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RASSEGNA STAMPA

MAGGIO 2014

 
Sette - Corriere della Sera, 1.5.2014
Storia di copertina. Conversazione con Andrea Camilleri sul compleanno del commissario
All’inizio volevo scriverne uno solo di gialli di Montalbano.
L’errore fu il secondo e così sono passati vent’anni e quindici milioni di copie

ULTIMISSIME EDIZIONI Tutto cominciò con La forma dell’acqua che uscì il 10 marzo 1994. Seguì Il cane di terracotta («perché il personaggio mi sembrava incompiuto», ricorda Camilleri, nella foto a destra). Fu allora che Elvira Sellerio, visti i rendiconti, chiese allo scrittore una terza avventura (Il ladro di merendine), alla quale seguì la quarta (La voce del violino). Sono i primi quattro titoli dell’edizione limitata (con prefazioni d’autore, uno è Andrea Vitali) con cui Sellerio festeggia i vent’anni del commissario più amato dagli italiani.
IL SOSIA DI SALVO È UN PROFESSORE DI CAGLIARI Tra gli antenati del commissario Montalbano ci sono il tenente Sheridan, interpretato da Ubaldo Lay, e il commissario Maigret, interpretato da Gino Cervi, protagonisti di due serie tv alle quali Camilleri collaborò. Il professor Giuseppe Marci dell’università di Cagliari: un giorno Camilleri lo incontrò e restò fulminato perché è uguale fisicamente a come aveva immaginato Montalbano.

La notizia è che Salvo Montalbano compie vent’anni.
«Vent’anni. Ero giovane allora, adesso ne ho 90».
Montalbano è di Catania, l’ho scoperto rileggendo la prima avventura, La forma dell’acqua.
«Sì, è di Catania ed è nato nel 1950».
Come mai è di Catania?
«Non lo so. Direi quasi profeticamente perché poi i film tratti dai romanzi li hanno girati nella zona est della Sicilia».
Lei dice pochissimo del commissario la prima volta. Dice che quando voleva capire una cosa, la capiva e che aveva un neo sotto l’occhio sinistro.
«Sopra il labbro, per la precisione».
Salvatore Nigro, un esperto della storia del commissario (ha scritto tutte le quarte di copertina dei romanzi) dice che il personaggio, nella prima avventura, è stenografato.
«Proprio per questo scrissi il secondo romanzo, incautamente. Mi ero accorto che nel primo romanzo Montalbano non era un personaggio compiuto. Allora dissi: “No, scrivo il secondo e me lo levo dalle scatole”. E lì fu l’errore».
Anche in questa versione primitiva Montalbano ha già una sua caratteristica fondamentale: recita, fa teatro.
«Montalbano è un teatrante nato, un tragediatore, come si dice in Sicilia».
Luca Zingaretti, il Montalbano della tv, mi ha detto che quando ha dovuto decidere come interpretare il commissario gli è venuto naturale rifarsi alla gestualità di Arlecchino.
«A me questo non l’ha detto, Zingaretti. È una bella idea. Perché in fondo ora, a guardarlo a distanza di tanto tempo, mi sembra un po’ un teatrino delle maschere dell’arte. Il dottor Pasquano è Balanzone. Pulcinella sarebbe Catarella. È curioso. L’altro giorno proprio su questo riflettevo, è come un teatrino, non dell’Opera dei Pupi ma della commedia dell’arte».
Il commissario Montalbano è calato nella cronaca e nella storia. Ogni suo romanzo è un sismografo dell’attualità.
«Questo è stato uno dei presupposti quando ho deciso di scrivere questo personaggio. Avevo davanti il modello Maigret, attorno al quale succede tutto (la guerra, il governo di Vichy), ma dentro i romanzi tutto ciò non entra. Il personaggio non ne viene nemmeno sforato. Simenon non lo permette. Allora ho detto: “No, il mio commissario deve vivere e patire la cronaca. E deve invecchiare nell’arco delle avventure”».
Nel Ladro di merendine Montalbano è al ristorante di Calogero e sta aspettando che gli portino l’antipasto. Nell’attesa legge il giornale: «La manovrina economica che il governo avrebbe varato non sarebbe stata di quindici ma di ventimila miliardi. Sicuramente ci sarebbero stati rincari, tra i quali benzina e sigarette. La disoccupazione nel Sud aveva raggiunto una cifra ch’era meglio non far conoscere. I leghisti del Nord, dopo lo sciopero fiscale, avevano deciso di sfrattare i prefetti, primo passo verso la secessione. Trenta picciotti di un paese vicino a Napoli avevano violentato una picciotta etiope, il paese li difendeva, la negra non era solo negra ma magari buttana…». Sembra un editoriale scritto oggi e, invece, siamo nel 1996. Nei vent’anni di Montalbano ci sono i vent’anni di una Italia che si è ripetuta sempre uguale. Il commissario, cresce, cambia, mentre l’Italia…
«Non è cambiata sostanzialmente per niente. Poi col sopravvenire della crisi, figurati, le cose sono anche peggiorate. Credo che il punto più alto del rapporto tra la realtà quotidiana e il commissario sia nei fatti del G8, cioè in Giro di boa, il romanzo in cui il commissario medita di dimettersi. Sa una cosa? Quel libro provocò una riunione del sindacato di polizia al Piccolo Eliseo e mi invitarono. C’era questo teatro pieno, colmo di poliziotti, alcuni dei quali avevano partecipato ai fatti di Genova. Ed è stata una bellissima discussione. Aperta, serena. Però che il libro diventasse oggetto di una discussione sindacale a me fece un curiosissimo effetto, un effetto positivo».
Le inchieste di Montalbano sono il romanzo civile dell’Italia degli ultimi vent’anni. Non è che l’Italia di romanzi civili ne abbia avuti tanti. Ho notato che nelle prime inchieste si fa spesso riferimento a Mani pulite, ai giudici di Milano.
«Perché quelli erano gli anni, quello il clima, l’atmosfera in cui nacque Montalbano. E ci sono questi riferimenti perché la cronaca di quei giorni riportava queste notizie».
Rileggendo il primo Montalbano a un certo punto mi sono molto preoccupato.
«E perché mai?».
Perché non c’era Mimì Augello, il vice di Montalbano. Poi all’ultimo minuto, a pagina 193 di 224, sbarca all’aeroporto e telefona a Montalbano per avvertirlo del suo rientro.
«Sì, all’inizio Augello praticamente non c’è. Poi sentii la necessità di una sorta di alter ego, ma molto alter, rispetto a Montalbano. Volevo un contrasto. Per esempio, quello dei primi romanzi è il periodo di castità di Montalbano, il periodo di fedeltà a Livia, invece Augello è scatenato, un infedele per natura. Ci tengo, però, a dire una cosa: Augello è uno sbirro bravo quanto Montalbano. I rapporti tra i due sono, agli inizi, tesissimi. C’è anche gelosia professionale, rivalità. Poi con gli anni diventano sempre più buoni fino al punto che Montalbano salverà Mimì da una brutta situazione quando si innamora di un’assassina».
Nel film l’assassina era Belén, ottima scelta di casting. Colgo l’occasione per complimentarmi con il regista Alberto Sironi. Riprendiamo il nostro identikit. Per capire come è fatto Montalbano bisogna considerare il suo rapporto con il cibo. C’è quella volta che Augello mangia la pasta con le vongole mettendoci sopra il formaggio (e non una volta, ma due). Montalbano alla vista di questo obbrobrio sta quasi per uscire di senno e pensa: «Gesù! Persino una jena ch’è una jena e si nutre di carogne avrebbe dato di stomaco all’idea di un piatto di pasta alle vongole col parmigiano sopra!».
«Montalbano non glielo perdonerà mai ad Augello quello sgarro gastronomico. E nemmeno io. È successo anche a me: una volta in una trattoria in Sicilia, uno, che non era siciliano, tengo a sottolinearlo, si fece portare la pasta con le vongole e ci mise il parmigiano sopra, io mi alzai e me ne andai. Sulla porta cercarono di trattenermi, mi dissero di portare pazienza, risposi che non potevo perché uno che fa una cosa così è capace di tutto. Capace che gira con una bomba in tasca».
Tra le sorprese della rilettura una riguarda i personaggi sono poi spariti nelle avventure successive. Il giudice Lo Bianco, per esempio, non c’è più.
«Sì, il giudice Lo Bianco, quello che era fissato con la storia della Sicilia, non c’è più».
Come mai è sparito dal cast?
«Perché col passare del tempo i giudici cambiano, cambiano di ruolo, di posto. Lo ripeto, nei romanzi di Montalbano succedono le cose che succedono nella vita: trasferimenti, ecc. Invece di Lo Bianco ora c’è un giudice che è un po’ maniaco sessuale».
Quello che spera sempre nel delitto, come dire, dal risvolto arrapante. A questo proposito, le prime avventure di Montalbano sono più sboccate, più dirette. C’è quel modo di scherzare tra maschi pieno di battute pesanti come quelle che si scambia con il suo amico d’infanzia Gegè, poi diventato malavitoso. Sono battute brutali e tenere assieme.
«Era quello che volevo rendere. Poi me lo sono un po’ perso per strada questo aspetto. Non so perché. Forse perché crescendo Montalbano è diventato più serio».
Uno dei personaggi che c’è sin dalle prime pagine della prima inchiesta è Fazio mentre non c’è Catarella e quando fa la sua comparsa scopriamo che è un raccomandato.
«Sì, è raccomandato dall’onorevole Cusumano, ed è stupido. Infatti Montalbano sulle prime non lo prende tanto bene. Cambia opinione quando vede che è bravissimo in informatica».
Qui lei ci ha messo un po’ di perfidia facendo del più scemo della questura di Vigàta il più bravo con i computer.
«Esatto! Era l’effetto che volevo ottenere. In quel periodo non riuscivo a imparare a scrivere con il computer. Infatti La forma dell’acqua e Il cane di terracotta, i primi due, li ho scritti con la mia vecchia macchina da scrivere, la Olivetti 22. Dal terzo in poi c’è il passaggio al computer con tutte le mie arrabbiature perché non mi veniva facile. Allora per uno sfogo dell’autore ho promosso il più stupido del commissariato a genio dell’informatica. Una piccola vendetta contro tante frustrazioni. Perché penavo tutto il giorno con il computer poi arrivava mia nipote di quattro anni e mi spiegava come dovevo fare. Mi sentivo grandemente mortificato».
Tra i personaggi spariti c’è l’ispettrice Anna Ferrara che era innamorata di Montalbano e cercava di andarci a letto, ma Montalbano non cede. Che fine ha fatto l’ispettrice Ferrara?
«Mah, sa che non le so dire niente? Credo che si sia sposata e abbia abbandonato il servizio. Non mi è più comparsa nei romanzi. Me lo sono chiesto anche io perché».
Il professor Nigro scrive che c’è un affatamento, una comunicativa quasi fisiologica tra lei e Montalbano. È così?
«Sì, è come guardarsi allo specchio certe volte, anche se io dico che non ho nulla da condividere con lui. Ma certi pensieri sono condivisi, però. Altrimenti il personaggio non li avrebbe, le assicuro».
Un discorso a parte andrebbe fatto per i personaggi straordinari che Montalbano incontra nelle sue avventure, come il professore che ciuccia, ormai grande e grosso, il biberon.
«Mica me lo sono inventato! È esistito, mi deve credere. Quando io andavo al liceo i giovani professori erano tutti alle armi. Così arrivò il nuovo professore di greco, un prete magrissimo (come descrivo il personaggio del romanzo), il quale aveva una borsa consunta e a un certo punto disse con un filo di voce: “Scusate, e si nascose dietro la porta”. Potevamo noi ragazzi non andare a vedere che stava facendo? Un compagno spiò e disse sbalordito: “Sta ciucciando un biberon”. Lo adottammo: “Professò, lo faccia pure dalla cattedra”. Era bravissimo quel professore, solo che non si sentiva, aveva la voce di un ragno, di un tarlo».
Rileggendo i primi Montalbano, mi sono ricordato che “tambasiare” è una delle più belle attività del mondo.
«Condivido pienamente. Perché “tambasiare” è quando ti sei appena alzato dal letto e giri per casa…».
…in una specie di dormiveglia della vita.
«Esattamente, e il massimo di impegno che puoi chiedere a te stesso è quello di raddrizzare un quadro che è un po’ storto. Quello è il massimo dell’attività fisica e mentale che ti puoi permettere in quel momento».
Nell’intervista a Nigro lei parla dell’autonomia di Montalbano e ci tiene a sottolineare che è vera, non è una suggestione letteraria: Montalbano tende ad andarsene per conto suo.
«Proprio così, mentre sto scrivendo un episodio è come se la scrittura stessa mi portasse in un’altra direzione e devo frenarmi, devo controllare molto. Si scatena un gioco di assonanze, di concordanze che sono rischiosissime».
E dove andrebbe Montalbano se lasciato solo?
«Lo ignoro, vai a sapere, so solo che mi costringerebbe a riscrivere pagine su pagine. I surrealisti facevano la scrittura automatica, così un giorno forse, per divertimento, ci proverò a scrivere un Montalbano automatico».
Nigro scrive che lei si muove con una coscienza metaletteraria che ricorda Cervantes. Cita quel momento in cui Montalbano sta leggendo il romanzo del suo omonimo, Montalbán, e quindi c’è questo gioco…
«Ma dove le scrive tutte queste cose Nigro?».
Nell’intervista che appare nella nuova edizione della Forma dell’acqua.
«Ah, non l’ho ancora letta. Ora ho capito».
Nigro dice, tra l’altro, che si dovrebbe fare un archivio dei sogni di Montalbano.
«C’è quello quando si sogna morto e Livia non va al suo funerale e lo fa arrabbiare di brutto».
E poi c’è quello terribile di Totò Riina capo del governo. Viene da chiedersi se era solo un sogno. Torniamo a noi. Lei scrive il primo romanzo ma non è soddisfattissimo e scrive il secondo in cui Montalbano diventa davvero Montalbano. A quel punto considera il suo lavoro finito.
«Chiuso».
E, invece, arriva Elvira Sellerio, l’editrice…
«E mi dice: “Quando mi dai il terzo Montalbano?”. Io dico: “Perché?”. E lei: “Poi te lo faccio sapere perché”. E, infatti, quando arrivarono i rendiconti vendita la cosa era sbalorditiva. Fui quasi costretto a scrivere il terzo. Non credevo di avere una fantasia tale per reggere per ventuno inchieste. Mi viene da impazzire se penso che Simenon ne ha scritti 72. E, invece, ho retto e sono passati vent’anni».
C’è una bella descrizione che fa di lei Nigro.
«Ancora! Ma quanto ha scritto?».
Dice: «Camilleri mi accoglie nel suo studio a Roma. È amabile. Parla come scrive. Ha un orecchio infallibile per i tempi delle pause. Struttura e mette in movimento parole che levitano come mongolfiere. Le ammaina al momento giusto. Le spegne. Le fa ripartire». È bellissima ed è molto vera, è la sensazione che si ha quando si viene a trovarla e ad ascoltarla in questo studio.
«Sì è molto bella e mi emoziona».
Antonio D’Orrico
 
