures, woods of carob trees and age-old secular olive trees.”
This is the Val di Noto, in the rustic depths of south-eastern Sicily, and many farmhouses like Silvia’s, abandoned by a dwindling rural population, have been snapped up by British buyers in the past five years.
[…]
The Val di Noto is also celebrated as the stamping ground of Inspector Montalbano, fictional hero of the detective novels by Andrea Camilleri, the most popular Italian writer in the world. Donnafugata, a castle a few kilometres from Silvia La Padula’s B&B, is the home, in Camilleri’s books, of the mafia boss, Balduccio Sinagra.
[…]
But the situation is not hopeless. Three years ago a Franco-American oil company, Panther Eureka, wanted to drill for oil near the town of Noto some 30 miles away, one of the eight towns in the Val di Noto listed by Unesco as World Heritage Sites on account of their unique late-baroque architecture. But after Andrea Camilleri launched a campaign denouncing the project, the company quickly pulled out.
Yesterday Mr Camilleri told The Independent: “If Sicilians don’t want oil rigs to destroy the beauty of their region, they must simply choose administrators who have the beauty of their land at heart.”
 
 

l'Unità, 11.7.2010
Chef Camilleri
Una ribellione sacrosanta contro il venditore di fumo che ora snobba il terremoto
Saverio Lodato / Andrea Camilleri
 
 

Feltrinelli Editore, 11.7.2010
Andrea Camilleri, Massimo Ciancimino e Francesco La Licata presentano Don Vito
Roma, Galleria Colonna, 26.5.2010

Le relazioni segrete tra Stato e mafia, la "trattativa" dopo le stragi del '92, il sistema di potere che per quasi mezzo secolo è sembrato invincibile nel racconto di Massimo, figlio di Vito Ciancimino, il “sindaco dei corleonesi”. Con Ciancimino, il coautore del libro, Francesco La Licata e Andrea Camilleri.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 11.7.2010
Il libraio Flaccovio: Camilleri-Lucarelli, coppia vincente

«Un omicidio avvenuto a Bologna coinvolge nelle indagini i due personaggi di maggior successo del giallo italiano, l' ispettrice Grazia Negro e il commissario Salvo Montalbano - dice Giuseppe Flaccovio, dell' omonima libreria di via Ruggero Settimo a Palermo - Nasce così Acqua in bocca, un libro edito dalla Minimum fax, scritto a quattro mani da Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Viene fuori una collaborazione letteraria geniale, un romanzo imperdibile per gli amanti del poliziesco e del noir».
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 11.7.2010
Anna Kanakis. Io, fatalista e melanconica trovo la felicità scrivendo

[...]
Nel frattempo ha continuato a "mangiare libri", a tornare su Pirandello e Sciascia («non amo Camilleri») e finalmente a scrivere il suo romanzo.
[...]
Sergio Buonadonna
 
 

Libre, 12.7.2010
Camilleri: Provenzano, Dell’Utri e la vera trattativa

La trattativa Stato-mafia ci fu, ma non risale all’epoca del “papello” con cui Totò Riina dettò a Vito Ciancimino le condizioni di Cosa Nostra, nell’intervallo tra le due stragi del ’92 costate la vita a Falcone e Borsellino. Al contrario, il “papello” servì a mettere fuori gioco lo stragista Riina per poter poi avviare, solo dopo il suo arresto, la trattativa vera: fra Provenzano e la politica, una volta uscita finalmente dal terremoto di Tangentopoli che rendeva instabili i governi e irrealizzabili le leggi a favore della mafia. Lo sostiene il giallista Andrea Camilleri, presentando “Don Vito”, il libro-inchiesta su Vito Ciancimino scritto dal figlio, Massimo Ciancimino, col giornalista Francesco La Licata.
«“Don Vito” è un libro prezioso, che raccoglie le testimonianze di prima mano di Massimo Ciancimino su suo padre Vito, che fu uomo politico della Dc siciliana, sindaco di Palermo ed ebbe rapporti con la mafia corleonese, venne arrestato, processato e condannato», esordisce Camilleri, nella video-presentazione del volume sul sito dell’editore, Feltrinelli. «Si è scritto in tanti modi degli stretti legami che c’erano tra “don Vito” e Bernardo Provenzano», continua Camilleri, rivelando che «il clou del libro è la famosa “trattativa”, quella di cui si parla tanto, che ha origine nel ’92, a cavallo delle due stragi di Capaci e via D’Amelio, quindi in un momento di una precisione millimetrica per aprire una possibile trattativa tra Stato e mafia».
Camilleri esprime un «dubbio lessicale» sul termine “trattativa”, preferendo “approccio” o “contatto”. Il colonnello Mario Mori, del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, secondo Camilleri potè cercare un contatto con Cosa Nostra attraverso Ciancimino, ma non aprire una vera trattativa. Il problema? Mancanza di credenziali: mentre Provenzano e Ciancimino erano perfettamente rappresentativi, il colonnello Mori (della cui azione erano al corrente i servizi segreti) non poteva rappresentare che se stesso – né l’Arma dei carabinieri, né la Procura di Palermo. «Ciancimino ha bisogno della benevolenza dell’Arma per uscir fuori in qualche modo dai suoi guai giudiziari e il colonnello ha l’interesse di conoscere le intenzioni della parte avversa», ragiona Camilleri. «Ma Provenzano che interesse ha?».
Lo scrittore si dice convinto che Provenzano nel ’92 stesse «giocando una carta estremamente abile: quella di far uscire allo scoperto Totò Riina. Cioè a dire: portare Riina al famoso “papello”», nel quale il boss corleonese mise per iscritto richieste esplicite come lo stop al carcere duro, l’abolizione della legge sui pentiti e la fine della confisca dei beni mafiosi. «Il “papello” che Riina scrive – aggiunge Camilleri – è assolutamente delirante e impresentabile, anche dopo le correzioni che vi apporta Vito Ciancimino. Quella carta sancisce l’impossibilità di mantenere libero Riina, perché la sua presenza impedisce ogni ragionevole inizio di trattativa», sostiene lo scrittore: «Credo che sia questo lo scopo di Bernardo Provenzano».
Nel libro “Il codice Provenzano” (Laterza) il magistrato Michele Prestipino ricorda «un episodio perlomeno singolare», annota Camilleri. «Bernardo Provenzano, prima delle stragi, viene messo al corrente delle intenzioni stragistiche di Riina. In qualche modo, se ne spaventa. E allora – cosa inaudita – fa un sondaggio». Sempre secondo Prestipino, Provenzano cercò di capire come sarebbe stato accolto l’assassinio di Falcone e Borsellino: il boss «incaricò Vito Ciancimino» di sondare «la politica», mentre ad altri complici chiese di sondare preventivamente le reazioni degli industriali e della massoneria.
«Sono dichiarazioni del pentito Giuffrè in aula», precisa Camilleri, che aggiunge: «Giuffrè dice di non conoscere il risultato di questo sondaggio, ma afferma di essere più che certo che gruppi industriali del nord si mostrarono favorevoli all’eliminazione di Falcone e Borsellino perché, essendo magistrati particolarmente mirati al rapporto mafia-appalti, danneggiavano gravemente gli interessi di questi industriali. Va da sé – annota Camilleri – che sarebbe perlomeno delizioso conoscere i nomi di questi industriali del nord: credo che ci leverebbero qualche curiosità».
Totalmente dissociato Provenzano dallo stragismo di Riina, secondo Camilleri «la vera trattativa comincia con l’eliminazione di due personaggi: il primo è Vito Ciancimino, ormai considerato da rottamare, e l’altro è Totò Riina». Ciancimino viene rimandato in galera nel dicembre, Riina nel gennaio dell’anno seguente. «In due mesi sono eliminati, diciamo così, gli ostacoli. E inizia la vera trattativa». Solo che l’attuale testimone principe, Massimo Ciancimino, da quel momento è fuori: perché si deve dedicare a suo padre, che è in carcere. E suo padre stesso è tagliato fuori dalla trattativa. «Gli arriveranno degli echi attraverso Bernardo Provenzano, ma sono echi ormai rarefatti: cioè, non c’è più la presenza di Vito Ciancimino al tavolo delle trattative. Ed è lì che, secondo me, comincia la vera trattativa», insiste Camilleri: da una parte siede «l’immarcescibile Provenzano», dietro la tenda c’è sempre il “signor Franco” (i servizi segreti) e dall’altra parte «ci sono volti nuovi della politica».
Sembrerebbe un regresso, invece è «un enorme salto di qualità», dice Camilleri. «Perché se è vero che Mori non rappresentava nulla, i politici che ora sono al tavolo della trattativa rappresentano molto: attraverso di loro si possono avere delle garanzie che alcune richieste possano essere accolte». Le prime richieste, quelle avanzate da Riina, ammesso che potessero essere accolte, come avrebbero potuto essere attuate? I governi si succedevano uno appresso all’altro: chi poteva garantire la continuità di quelle richieste? Bisognava fare delle leggi eccezionali che avrebbero suscitato un pandemonio, e quindi erano di per sé irrealizzabili. «Mentre con i politici, una legge – opportunamente camuffata – può essere una legge parlamentare e arrivare quasi subito».
Le ultime tracce che si hanno della trattativa, continua Camilleri, risalgono al momento nel quale Vito Ciancimino, che tanto insiste perché sopravvenga «un’amnistia o qualcosa di simile» desiderando finire i suoi giorni da uomo libero, riceve un “pizzino” da Bernardo Provenzano: «Carissimo Ingegnere – gli scrive il boss – ho letto quello che mi ha dato “M.” ma, a scanso di equivoci, ho riferito che ne parlerò quando ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro “Sen.” e dal nuovo “Pres.” che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve le farò avere». Questo, nell’estate del 2001.
Piccola decrittazione fornita dai due autori del libro: l’“Ingegnere” è Vito Ciancimino perché così lo chiamava sempre Provenzano; “M.” è Massimo Ciancimino; il “Sen.”, continua Camilleri, sarebbe, come testimoniato dallo stesso Massimo Ciancimino, nientemeno che il senatore Marcello Dell’Utri, e la “soluzione per la sua sofferenza” sarebbe la promulgazione di un’amnistia o di qualcosa di simile. «E gli autori si fermano qui: non decrittano chi sarebbe il “nuovo Pres.”, che Provenzano rispettosamente – come del resto fa con il “Sen.” – scrive con le lettere maiuscole. Quel “Pres.” nuovo, con il “Sen.”, si sta adoperando a favore di Ciancimino. E se non l’hanno fatto gli autori, quel nome – conclude Camilleri, con una battuta – perché lo devo fare io?».
«Il pensiero di Camilleri coincide perfettamente con quello di mio padre», conferma Massimo Ciancimino, rivelando che, secondo suo padre, la trattativa iniziò «esattamente 19 giorni dopo l’arresto di Riina», ovvero dopo quei 19 giorni decisivi «che danno il tempo ai familiari di Riina di svuotare il covo e levare tutta la documentazione». La si fosse trovata, quella documentazione, la trattativa sarebbe saltata. Ciancimino, teste-chiave per la scoperta del “papello” vergato da Riina, si sente vittima di quello che definisce «un non-padre», che lo designò per la gestione del patrimonio di famiglia, incarico costatogli una condanna in primo grado per riciclaggio di denaro. La decisione di collaborare con la giustizia? «Per mia moglie e i miei figli, perché abbiano un padre degno di questo nome».
Ma perché, è la domanda che tutti gli rivolgono, Massimo Ciancimino si è deciso a parlare soltanto nel 2008? Risposta: l’erede di “Don Vito” era assediato da «anomalie, mancanze e pressione continua dei servizi segreti», unico condannato su 5 figli indagati – gli altri 4 ritenuti all’oscuro dell’attività del padre. «Perché sono stato chiamato in causa soltanto nel 2008? Grazie a un’intervista a “Panorama” e all’intervento di La Licata», dice Ciancimino: fu il giornalista a raccogliere le sue confidenze e le sue inquietudini, promettendogli di aiutarlo a far emergere la sua verità una volta terminati gli impegni processuali.
«Il dibattito politico oggi è: capire perché Ciancimino parla. Il silenzio totale avvolge chi non parla», commenta amaro il figlio di “Don Vito”. «C’è una rassegnazione totale verso quello che è ormai il sentimento e il comportamento tipico dell’omertà. Purtroppo – continua Massimo Ciancimino – il segnale che esce dal mio percorso è che quella della legalità è una strada tutta in salita, mentre quella dell’illegalità è una strada in discesa. Sono stato condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, ho pianto, però mi sono accorto che nonostante la condanna non succedeva niente, a Palermo: anzi venivo accolto come prima, tutte le porte si riaprivano. Da lì ho capito perché si festeggiano le condanne a 5 anni. Niente cambia. Cambia qualcosa soltanto quando rispondi ai magistrati».
(Il video è visibile sul sito della Feltrinelli, www.feltrinellieditore.it. Il libro: Massimo Ciancimino e Francesco La Licata, “Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione”, Feltrinelli, 311 pagine, 18 euro).
 
 

LSDmagazine, 12.7.2010
“Abecedario” di Andrea Camilleri si presenta il 15 luglio alla Laterza di Bari

Si terrà giovedi, 15 luglio alle 18 nella Libreria Laterza di Bari la presentazione della videointervista e del libro “Abecedario” di Andrea Camilleri con la regia di Eugenio Cappuccio delle edizioni Derive Approdi. Intervengono il regista: Eugenio Cappuccio; gli attori: Michele Venitucci, Fabrizio Buonpastore, Azzurra Martino, che leggeranno alcuni passi tratti dal libro; Introduce: Daniele Trevisi.
”Abecedario di Andrea Camilleri”, è a cura di Valentina Alferj e la regia di Eugenio Cappuccio edizioni Derive Approdi, è un abecedario di parole chiave attraverso le quali un grande autore sceglie un proprio lessico, per parlare di letteratura, politica, lingua, teatro, regia, autori, opere, personaggi, incontri… Dal generale Patton a Vittorini, da Robert Capa a Sciascia. Un’opera in video il cui protagonista, con il suo pensiero, è Andrea Camilleri.
Il tutto nella forma di un’intervista video della durata di oltre 5 ore circa.
È l’incontro con uno dei protagonisti indiscussi della letteratura contemporanea italiana e non solo, con la sua biografia, con la sua vita precedente e successiva al successo editoriale. È l’incontro con la sua lingua letteraria e parlata, con la tonalità della sua voce, con il suo accento e il suo siculo idioma. Con l’immancabile fumo delle sue sigarette. È l’incontro con il suo pensiero tutto, non solo quello che prende forma nei romanzi e nella parola scritta, ma anche quello che vortica nella mente di quest’uomo instancabile.
La presentazione del dvd sarà arricchita in maniera speciale dagli interventi degli attori Michele Venitucci, Fabrizio Buonpastore e Azzurra Martino che leggeranno alcuni stralci di interventi, presenti non nel video, ma solamente nel libro, curato tra l’altro dall’assistente dello stesso Andrea Camilleri, Valentina Alferj.
 
 

Corriere della Sera, 12.7.2010
Giallo - Andrea Camilleri
Pupe e crocefissi: lo strano caso di Montalbano

Passa una notte completamente in bianco il commissario Montalbano, perché due squilibrati, di professione antiquari, sparano furiosamente dalle finestre sulla gente: si tratta di due bigotti, persone «chiesastre» (fratello e sorella) che vorrebbero raddrizzare il mondo, anziché il loro cervello. Ma il giallo vero comincia quando ispeziona la casa dei due folli e trova un camerone di crocefissi messi insieme in una composizione spettrale, che anche a un uomo come lui mettono i brividi nella schiena. Non basta. Nella camera da letto trova una «pupa» gonfiabile ridotta ormai a brandelli che racconta la desolazione di una vita: e di qui parte l’indagine che ha, come sempre, risvolti tragici e comici. Un’osservazione marginale, ma importante. Montalbano si fa qui anche linguista e getta uno sguardo su parole oggi in voga («rottamare», «incapienti», «pregresso» e così via) che gli fanno «firriari i cabasisi».
Giorgio De Rienzo
 
 

Booksblog.it, 12.7.2010
La caccia al tesoro, di Andrea Camilleri

E’ gustosissimo l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, “La caccia al tesoro”. Protagonista il solito Montalbano, of course, che questa volta ci stupisce per qualche strisciante riflessione, appena abbozzata, sugli spauracchi dell’età.
Arrivato ai 56 anni, a Montalbano vengono i primi dubbi quando si trova a inquietarsi più del dovuto davanti alla scena di una stanza piena di crocifissi, nella casa di due anziani fratelli vissuti come monaca e frate che un bel giorno si fanno prendere dalla voglia di sparare sulla folla di ‘infedeli’.
Nella stanza fra l’altro giace, mutilata, una bambola gonfiabile, che il commissario avrà l’insana idea di portarsi a casa, con grande ’scanto’ (spavento) dell’impareggiabile Adelina, e ira di Ingrid, la bella nordica per cui il tempo non sembra passare, anzi, andare indietro come un gambero.
Sara
 
 

Altroquando, 12.7.2010
Acqua in bocca – Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli – Minimum Fax – €10

L’idea di far scrivere alle quattro mani più gialle d’Italia un noir in cui i rispettivi commissari collaborassero per risolvere insieme il caso era parsa a tutti una formula geniale.
L’idea, appunto, continua ad esserlo, ma la realizzazione non ci ha convinti. Abituati alle indagini di Grazia Negri e Salvo Montalbano stentiamo a riconoscerne i tratti distintivi. I due conducono per quasi tutta l’indagine un rapporto epistolare che non coinvolge il lettore e annoia anche un po’. Solo alla fine aumenta l’azione e spunta addirittura l’ispettore Coliandro, lui almeno un sorriso ce lo regala. Il racconto è troppo breve: 102 pagine effettive, scritte a caratteri cubitali, comprendenti illustrazione e spaziature siderali all’inizio di ogni capitolo. Un po’ scontato e la soluzione troppo semplice.
Aspettiamo che Grazia e Salvo si conoscano meglio.
Michele
 
 

zebuk.it, 12.7.2010
Acqua in bocca, Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli
All’ispettore capo
Grazia Negro
Squadra Mobile
Questura di Bologna
Cara Grazia Negro,
ho ricevuto la tua lettera e gli allegati.
Sono molto indeciso se darti una mano o no perchè tu mi sembri una che le rogne va a cercarsele. E la rogna è contagiosa. Non mi riferisco al fatto che tu voglia portare avanti un’indagine che ti è stata espressamente vietata dai tuoi superiori, questo semmai ti renderebbe simpatica ai miei occhi, no, mi riferisco al fatto che tu intendi coinvolgermi in una specie d’indagine privata e non autorizzata facaendomene richiesta su carta intestata della Questura di Bologna e oltretutto indirizzando la lettera al Commissario di Vigata! E infatti la lettera è stata aperta da Catarella che mi ha telefonato a Marinella dicendomi che un negro aveva ammazzato un certo Rossi che di nome faceva Pesciolini…

Smentiamo Catarella dicendo subito che il romanzo parte da una lettera inviata dall’Isp. Grazia Negro a Montalbano con la quale chiede la sua collaborazione nel caso dell’omicidio avvenuto a Bologna di un uomo nato a Vigata. E informandolo che sul luogo del delitto erano stati rinvenuti anche due pesciolini rossi….E che quella citata è una parte della risposta di Montalbano…
E non è che uno dei brillanti dialoghi epistolari tra i due!
La recensione
Ok ok. In molti hanno detto che è stata più che altro una furba trovata commerciale.  Ma, nel complesso Acqua in bocca è un romanzo che ti affascina, ti diverte. Un po’ mi è spiaciuto per la sua brevità…ma non più di tanto.
Dopotutto la premessa era che si trattasse di un’esercitazione creativa a 4 mani.
E, si sa, le esercitazioni sono brevi, rispetto ad un romanzo vero e proprio.
Se poi le 4 mani in questione sono quelle di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, allora ci si può aspettare di tutto!
Mi è piaciuto il modo in cui hanno impostato il racconto, attraverso le lettere che si scambiavano Montalbano e la Negro, arricchite da deposizioni, foto, messaggi cifrati (i pizzini di Montalbano! )…fino ad un brevissima incursione di un altro noto personaggio di Lucarelli, ovvero quel “casinaro” di Coliandro.
Mi ha divertito scoprire che il libro è stato sviluppato realmente per via epistolare, con uno dei due scrittori che scriveva il suo paragrafo, lo mandava all’altro che, come in una vera e propria partita di scacchi, pensava al paragrafo (o mossa) successivo, lo scriveva e lo mandava all’altro.
Pura improvvisazione letteraria!
Ora spero vivamente che i due decidano di ampliare la collaborazione, positivissima, con un romanzo di quelli “veri”.
Silbietta
 
 

ANSA, 12.7.2010
Sanremo: TV Sorrisi, candidati Belen, Greggio e Facchinetti
La Rodriguez sara’ cattiva in nuova serie Montalbano

Roma – […]
Inoltre Sorrisi mostra le prime immagini del set in Sicilia dove si stanno girando i nuovi film tratti dai romanzi di Camilleri: ‘L’età del dubbiò, ‘La caccia al tesoro’, ‘Il campo del vasaio’ e ‘La danza del gabbiano’. E Belen è nel cast. “Con Luca Zingaretti”, dice la Rodriguez, “mi sono trovata bene ma anche in imbarazzo, perché dovevo interpretare un’assassina cinica e fredda”.
 
