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RASSEGNA STAMPA

APRILE 2012

 
Il Sole 24 Ore, 1.4.2012
Posacenere

Nei primi anni del ’900, in Italia, fiorì una drammaturgia imperniata sull’essere e l’apparire, trionfarono commedie come La maschera e il volto di Antonelli e Pirandello raccolse i suoi drammi sotto il titolo complessivo di Maschere nude. Poi, con l’avvento della chirurgia plastica, uomini e donne credettero finalmente di poter far diventare la loro maschera ideale un tutt’uno con la loro carne. Ma il genio Chaplin già li aveva messi in guardia: basta una risata a dissolvere la maschera.
E così oggi assistiamo con orrore alla doriangrayzzazione (mi si perdoni il verbo) di facce che vengono abbandonate di colpo dalla faccia posticcia e si mostrano nella loro crudele verità di vecchiaia e disfacimento.
Andrea Camilleri
 
 

La Repubblica (ed. di Genova), 1.4.2012
Compare Andrea. Il genio di Camilleri e la grande musica
Una nuova 'Cavalleria' per il Carlo Felice

«La musica è la colonna sonora della mia vita. Sono stato un amante appassionato di musica jazz, e ho scritto il mio primo romanzo proprio ispirato dall'Hot Club de France con Django Reinhardt». Andrea Camilleri parla così dei suoi rapporti con la musica. L'illustre letterato siciliano, un fitto passato di funzionario Rai (fu lui a lanciare il "Tenente Sheridan") e di romanziere, consacrato scrittore cult grazie al commissario Montalbano, "incrocerà" la propria attività nelle prossime settimane con il teatro Carlo Felice. Il 18 maggio, infatti, debutterà il dittico formato da due atti unici: si tratta di "Che fine ha fatto la piccola Irene" (musica di Marco Betta, libretto di Rocco Mortelliti da un racconto di Camilleri) e di "Cavalleria rusticana" di Mascagni di cui Mortelliti firmerà la regia da una idea dello stesso Camilleri. La direzione orchestrale sarà affidata a Pietro Rizzo. Il cast è in via di definizione in questi giorni. Camilleri professa, dunque, il suo amore per la musica, si dichiara in particolare un attento ascoltatore di Schoenberg e di Berg e aggiunge: «Cerco sempre di tener ben presente il ritmo nella mia scrittura, non è un caso che il mio primo editore Livio Garzanti definì, azzardatamente, "mozartiano" il mio romanzo "Un filo di fumo"».
Cosa è per lei, da siciliano, «Cavalleria rusticana»?
«In quanto siciliano ho sempre avuto un rapporto particolarmente familiare con l'opera lirica. Tutti in casa cantavano. Uno dei primi temi musicali che ho sentito nella mia vita è stato propria "O Lola ch'hai di latti la cammisa"».
Cosa ha colto secondo lei Mascagni della Sicilia e cosa gli è sfuggito della novella di Verga?
«Rispetto alla novella di Verga, per me il libretto (di Targioni Tozzetti e Menasci, n.d.r.) è abbastanza riduttivo ma la musica di Mascagni interpreta veramente l'atmosfera della Sicilia».
Lo spettacolo al Carlo Felice si avvarrà della regia di Rocco Mortelliti da una sua idea. Come sarà, dunque, la vostra Cavalleria?
«Il più possibile fedele al testo e la meno folcloristica possibile».
Com'è nata l'opera di Betta «Che fine ha fatto la piccola Irene»?
«E' uno dei racconti che compongono la miniserie dei racconti dedicati al commissario Cecè Collura, che non è un commissario di polizia ma di bordo, e il Maestro Marco Betta ha deciso di ricavarne un'operina lirica».
Fosse nato nell'Ottocento, Le sarebbe piaciuto il mestiere del librettista?
«Certo l'avrei fatto volentieri. Del resto l'ho già fatto: ho scritto il libretto intitolato "Il Quadro delle Meraviglie" per la musica di Franco Mannino».
Al suo Montalbano piace la musica?
«Sì, anche lui da bravo siciliano canticchia».
Come si sarebbe comportato Montalbano in una storia come quella di Turiddu e Alfio?
«In qualità di commissario non avrebbe potuto fare altro che condannare Alfio».
Roberto Iovino
 
 

La Repubblica, 1.4.2012
L'incontro
Zingaretti, i primi 50 anni e una figlia
"Altro che Montalbano, sono felice"

Dal calcio al teatro fino al successo grazie al personaggio creato da Camilleri, l'attore si confessa: "Io e il commissario non abbiamo nulla in comune. Ho fatto tutto con dieci anno di ritardo"

Roma - "Ho fatto tutto con dieci anni di ritardo. Mi sono sposato per la prima volta a trentaquattro anni, sono diventato "conosciuto" dopo i trentacinque mentre tanti colleghi erano già famosi a venti. E ho avuto il primo figlio a cinquanta. Vorrà dire che mi toccherà vivere dieci anni in più del previsto, pazienza".
[…]
Teatro ad alto livello e cinema, finché nel 1999 arriva il commissario Montalbano che ancora non lo ha abbandonato (almeno per altri quattro episodi in lavorazione). Per il pubblico della serie l'identificazione tra l'attore e il personaggio creato da Camilleri è totale. A Porto Empedocle una statua che rappresenta il commissario ha la faccia di Luca Zingaretti. [Non è così, la statua ha le sembianze di Pietro Germi, NdCFC]
"In realtà non abbiamo molto in comune. Non a caso passarono sei mesi di provini prima che mi scegliessero tra la nutrita pattuglia di pretendenti al ruolo. Avevo amici appassionati dei libri di Montalbano che mi minacciavano: "Non lo fare, non c'entri niente, ce lo rovini". Lo stesso Camilleri diceva che sì, ero un bravo attore, ma non ero il suo Montalbano. L'aveva scritto pensando a Pietro Germi, Il ferroviere, con i baffi, quella sua andatura, i capelli. E ancora ci tiene a dire che non si è mai ispirato a me, che l'autentico Montalbano è altro da Zingaretti. Perciò l'immedesimazione è stata molto difficile e non vorrei incensarmi ma è frutto del mio lavoro. Il personaggio di Montalbano - non è elegante dirlo, ma lo dico - estrapolato dal contesto e messo in un altro film è sempre sopra le righe, ha bisogno di un registro recitativo che non appartiene a me. Io sono uno sobrio che tende a sottrarre. Lui ripete "minchia", fa le facce, è eccessivo, è un personaggio da commedia. Eppure, in quel contesto, tutto torna. Sembra naturale. Il suo successo per quanto mi riguarda è dovuto al fatto che credo di essere riuscito a restituire al personaggio le sue caratteristiche: il suo essere burbero, la sua moralità interiore che non è la morale: Montalbano è uno che tante volte se ne frega della legge e usa una legge sua, non arresta il poveraccio che ha fregato una mela. Conserva il sapore di capperi, di olive, di basilico, di pomodoro che escono dalla penna di Camilleri e che lo rendono unico".
L'ammirazione per lo scrittore siciliano viene da lontano. "Camilleri insegnava regia televisiva in Accademia, e poiché non c'erano soldi per affittare moviole e telecamere, lo faceva con i suoi racconti, con la sua capacità di illuminare le storie, anche le più banali. Ci incantava, e non era facile, eravamo una classe di figli di mignotta, ventenni esaltati, pieni di donne, ci sentivamo artisti. Andrea era brutto, ma tutte le ragazze ne erano innamorate per quanto era affascinante. Si è scritto tanto su di lui, ma nessuno dice la cosa più bella. Il suo lavoro è stato riconosciuto tardi, e questo si sa. Per anni Camilleri è stato un funzionario della Rai che facevano lavorare poco. Ma lui non ha mai permesso - ed è questa la bellezza - che la mancanza di successo gli rovinasse l'esistenza. Conscio del suo valore, senza complessi nei confronti di altri colleghi, la mattina si guardava allo specchio. Il mancato riconoscimento non ledeva la sua autostima. E così ha sempre vissuto con grande leggerezza e divertimento".
Un insegnamento prezioso per quanto riguarda il rapporto con il successo è anche quello ricevuto da Suso Cecchi D'Amico, alla quale Zingaretti ha dedicato un documentario. "Suso diceva che una cosa va fatta perché piace a te, non per il successo. "Il successo", diceva, "è come una bella giornata, ti devi aspettare che cambi". E se penso invece a quante volte chi fa il mio mestiere va in depressione per un provino sbagliato, per una chiamata che non arriva, per una critica negativa.... Voglio dire: mi rendo conto che si può star male, ma per non più di tre minuti. Dovremmo riuscire tutti ad avere quella particolare capacità che ha Camilleri di trovare l'eccezionale nella normalità, e di vedere il bello dove altri non lo vedono. La nostra vita sarebbe più luminosa".
[…]
Maria Pia Fusco
 
 

ConoscereGenova.it, 1.4.2012
Il Vecchio Montalbano sarà girato a Genova nel 2013

La notizia giunge direttamente da Cornigliano, dalla Genova Liguria Film Confishon: dopo il Giovane Montalbano ci sarà anche la serie del vecchio Montalbano e sarà girata a Genova. Si chiuderà così la querelle che ha visto contrapposto l'autore dei popolari gialli all'Unione Europea per il fatto che nella dieta del protagonista fossero presenti pesci piccoli la cui pesca è vietata dal Diritto Comunitario. Nella nuova serie, infatti, Montalbano sposerà Livia e sarà trasferito al Commissariato di Boccadasse, vicino a un ristorante nel quale, beneficiando della deroga concessa a Bianchetto e Rossetto, potrà mangiare pesciolini a volontà alla faccia dell'Unione Europea.
Francesco Ristori
[Della serie “I pesci d’Aprile”, NdCFC]
 
 

La Repubblica (ed. di Firenze), 1.4.2012
Bella Livorno? Dove il rock è più forte della crisi

Magari il regista Carlo Virzì neanche ci aveva pensato, ma il film I più grandi di tutti, che racconta la storia di passione e disillusione di una band livornese, esce in un momento in cui il rock, nella città del porto sconvolta dalla crisi, sembra essere l'unica cosa che funziona. Nello spettacolo e oltre.
[…]
Dal 1955 a Livorno c'è un centro culturale che indaga il contemporaneo nel teatro e nella danza. Si chiama Il Grattacielo, la struttura è proprietà dei gesuiti e il passato è illustre: tra i suoi ex direttori spicca Andrea Camilleri, tra i registi e attori che vi hanno tenuto spettacoli Orazio Costa, Roberto Benigni, Paolo Poli. Oggi è gestito da un gruppo di giovani che lo hanno fatto risorgere dalla crisi degli anni Novanta.
[…]
Fulvio Paloscia
 
 

Comuinicare il Sociale, 2.4.2012
Petrolio e terremoto in Abruzzo nel nuovo numero di «Comunicare il Sociale»

Milano. Torna giovedì 5 aprile, in allegato gratuito al Corriere della Sera il nuovo numero del mensile Comunicare il Sociale, diretto da Luca Mattiucci. Tra gli interventi, in occasione dell’anno europeo sull’invecchiamento attivo, quello dello scrittore Andrea Camilleri, sul ruolo che gli anziani ricoprono nella nostra società.
[…]
La rivista sarà scaricabile gratuitamente sette giorni dopo l’ uscita in edicola su www.comunicareilsociale.com, dalla nuova pagina dedicata al sociale su www.corrieredelmezzogiorno.it curata dalla redazione di Comunicare il Sociale e su www.corriere.it
 
 

LibriBlog.com, 2.4.2012
La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta

Andrea Camilleri è uno degli scrittori gialli più amati di tutti i tempi che con il suo più importante personaggio, il commissario Montalbano ovviamente, ha raggiunto un successo davvero incredibile. Il suo nuovo lavoro si discosta però dai romanzi che vedono come protagonista il commissario Montalbano, un lavoro che nonostante questo è già balzato nelle prime posizioni della classifica dei libri più venduti da cui siamo sicuri non uscirà in breve tempo.
Andrea Camilleri ci regala con “La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta ” una raccolta di racconti davvero eccezionali, racconti capaci di far emozionare il lettore ma anche di farlo ridere, sicuramente di stupirlo in modo davvero molto intenso. Lo stupore non potrebbe non nascere leggendo un racconto di Andrea Camilleri. Se tutti gli altri scrittori ci hanno infatti abituati ad una geometria perfetta nel genere dei racconti, una sorta di trama razionale che ci porta in modo naturale verso la conclusione della storia, Andrea Camilleri invece cambia del tutto le carte in tavola, non segue alcuna regola, stravolge ogni razionalità, ed il lettore si trova così irretito in una trama del tutto nuova, una trama che è assolutamente impossibile prevedere quale strada andrà a prendere.
I racconti di questo straordinario scrittore ci portano all’interno della quotidianità degli abitanti di Vigàta, ci fanno conoscere le discussioni che ogni giorno nascono al circolo, le liti familiari che si consumano tra le quattro mura di casa, le passioni e gli amori, anche ovviamente quelli clandestini, la cordialità nei confronti dei vicini.
Molti i personaggi che si muovono tra queste poche pagine, personaggi a cui Andrea Camilleri riesce a dare una vividezza sorprendente, talmente tanto elevata che ci sembra che loro siano qui con noi nella realtà e che non siano semplicemente dei personaggi di carta. Sono proprio questi personaggi gli elementi fondamentali di questi racconti, racconti che lo stesso Camilleri ha definito straordinari perché straordinarie sono le persone che in essi si muovono, persone che ovviamente Camilleri ha conosciuto e dalle quali si è lasciato esso stesso stupire.
I racconti racchiusi in “La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta” sono ambientati in un arco di tempo che va dal 1893 al 1950 ma non c’è un ordine cronologico preciso in cui possono essere inseriti. A breve questa raccolta di racconti diventerà anche una meravigliosa applicazione per iPhone e per iPad, la prima applicazione di Andrea Camilleri.
 
 

Fandango Incontro, 3.4.2012
"Il trono vuoto" di Roberto Andò

martedì 3 aprile 18.30
presentazione del libro di Robertò Andò
IL TRONO VUOTO
intervengono oltre all'autore, Andrea Camilleri, Curzio Maltese e Filippo La Porta.
Bompiani
 
 

Nero Cafè, 3.4.2012
Dentro il labirinto di A. Camilleri, Mondadori – Skyra,  € 15,00
Dentro il labirinto, di Andrea Camilleri
“La storia e il filo di Arianna.”

Andrea Camilleri torna in libreria con un libro-indagine intitolato Dentro il labirinto. L’autore ricostruisce la vita di Edoardo Persico, critico dell’architettura razionalista. Nato a Napoli fu operaio della Fiat, direttore di una casa editrice e ai vertici del gruppo Sei. Giunto a Milano divenne codirettore della rivista “Casabella”. Nonostante abbia scritto un numero esiguo di articoli, divenne un punto di riferimento nel settore dell’architettura. La storia di un uomo partito dal nulla – a volte a Torino dormiva sulle panchine – che approda a una posizione di prestigio. Nel ‘36 viene trovato morto nel bagno di casa. Una morte naturale o un assassinio eseguito dai fascisti, come alcuni suoi amici suggerivano all’epoca? Politico o passionale, quale dei due è il movente dell’omicidio?
Camilleri ripercorre queste vicende con l’acume di un grande scrittore per ricostruire quell’epoca e approdare a una soluzione che riscrive la storia ufficiale.
Mirko Giacchetti
 
 

TV Sorrisi e Canzoni, 3.4.2012
L’editoriale del direttore Aldo Vitali: «E adesso come farò senza Montalbano il giovedì?»

L’altra sera a casa mia l’atmosfera ha preso improvvisamente una piega amara. No, non c’entra il fatto che il silenzio caduto dopo i titoli di coda del programma che stavamo seguendo è stato inopportunamente squarciato dalle trombe di «Porta a Porta». È che l’umore generale della famiglia si era guastato appena finita l’ultima puntata del Giovane Montalbano. Ora, chi sa che cosa vuol dire provare quello strano senso di disappunto tristanzuolo che da sempre pervade lo spettatore quando gli sparisce dal video il proprio programma preferito, ha ben presente a che cosa mi riferisco. È una sensazione di spaesamento e di vuoto, che provoca domande un po’ idiote destinate a restare senza risposta («e ora che faccio il giovedì sera?»). Persino i miei due cani, uno stravaccato sul tappeto, l’altro acciambellato sul divano, sembravano impietriti, condizionati dall’aria malmostosa del loro padrone. I sei episodi della serie sono piaciuti tantissimo a tutta la famiglia (come del resto a milioni di telespettatori) e il mio primo desiderio, in cerca di un po’ di sollievo, è stato quello di sapere per quanto tempo avrei dovuto farne a meno (la risposta è a pagina 18). Non ho capito come mai alcuni famosi critici televisivi abbiano trovato questa serie così-così. Per me tutta l’operazione è stata geniale, con quel gioco a rimpiattino nello scovare riferimenti, rimandi e differenze con le avventure del Montalbano che ha per protagonista Luca Zingaretti. Certo, il Montalbano «classico» è irrinunciabile, ma questo con Michele Riondino è altrettanto affascinante, con quella Sicilia meravigliosa a fare non tanto da sfondo quanto da coprotagonista. E non capisco proprio quelli a cui piace l’una e non l’altra: a me di Montalbano va bene tutto, che sia giovane o adulto, inedito o in replica.
Basta che torni presto.
Aldo Vitali
 
 

DaringToDo.com, 3.4.2012
Il Giovane Montalbano "emigra" in Danimarca

Fiction Rai in grande spolvero al MIP TV di Cannes, il più importante mercato del mondo di prodotti e format per la televisione. Tra i titoli più richiesti il “Giovane Montalbano” che come riferisce una nota Rai è stato venduto alla tv pubblica danese DR TV. [...]
 
 

Live Sicilia, 3.4.2012
Il diavolo certamente
Andrea Camilleri (Mondadori, pp. 176, € 10)

Trentatré racconti di tre pagine l’uno, totale trecentotrentatré: un chiaro omaggio alla numerologia diabolica o un arguto mezzo per esorcizzare il maligno, dimezzandolo. È questo l’ultimo scritto di Camilleri per la collana “Libellule”, dedicata esclusivamente agli scritti brevi. Andrea Camilleri a tu per tu con il diavolo, dunque, ci regala una carrellata di personaggi vari e vivaci, per descriverci il vizio e la virtù, i sogni e gli incubi di uomini in lotta o sconfitti dalla vita, di donne che amano o che odiano, in un affresco corale, arguto e appassionato.
Roberta Impallomeni
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 3.4.2012
L'imprenditore anti-racket dall'entroterra siciliano ai mercati internazionali

[…]
Ne ha fatta di strada, Antonello Montante, sulla bicicletta ereditata dal nonno Calogero, fondatore della Cicli Montante, l'azienda di famiglia che nel 1926 cominciò a produrre biciclette a Serradifalco, entroterra siculo più arretrato. E crebbe, quell'impresa, con importanti commesse: la "Reale arma dei carabinieri" e la "Polizia di Stato" la accreditarono come fornitrice ufficiale. La Cicli Montante è stata rilanciata di recente proprio dal neo-presidente di Confindustria Sicilia, grazie anche a uno sponsor d'eccezione: Andrea Camilleri, che ha raccontato di aver viaggiato su una bici Montante nel tragitto fatto da Serradifalco a Porto Empedocle, nel 1943, per cercare il padre. Quella bici, diventata un oggetto di collezione, è stata riprodotta da Antonello Montante integralmente, e donata a Giorgio Napolitano, a Montezemolo, alla Marcegaglia a Fiorello e altri personaggi. Mossa che conferma due caratteristiche della vocazione imprenditoriale di Montante: il legame con la tradizione («se potessi, tenterei la scalata al 5 per cento della Sicilia», scherza lui) e l'attenzione all'immagine. La Cicli Montante, oggi, fattura 20 milioni di euro ma non è la principale realtà di un gruppo con 200 dipendenti che fa perno sull'Msa (Mediterr Shock Absorbers), azienda che opera nella progettazione e produzione di ammortizzatori per veicoli ferroviari. Il fatturato dell'Msa è di 40 milioni di euro.
[...]
Emanuele Lauria
 
 

Dagospia, 4.4.2012
Cafonalino. Il regista Roberto Andò, che fu assistente di Francesco Rosi, fa il suo debutto da romanziere con una trama che rovescia sulla pagina la crisi della leadership della sinistra nostrana e subito fulmina le cellule cerebrali di Umberto Eco (che lo presenta a Milano) e Andrea Camilleri che ne ha parlato a Roma con Curzio Maltese e Filippo La Porta, tra Silvio Orlando e Christian De Sica
Presentato a Roma "Il trono vuoto"

Ieri pomeriggio nel palazzo della Provincia di Roma in via dei Prefetti, Andrea Camilleri, Filippo La Porta e Curzio Maltese hanno presentato 'Il trono vuoto' di Roberto Andò (Bompiani, 234 pp., 16 euro). Tra il pubblico si sono visti Silvio Orlando, Christian De Sica, Beppe Scaraffia, Fabio Carapezza Guttuso, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Filippo La Mantia ed Eliana Miglio.

Curzio Maltese, Roberto Andò e Andrea Camilleri - Foto di Mario Pizzi da Zagarolo
Cliccare qui per vedere la fotogallery
 
 

Rainews24.it, 4.4.2012
Un nuovo libro ambientato nel passato dell'immaginaria Vigata
Camilleri torna nel paese di Montalbano

"Va bene, ma lei lo sa dov'è questa Pomerania?" "Nonsi. Ma con tutto 'sto viriviri' di cangia cangia che sta succidenno doppo la guerra, tra stati vecchi scomparuti e stati novi comparuti, chi ci accapisce cchiu' nenti?".
Messo a segno l'ennesimo successo in tv con la serie dedicata al giovane Montalbano, il prolifico Camilleri torna a farci ridere, sorridere e pensare con una nuova raccolta di racconti senza il commissario ormai più popolare d'Italia: 'La regina di Pomerania e altre storie di Vigata' (Sellerio).
Otto novelle, com'era stato per Circo Taddei, ognuna metodicamente articolata in quattro capitoli, tutte come le avventure di Montalbano ambientate nell'immaginaria Vigata, ma con un balzo indietro al tempo che fu.
E se le storie agguantano, piene come al solito di invenzioni, di colpi di scena, di situazioni assurde eppure capaci di raccontare un'epoca (pur senza seguire un filo cronologico, i racconti si articolano in un arco che va dalla fine dell'Ottocento ai primi anni Cinquanta) attraverso i casi quotidiani di una strampalata provincia, ci sono in questa raccolta, tra balli in maschera e presepi viventi, contrabbando di volpini e commerci di salgemma, personaggi in se' particolarmente riusciti.
A partire dallo spassoso e impassibile truffatore della novella che da' il titolo al volume, quel marchese Carlo Alberto Squillace del Faito, Console onorario di uno scombiccherato Regno provvisorio, la Pomerania appunto, ineffabile esportatore di cani 'in saldo', che trionfa gabbando senza pieta' l'intero paese, o meglio la sua classe dirigente, sindaco, notabili, piccoli imprenditori.
Non solo il marchese: indimenticabile è anche la bionda e bella Amalia protagonista di 'Di padre ignoto', un po' Cenerentola un po' Bocca di Rosa, naturalmente dotata di una purezza che nulla può sgualcire. O Cece' e Micheli, i due gelatai leali contendenti per amore e per dispetto.
Senza dimenticare l'asino fatato Curù, il cui vero nome è Mussolini, o l'apatico e alla fine crudele marchese di un'altra novella (L'Uovo sbattuto), che all'alba dei cinquant'anni scopre, perdendoci la testa, le gioie del sesso. Ironico, divertente, sempre piu' spesso amaro.
E' il solito Camilleri, che una volta di più sembra confermare una vena creativa senza stanchezze. Ancora di più nelle storie senza Montalbano.
 
 

Lettera 43, 4.4.2012
Camilleri scrittore distratto
Le 33 ultime storie evitabili dall'autore di Montalbano.

L'officina di Andrea Camilleri non chiude mai, niente ferie e nemmeno feste comandate. Ma a volte vien voglia di suggerire allo scrittore una piccola pausa. Va bene, per Camilleri la scrittura è ragione di vita almeno quanto le sigarette; va bene, il pubblico è ammalato di camillerismo; va bene infine che qualsiasi cosa Camilleri mandi in libreria vende, potenza di un vecchio comunista diventato brand: una sicurezza commerciale per gli editori in crisi.
IL CORO DEI CRITICI AL MAESTRO. Ma con Il diavolo certamente, che ha inaugurato la collana Libellule di Mondadori, alcuni lettori, anche affezionati dello scrittore di Porto Empedocle, potrebbero restarci male. L'idea in apparenza è notevole: 33 racconti di poche pagine, ognuno con un colpo di scena, una casualità che fa cambiare strada alla storia: un ictus diabolicus, un sogghigno che stravolge i fatti umani. Sarebbe questo il diavolo in agguato nei miniracconti cammilleriani. E la risposta della critica, come succede da tempo, è stata un basso continuo di elogi per il Maestro.
La banalità del male
Eppure nelle 33 storielle, con tutto il rispetto, si trovano un bel po' di incongruenze che fanno pensare a un'ideazione sciatta e frettolosa. Per esempio nel primo racconto, quello dei due filosofi rivali che aspirano al Nobel, uno dei concorrenti scrive un articolo così farraginoso contro l'avversario che finisce per favorirlo. Un aspirante al Nobel che non sa scrivere un articolo è una circostanza abbastanza inverosimile.
IL PENE E IL PANE DEL MONSIGNORE. In un altro episodio c'è un monsignore, ammirato da tutti come esempio di santità, che scrive in un articolo la parola «pane», ma il correttore automatico del software gliela cambia in «pene». L'imbarazzo lo porta a un altro lapsus: pronunciare durante un'omelia, invece di «diga» un'altra parola con un'altra consonante iniziale. Siamo lontani da certe trovate (quelle sì diaboliche) del Luigi Pirandello delle Novelle per un anno. E invece siamo vicini alla canzone popolare Dietro il monumento di Mazzini.
Parli del diavolo e spuntano le corna
D'accordo, il diavolo interviene oltre le normali leggi della verosimiglianza, a volte. Ma un racconto in cui due vecchi amanti si ritrovano grazie al fatto che uno dei due telefona all'altra imbroccando, per caso, tutte le cifre del suo numero di telefono è un po' eccedente: una trovata così non si legge nemmeno nel fogliettone più sciancato. Insomma questo diavolo che, leggiamo in quarta di copertina, sarebbe pronto a «scoperchiare la vita», sembra intervenire in contesti già parecchio a gambe all'aria, per esclusivo merito dell'autore.
MARITI BECCHI E MOGLI VIZIOSE. A meno che con l'espressione «il diavolo» Camilleri non intenda usare una sineddoche per nominare le corna.
Di corna in effetti nel libro ce ne sono a foreste. Molti racconti sono vicende di tradimento, secondo un immaginario erotico anni '50 fatto di alberghetti, pied à terre, uomini becchi e mogli viziose. Abbiamo tutto un repertorio del genere: per esempio il bimbo che mette un petardo nel talamo dei genitori, ma finisce per spaventare l'amante della madre. Oppure la storia del fratello buono e ricco e il fratello cattivo e scialacquatore. Il fratello cattivo, si scopre con gran sorpresa, è il vero padre della figlia del fratello buono.
CHE IL DIAVOLO SIA CAMILLERI STESSO? Si sa che l'inventore di Montalbano, proprio per la sua prolificità a volte è discontinuo nella qualità delle opere: anche ai camilleriani più accaniti sarà venuto di tanto in tanto il «pinzeru» che alcuni libri del Maestro siano pacificamente sottotono.
E mentre l'altra raccolta di racconti di Camilleri, La regina di Pomerania (uscito per Sellerio) sta gloriosamente in cima alle classifiche, Il diavolo certamente si allontana dalla vetta. Normali avvicendamenti, senz'altro. Ma il sospetto, l'anticamera diabolica della verità, suggerisce che stavolta Camilleri a Mondadori abbia rifilato il pezzo difettato.
Bruno Giurato
 
 

MagSeries, 4.4.2012
Prime anticipazioni sulle nuove stagioni de “Il Commissario Montalbano” e del suo spin-off da Carlo Degli Esposti

Sono due grandi successi di RaiFiction “Il Commissario Montalbano” e il suo spin-off “Il giovane Montalbano“, due cavalli di razza che la TV pubblica non può e non deve farsi scappare.
Infatti Carlo degli Esposti che con la sua Palomar produce entrambe le serie, in un’intervista rilasciata a Tv Sorrisi e Canzoni, ha confermato che i lavori per realizzare le nuovi stagioni delle due fiction sono già in corso. In merito al “Commissario Montalbano”, Degli Esposti ha dichiarato “Abbiamo iniziato le riprese dei nuovi quattro film e cioè Il sorriso di Angelica, Il gioco degli specchi, altri due tratti da altrettanti inediti di Andrea Camilleri che stanno per essere pubblicati da Sellerio. Il cast è quello degli altri 18 [22, NdCFC] film già realizzati con Alberto Sironi in regia e Luca davanti alla macchina da presa. Senza dimenticare tutti gli altri bravissimi attori, in particolare quelli siciliani. La Sicilia è la migliore fucina d’Italia. Guest Star? Posso anticiparvi Barbora Bobulova e Margareth Madè“.
Il produttore ha inoltre anticipato che ci saranno degli inaspettati sviluppi nella vita amorosa del protagonista, che coinvolgeranno la storica fidanzata Livia.
Per quanto riguarda “Il giovane Montalbano”, conclusosi la scorsa settimana su Rai1 con ascolti ottimi nonostante la pesante concorrenza sulle altre reti, confermando ulteriormente l’amore del pubblico italiano verso il personaggio di Camilleri, Degli Esposti si è mostrato entusiasta del successo riscosso dalla fiction: “è stata una scommessa vinta, ma non inaspettata. Credo molto nei miei prodotti e li realizzo solo quando mi sento sicuro del risultato. In questo caso si trattava di un progetto iniziato cinque anni fa. Ho aspettato finché non ho trovato l’attore giusto e cioè Michele Riondino” . Il produttore ha inoltre confermato l’intenzione di girare nuovi episodi: “Aspettiamo che Andrea Camilleri scriva delle storie. E credo proprio che lo farà …”.
Non resta che sperare che entrambi i progetti vadano avanti senza intoppi per arrivare sul teleschermo il prima possibile, in modo da poter rivedere presto Salvo Montalbano, Mimì Augello, Livia, Catarella e tutti i personaggi che animano il piccolo mondo di Vigata a cui siamo tutti tanto affezionati.
 