 

Il Secolo XIX, 3.5.2014
Andrea Camilleri, papà di Montalbano, racconta la letteratura in tv

Genova - «Con la televisione non puoi fare come col romanzo, cioè tornare indietro di una pagina e controllare. In televisione quello che viene detto passa e non viene ripetuto». Un mito della letteratura italiana, ma non solo, lo scrittore Andrea Camilleri esordisce nella prima puntata di «Storie della Letteratura».
Il nuovo programma è dedicato alla letteratura e all’approfondimento storico ed è ideato da Isabella Donfrancesco e da Alessandra Urbani; andrà in onda domani alle 19.30 su Rai Storia (ch. 54 del Digitale terrestre ch. 23 TivùSat) e in replica su Rai1 giovedì 8 maggio alle 2.00.
Camilleri sarà il primo protagonista di una serie di quattro puntate volte a delineare il rapporto tra alcuni dei più noti scrittori italiani e la storia del piccolo schermo, in occasione del 60° anniversario della nascita della televisione italiana.
Lo scrittore siciliano ripercorre le tappe del lavoro che, dopo un’intensa esperienza in radiofonia, lo porta dietro le quinte televisive rivestendo numerosi ruoli, da delegato alla produzione delle prime otto commedie in tv di Eduardo De Filippo a produttore esecutivo dello sceneggiato Le inchieste del commissario Maigret.
«I primi sceneggiati - dice - sembrano essere una biblioteca di raffinata cultura. I fratelli Karamazov, Delitto e Castigo, I Promessi Sposi, sono dei capolavori della letteratura mondiale che vengono adattati per la televisione e questo faceva sì che, quasi contemporaneamente, gli editori rieditassero questi libri e quindi c’era già una rispondenza nella lettura e nell’allargamento della visione culturale degli italiani».
Le riflessioni sulla relazione tra lingua e dialetti arricchiscono l’analisi dello scrittore sul suo personaggio più amato, «Il commissario Montalbano», una sintesi di scelte stilistiche e linguistiche ben precise sia su carta che sullo schermo.
 
 

Rai Storia, 4.5.2014
Storie della letteratura - Gli scrittori e la televisione. Andrea Camilleri
Lo scrittore Andrea Camilleri racconta le sue esperienze nel mondo della televisione e della letteratura.
di Gabriella D’Angelo
Repliche lunedì 5 maggio ore 13.45 e su RAIUNO giovedì 8 maggio ore 02.00


 
 

5.5.2014
La piramide di fango
Il nuovo romanzo del commissario Montalbano sarà in libreria il 29 maggio.
 
 

Corriere del Mezzogiorno, 5.5.2014
«Un'altra galassia», quarta edizione.L'intervista
Andrea Camilleri: «Eduardo? Era timido
Arduo il mio compito di censurarlo in Rai»

Lo scrittore, il 31 maggio, aprirà la festa del libro che si terrà nel Convento di clausura delle Trentatré

NAPOLI - Andrea Camilleri oltre a essere un maestro della letteratura universalmente riconosciuto, è soprattutto un uomo incoraggiante. E questa qualità, in Italia, è più rara della bravura. Incoraggianti sono l'intensa parabola esistenziale, l'esempio di «lavoratore» dell'humanus e delle sue rappresentazioni, dal teatro alla televisione alla scrittura, la prima forma che praticò ventenne, esordendo come poeta subito inserito da Ungaretti in un'antologia. Lo è il suo spirito giovane (e non giovanile), rigoglioso come i gelsomini di Sicilia, che a quasi 90 anni guarda avanti con laboriosità e freschezza.
Per «Un'altra Galassia», lei sarà ospite in un convento di clausura del '500 che apre le porte a un evento pubblico. L'Abbadessa ama i libri e per questo ha schiuso una zona «limbo» che fa da confine tra il dentro e il fuori. Loro, le clarisse, non escono, ma lei, noi potremo entrare. Romanzesco no?
«Trovo splendida l'idea dell'Abbadessa che fa entrare la cultura oltre le grate. Ho scritto un romanzo su un convento di clausura a Palma di Montechiaro, dove mi sono fatto delle domande a cui probabilmente non ho saputo rispondere se non in modo infedele, da non ‘‘fedele''. Nonostante questo sono felice di poter entrare in un luogo dove di certo ci sarà un'energia assai potente».
Il suo «Inseguendo un'ombra» (primo in classica) è ambientato nel '400, un secolo prima della fondazione di quel convento, e racconta la storia di un personaggio che è molti personaggi. Com'è nato questo Samuel Ben Nissim Abul Farag o Guglielmo Raimondo Moncada o, se preferisce, Flavio Mitridate?
«Come tutti i miei libri, anche questo parte da uno spunto reale, di cronaca. La mia curiosità è stata stimolata tantissimi anni fa da una pagina di Sciascia, scritta in occasione di una mostra di un comune amico, il pittore Arturo Carmassi. Per me tutte queste tre psicologie sono in ugual modo totalmente vere e totalmente false».
Il suo sguardo su Napoli, città sovraccarica di immagini e «topoi» letterari.
«Da regista teatrale, da scrittore, da uomo del Sud e non solo, ho sempre amato Napoli. È una città dove la vita e la morte sono rappresentazione della vita e della morte. Sono felice di poterci tornare anche se è un luogo che non dimentichi e che senti sempre sotto la pelle».
Quest'anno ricorre il trentennale della scomparsa di Eduardo. Lei, per la Rai, è stato il produttore della prima serie delle Commedie. Lo ha dunque osservato da vicino. Avrà molti ricordi...
«Su Eduardo corrono molte leggende: sul suo carattere burbero, su certe battute che tagliavano l'aria. In realtà, conoscendolo abbastanza bene, ho avuto l'impressione che tutto ciò fosse una sorta di difesa messa in atto da una timidezza, da una sensibilità così acuta da essere ferita facilmente. E questo è anche il motivo della complessità del suo carattere».
A lei toccava anche comunicargli le decisioni della censura. Non deve essere stato facile. Ci racconta qualche episodio?
«Ne ricordo uno in particolare. Avevamo già concordato tutti i tagli, senonché il giorno della registrazione della commedia Le voci di dentro venni chiamato perché dicessi a Eduardo di tagliare una battuta. Io non me la sentii e non dissi niente. Così cominciammo a lavorare e provammo tre o quattro volte la scena incriminata. A un certo punto, Eduardo si rivolse a me: ‘‘Camilleri, non le sembra troppo lunga questa battuta? La vogliamo tagliare?''. Io, nascondendo la gioia perché le parole erano proprio quelle sotto mira della censura, acconsentii. Lui la tagliò e la registrammo così. Finita la ripresa, trovandoci a quattr'occhi mi disse: ‘Io la battuta ve l'ho tagliata, ma voi perché non me l'avete detto?'. Io risposi: «Ma a voi chi ve l'ha detto che dovevate tagliare quella battuta?'' E lui: ‘‘La faccia vostra me l'ha detto. La faccia che facevate quando nelle prove dicevo quella frase''».
Un giorno, il poeta Sereni venne da lei per proporle di scrivere un libro con Eduardo. Ma il volume non s'è mai fatto. Qual è la storia di questo titolo mancato?
«Sereni mi comunicò che Eduardo aveva tre casse piene di lettere di spettatori ai quali non aveva mai risposto e che aveva scelto me perché facessi una cernita di una cinquantina di testi a cui avrebbe finalmente dato risposta. Mi lasciò totalmente libero di farne la selezione. Senonché mi capitò un fatto del tutto personale che mi impedì di portare a termine quel progetto. Eduardo decise allora di non farlo con nessun altro».
Una volta ha raccontato di un viaggio «omerico» verso Li Galli. Perché la volle lì?
«Perché in quel periodo abitava sull'isola e dovevamo stabilire tutto. Fu il primo incontro di produzione nel quale decidemmo tempi, adattatori, sceneggiatori e costumisti».
Lei è siciliano: qual è stato il reale rapporto tra Pirandello ed Eduardo?
«Per quanto ne so io, credo che fosse di un'immensa stima reciproca. Avevano anche collaborato insieme e da Eduardo ho sempre sentito solo grandi parole di elogio nei riguardi di Pirandello. Per me rappresentano due capi saldi della sperimentazione e della tradizione teatrale italiana».
Si può parlare con Andrea Camilleri senza pronunciare nemmeno una volta il nome Montalbano? Si può. Intanto il celeberrimo commissario dei suoi gialli di culto compie vent'anni e il successo continua a crescere. Ma questa è un'altra storia.
Natascia Festa
 