 

Avanti!, 13.7.2010
"Fare scene", sedotti dal cinema

[…]
A suggellare il felice connubio tra cinema e letteratura che c’è di meglio di un thriller estivo come “Acqua in bocca” di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli (Minimum Fax, 108 pagine, 10 euro)? Giustamente definito come una partita a scacchi, il libro vede per la prima volta insieme l’inedita coppia, incontratasi nel 2005 a Roma in occasione di un documentario sulla loro attività prodotto dalla stessa casa editrice. La forma epistolare ha consentito ai due scrittori di poter cooperare senza vedersi e di condurre in porto l’ambizioso progetto: l’intreccio si dipana, infatti, attraverso lo scambio di missive che gli investigatori Grazia Nigro e Salvo Montabano si scambiano, finendo per occultare i messaggi all’interno di prelibate pietanze quali i cannoli o i tortellini preparati artigianalmente. Solidali nel combattere il crimine, i personaggi-feticcio dei due giallisti risolveranno un insolito caso di omicidio, avvenuto a Bologna ma inerente un nativo di Vigata, sulla base del ritrovamento sul luogo del delitto di tre pesciolini rossi. Saranno questi esemplari di Betta Splendes, rinvenuti sul pavimento accanto al cadavere, a condurli sulle tracce di un’affascinante killer del Sismi denominata “Betta”, che costringerà i nostri a venire allo scoperto per portare avanti un’indagine privata sempre più rischiosa. Due generazioni al confronto, dunque, per un prodotto ineccepibile in cui, sebbene l’introspezione psicologica ceda il passo all’azione, non mancano di certo i momenti gustosi (chi se non Catarella si potrebbe perdere durante il viaggio in treno per Bologna?) e, ovviamente, i colpi di scena come si conviene a maestri del genere.
Monica Florio
 
 

InCittà Vicenza, 13.7.2010
Camilleri e Lodato, due che ragionano “di testa nostra”

Se la parola è l’unica arma di resistenza contro il potere berlusconiano, Camilleri e Lodato dimostrano di essere pronti alla battaglia. Perché? Semplice: sembrava solo l'ars amatoria di Berlusconi e poi siamo arrivati ai condomini "facilitati" dei politici e alla crisi economica. In mezzo, tra commedia e tragedia, con accenti talvolta comici, il divorzio di B., il nuovo giornalismo alla Minzolini, le amazzoni di Gheddafi, il G8 all'Aquila e gli scandali che hanno investito la Protezione civile, l'attacco a "Gomorra", Garibaldi, la crisi del Pd, il ddl sulle intercettazioni. È spassoso, e sarcastico, Camilleri: "Pirandello ai suoi tempi sembrò cervellotico, oggi sarebbe cronista di scarsa fantasia". E conclude, riferendosi alla classe politica: "Per confrontarsi sulle idee, bisogna innanzitutto averle". Il viaggio nel "paese senza verità" (Sciascia) non smette di stupire.
In questo libro, Chiarelettere mette insieme un grande scrittore e un grande giornalista. Viene fuori un libro bello, ironico e graffiante. E tremendamente preoccupante.
 
 

La valigia dell’attore, 13.7.2010
Da Genova a Genova per un viaggio monologante tra le violenze del G8 e della Scuola Diaz

Un viaggio particolareggiato, una narrazione serrata, grottesca e molto ben documentata dei fatti di Genova del luglio 2001. Episodi talmente tragici e irrisolvibili da sembrare quasi comici. Il monologo Sangue dal naso - prodotto dal Teatro delle Condizioni Avverse -  in programma (domenica 25 luglio, alle ore 21) a Morlupo (Roma), in Piazza Giovanni XXIII, nell'ambito della X Festa di Liberazione, nasce da un incontro casuale con un libro, Genova nome per nome di Carlo Gubitosa, e dall'indignazione condivisa dalla maggior parte di quanti hanno potuto vedere le immagini di quei terribili giorni. L'intenzione non è quella di giudicare ma di comprendere, insieme al pubblico, come si svolsero "i fatti" con la pretesa forse ingenua, ma affatto doverosa, di contribuire alla ricerca della verità.
Andrea Maurizi, anche regista, indossa i panni di numerosi personaggi che sono stati protagonisti di quelle giornate. Il filo conduttore, scandito dalle musiche di De André, Capossela, De Gregori, oltre a registrazioni di Radio GAP, Radio AUT, Radio Alice e Radio Popolare, è una caricatura del commissario Montalbano, che indaga sulle vicende di Genova con l'ausilio di numerosi peluche, ognuno dei quali impersona un politico, un poliziotto, un perito... Perché il commissario Montalbano? Perché per molti anni è stato l'unico rappresentante delle forze dell'ordine che si è detto scandalizzato per quello che è successo al G8 di Genova (in Il giro di boa di Andrea Camilleri). Per ricordare alla fine dello spettacolo, però, che Montalbano è un poliziotto che non esiste. I personaggi scelti sono soprattutto figure legate al potere, al mantenimento dell'ordine e alle perizie. Senza giudicarli mostra le loro idee e le loro convinzioni, mettendole a confronto e svelandone le contraddizioni e i misteri trovando, forzatamente, sempre una giustificazione plausibile a tutto, fino al punto di essere comico, o grottesco, agli occhi degli spettatori. La narrazione si intreccia ai ricordi personali dell'attore stesso e al percorso che l'ha spinto a creare questo spettacolo: gli amici tornati da Genova, il primo incontro casuale con Heidi Giuliani... Lo spettacolo vuole svelare le differenze tra quello che la gente comune sa e quello che le vittime delle violenze raccontano, usando paradossalmente solo le parole contraddittorie del potere e i ragionamenti dell'attore stesso. Non siamo gli scopritori della verità su Genova, ma vogliamo mettere lo spettatore nella condizione di chiedersi: "che cosa è falso di quel che mi hanno detto?".
Francesco Urbano
 
 

l'Unità, 14.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Quarto potere
I giornali? Non sono mai liberi, troppo condizionati dal denaro
E la tv è peggio della carta stampata

Quarto potere è il film di Orson Welles? Lo slittino, tutta la retorica finale, lo slittino in soffitta, il bocciolo di rosa… è un film straordinario, anche considerando il periodo nel quale venne realizzato. Welles era sempre in anticipo, anticipò la fantascienza con quel famoso scherzo radiofonico che fece piombare nel panico un’intera nazione.
Il quarto potere è un potere oscillante. Ma di chi è? Nel film il quarto potere è degli editori e credo che sia l’intuizione più giusta. In realtà, si dice che il giornalista lavori da indipendente per un giornale indipendente. Ma non esiste nessun giornale del genere, soprattutto in un tempo in cui il costo di un giornale raggiunge cifre stratosferiche. Quindi, possiamo dire che nella migliore delle ipotesi i giornali dipendono da una lobby, nella peggiore dipendono da un padrone unico. Dico peggiore perché magari all’interno della lobby possono esistere degli azionisti con pareri diversi e si può sviluppare una certa dialettica.
Quando c’è un padrone unico invece...
Quindi, io ci vado sempre molto cauto sull’indipendenza del quarto potere, perché è un potere condizionato dal denaro e tutto quello che è condizionato dal denaro non è mai libero. Denaro significa non solo rendimento del giornale in numero di copie vendute, ma anche influenza sul mondo politico ed economico. È un potere condizionato e condizionante, in questo senso dicevo che il quarto potere è ambivalente.
Un giornale come il New York Times - per non fare esempi nostrani, parliamo peraltro di un giornale che tira un numero di copie quasi pari al totale dei giornali italiani - ha un potere di diffusione enorme delle proprie idee. Però, attenzione, il New York Times ha trovato una linea politica: per esempio si è distinto nell’era Bush per la sua costante critica nei confronti dell’esecutivo.
Ma la sua è stata in realtà un’incidenza relativa, perché non riusciva a uscire dai confini dei suoi lettori. Quando un giornale prende una linea, stabilizza il numero dei lettori, quelli che lo leggono sanno già che merce andranno a comprare.
In un momento politico molto forte come il nostro, quando scrivo su un giornale sento quasi un senso d’inutilità del mio lavoro, perché in realtà mi rivolgo solo agli addetti ai lavori.
Quello che Welles allora non sospettava è che il vero e reale quarto potere non è la carta stampata, ma la televisione. La televisione è peggio della carta stampata, perché è ancor più condizionata dal potere economico e dal potere politico.
Andrea Camilleri
 
 

Blog di Beppe Grillo, 14.7.2010
La normalità dello scandalo. Intervista a Saverio Lodato
Cliccare qui per vedere il video integrale
Scandalo scaccia scandalo. C'è ormai lo scandalo di giornata, come l'uovo, alcune volte si esagera e ce ne sono due o tre alla volta. Una inflazione di scandali. La loro ripetizione, che perdura da decenni, li ha in sostanza annullati. Lo scandalo non scandalizza più nessuno. La normalità, invece, inquieta, preoccupa, talvolta terrorizza. Il cittadino con una famiglia tradizionale, moglie, due figli. Una sola casa di proprietà con mutuo ventennale. Che paga tutte le tasse, non prende, e neppure dà, tangenti, e non va a trans o a mignotte, è pericoloso. Lui sì che dà scandalo. Il suo comportamento è riprovevole perché può indurre qualcuno, non ancora disinformato da Minchiolini, a tentativi di imitazione. Il termine scandalo deriva dal greco skàndalon, che significa ostacolo. Nell'Italia del nuovo millennio gli ostacoli sono gli onesti, non i farabutti. Pietra dello scandalo sono coloro che si oppongono agli scandali che per questo sono puniti. L'Italia è una favola moderna con la morale rovesciata, dove il lupo è la nonna, cappuccetto rosso una puttana minorenne, la mamma la tenutaria di un bordello rifatta, il cacciatore uno spacciatore. Una storia di vampiri dove gli esseri umani sono i veri mostri con la loro testardaggine di voler vivere alla luce del sole. Camilleri e Lodato raccontano questo mondo all'incontrario a cui siamo (ormai?) assuefatti. Si può leggere il loro libro "Di testa nostra" con delle esclamazioni di stupore a ogni scandalo di questi anni oppure con rassegnato cinismo. Scegliete voi.
In una poesia incivile Andrea Camilleri scrive:
"Il pesce, si sa, comincia a puzzare dalla testa.
Oggi la testa del pesce è letteralmente fetida,
ma la metà degli italiani s'inebria a quel fetore,
se ne riempie i polmoni come aria di montagna"

Intervista a Saverio Lodato:
S. Lodato: Mi chiamo Saverio Lodato, sono un giornalista. Ho scritto un libro insieme a Andrea Camilleri, che si intitola “Di testa nostra” che è la prosecuzione reale di un altro libro scritto con Camilleri che si intitolava “Un inverno italiano”, entrambi raccolgono le rubriche che abbiamo pubblicato in questi anni in cui Andrea Camilleri, lo scrittore inventore di Montalbano dice la sua su quanto accade nel nostro paese, un Camilleri inedito che parla di politica e di attualità a tutto campo, che commenta i fatti di cronaca, molto svelando retroscena, interpretazioni, punti di vista che il grande insieme del mondo mediatico italiano in questi anni sta nascondendo.
Scandalo scaccia scandalo
Perché abbiamo deciso con Camilleri di aprire questo spazio sul quotidiano L’Unità e poi di raccogliere il tutto in un libro? Perché gli italiani sono tenuti all’oscuro di quello che accade nel nostro paese: l’Italia è un paese dove scandalo scaccia scandalo, ogni giorno gli italiani vengono investiti da milioni di parole sullo scandalo di giornata, non si riesce mai a capire quali sono i responsabili, i mandanti e le conclusioni alle quali giungono questi scandali, perché periodicamente c’è uno scandalo nuovo."
Tre senatori, tre scandali
S. Lodato: Marcello Dell’Utri è un senatore della Repubblica italiana, attualmente risiede in Senato, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa da un Tribunale in primo grado a nove anni, successivamente è stato condannato a sette anni per lo stesso reato."
Camilleri e l'Italia
S. Lodato: C’è un Andrea Camilleri, piaccia o non piaccia a qualcuno, che è in grado di esprimere le sue opinioni politiche su quello che accade nel nostro paese e il tentativo di tacitare questo Camilleri valorizzando esclusivamente il Camilleri scrittore di romanzi, di fiction, biografo della vita di Montalbano."
 
 

Kult, 15.7.2010
La Caccia al Tesoro - Andrea Camilleri

Ritorna, dopo il romanzo storico, “Il nipote del Negus”, Salvo Montalbano, il commissario di polizia inventato dallo scrittore siciliano, il poliziotto più conosciuto in Italia. A Vigàta, nel commissariato, si sonnecchia. Placata la guerra di pace fra i Sinatra e i Cuffaro, nessun omicidio. La fidanzata storica, Livia, è sempre a Boccadasse, ma è sempre più lontana dai pensieri di Montalbano che trascorre le giornate fra la stentata lettura di un giallo di Simenon, un aiuto a Catarella per risolvere rebus e cruciverba, una cena con l’amica Ingrid e la caccia al tesoro che conduce con una persona che gli scrive versi e che affida ad Arturo, un giovane studente di filosofia, aspirante epistemologo, un maghetto che  somiglia a Harry Potter e che pretende di conoscere il funziona,mento dl cervello di Salvo.  Due fratelli, Gregorio e  Caterina Palmisano, ex commercianti, anziani bigotti,  incominciano a sparare all’impazzata sulle persone che passeggiano e dopo l’irruzione nella loro casa, fra crocifissi, statue e madonne, viene rivenuta una bambola gonfiabile, deturpata e piena di cerotti con un solo occhio. Una stravaganza, pensa Montalbano, così come non sembra che lo svegli dal torpore il ritrovamento di una identica bambola gonfiabile in un cassonetto della spazzatura, in via Brancati.  Non riesce ad uscire dal letargo, ha 57 anni, si sente vecchio, continua ad abbuffarsi da Enzo e poi si fuma na sigaretta.  E’ necessaria la scomparsa di una bella giovane di Vigàta, Ninetta Bonmarito  per mettere in azione il commissario e i suoi uomini. Salvo, anche se ufficialmente non è incaricato di condurre le indagini, interroga persone, chiede ai suoi uomini di attivarsi per ritrovare la giovane anche se ha un brutto presentimento. Pensa che sia stata violentata ed uccisa subito dopo essere stata rapita  , possibilmente da un maniaco. Ma, che c’entra la caccia al tesoro, la follia dei fratelli Palmisano, le due bambole gonfiabili, il rapimento di Ninetta? Sono tasselli di un mosaico intersecati fra loro che dovranno offrire un quadro completo, cioè la risoluzione del caso, oppure si tratta di fatti sporadici, di coincidenze? Il commissario non ha mai creduto alle coincidenze e riesce, leggendo e rileggendo le lettere che gli hga inviato lo sfidante della caccia al tesoro, che gli avvenimenti che si sono verificati costituiscono un fatto unico, completo nel suo genere. Si passa dall’ozio al terrore, alla psicosi., al delirio umano e Camnilleri,  nella seconda parte, ci  presenta un quadro a tinte fosche, a tratti allucinante, dando vita a pagine ricche di intuizioni che solo un giallista della sua grandezza può scrivere. Lo scrittore ci presenta l’orrore senza concedere niente alla pietas, tanto che fa commuovere,per la prima volta, il dottor Pasquano, il medico legale relegato , finora, ad un ruolo di uomo ironico. Il cerchio si stringe, Montalbano riesce a decifrare, tramite qualche indizio e qualche lapsus, il rapimento di Ninetta, la figura di Arturo, lo sfidante della caccia al tesoro, il mistero delle bambole gonfiabili, la follia” degli anziani che sparano dalle finestre. Ci descrive l’orrore , la malattia e “La caccia l tesoro” è uno dei libri della sterminata produzione letteraria di Camilleri che si discosta notevolmente dai precedenti, a tratti claustrofobico, che non lascia  spazio all’ironia. E’ un libro forte, duro, dove Camilleri ci descrive l’orrore puro,  difficile da digerire per  chi legge il volume. Un  ottimo noir che conferma le qualità letterarie di uno scrittore che ha il merito di cambiare sovente registro narrativo e di trasmettere al lettore intense emozioni.
Giuseppe Petralia
 
 

l'Unità, 16.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Comunismo
Una società comunista senza dittatura? Io credo che sia possibile
Presto dovremo lottare per un bicchier d’acqua e allora...