 

La Sicilia, 4.4.2012
Nuova location per le avventure del commissario Montalbano
A Torre di Mezzo s'indaga per fiction
Il sindaco: «Creeremo un database per i turisti che vogliono visitare i luoghi che fanno da set»

Si aggiunge una nuova location ai set cinematografici del commissario Montalbano. Oltre Punta Secca, dove la troupe della Palomar diretta dal regista Alberto Sironi è tornata a girare da qualche giorno, ci sarà anche Torre di Mezzo tra i siti scelti dallo scenografo lungo la fascia costiera di Santa Croce Camerina. E così il Comune camarinense diventa probabilmente il comune con il più alto numero di luoghi in cui si è girato Montalbano, sia quello con Zingaretti, come in questo caso, che quello "giovane" con Riondino. E anche per questo motivo il sindaco della città, Lucio Schembari, sta pensando a redigere un vero e proprio elenco con tutte le informazioni del caso in modo da creare una sorta di database che potrà servire anche per il futuro.
"Abbiamo fatto un rapido conto e abbiamo circa 12 location in cui si è girato Montalbano nel solo territorio di Santa Croce Camerina - spiega il sindaco - Per noi è una vera e propria opportunità". I film di Montalbano oltre ad avere un successo nazionale, con milioni di telespettatori, hanno trovato grande consenso anche in altri Paesi e sono divenuti nei fatti un validissimo veicolo promozionale.
"Siamo sempre più contenti e soddisfatti per gli straordinari riscontri positivi che il commissario Montalbano continua a scaturire - commenta ancora Schembari - Le nostre terre già bellissime hanno avuto l'occasione di farsi ulteriormente conoscere ed apprezzare. Dal "vecchio" Montalbano al "giovane" Montalbano, per tornare adesso nuovamente a Zingaretti, prosegue un percorso di grande promozione turistica e territoriale che ci gratifica e che ci fa abbracciare con sempre crescente entusiasmo quest'importante produzione. Parte della provincia di Ragusa ne ha beneficiato, creando attorno a sé quell'alone di magia che solo il cinema è in grado di dare".
Punta Secca è sicuramente entrata nell'immaginario collettivo, come ambita meta da sogno, col suo faro che vigile sorveglia sull'ombrosa "Vigata", accompagnando le avventure di Montalbano. Confortevole rifugio domestico, che apre le sue porte su una terrazza e su un panorama che tutti vorrebbero condividere. "Punta Secca è diventata per antonomasia la casa di Montalbano, e questo ha sicuramente influito sullo sviluppo e sulla popolarità che il borgo marinaro ha avuto negli ultimi anni - conclude Schembari - Una promozione destinata a salire e a crescere ancora negli anni, come dimostra il sempre maggiore successo che la serie Rai continua a riscuotere. Questo lembo di Sicilia si è giustamente riappropriato di una bellezza senza tempo e senza spazio, entrando nella percezione collettiva, anche dei tanti spettatori che mai hanno visitato queste zone, come un luogo vicino, familiare, cui affezionarsi e poi da amare".
Carmelo Saccone
 
 

Comuinicare il Sociale, 5.4.2012
Anziani inutili? Forse sì

C’è un racconto di fantascienza in cui si ipotizza che in una società estremamente progredita, e non in crisi, a sessanta anni le persone vengano uccise. Alla scadenza, al compleanno, gli individui si presentano in un istituto dove, appunto, si provvede ad eliminarli. Il principio che sottende è che in una società avanzata gli anziani sono inutili. Il problema è che sono considerati inutili anche in una società in regressione o che attraversa una crisi economica. La domanda allora sorge spontanea: ha ragione l’autore del racconto? I vecchi sono sempre e comunque inutili? La mia risposta è amara: forse sì. Il 2012 è l’anno dedicato all’invecchiamento attivo. Bene, devo confessare che non capisco iniziative di questo tipo, le ritengo cose astratte. La terza età per la maggior parte soffre di povertà e di solitudine. Lo Stato suffraga la solitudine? Pensa di poterlo fare? E’ un po’ come la giornata della donna… In tempi antichi, come dicevano i poeti, c’era la “orrenda vecchiaia”, ma nello stesso tempo gli anziani erano i depositari del sapere e della saggezza e la possibilità di trasmetterle – sapere e saggezza – alle generazioni a venire. Oggi di saggezza sembra non ci sia più bisogno, se ne fa tranquillamente a meno; il sapere, invece, si acquisisce attraverso internet, attraverso le favole che raccontano i politici oppure gli orrendi cartoni animati giapponesi mandati in onda dalle televisioni. I vecchi se hanno la fortuna di avere nipoti che li amano allora hanno sicuramente una ragione per la loro lunga esistenza, altrimenti… Per quanto, devo dire, quando vai a vedere a fondo le cose, ci sono Paesi in cui la geriatria è al potere. Ad esempio in Italia e anche in Cina, dove le cose ora stanno lentamente cambiando. Ciò che mi sento di dire, e lo faccio in tono dolceamaro, è: fate cose concrete per i vecchi, voglio dire non alterate a un ottantenne il suo equilibrio di vita. E per equilibrio di vita intendo dire minime cose ma che per lui sono importanti, cose come obbligarlo a farsi il conto corrente per la pensione mentre prima andava e riceveva i liquidi in mano. Devo aggiungere che non credo ai giovani che trovino un senso nelle persone della terza età, i giovani non ce l’hanno nemmeno per quelli della seconda; oggi il divario tra i giovani e i loro genitori con questo ritmo di vita è già enorme, figurarsi con le persone della terza età… E poi, i giovani hanno problemi più grossi degli anziani: se questi ultimi diciamo che in pochi anni provvederanno ad eliminarsi, i primi dovranno gestire il mondo che stiamo loro lasciando, non è cosa facile. Anche perché vedo che i giovani crescono squilibrati da quando l’assetto nel quale sono cresciuti per secoli, e cioè la famiglia – padre, madre e nonni – è stato completamente sconvolto. Questo significa che occorrerà trovare nuove forme di aggregazione, ma questo non mi preoccupa: sono sicuro che sapranno trovarsele da soli, di necessità, non sarà lo Stato a farlo per loro.
Andrea Camilleri
 
 

Sette – Corriere della Sera, 5.4.2012
Libri. In 25 parole
Tutto Camilleri
di Gianni Bonina (Sellerio)

Camilleri: gli uomini in divisa fascista che marciavano col passo romano erano ridicoli, le donne “in divisa fascista (sahariana) erano marziali, risolute e incutevano paura”.
Antonio D’Orrico
 
 

ANSA, 5.4.2012
RAI: MIPTV Cannes bilancio positivo,piace Giovane Montalbano
Piu’ 15 per cento rispetto allo scorso anno nonostante i tagli

Roma - Più 15% rispetto all’anno scorso: si chiude con un bilancio positivo per RAI, nonostante i tagli agli investimenti da parte di molti operatori del settore televisivo, il MIP TV di Cannes, il più grande e frequentato mercato del mondo di prodotti e format per la televisione. Lo rende noto Viale Mazzini facendo notare che “il titolo singolo che ha fatto registrare il maggior interesse è stato ‘Il giovane Montalbano’ venduto negli USA, alla rete MHZ, e in Australia ad AZTEC. Anche HBO America Latina ha manifestato un forte interesse verso Il giovane Montalbano.
[…]
 
 

La Repubblica, 6.4.2012
La campagna
CIE, la stampa ancora non entra
L'appello e la mobilitazione

Malgrado il divieto di accesso nel Centri di Identificazione ed Espulsione imposto dall'ex ministro Maroni fosse stato revocato dall'attuale ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, risulta ancora molto difficile l'accesso ai giornalisti nelle strutture dove vengono reclusi gli immigrati per il loro riconoscimento Una mobilitazione in Italia e in Europa è prevista dal 23 al 27 aprile prossimi

Roma - Centri di identificazione ed espulsione per stranieri: ancora difficile l'accesso ai giornalisti nonostante le rassicurazioni del ministero dell'Interno, denunciano i promotori della campagna "LasciateCIEntrare". Al via un appello e una campagna di mobilitazione in Italia e in Europa - dal 23 al 27 aprile prossimi - di fronte ai CIE contro le detenzioni amministrative.
La campagna "LasciateCIEntrare". E' nata a seguito del divieto di informazione nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) e nei C. A. R. A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) espresso nella circolare n.1305 del primo aprile 2011 firmata dall'allora Ministro dell'Interno Roberto Maroni, che bloccava l'accesso della stampa nei centri. Il 25 luglio giornalisti, avvocati, sindacalisti, moltissime associazioni della società civile hanno accompagnato "dal di fuori" parlamentari di diverse forze politiche in visita nei centri per migranti. Una mobilitazione civile e politica per affermare il diritto di poter sapere, conoscere e informare sulle condizioni di migliaia di migranti, uomini donne e minori presenti nei centri.
Ancora oggi non si entra, eppure... Da allora si è andati avanti e, a dicembre, la decisione del nuovo Ministro Anna Maria Cancellieri di sospendere il divieto è stata accolta con soddisfazione, perché raccontare ciò che avviene in queste strutture è un diritto-dovere di chi fa informazione. Eppure, ancora oggi la sospensione del divieto non rappresenta, de facto, la garanzia della libertà di informazione. Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate. Grazie all'attenzione di molti giornalisti, avvocati e attivisti sono venute fuori storie di persone rinchiuse ingiustamente, di errori giuridico amministrativi, di rivolte, di mancata assistenza, di trattamenti al limite del rispetto dei diritti umani e civili.
Le assurdità di quei luoghi. Si sono visti giovani nati e cresciuti in Italia chiusi in un CIE, poi liberati con una sentenza, perché i loro genitori "stranieri" avevano perso insieme al lavoro anche il permesso di soggiorno. Si sono incontrati potenziali richiedenti asilo, donne vittime di abusi sessuali o dell'ignobile tratta delle schiave, lavoratrici e lavoratori residenti in Italia da anni, la cui unica colpa è stata quella di aver perso il proprio posto di lavoro e di non averne trovato un altro in tempo utile. Si sono viste e sentite assurdità riguardanti le condizioni di lavoro di chi si occupa della loro vigilanza e assistenza. La domanda è: quanto questo sistema rappresenta un inutile costo per la pubblica amministrazione? C'è poi da chiedersi, al di là delle differenti estrazioni e posizioni politiche, quanto trattenere fino a 18 mesi migliaia di persone in luoghi come quelli, rappresenti un'ulteriore aberrazione di questo sistema e di queste procedure.
Le firme dell'appello. "La firma di tutti noi a questo appello - si legge nel documento del movimento "LasciateCIEntrare" - è per ricordare e ribadire insieme la volontà che la nostra democrazia non arretri di fronte a nessun muro. Nè quello dei diritti umani, nè tantomeno quello del silenzio e della censura.
Ecco le adesioni.
COMITATO PROMOTORE: […]
Hanno inoltre aderito.
Andrea Camilleri, […]
 
 

Il Sole 24 Ore, 8.4.2012
Posacenere

Poiché non ho mai guidato l’auto, è mia moglie a doversi assumere questo compito. Un giorno, fermi a un semaforo, scatta il verde. Mia moglie si allarga un po’ sulla sinistra, il signore dai capelli bianchi che guida l’auto a fianco scarta, le grida: «Asina!» e ci sorpassa. «Inseguilo e raggiungilo», dico a mia moglie. Lei mi guarda perplessa. «Ma perché? In fondo»... «Non discutere. Raggiungilo, sorpassalo e fermati davanti a lui». Mia moglie stavolta alza la voce. «Non mi va che tu ti metta a litigare». «Ma che litigare e litigare!», ribatto. «Io, a un signore che di questi tempi, invece di lanciare orrende offese a una donna al volante, si limita a darle dell’asina, voglio stringere la mano sperando di diventargli amico».
Andrea Camilleri
 
 

Il Sole 24 Ore, 8.4.2012
Letteratura e politica
La sparizione del segretario
Nel romanzo di Roberto Andò, «Il trono vuoto», un leader di un partito di sinistra italiano abbandona l’attività. E si fa metafora di un certo mondo
Roberto Andò, "Il trono vuoto", Bompiani, Milano, pagg. 180, € 17,00

Questo romanzo di Roberto Andò, Il trono vuoto, ha molti notevolissimi pregi, e non solo letterari, il primo dei quali è il tema portante, di certo inusitato e scivoloso, e cioè quello della vita politica in Italia ai giorni nostri. Vi ho ritrovato un’eco dell’impegno civile di certi romanzi di Leonardo Sciascia, come Il contesto. Un tema così complesso e impegnativo è stato trattato da Andò, suo secondo grande merito, con tanta elegante e accattivante souplesse che spesso il lettore volentieri si abbandona divertito al gioco paradossale delle scomparse e delle ricomparse, degli equivoci, degli scambi di persona, degli amori più o meno fugaci.
Un romanzo sulla politica dunque, e sulla politica italiana dei giorni nostri, ambientato poco prima dell’avvento dei quaresimalisti. Ma sbaglierebbe chi s’aspettasse di trovarvi una narrazione analitica e critica del recente passato vergognoso e obbrobrioso, anche se non vi mancano frequenti accenni. Perché quella di Andò è una profonda meditazione sulla crisi generale della politica della sinistra in Italia.
Entriamo nel merito dal punto di partenza. Perché nel romanzo Enrico Oliveri, il segretario del più grande partito di sinistra italiano, in caduta libera nei sondaggi, decide da un giorno all’altro di abbandonare tutto e di scomparire senza avvertire nessuno? E in concomitanza con le elezioni? Paura della sconfitta? Paura del dover affrontare le proprie responsabilità? Nel caso specifico, non precisamente, anche se Andò, attraverso le parole di un suo personaggio, individua nella paura la spiegazione del comportamento di tanta politica.
Da giovane, Oliveri, grande ed entusiasta cinefilo, avrebbe voluto ardentemente fare solo del cinema, ma non essendoci riuscito, ferito e profondamente disilluso, privato della sua ragione di vita, si “butta” nella politica che considera «il lavoro ideale per chi non vuole vivere». Ma fare politica si rivelerà essere, per lui, una progressiva perdita di senso, al punto tale da impedirgli persino di presentarsi sia pure come un attore davanti a un pubblico anonimo. Scompare nel tentativo di ritrovare altrove un motivo plausibile al suo continuare a esistere. L’approccio di Enrico Oliveri alla vita politica è stato un approccio decisamente tarato, falsato, non mosso da naturale passione o da sopravvenuto vero interesse. Però non credo che si tratti di un caso limite. Sono convinto che il degrado della politica, la perdita della sua funzione anche etica, sia da ricercarsi, in molti uomini politici, anche nella mancanza di una vocazione autentica.
Allora sorge nel lettore immediata la domanda. Come ha fatto un uomo senza sostanziali qualità, un uomo impagliato, direbbe Eliot, a scalare il vertice del suo partito? Forse perché il campo di scelta era formato da persone ancor più mediocri, più impagliate di lui? Di conseguenza, la prima domanda, e non da poco, che il romanzo sottende diventa questa: con quali criteri il gruppo dirigente di un partito diventa gruppo dirigente? A trovare una soluzione alla tragicomica situazione è il segretario di Oliveri, Bottini, suo alter ego. Bottini, saputo da Anna, moglie di Oliveri, che l’unico che forse possa intuire dove si sia nascosto il segretario è un misterioso Emani, prima di andarlo a trovare, si documenta su di lui. Apprende così che Emani è lo pseudonimo del fratello di Oliveri, Giovanni, un filosofo di un certo spessore da poco dimesso da una casa di cura per malattie mentali. Si reca nel suo appartamento e qui ha la sorpresa di trovarsi di fronte al gemello del segretario, identico all’altro, solo che il filosofo ha i capelli grigi. Vanno in trattoria e qui un giornalista politico scambia il filosofo per il segretario. Giovanni sta al gioco, e alla domanda del giornalista se i suoi capelli si siano ingrigiti a causa della malattia, risponde testualmente: «No, sono un messaggio agli italiani. Siate onesti, smettete di tingervi». Non è più tempo di menzogne, dunque. La risposta folgora tanto il giornalista quanto Bottini. Che, con l’aiuto di Anna e il divertito consenso di Giovanni, ordisce un piano a livello della follia del filosofo, vale a dire spacciare il filosofo come il segretario ritornato in piena forma dopo l’assenza per malattia.
Il piano riesce perfettamente. La novità delle parole del filosofo incanta, entusiasma e trascina. II partito rifiorisce, rinasce a nuova vita, conquista nuovi aderenti. E mentre il partito, nei sondaggi, riesce a scalare una sbalorditiva maggioranza, il vero segretario rinunciatario, rifugiatosi in Francia in casa di Danielle, un suo grande amore giovanile ora sposata con un regista, si rifà lentamente una vita anonima come attrezzista di cinema. In questa parte del romanzo, quella che racconta il ritorno di Enrico alla vita autentica, si trovano a mio avviso le pagine narrativamente più felici.
Ma qual è la sostanziale rivoluzionaria novità rappresentata dal filosofo?
La prima volta che parla in pubblico spacciandosi per il segretario scomparso, enuncia la teoria che politica e industria vivano speculando su catastrofi vere, presunte o inventate e come il suo partito ne sia stato complice; la seconda volta, in un direttivo sul problema delle alleanze, quando gli domandano il suo parere risponde canticchiando un’aria della Carmen dove però è implicita la risposta. Ma all’uscita da quel direttivo è più esplicito coi giornalisti citando Goethe e sostenendo che l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente. Poi c’è rincontro-scontro con il Presidente del consiglio durante l’attesa nell’anticamera del Capo dello Stato, e appresso il grande comizio davanti a una folla straripante che ormai delira per lui. Il finto segretario non pronunzierà una parola sua, dirà una poesia che Brecht compose durante l’esilio danese intitolata A chi esita.
Alla fine, la folla rimane un istante muta, poi esplode in un boato d’acclamazioni. Cito le parole conclusive dell’episodio: «molti scrissero che finalmente qualcuno restituiva dignità al senso di una lotta offuscata dall’impotenza e dalla mistificazione». E mi pare che proprio in queste parole sia condensato il messaggio politico del romanzo. Certo, un politico che facesse un comizio citando solo ed esclusivamente una poesia sarebbe considerato un pazzo. Infatti Giovanni è un pazzo. Ma è soprattutto un filosofo e sicuramente avrà letto e approfondito i testi giusti. Giovanni sa di sicuro che cos’è l’agire comunicativo di Habermas, quello dove i progetti d’azione politica non si basano su egocentrici calcoli di successo, bensì su atti dell’intendersi reciproco. E sono tanti gli atti dell’intendersi, senza bisogno perciò di scomodare Brecht. Ma quanti sono i politici nostrani disposti a imparare da un libro di alta filosofia politica?
Andrea Camilleri
 
 

Adnkronos, 10.4.2012
Mafia: Camilleri scrive a Cancellieri, sicilianamente grato

Racalmuto (Agrigento) - ''Caro ministro, la sua presenza a Racalmuto e' prima di tutto un gesto di attenzione sociale ma anche di squisita sensibilita' e io non posso che esserle sicilianamente grato''. Lo scrive lo scrittore Andrea Camilleri al ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri per ringraziarla della visita a Racalmuto (Agrigento) il cui comune e' stato di recente sciolto per infiltrazioni mafiose. La lettera di Camilleri e' stata consegnata al ministro Cancellieri dal presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante tra gli organizzatori della visita siciliana del ministro. ''La sua visita e' un atto concreto di sostegno a quanti lottano affinche' la malapianta della mafia venga estirpata'', ha scritto ancora il 'padre' di Montalbano.
 
 

Il Post, 10.4.2012
Spot
Andrea Camilleri da Gogol a Google

La pubblicità, l’abbiamo detto nel nostro primo post, riguarda un po’ tutti e tutto. Perché la pubblicità raccoglie e rielabora (a volte bene altre male) ciò che accade alla comunicazione intesa in senso più allargato. Se per molti è blasfemo pensare che la pubblicità possa (e secondo me debba) attingere pensiero e idee da altre forme di creatività (decisamente più “alte”), per me non lo è.
Grazie alla disponibilità della rivista ADV Strategie di Comunicazione, l’anno scorso ho avuto l’opportunità di chiacchierare proprio di creatività, linguaggi e comunicazione con personaggi straordinari. E oggi voglio iniziare a ripescare tra le loro parole per presentarvi una versione inedita (e spero interessante) dei loro pensieri. Tagliando solo quelle parti troppo da “addetti ai lavori” della pubblicità, poco adatte a un blog come questo. Come immaginerete se avete letto il titolo di questo post, voglio iniziare dal grande Andrea Camilleri. Prima di tutto una cattiva notizia: non ci capiterà mai di imbatterci in un blog a firma del Maestro. Ma non perché Camilleri sia un reazionario, anzi…
«(internet) la trovo sinceramente una grandissima conquista. Io penso che veramente tutto ciò che comporta un allargamento della comunicazione sia una conquista di cui ancora non ci rendiamo conto. Sono più che sicuro per esempio che tutto quello che è successo in Africa (Il riferimento è alla Primavera araba, NdR), questa sorta di miccia accesa non ci sarebbe stata senza questi potenti mezzi di comunicazione, non con questa velocità di accensione».
E allora perché lui non c’è?
«Lo sa? Ho 85 anni e mezzo!»
Lasciando da parte le nuove tecnologie, mi ha molto affascinato quello che Camilleri mi ha raccontato a proposito del difficile connubio tra creatività e razionalità. In pubblicità (in teoria) si deve usare la creatività per passare messaggi molto precisi. I pubblicitari non sono artisti, hanno paletti precisi da rispettare e un obiettivo da raggiungere. E i veri artisti, si sentono imbrigliati dalla razionalità?
«Tutt’altro. Può darsi che sia un’eredità dell’aver fatto teatro. Cioè a dire: per chi fa teatro i limiti nei quali far muovere i personaggi sono fondamentali, sono condizionanti, perché tu ti trovi dentro a uno spazio scenico che è la lunghezza, la larghezza, la curvatura del palcoscenico in cui ti devi muovere e che tu cominci a modificare con un sistema scenografico. È lì che avviene la decisione di come far muovere i personaggi all’interno di questo spazio. Questo, che era un problema registico (che poi si tramuta in un tema scenografico) è lo stesso sistema, lo stesso metodo che mi sono portato appresso quando ho iniziato a scrivere romanzi».
E grazie a questa influenza del teatro, mi ha raccontato il Maestro, prima di iniziare a scrivere disegna una vera e propria architettura del suo romanzo, molto precisa, da cui nasce un plot sintetico (tutto a memoria, non scrive appunti!). Solo alla fine prende la penna e libera la sua arte per dare corpo a tutta l’opera. O meglio, alle opere, visto che stiamo parlando di un autore che spazia dal cinema alla tv, dal teatro alla letteratura. Un artista eclettico. Per disciplina e per genere. Ero curioso di capire se ci fosse un motivo in questa varietà. E Camilleri mi ha spiegato.
«Certo, il motivo è semplice: la voglia di continuare a sperimentare e sperimentarsi. Che è anche una delle principali spinte a scrivere. Una volta che si è trovato un meccanismo ben oliato e che funziona si tende a far funzionare sempre quello. Ma così è un po’ noiosa la questione, non crede?».
Credo, credo. E approfitto dell’occasione per togliermi una curiosità, chiedendo a Andrea Camilleri chi sia il suo “collega” preferito.
«Gogol, che non è Google. E tra gli italiani Alessandro Manzoni».
Non voleva dirmelo, ma l’ho convinto a sbilanciarsi anche su scrittori contemporanei, e mi ha citato soltanto un titolo: Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo, «uscito un po’ di tempo fa e poi purtroppo subito dimenticato. Uno dei più grandi romanzi del Novecento».
Io mi fiderei…
Emanuele Nenna
 
 

RagusaOggi, 10.4.2012
Un successo tutto ragusano sulla televisione d'oltre Manica
Montalbano tutti i sabato alle 21 sulla BBC 4
Anche i nostri connazionali si riuniscono per vedere le puntate trasmesse dalla televisione inglese

Lo scorso Ottobre vi avevamo dato la notizia che il Commissario più amato d’Italia approdava in Inghilterra. Si tratta indubbiamente di un pregevole riconoscimento e di un grande successo per uno dei prodotti televisivi italiani più apprezzati degli ultimi anni; infatti il mercato televisivo d’oltre Manica è tra quelli meno esterofili del pianeta e ogni programma straniero che riesce ad esservi trasmesso è sempre un successo. Una spinta chiara per la Rai e Zingaretti che da pochi giorni sono tornati a Punta Secca per girare delle nuove puntate della serie.
La messa in onda di Montalbano "in chiaro su BBC4, in prime time e sottotitolata" sta veramente spopolando. A conferma dell’apprezzamento dell’Inspector Montalbano ci è arrivata un’e-mail di Italiani che vivono in Inghilterra e parlano di una “miriade di fans inglesi scaturitasi  dalla messa in onda su BBC4 settimanalmente de "Il Commissario Montalbano”. Le foto che Mario Macaluso e il suo amico Danilo Salonia ci hanno inviato testimoniano un "rituale" interessante; infatti trascorrono le loro serate di fronte al televisore in compagnia di amici per vedere proprio Montalbano sulla BBC4 e i nostri luoghi magnifici. Insomma si è creato così un ponte indissolubile tra l’Italia e l’Inghilterra.
E.M.
 