 

La Repubblica, 5.5.2014
Repubblica Sera - Parla con lei
Caro Camilleri, il noir non siamo noi

Andrea Camilleri è uno scrittore immenso, potrei dire il più grande scrittore italiano vivente, se questa frase non sembrasse tetra, oltre che scema. È un uomo di meravigliosa intelligenza, misura e libertà. Raramente dice qualcosa che non convince. Per questo motivo non smetto di pensare a una frase estrapolata da una sua intervista di qualche giorno fa: "Il noir è il nuovo romanzo sociale. Se Victor Hugo fosse vivo, oggi scriverebbe noir" [Da noi interpellato, Andrea Camilleri precisa: "Posso avere detto che un giallo è un romanzo sociale ma mai fatto il paragone con Hugo", NdCFC]. L'avesse detta qualcun altro, l'avrei liquidata in un istante. Fesserie, avrei detto.
Forse Camilleri quando dice noir pensa al Pasticciaccio di Gadda, o ai gialli di Sciascia. Sappiamo anche del suo amore per Vàzquez Montalbàn e Simenon, autori ai quali ha sempre dichiarato di essersi ispirato per il suo Montalbano.
Ma il punto è che Camilleri non sta parlando di sé, sta dicendo che il noir è il nostro romanzo sociale. Sta dicendo che, a suo avviso, tra un certo numero di anni quando gli storici dovranno venire a capo della nostra civiltà, leggeranno di poliziotti, commissari, carabinieri, interrogatori...
Non ci credo. Non ci credo per niente. Il noir in questa stagione è incredibilmente popolare, è inutile negarlo. E qualsiasi cosa si voglia dire, sarebbe meglio farla passare per un commissariato, perché qualcuno abbia voglia di leggerla. Ma davvero ci racconta? Racconta della nostra società?
Non ci credo. Io penso che gli storici che vorranno interpretare i nostri anni, dovranno piuttosto leggere i romanzi di Roth, De Lillo, David Foster Wallace. Dovranno occuparsi di chi ha guardato al proprio tempo come il passaggio da una civiltà analogica a una digitale, da un tempo lento a uno vorticoso, ma soprattutto come il campo di battaglia delle relazioni sentimentali-esistenziali-sessuali tra uomini e donne. Dove sono le donne nei romanzi noir? Qualche sparuto commissario, un paio di femme fatale e molte, moltissime sagome a terra.
Il noir è nostalgico, per questo è popolare. Ma proprio per questo non racconta i nostri anni.
Elena Stancanelli
 
 

La Sicilia, 5.5.2014
L'Inda dimentica il suo centenario
Guerre intestine, beghe politiche e un'inchiesta sulla gestione travolgono l'istituto
Fondi e incassi. Nei conti assenti due milioni. La Stancheris: «carte allucinanti» sui contributi Ue

[…]
Eppure il centenario dell'Inda era stato annunciato con grande enfasi, tanto da insediare un comitato scientifico presieduto dallo scrittore Andrea Camilleri, il quale si è sfilato quasi subito, ma non ci sarebbe stato motivo perché il fantomatico comitato non si è mai riunito.
[…]
Laura Valvo
 
 

La Sicilia (ed. di Agrigento), 6.5.2014
Esce oggi il nuovo libro dello scrittore empedoclino
I «Segnali di fumo» di Camilleri

Oltre un centinaio di brevi testi inediti, scritti in uno stile personale e intimo. Sono i «Segnali di fumo» (pp. 160, euro 14,00 ebook compreso) che Andrea Camilleri ha raccolto in una sequenza sapientemente «narrativa» in un libro che esce oggi. «Segnali di fumo» ospita anche una cinquantina di altri brevi testi già usciti nella rubrica «Posacenere» sulla Domenica del Sole 24 ore. Nel libro si ritrova il gusto del racconto disteso, dell'aneddoto divertente e rivelatore. Il piacere degli incontri con personaggi del tutto sconosciuti o famosi. E poi le letture di una vita, da Pirandello a Vittorini e da Malraux a Roth e Tabucchi, che suggeriscono alcune considerazioni sull'arte dello scrivere. Ci sono anche le riflessioni sul tempo che passa e sull'età che avanza. A questi brevi testi camilleri affida quello che gli suggerisce l'estro del momento. camilleri si sofferma con molta partecipazione sulle nostre vicende politiche, l'assenza di etica, la corruzione, la volgarità, il populismo becero, gli insulti di troppi «politici senza onore» che hanno prodotto fame, disoccupazione, scontro sociale e impoverimento del Paese. L'effetto è quello di una conversazione a distanza con l'amico saggio, ironico, affettuoso che tutti vorremmo avere.
Dario Broccio
 
 

La Repubblica, 7.5.2014
Vent’anni fa nasceva il personaggio di Andrea Camilleri. Sellerio ripropone i suoi romanzi. Ecco la prefazione di Michele Serra a “La forma dell’acqua”
La solitudine di Montalbano commissario riluttante
Salvo è libero fino in fondo nel proprio ruolo di sbirro

Nella sua scena d'esordio nel mondo della pagina scritta (La forma dell'acqua, capitolo due) Salvo Montalbano non c'è. O meglio c'è, ma non è tra noi. È con se stesso. Sta dormendo. E sta sognando. Non un sogno ordinario, per giunta: un sogno erotico, un animato amplesso con la sua Livia vicina/ lontana. Viene interrotto bruscamente da una telefonata del brigadiere Fazio. Un uomo è morto, un nuovo caso è aperto. Strappato a se stesso, buttato giù dal letto, interrotto nella più intensa e privata delle estasi psichiche, il commissario impreca mentre tenta di afferrare «non tanto la cornetta quanto i lembi fluttuanti del sogno che inesorabilmente svaniva». È la metafora implacabile di un parto. Una chiamata al mondo improvvisa e traumatica. Da un ventre protettivo — il sonno, la femmina, l'amplesso — al proprio dover essere. Quei lembi non possono più essere ricuciti, quel sogno è interrotto per sempre. Da quel momento Salvo Montalbano ci appartiene: è stato consegnato dal suo autore ai lettori e agli spettatori. Ha un nome (e gli è andata bene, dice Camilleri che avrebbe potuto chiamarsi Cecè Collura) e presto avrà un volto televisivo. Il commissario di Vigàta raggiunge celeberrimi colleghi stranieri, Maigret, Nero Wolfe, Miss Marple, padre Brown, Pepe Carvalho, nel faticoso opificio della gloria investigativa. (...)
Atteniamoci ai fatti: l'atto di nascita di Montalbano, il suo debutto di fronte a un pubblico ancora imprevedibile nella sua smisuratezza, lo vede impreparato e lo vede riluttante. Dormiente e sognante nel suo letto, abbracciato all'immagine della sua donna che in quello stesso momento sta dormendo (e lo sta sognando anche lei: vedi due pagine dopo) di fronte a un altro mare, quello di Liguria. (...)
Basterà procedere di pochi capitoli per scoprire che Montalbano non ha abitudini d'ufficio, non ha orari ortodossi. È un gran lavoratore, ma in una sua maniera inafferrabile e discontinua. Vive, pensa, indaga, legge, si lava, mangia e dorme in una sorta di caos organizzato, a notti spesso insonni alterna giornate spezzate e girovaganti. Si nutre con piacere contagioso, ma senza regolarità, senza progetto, adattandosi alle occasioni, alle curvature della giornata o della nottata, alle ospitate inattese, ai momenti in cui il ritmo imprevedibile dell'inchiesta rallenta e gli concede una tregua. Spesso ci appare, rispetto alla scansione degli eventi, quasi refrattario. O è altrove o si sta occupando d'altro. È in controtempo. (...)
Anticipa cose e persone oppure se ne lascia distanziare (e al lettore «giallista» capita di innervosirsi: ma come, perché non va a interrogare Tizio, perché ha rifiutato l'appuntamento con Caio?). Come se la sua prima regola, per capire, per osservare, per venire a capo della storia, fosse cercare la giusta distanza, e per farlo non perdere mai, neppure per un secondo, se stesso. Meglio una pausa in solitudine sulla veranda di Marinella, guardando il mare, piuttosto che una conversazione irritante o una pratica burocratica inutile. Partecipare, visto che oramai ci sei costretto d'ufficio, perché sei un celebre personaggio letterario e per giunta un commissario di pubblica sicurezza; ma mai compromettersi, perché chi si compromette perde se stesso, e dunque perde il bandolo. (...)
Ma c'è un sospetto che i lettori di Camilleri non possono non coltivare; anche perché, coltivandolo, godono di quel sovrappiù di complicità con il personaggio, e con il suo autore, che fa la differenza tra un successo ordinario e un successo straordinario. Il sospetto è questo: che Camilleri, da buon padre tardivo, senta l'acuta responsabilità (non oso tirare in ballo, trattandosi di un autore squisitamente laico, il senso di colpa) di avere scaraventato il suo personaggio in mezzo a questo inferno di meschinità, violenze, piccinerie, servitù. E gli abbia costruito attorno, per proteggerlo, per difenderlo, per viziarlo, una privilegiata, orgogliosa, invidiabile solitudine, quasi introvabile in natura.
È una solitudine fatta prima di tutto di libertà, una infinita libertà di azione e di pensiero, zero orari, zero pregiudizi, nemmeno l'ombra di quel vassallaggio sociale, di quella soggezione psicologica che tanto umilia e offende il consesso umano, specie a certe latitudini. Montalbano è libero, libero fino all'inverosimile, libero addirittura dal proprio ruolo di «sbirro». Tanto libero che nel romanzo di esordio — il suo debutto in società — è lui a decidere, alla fine, «la forma dell'acqua». A determinare il finale e a raccogliere le conseguenze della vicenda non è il freddo contenitore della legge, ma la coscienza del detective, il suo giudizio sulle persone e sugli eventi. Davvero non è, Montalbano, ciò che si definisce, nel corrivo gergo della polemica politica, un «giustizialista». E qual- che lettore è libero (a proposito di libertà...) di giudicare con perplessità, alla fine del libro, la piega presa dagli eventi, e le decisioni del protagonista. Ma non può non rimanere ammirato dalla sua indipendenza di giudizio, dalla sua diffidenza per le apparenze (specie le apparenze sociali), dalla sua saggezza nell'accettare che non la Verità, ma gli esseri umani restino al centro di ogni sollecitudine, di ogni solidarietà, di ogni disprezzo.
La libertà di Montalbano, grazie al suo premuroso padre, gode di innumerevoli altri benefici. Nel mondo aziendale (ammesso che Camilleri & Montalbano siano un'azienda) si direbbero benefits. Invidiabili, decisamente in eccesso rispetto a quanto si suole concedere a un dipendente, sia pure emerito, dello Stato: segno innegabile di quanto l'autore abbia voluto risarcire il personaggio della violenza infertagli mettendolo al mondo. Si tratta di appartati luoghi di mare con una gamma vastissima di albe e tramonti di ogni sfumatura di luce; di ristorantini di spiaggia e di molo; di frigoriferi che svelano delizie impreviste; di bottiglie di alcolici e superalcolici; di bestie squisite (triglie, purpiteddri, sarde a beccafico) che gli si offrono in docile sacrifizio a quasi ogni ora del giorno e della notte; di femmine inquiete e magnifiche che vorrebbero fare breccia nella fedeltà integerrima di Salvo a Livia, ma dovranno aspettare molti romanzi per riuscire a spuntarla. Prima tra tutte la dissoluta Ingrid di queste pagine, nordica e felicemente immorale, dunque facile capro espiatorio in questo mondo bigotto, e per questo (non perché bella e disponibile: ma perché debole e compromessa) oggetto delle sollecite attenzioni di Montalbano, della sua protezione intelligente e salvifica.
Michele Serra
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 7.5.2014
Sellerio festeggia domani l’anniversario ristampando i gialli di Camilleri con introduzioni d’autore. Pubblichiamo uno stralcio di quella al “Ladro di merendine”
Leggendo Montalbano riconobbi il genio di Camilleri
I vent’anni di Montalbano
Mi avvidi che Andrea apparteneva allo stesso olimpo letterario in cui stavano Pirandello e Sciascia
Quel dialetto da romanzo. La scrittrice celebre il commissario best seller
”Le parole siciliane sono il risultato di un accurato lavoro di costruzione del testo e di iniziazione del lettore come facevo io con i miei bambini”
”Ho chiesto ad alcuni italiani che vivono a Londra di leggere l’incipit: nessuno di loro ha deciso di abbandonare la lettura e hanno capito il significato del testo”