Leonardo Sciascia sosteneva che il cattolicesimo e il comunismo fossero due parrocchie uguali, era un po’ cattivo coi comunisti. Intanto, il comunismo diceva e agiva cercando di far stare meglio gli uomini sulla terra e non nell’aldilà. Quindi le due parrocchie non erano mica tanto parrocchie. Io sono stato, e continuo a essere, un comunista. Certo il prezzo pagato è stato un prezzo alto, in vite umane, in molte cose.
Certo che molte cose del comunismo, nella sua attuazione pratica, sono state sbagliate e si sono trasformate in errori tragici proprio nel conteggio di vite umane. Ma continuo a ritenere che l’aspirazione all’uguaglianza, al diritto uguale per tutti sia il dettame più cristiano che io abbia mai sentito, cristiano non cattolico.
Purtroppo è un’applicazione terrena e quindi destinata a errori enormi, a sparire non saprei. Perché molti di quei princìpi sociali che erano alla base del comunismo sono entrati quasi senza avvertimento in certe visioni dello Stato sociale, della cura delle persone… Tante cose che nel primo Novecento non erano neppure ipotizzabili si sono insinuate, perché necessarie nel cammino sociale degli uomini.
Non era un’utopia. È stata consumata e voltata in utopia proprio perché si è mal realizzata.
Quando noi ci troviamo di fronte alla rivoluzione comunista in Cina, e dalla fame assoluta riesce a dare una scodella di riso a tutti, che cos’è questo se non un passo avanti nel vivere insieme di tutti gli uomini?
Il comunismo è una perdita di libertà, perché si manifesta come dittatura. E questo è inevitabile. È possibile ipotizzare un comunismo senza dittatura? Pare che non sia possibile. Io credo che lo sia. Quando, in un futuro non troppo lontano, avverranno spaventose crisi economiche, perché ora siamo solo agli inizi di piccole crisi che colpiscono la finanza. In un futuro non così lontano, comincerà a mancare l’acqua. Stiamo vivendo in questi giorni un sommovimento mostruoso delle stagioni, blocchi immani si staccano, diventano iceberg perché la calotta polare non tiene più.
Ci troveremo, credo, in un futuro non tanto lontano a combattere per un bicchiere d’acqua e allora forse ritroveremo una solidarietà che il benessere e il capitalismo c’hanno fatto dimenticare. Abbiamo rimosso non solo i princìpi del comunismo, ma anche quelli del cristianesimo e persino del vivere sociale.
Andrea Camilleri
 
 

Barilive.it, 16.7.2010
Quattro chiacchiere con Camilleri
In Laterza, presentazione dell’Abbecedario di Camilleri curato da Eugenio Cappuccio

C’è il fresco salvifico dei condizionatori; c’è il regista, autore e montatore Eugenio Cappuccio; c’è lo scenografo cinematografico Daniele Trevisi; ci sono le voci lettrici di Azzurra Martino, Fabrizio Buonpastore e Michele Venitucci; c’è anche un Emilio Solfrizzi sorridente ed in splendida forma lì in prima fila. Manca solo Lui, ma è come se ci fosse, c’è la sua voce, e le sue parole. Il quadro è perfetto, per la presentazione dell’ “Abbecedario” di Andrea Camilleri, e per ovviare all’atrocità dei 35 gradi di un pomeriggio insopportabilmente afoso.
L’introduzione è di Trevisi, nelle vesti di moderatore: ‘Un’intervista che diventa racconto’. La definizione non mente. Poi è la volta dell’autore: ‘Attraverso il viaggio con questo grande narratore, con questa sorta di guru, posso dire di aver centrato una delle tappe fondamentali della mia carriera di regista’. Ma entrambi quasi smaniano di lasciare spazio alla presenza più importante. Basta un click, un play. Parte il dvd, scorrono le immagini, fluiscono le parole, echeggiano i silenzi, volteggiano i cerchi di fumo. ‘Ha dei tempi cinematografici straordinari’ chiosa Cappuccio. Ha ragione: innati ed acquisiti al contempo, per la sua natura siciliana e per la grande esperienza cinematografica e teatrale maturata negli anni. Si vede, e si sente. E non capisci mai dov’è il serio e dove il faceto: probabilmente, sempre e ovunque entrambi.
Ascoltarlo parlare, con quella voce metafisica e terrena, anzi terrona, solenne ed ironica, sempre roca, sempre accompagnata da quel gesticolare della mano sinistra con l’immancabile sigaretta impugnata tra pollice ed indice che sembra uno spot ai benefici del fumo – diverte, illumina, ispira. Lui sembra quasi percepirlo, e non sottrarsi. Alcuni exempla: si parla di Pinocchio, di banane, di papa Wojtila, di zibaldone. Di magistrati: ‘Ho sempre avuto una diffidenza congenita, quasi berlusconiana, nei confronti dei magistrati. Comprovata del resto da numerosi anni di asservimento al potere della magistratura. Ma poi è arrivato Berlusconi, e mi ha costretto a difenderli!’. ‘Un’affermazione, forte, schierata, partigiana, eppure onesta e profonda in ogni sua sillaba’ nota Cappuccio.
L’essenza di Andra Camilleri.
Il libretto di 55 pagine, il libercolo degli assenti audio-visivi, e soprattutto il dvd compongono – come da titolo – uno strumento di istruzione elementare, ma per adulti e non bambini, per noi Italiani alle prese con la nostra cultura, la nostra società, la nostra storia. Un vero libro magico, come nell’immaginario infantile.
Perchè magico è Camilleri: impossibile ridurlo a Montalbano, e neppure soltanto a ciò che scrive. Camilleri è sostrato culturale, bagaglio di letteratura tradizioni e superstizioni, che nel commissario più famoso d’Italia si personificano, si rendono conoscibili. Camilleri è uno spettacolo d’umanità. E quattro chiacchiere con lui valgon bene la spesa di un’ora in Laterza, e forse persino quella - non modica - dei 26€ del prezzo di listino.
Lorenzo Vendemmiale
 
 

La Sicilia, 16.7.2010
Fan per Belen assassina sul set di Montalbano
Fiction. Il sindaco di Scicli: «Il 90% dei turisti viene perché ha visto la nostra città in tv». Per i luoghi del commissario tour operator dall'Inghilterra

Ragusa. Ultimi ciak, oggi, tra il barocco di Scicli per la troupe del commissario Montalbano. La Palomar, che è la casa di produzione, conclude oggi (o al massimo domani), le riprese dei quattro nuovi episodi di un'altra serie della famosa fiction che andrà in onda su Raiuno nella prossima stagione televisiva. Da lunedì mezzi tecnici e attori tornano a Roma per girare gli interni del commissariato, ricostruito a Cinecittà. Sì, perché quel commissariato tanto famoso, è tutto finto. Costruito pezzo per pezzo dagli scenografi. Ma non era così all'inizio. Prima era stata usata la stanza del sindaco di Scicli ancora oggi visitabile un giorno a settimana. Poi vi furono delle divergenze con la produzione e ne approfittò il Comune di Ragusa dandosi da fare per trovare i locali da adibire ad interni del commissariato. Ma nuove divergenze hanno portato la produzione a non parteggiare per nessuno dei due Comuni. E tra i due pretendenti, Ragusa e Scicli, non ha vinto nessuno. Tutto ricostruito a Cinecittà mentre gli esterni del commissariato si continuano a girare in provincia di Ragusa, trasformata dal regista Alberto Sironi nella Vigata raccontata da Andrea Camilleri.
Quest'anno, dopo Ragusa, si è tornati a Scicli, anche qui utilizzando la prestigiosa sede municipale. Non ce ne voglia Zingaretti, ma la vera novità è stata la partecipazione di Belen Rodriguez, per la prima volta attrice di fiction. La show girl si è dovuta calare nella non facile parte dell'assassina, cinica e fredda, che con la complicità dell'amante fa uccidere il marito, terribilmente freddato e poi "macellato" nella macelleria Pecorini, facendo ricadere la colpa su un mafioso locale.
Per girare questa scena, il regista ha scelto come location piazza San Giovanni a Ragusa, trasformando alcuni locali della Curia nella macelleria dove si consuma il delitto. Ma lui, Montalbano, il "poviro puparo" di una dispersa e "mischina opira dei pupi", riuscirà a scoprire tutto. Tantissimi i fans che hanno inseguito Belen per avere foto e autografi, ma in pochi sono riusciti, visto che il set era praticamente inviolabile e due bodyguard hanno tenuto a bada anche i più tenaci. Sono comunque riusciti a fotografarla anche in un attimo di pausa, a Punta Secca, quando simpaticamente si è preparata da sola un cono gelato.
Tanti gli aneddoti sul set, dove si è scherzato in varie occasioni, così come sono state numerose le scene rifatte perché non è semplicissimo passare dagli spot dei telefonini al collaudato set di Montalbano. Ma Zingaretti e Sironi, giurano i componenti del cast, sono riusciti a mettere a proprio agio la bella attrice sud americana. Un po' bassina, a vederla camminare al centro di piazza San Giovanni mentre i truccatori la riparano con l'ombrellino dal caldo sole siciliano, ma sicuramente con un fisico mozzafiato e una bellezza ben evidente. I riflettori di questa nuova serie sono stati tutti per lei anche se naturalmente all'arrivo di Zingaretti, ormai di casa, i flash non sono mancati ed anzi nei luoghi esterni scelti come set, in tanti si affacciavano alla finestra per gli applausi da rivolgere all'attore romano rimasto ancora una volta folgorato dalla bellezza della Sicilia e dalla gastronomia, soprattutto i tipici cannoli siciliani che adora.
Per la provincia di Ragusa, Montalbano rappresenta un'eccezionale occasione promozionale. Si moltiplicano i tour per quella che ormai è una Montalbanomania, in cerca dei luoghi, delle storie, perfino delle arancine del commissario. Una presenza turistica non indifferente, come sanno bene dalle parti di Scicli. «Credo - afferma Giovanni Venticinque, sindaco della città - che la fiction ci aiuti tantissimo nella promozione del nostro territorio. Tra i turisti, il 10% viene a Scicli perché sa che è una città patrimonio dell'Umanità, ma il 90%, ne sono convinto, viene nella nostra città perché l'ha conosciuta con la serie tv di Montalbano. Nel mese di marzo sono arrivati perfino arrivati dei tour operator dall'Inghilterra. La Bbc ha comprato alcune puntate della serie e sono già fioccate le richieste nelle agenzie di viaggio inglesi. Sono convinto che le nuove quattro puntate saranno utili per i prossimi anni sotto l'aspetto del turismo». L'effetto Montalbano ha valorizzato anche il Comune di Santa Croce Camerina dove tra l'altro si trova, nella frazione a mare di Punta Secca, la famosa casa del commissario. Presto sorgeranno nuovi alberghi per un totale di 3600 posti letto.
Michele Barbagallo
 
 

RTM, 16.7.2010
Montalbano è tornato a Scicli. E con lui il commissariato. Otto giorni di riprese nella cittadina barocca, e il ritorno del commissariato a palazzo di città

Otto intensi giorni di riprese. Location nuove e siti “cult” hanno fatto da proscenio alle quattro nuove puntate del Commissario Montalbano, in lavorazione in queste settimane in provincia di Ragusa.
Scicli è tornata a essere set baricentrico. Qui la troupe della Palomar, guidata dalle sapienti mani del regista Alberto Sironi, e dallo scenografo Luciano Ricceri, hanno ambientato gli esterni del commissariato, e anche gli interni.
Una vicenda complessa quella dei locali del commissariato. Per ragioni di economia e di logistica, una copia del commissariato sciclitano è stata riprodotta fedelmente a Roma, a Cinecittà. Ma la troupe si è resa conto che la coerente ambientazione fra interni ed esterni giovava alla resa delle scene, e inaspettatamente, nei giorni scorsi, alcuni locali del Municipio, fra cui il corridoio al primo piano, la stanza del vicesindaco, quella del capo del personale, sono state usate per girare parecchie scene.
La parte del leone l’ha fatta come sempre la stanza del sindaco, con il suo prezioso mobilio liberty.
Ma la nuova serie tv in onda su Rai Uno il prossimo autunno riserva angoli inediti di Scicli. Il convento della Croce, dove Luca Zingaretti incontra alcune religiose, piazza Busacca e il quartiere ai piedi del Carmine, oltre al già visto lungomare di Donnalucata.
Scicli ha accolto in un clima di festa e di curiosità discreta il ritorno della troupe (la prima volta risale al lontano 1998), spiando i movimenti di Zingaretti, dei vari Mimì Augello e di Fazio, sperando in un’improvvisa apparizione di Belen Rodriguez.
Il non plus ultra dell’emozione l’hanno provata i tanti turisti, fra cui una coppia di giovani spagnoli, piombati a Scicli per visitare i Luoghi di Montalbano, che, increduli, hanno trovato il commissariato, la Tipo grigio canna di fucile e Luca Zingaretti a bordo.
Come in un film.
 
 

Italianmedia.com, 16.7.2010
Montalbano nostalgico

Mia madre non è italiana e nonostante gli anni che abbiamo trascorso in Italia, ormai l’italiano lo legge poco. Ma sapendo che sono un lettore appassionato dei romanzi della serie ‘Montalbano’, non ha esitato a leggerne uno – tradotto in inglese – quando l’ha visto sugli scaffali della sua biblioteca. Non l’avesse mai fatto.
Il problema di come tradurre le espressioni idiomatiche non è di facile risoluzione. Basta pensare all’esempio più famoso: la prima frase del Moby Dick dello scrittore americano Herman Melville. ‘Call me Ishmael’ – è così che il narratore si rivolge direttamente al lettore. Ma che cosa sta dicendo? In italiano viene tradotto in modo letterale: ‘Chiamatemi Ishmael’ – e mi va bene. Ma è possibile che in verità il narratore stia dicendo questo: ‘Non chiamarmi Mr Smith (il cognome del personaggio non lo sappiamo) – dammi pure del tu’. Che cosa voleva dire esattamente Melville? Il traduttore non può che tirare ad indovinare – una realtà pericolosa per il lettore ignaro.
Quando a questa problematica si aggiunge l’uso di frasi dialettali, la traduzione diventa (quasi) impossibile. E i romanzi di Montalbano sono appunto scritti nella lingua della piccola borghesia siciliana degli anni ’50 – un italiano contaminato da frasi e parole in dialetto. È una lingua con un’identità forte e che spesso può confondere anche un lettore italiano – la parola magari, per esempio, significa ‘anche’ o ‘pure’ se usata da un personaggio siciliano, ma significa proprio magari quando è un personaggio del ‘continente’ a pronunciarla. È un pasticcio, insomma.
Il traduttore può affidarsi ad un vocabolario siciliano – capirà così la differenza tra ammuccàre e ammucciàre (inghiottire la prima, nascondere la seconda). Ma già la scelta di usare una parola siciliana nel contesto di una frase italiana cambia il tono – quando si passa al dialetto, il concetto si alleggerisce (una amazzatina è senz’altro meno sgradevole di un omicidio). Ma come fa il traduttore ad esprimere questo passaggio dall’italiano al dialetto quando c’è soltanto l’inglese a sua disposizione?
Le origini scozzesi di mia madre le hanno lasciato un forte senso del dovere, e quando inizia a leggere un libro lo deve finire (se è per quello, non lascia mai il cinema prima che sia finito il film). Ma in questo caso era sul punto di fare uno strappo alle regole. “È così volgare” – questo il suo verdetto. Volgare? Possibile? Io che i romanzi della serie Montalbano li ho letti tutti non ricordo niente di particolarmente osceno.
Andandomi poi a leggere la versione inglese ho visto subito che le parolacce c’erano – e ne sono rimasto sorpreso. Certo, conosco bene la traduzione letterale di parole come minchia e amminchiare, ma vedere quelle parole in inglese – nero su bianco – mi ha lasciato perplesso. La volgarità nell’originale non era certamente una cosa da prendere in modo letterale, e se l’autore Andrea Camilleri fosse stato in grado di leggere la versione inglese si sarebbe forse scandalizzato quanto mia madre.
Per la serie televisiva il problema non si è posto perché chi ha curato l’adattamento ha deciso – proprio come scelta di campo – di scaricare la sicilianità. Per quanto il protagonista risponda al telefono dicendo “Montalbano, sono”, l’attore Luca Zingaretti è di Roma e si sente (possibile che non ci fossero attori siciliani a disposizione?). E per quanto molte scene siano state girate in Sicilia, la lingua vernacolare del libro è stata ridotta ai minimi indispensabili. Un peccato, certo, ma forse l’unica scelta possibile per un’Italia in cui il dialetto ormai sta battendo la ritirata.
Il guaio è che chi vede l’Italia dall’estero – inclusi noi italo-australiani di seconda generazione – è sempre alla ricerca di strumenti nuovi per capire il Paese. Ed è inevitabile che la letteratura – anche quella popolare – venga vista come chiave di lettura importante. Ma non so fino a che punto consiglierei ad un lettore non-italiano i libri della serie Montalbano – e non soltanto per questioni di lingua.
Ho intervistato lo scrittore Andrea Camilleri nel 2000 e ho incontrato una persona affascinante. Mi ha accolto nel suo appartamento romano e abbiamo chiacchierato per più di un’ora – all’epoca lo scrittore aveva 75 anni e fumava le sigarette come fosse la ciminiera di una fabbrica dell’Inghilterra di Dickens.
Negli anni ’90 la serie Montalbano stava riscuotendo un successo notevole e aveva fatto del Camilleri uno degli scrittori contemporanei di maggior successo. Ma proprio perché i romanzi erano dei polizieschi che esaminavano questioni di mafia la critica aveva voluto vedere il Camilleri come l’erede di Leonardo Sciascia, lo scrittore siciliano che aveva rivoluzionato il giallo-poliziesco di stile americano (il romanzo cosiddetto hard-boiled). E il paragone stava creando qualche preoccupazione al Camilleri, che della criminalità siciliana contemporanea non era certamente un esperto.
“La difficoltà per me è che non capisco i codici della Mafia odierna”, mi disse. “Non dico che la mafia della mia infanzia a Porto Empedocle fosse migliore o peggiore di quella d’oggi – ma allora conoscevo le regole”. Il Camilleri (il cognome è di origine maltese) mi disse che la serie Montalbano era per lui soprattutto un richiamo nostalgico alla Sicilia di una volta e non un tentativo di usare la mafia come metafora per spiegare l’Italia di oggi. Per capirci, il Camilleri vedeva pochi punti di contatto tra i suoi romanzi e quelli di Sciascia. Anche stilisticamente i paralleli erano pochi: Sciascia impiegava un italiano chiaro e preciso, privo di qualsiasi inflessione dialettale.
Quindi, i romanzi Montalbano con l’Italia contemporanea non c’entrano niente. La cittadina immaginaria di Vigata non è che il Porto Empedocle degli anni ’40 – il mafioso del quartiere conta relativamente poco e sa stare al posto suo. E quando nei romanzi del Camilleri si fanno sentire realtà criminali più attuali, come il traffico internazionale della droga, lo scrittore se la dà a gambe.
Faccio soltanto un esempio. Nel romanzo del ’97 Il cane di terracotta, Montalbano è alle prese con degli spacciatori di droga arrivati da Catania. E che fa il commissario? Pensa a risolvere un caso ‘storico’ – un crimine avvenuto nel lontano 1944. Quindi, si rifugia nel passato e il crimine attuale rimane irrisolto. Pure l’italianotto piccolo-borghese di Montalbano – con le contaminazioni siciliane – non è che un richiamo ad un passato, visto che ormai le classi medie siciliane parlano l’italiano standard.
Quel che la serie dei romanzi Montalbano ci offre (così come la serie televisiva) è il piacere di un whodunit in chiave paesana – e non è poco. D’altra parte, leggere per diletto è un diritto che possiamo rivendicare senza alcuna remora. Ma per capire la Sicilia di oggi consiglierei ad un lettore non-italiano di evitare Vigata e visitare Regalpetra, il paese immaginario di Leonardo Sciascia: è lì che troverà una quantità di spunti interessanti. Vigata non ci lascia più di tanto – e non è soltanto questione di lingua.
jpanichi@ilglobo.com.au
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.7.2010
Gli italiani di Camilleri
Il piacere di contraddirsi
3. Continua
Andrea Camilleri
[Riproposizione a puntate del saggio Cos’è un italiano?, pubblicato su Limes nel febbraio 2009]
 
 

l'Unità, 17.7.2010
"Di testa nostra", cronache con rabbia del duo Camilleri-Lodato

E’ in libreria «Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010» (Chiarelettere; e.13,60), il libro che raccoglie le rubriche de  “Lo Chef consiglia”, di Andrea Camilleri e Saverio Lodato, pubblicate su L'Unità.
Ma il libro offre anche tutte le interviste uscite a Camilleri sul quotidiano,  indipendentemente dalla rubrica. Ne è venuta fuori una carrellata di testi ironici e graffianti, amari e folgoranti, cronache con rabbia, appunto. Questa collaborazione fra Saverio Lodato, giornalista de “L’Unita’” e lo scrittore siciliano più amato e più  letto dagli italiani, continua ancora oggi. “Di testa nostra” è un libro controcorrente, un libro che spezza il coro del silenzio della grande macchina televisiva italiana e di gran parte della stampa - osserva Lodato-  che vorrebbe tacitare il Camilleri politico, il Camilleri civile, il Camilleri che , se fosse conosciuto dal grande pubblico, metterebbe paura a tanti sepolcri imbiancati del potere governativo.
Escort e notti brave a Palazzo Grazioli, la drammatica condizione dei terremotati dell’ Aquila, le visite-sceneggiate di Gheddafi in Italia, i ministri che delinquono a loro insaputa, la mafia come questione di famiglia e album del governo, le magagne degli appalti e delle cricche più svariate, l’informazione a tempo dei Minzolini.
E ancora: l’accanimento leghista contro l’unità nazionale, il simbolo rappresentato da Giuseppe Garibaldi, gli extracomunitari messi alla gogna. Il libro offre al lettore numerosi ritratti di Andrea Camilleri che riguardano personalità note al grande pubblico, da Gianfranco Fini, impegnato in una difficilissima partita, a Sandro Bondi, il ministro della cultura che vorrebbe proibire il film “Draquila” di Sabina Guzzanti, senza però averlo visto; da Claudio Scajola a Guido Bertolaso; da Ignazio La Russa a Bossi… Né mancano i giornalisti vittime dell’ostracismo Rai, da Michele Santoro a Maria Luisa Busi a Tiziana Ferrario. E altro ancora. Il libro è la prosecuzione ideale di “Un Inverno italiano” (Chiarelettere; e.14 e 60), che copre,  sempre a firma Camilleri e Lodato, il biennio 2008-2009.
 