 

Wuz, 11.4.2012
Dentro il labirinto. Andrea Camilleri e il mistero della morte di Edoardo Persico
"Ho percorso tutto il labirinto e mi ci trovo ancora intrappolato dentro. Non mi è stato possibile dare una risposta certa nemmeno a una delle tante domande, perché ogni risposta ipotizzata apriva altri piccoli labirinti che conducevano ognuno ad altre domande."
In libreria dal 18 aprile

11 gennaio 1936.
Un uomo viene trovato morto nel bagno del suo appartamento.
Il suo volto cadavere viene ritratto da tre pittori, che lo raffigurano in modo differente.
È solo il vicolo cieco finale del labirinto dell'esistenza di Edoardo Persico, figura ambigua, protagonista culturale dimenticato di un'epoca di per sé poco limpida. Gli assassini sono agenti dell'Ovra, la polizia segreta per la repressione dell'antifascismo? si tratta di un delitto passionale il cui responsabile andrebbe ricercato tra le "amicizie particolari" che pare Persico frequentasse sebbene spostato e con figli? forse è un suicidio? oppure un semplice infarto?
Leggendo e rileggendo carte, documenti, testimonianze, successive ricostruzioni storiche, Camilleri tratteggia il contorno di una figura quanto meno misteriosa, inafferrabile, con lati segreti e poco documentati. Ambiguità, falsità, menzogne, un successo improvviso dopo una partenza modesta.
Un personaggio di riferimento per il mondo dell'architettura malgrado la sua scarsa attività in quest'ambito - addirittura condirettore con l'architetto Giuseppe Pagano della rivista Casabella -, perché? Viaggi e arresti frutto della sua fantasia, strumenti per coprire altre attività? oppure incarichi così segreti da non lasciare alcuna documentazione né prova della loro esistenza? Impegni diplomatici nei primi anni Venti o millantato credito? Incarichi ufficiali a Mosca nel 1924 per conto del governo?
Dopo una prima parte importante, in cui lo scrittore siciliano ricostruisce i fatti (reticenti e incompleti) così come è stato possibile fare, segue una seconda parte in cui la sua immaginazione, sulla base della realtà, ricostruisce una storia credibile - un noir verità - che risponde a tutti i quesiti sospesi e cattura il lettore.
Spunta tra le pagine l'ormai rarissimo Camilleri non vernacolare: nulla di siciliano in queste frasi e in questa storia.
Si avvicendano grandi nomi della cultura di quei decenni: Anna Maria Mazzucchelli, segretaria di redazione a Casabella e moglie di Giulio Carlo Argan, Riccardo Mariani, Bruno Zevi, Peirce, Aligi Sassu, Carlo Levi, Gobetti... a ognuno Camilleri attribuisce un ruolo.
Perché anche molti anni dopo la caduta del fascismo, quando teoricamente nessuno avrebbe dovuto più temere persecuzioni o ritorsioni dicendo apertamente quello che sapeva sulle circostanze della morte di Persico, i protagonisti di quella storia si tennero nel vago? "Forse perché l'omicidio, se omicidio vi fu, non venne commesso dalla polizia politica? E chi sparse la voce che era stata la polizia lo fece perché era veramente convinto che le cose fossero andate così o lo disse per depistare, per coprire i veri autori dell'omicidio?"
In contemporanea con l'uscita di questo libro, Skira pubblica, nella collana Mini Saggi, Profezia dell’architettura: 4 testi di Edoardo Persico al momento introvabili.
L'incipit
Uno
Quasi una premessa
Ho davanti a me le riproduzioni di quattro disegni che rappresentano il medesimo soggetto: la testa di un cadavere disteso sopra un tavolo d’obitorio. Si tratta di schizzi dal vero.
Il morto si chiamava Edoardo Persico. Era nato a Napoli, per un po’ di tempo aveva vissuto a Torino, poi, da qualche anno, si era stabilito a Milano.
Due dei disegni sono del pittore Gabriele Mucchi, e portano la data del 13 gennaio 1936, il terzo è del pittore Adriano Spilimbergo, il quarto del pittore Fiorenzo Tomea. Gli ultimi due, non contrassegnati da una data, di sicuro sono stati eseguiti tra il 13 e il 17, giorni nei quali il corpo è rimasto esposto all’obitorio.
I tre pittori erano fraterni amici di Edoardo Persico, venuto a mancare improvvisamente nella notte tra il 10 e l’11, un mese prima di compiere trentasei anni.
Giulia Mozzato
 
 

Il Sole 24 Ore, 11.4.2012
La zona franca rilancerà la Sicilia

Racalmuto (AG). Prima la visita in municipio, poi un omaggio alla statua di Leonardo Sciascia sul corso principale, quindi una visita al cimitero per deporre una corona sulla tomba dello scrittore e infine l'incontro pubblico alla Fondazione Sciascia. In circa un paio d'ore il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha toccato i luoghi simbolo di Racalmuto, il paese natale di Sciascia in provincia di Agrigento, il cui consiglio comunale è stato recentemente sciolto per mafia (insieme a quello di Salemi nel trapanese: il ministro ne ha incontrato una delegazione). È arrivata qui accogliendo l'appello di un gruppo di ragazzi di Regalpetra (per citare il nome che a Racalmuto attribuì lo scrittore), fatto avere al ministro tramite Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato nazionale alla legalità. La presenza del ministro dà speranza alla voglia di riscatto di un paese e di un territorio di cui si sono fatti portavoce i giornalisti Giancarlo Macaluso (Giornale di Sicilia), Felice Cavallaro (Corriere della Sera), Gaetano Savatteri (Tg5) e Egidio Terrana, direttore del periodico "Malgrado tutto" cui hanno collaborato lo stesso Sciascia, Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino. Racalmuto sarà governato per i prossimi 18 mesi da una terna di commissari i quali, come scrivono i quattro giornalisti «avranno il difficile incarico di recidere ogni legame tra la pubblica amministrazione e la mafia». E il procuratore antimafia Francesco Messineo, spiega quanto sia ancora forte il legame tra la mafia e la politica: «La mafia continua ad avere una forte presa e ad esercitare un ruolo nella politica, dove in ultima analisi contano i voti».
Per il ministro la società di Racalmuto deve seguire il modello di Confindustria «di Ivan Lo Bello, Montante e del presidente di Confindustria Agrigento Giuseppe Catanzaro. Anche Confindustria ha dato prova di voler reagire a Cosa nostra e ha avuto delle belle risposte. Il popolo di Racalmuto trovi lo stesso coraggio e io vi garantisco che lo Stato non vi abbandonerà mai». Poi citando una intervista a Sciascia del 1987, in cui lo scrittore diceva che la lotta alla mafia vera è quella compiuta in nome del diritto, il ministro ha detto: «Lo scioglimento del comune per mafia può essere un momento di rinascita. Ma dovete fare quadrato attorno alla commissione che lavorerà con intelligenza».
E poi racconta: «Quando mi hanno portato sul tavolo il decreto per lo scioglimento del Consiglio comunale di Racalmuto mi sono sentita male. Non è possibile mi sono detta, il paese di Sciascia, della cultura e della ragione in mano alla mafia? Poi ho letto le carte e ho dovuto ricredermi, era tutto vero». E incassa la disponibilità alla collaborazione di sindacati e imprenditori.
Ma la lotta alla mafia è fatta anche di cose concrete che il ministro non manca di richiamare: come il via libera alla Area franca della legalità nata su proposta di Confindustria Sicilia. «Un progetto molto interessante e intelligente» ha commentato il ministro. Un riconoscimento ad Antonello Montante che ormai da anni si batte affinché insieme alla lotta alla mafia vi siano azioni concrete per attrarre nuovi investimenti: in questo solco si iscrive il rating di legalità che è già legge e la zona franca di legalità che coinvolge 27 comuni di cui 4 in provincia di Agrigento (22 in provincia di Caltanissetta e uno nell'ennese) che potrebbero dare sostegno concreto alle imprese che si battono per la legalità e ai territori che hanno detto di no alla mafia e a ogni tipo di collusione con la criminalità organizzata: «Da Racalmuto – ha detto Montante – deve partire un modello per i territori simile a quello che è partito da Caltanissetta per le associazioni datoriali. Ringrazio il ministro Cancellieri per il suo appoggio al progetto dell'Area franca: questi territori hanno bisogno di investimenti. Potremo così dedicarci alla ricchezza del sottosuolo, del turismo e dello sfruttamento dell'energia solare». Montante ha letto poi una lettera che lo scrittore Andrea Camilleri (cittadino onorario di Racalmuto) ha indirizzato al ministro ringraziandola per la sua presenza nell'agrigentino. Il ministro ha chiuso il viaggio con una tappa a Porto Empedocle (il paese natale di Camilleri) dove ha visitato la casa di Luigi Pirandello e la statua del commissario Montalbano.
Nino Amadore
 
 

La Sicilia, 11.4.2012
Il fuori programma
A "Vigata" per respirare i luoghi di Montalbano

Porto Empedocle. Da Leonardo Sciascia ad Andrea Camilleri. Il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri avrebbe voluto anche immergersi nei luoghi di Luigi Pirandello, ma si è dovuta «accontentare» di un solo fuori programma, nel cuore di Porto Empedocle, nella Vigata camilleriana. Dopo avere pranzato in un noto locale di Realmonte, con vista sulla Scala dei Turchi, l'inquilina del Viminale ha chiesto al proprio gruppo di lavoro e scorta di recarsi nella cittadina che ha dato i «natali» al Commissario Montalbano. Qualche minuto prima era stato informato ovviamente il sindaco Calogero Firetto, il quale ha subito radunato anche altri rappresentanti delle istituzioni cittadine, come il presidente del consiglio comunale Luigi Troja. Tutti pronti intorno alle 15 ad accogliere il ministro Cancellieri, all'ingresso della via Roma. L'ex prefetto di Catania è stata accompagnata dove sorgono le statue a Luigi Pirandello e al commissario Montalbano. Cancellieri è un'amante della letteratura e ha proprio nelle opere di Pirandello e Camilleri due pezzi forti della propria biblioteca. Al cospetto dell'immagine in bronzo raffigurante il commissario di Camilleri, il ministro non ha mancato di sottolinearne il baffo. Da ottima intenditrice infatti ha ricordato come sia il caso di scindere il personaggio dei libri da quello della fiction televisiva. Proprio quello che spinse il sindaco Firetto e lo scultore racalmutese Agnello a forgiare il pezzo di bronzo da piazzare sul marciapiede di via Roma con baffi e anche capelli. Preso atto della curiosa postura della statua, appoggiata a un lampione, il ministro ha salutato tutti ed è andato via. Quasi certamente avrebbe voluto fare tappa al Caos, alla casa natale di Pirandello, ma il programma pare sia cambiato in corso d'opera. La voglia del ministro di respirare l'aria respirata da Camilleri, Pirandello e prima ancora Sciascia era stata ampiamente soddisfatta.
Francesco Di Mare
 
 

AT Casa, 12.4.2012
In libreria il 18 aprile
Dentro il labirinto della morte di Edoardo Persico. Conduce l'inchiesta, Andrea Camilleri

L'11 gennaio 1936, in pieno fascismo, Edoardo Persico viene trovato morto nel bagno della sua abitazione. Inginocchiato con la testa in una bacinella (che poi misteriosamente sparisce dai verbali). L'appartamento è a soqquadro. ...Stroncato da un infarto o assassinato, come sussurravano alcuni dei suoi amici? E in questo caso, era un omicidio politico o un delitto passionale?
Andrea Camilleri conduce un'indagine in prima persona (Dentro il labirinto, Narrativa Skira, in libreria il 18 aprile 2012 in contemporanea con La Profezia dell'Architettura, Mini Saggi Skira, che raccoglie i quattro testi fondamentali di Persico, introvabili) e con il suo intuito di grande narratore ("non uno storico, non un ricercatore, ma solo un romanziere") arriva a una soluzione originale.
Prima domanda: in realtà, è più una curiosità... Come mai proprio Edoardo Persico? In fondo, è una storia molto milanese, legata ad ambienti architettonici e alla rivista Casabella, ancora avvolta dal mistero della sua morte. Come ha "scovato" questa storia?
Mi sono sempre interessato a quella che è stata la mia contemporaneità nell'arte e nell'architettura e conoscevo la figura di Edoardo Persico. Diversi anni fa mi raccontarono dei tanti dubbi sulla sua morte. E la sua fine mi ha dato l'input per saperne di più sulla sua vita. Che è stata veramente enigmatica.
Quanto c'è di romanzato nel racconto?
È ambientato negli Anni 30, gli stessi della mia gioventù. Ho inventato qualche scena: il commissario che gioca con la Parker tra le dita per citare un progetto che fu realizzato a Milano.
Entrando nel lavoro del personaggio, e al tempo stesso nel settore di nostro specifico interesse, come valuta i progetti di Edoardo Persico? L'arredo Anni 30 corrisponde a una sua idea di casa borghese e di "salotto buono"?
Per quel poco che ho potuto vedere dai disegni e dalle foto delle istallazioni di Persico, perché di questo in realtà si trattava, le trovo esemplari. Per l'essenzialità delle linee e l'eleganza dei dettagli. E anche per certi materiali innovativi adoperati. L'arredamento degli anni Trenta è quello in cui io sono nato e vissuto. Le case eleganti di quel periodo considerate à la page sono i primi ambienti della mia memoria e a quelle sono rimasto idealmente legato.
Esiste una sorta di commessa, per la collana Skira per cui ha scritto, o le storie nascono così e prendono forma sempre nel solco del romanzo di ambientazione storica e in particolare storico-artistica?
No, non esiste nessuna commessa. Esiste solamente una bravissima editor, Eileen Romano, che sa cogliere al balzo certe mie curiosità e poi con un lavoro certosino portarmi tante "pezze d'appoggio" per costruire i miei romanzi.
Se posso permettermi, per concludere, entriamo nel privato: che rapporto ha Camilleri-scrittore con la dimensione domestica? Lavora in casa, in salotto o in studio?
Solo negli ultimi tempi ho un mio studio. Con una scrivania del mio catanonno, una libreria moderna, tanti quadri e disegni dei pittori a me contemporanei e un grandissimo “bando” da cantastorie siciliano. L'urgenza del lavoro è sempre stata più importante del luogo; potevo lavorare tanto in cucina che in salotto. Credo che un narratore non abbia bisogno di un ambiente ad hoc per la sua narrazione.
Benedetto Marzullo
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 12.4.2012
La Sicilia in cerca d'autore
'Troppi libri e pochi scrittori. Cala il sipario su un'epoca'

«Con la morte di Vincenzo Consolo è calato il sipario su un secolo e mezzo di grande letteratura siciliana. Chiusa quell'epoca, non si riesce però a intravedere come saranno i nuovi scenari narrativi. E se ci saranno. Intanto, mi guardo intorno e scruto il deserto. Tanti libri, troppi libri, ma non vedo scrittori. Solo uno mi sembra che abbia le potenzialità per emergere. È il palermitano... ». Salvatore Silvano Nigro, fresco del successo del suo libro sul Gattopardo "Il principe Fulvo" (Sellerio) delinea questo scenario quasi apocalittico. Non diremo però subito chi è l'autore che per il critico catanese potrebbe dare un senso all'eterea narrativa isolana. Lo faremo in seguito, come punto di arrivo - e di speranza - di un ragionamento che parte da lontano. Diceva di Consolo? «Che con la sua morte si è definitivamente sfilacciata quella rete ordita da Leonardo Sciascia. Scrittori come Consolo, ma anche come il diversissimo Camilleri, vengono fuori entrambi dal "Consiglio d'Egitto"; il primo persegue la missione di smascherare l'impostura, il secondo inventa una sua lingua - che poco c'entra con il siciliano - così come aveva fatto l'abate Vella. Anche Bufalino, raffinato scrittore liberty, era in qualche modo legato al traino sciasciano. Adesso viene meno quella radice comune che poteva far pensare a una scuola siciliana». Dove sta la grandeur dell'autore de "Il contesto"? «Nelle opere che ha scritto, nel suo impegno civile e morale e per tutto quello che ha fatto con la Sellerio». La Sellerio però non ha promosso letteratura siciliana. «È vero, ma ha fatto letteratura, e ottima letteratura, in Sicilia. Ha sprovincializzato la nostra cultura e ha portato il nome dell'Isola nel mondo». La Sellerio per fortuna c'è sempre, ma, a suo dire, la letteratura siciliana non c'è più «Proprio così. Oramai ognuno va per conto proprio, senza padri e senza punti di riferimento. Ci sono tante voci, perfino troppe, ma molte sono stonate. Il problema è nazionale. È tutta la letteratura italiana che è senza qualità». Che succede? «Si è dissolta la tradizione e ognuno procede in ordine sparso. Fino a Consolo c'è stata una certa continuità di quelle radici che partivano da Verga, passando per De Roberto, Pirandello, Brancati, Lampedusa, Sciascia. E senza radici si muore». È la Sicilia messa male o l'inaridimento coinvolge tutti? «Qui la crisi si vede di più perché eravamo abituati troppo bene. La letteratura siciliana ha nobilitato tutto il Novecento. Ma anche nel resto d'Italia vedo nero: si traducono troppi romanzi stranieri. La globalizzazione sta stritolando la nostra creatività». Quindi le case editrici sul banco degli imputati? «Sì. Solo le piccole cercano nuovi talenti. E appena ne trovano qualcuno le grandi glielo soffiano. Ormai non si cerca di fare un bel libro, ma si scimmiottano generi in cerca del best seller. Scopiazzature e sfruttamento di filoni fino allo sfinimento. Saghe familiari che interessano solo ai parenti degli autori, malattie mortali, catene di sciagure, sentimenti traboccanti. Così le librerie vengono invase da una valanga di testi scadenti che durano lo spazio di una settimana. Poi mancano gli editor, gente come Calvino, Ponchiroli, Vittorini, che guidavano per mano i giovani scrittori, che fiutavano chi era posseduto dal sacro furore della scrittura. Quelli che scrivevano per necessità. In Italia forse solo la Sellerio e l'Adelphi fanno ancora libri con criterio artigianale. Con persone cresciute all'interno che interpretano a occhi chiusi il proprio ruolo. Che dire poi dei librai, un tempo grandi lettori pronti a consigliare i lettori e oggi in gran parte mestieranti?». Gli scrittori siciliani, anche i grandi, hanno avuto sempre un rapporto difficile con la modernità. Bravi a rappresentare il presente ma incapaci di proiettarsi nel futuro. E oggi? «Il discorso va allargato al fatto che l'Italia non trova una collocazione nella modernità, strozzata com'è dai titanici interessi della globalizzazione. Ormai non siamo più né un paese contadino, né un paese industriale. E nemmeno quel paese mollemente borghese raccontato da Brancati. Non c'è più l' aristocrazia e il proletariato esiste solo come manovalanza mafiosa. Forse non sappiamo più cosa siamo. Mancando un contesto definito, gli scrittori vagano in una collocazione generica che non li aiuta a capire e a raccontare. Così i nostri autori prendono a prestito un modello straniero e lo copiano. Anche per descrivere l'attuale politica di intrallazzi di quart'ordine». E tutti si rifugiano nel giallo alla Camilleri. Una deriva «Camilleri ha dato vita a un mondo che esprime una grande vitalità. I suoi epigoni però sono di una mediocrità esasperante. Io che scrivo i risvolti di copertina dei libri di Camilleri che pubblica la Sellerio, sono sommerso di manoscritti di suoi emuli che scrivono in dialetto pugliese e perfino sardo». Cosa potrebbe raccontare un giovane scrittore oggi? «Il mondo dentro cui vive, come hanno fatto i grandi del passato, che erano impregnati della realtà che li circondava. Chissà cosa potrebbe uscire fuori dal quadro desolante di oggi: precariato, disoccupazione, stenti, sfratti. Se qualcuno riuscisse a far diventare letteratura le proprie esperienze sarebbe un grande risultato». Ci sono tanti autori che hanno narrato queste cose. «Sì, ma senza il fuoco della scrittura». Perché manca questo fuoco sacro? «In Italia non si legge più. Mi piace ricorrere a un paradosso: l'italiano è l'unica lingua che non si studia in Italia. Dietro la crisi della letteratura c'è la crisi della scuola. Dove non si studia come si dovrebbe, dove non si scrive quanto si dovrebbe. E moltissimi scrivono senza avere mai letto. A una ragazza che mi proponeva un manoscritto ho chiesto quanti libri avesse letto. "Nessuno - mi ha risposto - perché non voglio essere influenzata". Capisce?». Come rimediare? «Faccio una proposta alla Regione. Regalare a tutti gli studenti siciliani "I viceré" di De Roberto. Un libro immenso che racconta il passato e che è anche specchio di questo mostruoso presente impregnato di affarismo e trasformismo. Un libro feroce e sgarbato che può insegnare a leggere, a scrivere e che è un anticorpo contro la malapolitica». Perché nessuno ha saputo raccontare in un grande romanzo la stagione delle stragi? «Forse perché la saggistica e la memorialistica sulla mafia hanno finito con il monopolizzare la tematica». A proposito chi è il quarantenne scrittore palermitano che potrebbe farcela? «Giorgio Vasta».
Tano Gullo
 
 

Il Secolo XIX, 12.4.2012
Izzo: «Così papà uccise il suo Montale»

Genova - Il ciclo di incontri “Città del noir”, a Palazzo Ducale di Genova, stasera alle 21 fa tappa a Marsiglia. A parlare del suo simbolo, Jean Claude Izzo, lo scrittore scomparso nel 2000, e dei suoi romanzi, sarà il figlio Sébastien, che si sta dedicando a mantenere viva l’opera del padre sia attraverso il sito internet “J’ai Marseille au coeur”, sia attivandosi in varie manifestazioni, come questa di Genova, che parlando di noir mediterraneo trae spunti per riflettere sulla multiculturalità delle grandi città portuali. «Marsiglia da sempre accoglie sulle sue sponde gente proveniente da tutto il Mediterraneo» sottolinea Sébastien Izzo «ha scritto mio padre in “Chourmo”: “Quando non si ha niente, avere il mare, il Mediterraneo, è molto.” Anche lui era figlio di un emigrante, Gennaro Izzo, giunto ragazzino a Marsiglia dalla Campania».
I libri di Izzo, e in particolare la sua trilogia marsigliese, “Casino totale”, “Chourmo” e “Solea”, sono stati pubblicati in Italia, da “E/O”, solo tra il 1998 e il 2000, quando l’autore aveva già chiuso con la serie, uscita in Francia tra il ’95 e il ’98. Grazie a quei romanzi la malavita di Marsiglia, con i suoi clan, è entrata nell’immaginario collettivo.
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«Mio padre non amava i personaggi seriali, aveva concluso la storia di Montale, che nel terzo libro è ormai un ex-poliziotto, e si comprende che la parabola esistenziale di quel personaggio era giunta alla fine».
Lo aveva stufato?
«Aveva altre cose da dire, come ha dimostrato con il suo ultimo romanzo, “Il sole dei morenti”, uscito nel settembre del ’99, pochi mesi prima di morire per un tumore al polmone».
Se non amava i protagonisti fissi, non sarà stato un fan di Maigret.
«Infatti, Simenon non era fra i suoi autori favoriti. Però faceva un’eccezione: gli piaceva il commissario Montalbano di Camilleri. È un personaggio che ha qualcosa in comune con Fabio Montale: entrambi amano la buona cucina e hanno una connotazione sociale che si ispira ai valori della sinistra».
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Daniela Pizzagalli
 
 

Kataweb TvZap, 12.4.2012
Detective mon amour, l’irresistibile categoria
Sono i padroni indiscussi del piccolo schermo: da più di 60 anni i detective, astuti, intuitivi, razionali, serissimi o spacconi. Figure complesse e affascinanti che avvincono lo spettatore

Avvocati e medici ci provano, ma, tranne qualche raro caso, come Gregory House o Perry Mason, non riescono a rubar loro la scena. I detective sono, da più di sessant’anni, i padroni indiscussi del piccolo schermo.
Tutto cominciò grazie ad Edgar Allan Poe. Il maestro della letteratura gotica nel 1841 scrisse “I delitti della via Morgue”, in cui compare Auguste Dupin, primo detective della storia. Dotato di grandi capacità deduttive, a lui si ispirò qualche decennio più tardi Sir Arthur Conan Doyle per creare l’investigatore più famoso di tutti i tempi, Sherlock Holmes, che fa la sua prima apparizione in “Uno studio in rosso” del 1887. Da allora, visto il clamoroso successo di pubblico, altri scrittori hanno dato vita a detective entrati ormai nell’immaginario collettivo: Agatha Christie con i suoi Miss Marple e Hercule Poirot, George Simenon creatore del commissario Maigret, Rex Stout con Nero Wolfe, Raymond Chandler fino ai nostrani Camilleri con il commissario Montalbano e Carlo Lucarelli.
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Il fronte interno
Anche in Italia abbiamo figure che sono entrate nell’immaginario collettivo: il re dei detective nostrani è senza dubbio la creatura di Andrea Camilleri Salvo Montalbano, il commissario siciliano amante del cibo, del mare, della sua compagna Livia, irascibile, impulsivo ma onesto ed infallibile nelle indagini, che ha appassionato il pubblico sia nella versione adulta interpretata da Luca Zingaretti, sia nella recente versione giovane con Michele Riondino protagonista.
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Valentina Ariete
 
 

Cultura Spettacolo, 13.4.2012
Recensione del libro “La Regina di Pomerania e altre storie di Vigata” di Andrea Camilleri (Sellerio)

“La Regina di Pomerania e altre storie di Vigata” è una raccolta di otto racconti in cui ancora una volta Vigata non è solo il paradigma di una terra che conserva nel tempo connotazioni inconfondibili che sono la cifra di una inalterabile sicilianità, ma diventa palcoscenico del mondo in cui ambiguo protagonista è il caso, che con la sua feroce ironia determina i paradossi comici e amari di cui spesso la quotidianità è dispensiera. Così l’amorosa tragedia di Giulietta e Romeo scende dai cieli poetici di Shakespeare alla farsa sgangherata del tirapiedi che, avendo dell’eterno femminino un concetto a sua dimensione, manda “a schifio” il grande amore. Viceversa, una “epidemia” di lettere anonime che coi suoi veleni scompiglia famiglie e reputazioni può, in qualche caso, rafforzare amore e rispetto.
L’imprevedibile banalità del male e l’altrettanto imprevedibile alternativa di un bene che nasce inaspettato da cause contrarie è la cifra costante, il razzo finale che suggella ogni racconto. Il vecchio asino odiato perché si chiama Mussolini diventa una benedizione per la famigliola le cui sorti girano intorno a un paio di scarpe nuove conservate come un talismano. Viceversa, l’eleganza raffinata e il fascino dell’esotico possono abbindolare senza difficoltà chi troppo punta sull’apparire per preoccuparsi della sostanza. Camilleri si diverte a stupire il lettore scardinando certezze, capovolgendo situazioni, strappando maschere, ridendo di ripicche e puntigli spacciati per punti d’onore. La sua verve ironica ha a specchio quel suo caratteristico linguaggio che, con la sua divertente patina di sicilianità, è diventato ormai familiare in tutto il Paese.
Sergio Palumbo
 
 

La Stampa, 13.4.2012
Dall'Oval all'aeroporto
I grandi libri italiani atterrano a Caselle
Diciotto «totem» celebrano la letteratura dal 1988 ad oggi

Torino. Sei lì che stai per decollare e a salutarti, oltre a parenti e amici, ci sono pure Alessandro Baricco e Susanna Tamaro. Complice un pezzo di Salone del Libro in trasferta nell’aeroporto di Caselle, terminal partenze, per la precisione.
E, se anche non c’è l’abito di Angelica del «Gattopardo» e neppure la bici di Don Camillo o il sidecar di Gadda, la memoria va all’edizione 2011 della fiera e alla mostra «1861-2011. L’Italia del libri», curata da Gian Arturo Ferrari. È vero, manca il comparto ludico e scenografico, ma il cuore c’è, quello sì, issato, come un vessillo, su 18 mega totem, che portano l’effigie di Giorgio Bocca e Andrea Camilleri, Piero Citati, Giuseppe Pontiggia. E via citando, dalla letteratura italiana dal 1988 al 2012.
[…]
Silvia Francia
 
 

Elapsus, 14.4.2012
Andrea Camilleri omaggia Edoardo Persico

Lo so, leggendo il titolo di questo post vi starete chiedendo: «chi diavolo è Edoardo Persico?» – e probabilmente, al posto della parola «diavolo», ne avete adoperata una che identifica un preciso “dettaglio” anatomico maschile.
Edoardo Persico è stata una meteora nella cultura italiana degli anni trenta. Critico d’arte che ha sostenuto e lanciato il Gruppo Sei di Torino si è poi, via via, dedicato prevalentemente all’attività di critico d’architettura, arrivando a dirigere con Giuseppe Pagano la rivista «Casabella». Grafico raffinatissimo, autore di memorabili progetti espositivi e di interni, multiforme animatore culturale, amante della letteratura, Persico ha segnato un’epoca della critica d’architettura italiana.
Difficile è stata la sua vita coniugale almeno quanto la precarietà economica che ha patito, la sua breve vita è cessata nel 1936 in circostanze misteriose. Molto misteriose. E qui arriva Andrea Camilleri.
Nell’ultimo numero di «Casabella» l’editoriale è affidato alle parole stralciate dall’ultimo libro dello scrittore siciliano, Dentro il labirinto. Un libro, questo, che, apprendo da «Casabella», «è diviso in due parti. Nella prima Camilleri ha raccolto le informazioni disponibili riguardanti la figura di Edoardo Persico e la sua morte misteriosa e prematura. Nella seconda ha trattato il labirinto che queste informazioni disegnano come un’occasione narrativa». Camilleri descrive la morte di Persico legata al suo antifascismo intransigente, secondo l’opinione più diffusa. Il critico napoletano venne trovato morto nella vasca da bagno della sua modesta abitazione milanese. Aveva trentacinque anni.
Alessandro Mauro
 
 

LiveSicilia, 14.4.2012
Tutto Camilleri
Gianni Bonina (Sellerio Editore, pp. 836, € 26).