Natale 1997, a Mosè, Agrigento. «Tieni!», mamma mi porgeva un libro impacchettato nella carta dell'anno precedente stirata a perfezione, come il nastro di raso. «È bellissimo, ti piacerà, come gli altri ». Il ladro di merendine era il terzo libro di Andrea Camilleri che lei mi regalava, dopo La bolla di componenda, gioiello di garbo e ironia, e Il birraio di Preston, romanzo corposo scritto con sapiente leggerezza.
Il ladro di merendine mi confermò che Camilleri era un gigante della letteratura italiana, un pari di Pirandello e Sciascia, anche loro originari della provincia di Agrigento. Con quelli condivide l'ampia cultura letteraria, il rigore intellettuale e l'amore per la propria terra. Se ne differenzia in due aspetti: la presenza del dialetto siciliano nella sua scrittura e l'assenza del pessimismo che prevale nel pensiero e nelle opere sia di Sciascia che di Pirandello.
L'atteggiamento verso la vita di Camilleri, la sua onestà intellettuale e autenticità personale, la denuncia dei mali del paese, la voglia di godere e di condividere i piaceri della vita con il lettore, l'ironia, la generosità di se stesso, e la profonda sensibilità verso i deboli e gli svantaggiati che permea tutta la sua opera, gli hanno garantito l'indiscusso affetto di milioni di lettori in Italia e nel mondo, e lo rendono ulteriormente diverso da tutti gli altri scrittori italiani viventi.
L'uso del dialetto, introdotto come parte integrante della scrittura in una commistione minuziosamente "pensata" e superlativamente gestita, ha incontrato il gusto dei lettori di tutta Italia, ma non quello dei letterati, almeno agli inizi. Pirandello, che frequentò l'università in Germania, usava un italiano forbito e, in minima parte, scrisse in dialetto: di lui in siciliano ho letto soltanto il romanzo Liolà e con una certa difficoltà. Sciascia, contemporaneo di Camilleri, ha uno dei periodi più belli e limpidi della lingua italiana e non credo abbia scritto, se non occasionalmente, in siciliano.
In una intervista del 1998 Camilleri parla dell'uso di parole siciliane nel linguaggio: «Io sono uno che racconta storie. Raccontarle a modo mio mi sembrava più giusto. Dopo diversi tentativi ho capito che l'unica mia voce possibile sarebbe stata quella che io parlavo in famiglia, sia pure con le differenze che ci sono tra il parlare e lo scrivere. Il tessuto base era quello del parlato familiare, un intreccio di dialetto e lingua italiana». E spiega ulteriormente: «I grandi parlavano un misto di italiano e siciliano molto bello. Come si è sempre parlato nelle famiglie. In gran parte della borghesia siciliana si parlava un italiano sicilianizzato che a un certo punto è stato proibito ai bambini. Questa proibizione di parlare il dialetto non è stata soltanto in Sicilia ma in tutta l'Italia ». Chiaramente fa riferimento al fascismo ma non soltanto: dopo l'Unità d'Italia la straordinaria fioritura di scrittori siciliani che scrivevano in italiano può avere influenzato la decadenza del siciliano.
Camilleri rimpiange il fatto che i dialetti sono parlati sempre di meno in tutta l'Italia. «Io penso che la perdita dei dialetti... abbia impoverito l'italiano parlato, già peraltro stremato dal bombardamento omologante della televisione ». E va oltre, parla di imbarbarimento linguistico: «Questa mancanza di struttura dialettale ha talmente impoverito la nostra lingua da ridurla in balia di qualsivoglia lingua straniera. Senza arrivare all'autarchia della lingua voluta dal fascismo, perché mai "killer" invece di "sicario", e "okay" quando esiste "va bene"?».
Sono d'accordo con lui. I figli palermitani dei miei parenti ed amici non parlano correntemente il siciliano; nel loro linguaggio usano termini inglesi o stranieri, con quelli dialettali in diminuzione. I miei figli siculo-inglesi, nati a Londra dove hanno frequentato scuola e università, sono bilingue, ma, a differenza dei parenti palermitani, parlano una mescolanza tra dialetto e lingua italiana, che ho insegnato loro di proposito, non per motivi ideologici o di ricchezza di linguaggio, ma per necessità. Mio padre non conosceva l'inglese e parlava di preferenza in siciliano; dal momento che i bambini trascorrevano tre mesi l'anno in Sicilia, dovevano parlare un misto di italiano e siciliano. «Moviti!», che nel dialetto agrigentino significa «fermati!», «Accura!», «Talè...», una variante dell'ubiquitario verbo taliari denso di sarcasmo e con un pizzico di disapprovazione, sono rimasti elementi della lingua parlata tra me e i miei figli, a parte l'inglese.
Io scrivo come parlo nelle lingue che uso nel lavoro di avvocato (l'inglese) e in quello di romanziera (l'italiano); adopero parole siciliane quando capita, o quando suonano meglio o sono più efficaci di quelle italiane. Mai di proposito. Mi sembra che le parole siciliane di Camilleri siano il risultato di un accurato lavoro di costruzione del testo e di iniziazione del lettore, un po' come facevo io con i miei bambini, e dunque ho giocato ad analizzare il linguaggio de Il ladro di merendine sotto questo profilo, scegliendo l'incipit, la pagina finale e altre due, prese a caso.
L'incipit del capitolo Uno consiste di circa 200 parole di cui una ventina in dialetto: s'arrisbigliò, linzòla, sudatiz-zo, sbafàto, addiventato, susì, assà, principiato, trasisse, virrìna, raprì, scolò, aggilàta, taliò, fòra, bona, prisenza, nèsciri.
La terza pagina del capitolo Otto consiste di circa 300 parole di cui una decina in dialetto: assittata, omo, fìmmina, càmmara, macari, susì.
La prima pagina del capitolo Quindici consiste di circa cento parole di cui sette in dialetto: assittata, taliasse, chiangìva, assittò, addrumò, facenna, taliando.
L'ultima pagina dell'ultimo capitolo, il Venti, consiste di circa 200 parole di cui una decina in dialetto: taliarlo, assittò, trasì, darrè, taliò, càmmisi, strammato.
Camilleri lascia poco al caso; il controllo sul lettore inizia dalla prima pagina e continua fino alla fine del romanzo. Nell'incipit ha bombardato il lettore con una dose potente di siciliano per dargli il gusto dell'esperienza che sta per iniziare, costringerlo a voler andare avanti con la lettura e renderlo partecipe.
Il siculo-italiano di Camilleri rende la saggezza del popolo, infonde brio e distacca la prosa da quella piatta ed inerte dei gialli; con l'avanzare del racconto si attenua: il lettore è prigioniero. Ho chiesto ad alcuni italiani che vivono a Londra di leggere l'incipit. Nessuno di loro ha deciso di abbandonare la lettura. Alcuni hanno capito il significato della maggior parte del testo e volevano continuare la lettura. Molti — la maggioranza — hanno dichiarato di "sentire" quello che l'autore vuole trasmettere.
Milioni di lettori si fidano del patto implicito: pagina dopo pagina, il significato delle parole dialettali diventerà più chiaro o sarà assorbito attraverso la lettura quasi per osmosi. E Camilleri mantiene la propria parola. Sempre.
Le storie di Montalbano, come lui spiega, «non nascono come romanzi polizieschi ma bensì si articolano come romanzi polizieschi». Camilleri è uno scrittore di romanzi, e non di gialli. Il ladro di merendine è definitivamente un romanzo, il romanzo di Salvo Montalbano, personaggio a tutto tondo, goloso, irascibile, malinconico, ironico, sensuale, generoso. «Montalbano è all'80 per cento quello che sono io - ha detto Camilleri - sospeso nel tempo. In una realtà estranea. E cerco di ancorarmi solidamente».
Mai come in questo libro Montalbano rivela se stesso: la propria infanzia, la sofferenza per la morte della madre, la resistenza a formare una famiglia con Livia, la donna che ama, forse tanto quanto ama il suo lavoro. Forse...
Camilleri dice: «La storia deve essere un fatto fondamentale, io però privilegio più i personaggi. La storia è solo un evento scatenante di reazione dei personaggi stessi, un altro fatto. Tutti sospesi nel tempo e in una realtà estranea ».
Camilleri descrive con esattezza storica e in profondità la sofferente società siciliana, a cui non nega la speranza di un futuro migliore. «L'unità d'Italia è una ferita non chiusa... Credo che siano stati commessi nei riguardi del Sud una tale gigantesca quantità di errori che ce la portiamo appresso. È una cosa che non riesco a mandar giù ma che non ha niente a che vedere con idiozie come la secessione...», disse in una intervista nel giugno 1998, e dichiarò di sentirsi «uno scrittore italiano con radici siciliane».
«Tanto dolore viene attutito con l'ironia, è essenziale ai siciliani», dice Camilleri, «altrimenti si viene sopraffatti da una realtà francamente inaccettabile ».
«S'arrisbigliò malamente: i linzòla, nel sudatizzo del sonno agitato per via del chilo e mezzo di sarde a beccafico che la sera avanti si era sbafàto, gli si erano strettamente arravugliate torno torno il corpo...». (...)
Simonetta Agnello Hornby
 