 

Agrigentonotizie.it, 17.7.2010
Forme e colori a Sud
Alpi e Mediterraneo uniti dalle opere di Fasulo e Zambuto

Dopo una prima esposizione nel cinquecentesco chiosco di Sant'Antonio a Morbegno dal 25 giugno al 4 luglio, la mostra "Sicilia, forme e colori a Sud", approda a Porto Empedocle con le opere scultoree di Piero Zambuto ed i dipinti di Franco Fasulo. L'iniziativa, voluta dal Comune valtellinese e da quello empedoclino, e con il patrocinio della Regione siciliana-Assessorati ai Beni culturali e alle Politiche agricole, della fondazione "Andrea Camilleri", delle Fabbriche chiaramontane di Agrigento e dalla compagnia "Amici della pittura siciliana dell'ottocento", e con il contributo segna l'avvio di un proficuo interscambio culturale tra la città lombarda e quella siciliana.
[…]
 
 

18.7.2010

È probabile che Andrea Camilleri e Saverio Lodato presenteranno il loro volume "Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010" (Chiarelettere) a Roma il 17 settembre.
 
 

A Noi La Parola, 18.7.2010
Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009 – 2010. Il coraggio delle idee.

In questo paese di incertezze, poche le cose certe. Certe sono le parole indiscutibilmente scritte che sovente incutono tanto timore e per le quali si osa architettare meccanismi ibridi per toglierle di mezzo, per soffocarle, per renderne innocue e prive di effetti nelle menti delle persone.
Certe come quelle che troviamo scorrendo le pagine di questo insolito libro scritto con sagacia e arguta ironia dai due autori.
Ci si appassiona pagina per pagina leggendo il fresco dialogo tra Andrea Camilleri e Saverio Lodato. Un percorso che pian piano in modo a volte ironico e a tratti malinconico si immerge nel dipingere la realtà di un Paese che ad oggi è un malato terminale. Affiora con lucidità una fotografia dell’Italia e dei sui mali “senza sconti”. Non si evoca pessimismo ma il sapere dar il giusto peso a fatti, eventi che in questo ultimo anno hanno decisamente ingenerato conseguenze nefaste ma soprattutto hanno consolidato una visione asfittica nell’opinione pubblica italiana tale da non riuscire a rimettere in circolo segnali positivi reali di ripresa.
“Di testa nostra” e’ la prosecuzione reale di un altro libro “Un inverno italiano” scritto sempre in collaborazione con lo scrittore siciliano. Entrambi, raccolgono le rubriche che sono state pubblicate in questi anni in cui Andrea Camilleri, lo scrittore inventore di Montalbano dice la sua su quanto accade nel nostro paese. Un Camilleri inedito che parla di politica e attualità a tutto campo, che commenta i fatti di cronaca, molto spesso svelando retroscena, interpretazioni, punti di vista che il grande insieme del mondo mediatico italiano in questi anni sta nascondendo. Perché si ha la sensazione che gli italiani siano tenuti all’oscuro di quello che accade nel nostro paese.
L’Italia, appunto, paese ove lo scandalo scaccia scandalo. E allora non c’è da stupirsi se giornalmente gli italiani vengono investiti da milioni di parole sullo scandalo di giornata. E non si riesce mai a capire quali siano i responsabili, i mandanti e le conclusioni alle quali giungono perché periodicamente c’è n’è uno nuovo. Siamo in una situazione in cui la politica pretende dai suoi elettori consenso, ubbidienza, clientela, sottomissione, mentre la politica in un paese moderno, in un paese civile avrebbe bisogno di senso critico, di presa di distanze, di interrogativi che trovano risposta da parte della politica stessa.
La politica in Italia sta lentamente uccidendo la cultura, sta uccidendo i principi su cui questo paese è stato costruito dopo il ventennio fascista con una guerra di liberazione nazionale e la resistenza. E invece si contesta l’unità nazionale, si contesta Garibaldi, si contesta l’unità d’Italia si punta alla separazione di diverse regioni del paese, esattamente il contrario dell’Italia che concepirono i padri della nostra costituzione repubblicana.
Ma la profonda e impietosa analisi di Camilleri non risparmia nessuno. Del fenomeno Berlusconi afferma “… stando ai sondaggi Berlusconi piace agli italiani così com’è. Ma sarebbe più corretto dire che piace al settanta per cento degli italiani e al trenta per cento no . E a questa minoranza deve essere tolta la cittadinanza italiana solo perché non gradisce Berlusconi?” e ancora più avanti aggiunge “L’assoluta incapacità di capire che quel regresso del Pdl, si pure di pochi punti, segnava il principio della fine dell’idillio della troppa lunga luna di miele tra Berlusconi e la maggioranza degli italiani… Per riconquistare il perduto, dovrebbe governare sul serio, affrontando la crisi e tutte le altre gravi difficoltà del paese. Ma non gli sarà possibile. Vuoi perché è organicamente incapace, vuoi perché non avrà più libertà di movimento. E’ prigioniero, come ben dice lei a Palazzo Chigi, dei leghisti vittoriosi che ora saranno i veri, e disastrosi, timonieri del governo.”
E ancora parole che dedica al popolo leghista, proprio a quei leghisti che dirà pensano al loro particolare, agli interessi di bottega ed ella politica. “Hanno una visione miope” sostiene, “razzista e strapaesana. E proprio loro rappresentano quella stampella leghista che tiene su un premier azzoppato preoccupando sempre di più gli italiani che hanno a cuore le sorti di un paese”. “ E’, caro Laudato, l’oscuro, minaccioso momento della bestia trionfante, della rivincita dell’incultura, dell’ignoranza più crassa. Pontificano, sazi e boriosi, da vertiginosi abissi di nullità, di vuoto pneumatico. Imprecano contro “Roma ladrona” e intanto si impadroniscono di banche, di società statali, di posti di potere, di ben fornite greppie.”
E poi da ultimo in questa Italia ormai senza guida, un’opposizione incapace davvero di far opposizione, “un PD come una balena spiaggiata. Attorno ad essa si agitano soccorritori improvvisati nella speranza di mantenerla in vita intanto che si trovi un modo per rimandarla a nuotare in mare aperto. Senonchè succede che i soccorritori hanno idee diverse e confuse … Non hanno un progetto, un’idea risolutiva mentre occorrono strategie nuove, coraggiose, veramente “rivoluzionarie” che rimettano il PD in assetto di combattimento”.
Vibra di emozione in Camilleri quel bellissimo ricordo di un grande italiano, Leonardo Sciascia. E’ stato con Moravia e Pasolini, una delle tre grandi voci eretiche di quella Prima repubblica finita miseramente con Mani Pulite. A lui in epoche diverse si fanno risalire frasi che ancora oggi sferzano implacabilmente la realtà italiana. Di lui comprendiamo forse la sua visione intrisa di una sorta di pessimismo ma soprattutto la lunghezza della sua vista. Che il nostro fosse un paese senza verità lo scrisse in parecchie occasioni. Ma cosa scriverebbe oggi che della parola “verità” si è perso persino senso e significato?
“Un inverno italiano” non solo titolo profetico ma simbolo di un inverno che dura omai da troppo tempo e che non è mai finito. E in ragione del quale occorre unirsi tutti in ragione dei propri ideali. In particolare conclude l’Autore, “occorre ricompattarsi per sconfiggere il sistema berlusconiano con la vera e sola arma democratica del paese, il voto popolare. Quell’unità per la quale ogni giorno il nostro Capo dello Stato Giorgio Napoletano è costretto a fare gli straordinari”.
Il viaggio nel “paese senza verità” (Sciascia) non smette davvero di stupire. Il viaggio di Testa Nostra è appena cominciato… a Voi il prosieguo.
Simonetta Alfaro
 
 

Corriere di Ragusa, 18.7.2010
Scicli: per le riprese della celebre serie televisiva
Scicli ospita ancora il commissariato di Montalbano
Durante la lavorazione, in certe ore della giornata l´anello barocco è stato "blindato", in maniera anche talvolta eccessiva, con qualche disagio, anche evitabile, per residenti e turisti

Scicli è tornata ad essere la location dei nuovi episodi della serie televisiva "Il commissario Montalbano", in onda in autunno. Otto giorni di riprese ed il ritorno del "commissariato" a palazzo di città. In queste nuove puntate sono state utilizzate nuove zone e siti "cult". È il caso del convento della Croce, dove Luca Zingaretti incontra alcune religiose; piazza Busacca e il quartiere ai piedi del Carmine, oltre al già visto lungomare di Donnalucata.
«Anche stavolta – ha sottolineato detto con una punta d´orgoglio Giovanni Venticinque – la parte del leone l´ha fatta come sempre la stanza del sindaco, con il suo prezioso mobilio liberty. La città ha accolto in un clima di festa e di curiosità discreta il ritorno della troupe (la prima volta risale al lontano ´98), spiando i movimenti di Zingaretti, dei vari Mimì Augello e di Fazio, sperando in un´improvvisa apparizione di Belen Rodriguez. Emozione particolare – ha aggiunto Venticinque – l´hanno provata i tanti turisti, fra cui una coppia di giovani spagnoli, piombati a Scicli per visitare i luoghi di Montalbano, che, increduli, hanno trovato il commissariato, la "Tipo" grigia canna di fucile e Luca Zingaretti a bordo. Insomma, come in un film».
Durante la lavorazione, in certe ore della giornata l´anello barocco è stato "blindato", in maniera anche talvolta eccessiva, con qualche disagio, anche evitabile, per residenti e turisti. I Vigili urbani sono stati chiamati ad un super lavoro per regolare il traffico, evitando intralci e disagi agli automobilisti. Tutto è filato liscio. Soddisfatti anche i commercianti che hanno goduto della presenza di numerosi turisti e curiosi venuti in città per strappare una foto e un autografo agli attori della famosa fiction di Alberto Sironi.
 
 

l'Unità, 19.7.2010
Chef Camilleri
Le “menti raffinatissime” e quegli imprenditori che volevano le stragi...
Saverio Lodato / Andrea Camilleri
 
 

La Sicilia, 19.7.2010
La donna protagonista della mostra en plein air al castello normanno di aci
Il Terzo Rinascimento e la «ginecocrazia»

Umberto Eco sostiene che la letteratura, nonostante viva nella irrealtà, è più reale della storia stessa perché se per esempio è possibile contestare la morte di Hitler, apportando improbabili documenti di una fuga in America latina, sarebbe assurdo negare quella di Fra Cristoforo, raccontata da Manzoni, per la peste.
L'opera letteraria dunque, oltre ad avere una sua legittimità temporale, cosicché il Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe diventa motivo di effettiva ricerca, ha anche una sua capacità di circoscrivere e configurare uno spazio, un luogo dentro il quale il lettore si ritrova e attraverso cui rivive la storia narrata dall'artista, il quale diventa, più che personaggio, luogo egli stesso, come dice Citati parlando di Proust.
E se è possibile l'avviso, come il cinema spesso avverte, che i personaggi e gli avvenimenti sono immaginari, risulta difficile dirlo per il luogo, benché Camilleri sostenga, citando critici illustri, che proprio attraverso i luoghi descritti nei romanzi si possano ricostruire perfino la Spagna di Cervantes o la Germania dei fratelli Grimm, compresa l'Isola che non c'è di Borges o la Castalia di Hesse; questo in quanto ciò che conta non è quel luogo ma il suo ricercarlo e il suo sognarlo, l'immaginario insomma del Luogo stesso.
[...]
Pasquale Almirante
 
 

BlogSicilia, 19.7.2010
Un libro a settimana: “Acqua in bocca” di Camilleri e Lucarelli

Prima ancora della sua uscita è stato definito come il “caso editoriale dell’anno” e, dopo una piacevole quanto squisita lettura, si può proprio affermare che tale definizione sia veritiera.
Il libro di questa settimana è un’opera scritta a quattro mani, nata dall’intreccio del genio artistico di due grandi della letteratura italiana: Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli.
Una sinfonia speziata e straordinaria, nata dal casuale incontro dei due famosi scrittori che ha portato, non dopo simpatici quanto intricati esperimenti, alla pubblicazione di “Acqua in bocca”.
La composizione ricorda molto quella già utilizzata nel romanzo “Il nipote del Negus” di Camilleri.
È un racconto, un viaggio divertentissimo ed intrigante, attraverso una corda fatta concretamente di lettere, officiali e non, bigliettini, pizzini di ogni tipo, documenti, escamotage simpaticissimi grazie ai quali i due protagonisti, Grazia Negro e Salvo Montalbano, comunicano per risolvere un caso complicato.
Non c’è nulla di ordinario o scontato in questo libro, il che era prevedibile conoscendo i caratteri dei due scrittori.
Camilleri, un genio nella descrizione dei particolari, dei vizi e delle virtù della sua terra, un pittore su carta. Lucarelli, molto più giovane del primo, ma già conosciutissimo per i suoi libri dal tocco noir.
Tutto parte da un omicidio al quale Grazia Negro non riesce a trovare soluzione. Come se non bastasse, tutti gli indizi portano ad un solo suggerimento: lasciar perdere il caso.
La comunicazione del fattaccio al Commissario Montalbano sarà l’introduzione ad una storia appassionante e divertente, fatta di comunicazioni quasi clandestine nascoste ora nei cannoli di ricotta, ora nei tortellini.
È una miscela perfetta quella di “Acqua in bocca”, un profumo in cui il carattere, le peculiarità e il carisma dei due personaggi si intreccia, senza mai eccedere nel prevalere dell’uno sull’altro.
La lavorazione del libro, del resto, appare altrettanto affascinante. Pare che i due scrittori infatti, carichi di impegni, abbiano lavorato all’opera proprio utilizzando le stesse metodologie raccontate tra le misteriose pagine: biglietti e lettere nascoste tra la pasta e i dolci.
Una bellissima sfida che non sfugge all’occhio critico dei più attenti lettori. Quello che diverte, infatti, non è solo la storia o le espressioni tipiche dei due personaggi, ma anche la percezione del divertimento provato dagli stessi scrittori nella composizione del libro.
Una perla assolutamente da non perdere.
Maré
 
 

2012 Magazine, 19.7.2010
Acqua in bocca… Camilleri e Lucarelli sono al lavoro!
Il libro della settimana

“Acqua in bocca” è il titolo del lavoro a quattro mani di due scrittori affermati, che scrivono le proprie storie con passione ed entusiasmo. Si tratta di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Il romanzo “Acqua in bocca” nasce come un gioco, a casa di Camilleri, quando i due scrittori si incontrano nel 2005 per girare un documentario prodotto dalla Minimum Fax Media. Daniele di Gennaro che scrive la ‘nota dell’editore’ che troviamo alla fine del romanzo, racconta l’incontro tra i due scrittori: i quarant’anni di differenza non si percepiscono, loro sono allegri e scherzano, si raccontano aneddoti e alla fine ecco che nasce la scintilla… come si sarebbero comportati Salvo Montalbano e Grazia Negro alle prese con un omicidio da risolvere, lavorando assieme, alle prese con un’indagine scottante e pericolosa? Ecco che ben cinque anni dopo quel giorno di primavera del 2005 arriva nelle nostre librerie un piccolo capolavoro dei due amici-scrittori, edito appunto da Minimum Fax (maggio 2010).
Montalbano e la Negro sono i protagonisti dei gialli dei due autori. Ecco che agiscono assieme, all’inizio solo scambiandosi informazioni epistolari, anche con le metodiche più incredibili (bellissime le descrizioni della corrispondenza tra i due nascosta letteralmente dentro i cannoli siciliani e in mezzo ai tortellini bolognesi!!). La storia è complessa, i problemi cominciano ad essere importanti, la trama si snoda, fluida. I personaggi si accorgono di essere andati a parare in una bella rogna dove ci sono di mezzo i servizi e uomini e donne che senza scrupoli uccidono e sono decisi ad eliminare anche sia Grazia che Salvo. Diventa una questione di vita o di morte e i due investigatori escono da questa situazione come sempre vivi, vincenti, ironici ma velati da quel senso di malinconia che ne ha fatto i beniamini del pubblico in questi anni.
Belli e ben tratteggiati i personaggi di Grazia Negro e Salvo Montalbano, bravi davvero Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri. Sicuramente da leggere, queste cento pagine, poco più. “Acqua in bocca”, un piccolo cammeo…una collaborazione preziosa, unica, un po’ come un gioiello, no?
Maria Lucia Meloni
 
 

Corriere della Sera, 20.7.2010
Piazza Grande
Il Merisi, le reliquie: un'incauta adorazione

[...]
Torride confessioni.
Sull'Unità Andrea Camilleri prima «evoca scherzosamente» l'acronimo «F.O.D.R.I.A, coniato da Guglielmo Giannini per sfottere» il lessico credulone dei comunisti del tempo: le «Forze Oscure della Reazione In Agguato». Poi dice che è «uno scherzo amaro, perché se c'è una cosa che la storia d'Italia ci insegna è che tali forze esistono». Esiste il F.O.D.R.I.A. ed esiste lo scrittore di successo che proprio non ce la fa, impresa troppo dura, a non crederci più.
[...]
Pierluigi Battista
 
 

l'Unità, 21.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Égalité
Le stesse condizioni di partenza per tutti? In Italia è un miraggio
Partire da zero. Come tutti (...o quasi)

Égalité non è parola italiana. È un’aspirazione ed è rimasta tale persino per coloro che la formularono. La frase «liberté, égalité, fraternité» è rimasta un flatus vocis, non una realizzazione pratica. Però, significò qualcosa per il paese dove venne pronunciata, un campanello d’allarme a voler dire «attenzione, c’è questo piccolo problema». E di questo sicuramente i francesi ne hanno tenuto conto. Dove, invece, non c’è stato questo grido, non se n’è tenuto conto. E infatti l’Italia è sicuramente arretrata, socialmente, rispetto ad altre nazioni.
L’eguaglianza non significa essere tutti uguali, perché è contro natura. Fortunatamente, felicemente, siamo tutti diversi, altrimenti il mondo sarebbe di una noia mortale. La natura c’ha dotati di forme di intelligenza, forza ed energia tutte diverse. Eguaglianza significa dare a chiunque le stesse condizioni di partenza di qualsiasi altra persona, non so se sono chiaro. E non vuol dire dare le stesse condizioni di partenza a tutti, attenzione. Significa dare le medesime condizioni di partenza commisurate – ovviamente – alle capacità dei singoli individui.
Perché se dai a tutti la capacità di correre velocemente ma io sono zoppo, occorre tenere conto che la mia velocità non è quella di una persona «normale». Questo è l’ulteriore passo dell’uguaglianza. Sono le condizioni ambientali e di nascita che determinano l’individuo. Noi ci meravigliamo continuamente quando sentiamo dire che un grosso industriale o un politico serio è nato in condizioni pessime, quindi ha dovuto faticare molto per raggiungere un certo livello. Ma perché questa fatica? Meglio per tutti se un genio ha subito condizioni di partenza agevolate, come tutti gli altri. Non che parta da sottozero, ma da zero come tutti.
Questo sarebbe il vero concetto di eguaglianza. Eguaglianza non significa avere gli stessi soldi o la stessa casa. È un po’ come il libero arbitrio: ce l’hai, ma poi devi saperlo usare e comunque alla base devi sapere di averlo.
Tutta un’idea politica dominante oggi non ti dice che tutti dobbiamo avere lo stesso livello di partenza, ti dice: «Mi dispiace, figlio mio, devi partire da sottozero e diventare qualcuno, se non ce la fai, pazienza». L’idea culturale dominante, di politica dominante oggi altro non è che finto mercato, finto liberalismo, perché tutto è finto nel capitale contemporaneo. Ve ne siete accorti in questi mesi con il crollo del liberalismo americano, dove lo Stato è dovuto intervenire – vi rendete conto: intervenire negli Stati Uniti? – sulle banche americane?
Andrea Camilleri
 