La più completa rassegna sull’opera dello scrittore siciliano, ad opera di un altro siciliano. Oltre a riportarne la vita, Bonina analizza il lavoro di Camilleri, inscrivendolo nel filone della grande tradizione letteraria italiana e isolana. Riassume le trame di tutti i romanzi, divisi per anno, intrecciando il commento critico con una intervista fatta allo stesso Maestro di Vigàta, nella quale l’autore commenta la genesi e i meccanismi interni dei propri scritti. Un saggio che ci restituisce Camilleri nella sua totalità e soprattutto nella sua autenticità.
Roberta Impallomeni
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 14.4.2012
La letteratura è donna
'Macché crisi, le scrittrici sanno raccontare i siciliani'

Intervistato da Tano Gullo, come sempre Silvano Nigro dice verità sacrosante sullo stato della letteratura siciliana, orfana dei suoi padri putativi, ma stavolta aggiunge anche qualche socratica "opinione corretta", forma cioè di una conoscenza riflessa e mediata, anzi dimidiata. Quando sostiene che la Sicilia è oggi priva di scrittori, si rifà a una triade (Sciascia-Bufalino-Consolo), la mancanza di eredi della quale sarebbe origine e causa del vuoto, come se soltanto in presenza dei loro cespiti letterari si sarebbe potuto parlare di autori legittimi e certificati.
Ora, tralasciando come non si tratti di una trinità indivisa ma di tre nomi, loro sì, diversissimi (basti pensare al decadente Bufalino attestato agli antipodi rispetto al realista Sciascia e al visionario Consolo) e non considerando quanto la vecchia scuola non possa prescindere almeno da D'Arrigo e Lampedusa, forse superiori alla stessa sacra triade, Nigro non solo dimentica se stesso (costituendo egli per primo il magistero letterario-saggistico più avvertito e avanzato: e "Il principe fulvo" ne è l'ultima prova) ma anche e soprattutto «il diversissimo» Camilleri, che di diverso in realtà ha la sola stagione agonale. Sicché Camilleri è, fuor di ogni dubbio, l'erede più facilmente riconoscibile dell'intero patrimonio sciasciano, che comprende anche l'immenso asse pirandelliano, ma non solo di esso. È pure, se non l'erede, certamente un legatario della lezione verghiana e quindi il portatore della sintesi più riuscita dei due grandi dioscuri della tradizione siciliana, Verga e Pirandello appunto, dai quali discendono tutti gli scrittori siciliani, divisi tra chi osserva il mondo e si fa sociologo e chi scruta il proprio animo e diventa psicologo. Così stando le cose, diversificando la sua opera fino alle punte estreme delle possibilità sperimentalistiche, Camilleri è riuscito a fare tesoro di ogni esperienza passata ed ha portato la letteratura siciliana alla sua massima espressione. Se del resto ha venduto da solo molto più di tutti gli altri insieme, il teorema è già risolto. Altro, dunque, che vuoto di autori. Dice: tolto Camilleri non c'è altro, o meglio: c'è solo Vasta.
Vasta è semmai la platea degli autori emergenti e affermati, mai così folta in verità, nemmeno al tempo della grande triade. Il migliore catalogo (pure incompleto) è questo: Silvana Grasso, Silvana La Spina, Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa, Melissa P. (sì, anche lei, perché no?), Tea Ranno, Elvira Seminara, Viola Di Grado, Maria Attanasio... Con uno strabiliante fatto nuovo: il rovesciamento del genere, per cui sono donne le interpreti migliori della Sicilia, essendo rimasti gli uomini (da Alajmo a Seminerio a Piazzese, per citare i più significativi) legati a un canone di rilettura della realtà siciliana che si serve di strumenti narratologici ormai superati dalla docu-fiction.
Spinti, per dovere o richiamo ontologico, a spiegare la Sicilia della mafia e dei suoi guasti sociali, gli scrittori siciliani di oggi (le poche donne engagé comprese; e compreso anche Camilleri), tutti nipotini di Sciascia, si sono dovuti arrendere di fronte all'inutilità della prestazione, dopo che la mafia e la Sicilia più autentica sono state rivelate, da Buscetta in poi, in modalità analogica, dai pentiti ai magistrati. Un conto era la Sicilia indistinta di Sciascia, che poteva immaginare la mafia con la reale possibilità di risultare divinatorio, un altro è la Sicilia di oggi le cui chiavi sono in mano ai saggisti e non più ai narratori.
Libere invece da questi codici ermeneutici, le scrittrici siciliane si sono dedicate a raccontare non più la Sicilia ma i siciliani, facendo uso di mezzi riconducibili al coté che da Pirandello porta dritto a Bufalino: il vicolo, la malattia, la memoria, l'espressionismo gergale, il gusto, l'amore, la famiglia, la giovinezza. Siamo, come si vede, lontani da Sciascia e dalla verghiana sociologia della zolla. O forse risiamo a Maria Messina e quindi proprio a Verga. Siamo comunque ben dentro una sfera che possiamo definire camilleriana, che tutto comprende e rigenera, sospesa in un'epoca di transizione, tra epica ed epopea, favola e resoconto, metafora e metonimia: in una parola, nel pieno di una litote, che è il modo più attuale di dire le cose.
Gianni Bonina
 
 

Il Sole 24 Ore, 15.4.2012
Posacenere

La scarsa levatura di un uomo politico talvolta la si cerca di compensare con la frase: «però è una persona onesta». A me sembrano parole prive di senso. Mi suonano come se si dicesse che un tale è un mediocre, però in compenso ha due braccia e due gambe. L’onestà dovrebbe essere la conditio sine qua non dell’uomo politico. E per onestà intendo soprattutto la repulsione istintiva e ragionata a vendersi o a voltar gabbana per una mazzetta o per una carica di prestigio. Non dico d’arrivare a Cavour che si faceva scrupolo d’accettare in regalo una carpa pescata in acque demaniali. Gustatevi pure la carpa, buon prò vi faccia, ma fermatevi lì, non pretendete di mangiarvi da soli tutti i pesci pescati in acque dello Stato.
Andrea Camilleri
 
 

Il Sole 24 Ore, 15.4.2012
Edoardo Persico / 1
La soluzione di un giallo
Dopo aver verificato documenti e veline, Andrea Camilleri si affida all’estro narrativo per ricostruire la vita e l’enigmatica morte dell’irrequieto pensatore e critico d’arte

All’indomani della morte di Edoardo Persico, avvenuta a Milano nel gennaio del 1936, tre pittori ne ritraggono il volto. Due di essi, Adriano Spilimbergo e Fiorenzo Tomea, restituiscono una serena compostezza; il terzo, Gabriele Mucchi, sottolinea un particolare inquietante: la bocca è spalancata, nonostante il vistoso fazzoletto sistemato tra il sottomento e la sommità del capo per tenerla chiusa. Il confronto fra le immagini rende subito evidente che c’è qualcosa di anomalo, qualcosa che sfugge all’attenzione dei più. Ed è proprio questo il dato da cui prende le mosse l’indagine su Persico, raccontata con magistrale suspence e con una non minore dose di pietà da Andrea Camilleri in Dentro il labirinto: un libro –va detto subito– che si legge con l’aspettativa di un giallo, ma che è assai più di un giallo, oserei dire uno spaccato d’epoca, tanto è limpida la sequenza dei microfatti che si intrecciano alla storia maggiore, tanto è serrato il concatenarsi dei tempi e dei luoghi che interessano la successione dei capitoli, così ricca di sfumature è la platea dei personaggi che entrano ed escono da questa controversa vicenda.
Persico è figura ideologicamente enigmatica nella Milano degli anni Trenta (cattolico e antifascista, amico di Gobetti e di Carlo Levi, che pure lo ritrasse) e Camilleri non risparmia alcun particolare nel dare conto dei suoi multiformi interessi: critico d’arte, esperto di architettura, condirettore di «Casabella», guida per le generazioni di artisti e poeti. Oltretutto ha un passato nebuloso e tutt’altro che lineare: viene dalla Napoli crociana, vive per qualche anno nella Torino della Fiat e della «Rivoluzione Liberale», approda nella Milano del Caffè Craja e del Savini per poi terminare i suoi giorni forse nella maniera più inadatta. E, in più, ponendo il problema di stabilire i perché: morto per cause naturali o assassinato o addirittura suicida? In effetti, che la sua scomparsa prematura sia stata un evento traumatico e indecifrabile era già chiaro nei suoi contemporanei. Basti leggere il volumetto di testimonianze che gli amici pubblicarono presso le officine grafiche Lucini: un inventario di occasioni perdute e di tristi rimpianti, ma anche un elenco di insidiose congetture.
Quel che scrissero gli amici, il clima di quei giorni drammatici e pericolosi si fa materia narrativa per Camilleri. E il lettore non può che rimanere affascinato sia perché tornano alla ribalta nomi e ambienti di una Milano straordinariamente moderna (Bardi, Pagano, Nizzoli, Palanti, Veronesi, Gatto, Sinisgalli; la galleria Il Milione, la rivista «Belvedere»), sia perché la ricostruzione di Camilleri accresce di inquietudini le poche certezze che avevamo, crea un clima di giudizio sospeso intorno a questo maître à penser: vittima, spione, ingenuo, sognatore, arrampicatore, bugiardo, genio. Sono le numerose maschere che Persico avrebbe indossato nella sua breve vita. Definire una volta per sempre la sua fisionomia, rispondere ai dubbi circa la sua vera identità, significherebbe già mettere un’ipoteca sulle ragioni della sua incomprensibile morte. Dopo aver interrogato i documenti (carte di polizia, veline, interviste, commenti), Camilleri si affida all’estro del narratore per trovare il filo d’Arianna nel labirinto della vita di Persico, per indicare una possibile soluzione del mistero. Non è mio compito andare oltre. Dico solo che la strada indicata dal padre di Montalbano persuade, convince. E consegna ancor più l’immagine di Persico al mito.
Giuseppe Lupo
 
 

La Provincia di Cremona, 15.4.2012
Camilleri: le cronache di Vigata
Andrea Camilleri, ‘La regina di Pomerania e altre storie di Vigata’, Sellerio 303 pagine, 14 euro

«Va bene, ma lei lo sa dov’è questa Pomerania? » «Nonsi. Ma con tutto ’sto viriviri di cangia cangia che sta succidenno doppo la guerra, tra stati vecchi scomparuti e stati novi comparuti, chi ci accapisce cchiù nenti?». Messo a segno l’ennesimo successo in tv con la serie dedicata al giovane Montalbano, il prolifico Camilleri torna a farci ridere, sorridere e pensare con una nuova raccolta di racconti senza il commissario ormai più popolare d’Italia. Otto novelle, com’era stato per Circo Taddei, ognuna metodicamente articolata in quattro capitoli, tutte come le avventure di Montalbano ambientate nell’immaginaria Vigata, ma con un balzo indietro al tempo che fu. E se le storie agguantano, piene come al solito di invenzioni, di colpi di scena, di situazioni assurde eppure capaci di raccontare un’epoca (i racconti si articolano in un arco che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Cinquanta del secolo scorso) attraverso i casi quotidiani di una strampalata provincia, ci sono in questa raccolta, tra balli in maschera e presepi viventi, contrabbando di volpini e commerci di salgemma, personaggi in sè particolarmente riusciti. A partire dallo spassoso e impassibile truffatore della novella che dà il titolo al volume, quel marchese Carlo Alberto Squillace del Faito, Console onorario di uno scombiccherato Regno provvisorio, la Pomerania appunto, ineffabile esportatore di cani ‘in saldo’, che trionfa gabbando senza pietà l’intero paese, o meglio la sua classe dirigente, sindaco, notabili, piccoli imprenditori. Non solo il marchese: indimenticabile è anche la bionda e bella Amalia protagonista di ‘Di padre ignoto’, un po’ Cenerentola un po’ Bocca di Rosa, naturalmente dotata di una purezza che nulla può sgualcire. O Cecè e Micheli, i due gelatai leali contendenti per amore e per dispetto. Senza dimenticare l’asino fatato Curù, il cui vero nome è Mussolini, o l’apatico e alla fine crudele marchese di un’altra novella (‘L’uovo sbattuto’), che all’alba dei cinquant’anni scopre, perdendoci la testa, le gioie del sesso. Ironico, divertente, sempre più spesso amaro. È il solito Camilleri, che una volta di più sembra confermare una vena creativa senza stanchezze.
Silvia Lambertucci
 
 

Il Giornale, 15.4.2012
Caro Fabio ti scrivo

Caro Fabio Fazio, conformemente ai più biechi stereotipi sui cosiddetti «intellettuali», non guardo la televisione, o almeno tento di guardarla il meno possibile. A questa regola, però, derogo due volte la settimana, quando va in onda Che tempo che fa. Seguo sempre la tua trasmissione e cerco di non perderne una puntata. Apprezzo il tuo garbo, il fascino ecocompatibile di Filippa e naturalmente l'irriverenza scatologica e libidinale della Littizzetto. Adesso che ci penso, mi piace persino il papillon di Mercalli, il che è tutto dire.
Ma veniamo al dunque. Ti scrivo non solo per il gusto pop di confessarmi davanti a tutti, ma per una ragione più attinente al mio mestiere e, indirettamente, al tuo. Qualche giorno fa, sbirciando la classifica di un quotidiano, ho scoperto che gli autori dei sei libri più venduti sono stati tuoi ospiti. Gramellini, Guccini, Baricco, Camilleri, Zafón, Verdone: i magnifici sei. D'accordo, Camilleri ha ottenuto «solo» una puntata speciale (a casa sua) l'anno scorso, Baricco «solo» una puntata speciale in studio (su Mr Gwyn, non sulla sua ultima fatica), mentre Verdone a Che tempo che fa ha presentato «solo» un film, non il volume attualmente in classifica. Gli altri tre - Gramellini, Zafón e Guccini - sono venuti a presentare il romanzo che in questi giorni sbanca in libreria. Tutti però si sono seduti davanti a te, e certo non vorrai affermare che ciò ha prodotto una flessione nelle vendite.
[…]
Fabrizio Ottaviani
 
 

Adnkronos, 16.4.2012
Teatro: solidarieta' di Camilleri a occupanti del Garibaldi di Palermo

Palermo - Il sostegno dello scrittore siciliano Andrea Camilleri agli occupanti del Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. "Sottoscrivo in pieno l'appello - scrive lo scrittore in una lettera agli occupanti del teatro - e fornisco massima solidarieta' affinche' questa situazione si sblocchi ed uno dei piu' prestigiosi spazi della citta' venga restituito alla cittadinanza".
A quella di Camilleri si unisce l'adesione e il sostegno di artisti ed artiste delle piu' svariate discipline sparsi sul territorio nazionale. Intanto, spiegano gli occupanti, "a fronte della necessita' di costituirsi in un processo formativo in continuita' con le modalita' espresse finora e alla risposta della cittadinanza attiva palermitana, il Comitato decide di sciogliersi nel riconsegnare il teatro e riaprire la discussione in una nuova forma partecipata di Assemblea Permanente a presidio di questo spazio".
Il Teatro Garibaldi "si sta interrogando sul valore della cosa pubblica - proseguono gli occupanti - della gestione delle risorse destinate alla cultura, della necessita' di un sistema di regole che i cittadini stessi possano raccontarsi e sperimentare". Nel frattempo e' in corso un'assemblea cittadina "per discutere su come continuare questa esperienza, attraverso il contributo di tutti i cittadini, rendendo lo spazio un'agora' aperta dove elaborare modelli culturali, sociali ed economici alternativi, che superino la dicotomia tra pubblico e privato".
 
 

l’Unità, 16.4.2012
La misteriosa morte di un critico d’arte
Camilleri si mette alla prova con un romanzo non siciliano, un noir che indaga sull’enigmatica morte, durante il Ventennio, di un intellettuale controverso come Edoardo Persico. Alla base un attento studio delle carte
Fascismo e antifascismo. Lo studioso ebbe contatti con entrambi i mondi

Andrea Camilleri alle prese con il mistero di Edoardo Persico. L’infaticabile scrittore siculo di Porto Empedocle torna nelle librerie il 18 aprile con “Dentro il labirinto”, edito da Skira. Dopo la pubblicazione di ben due libri di racconti, editi da Mondadori e Sellerio, rispettivamente “Il diavolo, certamente” e “La Regina di Pomerania”, Camilleri cambia di nuovo genere ed elabora un romanzo-saggio in stile noir sulla figura di un grande critico d’arte e teorico dell’architettura del Novecento, Edoardo Persico. Camilleri si cimenta nuovamente in un genere che lo appassiona molto, storie di personaggi della storia dell’arte. Viene subito in mente un suo lavoro precedente, pubblicato da Skira: “Il cielo rubato. Dossier Renoir”. Questa volta l’inventore del commissario Montalbano ha davanti a sé un nuovo dossier, quello su un critico ed un artista eclettico, sui generis, quale Persico. Che non solo è stato uno dei massimi teorici dell’architettura moderna, un giornalista culturale di prestigio, un organizzatore di eventi e dibattiti, ma anche una figura un po’ misteriosa. Vi sono su di lui notizie molto contraddittorie, ed altre che lo stesso Camilleri definisce non verificabili, e dunque per usare il linguaggio popperiano nemmeno falsificabili.
Il punto è che secondo Camilleri, è lo stesso Persico ad aver contribuito a romanzare alcuni tratti della sua esistenza, questo render ancor più difficile una ricostruzione completa. Persico è stato un antifascista che ha collaborato con Godetti, ma ha dialogato e collaborato anche con intellettuali fascisti. Ha avuto ruoli importanti in gallerie d’arte e riviste, insomma una figura complessa. Certo era un uomo che viveva nel difficile contesto del regime fascista, ma Camilleri denota comunque in Persico ambiguità palesi nei suoi comportamenti, e riporta letture diverse sul personaggio: “un critico d’eccezione”, ma anche “un formidabile, incredibile, fantasioso racconta-balle in servizio permanente effettivo”. Di sicuro un uomo molto intelligente, acuto e brillante.
INDAGINE SCRUPOLOSA
A complicare tutto, vi è la sua precoce morte, avvenuta a 36 anni. Una morte misteriosa. Un delitto? Una morte improvvisa per motivi cardiaci? Forse era già malato, e si è lasciato morire? Le ipotesi sono diverse. E Camilleri dopo aver indagato in maniera scrupolosa, con le lenti interpretative di uno storico (anche se sottolinea di non esserlo) colto e attento ad ogni sfumatura psicologica, sociale ed esistenziale, da la sua soluzione da scrittore. Deposte le categorie della ricostruzione storico-documentale, che lo portano a restare chiuso in un labirinto di ipotesi e contro ipotesi, Camilleri propone con l’invenzione narrativa la sua verità. Con una scrittura efficace, ben ritmata ed armonica, costruisce un giallo avvincente. Entrano in gioco servizi segreti e polizia politica, ed avvalendosi dell’intuito alla Montalbano, dei metodi razionali deduttivi e induttivi del commissario, mette all’angolo la tesi del delitto passionale. Camilleri coglie al di là delle ambiguità di Persico, una coerenza etica di fondo, un suo essere dalla parte della libertà, un uomo che non metterebbe mai a rischio le vite dei suoi amici antifascisti. Piuttosto sacrifica la sua.
Il modo nel quale Camilleri giunge a questa verità è originale, ma il nodo da sottolineare è che la sua invenzione letteraria ha una coerenza logica rigorosa, e come se ogni spazio oscuro fra le varie parti conosciute della vita di Persico, si illuminasse. Camilleri riscopre una figura importante del passato e nello stesso tempo non rinuncia a dirci delle cose sull’Italia del Novecento. E non a caso Skira, oltre a pubblicare il romanzo camilleriano, ripubblica un testo di Persico “Profezia dell’architettura”. Perché non si perda il valore della memoria culturale, che è fatta da uomini: carne, ossa e spirito.
Salvo Fallica
 
 

il Recensore, 16.4.2012
Camilleri in anteprima: “Dentro il labirinto”

Diciamoci la verità, Dürrenmatt ha ribaltato la prospettiva del labirinto: “luogo dell’azione, un labirinto di specchi che riflette immagini all’infinito”.
Immagini, immagini e ancora immagini. È da qui che parte Andrea Camilleri nel suo ultimo, interessantissimo, lavoro. Le immagini sono quelle di Edoardo Persico, una delle figure più affascinanti del primo novecento italiano.
Pittore? Sicuramente lo era. Architetto, genio, visionario: idem. E poi: giornalista? Perché no. Scrittore? Sì ma forse senza troppa qualità. Ma c’è molto altro: fascista? Anti-fascista perseguitato dal regime? Un uomo tutto d’un pezzo? Un millantatore?
Sì, qualche fesseria la diceva: come quando mandò a Gobetti recensioni scritte di mano propria a suoi libri che non hanno mai visto luce. Ma se si aprono i cassetti della sua storia, un po’ come per Malaparte, di balle/aggiunte/fantasie/iperboli ne troviamo a bizzeffe. Ma è questo che vuole dimostrare Camilleri, il più grande giallista italiano? No, di certo.
Se c’è un giallo, c’è una morte su cui indagare. Quale? Ma quella di Persico: e di chi altrimenti?
Dentro il labirinto (Skira, 2012), in uscita in tutte le librerie questa settimana, prova a riavvolgere il nastro. Come è morto il poliedrico Persico, leader intellettuale e architetto illuminato? Per causa “indeterminata” dicono in procura. Ma siamo nel 1936 e c’è Mussolini, il fascismo, il regime e tutto il resto. Qualcosa non torna. Cosa può chiedere di meglio l’ideatore del “Commissario Montalbano”?
Un mistero e tante ipotesi: morte naturale / suicidio / omicidio colposo (colluttazione con amici) / omicidio doloso e quindi volontario.
Teniamo per buona la quarta ipotesi: ucciso dai fascisti che lo perseguitavano e lo arrestavano regolarmente (fatto di cui peraltro non si ha alcuna traccia); ucciso perché omosessuale (a “dimostrazione” una lettera a Ottone Rosai); ucciso perché inviso in certi ambienti.
Camilleri mette le mani su un enigma irrisolvibile, lo plasma a suo piacimento, ci riporta in quel mondo di riviste e negozi eleganti di una Milano che respira cultura e ci prova a dare una risposta.
Che poi sia una risposta letteraria poco importa, stiamo sul filo, in una verosomiglianza che ci rasserena perché nei gialli (e nella vita) va così e così deve andare.
Un romanzo che è un’inchiesta e un’inchiesta che è un romanzo. Tutte e due e molto di più: come Camilleri e questa collana di Skira ci hanno felicemente abituati.
Per saperne di più della figura di Persico da segnalare l’uscita del volume Profezia dell’architettura, che raccoglie quattro testi – L’Architettura mondiale (1933), Gli architetti  italiani (1933), Punto ed a capo per l’architettura (1934), Profezia  dell’architettura (1935) – ormai introvabili dell’artista e critico napoletano, piccola chicca pubblicata nella collana SMS SkiraMiniSaggi.
Precursore della “modernità”, artista straordinariamente attuale, i suoi scritti conservano intatta freschezza ed efficacia e fino ad ora erano pressoché introvabili.
Matteo Chiavarone
 
 

Il Giornale dell’Arte, 17.4.2012
Anteprima
Camilleri riapre il dossier Persico
Dopo Caravaggio e Renoir lo scrittore siciliano torna sugli enigmi dell’arte in un noir in uscita da Skira

«Bebé l’hanno trovato morto nel cesso inginocchiato con la testa nella bacinella d’acqua. La morte risaliva a parecchie ore. Pare che sia stato colpito da aneurisma...».
Bebé è Edoardo Persico, l’anno è il 1936, e chi scrive è Luigi Spazzapan, uno dei giovani maestri della pittura torinese scoperti e sostenuti proprio da Persico. «Pare» è il termine che verrà speso da lì in poi con più larghezza, scrivendo di lui.
La morte inquietante di Persico (morte accidentale? morte provocata?) a soli trentasei anni, è infatti uno degli enigmi irrisolvibili della storia italiana del secolo scorso.
Essa non poteva non attrarre lo spirito curioso e acuminato di Andrea Camilleri, che con Dentro il labirinto, in uscita il 18 aprile, offre un’indagine noir come sempre lucida e appassionata. Da tempo Camilleri costeggia felicemente il genere delle storie dell’arte, dal Caravaggio de Il colore del sole, uscito da Mondadori, a Il cielo rubato. Dossier Renoir a La moneta di Akragas, perle dell’ormai cospicua collana Narrativa Skira.
Qui siamo nella Milano degli anni Trenta e Persico, critico e saggista d’arte, uomo di riviste e di libri, grande coscienza dell’architettura, è al centro di una vera e propria trama misteriosa. Non solo la sua morte, in una situazione e in circostanze che le scarne indagini di polizia e i referti medici, nonché le testimonianze di amici e conoscenti (Nizzoli, Pagano, Giulia Veronesi, Mucchi, Birolli, tra gli altri) non riescono a chiarire, ammantandola semmai d’ulteriori oscurità, ma anche la sua vita è una vera trama di enigmi.
Napoletano, studente svogliato di giurisprudenza, infatuato contemporaneamente d’un cattolicesimo intransigente e della «rivoluzione liberale» di Gobetti, uomo dal carattere ispido e ombroso, dalla salute malferma, che vive un matrimonio disastroso, Persico è celebre per aver disseminato in prima persona indizi biografici del tutto fantasiosi a condire la trama dei suoi meriti oggettivi, che pure sono di non poco conto. Fonda tra l’altro a Torino il «Gruppo dei Sei», i pittori raccolti intorno a Casorati e Carlo Levi, dirige a Milano la storica Galleria del Milione e poi la rivista «Casabella», collabora al quotidiano «L’Ambrosiano», progetta con Nizzoli e Palanti (e la collaborazione di Lucio Fontana) il Salone della Vittoria che verrà premiato, pochi mesi dopo la sua morte, alla Triennale del 1936.
La ricostruzione della biografia e degli eventi da parte di Camilleri è come il viaggio in un labirinto in cui realtà e apparenza continuamente sfumano l’una nell’altra: soprattutto laddove l’autore tenta di indagare sul tema scottante per eccellenza, i rapporti di Persico con il milieu antifascista e con la polizia politica, la quale in più d’una occasione lo sottopone alle proprie attenzioni. In questo campo, ogni testimonianza si vela vieppiù d’ambiguità, i documenti sembrano esser tutti scomparsi, quasi che deliberatamente su tale aspetto nessuno abbia voluto lasciar traccia d’una verità possibile. Chi è davvero Persico? Perché la sua vita pare sempre un teatro d’ombre fuggevoli, compiuta da una morte che pare una messinscena macabra? Giunto al momento di trarre un bilancio dalla propria indagine, Camilleri non può che applicare a un materiale in se stesso romanzesco lo strumento più appropriato: l’ipotesi, appunto, di una trama romanzesca. Se fosse solo letteratura, propone argutamente l’autore, potrebbe plausibilmente essere andata così. E ci offre una spiegazione di straordinaria suggestione. Non meno credibile, va detto, di quelle effettivamente circolate sinora.
È un Camilleri come sempre lucido e argutamente engagé, questo, capace di muoversi tra i chiaroscuri più sottili delle persone, delle situazioni, dei climi. Il resto, la storia vera, nessuno la potrà mai scrivere.
Flaminio Gualdoni
 
 

Telesimo, 17.4.2012
In DVD Il Giovane Montalbano

WARNER HOME VIDEO e RAI ERI
PRESENTANO
IL GIOVANE MONTALBANO
Disponibile in 6 DVD oppure in 1 Cofanetto da 6 dischi
In vendita dal 09 maggio 2012

Warner Home Video è lieta di annunciare l’edizione DVD della nuova serie tratta dai racconti di Andrea Camilleri, in vendita dal 9 maggio 2012.
La serie vede protagonista Michele Riondino nei panni di un giovane Commissario Montalbano alle prese con le sue prime indagini, che lo porteranno ad essere il personaggio che tutti hanno conosciuto e amato in questi ultimi anni.
Il pubblico segue da tempo le sue avventure, partecipa alle indagini come fosse parte del commissariato di Vigàta e pensa di sapere tutto sul Commissario più amato nella storia della letteratura prima e della televisione poi. Ma non è così.
Montalbano non è stato sempre il responsabile del commissariato di Vigàta. Non ha sempre abitato nella splendida casa in riva al mare di Marinella. Non è sempre stato l’amico fraterno di Augello. E soprattutto non è sempre stato il fidanzato di Livia. Proprio come una persona di famiglia, anche Montalbano può ancora riservarci qualche interessante sorpresa!
Le edizioni DVD delle nuovissime avventure del celebre Commissario, oltre ai primi 6 episodi in onda su Rai 1, contengono esclusivi contenuti speciali inediti tra cui girato extra, interviste, backstage e fotogallery.
”Non dobbiamo dimenticare che Montalbano è un signore di 53 anni
e quindi avrebbe tutto il diritto di andarsene in pensione.
Ma i lettori stiano tranquilli, perché a me non piace che la gente muoia:
si figuri se faccio morire uno come Montalbano”.
Andrea Camilleri a “La Repubblica”
INFORMAZIONI SULLA SERIE
Ambientata all’inizio degli anni Novanta, racconta come si è formato il mondo del Montalbano che conosciamo: dal suo primo incarico nel paese di montagna di Mascalippa, dove il giovane commissario aveva una relazione con Mery, al trasferimento a Vigàta, dove Montalbano aveva già vissuto qualche tempo da ragazzo. Approfondiremo il difficile rapporto del commissario col padre, scopriremo gli inizi della sua amicizia con Augello, assisteremo al colpo di fulmine con Livia e allo sbocciare della loro complicata relazione. Insomma, capiremo come e perché Montalbano è diventato quel personaggio così vero e completo che tutti conosciamo e amiamo.
EPISODI
1) LA PRIMA INDAGINE DI MONTALBANO
Nel 1990 Salvo Montalbano è un giovane vicecommissario in servizio a Mascalippa, sperduto paese siciliano di montagna. Ha un carattere schivo ed è insofferente alle regole. Promosso il suo superiore, si trasferisce con la fidanzata Mery e diventa commissario capo a Vigàta, dove ha passato l'infanzia e dove vive ancora il padre. A Vigàta conosce Carmine Fazio, un esperto agente e Agatino Catarella, un poliziotto rimasto orfano di cui deve occuparsi. E tra un caso di omicidio ed uno di violenza, brillantemente risolti, nasce il Montalbano che conosciamo: il poliziotto capace di inventarsi mille modi, non sempre ortodossi, per assicurare alla giustizia i colpevoli.
2) CAPODANNO
Il commissariato è ormai diventato una famiglia: oltre a Fazio e a Catarella ci sono gli agenti Gallo e Paternò, il giornalista Nicolò Zito e il dottor Pasquano, medico legale. Intanto Salvo affitta la casa sul mare di Marinella mentre Mery si rende conto che l’uomo che ama non sopporta l’idea di averla sempre intorno. La loro storia finisce. Montalbano è alle prese con le prime vere difficoltà della vita. Ma mentre nel lavoro si dimostra maturo e capace, nei rapporti personali emerge quel carattere aspro e solitario che solo la maturità riuscirà ad addolcire. Per ora è alla ricerca di se stesso, e dell’amore.
3) RITORNO ALLE ORIGINI
Arriva il nuovo vicecommissario Mimì Augello, un donnaiolo incallito e impenitente, ma che si scoprirà essere un amico e un bravo poliziotto. Durante un’indagine Salvo conosce Livia che dimostra subito un interesse nei suoi confronti e con cui avrà una nuova relazione. Conosce anche Giuseppe Fazio, il figlio di Carmine, che sta studiando per diventare ispettore. Il mondo che siamo abituati a vedere intorno a Salvo sta prendendo la sua forma. Quello che ancora deve formarsi è il commissario Montalbano. Per ora ha trovato l’amicizia e forse l’amore, ma deve ancora trovare se stesso.
4) FERITO A MORTE
Il giovane Montalbano è sempre più sicuro di sé. Si è anche addolcito grazie a Livia che capisce che il suo carattere duro e scontroso deriva da un rapporto difficile col padre. Nel frattempo Carmine Fazio va in pensione, ma viene sostituito dal giovane e sveglio figlio Giuseppe. Salvo alla fine confessa a Livia che ce l’ha con il padre, per avergli tenuto segreto un’altra donna e altri figli e per il suo tentativo tardivo di recuperare un rapporto per lavarsi la coscienza e farsi perdonare un’infanzia che Montalbano ha vissuto senza il riferimento di una figura paterna. Certi traumi infantili non sono facili da superare. Ma parlarne può aiutare. Anche così si diventa uomini…
5) IL TERZO SEGRETO
Le abitudini del nostro commissario sono ormai stabilite: nuotata nel mare davanti casa, pranzo e cena da Calogero, oppure a casa con le prelibatezze di Adelina e totale immersione nel lavoro. I casi da seguire sono particolari e affrontati con l’autorevolezza, l’istinto del poliziotto e l’ingenuità giovanile. Ma sempre facendosi coinvolgere al 100%. Tanto che gli capita di dimenticarsi di Livia. Nel frattempo il rapporto col giovane Fazio, più ribelle del padre, parte col piede sbagliato. Ma il comune senso di giustizia lo risolverà. Infine c’è Catarella che durante un’indagine rischia la vita. Anche questo servirà alla crescita ed alla maturazione del giovane Montalbano.
6) SETTE LUNEDI’
Salvo e Livia hanno finalmente deciso di fare la prima vacanza insieme, in Provenza. Salvo accetta anche di andare a trovare suo padre, ma non riesce poi a perdonarlo. Sul lavoro invece affronta un mondo oscuro pieno di fervore religioso e fanatismo dogmatico, per il quale è costretto a rinunciare al viaggio. Ma Livia parte lo stesso sembra con un uomo segreto. In preda alla gelosia Salvo vola a Boccadasse per attendere al varco la fidanzata. Ma una bella sorpresa lo attende. Non sempre quel che sembra è quel che è. È sempre meglio tenerlo a mente, commissario Montalbano…
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.4.2012
Garibaldi tra occupazione, denunce e solidarietà
Il commissario Latella diffida gli artisti che presidiano a oltranza. Sostegno da Camilleri