 

YESnews, 7.5.2014
Con Andrea Camilleri “Inseguendo un’ombra” della faccia ferina dell’Umanesimo

Camilleri è Camilleri. Basterebbe scrivere questa frase palindroma e fermarsi qua; senza aggiungere altro. Ma Andrea Camilleri è ben più della sua affermata fama di sceneggiatore della vita di Salvo Montalbano, è ben più di uno dei più noti scrittori contemporanei siciliani, con i suoi innumerevoli romanzi da divorare voracemente. “Inseguendo un’ombra” ne è uno dei più recenti esempi, romanzo indefinibile: storico non è, di totale e pura fantasia neppure, ma allora che cosa ci si ritrova a leggere sfogliando queste pagine?
Samuel ben Nissim Abul Farag è un ragazzino ebreo, di straordinaria intelligenza e furbizia, punta di diamante della judicca girgentana e barlume di speranza che guida ogni mossa del padre, rabbi Nissim. Samuel a soli quindici anni ha un animo complesso, un’acutezza smisurata e una fermezza tipica di chi sa cosa vuole e come ottenerlo. Samuel è motivo di orgoglio e di utopica rivalsa per un frammento di quel popolo da sempre ostracizzato e perseguitato, che non esita a rinnegare. Egli è solo un giovane giudeo il cui destino è già stato scritto, per la prima volta, con il suo nome.
“E’ possibile che il nome rechi in sé tanto una benedizione quanto una maledizione?La gloria e l’infamia?Un segno positivo e il suo opposto?E queste due opposizioni significano la palude dell’immobilità,di un’eterna contraddizione paralizzante, oppure possono rappresentare la forza generatrice di un’energia che lo porterà a una ricerca continua?”
Proprio quel nome, maledetto tre volte dalla sua gente per la conversione al cristianesimo, cambierà ben due volte inseguendo le ombre di un’identità mai trovata. I frammenti di questa esistenza e di questa ombra Camilleri cuce insieme , tessendo una storia che ha del vero e del presunto, che incuriosisce e afferra l’interesse. Egli catturato da un breve scritto di Sciascia “La faccia ferina dell’Umanesimo”, affascinato dal personaggio di Samuel, prende la brillante decisione di narrare la storia di un personaggio del quale gli studiosi avevano curiosamente delineato una particolare esistenza; e lo fa utilizzando il miglior mezzo a sua disposizione: la sua innata capacità narrativa.
Samuel, convertitosi, prende il nome del suo padrino Guglielmo Raimondo Moncada. Dopo il battesimo ed i voti del sacerdozio, Samuel ora Guglielmo, attua la sua vendetta contro i correligionari che avevano maledetto il suo nome. Don Guglielmo incanta folle, converte ebrei, scala le vette dell’ordine a cui appartiene, arriva a Roma ricco di fama e di danaro. L’errore fatale, che gli storici riportano nei loro scritti, gli costerà la perdita di ciò che si era sempre auspicato, costringendolo a lasciare l’Italia, la grande reputazione di uomo dotto e intellettuale e la protezione del Vaticano.
Samuel-Guglielmo-Flavio è forse un precursore del Vitangelo Moscarda pirandelliano? E’ uno, nessuno e centomila? Forse. E’ un ebreo, che ha rinnegato le sue origini, vestendo i panni della vittima del destino, dell’uomo di chiesa, del dotto istitutore di Pico della Mirandola.
Guglielmo, adesso Flavio Mitridate, ritorna dall’esilio forzato in Germania, ricercando l’ipotesi di una tranquillità fino ad ora solo assaporata. Ferrara sarà il suo nuovo inizio, la città della ritrovata serenità economica, dell’amore e della riconquistata fama. Pico della Mirandola affascinato dalla cultura ebraica e soprattutto dalla kabbalàh, lo assume come proprio maestro, donandogli una possibilità di stabilità, ritrovando il giovinetto da lui amato e facendo rivivere l’animo acuto e colto del vecchio Samuel Farag. Ma il passato tornerà, non dimentico delle nefandezze e delle ambigue strategie di sopravvivenza messe in atto da Flavio. L’avarizia, la brama di importanza e autoritarismo, la propensione verso tutto ciò che nulla ha di trascendente ma che tutto riconduce all’evanescenza dei beni terreni, sarà per Samuel-Guglielmo-Flavio la rovina.
Riprendendo dalla primissima frase di questa pagina: Camilleri è Camilleri, quello che non delude, che riempie le librerie, è una garanzia di una buona lettura da fare in treno, sotto l’ombrellone, a letto prima di prendere sonno. Inseguendo un’ombra, articolato nei racconti delle tre identità di Samuel-Guglielmo-Flavio, alternati ai commenti chiarificatori e alle esplicazioni dell’autore, si sfoglia in un attimo, forte di una scorrevolezza atipicamente associata ad un dottissimo linguaggio poliglotta e ad una perfetta miscela tra fatti storici e fantasia romanzesca. Da leggere assolutamente.
Elisa Bennici
 
 

Monreale News, 7.5.2014
Come la penso
Di Andrea Camilleri, Editore: Chiarelettere

Tutt’altro che autoreferenziale, o narcisistica, questa raccolta di saggi e racconti ci invoglia a conoscere la nostra storia, la storia d’Italia e della Sicilia, gli scorci di una realtà difficile da interpretare, risultato di una evoluzione di fatti non solo recente che Camilleri ci aiuta a capire, attraverso piccoli episodi e grandi eventi, luoghi a noi cari, perché familiari, perché nostri, o perché importanti per l’Italia o per l’Europa.
Molto più che un’autobiografia, il libro vuole essere una presentazione di sé, del proprio vissuto e delle idee maturate attraverso la cultura e la passione di una vita: dall’impegno nel cinema, alla televisione, ma sempre avendo come riferimento la Letteratura mondiale.
I personaggi, stavolta, sono storici e non solo di fantasia (anche se c’è una parte del libro doverosamente dedicata a Montalbano) e li vediamo chiaramente tutti nella chiave critica e ironica che caratterizza l’Autore. C’è la politica, il suo infiammarsi di tensione morale, senza mai rinunciare al rigore della razionalità.
C’è il disgusto per la decadenza intellettuale e morale dell’ultimo ventennio, quello devastato dal berlusconismo; c’è un’analisi impietosa degli Italiani di ieri e di oggi, dei loro comportamenti e dei loro disvalori; c’è una difesa appassionata della lingua italiana, oggi volutamente trascurata a livello europeo col consenso neanche tanto tacito della classe politica dominante in Italia; c’è la difesa dei dialetti, perle della ricchezza culturale e tesori della tradizione storica; c’è una lectio magistralis sull’attore (e dunque sul teatro) e sul suo potere che fa venire i brividi; c’è il rapporto privilegiato con Pirandello e quello personale e ricchissimo con Sciascia; c’è la storia del separatismo siciliano, quella del cosiddetto brigantaggio, ci sono ricordi personali e familiari che ci fanno ridere e inquietano al contempo la calma piatta delle nostre certezze.
E forse il dono più grande della lettura di questo libro straordinario è proprio l’inquietudine generata dalla riflessione; la voglia di cambiare nella consapevolezza dei valori di cui siamo portatori, a onta di una storiografia scolastica non sempre illuminante su chi siamo, su cosa abbiamo subito, sugli esempi luminosi del nostro passato. Il libro termina con “cinque favole politicamente scorrette” dedicate al Cavaliere: un motivo in più di risata e di riflessione, ma anche di speranza. Da non perdere!
Rosa La Rosa
 
 

Case & Country, 7.5.2014
Amata Sicilia
Dall'antica tonnara di Marzamemi ai lussureggianti giardini, nelle terre di Montalbano, dall'oasi faunistica di Vendicari allo splendore del Barocco di Noto. Ecco otto dimore in vendita e in affitto per investire sull'isola

«Lo scirocco è uno dei momenti più belli che possa¬no essere concessi all'uomo, in quanto l'incapacità di movimento in quei giorni ti porta a stare immobile a contemplare una pietra per tre ore, prima che arrivi un venticello. Lo scirocco ti dà questa possibilità di contemplazione, di ragionare sopra alle cose, anche se è un po' difficile, in quelle circostanze, sviluppare il pensiero che è un po' ammataffato, colloso, come la pasta quando scuoce». Andrea Camilleri svela un'anima della sua Sicilia tanto amata: stare immobili e osservare.
[…]
Lauretta Coz
 
 

SiciliaInformazioni, 8.5.2014
C’è Andrea Camilleri su Facebook
Stavolta è quello vero

[E invece è sempre un millantatore, NdCFC]

Andrea Camilleri su Facebook con i toni del saggio dispensatore di consigli. In prima persona, senza iattanza. Pur esprimendo concetti e manifestando opinioni in modo netto, lascia trasparire il dubbio, regala uno spazio a chi sta dall’altra parte.
Per qualcuno si tratta di un ritorno dell’inventore di Montalbano. Su Fb, infatti, c’è stato un “Andrea Camilleri” fasullo. Ma non era quello vero, come abbiamo appreso con una “informativa” di una gentile collaboratrice. Qualcuno s’era appropriato della sua identità, ma l’aveva fatto con gli stessi toni, pacati, del vero Camilleri, sicché è risultato perfino credibile.
Non ci resta che sperare che stavolta sia il vero Camilleri a inviare i suoi messaggi agli “amici” di Fb. Vi proponiamo le sue ultime “pillole” di saggezza. Cominciando da una “difesa” della scrittura, che ci pare di grande interesse.
“C’è chi dice che adopero il siciliano come l’uva passa: ne lascerei cadere qualche chicco su una struttura italiana. Non è così. La cosa è più complessa. Io utilizzo le parole che mi offre la realtà per descriverla in profondità. Non potrei mai ambientare un mio libro in una città che non conosco. Non è un problema di topografia. Oggi esistono guide che ti dicono anche come si chiama il tabaccaio all’angolo. Nessuno però ti può dire come e cosa pensa chi vi entra: quali sono i codici di comportamento dei clienti di quel tabaccaio. Detto questo non ho la pretesa di innovare la lingua. Semplicemente utilizzo la mia, il mio modo di scrivere”.
Andando a ritroso sulla pagina di Andrea Camilleri, troviamo un aforisma dedicato alla morte: “La morte: la trovo disdicevole, citando una celebre battuta. Ma l’aspetto con serenità”.
Ancora più indietro, leggiamo una riflessione sull’altro sé che Camilleri ha costruito, il personaggio letterario, il commissario Montalbano. “Montalbano dice di amare quel che resta della Sicilia ancora selvaggia: avara di verde, con le casuzze a dado poste su sbalanchi in equilibrio improbabile, e questo piace anche a me ma credo che sia piuttosto un gioco della memoria”.
Concludiamo con due aforismi dedicati alla libertà, di grande attualità, e alla natura umana. “Fatevi condizionare il meno possibile da una società che finge di darci il massimo della libertà.
“I falliti si dividono in due categorie: coloro che hanno agito senza pensare e coloro che hanno pensato senza agire”.
 