 

Il Gazzettino, 21.7.2010
Camilleri & Lucarelli
Il primo supergiallo "carbon free"

È il numero uno della top ten italiana dei libri più letti, è il primo successo "carbon free" dell'unica tipografia completamente autonoma sotto il profilo energetico: è "Acqua in bocca", il giallo scritto a quattro mani da Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Nella storia i due scrittori fanno incontrare i loro rispettivi "figli" letterari, il commissario Montalbano e l'ispettore Grazia Negro. Nell’ultima di copertina appare per la prima volta lo stemma del leone alato di Grafica Veneta circondato da un sole: significa che l'opera, oltre ad essere stampata con carta riciclata, è ad impatto zero. Tre mega watt di energia pulita che non solo bastano a far funzionare l'intero stabilimento, ma possono fornire elettricità alle famiglie dei 230 dipendenti dell'azienda.
cassandrof
 
 

MilanoNera, 21.7.2010
Andrea Camilleri
La pazienza del ragno

Può l’odio vero trasformarsi in un amore altrettanto forte? Andrea Camilleri cerca di dare una risposta a questa domanda. La pazienza del ragno è quella di continuare a tessere la sua tela nonostante le difficoltà. Ma è anche quella di attendere nascosto nell’ombra che la vittima cada all’interno della sua aggrovigliata trappola.
Tela, trappola, filare, tutti indicano un lavoro meticoloso, studiato, come un piano. A Vigata va di scena un rapimento. Un evento strano. Così strano che al commissario Montalbano viene affiancato un procuratore calabrese per risolverlo. A cadere nella rete è Susanna Mistretta; una ragazza bella, forte come solo il sole del più profondo sud sa essere. Il riscatto è di due miliardi di lire. Una cifra che per la famiglia Mistretta, ormai sull’orlo del crack finanziario, risulta impossibile da pagare. Ed allora Montalbano dovrà “Cataminarsi” alla ricerca dei moventi del crimine, cercando il ragno acquattato nell’ombra pronto a cogliere di sorpresa la sua preda.
Camilleri ci trascina nei meandri di quello che nel suo romanzo definisce come “Un sequestro mediatico”. Lo scrittore di Porte Empedocle ci mostra come un fatto di cronaca possa muovere l’opinione pubblica e di come questa sia in grado persino di distruggere la vita di un uomo. La vicenda costringerà lo stesso Montalbano, che di quell’opinione pubblica fa parte, a fare una scelta, tra i suoi principi ed un crimine il cui unico movente sembra essere il troppo amore.
I personaggi di Camilleri sono reali. Non solo nei gesti e nei comportamenti, ma anche nelle frasi. Loro parlano come mangiano ed allora il dialetto siciliano la fa da padrone. Ma Camilleri fa di più e mette il narratore, se stesso, allo stesso livello dei propri personaggi, ubbidendo anche egli alla loro stessa regola. Il risultato è un realismo straordinario, nel quale il lettore si sente sazio anche lui dopo essersi seduto al tavolo con Montalbano. Ma l’eccezionalità di Camilleri sta anche nei diversi livelli di analisi.
Lui che è un seguace della vecchia regola manzoniana di affiancare l’utile al dilettevole. Così quando il commissario di Vigata si trova disperso nelle campagne della Sicilia, nel climax dello svolgimento della trama, lui stesso e la vicenda che lo ha portato fin lì svaniscono. Sotto i riflettori, sul palco, sale un cavalcavia solitario, il cui unico passante è un cane randagio che non sa fare di meglio che abbaiare alle auto di passaggio. Un eco-mostro orizzontale, figlio di una politica edilizia folle e che punta solo al guadagno. L’Italia dovrebbe essere grata ad Andrea Camilleri. Grata perché lui insieme a pochi altri (Saviano per citarne un esempio) restano ancora fermi su un antico adagio che recita che la penna ferisce più della spada.
Giuseppe Andreozzi
 
 

MicroMega, 22.7.2010
Già oltre 4mila le firme raccolte in poche ore
"Per il Csm il Pd scelga nomi esemplari". Firma l'appello a Bersani di Camilleri, Hack e Flores d'Arcais
Anche Umberto Eco sottoscrive

Stimato onorevole Bersani, sull’elezione del Csm lei e il suo partito potete rendere un servizio a tutto il paese. I magistrati hanno già eletto i loro sedici rappresentanti. Il Parlamento non si mette d’accordo sugli otto che deve esprimere. Cinque spettano alla maggioranza, tre alla minoranza.
Marco Travaglio ha fatto notare che sarebbe un ennesimo scandalo se, in forza di una lottizzazione, la scelta cadesse su personalità partitiche (per la minoranza si parlava di un esponente Pd, uno Idv, uno Udc) anziché su personalità di alta statura giuridica la cui estraneità alle cariche politiche costituirebbe garanzia di imparzialità.
L’onorevole Di Pietro ha accolto l’invito di Travaglio e ha proposto all’opposizione di scegliere tra cinque nomi: Borrelli, Cordero, Zagrebelsky, Grevi, Tinti. Sono nomi che onorano il paese. L’opposizione ha la forza di imporne tre. Il meccanismo del quorum è tale che un terzo dei parlamentari è sufficiente a bloccare ogni nomina. Berlusconi, i cui rappresentanti erano tre e ora saliranno a cinque, ha interesse a che le otto nomine vengano fatte.
Lei e il suo partito avete dunque, e in modo tecnicamente facile, la possibilità di imporre che almeno tre degli otto membri di nomina parlamentare rappresentino quella ipoteca di serietà e di moralità di cui l’Italia onesta e civile avverte un improcrastinabile bisogno.
Non tradisca queste aspettative, che sono anche di molti dei suoi elettori.
Andrea Camilleri
Margherita Hack
Paolo Flores d’Arcais

 
 

Social benefit Blog, 22.7.2010
Acqua in bocca Andrea Camilleri – Carlo Lucarelli

In questo romanzo Grazia Negro, ispettrice capo di polizia a Bologna, incontra Salvo Montalbano, commissario di polizia a Vigata (Montelusa), per un indagine congiunta, nata da un omicidio misterioso nel capoluogo emiliano ad opera di un killer insidioso, sfuggevole, che affonda le sue radici nei servizi segreti deviati.
Un indagine a tinte forti, ricca di colpi di scena, azione e.. umorismo.
Questi personaggi, così conosciuti e amati dal grande pubblico sono oggi talmente noti che da anni segnano pagine di apprezzamento, tanto nella letteratura contemporanea quanto nelle fortunate sceneggiature per il piccolo e grande schermo, firmate dai lettori di ogni età.
Lei, Grazia Negro, l’ispettrice di polizia “cacciatrice” ineffabile, ardita e coraggiosa ai limiti della razionalità. Pronta a mettere in gioco la sua vita, per onorare la verità.
Lui, Salvo Montalbano, caparbio quanto astuto, sornione e determinato, un analista che fa della furbizia la prima arma di una partita a scacchi con l’assassino.
Sullo sfondo, un inseguimento senza tregua, per un indagine che si sviluppa a distanza e culmina in una caccia all’uomo.
I nostri due protagonisti dovranno arginare le regole, per scoprire il mistero dei “pesci rossi”, la firma goliardica dell’assassino e per farlo, metteranno in gioco se stessi e la loro incolumità.
Gli Autori ci regalano un indagine mozzafiato ed epistolare, cioè raccontata tramite le comunicazioni, ufficiose o meno, che i due amici e colleghi si inviano.
La narrazione dei fatti è coinvolgente e appassionante, pratica e proceduralmente corretta, ma sopratutto ricchissima di spunti sui due mondi che si incontrano.
La cultura di Bologna, quella dei tortellini di Tamburini, incontra i cannoli e le cassate siciliane e il fatalismo tipico del meridione Italico.
La “Las Vegas” Romagnola, Milano Marittima, diventa lo scenario per l’ultimo scontro e nel mezzo i due protagonisti finiscono anche per incontrare un altro personaggio molto amato dal grande pubblico.. un certo ispettore Coliandro.
Lucarelli incontra Camilleri e viceversa, il risultato sono cento pagine a un ritmo incalzante, dotate di una straordinaria intelligenza narrativa che sembra ritmare a suon jazz, i passi dell’indagine.
Il tutto arricchito dall’impeccabile umorismo delle disavventure di Catarella e dalle immancabili “avanche” di Mimi.
I due autori sono bravissimi a rincorrersi, dimostrando quanta abilità ci sia nelle parole che narrano del carattere di due straordinari personaggi, così vicini eppure a tratti così lontani, accomunati dal senso del dovere e l’amore per la giustizia.
E alla fine, ogni tessera del puzzle andrà al suo posto in un finale capolavoro, che, come in un crescendo rossiniano, prepara i fuochi d’artificio e lascerà il lettore con un meraviglioso sorriso sulle labbra, per quest’opera così semplice e altrettanto bella.
“Acqua in bocca” è un poliziesco contemporaneo e straordinariamente Italiano: prezioso e avvincente, da leggere tutto d’un fiato.
Marco Solferini
 
 

La Sicilia, 22.7.2010
Scicli
Venticinque su Anci Rivista «La città? E' un set naturale»

Scicli. Quattro pagine per descrivere il fenomeno del cineturismo di cui da dodici anni a questa parte è protagonista Scicli. Anci Rivista, il mensile istituzionale dei comuni italiani, ha dedicato quattro pagine ai luoghi di Montalbano con una lunga intervista al sindaco di Scicli Giovanni Venticinque. La cittadina barocca è in buona misura identificata con la Vigata di Camilleri e per tale ragione è meta da 1998 di pellegrinaggio per gli appassionati telespettatori del serial televisivo ispirato ai libri dello scrittore di Porto Empedocle. La scorsa settimana sono state girate in città parecchie scene relative ai quattro nuovi episodi che la Palomar insieme a Rai Uno hanno messo in produzione, e che saranno messe in programmazione con ogni probabilità in autunno. Per il sindaco Venticinque anche l'opportunità di mettere in evidenza la propria passione per un territorio di impareggiabile bellezza non a caso scelto come set.
r.r.
 
 

l'Unità, 23.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Banana
Da Josephine Baker allo Stato da quattro soldi: altro che frutto proibito!
La parabola (oscena?) da rarità a metafora

Oggi la banana, naturalmente, è diventata una metafora. Diciamo che il vero massimo della metafora lo fece Joséphine Baker quando – dall’alto della sua bellezza – ballava cantando J'ai deux amours mon pays et Paris e ballava a tette nude (scandalo per l’epoca), con solo un gonnellino di banane al bacino, che erano abbastanza allusive e metaforiche.
Purtroppo, poi la metafora è decaduta in politica con «lo Stato delle banane», per indicare uno Stato da quattro soldi.
Nella mia giovinezza le banane erano una rarità. Erano piccole e picchettate. Provenivano dalla Somalia. Io diffidai immediatamente della banana, che veniva molto elogiata perché si diceva proteinica. Finalmente un giorno cedetti alle insistenze di mia madre e sbucciai questa banana floscia, mi sembrò di aver messo in bocca una saponetta. Da allora, passarono anni – dovette cadere il fascismo, venire la liberazione –, prima che arrivassero le banane col bollino.
Gigantesche e leggermente oscene. Non avevano più il sapore della saponetta, ma erano quasi plastica; avevano un sapore plastificato e leggermente pungente nella parte centrale che mi disgustò. Quindi detesto le banane, posso amarle solo metaforicamente.
Andrea Camilleri
 
 

La Repubblica, 23.7.2010
Eco e Camilleri firmano l’appello di MIcromega per chiedere ai democratici “nomi esemplari”
Nuovo CSM, la maggioranza per Marini nel Pd cresce la fronda contro Vietti

Roma - Il Pd, dopo la bocciatura dei propri candidati, sdogana l' udc Michele Vietti come candidato alla vicepresidenza del Csm. Ma al segretario democratico Pier Luigi Bersani arriva l' appello, promosso da Micromega, che lo invita a perseguire un' altra strada, e cioè a scegliere «nomi esemplari come Borrelli, Cordero, Zagrebelsky e Grevi». L' appello, lanciato da Andrea Camilleri, Margherita Hack e Paolo Flores D' Arcais, ha già ottenuto oltre 5 mila firme: ieri si è aggiunta quella di Umberto Eco. Tra gli aderenti il senatore pd Ignazio Marino, il quale rilancia la proposta «per nomine in base al merito e non agli equilibri di partito».
[…]
Alberto Custodero
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 24.7.2010
Gli italiani di Camilleri
Le scorciatoie dei furbi smemorati
4. Continua
Andrea Camilleri
[Riproposizione a puntate del saggio Cos’è un italiano?, pubblicato su Limes nel febbraio 2009]
 
 

l'Unità, 25.7.2010
Chef Camilleri
Le carceri, i suicidi l’indifferenza di tanti e Alfano che non vede
Saverio Lodato / Andrea Camilleri
 
 

BlogSicilia, 25.7.2010
“Biografia del figlio cambiato”, il Pirandello di Andrea Camilleri

Chi di noi, terminati gli studi delle medie superiori, non s’è innamorato di Luigi Pirandello e immedesimato nei suoi “pupi” e ha creduto di avere capito tutto della vita.
Io mi sono immerso nelle sue Novelle e per anni il suo teatro mi ha dato la sensazione che tutto quello che uno scrittore aveva da scrivere, con Luigi Pirandello era già stato scritto: vita dolore angoscia ipocrisia, nient’ altro rimaneva da scrivere.
Quando nel 2000 Andrea Camilleri pubblica una biografia su Pirandello con il titolo accattivante di “Biografia del figlio cambiato”, stento a credere che ci fosse ancora qualcosa da aggiungere a quanto si è scritto e detto sulla vita e le opere dell’illustre girgintano.
Camilleri ha molto da raccontare sulla vita dello scrittore e il suo stile inconfondibile bene si attanaglia al racconto di una vita vissuta male.
Luigi si porta dietro il peso dell’autorità del padre e di una famiglia che non gli lascia ampie scelte. Ma Pirandello, come tutti gli adolescenti del mondo, ha conosciuto il “primo amore” nella ancora ben frequentata via Porta di Castro a Palermo.
Si perde negl’occhi della giovane nobile figlia del padrone di casa. Poi gli studi a Bonn, dopo la cacciata da tutte le Università d’Italia; è ancora s’innamora per una ragazza del luogo. Il suo ricordo l’accompagrerà per sempre. Il matrimonio con una lontana parente, quasi una necessità, e la malattia della moglie danno a questo nostro scrittore la sensazione di avere fallito, nonostante il successo delle sue Opere.
Il rapporto con i tre figli è tumultuoso e l’incomprensione fra i familiari perdurerà tutta la vita. La gelosia e forse un pizzico d’invidia per il successo artistico dei figli fanno il resto. Marta Abba, l’attrice preferita, è solo una solidale compagna di lavoro. Insomma, il Pirandello da me amato a ventanni, esce parecchio con le ossa rotte.
Andrea Camilleri ne traccia una biografia impietosa. Il suo amore per lo scrittore non è in discussione e con la sua ironia e il suo accattivante originale stile, che ne ha decretato il successo mondiale, ci propone il vero Pirandello con le sue paure e le sue debolezze. Insomma, Camilleri si lascia momentaneamente alle spalle il più grande drammaturgo del Nocecento e ci fa conoscere l’uomo Pirandello: quel Pirandello innamorato degli occhi di una poco più che bambina dirimpettaia in una Palazzo nobiliare di via Castro.
L’unico sprazzo felice della vita, non certo vissuta con serenità e a cui il Nobel per la letteratura non ha di certo mitigato il profondo dolore per lo scambio avvenuto al momento della nascita…
Piero Ciccarelli
 
 

Ciao!, 26.7.2010
La caccia al tesoro (Andrea Camilleri)
Valutazione complessiva (5): 4,5
"Strana calma a vigata"
Vantaggi: dopo un anno di attesa, finalmente
Svantaggi: come sempre non leggere la prefazione di Nigro

Un torpore mai visto prima attanaglia la caserma di Vigàta.
Se non fosse per Catarella, che puntualmente sbatte con una rumorata la porta del commissario più famoso d’Italia, Montalbano passerebbe le silenti giornate leggendo un romanzo di Simenon ed un vecchio numero della “domenica del Corriere”.
Ma dietro quella strana tranquillità, dopo aver risolto alla Bruce Willis, come nelle “pillicole miricane”, un caso di due anziani che si barricano dentro casa sparando dalle finestre all’impazzata, un vero pazzo decide di coinvolgere il commissario in una caccia al tesoro in cui la posta in gioco è a dir poco terrificante.
Accolto come sempre dai vigatiani assidui come un evento (dal nome immaginario di Vigàta, il paese protagonista delle storie, i fan di Montalbano si sono nominati così), il nuovo romanzo di Camilleri che ha per protagonista Salvo Montalbano è davvero eccellente.
I personaggi ormai sono di famiglia, per cui ci si stupisce poco per le infedeltà di Augello, per la stravaganza libertina di Ingrid, per gli artifizi verbali di Catarella e per la sindrome dell’anagrafe di Fazio.
Un po’ di malinconia per gli anni che passano e per quegli altri “Salvo” che compaiono a dar fastidio alla coscienza del nostro Montalbano, come a ricordargli che inesorabilmente, anche lui è destinato ad invecchiare…la sua sensibilità verso casi che un tempo l’avrebbero lasciato impassibile è il classico campanello d’allarme.
Ma a differenza degli ultimi romanzi, in cui il tono era maggiormente crepuscolare, qui si ride di gusto molto più spesso, nonostante il finale sia in assoluto il più macabro e violento mai partorito dalla penna dello scrittore.
Ancora una volta però, c’è da tirare le orecchie alla casa editrice ed a Salvatore Silvano Nigro.
Chi è costui?
Perché la Sellerio decide nuovamente di fargli scrivere la prefazione, svelando a tutti gran parte del mistero celato nel libro?
Semplicemente perché il professor Nigro della Sellerio è il consulente italianista, anch’egli scrittore, certamente di fama mediocre.
Approfitta dunque dell’opportunità, per essere letto da un maggiore numero di persone.
È davvero un peccato che nessuno si renda conto di quanto possa essere fastidioso scoprire in prima battuta ciò che si vorrebbe invece leggere pagina dopo pagina ed arrivare al finale col fiato in gola.
La Sellerio potrebbe almeno iniziare la prefazione con un “attenzione, SPOILER”, così come si fa negli Stati Uniti quando nelle recensioni dei film in uscita c’è la possibilità di rovinarsi il gusto della visione.
Il consiglio è quindi quello di acquistare il libro e non leggere assolutamente i risvolti di copertina, fidarsi ciecamente di Camilleri che non delude mai, soprattutto quando il protagonista è il commissario Montalbano.
Antonellina73
 
 

KinemaZone, 26.7.2010
Acqua in bocca, di Camilleri e Lucarelli

Questo economico romanzo estivo, scritto a quattro mani dai maggiori (e più popolari) scrittori di gialli italiani, in realtà non sembra scritto da nessuno dei due.
Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri (o un ghost writer che andava pure un po' di fretta) decidono di far interagire Grazia Nigro e Salvo Montalbano in una improbabile inchiesta tra Bologna e Vigata su un omicidio al sapore di spy-story.
L'interazione tra i due poliziotti avviene per lo più tramite scambio di lettere cartacee, email e spedizioni di verbali, sulla falsa riga di quel bellissimo e divertentissimo capolavoro di Camilleri che è "La concessione del telefono", ma in questo caso il tutto appare molto pretestuoso. Lasciando stare l'intreccio davvero debole di tutta la storia (fino ad un finale incredibilmente ingenuo), quello che oclpisce negativamente in questo lavoro è proprio il fatto che nessuno dei due autori prova a dare il meglio di se. Immagino che in questo insipido crossover ogni autore abbia scritto le parti relative al proprio personaggio (per Lucarelli c'è anche una macchiettistica deposizione di Coliandro), ma il problema è che ognuno di loro sembra l'imitazione di se stesso.
Un libro da dimenticare, ma non per questo da evitare, - dipende dalle alternative: 10 euro per una lettura di mezza giornata. Una chiara operazione commerciale senza anima, ma dispiace di vedere coinvolti i nomi di due autori che restano tra i migliori in Italia.
Ferdinando Carcavallo
 