[…]
E mentre si compongono i tasselli di un probabile sgombero, agli occupanti arriva la solidarietà di Andrea Camilleri, un nome importante che allunga la lista delle adesioni al manifesto culturale lanciato venerdì. «Sottoscrivo pienamente - scrive Camilleri - l'appello del teatro Garibaldi e mi auguro che questa situazione si sblocchi e che uno dei più prestigiosi spazi della città venga restituito alla sua cittadinanza, e non solo».
[..]
Claudia Brunetto
 
 

Tempostretto, 17.4.2012
Intervista
Il giornalista Gianni Bonina a Tempostretto.it: «Il segreto di Camilleri? Spiazza il lettore, innova e si ricongiunge alla tradizione letteraria siciliana per eccellenza»
Con un volume esaustivo edito da Sellerio, il giornalista catanese restituisce il senso univoco del corpus letterario di Camilleri

Il giornalista siciliano Gianni Bonina, torna in libreria con “Tutto Camilleri”, un prezioso volume edito da Sellerio (pp. 836; €26). Bonina ha saputo riporre in questo esaustivo volume enciclopedico le trame, le ascendenze letterarie e persino l’interpretazione critica di tutti i libri già pubblicati di Andrea Camilleri, del quale, a ragion veduta, è considerato il più importante biografo. Un libro imperdibile per tutti gli amanti di Camilleri ma anche per chi, vuol capire le ragioni del suo successo letterario, che lo ha reso celebre in tutto il mondo.
Tempostretto.it ha intervistato Gianni Bonina.
Com'è nata l'idea di questo libro?
«Probabilmente dal fatto che mancasse qualcosa del genere: una guida al lettore dell'enorme opera di Camilleri che desse conto non solo di ogni trama o sinossi di ciascun libro ma che riferisse, titolo per titolo, l'opinione dell'autore e del critico».
Cosa ha scoperto studiando l'universo di Camilleri? Ci sono delle costanti, qual è, a suo avviso, il segreto del suo successo?
«Per rispondere a tali domande ho scritto un libro di 850 pagine. Difficile rispondere in breve. In linea del tutto generale possiamo fissare alcuni punti certi. Nel panorama letterario di questi anni (dopo la grande triade siciliana Sciascia-Bufalino-Consolo), Camilleri rappresenta l'autentico fatto nuovo oltre a costituire l'erede legittimo di una tradizione che rimanda innanzitutto a Verga e poi a Pirandello. E non solo per la sua vena fortemente sperimentalista, quanto per alcuni temi che sembravano appartenere a mondi diversi e che lui ha saputo sintetizzare e riconfigurare. Un esempio su tutti: la frantumazione dell'io interiore, propria di Pirandello, e la nobilitazione dei faits divers che viene da Sciascia trova in Camilleri una sistemazione riuscita e inattesa. Un altro motivo di novità è dovuto allo stile: diversamente da come abbiamo sempre letto, è lui che si esprime in dialetto mentre talvolta i personaggi parlano in lingua. Questo rovesciamento dei ruoli determina astrazione nel lettore, che se fosse uno spettatore si troverebbe davanti a una scena dove il regista sta con gli attori e parla loro in una pronuncia che suscita ilarità e sorpresa. Il segreto del suo successo è forse nella forza che ha messo nel rompere la macchina narrativa e di ricomporla con gli stessi pezzi. Una superficiale critica letteraria da tempo lo ha relegato nel novero degli autori di intrattenimento, destinati a vivere il tempo della loro vita, ma arriverà il momento in cui la sua opera formerà oggetto di una ricerca più attenta e intelligente».
C'è un libro che, per antonomasia, lei consiglierebbe per approcciarsi da neofita alla lettura di Camilleri?
«A me piacciono le sue favole realistiche, quelle della "trilogia della metamorfosi": Maruzza Musumeci, Il casellante e Il sonaglio. Ma la scelta è vastissima, al punto che dell'opera camilleriana si può parlare di generi. Figurano i romanzi borghesi, in pretto italiano, gli apocrifi, gli apologhi, la memorialistica, la saggistica, l'interventistica. E poi c'è Montalbano. Concordo comunque con quanti ritengono Il birraio di Preston e La concessione del telefono i suoi lavori migliori. Ma, ad una spanna, possono situarsi Il tailleur grigio, Le pecore e il pastore, L'intermittenza, Il nipote del Negus. Potremmo continuare».
Tempo fa, l'assessore alla formazione della regione Sicilia, Mario Centorrino, invitò a lasciar perdere Camilleri e Lampedusa per preferirgli una letteratura più "lieve". Scatenò forti polemiche ma lei cosa ne pensa?
«Centorrino fa parte di un governo il cui presidente avrebbe voluto invece che Camilleri presiedesse il suo nuovo partito, mai nato. Se vuole, il segno di quanto questo governo sia sconclusionato e schizofrenico. Non credo che né Centorrino né Lombardo possano occuparsi di letteratura e tantomeno di Camilleri».
É corretto dire che Camilleri ha lanciato un movimento di rivalutazione del dialetto, siciliano ma non solo?
«Nessuno credeva possibile quanto è avvenuto. Eppure era già successo ad Odessa dove Angelo Musco recitò in catanese facendo ridere tutto il teatro. Sciascia sconsigliava a Camilleri di scrivere in dialetto e Brancati aggiungeva sempre a ogni parola la versione in italiano. Camilleri ha scommesso sulla capacità del dialetto di nobilitarsi e fa comprendere anche in Veneto termini come "gana" e "tambasiare" semplicemente suggerendone il significato semantico. Le antiche tragedie greche venivano recitate in dialetto, dorico o ionico, e la gente non risulta che facesse mostra di non gradire o non comprendere. Probabilmente Camilleri ha fatto la più ardita delle operazioni: ha schiacciato come Colombo l'uovo per farlo stare in piedi. Mi pare ci sia riuscito».
L'ha fatta sorridere la lettera che il commissario UE spedì a Camilleri per convincerlo a non far più mangiare "la novellata" a Montalbano? Forse è il segnale che il commissario è diventato tanto celebre da uscire fuori dal libro?
«Mi fanno più sorridere - e riflettere - le lettere che Camilleri riceve da lettrici che pretendono di dettargli le mosse: non solo di Montalbano ma anche di Livia, di Augello e persino di Catarella. E' il segno che il personaggio è diventato reale: come avvenne ad Anna Karenina per esempio. Oscar Wilde disse che non si era più ripreso dal dolore per la sua morte».
Francesco Musolino
 
 

Südtirol Online, 17.4.2012
Literatur
„Das Ritual der Rache“: Andrea Camilleri bleibt sich treu
Seine Kriminalromane funktionieren immer auch als Gesellschaftsporträts, der mittlerweile 86-jährige Andrea Camilleri ist einfach tief in seiner sizilianischen Heimat verwurzelt.

Und er kann als Wiederholungstäter gelten: Über ein Dutzend Krimis mit dem bekennenden Gourmet Commissario Montalbano als Hauptfigur liegen bereits auf Deutsch vor, in seinem neuesten Fall geht es allem Anschein nach um ein ursizilianisches Phänomen, „Das Ritual der Rache“.
Wenn man Camilleris gut lesbare und lebenskluge Romane zurate zieht, steht es um Italien nicht besonders gut. Das Land scheint in Stagnation erstarrt zu sein, jeder kämpft nur noch um seine Pfründe, das Gemeinwesen geht vor die Hunde.
Gleich zu Beginn des neuen Krimis hat der Commissario einen Alptraum: Die Mafia hat ganz offiziell die Macht in Italien übernommen, der Polizeipräsident sucht Unterschlupf beim Commissario, der von einem Mafiaboss den Posten des Innenministers angeboten bekommt.
Dann erwacht Montalbano, und er muss sich mit einem bestialisch komplizierten Fall herumschlagen, der ganz die Handschrift der Mafia trägt.
In unwegsamem Gelände, an einem „Töpferhang“, wird in einem Müllsack ein in dreißig Teile zerstückelter Leichnam entdeckt. Alle Indizien deuten auf einen Mafiamord hin, aber Signora Dolores, die Ehefrau des Ermordeten und heißblütige Femme fatale der Extraklasse, bringt Montalbano gehörig ins Schwitzen.
Zudem ist sein Stellvertreter Mimi Augello seit einiger Zeit nicht mehr ganz zurechnungsfähig. Montalbano muss die Suppe allein auslöffeln, zumal der gewohnt chaotische Assistent Catarella wahrlich keine große Hilfe ist.
Dabei würde sich der Commissario lieber dem Essen widmen, seinen geliebten Meerbarben, den gesalzenen Sardinen oder dem Kaninchen, das seine Köchin Adelina so köstlich zubereitet.
Montalbanos Vorliebe für Jungfische rief im letzten Monat sogar eine EU-Kommissarin auf den Plan, die Andrea Camilleri in einem Brief aufforderte, in seinen Büchern auf die Babyfische zu verzichten, weil diese geschützt sind.
Ob sich der Autor an den politisch korrekt gemeinten Ratschlag hält, darf man bezweifeln.
Eine tief empfundene Resignation über den Lauf der Welt zieht sich durch den Roman. Wo ist die Schönheit Siziliens geblieben?
„Montalbano erinnerte sich, dass in längst vergangenen Zeiten das Meer, wenn es sich zurückzog, auf den Stränden duftende Algen und wunderschöne Muscheln hinterließ, was wie ein Geschenk des Meeres an die Menschen war.
Jetzt dagegen gab es uns nur unseren eigenen Dreck zurück.“
 
 

Ma se domani..., 17.4.2012
La Regina di Pomerania e altre storie di Vigata di Andrea Camilleri

Ci sono personaggi letterari che finiscono per essere più reali di bipedi che incroci quotidianamente, e ci sono luoghi immaginari di cui impari atmosfere e geografie senza averci vissuto un giorno: è il caso di Vigata, paesino siculo di camilleriana invenzione che, oltre ad essere stato teatro delle avventure giovanili e non del Commissario Montalbano, ci ha già regalato scorci di storia del nostro paese in “Circo Taddei”.
Ebbene, il luogo principe della letteratura meridionale del dopoguerra ritorna, e ritorna ai suoi massimi splendori, con “La regina di Pomerania e altre storie di Vigata”, raccolta di otto racconti ricche di profumi, colpi di scena, fotografie della provincia che fu e probabilmente non ci sarà più. Ambientandole in un contesto temporale che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta, Camilleri dipinge con la maestria che sembrava smarrita ne “Il diavolo, certamente” una serie di affreschi siciliani affascinanti, popolati da personaggi dettagliati a partire da una singola caratteristica: l’imbroglione è così davvero imbroglione, ne assume le vesti e – in alcuni casi – persino lombrosianamente le fattezze, e così pure il geloso, il bello del paese, la ragazza promessa sposa.
Le trame delle otto novelle, ognuna delle quali avrebbe potuto probabilmente dare vita ad un romanzo, catturano e sorprendono, ad eccezione forse di quella che regala il titolo alla raccolta e che ho trovato leggermente più debole. Tra gelatai accecati dall’orgoglio in una forsennata – ma leale – corsa al predominio culinario delle spiagge, un asino dal nome problematico (un ciuco battezzato Mussolini in piena era fascista) e dalle capacità quasi divinatorie ed una bella storia di lettere anonime e di amore la lettura scorre come un fiume gonfiato dalle piogge, e le lancette dell’orologio sembrano prendere vita propria. Citazione a parte merita un racconto di povertà e umiltà, “Le scarpe nuove”: è una lettura che fa pensare ad una pura narrazione da tradizione orale, fuoco sulla spiaggia, cerchio di amici ed una voce a narrare qualcosa che può assomigliare ad una leggenda urbana. Eppure, nel suo sorprendente e commuovente finale, colpisce al cuore.
Avvertenze per l’uso: molto più che nei romanzi di Camilleri, domina la lingua siciliana. Con me ha l’effetto di un diesel, inizio a leggere con fatica e lentezza esasperante e poi ingrano senza alcun problema, perdendomi in sonorità e lemmi piuttosto distanti da quelle tipiche di un triestino trapiantato a Milano. Ma mi son liberato di un potenziale senso di colpa, e vi ho avvertiti!
Alf76
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.4.2012
L’attore palermitano veste i panni dell’agente goffoe maldestro ne “Il giovane Montalbano”
Pizzuto dal cinema alla fiction "Un onore interpretare Catarella"

Balbetta, inverte soggetto e predicato quando parla, è goffo ma di buon cuore. Centralinista al Commissariato di Vigata, Agatino Catarella è uno dei più famosi personaggi inventati da Andrea Camilleri. Quando "ci scappa un morto", di solito, è lui che prende la chiamata e a Montalbano tocca l'interpretazione del linguaggio di Catarella. Stralunato, contorto, timido entra in ufficio come una valanga al suono di «Scusassi dottori, ma la mano mi scappò». Difficile trovare un attore giovane in grado di sostituire Angelo Russo per la serie "Il giovane Montalbano" diretto da Gianluca Tavarelli. Tanto difficile che a un certo punto la produzione pensava di ringiovanire direttamente Russo, fin tanto che non è arrivato Fabrizio Pizzuto.
«È un ruolo complicato - dice Pizzuto - perché non si deve cadere nell'errore di creare una macchietta, una caricatura. Un personaggio tenero, divertente e umano allo stesso tempo. Una bella sfida che abbiamo superato tutti tanto che alla fine del 2013 ci sarà anche la seconda serie, proprio dopo che Zingaretti avrà girato altri quattro episodi del Montalbano senior». Fabrizio Pizzuto è palermitano, classe '64, con un passato da cabarettista e una laurea in Scienze motorie. «È stata una esperienza lavorativa molto importante - racconta - perché sentivamo tutti la responsabilità di creare un prequel che catturasse il pubblico con la stessa simpatia e forza dell'originale. Gli ascolti ci hanno dato merito. Ho girato un mese e mezzo sul set a Roma dove è riprodotto il commissariato e poi qui in Sicilia, tra Ragusa e Scicli».
Pizzuto, come molti dei suoi colleghi illustri, su tutti Fiorello, ha iniziato in un villaggio turistico nel palermitano diventando nel giro di pochi anni capo animatore. Poi l'esperienza nel locali cittadini con il cabaret dei Tre e un quarto: «Eravamo io, mio fratello Valentino, Ernesto Maria Ponte e ogni tanto Sergio Vespertino. Da qui il nome dei Tre, e ogni tanto "un quarto". Questa esperienza oltre ad avermi arricchito umanamente è stata importante perché mi ha abituato anche a rispettare determinati tempi di recitazione. Lo so che la televisione e il teatro sono completamente diversi, ma in entrambi spesso si corre senza possibilità di aggiustare il tiro. "Buona la prima" per così dire. Così è stato ad esempio per la scena in cui Catarella irrompe nella stanza di Montalbano con i dolci della madre di Fazio e fa cadere tutto. La troupe non si aspettava che io cascassi a terra in quel modo e ho fatto ridere tutti».
Dopo la serie di Montalbano il futuro è tutto da giocare. Ha già recitato in "Baaria", "Scacco al re", "Ti amo in tutte le lingue del mondo", "Il paradiso all'improvviso" e "Il principe e il pirata". Pizzuto è anche istruttore subacqueo e spera di interpretare un ruolo in cui possa mettere a frutto anche questa passione. «Magari un film d'azione - aggiunge - chissà cosa ne penserebbe Catarella».
Adriana Falsone
 
 

@libi, 18.4.2012
Un Camilleri alla Sciascia indaga sulla misteriosa morte di Persico

«Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell'immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da “atti relativi” diventano, per così dire, “atti assoluti”». Così Leonardo Sciascia chiudeva il suo racconto-inchiesta dedicato alla misteriosa fine di Raymond Roussel, trovato morto nella sua stanza del Grand Hotel et des Palmes di Palermo la mattina del 14 luglio 1933. E davvero Andrea Camilleri avrebbe potuto intitolare il suo nuovo libro Atti relativi alla morte di Edoardo Persico, in omaggio al sapiente e gustoso librino di Sciascia che sicuramente gli ha dato spunto e gli è servito da modello per questa sua opera in uscita in questi giorni per la collana Narrativa di Skira (in entrambi i casi “relativi” significando non solo “intorno a”, ma anche e soprattutto “ipotetici”).
Il titolo è invece Dentro il labirinto ed è stato scelto con particolare acume perché conferisce al libro quell'aura di mistero che la storia poi effettivamente mantiene e insieme allude all'intricato mondo dell'architettura, con il richiamo alla mitica opera di Dedalo. Ma chi era Edoardo Persico? Le generazioni più giovani probabilmente non ne hanno mai sentito parlare, eppure ha lasciato il segno nella storia culturale del paese, soprattutto come organizzatore di mostre, punto di riferimento per gli artisti (attorno a lui e su suo impulso si creò il gruppo torinese de “I Sei”) nonché direttore della rivista Casabella. La sua esistenza fu particolarmente travagliata e finì tragicamente nella notte tra il 10 e l'11 gennaio 1936 (dunque pochi anni dopo la morte di Roussel).
L'indagine di Camilleri prende spunto dal confronto tra i disegni della salma realizzati da tre amici dello scomparso: Gabriele Mucchi, Adriano Spilimbergo e Fiorenzo Tomeo. La differenza di postura del cadavere non è che la prima evidenza di quella pluralità di versioni che sorsero subito attorno alla morte (e ancora prima attorno alla vita) di Persico. Come morì? Prima di rispondere, Camilleri tenta di ricostruire come Persico visse gli ultimi anni, ricchi di misteri, incontri, forse viaggi all'estero (addirittura nella Mosca dei Soviet) e slanci troppo spesso spenti da cocenti delusioni.
Come Sciascia, Camilleri ripesca in archivio le testimonianze degli amici e dei colleghi di Persico, le confronta, ne mette in evidenza le contraddizioni e insinua dubbi sulle poche certezze tutt'altro che granitiche. Attorno al protagonista ruotano gli sgherri della polizia politica, i gerarchi del primo Fascismo (siamo ancora nell'epoca del “consenso” e i puntuali riferimenti a molti intellettuali antifascisti, primo su tutti Gobetti, sono lì anche per dire quanto scarso “consenso” il regime incontrasse presso l'intellighenzia, almeno quella più vivace), la moglie da cui si sente tormentato, i colleghi, gli amici sinceri e i doppiogiochisti.
Persico era ossessionato dai nemici, veri o presunti. Ma effettivamente dopo la sua morte rimase vittima di una “damnatio memoriae” che in qualche caso deve essere stata dettata da cattiva coscienza, se non da responsabilità diretta da parte di chi contribuì a stendere sulla sua vita e sulla sua opera una sorta di velo. Ma a pagina 108 l'autore pone fine alla ricostruzione per via documentaria e annuncia programmaticamente la seconda parte del libro: «Allora provo io a fare una mappa possibile (del labirinto, ndr). Che ha l'unico merito di intrecciare diversamente, attraverso l'invenzione narrativa, tutti i percorsi sin qui fatti ma tenendoli sempre in filigrana». Le ultime quaranta pagine sono gli appunti per il romanzo sulla morte di Persico, infine lucidamente consapevole degli errori commessi e disposto all'estremo sacrificio per riscattarsi.
PS: in contemporanea col libro di Camilleri, Skira manda in libreria nella collana SMS SkiraMiniSaggi un volumetto intitolato Profezia dell’architettura, raccolta di quattro testi ormai introvabili di Edoardo Persico: L’Architettura mondiale (1933), Gli architetti italiani (1933), Punto ed a capo per l’architettura (1934), Profezia dell’architettura (1935).
Saul Stucchi
 
 

Corriere della Sera, 18.4.2012
Blog Moda
Margareth Madè madrina di Sicis: "una fortuna lavorare con Zingaretti"

Margareth Madè madrina di Sicis, gli artisti del mosaico. Un mosaico che ora diventa pure gioiello. L'annuncio al Salone del Mobile durante un evento gremitissimo di personaggi.
[…]
E ora? "Sto girando una puntata di Montalbano con Zingaretti e uscirà l'anno prossimo. Una fortuna perchè mi piacciono Camilleri, Montalbano e Zingaretti".
Tornata nella sua terra, allora. "Sì, con grande piacere. Ero felice di essere a casa e di lavorare con Zingaretti".
Dove, di preciso? "Sicilia sud orientale, nella zona di Ragusa. Io sono di Pachino, siciliana al cento per cento, con la solarità e il calore della terra vulcanica e la diffidenza siciliana".
Paola Bulbarelli
 
 

Corriere dello Sport, 18.4.2012
StraBologna 2012: un evento da “Ricord”are
Un grande concerto dell'orchestra Under 13, sabato 21 Aprile alle ore 17,30 in Piazza Maggiore con la straordinaria partecipazione dell’arpista di fama mondiale Cecilia Chailly

Un evento nell’evento StraBologna. La Under 13 Orchestra nasce da una metodologia didattica innovativa ideata dalla Fondazione La Nuova Musica con le Ricordi Music School dirette dalla pianista Anna Mortara. Questo progetto, ispirato dall`esperienza delle grandi orchestre internazionali di bambini, è stato adattato ai modelli culturali del nostro Paese e al “modo” di insegnare e fare musica con i piccoli.
Il grande concerto, inizialmente previsto per la domenica pomeriggio, sarà sabato 21 Aprile alle ore 17,30 in Piazza Maggiore.
Con la straordinaria partecipazione dell’arpista di fama mondiale Cecilia Chailly, la voce recitante di Paolo Li Volsi e la direzione del Maestro Paolo Belloli, l’orchestra dei piccoli artisti si esibirà in un concerto, musicando una favola di Camilleri ed omaggiando Lucio Dalla con uno dei suoi intramontabili pezzi. Racconta la Chailly: «Saranno i piccoli orchestrali a guidarmi. Posso dire che, musicalmente, sono sicuramente pezzi molto impegnativi, complessi, non è insomma... "un gioco da ragazzi", e questo va a merito dei musicisti. Piccoli ma davvero bravi. E anche se, quando si accenderanno i riflettori su di loro, qualcuno verrà tradito dall'emozione... sarà comunque un grande spettacolo».
Quasi un centinaio di piccoli musicisti milanesi “donerà” il proprio talento e la propria passione ai bolognesi a coronamento di una giornata davvero ricca, intensa ed esclusiva. Il concerto sarà gratuito, auspichiamo che la cittadinanza non si lasci sfuggire questa opportunità.
 
 

Panorama, 18.4.2012
“Dentro il labirinto”: Andrea Camilleri indaga sulla morte di Edoardo Persico

Altro giro, altra corsa: a poco più di un mese di distanza dall’uscita di La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, Andrea Camilleri è tornato in libreria con il nuovissimo Dentro il labirinto, romanzo inchiesta edito da Skira.
Messi da parte i consueti scenari siciliani, Camilleri si tuffa nella Milano degli anni Trenta per indagare sulla misteriosa scomparsa di Edoardo Persico, artista poliedrico, critico d’architettura e intellettuale fuori dagli schemi, trovato morto nel bagno della propria abitazione l’11 gennaio 1936, in pieno periodo fascista. Si è trattato di infarto o di omicidio? E nel caso: è stato un assassinio politico o un delitto passionale?
Dentro il labirinto è un libro a due facce: da un lato viene ricostruita in stile documentaristico la vita di un “formidabile, fantasioso racconta-balle”, dall’altro si cerca di sbrogliare un enigma irrisolvibile prendendo la strada del giallo. Tradotto: là dove la non possono esserci riscontri certi, sarà la mente di un grande maestro del noir a regalare risposte quanto mai verosimili.
In contemporanea con il libro di Camilleri, Skira ha pubblicato Profezia dell’architettura, un saggio che raccoglie quattro testi ormai introvabili di Edoardo Persico: L’Architettura mondiale (1933), Gli architetti italiani (1933), Punto ed a capo per l’architettura (1934), Profezia dell’architettura (1935).
Davide Decaroli
 
 

20.4.2012
La scomparsa di Patò

Il film diretto da Rocco Mortelliti tratto dal romanzo di Andrea Camilleri potrebbe essere pubblicato in DVD a giugno 2012.
 
 

UNIMCWebTV, 20.4.2012
Intervista ad Andrea Camilleri
In occasione di "Macerata Racconta" organizzata dall'ass.ne ConTESTO e patrocinata anche dall'Università di Macerata, lo scrittore Andrea Camilleri rilascia questa intervista ad "apertura" degli incontri.

 
 

Il Giornale dell’Architettura, 5.2012 (online il 20.4.2012)
Andrea Camilleri, «Dentro il labirinto», Skira, Milano 2012, pp. 160, euro 15
Per Camilleri la sfida dell’enigmatica morte di Edoardo Persico
Uscito il libro che ripercorre la vita dell’intellettuale napoletano, ricostruendo i passi mancanti della sua misteriosa morte avvenuta nel 1935 in una stanza d’albergo

Il nostro è il paese delle morti eccellenti e dei misteri insepolti che, per decenni, continuano a occhieggiare tra le pieghe della storia italiana. Come il padre dell’Eni, Enrico Mattei, i banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona, Aldo Moro e l’economista Federico Caffè che, una mattina del 1987, scomparve da casa e di lui non si ebbe più nessuna notizia. Storie che attirano la curiosità del pubblico e che sono state indagate e raccontate in molte occasioni. L’archetipo, il romanzo più famoso degli ultimi anni sull’enigma della sparizione, è La scomparsa di Majorana, dove Leonardo Sciascia trasformò la vicenda dell’eminente fisico catanese, volatilizzatosi nel 1938, in un caso letterario d’interesse nazionale.
Con Dentro il labirinto, Andrea Camilleri si cimenta nello stesso genere letterario, una combinazione di ricerca storica e ricostruzione di fantasia (la cosiddetta docufiction) che si propone di avanzare una spiegazione verosimile di un altro enigma irrisolto. Edoardo Persico, nato a Napoli nel 1900, è stato un protagonista della scena architettonica italiana degli anni trenta. Brillante, iperattivo, autodidatta appassionato, Persico si trasferì prima a Torino e poi a Milano, tentò la via letteraria e scrisse qualche romanzo, si occupò di arte contemporanea e raggiunse infine la notorietà come condirettore, insieme a Giuseppe Pagano, di «Casabella», e come partner di Marcello Nizzoli in pochi progetti memorabili: come l’installazione in Galleria, a Milano, per il plebiscito del 1934 e la sala della Vittoria nel palazzo della Triennale del 1938, con la collaborazione anche di Lucio Fontana. Camilleri ripercorre passo passo una vita e una carriera rapide e tormentate: fasi di estrema povertà, drammi familiari e poi contatti con personaggi di primo piano su tutti i fronti, da Piero Gobetti a Pietro Maria Bardi, da Alberto Sartoris ad Alfonso Gatto. Nella multiforme attività di Persico si sovrappongono, in maniera spesso aggrovigliata e contraddittoria, contiguità col regime e antifascismo, cattolicesimo integralista, liberalismo e persino socialismo. Persico sembra un militante in cerca di una bandiera, un cospiratore solitario, un attivista che conosce tutti ma che, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, si ritrova sempre più isolato e come prigioniero della rete che lui stesso ha intessuto.
Nel gennaio del 1935 Persico è ritrovato cadavere nella stanza da bagno del suo appartamento milanese. Autopsia e documenti dell’epoca sono affrettati e oscuri, le cause della morte appaiono vaghe e Camilleri allinea le tracce con lo spirito del restauratore, provando a ricostruire, pezzo a pezzo, i passi mancanti. Segue i fatti noti, le dichiarazioni di Persico e le testimonianze, spesso discordi, che circondano le assenze, i misteriosi viaggi all’estero, gli arresti e gli interrogatori dell’Ovra che non risultano in nessun verbale.
La seconda parte del testo è un’ipotesi congetturale che fa luce sui molti lati oscuri seguendo una logica inoppugnabile. Senza svelare la conclusione, possiamo dire che Persico emerge in un nuovo ritratto, assolutamente compatibile con il personaggio che abbiamo sempre conosciuto ma forse anche più reale, costretto a un rapporto concreto, e forse tragico, con le contraddizioni e la violenza del suo tempo.
Alessandro Rocca
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 21.4.2012
Il mistero di La Torre morte di un comunista scomodo sette autori in cerca del movente