 

La Sicilia (ed. di Trapani), 8.5.2014
L'opera di Burri a Ghibellina
Sarà ultimato il «Cretto» simbolo del dopo-terremoto
L’inaugurazione per il centenario della nascita dell’artista

Gibellina. Quando il sole è alto nel cielo, specialmente nelle giornate estive e i suoi raggi cadono sulla bianca collina, dove una volta si allungava Gibellina, il riverbero è accecante. Bianca la collina, come la volle Alberto Burri (1915-1995), maestro della «land art», quando decise che lì, sopra ciò che era rimasto del paese sfarinato dal terremoto, avrebbe edificato l'opera d'arte in grado di eternare la tragica notte di Gibellina.
Il Cretto, bianco sudario per i morti e memento per i vivi. Un'operazione ardita, complessa e tutt'oggi incompiuta: I lavori, iniziati nel 1985 (Burri fece colare calcestruzzo sulle macerie, ricreando i vicoli e gli isolati che esistevano prima del sisma), si fermarono nel 1990. Un progetto capace di innescare polemiche ed entusiasmi in egual misura. In grado di sollecitare rimozioni dolorose e altrettanto dolorose rimembranze. Negli anni, grazie soprattutto alla macchina del teatro che lo ha eletto come luogo principe delle Orestiadi, il Cretto ha assolto alla funzione che il suo ideatore si era proposto. Ma restava aperto il fronte del suo completamento. Ora, dopo i tanti appelli lanciati nel corso degli anni da esponenti del mondo della cultura (il primo è del 1998, l'ultimo del 2010), il Cretto sarà ultimato.
«Entro l'anno prossimo - precisa il sindaco Rosario Fontana -. In tempo per le celebrazioni del centenario della nascita del maestro umbro».
[…]
Celebrazioni che hanno già ricevuto l'attenzione del Parlamento, che ha varato un apposito Comitato ristretto. Parallelamente al completamento dell'opera sarà realizzato un restauro da parte della Sovrintendenza ai Beni culturali di Trapani: operazione che sarà finanziata, per 1.100.000 euro, con i fondi del Lotto. Un risultato ottenuto anche grazie al gruppo di pressione che nel novembre del 2010 sottoscrisse l'appello (lanciato da Nicolò Stabile), rivolto al ministro per i Beni culturali, affinché «un'opera d'arte immensa, sindone di una comunità, simbolo universale della tragedia del terremoto», venisse restaurata e completata, in modo da assicurarne la conservazione «a futura memoria». A firmare la petizione, tra gli altri, Claudio Abbado, Franco Battiato, Mario Martone, Renzo Piano, Andrea Camilleri e Vincenzo Consolo. Infestato dalle erbe, lesionato in alcune parti, minacciato dalle infiltrazioni d'acqua, il Cretto ha infatti sofferto.
«Ora - chiosa Fontana - tornerà al suo splendore originario».
Vincenzo Di Stefano
 
 

Il Piccolo, 9.5.2014
L’intervista Andrea Camilleri

«Pizzini mi piace: dieci righe». Ride Andrea Camilleri raccontando il suo nuovo libro “Segnali di fumo”, pubblicato da Utet. «Mi è successo che la mattina prima di cominciare a scrivere mi fermo una decina di minuti davanti al computer a inseguire miei pensieri. È un'operazione di riscaldamento del cervello. Ed è così che sono nate le riflessioni per “Il Sole 24 Ore”, ma quando la rubrica si è conclusa, io ho continuato i miei raccontini. L'Utet mi ha chiesto se ne avessi tanti e gliene ho dati 142: pensieri personali, considerazioni politiche, aneddoti, metafore, insomma le cose che possono passare per la mente ad un uomo di lunga vita».
Qual è l'importanza delle parole e quali sono oggi le parole importanti?
«C’è un piccolo problema: le parole che per me sono importanti, credo che comincino ad essere assai meno importanti per troppe persone. Per esempio lealtà, onore, dignità».
Come giudica questo tempo senza etica, questa stagione di corruzione infinita e di estrema volgarità?
«Penso che rischi di produrre danni irreversibili, anche perché contagia strutture che dovrebbero essere solidissime. Penso a quello che è successo a Roma allo stadio Olimpico. Un funzionario di polizia che parla con un camorrista che indossa una maglietta inneggiante all'assassino di un altro poliziotto. Tutto questo dà l'idea di un Paese in rovina, di un cedimento morale, e dei ruoli. Ed è pericoloso prima ancora che preoccupante».
Cosa sono quelli che definisce «gli insulti di troppi politici senza onore»?
«Intanto noi diamo il nome di politici a gente che non se lo merita. Io ho compiuto 18 anni nel 1943 e ho vissuto la stagione della democrazia in Italia. La polemica tra Togliatti e De Gasperi era accesissima ma l'insulto bestiale non faceva parte del discorrere politico. Non era contemplato. Oggi vedo da parte di alcuni un comportamento alla Camera che degenera in modo pazzesco, e il Parlamento non può essere l'eco o la ripetizione della manifestazione volgare di piazza».
Lei come Neruda confessa che ha vissuto ma dice che le cose che ha fatto sono state fatte da una persona che ha le sue fattezze, il suo nome ma non era lei. E conclude: sono stato un equilibrista. In che senso?
«Che col passare degli anni la visione delle cose si modifica terribilmente e capisci che chi ti sembrava un avversario quand'eri giovane, in fondo non lo era poi tanto».
In uno dei suoi “pizzini” ha scritto che «se l'Europa non si fonda sulla solidarietà economica, si fonda sull'assicurare tranquillità ai tedeschi»?
«Questa non è l'Europa che pensavamo noi dopo aver letto “il manifesto di Ventotene”. Anche Hitler a suo modo aveva una bella idea d'Europa che avrebbe garantito più che sicurezza alla Germania, ma abbiamo visto com'è andata a finire».
La cultura è sempre ragionata inclusione, mai partigiana esclusione?
«La cultura attrae a sé, è un buco splendente, lavora di cervello e non ammette ghettizzazioni, lavora a riconoscere soprattutto le motivazioni e le ragioni degli altri che può anche non condividere. Chi sa dire solo no, non esprime cultura».
Che cosa aveva capito Berlinguer che in trent'anni in Italia non si è compreso?
«Tempo fa ho riletto l'intervista di Scalfari a Berlinguer del 1981. Credo che bisognerebbe rimetterla in circolo per capire bene quali sono state le radici morali ed economiche dei mali italiani. Il rigetto della Questione morale di Berlinguer è stato quasi immediato. Dopo la sua morte è finita, nessuno ha più sollevato il problema che invece è rimasto ed oggi è platealmente sotto gli occhi di tutti. Cioè i guai sono cominciati ancora prima di Berlusconi».
È quello che avrebbe dovuto mettere in evidenza Veltroni nel suo film su Berlinguer. Lei l'ha visto?
«No perché ormai sono quasi cieco e siccome ero stato interpellato per primo per realizzare quel film non avevo dubbi che al centro dovesse esserci la questione morale, ma lo stato dei miei occhi mi ha impedito di andare avanti».
E com'è andata con la signora che si è ostinata a chiamarla per tutta la sera commissario Montalbano e l'ha salutata dicendole «che piacere averla conosciuta di persona»?
«Ho preferito non indagare, ma mi succede che qualcuno mi consideri una sorta di commissario capo. E allora lo rassicuro: Montalbano continua e continuerà a camminare con me. Ancora non si è fermato».
I poliziotti di Montalbano comunque non sono quelli del Sap, non cadono in eccessi di violenza.
«Quando uscì “Giro di boa” in cui si parla dei fatti di Genova, il Siulp mi invitò al Ridotto dell'Eliseo, ci fu un'amplissima discussione tra me e i tanti poliziotti in sala. Concludemmo che soprattutto nella polizia la manutenzione della democrazia doveva essere assolutamente giornaliera. Si vede che da allora ad oggi una parte di essi si è distratta e non ha fatto manutenzione».
Con Tabucchi un affetto reciproco senza esservi mai conosciuti. Determinato da che cosa?
«Dal fatto che la pensavamo allo stesso modo, io nelle interviste e lui negli articoli. Sicché un giorno mi telefonò ed esordì dicendo come stai? Da quella volta ogni tanto mi telefonava o mi mandava cartoline. In qualche occasione rischiammo di incontrarci ma non accadde mai. Poi in un suo scritto postumo trovai le splendide parole che scrisse su di me “uomo siciliano”».
E con Alfonsín l'amicizia di un attimo mai veramente cominciata.
«È stata una cosa misteriosa. Lui era stato appena eletto presidente dell'Argentina, eravamo una delegazione in visita alla Casa Rosada e scattò immediatamente una simpatia reciproca, lui mi volle accanto a sé per tutta la durata dell'incontro tanto che il cameraman della Rai mi chiese: ma lei da quant'è che lo conosce?».
Tra i molti interrogativi del libro, non poteva mancare uno sull'ex cavaliere: è più riprovevole Berlusconi o chi gli dà spago?
«In Sicilia si dice: è ccchiù fissa u Carnevali o chi ci va appressu (È più fesso il carnevale...). Ma trent'anni fa si poteva immaginare un individuo condannato in via definitiva essere ricevuto dal Capo dello Stato, fare accordi con il premier, essere un grande evasore fiscale e non andare in carcere? È stato votato da nove milioni di persone, d'accordo, ma nel momento in cui uno commette reati appartiene al codice penale, se no ognuno si sente autorizzato a fare quello che crede. Il fatto è che senza di lui, il partito crolla anche se c'è Toti con la stampella».
Per lei scrivere è ancora un piacere o un lavoro?
«È sempre un piacere, nel momento che diventasse un lavoro, smetterei di scrivere. Spero che questo momento sia il più lontano possibile».
Sergio Buonadonna
 
 

Il Piccolo, 9.5.2014
Pensate come si sarebbe divertito il Belli con due Papi in Vaticano

Scrive Andrea Camilleri: «Si dice morto un Papa se ne fa un altro. Ma adesso che ce ne sono due, ah come se la sarebbe scialata il Belli». Gli chiediamo: e dato che i due ne hanno santificati altri due? «Una pacchia - risponde il papà di Montalbano -, Belli avrebbe dovuto quadruplicare i sonetti». A 89 anni Camilleri - verve e curiosità sempre accesi - non può vivere senza scrivere. Così s'è concesso una vacanza: 142 suoi raccontini, in parte usciti nella rubrica “Posacenere” per l’inserto della domenica de “Il Sole 24 Ore”. Metafore, aneddoti, momenti di vita con i grandi letterati come la Szymborszka, le letture preferite – Pirandello, Vittorini, Malraux, Tabucchi - , un po' di sicilianismi e molto humour anche amaro. È nato così “Segnali di fumo” (pagg. 146, euro 14), pubblicato da Utet.
 