 

Panorama, 26.7.2010
7 romanzi insoliti per un'insolita estate

L’estate è cominciata già da un pezzo, flotte di famiglie hanno intasato le autostrade e sulle spiagge migliaia di persone cercano riparo dall’afa sotto la cupola di un ombrellone. Ci sono però moltissimi italiani che ancora non hanno fatto le valigie, o che le stanno facendo in questo momento, e molti di loro avranno in programma di fare un salto in biblioteca (o in libreria) per far razzia di libri da mettere in valigia. Per loro abbiamo stilato una lista di 7 libri usciti quest’anno, per riempire al meglio il relax estivo.
[…]
Il nipote del Negus – Andrea Camilleri
Un divertito romanzo storico ambientato nella Caltanisetta degli anni ‘30, disponibile anche in formato audiolibro. Dovendo scegliere tra la miriade di titoli dell’autore siciliano che popolano gli scaffali estivi, Il nipote del Negus è forse l’opzione migliore, soprattutto per chi ne ha le tasche piene di Montalbano, ma vorrebbe provare a leggere qualcosa dell’autore di Vigata.
[…]
Fabio Deotto
 
 

SienaFree.it, 26.7.2010
'InPalio'', un libro-guida di Luigi Oliveto per conoscere e vivere la Festa di Siena

Fresco di stampa è nelle librerie e nelle edicole “inPalio”, una nuova guida al Palio di Siena (Aska Edizioni) con testi di Luigi Oliveto. Un volume agile ma completo, ideato – come dice il sottotitolo – “per conoscere e vivere la Festa di Siena”, per entrare nell’universo di un evento, unico al mondo, sintesi e rappresentazione di una città intera, della sua storia e civiltà.
Le pagine di Oliveto partono dalle origini della corsa, descrivono la formazione delle Contrade, per giungere alla spiegazione dei fatidici quattro giorni lungo i quali è cadenzata la Festa senese. Ma – ed è questa la novità per una pubblicazione che ha, appunto, le caratteristiche del compendio – guidano il lettore anche dentro i significati, i sentimenti, che tra poesia e antropologia sono riposti nel Palio. L’ultimo capitolo è peraltro un racconto tutto letterario della Festa, costruito attraverso i frammenti di celebri pagine che vanno da Vittorio Alfieri ad Andrea Camilleri, passando attraverso gli scritti di Pratolini, Palazzeschi, Landolfi, Montale, Fruttero & Lucentini, Luzi.
 
 

La Stampa, 26.7.2010
Anche Montalbano si arrende al Gattopardo

Con passo felpato, ma pronto allo scatto, il Gattopardo ha superato ogni ostacolo e raggiunto il suo obiettivo. Sul romanzo di Tomasi di Lampedusa è uscito in differita un bilancio per il cinquantenario della sua pubblicazione, che cadeva nel 2008 (Mezzo secolo dal Gattopardo. Studi e interpretazioni, a cura di Giovanni Capecchi, Edizioni Le Cariti, 210 pagine, 20 euro). Studiosi appartenenti a generazioni diverse gli rendono piena giustizia, assegnandogli con varietà di approcci il posto che merita nella narrativa del secondo Novecento. Lo stesso Andrea Camilleri, che non ama il pessimismo di Lampedusa nei confronti della storia, deve arrendersi alla sua sofferta sincerità e alla sua padronanza stilistica.
[…]
Lorenzo Mondo
 
 

Adnkronos, 26.7.2010
Teatro: a Taormina va in scena 'Il Timballo del Gattopardo'

Messina - Prima nazionale dello spettacolo 'Il timballo del Gattopardo' di Rosario Galli, in scena mercoledi' prossimo al Palazzo dei Congressi, nell'ambito degli spettacoli organizzati dalla Sezione Teatro di Taormina Arte. La regia de 'Il Timballo del Gattopardo', opera prodotta da 'Il Teatro della Citta'', e' di Giancarlo Sammartano, mentre la scenografia e' a cura di Antonello Geleng. In scena, ci saranno Carlo Cartier e Carmelo Chiaramonte.
Un evento del tutto originale, un intreccio tra letteratura e gastronomie siciliane, che per la prima volta si uniscono in una storia dalle tinte 'noir' con incursioni ironiche e divertenti a causa della diversita' dei due protagonisti. Due chef, o meglio, uno chef di professione, Carmelo Chiaramonte (stella della ristorazione nazionale, creativo e fantasioso, che in questa occasione vestira' anche i panni dell'attore) e Carlo Cartier, un vero attore, appassionato dei fornelli, che interpretera' un grande chef; entrambi, sul palco, saranno impegnati nella preparazione di un banchetto funebre in onore di una famosa baronessa. Ma due grandi chef per un unico convivio sono il giusto ingrediente per un testo che, come ha raccontato in conferenza Galli, romano di adozione ma che non perde l'occasione per ricordare - orgoglioso - di essere nato a Catania, promette in scena fuochi e fiamme tra i due, una disputa continua, litigi senza fine; una guerra tra due Sicilie, o meglio tra due culture, due filosofie, due visioni del mondo e non solo culinario.
I due protagonisti, armati di padelle ma soprattutto di ricette antiche e gustose, raccontano la Sicilia e le sue origini gastronomiche, da Archestrato di Gela, capostipite dei cuochi poeti e filosofi, fino a Brancati e Camilleri, passando per l'Abate, Meli, Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa e Vittorini. Elemento comune? I colori, i sapori, gli odori, i suoni, le delicatezze e le asperita' della loro Sicilia.
 
 

Critica Letteraria, 27.7.2010
Un duetto jazzistico per un giallo d'autore
Acqua in bocca di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli

In un Paese arretrato culturalmente come l'Italia gli eventi letterari sono ormai sempre più una rarità. Quando avvengono vanno dunque salutati, al di là dei risultati prodotti, sempre con gratidudine. In questo caso, inoltre, il risultato è anche ottimo.
L'incontro tra due scrittori, a differenze di altre arti, è sempre raro, difficoltoso e complesso, essendo lo scrittore (molto più che uno un musicista, un cantante o un pittore) estremamente individualista con un rapporto totale e non mediato con la sua scrittura.
Lucarelli e Camilleri sono riusciti però ad evitare questi limiti. La storia, scritta attraverso uno scambio epistolare tra i due personaggi più noti dei due autori - Grazia Negro e Salvo Montalbano - inizia descrivendo un omicidio all'apparenza inspiegabile. Proprio per la natura dialettica dello scritto, con una serie di rimandi, provocazioni, soluzioni da parte di uno scrittore nei confronti dell'altro (proprio come una jam session), la storia si sviluppa però in tutt'altra direzione. Un omicidio, che come è tipico della struttura del noir, parte da un assassinio per poi svilupparsi nella descrizione e critica della società e dei misteri italiani, fatta di intrighi, poliziotti corrotti e servizi segreti deviati (o no?).
Tocca avvisare il lettore che si aspettasse di trovarsi di fronte al solito Montalbano o alla solita Negro: non sarà così. I due personaggi, infatti, messi a confronto uno con/contro l'altro, piuttosto che rivolgersi al lettore avranno come scopo quello di differenziarsi rispetto all'altro rilevelando aspetti caratteriali ed investigativi inediti. La scrittura dei due autori si rivelerà però compatta e con una storia ben congegnata e scritta, al punto che alla fine del romanzo si riesce con difficoltà a comprendere chi sta scrivendo, Lucarelli o Camilleri.
Un unico difetto può essere ritrovato nella conclusione del libro che, senza voler togliere la sorpresa al lettore, possiamo definire sbrigativa, semplicistica e poco credibile per chi conosce la storia italiana.
Un'ultima nota di merito va data alla Minimum Fax: una casa editrice con pochi soldi ma molte idee, che riesce sempre a pubblicare libri di qualità senza cedere alla tentazione della facile vendita (non dimentichiamo che è stata la Minimum Fax a portare in Italia Raymond Carver, solo per fare un esempio). Una scelta che è stata giustamente riconosciuta da due autori importanti per un libro basato non soltanto sui nomi in copertina, ma su una storia originale ed accattivante.
Rodolfo Monacelli
 
 

Televisionando, 27.7.2010
Isabella Ragonese pazza per Montalbano: “Sul set da fan: è la fiction migliore”

Anche Isabella Ragonese è matta de Il Commissario Montalbano e in conferenza al Giffoni Film Festival 2010 ha confessato di aver cercato un ruolo ne L’Età del Dubbio, uno dei nuovi quattro film tv del ciclo di Camilleri, da fan sfegatata della serie. “Con Montalbano mi sono fatta un regalo: sono pazza della serie, senza dubbio la migliore della tv generalista, l’ho fatta per poterlo raccontare un giorno ai miei figli”. E da siciliana devo dire che ha aiutato molto la nostra terra. E’ una Sicilia che non esiste, letteraria, ma che coglie la nostra essenza. In più ora i turisti cercano quei paesaggi, senza le macchie dell’abusivismo edilizio… è una soddisfazione“.
Giorgia
 
 

Affariitaliani.it, 28.7.2010
ESCLUSIVA/ La vita di uomo che pensa a tutti i costi come diventare comune mentre la sua dote naturale lo rende sempre più straordinario (il suo palato assoluto è un mezzo per fare soldi e per arricchire gli altri, mafia compresa). Su Affaritaliani.it in anteprima l'incipit del racconto inedito di Camilleri in uscita in abbinamento al numero di agosto della rivista "Stilos"...
Anteprima/ Su Stilos un Camilleri inedito...
La vita di uomo che pensa a tutti i costi come diventare comune mentre la sua dote naturale lo rende sempre più straordinario. Caterino Zappalà vuole sposare Annarosa, diventare ingegnere, avere una vita ordinaria. Ma non può: il suo palato assoluto è un mezzo per fare soldi e per arricchire gli altri, mafia compresa. Siccome riesce a distinguire anche  la data a cui risalgono gli ingredienti di ogni pasto, è un assaggiatore che può rovinare un ristorante come fare la sua fortuna. Dipende dal suo giudizio. Un responso naturale: perché se mangia qualcosa di guasto o non assolutamente genuino sta male. Come fa allora a dare un giudizio positivo a un menu da vomito? Prende una pillola che gli attenua le conseguenze e che può fare apparire buono ciò che è cattivo. Il business è pronto e diventa planetario. Ma Caterino fa soldi mentre pensa ad Annarosa che lo pianta perché vuole un uomo e non un mostro. Un racconto di un Camilleri in vena di ridere sopra i paradossi ma che schiude argomenti al tema perenne se valga di più essere o avere, se conta per un uomo ciò che è o ciò che vorrebbe essere...
Ecco, in anteprima e in esclusiva su Affaritaliani.it, l'incipit del primo capitolo del racconto lungo "Il palato assoluto" di Camilleri, in uscita a Agosto per Stilos

Fino all’età di cinco anni, era nasciuto nel misi di marzo del 1937, Caterino Zappalà fu un picciliddro normali che aviva accomenzato a parlari al tempo giusto, che non faciva crapicci chiossà di quanto ne facivano l’altri picciliddri, che mangiava, dormiva, chiangiva e arridiva priciso ‘ntifico ai sò coetanei.
Sò matre, la signura Ernestina, che aviva sulo quel figlio, faciva miracoli per dargli da mangiari sempri robba bona e sana, dato che, essenno scoppiata la guerra nel 1940, i geniri limintari avivano accomenzato a scarsiare e spisso nei negozi vinnivano cose fituse come se erano ginuine.
Il patre di Caterino, il cavaleri Artidoro, era raggiuneri capo del municipio e se la passava bona. Oltretutto aviva ereditato ‘na casuzza ‘n campagna con tanticchia di terra torno torno e si era fatto un orto che a quei tempi era ‘na ricchizza. E oltre all’orto, tiniva macari gaddrine e conigli.
Quanno Caterino fici cinco anni, il cavaleri Artidoro d’accordo con la mogliere Ernestina, mannò il figlio alla primina, la scola priparatoria all’elementari che le tri sorelle Catapano, Ersilia, Giustina e Fernanda, tinivano nella loro casa.
Il primo jorno che Caterino arrivò con la merendina che gli aviva dato sò matre, la maestra Ersilia gli disse che nella loro scola era proibbito portarisi la merendina da casa e che avrebbiro dovuto mangiare quello che priparava sò soro, la maestra Giustina. E che sinni stassero tutti tranquilli, pirchì quello che avrebbiro mangiato, e naturalmenti pagato a parti, non era robba accattata nelle putìe, come per esempio la mortadella che non si sapiva se era fatta con carne di sorci, ma era tutta prodotta dagli armali di propietà di un loro cugino.
Quel primo jorno, alle unnici, la maestra Giustina portò ai picciliddri un panino e un ovo sodo a testa. Appena Caterino ebbi dato un muzzicone all’ovo, lo risputò.
“Che c’è?”
“Non mi piaci”.
“Pirchì?”
“Non è frisco”.
“Ma se l’hanno portati stamatina!”
“’St’ovo havi tri jorni”.
Andrea Camilleri
 
 

l'Unità, 28.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Legge
Rappresenta la coscienza, il vivere civile, quindi esenzione per nessuno
No a qualsiasi immunità. Neanche per un minuto

Al momento attuale sarebbe meglio cambiare la scritta che si trova nelle aule dei tribunali – «La legge è uguale per tutti» – con una frase dubitativa. Non fa danno a nessuno: «La legge dovrebbe essere uguale per tutti». Basta cambiare questa frase e siamo tutti più sereni, nessuno ha più necessità di lamentarsi dal momento che è scritto lì. Il fatto è che davanti alla legge dobbiamo assolutamente essere tutti uguali, è il principio stesso della legge.
La legge non può essere rispettata da nessuno, se per alcuni è legge e per altri no. Quindi, io personalmente sono contrario a qualsiasi immunità dalla legge, anche solo per dieci minuti a persona. In qualsiasi momento della sua vita, ogni persona è responsabile delle proprie azioni e, come tale, va giudicata dalla legge in qualsiasi momento o situazione si venga a trovare.
Non ci possono essere esenzioni momentanee dalla legge. La legge rappresenta la coscienza, il vivere civile. Si tratta di una serie di regole che ci siamo dati per vivere fra di noi civilmente. E sentirsi esonerato – o volersi far esonerare anche solo per un minuto – implica per me il giudizio che tu non appartieni alla società a cui appartengo io. E quindi, non appartenendo alla società alla quale appartengo io, tu non mi rappresenti in nessun modo. Perché sei un essere alieno rispetto alla mia società e alle mie leggi.
Andrea Camilleri
 
 

Sueddeutsche Zeitung, 28.7.2010
Camilleri über Berlusconis. Italien
"Neue Formen des Faschismus"
Der italienische Schlamassel
Erfolgsautor Camilleri klagt an: Jeder zweite Italiener könne nicht lesen und informiere sich nur übers TV - und das kontrolliert der "Verfassungsfeind" Berlusconi. Er warnt: Die Schäden des Systems Berlusconi werden jahrzehntelang wirken.