Da vivo era un uomo solo, da morto è venerato da nugoli di adoranti. Una sorta di nemesi al contrario per Pio La Torre, il leader comunista ucciso con l'amico-autista Rosario Di Salvo il 30 aprile del 1982 a piazza Turba, a poche centinaia di metri da quella povera casa di contadini in contrada Pietratagliata, nel cuore dell'allora Conca d' Oro, dove era nato la vigilia di Natale del 1927, e da cui era "fuggito" per evitare guai al genitore, dopo che, giovane dalla schiena dritta, aveva pubblicamente sfidato il boss della zona. Aveva avuto modo di conoscere il volto, ora feroce ora paternalistico, dei mammasantissima fin dalla prima infanzia e ne aveva seguito con preoccupazione la calata dalla campagna alla città. E dopo una vita in prima linea - instancabile nel denunciarne il processo di modernizzazione, dalle lupare all'alta finanza - era rimasto vittima di quelle stesse trame occulte transnazionali (intrecciate da mafia, politica, servizi segreti, affari, terrorismo, assetti militari) che lui per primo aveva tentato di decifrare. Ora, per il 30° anniversario del duplice delitto arrivano in libreria ben quattro libri e un albo di fumetti ("La marcia di Dio", di Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro) dedicati alla memoria dell'ex segretario regionale Pci. Vediamoli: "Uomini soli" (edizioni Melampo) di Attilio Bolzoni; "Chi ha ucciso Pio La Torre" (Castelvecchi) di Paolo Mondani e Armando Sorrentino; "Pio La Torre" (Flaccovio) di Vito Lo Monaco e Vincenzo Vasile; "Perché è stato ucciso Pio La Torre?" (Istituto poligrafico europeo) di Nino Calca e Elio Sanfilippo. I sette autori inquadrano l'attentato da diverse angolature, ma tutti mirano allo stesso obiettivo: la riapertura delle indagini, visto che i diversi processi e i vari gradi di giudizio sono riusciti a individuare con certezza mandanti ed esecutori (la cupola e i quattro killer: Salvatore Cucuzza, il collaborante che ha raccontato l'agguato, Nino Madonia, Giuseppe Lucchese e Pino Greco Scarpuzzedda), senza però svelare il movente che ha armato la mano degli assassini. E un delitto senza movente va a infoltire quelle nebbie che dalla strage di Portella della Ginestra ai tanti omicidi eccellenti aleggiano sulla Sicilia, terra, ieri come oggi, senza verità. La Torre, piombato in Sicilia per ridare fiato a un Pci boccheggiante, era arrivato per primo a capire che nulla era più come prima, che la mafia delle coppole era ormai solo folclore e che variegati interessi facevano interagire, in una sorta di mutuo soccorso criminale, varie strutture deviate, dentro e fuori lo Stato, dentro e fuori il sistema di relazioni internazionali. Il suo sguardo lungo veniva però sistematicamente offuscato da chi, riduttivamente, guardava come unico male a Cosa nostra. Anche dai suoi compagni. I più benevoli lo consideravano "malocarattere", altri lo tacciavano di essere ossessionato dalla mafia, altri ancora ne contestavano la linea politica troppo dura con la Dc, proprio lui che era stato etichettato comunista di destra. Premessa indispensabile per spazzare via la ridicola tesi dei mandanti "interni" al suo schieramento, avallata per tanti anni dai magistrati inquirenti. La dialettica politica è una cosa, quello che è accaduto a piazza Turba un'altra; è facile supporre che lì abbiano interagito diverse entità, le stesse che come sostiene l'avvocato di parte civile Armando Sorrentino, stanno dietro ai delitti Mattarella, Dalla Chiesa, Reina, Falcone e Borsellino. Non era un personaggio amato La Torre, troppo passionale, verace, irruente, per niente accomodante, ha scontato a caro prezzo il fatto di avere capito in anticipo quell'evoluzione che tirava dritto alla saldatura di interessi molteplici, ma tutti riconducibili ad ostacolare il mutamento in senso democratico della società. Nino Caleca e Elio Sanfilippo, compagni di partito della vittima, ritengono che la pista più accreditata sia quella che porta ai missili di Comiso. «Ma in una visione nuova - dicono - Una pista che non cancella ma si aggiunge a quella che porta a Cosa nostra. Il problema è ora capire quali interessi ha avuto la mafia per commettere l'omicidio. Una lettura geopolitica, alla luce di quello che è accaduto nello scacchiere mondiale negli ultimi trent'anni, potrebbe farci avvicinare alla verità. Per questo daremo vita a un comitato di intellettuali per chiedere la riapertura delle indagini, sia sotto il profilo storico, sia sotto quello giudiziario».I due autori, così come Attilio Bolzoni, ritengono una bufala per ostacolare le indagini la cosiddetta "pista interna". «Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi - scrive Bolzoni - Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un'altra sorte. Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta. Avevano il silenzio attorno. A un passo. Pio La Torre, nel partito al quale ha dedicato tutto se stesso. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella sua Arma, lui che si pregiava di avere gli "alamari cuciti sulla pelle". Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quel Tribunale popolato da giudici infidi». Vito Lo Monaco - presidente del Centro studi intitolato a La Torre - e Vincenzo Vasile, hanno conosciuto bene la vittima. Hanno condiviso con lui pezzi di strada importanti nella trincea di Palermo negli anni delle lotte contadine e del sacco edilizio. Raccontano con commossa partecipazione la vita del primo leader dell'opposizione assassinato nell'Italia repubblicana e ne rimarcano il percorso politico, dalle lotte nel feudo, alla Commissione antimafia, dalla legge per confiscare i beni ai boss mafiosi, alle marce pacifiste per dire no ai missili a Comiso. Anche loro esortano la giustizia a rintracciare i veri mandanti «annidati nelle pieghe dello Stato e della classe dirigente del Paese». È pieno di interrogativi e di denunce per le sollecitazioni investigative disattese dagli inquirenti, il libro che l'avvocato di parte civile Sorrentino ha scritto con Paolo Mondani. Il testo ripercorre il sofferto iter processuale. I due autori inquadrano l'assassinio in uno scenario che partendo dall'Italia del sequestro Moro, delle stragi e dei tanti delitti eccellenti, transita da "Gladio" per poi sfociare nella tesi che il filo conduttore di tanti agguati è la resistenza a ogni rinnovamento della società. «L'omicidio - scrivono - anche se sollecitato verosimilmente da interessi mafiosi locali, grandi appalti e simili, appare rispondere a una logica di livello nazionale e forse internazionale, intesa ad annientare con azione criminale mirata i punti di forza di una politica progressista nel nostro Paese». «Per dirla con le lucidissime parole di una delle vittime di questo disegno, il giudice Cesare Terranova, a tale livello delle operazioni non è più questione né di Buscetta, né di Gerlando Alberti, né di Liggio, né di Greco: l'organizzazione richiede ben altro, "i suoi cervelli devono essere più in alto, fuori dalla mischia... cervelli più segreti e più influenti"». Andrea Camilleri che di questo libro ha scritto la prefazione ricorda la vicenda (rivelata da "Repubblica" sei anni fa), di alcuni studiosi siciliani convocati da La Torre in una riunione riservata per analizzare insieme dei documenti rivelatori. Incontro mai avvenuto perché i killer arrivarono qualche giorno prima dell'appuntamento. «Pio quelle carte le aveva evidentemente interpretate - scrive il creatore di Montalbano -e voleva conferma di quel che aveva capito. E cioè che fra Stato e mafia c'era una relazione continua». Quella di Camilleri è una "verità" sotto gli occhi di tutti, ma talmente impalpabile da restare invisibile nel pantano dei misteri.
Tano Gullo
 
 

La Repubblica (ed. di Bologna), 21.4.2012
Cento orchestrali sul Crescentone e hanno tutti meno di 13 anni

Cento orchestrali sul Crescentone di Piazza Maggiore non si vedono tutti i giorni. Ancora più raramente, se hanno tutti dai 13 anni in giù. Succederà oggi pomeriggio alle 17.30, evento propedeutico alla StraBologna edizione 2012: il concerto è della Under 13 Orchestra, diretta da Paolo Belloli, con la voce recitante di Paolo Li Volsi e con la partecipazione dell' arpista Cecilia Chailly, sorella del direttore Riccardo. I piccoli esecutori milanesi sono cresciuti con la didattica dalla Fondazione La Nuova Musica con le Ricordi Music School che li ha resi precoci orchestrali. E dopo aver eseguito le musiche per una favola di Camilleri, concederanno anche un omaggioa Bologna con un pezzo di Lucio Dalla.
Luca Baccolini
 
 

il manifesto, 21.4.2012
La Cgil allo sciopero generale ma, per ora, solo sul fisco
Ieri in diverse città italiane i lavoratori hanno incrociato le braccia per qualche ora. In piazza, dai palchi, si parla di fisco e pensioni. Ma per strada slogan e striscioni mettono al centro del discorso la la "patata bollente": "No all'imbroglio sull'articolo 18". La segretaria della Cgil Susanna Camusso assicura: "Lo sciopero generale si farà".

[…]
A Reggio Emilia c'era forse più gente che a Roma (10.000, dicono i media locali). E l'intervento conclusivo è stato tenuto al segretario regionale, Antonio Mattioli. «In questo paese il problema non è l'art. 18, ma l'assenza di politiche per la crescita, l'occupazione e la necessità di ridurre la pressione fiscale per i lavoratori e i pensionati. In Italia - ha concluso citando Andrea Camilleri - c'è bisogno di un nuovo Risorgimento; non lasciamo i nostri giovani da soli per cambiare il futuro».
Francesco Piccioni
 
 

Il Sole 24 Ore, 22.4.2012
Posacenere

Ho sentito dire a uno studioso russo di Shakespeare d’aver letto sul giornale di bordo di un veliero inglese in rotta verso New York nel primo ’700 che, durante una bonaccia, l’equipaggio allestì la messinscena dell’Amleto. Ora quale livello culturale potevano possedere dei marinai all’epoca? Eppure... Io l’ho visto recitare da una compagnia di guitti col titolo Il fantasma sugli spalti e anche da una compagnia degli Emirati Arabi dove, non potendo le donne comparire in palcoscenico, la parte di Ofelia era sostenuta da un uomo e per di più barbuto. Eppure, lo giuro, funzionò in tutti e due i casi. Un classico è come un dolce a più strati, ognuno si sceglie quello che il suo palato è in grado di gustare meglio.
Andrea Camilleri
 
 

Cronache Maceratesi, 22.4.2012
Camilleri racconta a “Macerata Racconta”
Lo scrittore ha incontrato i rappresentanti dell'associazione ConTesto in vista dell'iniziativa maceratese dal 2 al 6 maggio

Andrea Camilleri, Maila Pentucci e Giorgio Pietrani

Lo scrittore Andrea Camilleri, venerdì scorso, ha aperto la sua casa romana a Macerata Racconta, incontrando i rappresentanti dell’Associazione contesto, organizzatrice della Festa del Libro, e dell’Istituto Storico della Resistenza di Macerata. L’intervista è stato il coronamento dell’iniziativa che aprirà la rassegna dedicata ai libri – dal 2 al 6 maggio nel centro storico della città – e che vedrà protagonisti gli studenti delle scuole superiori maceratesi, impegnati in una rilettura storica del romanzo “Privo di titolo” dell’autore siciliano, per coglierne le tracce e le suggestioni attraverso le quali ricostruire il contesto storico, politico, sociale di riferimento e per approfondire la conoscenza dell’epoca fascista e di alcune delle caratteristiche del regime, quali la propaganda ed il controllo della verità attraverso i mezzi di comunicazione. “Scrivo romanzi storici per cercare di indagare come l’ombra lunga della storia si proietti fino ai giorni nostri” ha detto Camilleri a Maila Pentucci, curatrice del laboratorio e responsabile didattica dell’Istituto Storico della Resistenza che gli aveva chiesto la validità di una operazione come quella sperimentata con gli studenti maceratesi, ovvero ricostruire la storia attraverso le fonti letterarie.
Il risultato del laboratorio verrà presentato, insieme alla versione integrale dell’intervista a Camilleri, il 2 maggio alle ore 16:00 presso la biblioteca Mozzi – Borgetti di Macerata introducendo la tematica delle Mutazioni, scelta come filo conduttore per Macerata Racconta 2012, parlando della mutazione della verità in una verità altra, consegnata all’ufficialità della storia attraverso la mistificazione, la costruzione di falsi miti e la strumentalizzazione della stampa a fini politici, che è il nodo cruciale del romanzo preso in esame.
A proposito del tema del festival, è stato chiesto a Camilleri, da Giorgio Pietrani di contesto, a quale trasformazione si augura di assistere in un futuro prossimo per il nostro paese. “Vorrei vedere il nostro paese che esce da questo buio profondo – ha risposto lo scrittore – soprattutto per consegnare alle nuove generazioni la percezione di un’Italia che sicuramente ha molte ombre, ma della quale dobbiamo ricordare ed enfatizzare le luci e le numerose positività che possiede”.
Una di queste è soprattutto la tradizione culturale e letteraria, che la rassegna maceratese vuole diffondere ed interpretare: gli auguri di Camilleri alla buona riuscita di Macerata Racconta hanno concluso la piacevole ed interessantissima conversazione e saranno di sicuro di buon auspicio per le iniziative che si susseguiranno nel corso della settimana, visibili al sito www.macerataracconta.it.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 22.4.2012
Tidona: "Com'è difficile interpretare Giammanco"

[…]
Tornando alla tv, Tidona per ora si gode la popolarità regalatagli da "Il giovane Montalbano", dove ha interpretato il poliziotto Carmine Fazio: «Sono contento per due ragioni. La prima, perché il prodotto è di qualità ed è piaciuto al pubblico. La seconda, perché Andrea Camilleri non ha nascosto il suo plauso e non ha fatto mistero di preferire questa fiction alla più nota versione con Zingaretti».
Vassily Sortino
 
 

La Repubblica, 22.4.2012
Aviatori o gioiellieri il mondo sorprendente degli scrittori siciliani

Un terrorista di destra. Un celebre disegnatore di gioielli. Un puparo. Un antifascista in fuga verso Casablanca. Una mistica seguace di Rosmini. Sono alcune biografie che si incontrano nell' antologia Le arance non raccolte (Palumbo) curata da Salvatore Ferlita e dedicata agli scrittori siciliani più sconosciuti del ' 900.
[…]
I quasi 30 autori presenti non sono tutti nati in Sicilia o non fanno nemmeno parte della letteratura in lingua italiana. In inglese sono scritti i libri di Jerre Mangione (americano che nel ' 50 viaggia nella Sicilia dei padri imbattendosi, tra l' altro, in un giovane Camilleri).
[…]
Emiliano Morreale
 
 

Agorà Scuola Aperta Laterza, 23.4.2012
Andrea Camilleri

Lunedì 23 Aprile 2012, ore 18:00
Liceo Classico “Orazio” – Roma
Ingresso libero fino a esaurimento posti


(foto di Marco Tambara)

Video integrale dell’intervento
Traccia audio dell’intervento

(Per accedere a questi contenuti devi essere un Tesserato Agorà)
 
 

23.4.2012
Presentazione del libro "Chi ha ucciso Pio La Torre?" di Paolo Mondani e Armando Sorrentino
Ore 17:30, Palazzo Steri (Piazza Marina), Palermo
Il libro, con la prefazione di Andrea Camilleri, è edito da Castelvecchi
Intervengono Antonio Ingroia, Adriana Laudani, Giuseppe Lo Bianco, Vito Lo Monaco. Saranno presenti gli Autori.

 
 

Solo Libri.net, 23.4.2012
Dentro il labirinto - Andrea Camilleri

“Ho davanti a me le riproduzioni di quattro disegni che rappresentano il medesimo soggetto: la testa di un cadavere disteso sopra un tavolo d’obitorio. Si tratta di schizzi dal vero. Il morto si chiamava Edoardo Persico. Era nato a Napoli, per un po’ di tempo aveva vissuto a Torino, poi, da qualche anno, si era stabilito a Milano... È venuto a mancare improvvisamente nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1936, un mese prima di compiere trentasei anni.” (Note di copertina)
Edoardo Persico fu un artista, un critico sagace ed acuto, ma secondo alcuni, anche, “un formidabile, incredibile, fantasioso racconta-balle in servizio permanente”. L’11 gennaio 1936, fu trovato morto nel bagno della sua abitazione. Morte naturale o omicidio? Se delitto, di natura politica o passionale? Camilleri entra dentro il labirinto del mistero per indagare e pervenire ad una verità romanzesca…
Andrea Camilleri ha la fortuna che ogni idea che gli passa per la testa diventa fruttuosa e diventa un oggetto materiale, un libro pronto per essere dato in pasto ai suoi lettori che sono tanti e fedelissimi. Già sento un coro più o meno nutrito di commenti… un altro libro di Camilleri e di quella serie, (Dentro il labirinto, nell’edizione Skira, raffinata ed elegante), che divaga su altri generi e per giunta scritti in italiano. Non è nelle sue corde, non sembra il Camilleri che leggiamo, risulta estraneo, difforme... Ma è proprio in questi difformi e molteplici cimenti che la genialità del nostro artista si manifesta e si esplica. In ogni scritto si annida l’estro di Camilleri e lo rende sempre più grande; questa onnivora curiosità intellettuale è le vera cifra delle sue opere letterarie. Nella nota a fine libro chiede venia preventiva se nella storia narrata si possono riscontrare degli omissis importanti o accenti irrilevanti, in queste incursioni letterarie, egli non si considera un ricercatore, uno storico tout court, ma un romanziere, (dalla fantasia prodigiosa e poliedrica, aggiungo io).
Fatta questa premessa, il libro è un’indagine, come il titolo esprime, nel labirinto di un’esistenza umana e nella fattispecie di un artista che visse ambivalenze e complessità fuori del comune. Camilleri si chiede se la morte prematura di Edoardo Persico, stava per compiere 36 anni, fu l’esito fatale di malattie pregresse, un suicidio passivo, un delitto politico, (siamo nel 1935, in piena era fascista, si parla di un fantomatico arresto privo di tracciabilità cartacea; forse si vuole acquisire un informatore prezioso per la sua frequentazione dell’ambiente artistico che, tutto sommato, è quello che pullula di cospiratori antifascisti?) o di natura passionale. Nell’ultimo periodo della sua vita, scrive Camilleri, Persico era entrato in una fase liquidatoria dei suoi molteplici interessi culturali, come critico sulla rivista di architettura e di tecnica “Casabella”, animatore di gruppi di pittori, fondatore di case editrici fallimentari, mancato romanziere …e come se presagisse la sua fine… Alla VII (recte VI) Triennale vinse il concorso pel Salone della Vittoria. Morì prima dell’inaugurazione. Lo sentimmo dire: “Lo inaugurerete voi amici, con un fiocco nero”. Il salone era bianchissimo. Birolli, un suo amico, nei “Taccuini” annota che Persico, incontrato casualmente 15 giorni prima della sua morte, pareva accarezzare la sua tristezza, era irriconoscibile.
Lo scrittore ricostruisce una sintetica biografia di Edoardo Persico basata su dati certi e comprovati della sua esistenza, perchè non è facile discernere il vero dal falso. Districarsi tra le sue molteplici attività, tante non portate a compimento o rimaste solo allo stato di progettualità, diventa un intrico difficilmente solvibile, come la sua ambiguità politica, più scorribande tra ideologie contrastanti da fasciste a socialdemocratiche a rivoluzionarie. E il mistero s’infittisce sempre più. Gli enigmi, gli indizi disseminati, gli interrogativi si susseguono come puzzle, la scomparsa di Persico apre uno scenario ambiguo, ma è solo frutto della psiche umana che alimenta mostri ed interpreta i fatti o solo una morte naturale e niente di misterioso e avvelenato da sospetti?
Camilleri dà la sua versione romanzata dei fatti, dopo tutte le ipotesi avanzate e i condizionali proposti, ma in questa sede non ci è dato andare avanti e pervenire alla conclusione della storia così come l’ha concepita l’autore, lasciamo al lettore conoscerne gli sviluppi e l’epilogo… Interessa sottolineare e apprezzare, a parer mio, la saldezza della costruzione, l’affondo nel groviglio dell’animo umano nelle sue inemendabili ambiguità, la passione e la ricerca certosina che anima Camilleri nel dare letterariamente un senso alla morte. Lo stile è sobrio ed elegante, l’uso della lingua italiana cercata e ricercata ed essenziale, ma indulgente per certi versi. Camilleri ancora una volta, e sottolineo a mio modesto parere, si rivela sensibile alle angosce del personaggio, investigatore intelligente, mosso da un atto dovuto alla figura di Edoardo Persico di renderne un drammatico ed onorevole ricordo.
Arcangela Cammalleri
 
 

La Repubblica, 23.4.2012
L'arte dell'intrattenimento. Perché in Italia non ci sono Follett e Wilbur Smith

Duole dirlo, ma l'incipit di Alte tirature - La grande narrativa d'intrattenimento italiana di Vittorio Spinazzola non è incoraggiante. Nella prima pagina compaiono l'una dopo l'altra le seguenti espressioni: «valore emblematico», «immaginario collettivo», «ambiguamente ammiccante» e «segnale forte». Del resto qualche nube di perplessità si addensava già sull'indice dove, in fila dopo Melissa P. e Moccia, compariva Saviano. Gomorra narrativa di intrattenimento? Intrattenimento, entertainment, la camorra di Casal di Principe? Mah... Duole, dicevamo, e duole in particolar modo perché, superate queste irritazioni epidermiche, al lavoro di Spinazzola va riconosciuto il grande merito di avventurarsi in solitudine e con sprezzo del pericolo sull'accidentato terreno della narrativa di intrattenimento. E lì giunto, di avanzare tranquillamente con i robusti scarponi e il passo cadenzato del professore. Che, fuor di metafora, vuol dire dissezionare con metodicità- come se fossero Le confessioni di un ottuagenario o la Gerusalemme liberata – Fantozzi e Porci con le ali, Un uomo della Fallaci, le opere di Sveva Casati Modignani e le Formiche di Gino e Michele, il Cuore della Tamaro e il Jack frusciante di Brizzi, le opere di Camilleri e Faletti, per chiudere, come si è visto, con Melissa P., Moccia e Saviano. Una compagnia assai eterogenea, si dirà. Non senza ragione. A tenerla insieme, la compagnia, c'è un dato di fatto evidente, il comune successo di vendita, l'essere tutti dei bestseller. Una caratteristica richiamata nel titolo con l'imprudente dizione Alte tirature, che rievoca il bon mot di Luciano Mauri «grazie per le magnifiche rese», rese che sono spesso il corollario delle alte tirature. Meglio alte vendite dunque, ma insomma sempre un riferimento quantitativo. Ora la quantità, anche se non gode di buona stampa, è una cosa seria, molto seria. Non solo perché è concupita apertamente dagli editori e segretamente dagli autori, specie quelli più high brow, ma perché è una categoria aristotelica e deve essere maneggiata con cura. Se si ragiona in termini di quantità bisogna considerare tutte le quantità, non solo quelle dei libri ritenuti in partenza inferiori per confermare così, tautologicamente, l'equazione quantità uguale inferiorità. Quindi, se questo è il criterio, va applicato senza preventive (e assai discutibili, come si è visto nel caso di Saviano) distinzioni di genere e senza opporre italiani e stranieri. Perché la quantità riflette il giudizio del pubblico, al quale interessa il libro e non il fatto che sia italiano o straniero. E dunque bisognerà includere, anche restando ai soli italiani, Il nome della rosa e soprattutto La Storia di Elsa Morante, capolavoro letterario certamente, ma anche primo caso di marketing davvero aggressivo nella storia libraria d'Italia, quando Einaudi comperò di domenica l'ultima pagina del Corriere e la lasciò tutta bianca salvo in mezzo, piccola, la copertina. E perché non parlare del Gattopardo e del Dottor Zivago? Il punto è che, saltando come il camoscio carducciano sulle vette di vendita per un arco di tempo sufficientemente lungo, si disegna un profilo che è una vera e propria storia del gusto, ricca di sorprese e molto, molto interessante. E si vede anche come la dimensione fisica del successo sia cambiata nel tempo, passando dall'ordine di grandezza delle centomila copie degli anni Ottanta al milione degli anni Duemila. Fenomeno che attende ancora una spiegazione convincente. Tutt'altra musica se si parla di generi e di narrativa di genere. Innanzitutto perché in non pochi casi la collocazione sotto la voce intrattenimento è un gesto - che cela in realtà un giudizio - del critico e non riflette certo l'intenzione dell' autore. Difficile che la Fallaci, la Tamaro, Brizzi e fors'anche Moccia pensassero di fare con i loro romanzi opera di intrattenimento. Per certo non lo pensava Saviano. E poi perché andando a vedere che cosa c'è, secondo Spinazzola, dentro il vasto contenitore dell'intrattenimento si scoprono oggetti disparati. Per cominciare due generi autoctoni, italianissimi. Il primo, da Porci con le ali a Melissa P, è quello che ruota intorno al sesso, meglio se giovanile, meglio ancora se adolescenziale. Genere questo di buone prospettive nel nostro paese cattolico, dove il peccato ha fascino, ma non grandezza e finisce sempre per identificarsi con quella tal cosa. Il secondo è il genere, anch'esso peculiarmente italiano, del grottesco politico e sociale, rappresentato qui da Fantozzi, ma che ha il suo più illustre precedente in Don Camillo. Figli entrambi - Don Camillo e Fantozzi - del geniaccio editoriale di Angelo Rizzoli senior, inventore di una sorta di missile a tre stadi. Il primo dei quali è una svelta rubrichetta tenuta su Candido da Guareschi e sull'Europeo da Villaggio; il secondo è la raccolta in volume delle rubrichette e dunque la loro trasformazione in libro unitario, con immenso successo, anche internazionale (le sofisticatissime Editions du Seuil si fecero in realtà le ossa su Don Camillo); il terzo è il film, sempre dal grand'uomo (in veste qui di Cineriz), prodotto, e anche qui baciato dalla fortuna. Per non dire che con Fantozzi si aggiunse un quarto stadio, quando il cumenda (così era chiamato) dopo il rifiuto di Tognazzi e Manfredi, convinse l'autore stesso, Villaggio, a diventare anche l'attore e a chiudere il cerchio. Trasfigurando così Fantozzi in un archetipo eterno e universale. Ma le dolenti note per la letteratura italiana di intrattenimento vengono dai generi più classici e non tanto da quelli femminili, dove la Sveva Casati Modignani considerata da Spinazzola regge dignitosamente il confronto con le sue simili internazionali dalla Steel, alla Krantz, anche se non forse alla Pilcher. Quanto da quelli maschili. Qui a partire dagli anni Settanta e ad opera principalmente di autori anglosassoni si è verificata una vera e propria rivoluzione. Si è alzato, nettamente, il livello qualitativo (e qui la qualità è un fatto, concreto e misurabile) e soprattutto questi libri, che erano considerati di quarta categoria, sono stati posti editorialmente parlando in prima fila, hanno guadagnato le luci della ribalta. In Italia, dopo lo smacco del Padrino rifiutato da tutti i grandi editori, il profeta dell' intrattenimento alto fu Mario Spagnol, specie nella sua stagione rizzoliana, quando affiancò al capolavoro assoluto - La talpa di John le Carré - gli ottimi L'Azteco, Radici e molti altri. Wilbur Smith l'avrebbe invece scoperto più tardi, nel periodo longanesiano. Ma il primo a cercare la sistematicità in questo settore, alla fine degli anni Settanta fu Vittorio Di Giuro, per Bompiani, presto superato però dall'asso del genere, Giancarlo Bonacina di Mondadori, che in poco più di un decennio allineò nella sua formidabile scuderia quasi tutti gli autori maggiori con i loro libri inaugurali di nuovi sottogeneri: Ken Follett, Scott Turow, Martin Cruz Smith, John Grisham, Thomas Harris, Robert Harris, Peter Hoeg, Patricia Cornwell, oltre allo stesso le Carré, a P. D. James e al preesistente Forsyth. Dei veramente grandi rimasero fuori solo Michael Chrichton e Stephen King. Ora, la peculiarità della produzione italiana è che da noi l' intrattenimento alto non si è in sostanza mai visto. In parte - in gran parte - perché la vocazione (o aspirazione) letteraria ha finito per essere più forte, per esercitare un'invincibile attrazione gravitazionale. Così è stato ed è per Lucarelli, per Carofiglio, per De Cataldo, per Carlotto. Ma persino Il nome della rosa, che per un verso è l'unica vera e grande gloria italiana dell'intrattenimento, l'opera inaugurale di un nuovo e fortunatissimo genere, la detective story di cultura, per un altro è una sperimentazione letteraria estrema. In altra parte perché molta produzione italiana di genere è rimasta legata a modelli più classici, precedenti la rivoluzione dell'intrattenimento alto. Così è per lo stesso Camilleri, dove la macchina narrativa - da lui pazientemente smontata e rimontata più volte nelle sceneggiature televisive - è quella di Maigret, ma il succo dei libri è tutto nell'invenzione di una lingua, un parasiciliano ironico e sorridente. Insomma, l'intrattenimento alto - solido e ben fatto - è forse il termometro che meglio misura la cultura diffusa, quella non degli intellettuali di professione, ma della gente comune, educata e incivilita. Sarà per questo che da noi latita e langue. Sarà per questo che qui noi siamo decisamente meno bravi.
Gian Arturo Ferrari
 
 

Il Tirreno, 24.4.2012
Le voci di Cristicchi e Camilleri
Due giorni a Santa Fiora sull’Amiata per ricordare il sacerdote scomodo

Santa Fiora, il paese natale di padre Ernesto Balducci, in provincia di Grosseto, celebra l’anno del ventennale della morte di questo figlio di eccezione, scomparso per un incidente stradale il 25 aprile 1992.
Nel borgo del Monte Amiata, che lui stesso definì la montagna incantata, il 28 e il 29 aprile saranno presenti in tantissimi al convegno “Padre Ernesto Balducci. Uscire dalla crisi della modernità per creare un uomo nuovo”.
Spalmato su due giorni, il convegno si terrà a Palazzo Sforza Cesarini e al cimitero storico di Santa Fiora e ricostruirà tutte le sfaccettature di una personalità carismatica e poliedrica e per raccontare la storia di un uomo che ha attraversato e lasciato il segno in tutti gli strati culturali e sociali, politici e religiosi dell’Italia del nostro tempo.
[…]
Il pomeriggio del 28 ci saranno in video conferenza anche Andrea Camilleri intervistato dal cantante Simone Cristicchi, due illustri figli adottivi della montagna, che condividono con Balducci la passione per la terra di Amiata, le sue radici profonde, le utopie a cui ha dato voce e quel suo essere villaggio-archetipo di convivenza intima e fraterna.
[…]
Fiora Bonelli
 
 

E - il Mensile, 25.4.2012
E’ il 25 aprile

Credo sia doveroso parlarne, far capire a chi non l’ha vissuta cos’è stata la Resistenza.
Le poesie di Alfonso Gatto, scritte in quel periodo, saranno in libreria fra un mese. Il capo sulla neve è il titolo del piccolo libro edito dalla Fondazione Alfonso Gatto di Salerno a cura di Filippo Trotta, nipote del poeta, ristampa di un volumetto uscito nel 1947 a Milano con la prefazione di Massimo Bontempelli e riportato in questa con l’aggiunta (partecipata, preziosa) di colui che non t’aspetti (ma saluti sempre volentieri): Andrea Camilleri.
[…]
Gianni Mura
 
 

La Repubblica (ed. di Napoli), 25.4.2012
"Di Gatto i più bei versi sulla Resistenza"

Lo comprai dal mio libraio a Caltanissetta. Era un fascicolo scritto su carta povera, semplice, ma contenente la più alta testimonianza della Resistenza che la nostra poesia ci abbia mai dato". Così Andrea Camilleri descrive la sua prima lettura de "Il capo sulla neve", una raccolta di venti liriche composta 65 anni fa dal poeta salernitano Alfonso Gatto. Quel piccolo volume, edito per la prima volta nel 1947, fino ad oggi introvabile, ritorna in libreria, in occasione dell'anniversario della Liberazione, riedito dalla Fondazione Alfonso Gatto. «Il nostro obiettivo - spiega il suo presidente Filippo Trotta -, è di tutelare l'opera di un grande autore del Novecento». I suoi versi, collocati nell'Olimpo degli ermetici tra Ungaretti, Quasimodo e Montale, congelano l'orrore di tutti gli uomini "sopravvissuti all'ultimo conflitto mondiale, con una durezza nel cuore che non si scioglierà mai". Rime di guerra, di inverni nella Milano del ' 43 e di partigiani "con le stelle rosse". Proprio come Leone Pentich, a cui l'intera raccolta fu dedicata, caduto a 20 anni in Croazia. Le poesie, che saranno presentate al prossimo Salone internazionale del libro a Torino il 13 maggio, sono precedute da una prefazione dello stesso Camilleri e seguono lo schema del "Quaderno" originale, pubblicato in allegato a "Milano sera", quotidiano socialista che Gatto diresse nel 1945.
[…]
Tra le pagine compaiono anche due scritti che non figurano in nessun altra antologia su Gatto in circolazione: l'inno "Alla mia terra" ed il pamphlet "Agli amici che non sono amici". Quest' ultimo, dedicato a tutte le "ombre straniere d'un mondo che dimentica i suoi morti", un tempo alleate, ora "vendute alla ragione dei più forti", è il preferito di Camilleri. Lo conferma nella prefazione: "Lo imparai a memoria: è una lirica sempre viva e attuale".
[…]
Paolo De Luca
 
 

La Provincia di Cremona, 25.4.2012
Andrea Camilleri - 'Dentro il labirinto'
Dentro il labirinto, di Andrea Camilleri, pagine 166, Skira, Euro 15

Critico d’arte, saggista, editore velleitario sempre in lotta contro le ristrettezze economiche; antifascista o forse collaboratore dell’Ovra, millantatore o probabile collaboratore dei servizi segreti; sfuggente ai suoi stessi amici, bugiardo, riservato ai limiti del patologico: Edoardo Persico potrebbe essere un personaggio inventato da Georges Perec. Invece fu un saggista e critico d’arte che ebbe un certo rilievo negli anni Trenta del Novecento ed ebbe tra le sue frequentazioni Piero Gobetti, Lionello Venturi e Gio Ponti. Persico, nato nel ’900, morì nel ’36 in circostanze tuttora poco chiare. In Dentro il labirinto Andrea Camilleri ne ricostruisce la vicenda e racconta del clima omertoso che la circonda a distanza di tanti anni, affidandosi a documenti e testimonianze. Non scioglie il mistero, mada giallista si affida all’invenzione narrativa, offrendo non la verità ma una soluzione verosimile.
 