 

Affaritaliani.it, 9.5.2014
Libri & Editori
Camilleri, nuova collana per i 20 anni di Montalbano ma anche altri libri
Mentre Sellerio propone in una nuova collana i bestseller del commissario Montalbano, escono altri due libri di Andrea Camilleri (tra gli autori più prolifici in Italia...): "L'incontro con Manuel Vázquez Montalbán" (Skira) e la raccolta di "Segnali di fumo" (Utet)

Non è una novità che Andrea Camilleri sia tra gli autori più prolifici in Italia. Al Salone di Torino, non a caso, è protagonista non solo con la nuova collana che la sua casa editrice principale, Sellerio, ha dedicato al suo personaggio più noto, il commissario Montalbano, ma anche con altri libri in uscita in questi giorni...
Partiamo dalla nuova collana del marchio palermitano. Sellerio celebra i venti anni del commissario riproponendo tutti i romanzi in edizione speciale. Ogni romanzo è accompagnato da una nota editoriale. il primo della serie, La forma dell'acqua, ospita oltre alla nota di Michele Serra anche un’intervista di Salvatore Silvano Nigro ad Andrea Camilleri. Negli altri volumi del primo lancio le note sono di Maurizio Di Giovanni, Simonetta Agnello Hornby e Andrea Vitali. Il numero di copie stampate per ogni titolo della collana «Le indagini di Montalbano» è limitato a quello della prima tiratura. Una volta esaurite, le copie non verranno ristampate. Il prezzo dei libri è di 6,90 euro.
Skira, dal canto suo, propone "Andrea Camilleri incontra Manuel Vázquez Montalbán": in occasione del Premio Pepe Carvalho, ricevuto a Barcellona nel febbraio 2014 da Camilleri, Skira ha infatti voluto ricordare lo scrittore scomparso con la trascrizione del loro incontro nel 1998 a Mantova, nell’ambito del Festivaletteratura. Un dialogo in cui affrontano i temi più disparati: la letteratura, i gialli che li hanno segnati, i libri letti e a volte (ma solo nella finzione) bruciati, i personaggi Pepe Carvalho e Salvo Montalbano, ma anche i rapporti dei loro protagonisti con le donne, il calcio e la cucina, a testimoniare un’amicizia e un’affinità nate sui libri e divenute realtà.
E ancora, Utet propone dal canto suo "Segnali di fumo". Il volume raccoglie i foglietti di poche righe a cui lo scrittore affida, in totale libertà, quello che gli suggerisce l’estro del momento. Ma che cosa “segnala” Camilleri? Intanto, molta partecipazione per le nostre vicende politiche: soprattutto indignazione per l’assenza di etica, la corruzione, la volgarità, il populismo becero, gli insulti di troppi “politici senza onore” che hanno prodotto fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento del Paese. Poi, il gusto mai perduto del racconto disteso, dell’aneddoto divertente e rivelatore. Il piacere degli incontri con personaggi del tutto sconosciuti o – trattati esattamente alla stessa stregua – famosi come Wislawa Szymborska e il presidente argentino Alfonsìn. Le letture che durano da una vita (Pirandello, Vittorini, Malraux, Philip Roth, Tabucchi) e che suggeriscono alcune sobrie e per niente retoriche considerazioni sull’arte dello scrivere. Infine, il senso – molto umano, ma mai troppo malinconico – del tempo che passa, dell’età che avanza: “... mettiamola così: il tempo è una giostra sempre in funzione. Tu sali su un cavalluccio o un’automobilina, fai un bel po’ di giri, poi, con le buone o con le cattive, ti fanno scendere”. Ora, Camilleri ha deciso di raccogliere qualche decina dei suoi “segnali di fumo”, organizzandoli in una sequenza sapientemente “narrativa”.
 
 

La Provincia Pavese, 10.5.2014
Roberto Alajmo «Racconto la Sicilia ma con ironia»

Voghera. Roberto Alajmo, giornalista e scrittore palermitano, sarà oggi alle 17 ospite alla libreria Ubik per una conversazione sui temi e le suggestioni della Sicilia, e di Palermo in particolare, sulla scorta di due suoi libri: “Palermo è una cipolla" e "L'arte di annacarsi", ironiche e appassionate guide di viaggio alla scoperta dei misteri, del fascino e delle contraddizioni dell’isola. «La conversazione partirà da queste mie opere, pubblicate diversi anni fa. In realtà lo scopo dell’incontro è quello di fare una chiacchierata sulle peculiarità della mia terra, e della mia città in particolare, allo scopo di allargare lo sguardo oltre le convenzioni». “Palermo è una cipolla” è un libro pensato per chi Palermo la vive o per i “forestieri”? «Sono partito raccontando la mia città per poi ampliare la prospettiva sulla Sicilia tutta. E’ un libro rivolto ai viaggiatori, l’intento è quello di farsi strada tra i luoghi comuni arrivando a cogliere quella che è la filosofia e il carattere di Palermo. La città è fatta dalle persone che ci abitano, non si possono raccontare le mille facce di Palermo senza parlare dei Palermitani». L’ironia è il denominatore comune della letteratura siciliana. E l’unica chiave di lettura possibile? «L’ironia è uno strumento utile e potente ma bisogna fare attenzione affinchè non diventi una sorta di passepartout per il cinismo. E’ un modo di prendere le distanze dai problemi, di sorriderci sopra ma anche coglierli con maggiore acutezza. Noi siciliani sappiamo ridere delle nostre cose, forse siamo meno in grado di riderne con gli altri. L’ironia permette di conoscere davvero». Ma ha davvero senso parlare di “letteratura siciliana”? «Ci sono stati apripista formidabili, su tutti Camilleri. Il terreno è stato ampiamente battuto ma il rischio è che oramai i lettori si siano affezionati e abituati a uno stereotipo letterario. Ogni scrittore siciliano è differente da Camilleri, ma il lettore potrebbe approcciarsi a ognuno aspettando di trovare sempre quel primo modello a cui si è affezionato». Uno di questi stereotipi è l’uso del dialetto siciliano, un lessico a tratti oramai familiare anche a lettori di altre parti d’Italia. «La differenza sta nell’uso che del dialetto si fa; io, per esempio, a differenza di Camilleri, scrivo in una lingua non contaminata dal dialetto se non nei dialoghi. Anche il titolo del mio libro, “L’arte di annacarsi”, è dettagliatamente spiegato nel testo: è un verbo fondamentale per dipingere il carattere dei siciliani. L’arte di annacarsi prevede di muoversi il massimo per spostarsi il minimo».
Riccardo Catenacci
 
 

tradurre, n.6, primavera 2014
Camilleri nel mondo
Un seminario all’Università di Cagliari

Ma come fanno i traduttori stranieri a rendere l’impasto lingua/dialetti di Gadda o il “padano” sui generis di Dario Fo, autori che pure godono all’estero di larga rinomanza? Se lo chiedono spesso quei traduttori italiani che si trovano alle prese con problemi analoghi offerti da autori di altre lingue: si pensi anche solo a Céline o a Ellroy. A una domanda del genere ha cercato di dare una risposta il secondo seminario dedicato all’opera di Andrea Camilleri che Giuseppe Marci ha organizzato, dopo quello più generico dell’anno scorso, tra febbraio e maggio all’Università di Cagliari.
Il problema costituito dalla traduzione di una varietà linguistica così particolare quale è il “camilleriano” è stato infatti il filo conduttore della serie di incontri. Accanto agli approfondimenti critici di singoli aspetti dell’opera di Camilleri, offerti, dopo l’introduzione di Marci e di Duilio Caocci, da Paola Ladogana, Marco Pignotti, Giovanna Caltagirone, Caludia Canu, Fautré, Antioco Floris, Mauro Pala, Luigi Tassoni, Milly Curcio, María Dolores García Sánchez e Massimo Arcangeli, grande spazio è infatti stato riservato alle versioni straniere. Ne hanno parlato Saber Mahmoud per l’arabo, Giovanni Caprara per lo spagnolo (con un’ulteriore attenzione al tema da parte di Daniela Zizi, Simona Cocco e Valeria Ravera), Pau Vidal Gavilán per il catalano, Simona Mambrini, Paola Cadeddu per il francese (con un’appendice da parte di Mario Selvaggio e Giulia Di Giorgi), Luisanna Fodde, Daniela Virdis, Margherita Dore, Isabella Martini, Elena Sanna e Claire Wallis per l’inglese, Francesca Boarini per il tedesco, Rafael Ferreira per il portoghese. E il 25 febbraio la traduzione ha rappresentato il tema centrale della tavola rotonda alla quale hanno partecipato alcuni dei traduttori dello scrittore. Nella circostanza, gli studenti hanno potuto assistere a un dialogo intenso e vario tra l’americano Stephen Sartarelli, autorità nei rapporti traduttologici tra inglese e italiano, il francese Serge Quadruppani, non solo traduttore di noti autori italiani, ma impegnato in presa diretta nel mondo dell’editoria, il catalano Pau Vidal Gavilán, che oltre che ai romanzi di Camilleri si è dedicato anche al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e Jon Rognlien traduttore, giornalista e critico letterario, figura di rilievo nel panorama dei rapporti culturali italo- norvegesi.
I protagonisti dell’evento hanno convenuto sull’atteggiamento che il traduttore deve assumere di fronte all’opera camilleriana: una lingua vernacolare non può essere tradotta con un altro vernacolo perché la ricerca di equivalenza dialettale produrrebbe inevitabili quanto indesiderati effetti comici. Tale principio si riconduce al noto assunto di Antoine Berman, che ritiene necessario un superamento di quelle traduzioni etnografiche che prevedono la realizzazione di un prodotto riadattato e deformato in conformità alla realtà della cultura d’arrivo, con un conseguente tradimento dell’essenza dell’originale. “Normalizzazione” quindi, oltre che atto imprescindibile, diventa parola chiave nell’approccio traduttivo all’opera camilleriana: un concetto non molto dissimile da quello che Andrea Camilleri propone, parlando di “banalizzazione” nel recente colloquio con Tullio De Mauro pubblicato da Laterza col titolo La lingua batte dove il dente duole. L’utilizzo di diversi registri e la resa di malapropismi e giochi di parole presenti nel testo di partenza sono altrettanti banchi di prova per chi voglia portare in un’altra lingua l’alternanza di varietà linguistiche propria dell’originale. Sartarelli ha detto di aver utilizzato il brooklynese, lo slang dei poliziotti siculo-italiani di Brooklyn, per rendere la parlata dell’appuntato Catarella, il cui linguaggio ignora le norme dell’italiano. Quadruppani invece ha reinventato la lingua (non a caso nei suoi testi ritroviamo un Montalbano je suis, invece di Je suis Montalbano), seguendo le stesse orme di Camilleri e integrando il suo francese quadruppaniano con termini tipici del sud della Francia. Dai loro differenti punti di vista, i traduttori hanno confermato, nella sostanza, alcune delle considerazioni svolte dai docenti esperti in linguistica e traduzione che, nelle lezioni introduttive dello stesso seminario, avevano analizzato le opere tradotte con l’intento di fornire ai partecipanti gli strumenti teorici necessari per poi seguire con consapevolezza la tavola rotonda conclusiva.
L’apprezzamento delle case editrici angloamericane si è manifestato, dopo il successo del filone montalbaniano, nella pubblicazione dei romanzi che appartengono al filone storico e sociale. A febbraio è uscita infatti la versione inglese de La stagione della caccia, con il titolo di The Hunting Season. In Spagna, nell’ambito del festival BCnegra, Camilleri ha vinto il premio Pepe Carvalho, riconoscimento nazionale dedicato al romanzo poliziesco.
Il settimanale francese «L’Express» ha dedicato a sua volta diversi articoli all’autore siciliano, elogiando sia l’opera originale sia i metodi adottati nelle traduzioni, e apprezzandone la complessità linguistica. La Germania, invece, legge l’autore sotto un’altra ottica. Nell’opera di Camilleri, quotidiani come la «Süddeutsche Zeitung» vi scoprono una forte critica verso il sistema politico e sociale italiano e sottolineano, quindi, la connotazione politica dei suoi romanzi. Riscontri meno positivi sono stati registrati in paesi come Giappone e Finlandia, nei quali la riconoscibilità dei valori tipici italiani è inversamente proporzionale alla distanza geografica/culturale.
Il minor successo, in alcuni casi, è legato all’assenza di un fattore rilevante che ha contribuito al boom del fenomeno Camilleri in Italia: la trasmissione dello sceneggiato televisivo dei romanzi montalbaniani. Il livello di apprezzamento del telefilm è correlato al tipo di traduzione adottata nei diversi paesi in cui è stato programmato. La sottotitolazione diventa in qualche caso una tecnica gradita al pubblico, in quanto consente al telespettatore di sentire, contemporaneamente, il parlato originale.
Per questo, altro punto cardine del seminario è stato l’incontro con Luca Zingaretti, interprete del commissario Montalbano nella serie trasmessa con grande successo dalla tv italiana e acquistata in molti altri Paesi. L’attore ha spiegato il modo in cui ha portato sulla scena televisiva il personaggio letterario e si è ricollegato alla tematica della traduzione multimediale, confermando quanto la sottotitolazione, nel caso di Montalbano, sia molto più redditizia della tecnica del doppiaggio perché il pubblico, pur non conoscendo la lingua di partenza, può assaporare il sonoro originale, percepisce la bravura dell’attore e riceve, in più, un tocco di gusto esotico. Non a caso, in Francia, dove i personaggi sono stati doppiati, lo sceneggiato ha conseguito risultati meno positivi.
Elena Sanna
 