Andrea Camilleri, Drehbuchautor, Theater- und Filmregisseur und als Erfinder des Commissario Montalbano einer der meistgelesenen und -verfilmten Autoren Italiens, ist einer der wenigen italienischen Intellektuellen, die sich immer wieder dezidiert kritisch mit den politischen Entwicklungen in ihrem Land auseinandergesetzt haben.
SZ: Signor Camilleri, wie geht es Italien? Es feiert 2011 das Jubiläum der Einigung zum Staat.
Andrea Camilleri: Italien ist 150 Jahre alt, und es geht ihm schlechter als mir mit 85. Erste Jubiläumsfeiern gab es schon. Die Politiker der Lega Nord, des Koalitionspartners von Berlusconis PDL in der Regierung, sind ferngeblieben. Ich finde, Minister haben die Pflicht, an Veranstaltungen zur nationalen Einheit teilzunehmen. Einige Minister aber vertreten offen Ansichten, die das Gegenteil der Einheitsidee bedeuten. Ich bin kein Nationalist, das war ich nie, ich bin Kommunist. Aber man kann nicht im Zentrum des Staates Leute haben, die nicht an die Verfassung glauben. In Deutschland war damals einer der Vorwürfe gegen die RAF-Terroristen, dass sie Verfassungsfeinde waren. Das schien mir ein äußerst ernster Vorwurf zu sein. Auch bei uns gibt es Verfassungsfeinde, aber sie sind an der Macht. Und niemand klagt sie an.
SZ: Die Zeitungen berichten über all das umfangreich - sonst sind alle still.
Camilleri: Der Chef der Lega (Umberto Bossi, Föderalismusminister, Anm. d Red.) hat gesagt, mit der Nationalflagge putzt man sich den Hintern ab. Ich fand das einen fürchterlichen Satz. Weil er alle beschmutzt, die für diese Fahne ihr Leben gegeben haben. Er beschmutzt auch das Gedenken für die Toten unserer Tage, die aus Afghanistan zurückkommen und deren Särge mit dieser Flagge bedeckt werden. All das finde ich unerträglich. Und ich finde es unglaublich, dass die Italiener nicht reagieren.
SZ: Es gibt vieles, auf das die Italiener nicht reagieren. Haben Sie eine Erklärung dafür?
Camilleri: Dieser italienische Schlamassel existiert seit Jahrzehnten. Nach meiner Ansicht gibt es vor allem einen fortschreitenden Verfall der Moral in der bestimmenden Klasse, die die Bevölkerung stark beeinflusst hat. Wir haben die Redensart, der Fisch beginnt am Kopf zu stinken. Wenn der Kopf stinkt, ist klar, dass die Verwesung anfängt, sich auf das Land auszubreiten.
SZ: Früher oder später wird Berlusconis Zeit vorbei sein. Was wird bleiben, welchen Schaden wird er hinterlassen?
Camilleri: Als ich sehr jung war, 1945, unmittelbar nach der Befreiung Italiens, las ich einen Artikel des großen amerikanischen Journalisten Herbert Matthews. Die Überschrift hieß: "Ihr habt ihn nicht getötet." Er meinte, indem ihr Mussolini umgebracht habt, habt ihr nicht den Faschismus getötet. Er beschrieb, welche Schäden der Faschismus sogar in der DNS der Italiener hinterlassen habe. Und dass es Jahrzehnte brauchen würde, sie zu heilen. Damals hat mich das schrecklich wütend gemacht. Im Lauf der Jahre habe ich Matthews mehr und mehr recht gegeben. Der Faschismus ist wie ein mutierendes Virus. Und so befinden wir uns in neuen Formen des Faschismus. Es sind mutierte Formen. Deshalb glaube ich, die Schäden des Berlusconismus werden so sein wie die Schäden des Faschismus. Es ist wie eine Verseuchung des Wesens der Italiener.
SZ: Wie würden Sie das Gift beschreiben? Ist es der "Furbismo", über den Sie geschrieben haben, der Versuch, um jeden Preis gerissener zu sein als andere?
Camilleri: Wir waren schon vergiftet, jetzt kommt noch mehr dazu. Man muss sich nur die ständigen Erklärungen Berlusconis anschauen, die er dann zwei Stunden später wieder abstreitet. Das ist eines seiner Merkmale: sich selbst zu dementieren. Zu sagen, er sei nicht richtig verstanden worden, alles sei ihm verdreht worden. Zu sagen, er habe Erklärungen, die alle gehört haben, nicht gemacht. So hat Berlusconi behauptet, es sei richtig, Steuern nicht zu zahlen, wenn sie über eine bestimmte Höhe gehen. Das erste Mal war das vor der Finanzpolizei, die in Italien vor allem die Aufgabe hat, Steuerhinterzieher zu verfolgen. Er hat das bestritten, und kürzlich hat er es wiederholt. Das bedeutet, dass jeder Steuerhinterzieher - und in Italien gibt es viele - sich im Recht fühlt.
SZ: Wird auch die Justiz mit beschädigtem Ansehen zurückbleiben?
Camilleri: Auf jeden Fall. Berlusconi greift ständig die Richterschaft an und schwächt sie auf jede mögliche Art - sei es bei ihrer Arbeit oder persönlich. Ob schuldig oder nicht, die Beschuldigten bezeichnen sich immer als unschuldig. Und er redet dann von Verfolgung durch die Justiz. Eine Staatsgewalt versucht also eine Institution des Staates zu delegitimieren.
SZ: Auch mit Staatspräsident Giorgio Napolitano hat Berlusconi das versucht.
Camilleri: Er sieht alles gegen sich, was verfassungsgemäß ist und seinen Hegemonie-Vorstellungen entgegensteht. Nicht, weil Napolitano gegen ihn wäre, sondern weil Napolitanos Amt und Aufgaben ihn einengen. Neulich hat Berlusconi gesagt, er habe keinerlei Macht. Die Macht hätten die Staatsanwälte, die sich ans Verfassungsgericht wenden, wenn ihnen ein Gesetz nicht gefällt. Das Gericht würde dann dieses Gesetz einfach für ungültig erklären.
SZ: Als das Verfassungsgericht das Immunitätsgesetz verworfen hat, das ihn vor Prozessen schützte, hat Berlusconi Dinge über das Gericht gesagt, die in jedem anderen westlichen Land zum Rücktritt des Regierungschefs geführt hätten.
Camilleri: Berlusconi verkörpert eine Anomalie in der italienischen Demokratie. Es gibt die enormen Interessenkonflikte Berlusconis. Zum Beispiel war der Wirtschaftsminister Scajola gezwungen, zurückzutreten (im Mai, wegen einer Korruptionsaffäre, Anm.d.Red). Dieses Ministerium ist zuständig für die Abkommen mit dem öffentlichen und privaten Fernsehen. Berlusconi übernimmt interimistisch das Amt und versichert dem Staatsoberhaupt, es sei nur für kurz. Sonst wäre es ein monströser Konflikt von Interessen. Es sind jetzt zwei Monate vergangen, und Berlusconi ist immer noch Wirtschaftsminister. Und als Minister sagt er, ich bin allmählich in Versuchung, den Betreibervertrag mit dem staatlichen Sender Rai nicht zu erneuern. Das sagt der Chef des Konkurrenten der Rai! (Dem Berlusconi-Konzern Mediaset gehört die größte private Senderkette in Italien, Anm. d. Red.) Ich glaube nicht, dass es irgendwo sonst eine ähnliche Situation geben könnte. Deshalb sehe ich schwarz für Italien. Auch, weil die Opposition nicht die Kraft hat, Opposition zu sein. Weil die Entwicklung der linken Parteien leider zu ihrer fortschreitenden Entfernung von den Leuten geführt hat. Die Lega Nord dagegen macht es mit großem Erfolg andersherum.
SZ: Hat man das bei der PD wenigstens begriffen?
Camilleri: Ich weiß nicht, ob sie das verstanden hat. Die PD hat zum Beispiel nie die Wichtigkeit des Fernsehens in Italien begriffen. Und begreift sie weiterhin nicht. Sie glaubt, im Fernsehen aufzutreten, wäre schon genug, um alles zu richten. Der bedeutende Linguist Tullio de Mauro hat eine sehr erhellende Untersuchung über den Bildungszustand Italiens veröffentlicht. 2008 - und ich glaube nicht, dass sich die Zahlen entscheidend verbessert haben - gab es zwei Millionen völlige Analphabeten. 13 Millionen Halb-Alphabeten, Leute, die ihren Namen schreiben können, aber nicht fähig sind, die Zeitung zu lesen. 15 Millionen sind sekundäre Analphabeten, sie konnten schon lesen und schreiben, haben es aber wieder verlernt. Das sind in meinem Land also 30 Millionen Einwohner (von rund 60 Millionen, Anm. d. Red.). Die einzige Information dieser Analphabeten ist das Fernsehen und nicht die Zeitung. Zeitung lesen ungefähr 20 Prozent der Bevölkerung. Von diesen 20 Prozent lesen zwölf Prozent nur die Überschriften. Und man muss bedenken (lacht), dass in Italien die Überschriften fast nie mit den Artikeln übereinstimmen.
SZ: Das Fernsehen ist also das Machtmittel schlechthin?
Camilleri: Das Fernsehen sieht so aus: Drei Sender gehören Berlusconi. Von den drei Staatsprogrammen, die er als Regierungssender ansieht, werden zwei direkt kontrolliert von Leuten seiner Partei. Das erste Programm befindet sich ganz in der Hand von Berlusconi. Er hat dort einen Direktor eingesetzt, der, anstatt wichtige politische Nachrichten zu bringen, zum Beispiel über so ferne Dinge wie Rübenzucht in Indochina redet. Nur ein Programm ist frei.
SZ: Das dritte Programm steht aber unter wachsendem Druck wegen kritischer Sendungen.
Camilleri: Ein Überleben unter Dauerangriff. Dann gibt es den Sender La 7 (Telecom Italia, Anm. d. Red.), der eine gute Verbreitung hat. Es steht also 2:5.
SZ: Warum sieht man - auch im Fernsehen - italienische Politiker nie mit Intellektuellen reden? Haben sie Angst?
Camilleri: Politiker hegen immer Misstrauen gegen die Kultur - jedenfalls die derzeitigen tun es. Wir wollen nicht auf Italien und seine Geschichte spucken, in der es höchst gebildete Politiker gab. Heute gehören sie einer schlechter gebildeten Kategorie an. Deshalb erschreckt sie die Kultur. Das sieht man auch an der Politik des Kulturministers Sandro Bondi: ein ständiges Streichen des Streichbaren. Auch Schule ist Kultur, und so wird bei der Schule ebenfalls gestrichen. Zugunsten der privaten Institute, die meistens von Priestern geleitet werden. Das ist auch ein Tabuthema.
SZ: Man hat den Eindruck, dass sich nicht viele junge Intellektuelle zu Wort melden - außer Roberto Saviano, der Autor von Gomorrha...
Camilleri: Doch, es gibt sie. Umberto Eco ist zwar nicht mehr ganz jung, aber Vincenzo Cerami und Francesco Piccolo. Vielleicht hat aber die Mehrzahl der Intellektuellen eine andere Idee von sich und findet, sie sollten sich nicht die Hände schmutzig machen beim Einmischen in die Politik. Deshalb gehen die Intellektuellen, mich eingeschlossen, dorthin, wo sie Platz finden - in die Zeitungen der Opposition. Sie predigen zu sich selbst.
Andrea Bachstein
 
(Traduzione pubblicata su ClaTi, 9.8.2010)
Camilleri parla di Berlusconi
Lo scrittore di successo Camilleri denuncia: un italiano su due non riesce a leggere e si informa solo tramite la TV – e il “nemico della Costituzione” Berlusconi la controlla. Egli avverte: i danni del sistema Berlusconi avranno conseguenze per molti anni.

Andrea Camilleri, sceneggiatore, regista cinematografico e teatrale e ideatore del Commissario Montalbano, uno degli autori italiani più letti e trasportati nel cinema, è uno dei pochi intellettuali, che si sia continuamente occupato con passione e in maniera critica dello sviluppo politico del suo paese.
SZ: Signor Camilleri, come sta l’Italia? Nel 2011 si festeggia l’anniversario dell’Unità d’Italia.
AC: L’Italia ha 150 anni, e sta molto peggio di me che ne ho 85. Ci sono stati già i primi festeggiamenti per l’anniversario. I rappresentanti politici della lega del Nord, alleati di coalizione del PDL al governo di Berlusconi, erano assenti. Io credo che i ministri abbiano il dovere di partecipare alle manifestazioni per l’unità nazionale. Alcuni ministri però spesso sostengono opinioni, che rappresentano il contrario dell’idea di unità. Non sono un nazionalista, non lo sono mai stato, sono comunista. Ma non si può avere al governo dello stato persone che non credono nella Costituzione. In Germania è stata una delle critiche rivolte ai terroristi della RAF, che erano nemici della Costituzione. Mi sembra una critica estremamente seria. Anche da noi ci sono nemici della Costituzione, ma sono al potere. E nessuno lo denuncia.
SZ: I giornali riportano tutto ciò in maniera eclatante – nonostante ciò tutti tacciono.
C: Il capo della Lega ha affermato, che con il tricolore ci si pulirebbe il culo. Mi sembra un’espressione tremenda. Poiché insozza tutti coloro che hanno dato la vita per questa bandiera. Insudicia anche la memoria dei caduti dei nostri giorni, che rientrano dall’Afghanistan e le cui bare vengono ricoperte da questo vessillo. Lo trovo insopportabile. E trovo incredibile che gli italiani non reagiscano.
SZ: Ci sono molte cose a cui gli italiani non reagiscono. Ha una spiegazione per questo?
C: Questa confusione italiana esiste da molti anni. Dal mio punto di vista esiste soprattutto un progressivo decadimento della morale nella classe dirigenziale, che ha fortemente influenzato la popolazione. Da noi c’è il detto, il pesce inizia a puzzare dalla testa. Se la testa puzza, è chiaro che la decomposizione inizi a diffondersi nel paese.
SZ: Presto o tardi l’epoca di Berlusconi cesserà. Cosa resterà, che danni lascerà dietro di sé?
C: Quando ero giovane, nel 1945, subito dopo la liberazione dell’Italia, lessi un articolo del grande giornalista americano Herbert Matthews. Il titolo diceva: “Non lo avete ucciso”. Voleva dire, mentre avete ammazzato Mussolini, non avete ucciso il fascismo. Egli descriveva, quali danni il fascismo aveva lasciato persino del DNA degli italiani. E che ci sarebbero voluti molti anni per sanarli. Allora la cosa mi lasciò tremendamente infuriato. Nel corso degli anni ho dato sempre più ragione a Matthews. Il fascismo è un virus che muta. E così ci troviamo in una nuova forma di fascismo. Sono forme diverse. Quindi credo che i danni del berlusconismo saranno simili a quelli del fascismo. E’ come se la natura degli italiani fosse infettata.
SZ: Come descriverebbe questo veleno? E’ il “furbismo”, di cui ha scritto, il tentativo di essere ad ogni costo più scaltro degli altri?
C: Eravamo già infettati, ora c’è di più. Si devono osservare le continue esternazioni di Berlusconi, che poi due ore più tardi/subito poco dopo vengono di nuovo negate. Questa è la sua caratteristica: smentirsi da solo. Cioè, se non viene capito, stravolge quello che gli viene attribuito. Cioè non ha dichiarato quello che tutti hanno sentito. Così ha affermato che è giusto non pagare le tasse, se sono superiori ad una certa cifra. La prima volta era riferito all’evasore fiscale da perseguire, da parte della polizia di finanza, che in Italia ha soprattutto questo compito. Lo ha smentito e subito dopo ripetuto. Significa che ogni evasore fiscale – ed in Italia ce ne sono molti – si sente dalla parte del giusto.
SZ: Anche il sistema giudiziario resterà danneggiato?
C: Assolutamente. Berlusconi attacca continuamente la magistratura e la sminuisce in ogni modo possibile – sia con il suo impegno politico che personalmente. Che siano innocenti o colpevoli, gli imputati si professano sempre innocenti. E si parla poi di persecuzione mediante la giustizia. Un’alta carica dello stato tenta di delegittimare un’istituzione dello stato.
SZ: Ci ha provato anche con il presidente della repubblica Giorgio Napolitano.
C: Vede tutto contro di sé, ciò che è in linea con la costituzione e si oppone alle sue idee di egemonia. Non perché Napolitano gli sia ostile, bensì perché la carica e i compiti di Napolitano lo limitano. Ultimamente Berlusconi ha detto, che non ha nessun tipo di potere. Il potere lo hanno i magistrati, che cambiano la normativa, quando una legge non gli piace. Il tribunale dichiarerebbe alla fine tale legge come nulla.
SZ: Quando la corte costituzionale ha respinto la legge sull’immunità, che lo tutelava dai processi, Berlusconi ha affermato cose sulla magistratura, che in qualsiasi altro paese dell’occidente avrebbe condotto alle dimissioni del capo di governo.
C: Berlusconi personifica un’anomalia nella democrazia italiana. Esistono enormi conflitti d’interesse di Berlusconi. Per esempio il ministro dello sviluppo economico Scajola è stato costretto a dimettersi (in maggio, a causa di una vicenda di corruzione, ndr). Questo ministero è responsabile degli accordi con le televisioni pubbliche e private. Berlusconi ha assunto l’incarico ad interim e ha assicurato al capo di stato che sarebbe stato solo per breve tempo. Altrimenti sarebbero intervenuti mostruosi conflitti di interesse. Sono già passati due mesi e Berlusconi è ancora ministro dello sviluppo economico. E in qualità di ministro, afferma, sono tentato gradualmente, a non rinnovare il contratto di servizio con l’emittente di stato RAI. lo dice il dirigente della concorrenza con la RAI! (Alla Mediaset di Berlusconi appartiene la più grande rete televisiva in Italia, ndr). Non credo che in qualsiasi altro posto possa esistere una simile situazione. Perciò la vedo nera per l’Italia. Anche perché l’opposizione non ha la forza di fare l’opposizione. Poiché l’evoluzione dei partiti di sinistra purtroppo ha portato ad un progressivo allontanamento dalla gente. Viceversa la Lega Nord lo fa con grande successo.
SZ: Almeno nel PD questo è stato capito?
C: Non lo so se lo ha compreso. Il PD per esempio non ha afferrato l’importanza della televisione in Italia. E non lo capirà (???, NdT) Esso crede che presentarsi in televisione sia già sufficiente per sistemare tutto. Il rinomato linguista Tullio de Mauro ha pubblicato un’illuminante analisi sulla situazione culturale dell’Italia. Nel 2008 – ed io non credo, che le cifre possano essere migliorate in modo determinante – ci sono due milioni di analfabeti. 13 milioni e mezzo di semianalfabeti, persone che sanno firmare, ma non sanno leggere un giornale. 15 milioni sono analfabeti del secondo tipo, sapevano già leggere e scrivere, ma lo hanno disimparato. Sono quindi 30 milioni di italiani (su circa 60 milioni, ndr). L’unica fonte di informazione di questi analfabeti è la televisione e non i giornali. Solo circa il 20% della popolazione legge un giornale. Di questo 20% il dodici percento legge solo i titoli. E bisogna pensare (ridendo, NdR) che i Italia i titoli non corrispondono quasi mai agli articoli.
SZ: La televisione è il mezzo di potere per eccellenza?
C: La televisione sembra di si: tre emittenti appartengono a Berlusconi. Di tre delle reti di stato, che lui controlla in qualità di rappresentante di governo, sono controllate direttamente da personale del suo partito. RAI 1 è completamente nelle mani di Berlusconi. Ha collocato al suo vertice un direttore che invece di trasmettere importanti notizie politiche, parla invece, per esempio, di argomenti assurdi come per esempio la coltivazione delle rape in Indocina. Solo un canale è libero.
SZ: RAI 3 è sempre più sotto pressione a causa di programmi satirici.
C: Una sopravvissuta a continui attacchi. Inoltre c’è la rete La 7 (Telecom Italia, ndr) che ha ottimi ascolti. Significa quindi due contro cinque.
SZ: Perchè non si vedono mai i politici parlare in televisione con gli intellettuali? Hanno paura?
C: I politici sono sempre diffidenti verso la cultura – almeno quelli contemporanei. Non vogliamo sputare sull’Italia e la sua storia, da cui sono nati politici altamente istruiti. Oggi questi appartengono ad una categoria scarsamente istruita. Perciò la cultura fa paura. Lo si nota anche nella politica del ministro per i beni culturali Sandro Bondi: un continuo cancellare ciò che è cancellabile. Anche la scuola è cultura, e così anche nella scuola si elimina. A favore degli istituti privati, che sono per la maggior parte diretti dal clero. Anche questo è un argomento tabu.
SZ: si ha l’impressione, che non molti giovani intellettuali chiedano la parola – tranne Roberto Saviano, autore di Gomorra…
C: Affatto, ci sono. Umberto Eco non è certo più un giovanotto, come Vincenzo Cerami e Francesco Piccolo. Forse la maggioranza degli intellettuali ha un’altra idea di se stessa, non dovrebbero sporcarsi le mani immischiandosi con la politica. Quindi gli intellettuali, me compreso, vanno là dove trovano posto – nei giornali di opposizione. Predicano a sé stessi.
 
 

Il Giornale di Ragusa, 28.7.2010
La produzione del Commissario Montalbano ringrazia per l'ospitalità la città di Scicli

Scicli - La Palomar, e per essa il produttore esecutivo de “Il Commissario Montalbano”, Gianfranco Barbagallo, ha scritto al sindaco di Scicli Giovanni Venticinque: “A conclusione delle riprese a Scicli del serial tv “Il Commissario Montalbano” 2010-2011, vi ringraziamo per la collaborazione e ci auguriamo di poter tornare presto a fruire della Vostra calorosa accoglienza.
Un grazie particolare all'assessore al turismo Angelo Giallongo, al comandante della polizia municipale, Marina Sgarlata, e a tutto il corpo della polizia comunale, che ha consentito lo svolgimento del nostro lavoro in sicurezza e tranquillità”.
Da 12 anni Scicli è la Vigata del Commissario Montalbano. E quest'anno è tornata a ospitare per l'ennesima volta il set del commissariato.
 