 

Sellerio Editore, 26.4.2012
Disponibile su App Store
La prima App di Andrea Camilleri La Regina di Pomerania
Contiene il racconto «Romeo e Giulietta» con audio e video del Maestro di Vigàta, il gioco «Prive di titolo» e la possibilità di completare la raccolta delle storie con gli acquisti In-App.

L’App presenta numerosi contenuti inediti.
Un video di Camilleri introduce Pomerania e racconta il suo esordio nel mondo delle App. Il gioco «Prive di titolo» ha per protagoniste le copertine di Camilleri. Trascina il titolo corretto sui libri, completa correttamente 38 copertine e pubblica su FB il risultato. Ogni racconto è accompagnato da un video in cui Camilleri, a tu per tu con i lettori, commenta il testo, ne svela la genesi e suggerisce personali chiavi di lettura. Ogni racconto ha un glossario ipertestuale vigatese-italiano: una volta evidenziate le parole, grazie a un semplice tap, compare sullo schermo il significato italiano del lemma. I lettori potranno seguire l’inconfondibile voce di Camilleri «sfogliando» le pagine dell’App oppure, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dal Maestro di Vigàta. Le pagine che compaiono su schermo riproducono le peculiarità della carta vergata dei libri Sellerio. L’App consente un accesso diretto ai Social Network per condividere con gli amici l’esperienza di lettura.
 
 

Macitynet, 26.4.2012
I racconti di Andrea Camilleri in un'app interattiva per iPhone e iPad
Sellerio pubblica su App Store un'applicazione iPhone e iPad con i racconti de La Regina di Pomerania di Andrea Camilleri: giochi, video, un dizionario vigatese-italiano e la voce dello scrittore accompagnano nella lettura. In vendita a 79 centesimi con un racconto incluso.

C'è anche Camilleri dentro all'iPad e all'iPhone. Lo scrittore siciliano, uno dei più noti e di successo, oltre che uno dei più mediaticamente presenti, tra gli autori moderni, debutta in un'app con La Regina di Pomeriana e altre storie di Vigata, una raccolta di racconti edita da Sellerio.
Il libro in digitale è la copia del volume cartaceo con un racconto incluso (Romeo e Giulietta) e gli altri in vendita in app accompagnati però da una serie di contenuti interattivi e multimediali. Abbiamo, ad esempio, un gioco, «Prive di titolo», che ha per protagoniste le copertine di Camilleri con il quale dobbiamo trascinare il titolo corretto sui libri e poi pubblicare su Facebook il risultato. Ogni racconto è poi accompagnato da un video in cui Camilleri commenta il testo, ne svela la genesi e suggerisce personali chiavi di lettura. Ogni racconto ha un glossario ipertestuale vigatese (Vigata è la città immaginaria in cui Camilleri ambienta in suoi romanzi) italiano: una volta evidenziate le parole, grazie a un semplice tap, compare sullo schermo il significato italiano del lemma. Le pagine che compaiono su schermo riproducono le peculiarità della carta vergata dei libri Sellerio. L’App consente un accesso diretto ai Social Network per condividere con gli amici l’esperienza di lettura.
I racconti in vendita singolarmente sono sette: La Regina di Pomerania, I Duellanti, Le Scarpe Nuove, La lettera anonima, la seduta spiritica, L'uovo sbattuto, Di padre Ignoto. Ciascuno costa 1,59 euro.
L'applicazione è in vendita in versione Universal a 79 centesimi:
 
 

Pino Bruno, 26.4.2012
Camilleri è caduto nell’iPad

Dal camillerese all’italiano: “Gli occhi fanno pupi pupi quando, per la stanchezza, la vista si annebbia e par di vedere macchie e figure”. Il glossario è una delle tante chicche di questa prima applicazione che Sellerio dedica al maestro siciliano. La Regina di Pomerania è la versione per dispositivi mobili Apple di uno degli ultimi titoli di Andrea Camilleri. Non è un “banale” eBook, cioè la trasposizione del testo dalla carta ai bit.
E’ molto di più, perché l’autore racconta in video la genesi del racconto Romeo e Giulietta, il primo della raccolta, e poi lo legge, con la sua voce inconfondibile. Ovviamente c’è anche il testo, che appare sul display come se si trattasse di carta vergata. Insomma, un’applicazione originale, insolita, che non si accantona facilmente perché ogni volta che si apre c’è qualcosa di nuovo da vedere, leggere, ascoltare. E poi i lettori incalliti di Camilleri possono anche giocare, a trascinare il titolo giusto sulla giusta copertina, mentre quelli di primo pelo avranno dalla loro il glossario, per allucchire, ammuccare e addunarsi della biddrizza camilleriana.
L’app costa 0,79 centesimi. Gli altri sette racconti costano 1,59 euro l’uno. Sono già pronti per il download – senza uscire dall’applicazione – I duellanti, Le scarpe nuove, La Regina di Pomerania. In dirittura d’arrivo La lettera anonima, La seduta spiritica, L’uovo sbattuto, Di padre ignoto.
E chi ha già comprato e letto il libro di carta? Questa è un’esperienza nuova, imperdibile, soprattutto per ascoltare Camilleri che dichiara candidamente, nel video introduttivo: ”Faccio questa App senza sapere di che cosa mi sto occupando. Mi hanno detto devi parlare del tuo libro”.
 
 

Corriere della Sera, 26.4.2012
Biografie. Skira pubblica una vita romanzata, scritta da Camilleri, dell'autore di «Profezia dell'architettura»
Vita misteriosa del critico Edoardo Persico

La vita di Edoardo Persico, il più acuto critico italiano di architettura degli anni Venti e Trenta in Italia è, dalla data della sua morte a soli trentasei anni nel 1935 a Milano, quando era condirettore di «Casabella», sempre stata oggetto di indagine, perché corredata da molti misteri. Da quelli dei suoi spostamenti fisici (nato a Napoli e vissuto tra Torino e Milano, ma anche in molte parti d'Europa e persino a Mosca) a quella dei suoi interessi culturali tra pittura, letteratura ed architettura (anche come progettista) sino alla sua posizione politica di cattolico antifascista (ma anche di accusato di collaborazioni con il regime), amico di Piero Gobetti e di Amendola, arrestato e sorvegliato dall'Ovra. Soprattutto il mistero della sua morte improvvisa dovuta, con qualche probabilità, alle malversazioni della polizia ed insieme alla sua fragile salute. Una serie di intrecci che si sono trasformati in un appassionante romanzo, autore Andrea Camilleri (Dentro il labirinto, Skira, pp. 162, 15), che conduce la sua indagine attraversando interrogativi e proponendo interpretazioni delle diverse tesi degli storici dell'architettura, sino a concludere con la proposta di tre diverse romanzesche versioni della vita di questo straordinario personaggio. Tutto questo naturalmente con la consueta bravura che ha fatto di Camilleri uno dei più nobilmente noti autori italiani, ma applicata questa volta ad un tema assai più stravagante persino delle sue narrazioni poliziesche. Naturalmente il libro non si occupa che molto lateralmente dell'importante ruolo di Persico nella cultura del movimento moderno in architettura, anche se il mistero di come si sia formata la sua cultura europea, e la sua capacità di mettere a confronto le specifiche diversità, nel quadro dell'internazionalismo critico proposto dalle avanguardie, contribuisce a descrivere la sua complessa personalità. Bene ha fatto quindi l'editore Skira a ripubblicare un piccolo libro con quattordici tra i più famosi saggi di Persico (oggi introvabili) tra i quali la celebre Profezia dell'architettura (pp. 90, 9). Una cultura, quella di Persico, che era capace di andare al di là delle stesse avanguardie, muovendo verso una nuova «sostanza di cose sperate», frase con cui egli conclude il suo famoso discorso di Torino, evitando il congelamento del puro «ritorno all'ordine» delle arti postbelliche e trovando forse nel mistero della sua vita indagato da Camilleri un ulteriore, importante materiale. Qualcosa che ha a che vedere con l'emozione di una ragione non deduttiva né praticistica che connette vita ed opere di chi è, come Persico ma anche come Camilleri, insieme artista e severo critico di se stesso e del mondo circostante.
Vittorio Gregotti
 
 

La Repubblica, 26.4.2012
Nel labirinto di Persico architetto geniale

Edoardo Persico, nato a Napoli nel 1900 e morto a Milano nella notte dell'11 gennaio del 1936, è il più geniale critico d'architettura attivo negli anni Trenta, e non solo in Italia. Nel giro di pochi, febbrili anni assunse un ruolo di spicco nell'ambiente milanese, anche come condirettore della Casabella di Pagano. Capì il genio di Wright sfogliando solo foto, indicò ai migliori architetti milanesi la via della modernità europea, ed è lodevole che Skira ristampi Profezia dell'architettura, e Nino Aragno annunci l'opera completa. Il rapporto del medico legale dice che morì di miocardite.
Alla sua morte Andrea Camilleri dedica il romanzo Dentro il labirinto, (Skira): è un classico processo indiziario, e non potrebbe esser diversamente, perché, attore e comprimari sono morti. «Ho scritto eventuale biografia perché questa mia non lo sarà... Il mio sarà il tentativo di percorrere il labirinto di un enigma». Ma di fatto scrive una biografia, tant'è che allega una carente bibliografia, e dedica ad essa 9 capitoli su 13. Nel primo si sofferma sui ritratti da morto che gli fecero amici pittori e fa le sue congetture, anche se alle sue domande e dubbi, dice di voler rispondere solo «con l'invenzione narrativa». All'Ambiguità politica dedica i capitoli 4 e 5, e fornisce la sua interpretazione. Era antifascista Persico, viene arrestato ripetutamente e rapporti di polizia lo confermano. In un ristorante a Napoli ha uno scontro con fascisti che cantano "Giovinezza", viene arrestato. Camilleri commenta: «Non antifascismo dunque, ma il timore che gli spaghetti alle vongole diventassero immangiabili». Sapendo che a Torino i suoi amici furono Gobetti, Venturi, Soldati, Carlo Levi che gli fece due ritratti si resta perplessi.
Per la stagione torinese Camilleri assume come suo Virgilio Angelo D'Orsi che, nelle sue indagini, mai si è occupato della morte. Il capitolo 7 lo dedica a Le congetture di Riccardo Mariani sulla morte: questi sostenne che Persico era stato ammazzato dall'Ovra, poi dagli antifascisti che avevano scoperto i suoi doppi giochi, poi da un compagno omosessuale, o forse s'era suicidato. Mariani, che spedì Pagano "volontario" a Mauthausen, ebbe in consegna le carte Persico-Gobetti dalla Fondazione Feltrinelli, e quelle di Pagano: mai le rese. Camilleri lavora sulle ipotesi di Mariani e sulle presunte confidenze di Annamaria Mazzucchelli, segretaria di Casabella, molto vicina a Persico e a Pagano: la signora smentì quando le lesse travisate, e lettere indignate sono nei documenti che la signora depositò alla Biblioteca Centrale di Roma nel 1986.
Giovanni Persico, nipote di Edoardo, morì cinquantenne di cuore, come suo padre e suo nonno. Che Edoardo mal fermo di salute sin dall'infanzia - tubercolosi, cardiopatie, disturbi al fegato e per le bastonature subìte - che fumava 60 sigarette al giorno e viveva di caffè, sia morto di miocardite, come attesta il referto del professor Cazzaniga, mi pare la cosa più ovvia e ragionevole da pensare. Anche se un dato di fatto può risultare poco utile all'invenzione narrativa. Gli ultimi tre capitoli, 35 pagine su 136, Appunti per un romanzo, sono una ricostruzione "romanzesca" in tre tempi. Persico era un melanconico che passava dalla depressione a fasi di eccitazione: ma in un lustro produsse testi e progetti illuminanti. La di lui cristallina scrittura non induce a pensare che un torbido delatore possa esserne capace. L'autore non si avvale del bellissimo epistolario, nel quale si mette a nudo una persona debole, rosa da dubbi di ogni genere, capace anche di dire bugie come fece con Gobetti o, in altre occasioni, inventate da altri (i viaggi a Mosca), ma del tutto refrattario a inseguire le insinuazioni o le calunnie di cui era bersaglio. La sua proverbiale intransigenza gli aveva creato molti nemici a cui alluse con la Mazzucchelli e Giulia Veronesi. Leggendo le pagine del romanzo si ha il fondato sospetto che Camilleri l'abbia scambiato per Pjotr Verchovenskij di Dostoewskij, a me ha fatto pensare a L'idiota. Ma forse non fu né un demone, né un eletto: ma solo un esule fuggito da una città "africana", giunto in una città "cubica" e approdato a Milano dove trovò un asilo, dando il meglio di sé, e morendo di miocardite a 35 anni.
Camilleri non si avvale delle testimonianze di una settantina di intellettuali di rango, di pittori e architetti che alla sua morte lo ricordano con parole commosse e devote: da Argan a Vittorini, da Gatto a Ponti per citare a caso. L'autore conclude ripetendosi: «Domando al lettore di considerarmi non uno storico, non un ricercatore ma un semplice romanziere». Ma è pur sempre valido l'ammonimento di Croce che per far biografia è necessario aver simpatia per il soggetto. Lionello Venturi, esule a Parigi, concluse così il ricordo di Persico: «È stata una luce la sua... che non è estinta, né si estinguerà fino a che alcuno di noi, che ne fu illuminato, saprà conservarla dentro nell'animo».
Cesare De Seta
 
 

La Repubblica (ed. di Firenze), 27.4.2012
Conferenze

Nella ricorrenza dei venti anni dalla morte di Ernesto Balducci, a Santa Fiora, suo paese natale, due giorni di incontri, dibattiti, documenti e la commemorazione sulla sua tomba "fra la memoria del villaggio e la prospettiva dell’uomo planetario". Il programma di oggi prevede un convegno (ore 9.30  Sala del Popolo del Palazzo comunale) a cui partecipano Ennio Sensi, Andrea Lecconi, Severino Saccardi, Alessio Gramolati, Valdo Spini, Vannino Chiti; ore 15.30 Visita Guidata del paese sui luoghi cari a Balducci. Alle 21 videointervista di Simone Cristicchi ad Andrea Camilleri su Balducci e  proiezione Docufilm “Santafiora Socialclub” di Simone Cristicchi. Info e programma completo: www.ventennalebalducci.it
 
 

Unione dei Comuni Montani Amiata Grossetana, 27.4.2012
Intervista a Camilleri
Ventennale della scomparsa di Padre Ernesto Balducci


 
 

La Sicilia, 27.4.2012
«Un teatro è una diga contro il disagio sociale»
«Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dare un senso alla vita» (Eduardo De Filippo).

Nella notte tra il 16 e il 17 aprile si è consumata l'ennesima distratta decurtazione dei fondi contributivi ai teatri e alle istituzioni culturali siciliane. In particolare al Teatro Stabile di Catania, mentre è in corso la stagione, con impegni presi e compagnie in fase di prove se non di debutto, sono stati decurtati circa 750.000 euro, che tradotti in forza lavoro significano decine e decine di famiglie che avevano preventivato la loro vita su quel lavoro.
Con forza chiediamo al presidente della Regione, alla Giunta regionale di Governo, ai deputati all'Assemblea regionale Siciliana che si scongiuri questa ulteriore violenza ai danni della Cultura e del Teatro.
Un teatro è infatti una diga che si oppone al disagio sociale; la forza propulsiva della cultura di una terra come la Sicilia testimonia la forza di una identità civile, sociale, economica.
Il Teatro Stabile di Catania con i suoi 53 anni di storia ha dimostrato da subito di sapere dar voce allo spirito di una grande comunità come quella siciliana, portando il senso di un popolo e di valori universali a conoscenza di tutti i palcoscenici del mondo.
Oggi con questa decisione si spinge verso un fondo buio l'attività del Teatro, la sopravvivenza delle maestranze e degli artisti che in esso operano e costituiscono la vera linfa della sua forza.
Roberto Andò, Franco Branciaroli, Mario Incudine, Antonia Brancati, Mimmo Mignemi, Angelo Tosto, la Compagnia «'A vilanza», Marella Ferrera, Edo Scirè, Mariano Rigillo, Valter Malosti, Maurizio Scaparro, Marcello Perracchio, Gaetano Savatteri, Anna Malvica Bolignari, Pippo Pattavina, Miko Magistro, Walter Pagliaro, Luigi Lo Cascio, Andrea Camilleri, Leo Gullotta, Fabio Grossi, Franco Battiato, Lucia Sardo, Vincenzo Pirrotta, Magda Mercatali, la Compagnia «I giganti della montagna».
 
 

ANSA, 27.4.2012
Scuola: il 14 maggio premiazione concorso “Disegna legalita'”

Caltanissetta - Seicento studenti siciliani sono attesi lunedì 14 maggio nel capoluogo nisseno per la cerimonia di premiazione dei vincitori del concorso ''Disegna la Legalità'' bandito dalla Camera di Commercio di Caltanissetta. La manifestazione si svolgerà a partire dalle 11 presso il Teatro Margherita di Caltanissetta. Dodici delle opere in gara degli studenti delle scuole primarie di tutta la Sicilia saranno scelte per il nuovo calendario antimafia mentre tutti gli altri costituiranno le pagine di un diario che sarà distribuito nelle scuole. La giuria esaminatrice è costituita da Piero Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia, Emma Marcegaglia, Presidente nazionale di Confindustria, e dallo scrittore Andrea Camilleri che saranno presenti in sala in teatro assieme a monsignor Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta; e Antonio Manganelli, capo della Polizia di Stato.
[Diversamente da quanto annunciato, Andrea Camilleri non sarà presente a Caltanissetta, NdCFC, 4.5.2012]
 
 

Corriere della Sera (Ed. Roma), 27.4.2012
Duecento anni fa le fiabe dei Grimm
Festa al «Goethe» tra film, incontri e riscritture d'autore

Era forse giunta l'ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno.»: così si legge e si leggeva nella prefazione delle celeberrime favole dei fratelli Grimm, Jacob e Wilhelm (1785-1863; 1786-1859), raccolta apparsa per la prima volta nel 1812. Parole che danno inizio alla più famosa silloge di fiabe al mondo, oltre duecento testi raccolti attingendo, il più delle volte nella natia Kassel e nei dintorni, alla tradizione sia scritta, sia (soprattutto) orale. E che le «Fiabe» dei Grimm rappresentino la collezione classica di favole della letteratura universale, nonché il libro di cultura tedesca più letto e diffuso al mondo, con oltre 160 traduzioni in lingue e dialetti di tutti i continenti, lo conferma il nutrito pacchetto di festeggiamenti che il Goethe Institut di Roma ha messo in piedi per il mese di maggio, proprio al fine di celebrare il bicentenario della pubblicazione. Una vera e propria Grimm-landia, a partire da un apposito sito internet (www.goethe.de/grimmland) in cui indagare il ruolo della fiaba nella nostra società, dove analizzare come sia mutato il nostro rapporto con la dimensione fiabesca, dove scoprire, tramite sondaggi, quali siano oggi i nostri momenti «da favola», o anche per incuriosirsi leggendo una serie di interviste in cui personaggi famosi - dallo scrittore alla conduttrice tv - raccontano qual sia la loro fiaba preferita o quale personaggio vorrebbero essere. Scoprendo così che un Andrea Camilleri predilige Biancaneve, considera un momento da favola quello in cui si è innamorato e che se potesse trasformarsi in un personaggio vorrebbe essere lo specchio di Biancaneve: «Non potendo essere lei per motivi evidenti, non avendo né la vocazione né il physique du role del principe Azzurro, sarei costretto a rispondere uno dei sette nani. Ma nella fiaba di Grimm i sette nani non hanno le successive caratteristiche disneyane e sono piuttosto anonimi. Opterei quindi per lo specchio che dice sempre la verità. A 86 anni è un lusso che mi posso permettere».
[…]
Edoardo Sassi
 
 

Il Venerdì, 27.4.2012
Successo

Latino successus, da succedere, venire dopo; esito: buon esito.
[…]
Meglio di no/2: "Il successo fa venire in prima linea l'imbecillità" (Andrea Camilleri).
[…]
Daria Galateria
 
 

La Provincia Pavese, 27.4.2012
Malvaldi, il giallista che ama Guareschi e Wodehouse

Voghera. Toccherà allo scrittore pisano Marco Malvaldi chiudere, questa sera alle 21, il ciclo di incontri con l'autore “in giallo”, alla libreria Ticinum di Voghera (via Bidone 20).
[…]
Cosa prova ad essere considerato una sorta Camilleri in versione toscana?
«Ne sono assolutamente lusingato, sono un suo grande ammiratore. A livello di ispirazione però posso fare anche altri esempi: Wodehouse e Guareschi su tutti, ma anche due umoristi livornesi, Federico Sardelli ed Ettore Borzacchini, forse non molto noti al di fuori della Toscana, ma venerati nella mia regione. A ragione, perché sono geniali entrambi».
[…]
Marta Pizzocaro
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 28.4.2012
Camilleri sbarca sull'ipad è la prima book app italiana

C'è un modo tutto Sellerio di essere innovativi. Di essere un passo avanti. E questa volta è Camilleri, scrittore di punta della casa editrice palermitana, a trasformarsi in cyborg e a far balzare l'intero mondo di carta stampata dentro una App, la prima Book App italiana. Otto racconti tratti dal libro La regina di Pomerania e altre storie di Vigata che il lettore tecnologico può sfogliare sull'I-pad o sull'I-phone.
Una passeggiata a braccetto con Camilleri che consentirà di scegliere se lasciarsi guidare dalla voce fumosa dello scrittore siciliano, dopo avere visto gli otto video che fanno da introduzione a ciascun racconto. Una possibilità in più, perché a parte i contributi inediti, i giochi e l'opzione di intervenire graficamente con il testo, ingrandendo e zoomando sui caratteri, da oggi le storie diventano un'esperienza che il lettore può condividere con i suoi simili, entrando in quel mondo di comunità virtuale che forse è destinata a cambiare il destino dell'editoria. Sarà immediato il confronto con quanti nello stesso momento stanno affrontando l'avventura, fino a ieri individuale, di entrare in rapporto con i personaggi, di condividere suggestioni ed emozioni sui social network, ma anche di sperimentare il gusto un po' perverso di verificare quanti si sono soffermanti su quella stessa identica parola che ha colpito la nostra attenzione. È l'ipertesto forse la vera novità di potere usufruire di Camilleri che dentro la App c'è finito, per sua stessa ammissione, senza domandarsi troppo perché: «Sono stato contemporaneo a troppe cose - dice lo scrittore nel video di presentazione - dalla bomba atomica alla minigonna. Questa […]
Eleonora Lombardo
 
 

TuttoLibri, 28.4.2012
Intervista ad Andrea Camilleri
Mirella Serri intervista Andrea Camilleri autore del libro «Dentro il labirinto» per l'edizione TuttoLibri su iPad.
 
 

W Libri, 28.4.2012
Dentro il labirinto – Andrea Camilleri

Andrea Camilleri lascia i suoi lettori senza parole quando pubblica gialli e racconti a ritmo incessante; anche questa volta, a neanche un mese dall’uscita di ‘La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta’, Camilleri pubblica Dentro il labirinto, un libro inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Edoardo Persico, artista, critico e intelletuale vissuto nella Milano degli anni Trenta. Il suo corpo senza vita fu trovato nel bagno del suo appartamento nel 1936, in pieno regime fascista: infarto o omicidio? E se si è trattato di omicidio, ha a che fare con la politica, o si è trattato di un omicidio passionale? Può avere a che fare col fatto che Persico fosse omosessuale? Andrea Camilleri lascia questa volta i panni del Commissario Montalbano e l’ambientazione siciliana delle sue storie, per costruire un noir in quella che è la Milano degli anni Trenta; sebbene parta da un fatto di cronaca realmente accaduto, se ne discosta perché non scende nei dettagli, ma si accontenta di dare un’interpretazione letteraria e una risposta sempre letteraria in merito alla morte del protagonista. E al pubblico, ma anche alla critica, va bene così; nessuno in fondo, potrà mai sapere cosa è accaduto a Edoardo Persico il giorno in cui fu trovato morto. Un libro uscito solo da qualche giorno e già diventato un caso letterario, se non solo la stampa, ma anche il pubblico, ne sono rimasti affascinati. Come sempre Andrea Camilleri dimostra di essere uno scrittore a 360°, capace di cogliere tutti gli aspetti di una storia che decide di fare sua, e capace anche di uscire dagli schemi dei luoghi e dei personaggi di cui è abituato a scrivere.
Ivana Quaranta
 
 

La Sicilia, 28.4.2012
Riapre la Torre, cannoni a festa
Porto Empedocle. Dopo decenni di chiusura, fruibile il simbolo della città

Porto Empedocle. Riapre i battenti al pubblico la Torre di Carlo V. Non tutta, ma almeno la zona al piano terra, dove il prossimo 2 maggio verrà inaugurata in grande stile la cosiddetta sala cannoniera. In attesa che le procedure di realizzazione del Museo regionale del Mare giungano a termine nei prossimi mesi, il simbolo della cittadina marinara tornerà a vivere dopo decenni di abbandono prima, poi di recupero, quindi di attesa della riapertura. Largo ai cannoni dunque.
La ricollocazione all'interno della torre borbonica che fa ombra sul porto empedoclino, è una sorta di restituzione delle antiche armi di memoria piratesca alla loro sede originaria. Per accogliere tutti i cannoni recuperati è stata allestita un'apposita sala, uno dei punti di forza del Museo per il quale è stato firmato il 17 maggio 2009, nel corso di una cerimonia ufficiale, il protocollo tra il Comune e le Soprintendenze regionali del Mare e quella di Agrigento. L'antica Torre Carlo V ospiterà due sezioni museali, quella per l'appunto del Mare con importanti e pregevoli reperti archeologici recuperati nelle profondità marine e quella del Territorio, con la citata sala cannoniera e che verrà arricchita con reperti già in possesso della Soprintendenza di Agrigento.
I cannoni, in ghisa, del peso di circa 900 chili ciascuno, erano stati costruiti ai primi dell'800 ed installati nella fortezza borbonica di Porto Empedocle. Dalle ricerche fatte da Andrea Camilleri per l'ambientazione di un nuovo romanzo, risultò che erano stati poi usati come bitte per l'ancoraggio delle navi nel vecchio molo Crispi. Negli anni '60 del secolo scorso, con i lavori di ristrutturazione del molo, erano stati rimossi ed ammassati in una sorta di discarica.
L'allora direttore dell'Azienda di promozione turistica di Perugia, Giuseppe Agozzino, nato a Porto Empedocle, li aveva visti, recuperati e fatti trasportare in treno, a Perugia.
Nella Rocca Paolina di Perugia, sarebbero probabilmente rimasti, continuando ad alimentare la credenza, per molti perugini, che facessero parte della Rocca stessa, se durante un'intervista televisiva lo scrittore Andrea Camilleri non avesse raccontato di quei vecchi cannoni borbonici usati come bitte, e se uno storico di Agrigento, sentendo l'intervista, non si fosse ricordato di Agozzino. Passo passo si è risaliti così a Perugia, fino alla richiesta di restituzione da parte del Comune di Porto Empedocle, nel maggio scorso 2009.
Francesco Di Mare
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 28.4.2012
Il mio compagno Sciascia

Non finirà mai di benedire quella bocciatura al primo anno nel magistrale di Caltanissetta che gli fa rallentare la corsa consentendogli di agganciare la classe successiva, quella in cui è iscritto Leonardo Sciascia. Così Stefano Vilardo, oggi 90 anni e tanta voglia ancora di indignarsi- per i politici corrotti e incapaci, per la gente che li vota, per la viltà degli intellettuali che si girano dall'altra parte - in quel lontano 1935 trova il compagno di banco e l'amico di una vita. Ora, tanto tempo dopo troppe cose (gli anni degli studi, la morte di Sciascia, la fine delle illusioni), Vilardo pubblica "A scuola con Leonardo", un libro intervista curato da Antonio Motta che la Sellerio manderà negli scaffali ai primi di maggio.
[…]
Con un gran balzo nel tempo, eccoci a oggi. Silvano Nigro da noi intervistato ha detto che oggi la letteratura siciliana è povera cosa. È così?
«Sono totalmente d' accordo con lui. Morto Consolo non rimane nulla. Solo il grande vecchio Camilleri, uomo generoso e di forte impegno civile, continua a tenere scena, anche se il suo dialetto inventato ha perso vigore, comincia a stancare. La lingua di Consolo è più vigorosa. Diciamo che lui soffriva nella scrittura, Camilleri si diverte. Quest'ultimo però è autore di tre romanzi di spessore: "Un filo di fumo", "La concessione del telefono" e "Il birraio di Preston". Altra cosa è Montalbano e peggio ancora, la scia di gialli e noir che hanno alimentato».
[…]
Tano Gullo
 
 

Il Sole 24 Ore, 29.4.2012
Il terrore della violenza suggerita

Mi è capitato di vedere recentemente due pregevoli film, di molto interesse non solo per l'importanza e l'attualità dei temi trattati, ma anche per il diverso modo con il quale questi temi venivano dai rispettivi registi affrontati e a noi raccontati. Il primo è The Lady di Luc Besson, una biografia di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace 1991, la strenue, indomita combattente per la libertà del suo Paese, la Birmania, che è stata dopo anni e anni, oltre venti, di persecuzione e segregazione da parte dei militari al potere, finalmente liberata ed eletta al Parlamento.
Il secondo, diretto da Daniele Vicari, si intitola Diaz ed è imperniato sui tristemente noti fatti accaduti, durante il G8 di Genova, alla scuola omonima dove un gruppo di manifestanti si era riunito per passare la notte. Circa trecento poliziotti vi fecero un'irruzione tanto violenta quanto immotivata abbandonandosi a una sorta di "macelleria messicana", per usare l'espressione di un funzionario di polizia che era presente. Infatti l'irruzione provocò tra i civili 87 feriti, i fermati furono quasi un centinaio. Questi ultimi, portati alla caserma Bolzaneto, vennero poi sottoposti a dure violenze fisiche e psicologiche. Non essendo un critico cinematografico, ma un semplice spettatore, non dirò delle qualità di questi film più di quanto abbia già scritto all'inizio. Aggiungerò solo che tra la congerie di pellicole sciocche, vacue, quando non addirittura irritanti, che affollano i nostri cinema, queste sono due eccezioni utili e necessarie per la manutenzione quotidiana, in tutti noi, dell'idea di democrazia, di cosa significhi il non rispetto dei diritti civili e a quali conseguenze possa portare. Mi offrono anche l'occasione di potermi soffermare a ragionare sui due diversi modi cinematografici coi quali Besson e Vicari hanno rappresentato la violenza fisica alla quale talvolta il Potere, o chi lo rappresenta, fa ricorso. Fatta salva la diversità iniziale e sostanziale che in Birmania la violenza era, ed è, un sistema, mentre nel caso della Diaz e della caserma Bolzaneto si è trattato di un'aberrazione, certo volontaria e voluta, certo preparata, certo spietata, certo disumana, ma pur sempre un'aberrazione. E ne fa fede il fatto che 27 tra i poliziotti che parteciparono all'assalto della Diaz sono stati condannati, mentre i generali birmani, persecutori e mandanti di assassinii, rimangono ancora al loro posto. Besson, incentrando quasi tutto il suo racconto sulle terribili vicissitudini di Suu Kyi, interpretata da un'attrice di straordinaria potenza espressiva, sposta in un certo senso il campo della violenza da quello fisico a quello psicologico: l'assassinio del padre di Suu Kyi e dei suoi collaboratori ci viene mostrato in modo quasi asettico, direi impersonale, così come il primo impatto della protagonista con la brutalità della polizia birmana, durante una visita alla madre ricoverata all'ospedale, viene dato, a noi spettatori, in modo indiretto, attraverso una sua soggettiva. La rappresentazione della violenza fisica si viene così a vedere riflessa negli occhi della protagonista.
Totalmente differente è il modo di raccontare la violenza di Vicari. Qui tutto è diretto, immediato, con la sottesa volontà d'arrivare a una secchezza documentaristica e, nello stesso tempo, di far sì che lo spettatore ne sia coinvolto al punto tale da sentirsi anche lui preda inerme di quella ferocia. Le immagini dell'irruzione sono, credo volutamente, di non immediata decifrabilità, solo un confuso agitarsi d'ombre in un sottofondo di urla e di lamenti. E hanno suscitano in me uno smarrimento assai più profondo di quando, poco dopo, si vede una ragazza mostrare il viso sfregiato e insanguinato. E uno smarrimento maggiore ho provato quando nel buio si sente un poliziotto urlare ai suoi compagni un crescendo di «basta, basta, basta!».
Forse l'orrore di una violenza in atto non è possibile farlo rivivere in chi non l'ha mai patito. Lo si può tutt'al più suggerire, raccontare, lasciar immaginare. Lo sapevano bene i grandi tragediografi greci che non fecero mai accadere in scena un fatto cruento. Mostravano i corpi degli uccisi coperti da un panno rosso a simulare il sangue e un attore raccontava com'era andata.
Andrea Camilleri
 
 

Il Sole 24 Ore, 29.4.2012
Posacenere

In Italia, per salvare il Paese dal baratro economico, i partiti hanno dovuto tirarsi indietro e far largo a dei tecnici. Molti vi hanno visto una sorta di messa in mora della politica. Ma, per l’Italia, oltre che di una grave crisi economico-finanziaria si è trattato anche di una gravissima crisi di credibilità politica internazionale. Fuori dai denti: i mercati, gli altri paesi europei, la Bce, le Borse, non hanno più avuto fiducia tanto nella maggioranza quanto nel sistema politico italiano. Si sono chiesti, all’americana: «Compreremmo macchine usate da gente così?». La risposta è stata no. La credibilità, in politica, si traduce in moneta sonante.
Andrea Camilleri
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 29.4.2012
La morte misteriosa di un critico ambiguo
Questa volta è lo stesso autore a indossare i panni di Montalbano per condurre le complesse indagini in prima persona
Il labirinto di Camilleri
Ho davanti a me le riproduzioni di quattro disegni che rappresentano il medesimo soggetto: la testa di un cadavere disteso sopra un tavolo d'obitorio. Si tratta di schizzi dal vero.
Il morto si chiamava Edoardo Persico. Era nato a Napoli, per un po' di tempo aveva vissuto a Torino, poi, da qualche anno, si era stabilito a Milano.
Due dei disegni sono del pittore Gabriele Mucchi, e portano la data del 13 gennaio 1936, il terzo è del pittore Adriano Spilimbergo, il quarto del pittore Fiorenzo Tomea. Gli ultimi due, non contrassegnati da una data, di sicuro sono stati eseguiti tra il 13 e il 17, giorni nei quali il corpo è rimasto esposto all'obitorio.
I tre pittori erano fraterni amici di Edoardo Persico, venuto a mancare improvvisamente nella notte tra il 10 e l'11, un mese prima di compiere trentasei anni.
Nei due ritratti di Gabriele Mucchi la testa, ripresa frontalmente, è circondata dalla benda funeraria e la bocca è semiaperta. La posizione della testa inoltre risulta leggermente rovesciata all'indietro e piegata verso sinistra.
In quello di Spilinbergo, dove il volto è visto di profilo, invece la benda funeraria è scomparsa e la bocca è perfettamente chiusa. Non c'è nessuna inclinazione all'indietro della testa.

Incipit del romanzo di Andrea Camilleri Dentro il labirinto (edizioni Skira, 164 pagine, 16 euro)

Non c'è dubbio: nella testa dell'infaticabile Andrea Camilleri agisce indisturbata una sorta di eterna funzione Montalbano. Che, a prescindere da Vigàta e dal suo scoppiettante commissariato, lavora alla stregua del tarlo evocato in una pagina di Bestie dal grande Federigo Tozzi: che si fa strada, imperterrito, dentro a una tavola fino a quando non ne verrà a capo. Non ha tregua, dunque, questa eterna funzione Montalbano: perennemente a caccia di un limbo misterioso, di una affascinante nebulosa, di una traccia esistenziale segretamente ambigua. Come quella di Edoardo Persico, al centro del nuovo libro dello scrittore empedoclino, Dentro il labirinto: un nome laterale, quello di Persico, tirato fuori dal cilindro della storia del Novecento (sono gli anni plumbei tra le due guerre), noto agli addetti ai lavori come l'enfant prodige, fece conoscere in Italia le grandi personalità dell'Architettura internazionale (e di Persico sempre la Skira pubblica "La profezia dell'architettura"). Nato a Napoli nel 1900, vissuto per un po' di tempo a Torino e poi a Milano, la vita di Persico fu una specie di enigma: cattolico fervente, amico di Gobetti, sposato e padre di figli, anche se da alcuni sospettato di relazioni omosessuali, esperto d'arte e di architettura, appassionato di grafica editoriale, condirettore di riviste e animatore di gallerie e case editrici, forse esperto anche di geopolitica. Animatore culturale, curatore di mostre e cataloghi, conferenziere carismatico, vicino agli ambienti dell'antifascismo e però in odore di collaborazione col regime, nelle vesti di delatore. Ma a rappresentare un vero e proprio "busillis", per dirla col Camilleri plurilinguista (che in questo nuovo libro sfoggia una prosa cristallina senza contaminazioni dialettali), è la morte dell'intellettuale meridionale: l'11 gennaio del 1936, infatti, Persico fu trovato senza vita nel bagno di casa.
Malore, assassinio politico, o delitto passionali? Cosa fa Camilleri? Allineando i documenti, passando al setaccio i ricordi di chi lo conobbe e le chiose di quelli che di Persico si occuparono, nella prima parte del libro ricostruisce le tappe salienti della sua formazione, i rapporti con gli artisti, i poeti, i politici. Ne viene fuori, pagina dopo pagina, una incalzante indagine poliziesca: Camilleri-Montalbano collazione i riferimenti, incrocia le voci, mettendo in evidenza, con lucidità, le tantissime contraddizioni. Va detto che Persico ce la mise tutta per confondere le carte: da alcuni fu considerato un impenitente "racconta-balle", che millantò viaggi mai fatti, che si inventò una propria bibliografia apocrifa. Pare che entrasse e uscisse dal carcere con una certa frequenza: ma cosa strana, come rimarca l'autore, non c'è traccia di questi passaggi. Mancano i documenti sugli arresti: come mai? O lo stesso Persico mise in giro la serie incredibile di frottole, oppure qualcuno fece sparire le carte.
Ma perché? La maestria di Camilleri sta tutta nella capacità di dar forma a un paradigma indiziario che, nella seconda parte del libro, viene messo a disposizione del fervore creativo dell'autore.
Come Dedalo percorre il labirinto, nel suo caso dell'enigma Persico senza perdercisi dentro, seguendo il filo d'Arianna della propria fantasia. Chiusa la prima parte, l'autore si addentra nella soluzione romanzesca del giallo, sulla base degli indizi e delle impressioni. Fidandosi del proprio fiuto, Camilleri riavvolge la pellicola della vita di Persico per srotolarla in un racconto serrato e toccante. Ecco dunque «l'artista e critico d'eccezione» che viene sorpreso alla fine del primo conflitto mondiale in Artiglieria, col grado di caporale, distaccato presso gli uffici del Comando. Studente in Legge, non conseguirà mai la laurea, mostrando però una freschezza del ragionamento e un'intelligenza fuori dal comune tale da impressionare chiunque.
Cattolico ma militante nel partito socialista democratico, è uno spirito inquieto. Gli viene fatta una proposta allettante dal nuovo capo dei servizi segreti: ossia la possibilità di recarsi all'estero per compiere missioni delicate e però remunerate. Il gioco sembra valere la candela: Persico accetta, se ne va in giro per l'Europa, nel tempo libero visita i musei, le biblioteche. Sbarca pure a Mosca: ma il suo ritorno sarà segnato negativamente da certi eventi che nel frattempo in Italia stanno maturando. Da lì la consapevolezza di avere scelto la parte sbagliata: una macchia indelebile, un rovello malevolo che non lo abbandonerà mai. Persico pensa di poter chiudere definitivamente questo imbarazzante capitolo della propria esistenza: il suo intuito e il suo fervore ne fanno un intellettuale europeo carismatico, interlocutore di pittori, scrittori, critici d'arte. Tra difficoltà e stenti, si sposa. Poi inizia a pubblicare i primi saggi sulla pittura e l'architettura, a frequentare le redazioni e le case editrici, con ruoli di responsabilità.
Solo che certe stranezze del suo carattere, alcune sue assenza apparentemente ingiustificabili, frequentazioni non del tutto ortodosse dal punto di vista ideologico, il conseguente fiato sul collo della polizia ne fanno un uomo tormentato e misterioso. A tal punto che l'epilogo che Camilleri si inventa, in forza della coerenza dell'ispirazione e di una certa dose di romanzesca chiaroveggenza, sembra essere l'unico ammissibile. Venendosi a fondere l'invenzione della scrittura con la verità della letteratura.
Salvatore Ferlita
 
 

La Sicilia, 29.4.2012
Andrea Camilleri storico documentarista con «Dentro il labirinto»
La misteriosa morte di Persico

Il papà di Montalbano veste i panni dello storico-documentarista e indaga sulla morte di Edoardo Persico, un grande studioso dell'architettura della prima metà del Novecento. Andrea Camilleri torna così ad occuparsi di un filone culturale nel quale si è cimentato con grandi protagonisti della storia dell'arte internazionale, da Caravaggio a Renoir. Adesso, con la casa editrice Skira, ha pubblicato «Dentro il labirinto» (pagine 164, Euro 15,00) che è romanzo e saggio storico-artistico al tempo medesimo, in forma di giallo. Ed il giallo è condensato sulla misteriosa morte di Persico. Sulla quale sono state avanzate diverse ipotesi, ma nessuna è riuscita a dare una risposta certa. Sull'argomento vi sono analisi che non danno certezze, conclusioni ambigue, contraddittorie. Del resto la stessa dinamica vita di Persico fu avventurosa, molto complessa, non priva di punti misteriosi. Camilleri ne ricostruisce la figura intellettuale, la psicologia, ma non vuole giungere ad una biografia. Gli interessa ricostruire in maniera quanto più completa la complessa personalità di Persico, inquadrarla nel contesto storico-sociale all'interno del quale si sviluppò, cogliere i principali passaggi di snodo del suo lavoro culturale. Facendo ciò, torna a far accendere i riflettori su un personaggio quasi dimenticato, che è stato non solo uno dei più grandi ed originali studiosi dell'architettura del primo Novecento, ma anche un raffinato organizzatore di eventi, dagli interessi culturali plurimi. Un personaggio che scriveva e dirigeva riviste, ed aveva intuito il ruolo della comunicazione per il lancio di idee culturali. Ma principalmente Camilleri vuol far luce sulla sua morte, e se con l'analisi storica, puntuale e ben strutturata, non giunge ad alcuna soluzione definitiva, sdipana il mistero con l'invenzione letteraria.
Il Camilleri narratore, giallista di rango, smonta la tesi del delitto occasionale, ed anche quella della morte causata da una malattia che Persico avrebbe tenuta nascosta.
Va detto che Persico era un antifascista, seppure in maniera non ostentata, frequentava alcuni dei personaggi odiati dal regime. Anzi, lanciava nuovi talenti invisi al regime, sosteneva intellettualmente artisti dichiaratamente antifascisti. Ma, secondo Camilleri, nel suo passato vi erano anche punti oscuri. Fa entrare in gioco i servizi segreti.
Il finale inventato da Camilleri è originale, ma la struttura narrativa è sempre armonicamente collegata alla storia di Persico, aderisce agli eventi conosciuti della vita dello studioso e da un senso a quelli non conosciuti, che nessun biografo ha saputo ricostruire.
L'autore, trattandosi di storia avvenuta lontana dalla Sicilia, non usa alcun dialettismo, ma anche con un linguaggio differente il risultato è quello di una scrittura avvincente e convincente.
Salvo Fallica
 
 

Affaritaliani.it, 29.4.2012
La prima App di Andrea Camilleri
Disponibile su App Store "La Regina di Pomerania"

Viene lanciata come "la prima vera Book App italiana, al pari delle esperienze straniere dedicate a opere quali On the Road di Jack Kerouac e The Waste Land di Thomas Stearns Eliot". È Camilleri stesso nel video introduttivo a raccontare ai suoi lettori "come è caduto nell’IPad".
Molti i contenuti speciali e le novità assolute. Al centro dell’App gli otto racconti tratti dal libro La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, di recente pubblicazione per Sellerio, riprodotti con un’interfaccia grafica che gioca sui richiami tra la lettura tradizionale su carta e le caratteristiche di navigazione dei dispositivi digitali.
Le pagine dell’App riproducono infatti i tratti della carta dei libri Sellerio e permettono ai lettori di ingrandire o diminuire il corpo dei caratteri tipografici, sfogliare le pagine come se si stesse sfogliando un libro vero, e riprendere la lettura dove la si era lasciata. Sfogliando le «pagine» è possibile ascoltare i racconti narrati dall’inconfondibile voce di Camilleri. Il Maestro, nell’inedita veste di «cantastorie digitale», guida il lettore tra le vicende della sua Vigàta. I racconti e i loro personaggi sono introdotti da otto video dell’autore. In ciascun video, Camilleri, a tu per tu con i lettori, commenta il testo, ne svela la genesi e suggerisce personali chiavi di lettura. Un glossario ipertestuale vigatese-italiano aiuta il lettore a interpretare i termini di più difficile comprensione. Una volta evidenziate le parole, grazie a un semplice tap, compare sullo schermo il significato italiano dei lemmi. I numerosi contenuti inediti sono arricchiti da un gioco, Prive di titolo, basato sulle copertine di tutti i libri di Camilleri. Trascinando il titolo corretto sui libri, si devono completare correttamente le 38 copertine dei libri di Camilleri.
L’App consente un accesso diretto ai Social Network per condividere con gli «amici» l’esperienza di lettura. Sull’App Store è acquistabile l’App con il primo video e il primo racconto, Romeo e Giulietta, letto dal Maestro di Vigàta e il video introduttivo dell’intera applicazione a 0,79 euro. Gli altri sette racconti sono disponibili sull’App Store e scaricabili con l’acquisto In App. L’App è fruibile sia su IPhone che su IPad.
 
 

Bresciaoggi, 29.4.2012
Il coraggio della critica: Camilleri? Grazie, no
Editoria. Una classifica per categorie slegata dalle vendite e affidata solo al giudizio sulla qualità letteraria dei testi
«L'Indice dei libri dell'anno» ha snobbato l'autore da bestseller. L'editore: «Noi non siamo l'auditel»

Come orientarsi il libreria tra le tante (troppe?) novità? I giornali stilano le classifiche secondo il successo di vendita, più difficile dare un giudizio di merito. C'è chi, almeno, ci prova senza remore. I migliori autori del 2011? Tommaso Pincio per la narrativa italiana, Enrico Pandiani per i gialli e Mimmo Franzinelli per la storia contemporanea. Sono gli autori che guidano le cinquine di qualità secondo L'indice dei libri dell'anno a cura di Andrea Pagliardi che arriva in questi giorni in libreria per Mursia. Il volume elenca 70 titoli, scelti e recensiti dalla redazione dell'Indice dei libri del mese, tra i quasi 70mila pubblicati nel 2011. Una classifica di qualità: cinque titoli per ogni argomento e un vincitore di cinquina, che provocatoriamente si contrappone alle hit parade basate sui dati di vendita. Non ci sono così, clamorosamente, gli autori da bestseller Andrea Camilleri ed Edoardo Nesi, né Donato Carrisi. Spiega l'editore Fiorenza Mursia: «Ho sostenuto e pubblicato questo volume perché sono convinta che le classifiche quantitative stanno al mercato del libro come l'Auditel alla tv: se diventano l'unico strumento per misurare lo stato di salute di un prodotto editoriale, finiscono per generare solo cloni e per appiattire la produzione verso il basso. Inoltre questo volume dell'Indice ha il pregio di riportare l'attenzione sul ruolo del recensore che oggi più di ieri deve essere un selettore, capace di stimolare interessi nuovi nel lettore e perché no, anche nei librai».
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La Repubblica (ed. di Milano), 29.4.2012
Rossi tinti di giallo Qiu Xiaolong indaga i comunisti cinesi

Suo padre è stato torturato in mille modi con l'accusa di essere capitalista. Lui è scappato negli Stati Uniti durante i moti di Piazza Tiananmen del 1989. Nessuno racconta la Cina come il giallista QiuXialong, ospite di punta della settima edizione di Chiassoletteraria, versione ticinese del Festivaletteratura di Mantova. Il prossimo weekend, dal 4 al 6 maggio, per le vie di Chiasso incontrerete Antonia Arslan, Marc Augé, Tahar Ben Jelloun, Marcello Fois, Maurizio Maggiani.
[…]
Dei giallisti italiani legge Andrea Camilleri. Anche nei suoi libri la parte più gustosa è il cibo, e non c'è neanche un involtino primavera.
Annarita Briganti
 
 

AgrigentoWeb.it, 30.4.2012
Porto Empedocle
Con Andrea Camilleri verso il museo del mare
Il 9 Giugno cerimonia di apertura delle antiche “fosse” della Torre Carlo V con la presenza dello scrittore empedoclino e dell’Assessore Regionale BB.CC, Missineo

Sarà lo scrittore empedoclino Andrea Camilleri ad inaugurare sabato 9 Giugno alle ore 18 e 30 gli spazi espositivi delle antiche “fosse” della Torre Carlo V. Lo ha confermato il sindaco Lillo Firetto che ha concordato la data dello storico evento con lo stesso Andrea Camilleri, che per l’occasione giungerà appositamente da Roma; con l’Assessore Regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Sebastiano Missineo e con il Soprintendente Pietro Meli.
Com’è noto Camilleri ha descritto nel suo libro edito da Sellerio, “La strage dimenticata”, proprio quei luoghi sinistri che videro la fine di 114 forzati rinchiusi nel bagno penale durante i moti antiborbonici del gennaio 1848. Ora le antiche “fosse”, giudiziosamente restaurate, saranno finalmente aperte al pubblico che potrà accedervi gratuitamente in attesa del completamento dei locali superiori della Torre, destinati ad ospitare il primo Museo Regionale del Mare.
Nelle “fosse” è stata realizzata la “Sala cannoniera” con alcuni dei cannoni ad avancarica di epoca borbonica un tempo in dotazione alla Torre e poi trafugati a Perugia (dov’erano in esposizione nella Rocca Paolina) che il sindaco Lillo Firetto e lo scrittore Andrea Camilleri sono riusciti a recuperare e a riconsegnare alla Città. Altri due cannoni borbonici, che capovolti, venivano utilizzati come bitte per l’ancoraggio dei natanti al molo Crispi, sono stati scoperti dal sindaco Firetto che li ha fatti recuperare e restaurare restituendoli agli empedoclini e decretando così la volontà dell’intera Cittadinanza di volersi riappropriare del proprio passato e delle proprie tradizioni marinare.
 
 

Il Sole 24 Ore, 30.4.2012
Trent'anni fa l'omicidio di Pio La Torre, ucciso dalla mafia legata ai poteri forti. Verso riapertura inchiesta

L'immagine appartiene alla memoria collettiva: un'automobile crivellata di proiettili e dentro due uomini: Pio La Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Era il 30 aprile del 1982: trent'anni fa. Alle 9 del mattino La Torre, a bordo della Fiat 132 guidata da Di Salvo, sta raggiungendo la sede del partito: in via Turba, in una zona centrale di Palermo. L'auto, raccontano le cronache, viene affiancata da due moto e alcuni uomini con il volto coperto dal casco sparano decine di colpi contro i due.
Per quel duplice omicidio sono stati condannati i boss Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Salvatore Cucuzza e Pino Greco: tutti pezzi da Novanta della mafia palermitana. Grazie alle rivelazioni di Cucuzza, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia, sarebbe stato anche ricostruito il quadro dei mandanti identificati nei boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.
La Torre era il leader del Partito comunista siciliano, era il promotore della legge sulla confisca dei patrimoni ai mafiosi, era a capo del movimento che si opponeva all'installazione dei missili Cruise a Comiso, in una base Usa nell'area dell'aeroporto che oggi porta il suo nome.
Un omicidio politico mafioso, si disse subito, e il movente fu cercato nell'attività politica del segretario regionale del Pci. Trent'anni dopo almeno due libri tornano a indagare su quell'omicidio che insieme ad altri delitti degli anni Settanta e Ottanta ha segnato il nostro paese. In ambedue i volumi emerge una tesi. Ci potrebbe essere stata una convergenza di interessi tra Cosa nostra che si incaricò di eseguire il delitto e forze esterne, anche internazionali che avevano interesse a far fuori quel politico che dava così tante noie. Ancora una volta ritorna in primo piano il ruolo di "mafia service". E', per esempio, la tesi del volume edito da Castevecchi Rx (284 pagine, 16 euro) e scritto dal giornalista paolo Mondani e dall'avvocato Armando Sorrentino con prefazione di Andrea Camilleri il cui titolo è appunto: "Chi ha ucciso Pio La Torre? omicidio di mafia o politico? la verità sulla morte del più importante dirigente comunista assassinato in Italia".
[…]
Perché l'obiettivo di tutti, ora, è unico: riaprire le indagini. Per approfondire le indagini e svelare aspetti inquietanti, come quello raccontato da Camilleri nella prefazione al libro di Mondani e Sorrentino: "C'è la storia di alcuni professori a cui La Torre porta dei documenti riservati da studiare. Pio quelle carte le aveva evidentemente lette, le aveva interpretate e voleva la conferma di quel che aveva capito. E cioè che fra Stato e mafia c'era una relazione continua". L'incontro con i professori non ci fu: i killer di Cosa nostra arrivarono prima.
Nino Amadore
 
 

Il Carabiniere, 4.2012
I Mille secondo Camilleri
Sospendiamo I limoni di Camilleri (fate conto che non sia la loro stagione), per dare spazio a una lunga chiacchierata, indovinate su cosa? Niente di meno che, udite udite, la Spedizione dei Mille!

Maestro, se dovesse raccontare la Spedizione dei Mille a un bambino…?
«In parole semplici, si può dire che la Spedizione, composta da gente di ogni parte della Penisola e anche da stranieri, è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all'Unità d'Italia. È un viaggio molto bello, a pensarci bene, perché si tratta di 1.080 persone che s'imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l'italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però da uno spirito comune, diventa a poco a poco un esercito».
Un miracolo che dobbiamo a Poseidone?
«Fatto sta che proprio in mezzo al mare loro iniziano a fare squadra. Sbarcano a Marsala e dopo pochi giorni hanno la prima battaglia seria, a Calatafimi, dove si trovano di fronte a soverchianti forze borboniche munite di artiglieria e robe simili, eppure vincono. Nel giro di pochi giorni, sono diventati una forza. È sorprendente».
Mentre quando sono partiti che cos'erano?
«L'estrazione dei Mille è il vero miracolo, che nessuno spiega se non per pochi cenni. Diversi componenti della Spedizione hanno lasciato diari di quei giorni, a partire dall'asciutta relazione di Ippolito Nievo, che è stupenda. Ci sono poi le Noterelle di Giuseppe Cesare Abba, con la splendida pagina dedicata alla battaglia di Calatafimi, c'è il libro di Giuseppe Bandi e altri ancora, sono almeno sette o otto. Una cosa che m'incuriosisce molto, ma ogni volta che cerco maggiori dettagli resto insoddisfatto, è la presenza degli stranieri. Prendiamo ad esempio i colonnelli Türr e Tuköry. Quelli erano ungheresi veri, mica di Busto Arsizio o Pinerolo! Come diavolo c'erano arrivati, sul Lombardo e sul Piemonte? È un mistero affascinante. Luciano Bianciardi, un grande scrittore purtroppo dimenticato, ha tentato di raccontare questa storia nel suo Da Quarto a Torino, che è un volume ricco di retroscena».
(continua)
 
 

 


 
Last modified Tuesday, December, 08, 2015