 

Gazzetta del Sud, 28.7.2010
Un di grande prestigio

Vittoria. Le antiche mura di Camarina provano a resistere, nonostante l'incuria e l'indifferenza e fanno da sfondo alla decima edizione del premio letterario nazionale «Ninfa Camarina», promosso dal comune di Vittoria, che ha laureato in passato scrittori di grido come Santo Piazzese e il "mitico" Andrea Camilleri.
[…]
Federica Molè
 
 

l'Unità, 30.7.2010
L’abecedario di Andrea Camilleri
Zabaione
L’uovo sbattuto? Per me era l’«ovo duci duci» e mi piaceva da impazzire
Ricordi d’infazia piacevoli e divertenti

Anzitutto io da bambino non lo chiamavo uovo sbattuto, ma lo chiamavo «ovo duci duci», e mi piaceva da matto. Prima di tutto bisogna farselo da sé, non farselo servire. Se te lo fai da solo vedi via via il rosso montare che cambia colore e diventa sempre più bianco e sempre più fluido – non liquido – e questa è una goduria alla sola idea.
Non mi piaceva mescolarlo nel caffè, sì, è ottimo lo so, ma non è puro. Il cucchiaino dritto era il segno che l’«ovo duci duci» era pronto. Dopodiché riempivi il cucchiaio ma non lo mangiavi in una sola botta, era uno sbaglio, lo mangiavi poco alla volta e poi alla fine la leccata e lo rinfilavi dentro. Questa è una delle delizie dell’infanzia che ricordo.
Naturalmente poi per i siciliani ha tutto un altro senso.
Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia: «Cavaliere mio se mi mangio due uova sbattuti fuoco e fiamme fazzu», ecco, il gallismo siculo con lo zabaione si accorda benissimo.
Su questa memoria dell’«ovo duci duci» ho scritto anche un racconto, perché va a finire che con la vecchiaia si ha la cosiddetta «presbiopia della memoria» e quindi le cose dell’infanzia ti ritornano presenti con un’intensità che è dovuta al passaggio del tempo, alla prospettiva del tempo: più lontane sono e più ti precipitano addosso e riesci anche a percepirne le sensazioni, cosa che credevo impossibile. Perché con l’età hai un certo ottundimento di alcune sensazioni. Invece, i ricordi dell’infanzia davvero ti ritornano con un nitore, una forza, una precisione incredibile.
Non sono ricordi malinconici, mi diventano divertenti quando mi tornano e sono sempre estremamente piacevoli, perché hanno un’intensità tale che la malinconia non s’insinua. D’altra parte nessuno ti vieta di riprodurre la sensazione – anche se il mio medico se ne risentirebbe come di un’offesa personale se mi sbattessi due tuorli d’uovo con lo zucchero, forse rischi la morte, anche se non è vero perché rischi l’aumento di qualche analisi, ma poi stai due anni senza e ti passa. Si può riprodurre la sensazione in laboratorio, come ogni bravo esperimento scientifico.
Non c’è malinconia. Malinconia non è «Malinconia, ninfa gentile, la vita mia consacro a te», figuriamoci! La malinconia è una camurrìa che non finisce mai, la malinconia è uno stato d’animo da malattia, infatti la «melancolia» era una malattia.
Andrea Camilleri
 
 

Radio Città Futura, 30.7.2010
Audio intervista

Dalla A di anomalia, alla Z di zibaldone. L'universo di Andrea Camilleri raccontato in "Abecedario”, una videointervista di 5 ore, raccolta in un doppio Dvd accompagnato da libro (edizioni Derive Approdi).
È l’incontro con uno dei protagonisti indiscussi della letteratura contemporanea italiana, con la sua biografia, con la sua vita precedente e successiva al successo editoriale.
"Abecedario" di Andrea Camilleri, è a cura di Valentina Alferj. La regia è di Eugenio Cappuccio.
Miriam Mauti
 
 

Giudizio Universale, 30.7.2010
Libri
Il palleggio di Camilleri e Lucarelli
In Acqua in bocca i due grandi del giallo italiano simulano un'indagine congiunta dei loro investigatori. Montalbano e Grazia Negro però giocano senza troppa convinzione

Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli sono i due autori più importanti del giallo italiano. Situandosi a due estremità anagrafiche, geografiche e timbriche, in questi anni lo hanno in qualche modo delimitato e compreso: a nord l'Emilia livida, convulsa e già in pieno sballo post-industriale del quarantenne Lucarelli, a sud la Sicilia splendente, ipnotica e ancora atavica nel pastiche post-moderno del settantenne Camilleri. A nord l'erede del ruvido Scerbanenco, a sud l'epigono del sommo Gadda.
Ovvio che quando i due scrivono qualcosa insieme, si grida all'avvenimento editoriale dell'anno.
”Acqua in bocca”, edito da Minimum Fax, è una storia a quattro mani scritta utilizzando sostanzialmente la forma epistolare, con le classiche appendici di documenti, rapporti e note di servizio, articoli di giornale. A spedirseli sono il famosissimo Salvo Montalbano e Grazia Negro, l'ispettore protagonista di “Almost Blue”, il libro che impose Lucarelli oltre la cerchia degli appassionati di noir (all'epoca non molti). L'espediente ha permesso ai due autori di far progredire la storia passandosi la staffetta e lavorando, come del resto è spiegato nella nota finale, per corrispondenza loro stessi.
Tutto inizia quando a Bologna viene ucciso in modo bizzarro (oltreché inutilmente laborioso) un tal Arturo Magnifico, uno spedizioniere originario di Vigata. L'indagine viene però ostacolata e Grazia Negro si affida allora al collega Montalbano il quale, per prima cosa, le suggerisce di non chiedergli aiuto su un'indagine non autorizzata utilizzando la carta intestata della Questura. Consiglio che parrebbe già vano nel momento in cui viene espresso. Ciononostante, da quel momento i due ricorreranno a forme di comunicazione che spaziano spigliatamente dal codice dei pizzini di Provenzano al Manuale delle Giovani Marmotte, dai cannoli ai tortellini.
Sforzo del tutto inutile, perché dopo pochi giorni qualcuno manomette i freni dell'auto di Grazia Negro. La poliziotta si salva per miracolo e Montalbano annusa subito “puzza di servizi deviati”. Ci sono loro dietro l'omicidio di Magnifico e dietro i classici suicidi sospetti, tutti opera della stessa killer. Una che, non fosse già abbastanza vistosa e riconoscibile per un seno da maggiorata e un neo accanto all'occhio, fa esplodere vetrate di acquari e firma i suoi omicidi con un esemplare di pesce combattente. Di lì a poco scopriranno che, in barba al garante della privacy, la killer ha in mano le loro schede con addirittura foto, nome, domicilio e numero di cellulare. Essendo entrambi dipendenti del Ministero dell'Interno, non pare dimostrazione di potenza degna della Spectre. E avendo Grazia Negro già subito un attentato, non pare neppure questo grande abbrivio al climax della storia.
Il fatto è che se, imparando da narcos e mafiosi, Salvo e Grazia si fossero parlati per Skype con un paio di account fasulli, avrebbero risparmiato tempo, fatica e rischiato quasi niente. È una battuta, ma del resto il tono stesso del testo le consente, visto che contempla cose come “un cadavere ormai privo di vita” riesumato dall'ampia manualistica umoristica sulle Forze dell'Ordine.
È una battuta, dicevamo, ma poi neanche tanto. Perché esemplifica meglio di tanti altri particolari un dato fondamentale: se Salvo e Grazia avessero agito come due normali persone del loro tempo, “Acqua in bocca”, o meglio il carteggio che ne rappresenta il presupposto di fondo, non sarebbe stato possibile, anzi non sarebbe stato, per meglio dire, scrivibile.
Ma siamo di fronte a due personaggi e i personaggi, nella finzione, possono anche scalare i grattacieli in calzamaglia, si sa, altrimenti non è divertente. Il punto qui è però esattamente il contrario: i due investigatori, a ben vedere, quasi inciampano nel salire un banale scalino, traccheggiano fra ricette per il brodo e ciacole personali mentre hanno i servizi deviati alle calcagna.
Il problema vero è allora che i due personaggi (in cui i due scrittori si immergono direttamente, nella prima persona delle lettere) sembrano vivere e agire soltanto in una iper-finzione di ammiccamenti ai loro stessi autori e di rimandi televisivi (dal cameo di Coliandro alla foto di Zingaretti, da Silio Bozzi a un Catarella ormai promosso a terzo dei Fratelli De Rege, quelli di “Vieni avanti, cretino”). Vivono in un mondo funzionale solo a se stesso e molto circoscritto, già conosciuto e in definitiva assai prevedibile e pilotato. Proprio come pesci in un acquario, si muovono in un ambiente artificiale per noi, il gentile pubblico, che li guardiamo come da oltre un vetro, uno schermo. Con questi presupposti, neanche il tocco di realismo tentato tramite le lettere e i documenti funziona. Acquista anzi l'aspetto di quei falsi relitti di nave da cui, all'ora stabilita, spunta il modesto parente di un vero squalo bianco.
Spiace allora iscrivere le cento pagine di “Acqua in bocca” alla gadgettistica libraria con cui il mercato editoriale pompa risorse nel proprio debilitato sistema. Spiace, ma la logica è quella di unire due brand di successo, ammiccando al largo pubblico che ha presente il volto televisivo di Zingaretti e i programmi di Lucarelli, e non due scrittori che si sono guadagnati i propri lettori prima dell'effetto moltiplicatore della tv (con opere di ben altra levatura). Spiace perché Lucarelli e Camilleri sono fra i non molti romanzieri in circolazione e non hanno mai rinunciato a esserlo, muovendosi con grande onestà intellettuale fra le pressioni del mercato e i benefits del successo. Lo ha dimostrato Lucarelli con “L'ottava vibrazione”, un romanzo solido, accurato, potente, costato anni di lavoro e più volte rimandato. Lo dimostra Camilleri quando si allontana da un Montalbano che nella serialità denuncia una qualche stanchezza. Sembra allora che i due giallisti italiani più importanti diano oggi il meglio fuori dal genere che hanno contribuito ad affermare. Perché? Perché forse il genere che hanno contribuito ad affermare è ormai solo un gioco.
”Acqua in bocca” è del resto nato come un incontro, una sfida fra due scrittori di stile profondamente diverso. Fosse apparso a puntate su un quotidiano durante l'estate, sarebbe stato divertente aspettare e capire come i duellanti rilanciassero ogni volta alla mossa dell'altro.
E invece esce in volume, permettendo a una casa editrice come Minimum Fax di affacciarsi a un pubblico molto vasto (e questo è un gran bene, vista la qualità delle scritture che propone il suo catalogo). Proprio il presentarlo come opera compiuta, e non in divenire, evidenzia però certe soluzioni estemporanee, svela la natura più cheap di certi espedienti del mestiere.
È comprensibile che la nota finale dell'editore parli entusiasta di una jam session letteraria paragonabile alle improvvisazioni congiunte di due grandi jazzisti “liberi dal carico della struttura”. Comprensibile ma difficilmente condivisibile. Il paragone è suggestivo, ma musica e letteratura hanno funzioni, tempi, palcoscenici diversi. L'improvvisazione è davvero l'ultima cosa di cui si sente il bisogno oggi nell'ambiente culturale italiano, e la mancanza di struttura, cioè di progetto, è la prima cosa per cui un editore di qualità frulla i manoscritti nel cestino.
”Acqua in bocca” assomiglia, più che a un duetto fra Dizzie Gillespie e Miles Davis, a un'esibizione in cui Nadal e Federer si limitano a palleggiare da fondo campo, senza neppure indulgere a grandi colpi a effetto, perché forse hanno la testa altrove.
Il giallo italiano è diventato solo un gioco, ma proprio i suoi due fuoriclasse danno l'impressione di divertirsi fino a un certo punto. Forse di non crederci più neppure tanto. Almeno in questo senso l'avvenimento editoriale, il colpo di scena culturale, c'è.
Giampaolo Simi
 
 

Messaggero Veneto, 30.7.2010
Vigàta, e per Montalbano c'è ora un rebus splatter
La caccia al tesoro di Andrea Camilleri Sellerio, 269 pagine – 14,00 euro
Acqua in bocca di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli Minimum Fax, 108 pagine – 10,00 euro

Due Camilleri in un colpo solo. Non è la prima volta, ma la prima in cui il geniale scrittore siciliano non compare da solo. In entrambi casi il successo di vendita è stato fuori discussione. Parliamo de La caccia al tesoro, sedicesima indagine del commissario Montalbano, pubblicata da Sellerio, e di Acqua in bocca, colpo dell’estate di Minimum Fax, che ha convinto a lavorare in tandem gli extra big del noir italiano: Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Che dire? Mestiere da vendere, ma esiti narrativi fortemente contrastanti. La caccia al tesoro, dopo una prima parte che può destare perplessità, nella seconda svela la maestria dell’ottantacinquenne papà di Montalbano, che vira verso il giallo vero e proprio. È una boccata d’aria per il lettore, ma anche una grande prova di abilità. Una sorta di inganno d’autore che gioca con l’improvvisa e lunga bonaccia abbattutasi su Vigàta quasi in sintonia con l’età che avanza anche per il mitico commissario. Sembra che la scena sia più di Catarella, sempre più iperbolico, buffo e macchiettistico che del burbero commissario, fin quando l’inquietante storia di due bambole gonfiabili ritrovate prive di un occhio, coi seni ammaccati e molte parti del corpo vulcanizzate in seguito agli eccessi amatorî di improbabili senili amanti sfocia in un crimine seriale. È un rebus non facile e molto rischioso per il commissario, che già sfiorava il ridicolo avendo avviato un’indagine utile più alla pruderie di provincia che alla cronaca nera, tanto per far qualcosa in tempi di magra. E invece sangue e orrore scorrono a fiumi per stare in linea coi tempi. E tanto splatter – sembra di capire – mette talmente in difficoltà il Salvo nazionale, ormai quasi sessantenne, da far pensare che stavolta davvero il commissario sia prossimo alla pensione. Vedremo, è proprio il caso di dire, anche perché La caccia al tesoro non sfugge alla regola: si legge con gli occhi a Luca Zingaretti e a tutti i suoi compagni di fiction televisiva, ivi comprese le incursioni irritatissime di Livia e quelle maliziose di Ingrid. Diverso il caso di Acqua in bocca. Il lavoro a quattro mani non è mai facile, tanto più se gli autori possono correre il rischio di offuscare la propria fama. Tuttavia va dato atto a Camilleri e a Lucarelli di aver almeno provato ad assecondare l’ardita proposta dell’editore di Minimum Fax. Ma per realizzarla ci hanno messo quattro anni. Prima per analizzarla, poi per misurare i rischi, digerirli e passare all’azione. Che in breve è quella dell’ingresso in campo dei rispettivi commissario e ispettrice capo, Montalbano e Grazia Negro, che per la prima volta collaborano in seguito al fatto che la morte violenta di un ignoto siciliano a Bologna richiede approfondimenti nell’isola. Ma con molta circospezione perché sia Grazia sia Salvo – come si sa – sono dei rompiscatole e spesso si occupano di casi delicati contro la volontà dei superiori, anche se poi li risolvono. Figurarsi in quest’indagine in cui il delitto (i delitti) si servono di Betta Splendens, l’incolpevole pesciolino rosso, e svelano trame oscure dei servizi segreti, tanto per non dimenticare che siamo in Italia. Per non farsi scoprire ispettrice e commissario usano mail, poi lettere private, poi messaggi in codice così da favorire un romanzo epistolare che tuttavia, si apprende nella postfazione, è stato un bel lavoro di rimando, anzi quasi da giocatori di scacchi. Sia Camilleri sia Lucarelli hanno dovuto pensare molto prima di rispondere e lanciare più in alto l’indagine. Perciò forse ci hanno messo qualche annetto. Ma ne valeva la pena?
Sergio Buonadonna
 
 

La Sicilia, 30.7.2010
L'importanza di chiamarsi Pino
Caruso, attore simbolo di sicilianità: «Scoprii Montalbano e lo proposi per una fiction alla Rai...»

[…]
C'è qualcosa che non è riuscito a fare nella sua carriera?
«Forse c'è qualcosa che non avrei mai dovuto fare, come i primi anni nella tv in bianco e nero oppure alcuni film come "L'ammazzatina" del 1974: uno dei più brutti film della cinematografia italiana. Eppure c'è qualcosa che mi ha lasciato l'amaro in bocca. Prima che Andrea Camilleri diventasse famoso mi chiamavano per leggere gli episodi del Commissario Montalbano nei circoli siciliani a Roma. Così proposi alla Rai di realizzare una serie con Montalbano e mi dissero "si può fare, lo leggiamo e le faremo sapere". Non ne ho saputo più nulla e poi venni a sapere che lo avrebbe interpretato Luca Zingaretti. Devo dire che ho malignato su Zingaretti prima di conoscerlo, perché sapevo che era imparentato con un politico. Poi mi sono ricreduto, Luca ha dimostrato di essere un grande attore, anche perché riesce a fare il siciliano come forse alcuni siciliani non sarebbero mai riusciti a fare. Ma una telefonata dalla Rai l'avrei gradita».
[…]
Lavinia D'Agostino
 
 

Corriere della Sera, 30.7.2010
Piazza Grande
La Caravaggio-mania, una corsa alla patacca
All'ultima spiaggia. L'Italia e la metafora di Capalbio, come l'Ultima Spiaggia che rischiava di sparire per un'onda anomala

[…]
Bertolucci e il dubbio
Quest' estate, invece, ce l'hanno con Bernardo Bertolucci. […] Camillo Langone sul Foglio è colpito invece da un particolare raccontato dallo stesso Bertolucci nel suo libro «La magnifica ossessione». Durante le riprese di «Prima della rivoluzione» il produttore venne arrestato perché renitente alla leva. Per salvare il produttore indispensabile per il film, Bertolucci si recò in Sicilia per «incontrare un misterioso personaggio»: «in tre giorni, attraverso la mafia, tirò fuori Bernocchi dal servizio militare e il film comincia nel giorno stabilito». Neanche un'imputazione in concorso esterno? Meglio non sollevare il dubbio, altrimenti Bertolucci si arrabbia come Andrea Camilleri con Angelo Panebianco. Anche se è un signore, e non insulta come Camilleri.
[…]
Pierluigi Battista
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 31.7.2010
Gli italiani di Camilleri
Il vizio di voler stravincere
5. Continua
Andrea Camilleri
[Riproposizione a puntate del saggio Cos’è un italiano?, pubblicato su Limes nel febbraio 2009]
 
 

Il Tempo, 31.7.2010
Notizie - Cultura e Spettacoli
Ritorna Agatha
La Christie ha 120 anni ed è sempre più cult. Nei nuovi "Oscar" l'autrice che strega ragionando sui killer. E che ignora sesso e gourmet.

[…]
Domanda: ma Miss Marple e Poirot hanno una vita affettiva, azzardiamo, una sessualità?
Agatha Christie non ce ne parla. Miss Marple ha un nipote a cui è affezionata, e di eventuali amori di gioventù nulla sappiamo; l'inappuntabile Poirot è molto galante con le signore, ma senza apparente coinvolgimento emotivo. Insomma, ogni energia si concentra su un'indagine criminale e solo ad essa è consacrata. Se preferite, "niente sesso, siamo inglesi": il che vale anche per il belga Poirot. Ma sono un po' tutti gli appetiti della carne ad esser trattati con antica discrezione british da Agatha, nata in età vittoriana. La stessa cosa non avviene per altri "giallisti" di razza. Pensiamo a Simenon. "Sesso e volentieri", nei suoi romanzi, anche se soprattutto tramite una stimolante allusività. E poi si mangia e si beve: di continuo. Intendiamoci: quel brav'uomo del commissario Maigret è fedelissimo alla consorte, ma i caffè, le "brasserie", le trattorie di Parigi le conosce tutte. E le frequenta: pensando e ponzando davanti a un buon piatto o a un vino d'annata. Invece, per il Montalbano di Camilleri, il cibo è un rito da celebrare con partecipe silenzio e senza indagini per la testa. E il sesso? Fedeltà assoluta alla sua Livia, per carità, purché non l'accenda “la vampa d'agosto”...
Mario Bernardi Guardi
 
 

Trentino, 31.7.2010
Morandini cita Camilleri e mette in scacco Pd e soci

Arco. Sfilata di nomine, l’altra sera, in consiglio comunale ad Arco. […]  E’ andato tutto secondo copione (ogni schieramento si sceglie e nomina i propri rappresentanti) fino a quando è stata la volta della commissione urbanistica. A quel punto si sono accesi i riflettori su Mario Morandini che ha preso parola e raccontato una storiella prendendo spunto da Camilleri. Il leader dell’opposizione ha utilizzato Montalbano per paragonare Arco a Vigata «dove la maggioranza politica interferisce nelle scelte che spettano democraticamente alla minoranza mettendo veti sulle nomine nelle commissioni». […]
gl.m.
 
 

Quotidiano di Sicilia, 31.7.2010
Il Blog del Direttore
Commissario Lombardo come Montalbano

“Montalbano, sono”, è la classica risposta al telefono dell’ormai arcinoto personaggio inventato a tarda età da Andrea Camilleri. Il Nostro, per l’acutezza dei ragionamenti giallistici può essere paragonato a Leonardo Sciascia, per esempio in Unicuique suum un piccolo giallo di meno di 100 pagine. Paradossalmente, il Commissario di Vigata sbroglia le sue matasse con facilità e perviene entro circa due ore alla soluzione del caso.
Non altrettanto fortunato può dirsi Raffaele Lombardo, presidente dei siciliani, perché nel caso che trattiamo (la monnezza) avrà bisogno di tempi ben più lunghi. Venerdì 9 luglio il Consiglio dei ministri lo ha nominato “Commissario delegato per il superamento della situazione di emergenza nel settore della gestione dei rifiuti...”.
[...]
Carlo Alberto Tregua
 
 

 


 
Last modified Saturday, July, 16, 2011