 

Il Fatto Quotidiano, 12.5.2014
Andrea Camilleri, i “segnali di fumo” dello scrittore tra pistacchi, comunisti e patelle
Lo scrittore racconta il suo mondo in 142 pensieri affidati alle stampe. Dalla scelta della sinistra, giovane ragazzo nell'Italia fascista, alla morale di Berlinguer fino al culto della giovinezza dilagante in politica che lo riporta proprio al fascismo

Andrea Camilleri è diventato bisnonno, e la cosa lo immalinconisce perché, mentre con i nipoti ha potuto giocare e dialogare, “con questa creatura, data la mia età avanzata, non farò a tempo nemmeno a comunicare nei modi più elementari. Ci saremo solo sfiorati”. In compenso, il pronipote avrà la fortuna, come noi tutti, di conoscere il bisnonno attraverso i suoi numerosi scritti, l’ultimo dei quali è una raccolta di pensieri (Segnali di fumo, Utet): 142 pensieri, per la precisione (quello sulla malinconia di essere bisnonno è rubricato al numero 87), che spaziano dalla politica alla letteratura, dalle memorie d’infanzia alla cronaca quotidiana.
A volte, ricordi e attualità si mescolano felicemente, come nel pensiero subito successivo, il numero 88, dove Camilleri racconta di una sua zia proprietaria di un enorme campo coltivato a pistacchi che, allo sbarco degli alleati in Sicilia, fece serrare i cancelli, mise di guardia un campiere armato e ordinò: “Che la guerra non entri nella pistacchiera!”. Ovviamente la guerra non solo vi entrò di prepotenza, ma la spazzò via per tre quarti. “Ecco” chiosa Camilleri “quando sento qualche uomo politico sbraitare che è necessario erigere barriere per contrastare il flusso degli immigrati o che bisogna respingerli in mare, mi torna alla memoria la stupida, non miopia, ma assoluta cecità di mia zia”.
Così, fra un ricordo e un aneddoto, Camilleri ci parla di sé e dell’Italia e di come sono diventati. Per esempio, l’Italia fascista dove Camilleri si fece, giovanissimo, comunista: “Mi hanno domandato come abbia fatto a essere comunista appena diciassettenne e ancora col fascismo al potere”. Domanda incompleta, perché “prima ancora di chiedermi come avevo fatto a essere, avrebbero dovuto domandarmi come avevo fatto a non essere. Cioè come avevo fatto a non essere più fascista mentre il mondo che mi circondava, anche quello familiare, parlava fascista”. E scopriamo che è stato “un processo di maturazione assai sofferto, addirittura fisicamente (…) perché tutto avveniva nella solitudine più completa, chiuso per ore e ore dentro la mia stanza a leggere e a rileggere Vittorini e Malraux, che agivano in me come trasfusioni di sangue”.
A proposito di comunisti, non manca un riferimento a Enrico Berlinguer, o meglio, alla celebre intervista a Eugenio Scalfari del 1981 che terminava così: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire”. Dunque, osserva Camilleri, “la ricetta per cominciare a uscire dalla crisi italiana (…) era stata già scritta trent’anni prima. Solo che al governo mancava tutto, dal consenso alla credibilità alla capacità di colpire i privilegi”. E oggi?
Oggi abbiamo protagonista della campagna elettorale un ex presidente del Consiglio condannato per frode fiscale che attualmente ha in corso un processo per concussione e corruzione di minorenne extracomunitaria, poi da lui spacciata come la nipote di Mubarak con l’avallo di ben 314 suoi accoliti in Parlamento. “Quest’ultima accusa mi pare assai limitativa” afferma Camilleri. “Da quando è sceso in campo, Berlusconi ha corrotto non solo minorenni, ma anche maggiorenni, adulti e anziani. Ha in definitiva corrotto l’Italia”.
Ma abbiamo anche un giovane premier e giovani ministri e, insomma, si è fatto largo il pensiero che, in politica, la giovinezza abbia un valore intrinseco. Camilleri mette in guardia da questa idea. “Credere che la giovane età di un uomo politico sia già di per sé portatrice d’idee innovative a me pare, sinceramente un’avventatezza. Tra l’altro, il fascismo privilegiava i giovani e si è visto il bel risultato. Le idee veramente nuove possono venire tanto dai giovani quanto dalle persone anziane. Le idee non sono un fatto anagrafico, e la politica, soprattutto, è anche maturità ed esperienza. Il vero problema è che l’uomo politico difficilmente si accorge di aver esaurito il suo corso e rimane attaccato al posto di potere come la patella allo scoglio. Ma allora bisogna che i giovani, per scrostarlo, usino la forza delle idee nuove, assolutamente originali. Agitare la carta d’identità con la data di nascita non serve”. Pensiero numero 15 di Andrea Camilleri, 88 anni.
Valeria Gandus
 
 

l’Unità, 12.5.2014
Il colloquio
Camilleri e il mistero di Ben Nissim
Camilleri e la “reinvenzione” dello storico personaggio
Lo scrittore si confronta con la figura dall’identità cangiante vissuta nella seconda metà del Quattrocento: “Un contesto antico che mi permette di sperimentare la mia scrittura”
”L’idea risale al 1980 ispirata dal catalogo su una mostra di un amico comune a me e a Sciascia: Arturo Carmassi”

Un libro che fa discutere e partendo dalla storia racconta un personaggio sui generis dalle plurime sfaccettature. Un romanzo che narrando una figura misteriosa e dalla identità cangiante, fa riferimento ad un periodo ricco di vitalità e profondità culturale, quale l'Umanesimo. Per Andrea Camilleri il confronto con la storia è un elemento costante della sua produzione narrativa, alla serie «gialla» con protagonista Salvo Montalbano alterna romanzi storici ed altri incentrati su temi sociali ed artistici. Fa parte della sua personalità sperimentare e raccontare, così come narrare partendo da spunti storici e storiografici che poi rielabora in maniera letteraria, riempendo i tanti vuoti con invenzioni aderenti alle caratteristiche dei personaggi e delle vicende estrinsecate. Documenti, letture di libri, l'introduzione ad un catalogo di una mostra, tutto può diventare oggetto di ispirazione per Camilleri, che nell'intervista parte da questo e parla anche di Montalbano, di cinema, di Europa e d'Italia (non nasconde la sua profonda delusione per la situazione attuale).
L'incipit è legato all'analisi della genesi del romanzo Inseguendo un'ombra. Camilleri spiega: «Come racconto nel romanzo, la storia nasce nel 1980, dalla lettura del catalogo su una mostra di un amico comune a me e Sciascia, Arturo Carmassi. E per la prima volta, grazie allo scritto di Sciascia leggevo della figura di Mitridate. Da allora il mistero di questo personaggio mi rimase impresso e fermentò nella mia mente fino a quando non mi decisi a scriverne una possibile storia».
Questa volta si tratta di una vicenda ambientata nella seconda metà del Quattrocento. L'affascina questo periodo storico?
«Credo si tratti di uno dei periodi più interessanti e fecondi della storia del nostro paese. Si passa dall'età medievale all'età moderna, basti pensare alla rivoluzione estetica ed intellettuale che fecero Piero della Francesca, il Pollaiolo o lo stesso Pico Della Mirandola e Marsilio Ficino. Un'era irripetibile, almeno fino ad oggi!».
Cos'è il romanzo storico per Camilleri?
«Il romanzo storico è quel contesto storico, appunto, e narrativo che mi permette ogni volta di sperimentare. Innanzitutto sperimentare la scrittura mettendomi in condizione di pensare come si pensava allora, o la stessa lingua cercando ogni volta di scrivere nella lingua più vicina al periodo che scelgo di raccontare. È evidente che la storia si ripete, Vico insegna, e quindi raccontare una vicenda accaduta in un dato periodo storico è per me il modo più semplice di "spacciare" la contemporaneità».
Chi è davvero Samuel Ben Nissim?
«E chi lo sa? Io ho dato una mia risposta narrativa "plausibile". Altro non so fare».
Nei suoi romanzi storici, vi sono spesso citazioni di Pirandello e Sciascia, si pensi in particolare a «La scomparsa di Patò». Quanto hanno contribuito alla sua formazione di scrittore ed ancor di più nel pensiero culturale camilleriano?
«Evidentemente molto. Sono cresciuto confrontandomi con il teatro di Pirandello e ricaricandomi con i romanzi sciasciani».
Il suo successo non conosce confini, eppure non smette di emozionarsi. A Barcellona per la consegna del premio Carvalho non nascondeva una vera commozione. Cosa si prova a trionfare in Europa a 88 anni?
«Non si tratta di trionfare ma piuttosto di ritrovare dei cari amici lontani. L'esperienza di Barcellona è stata emotivamente straordinaria proprio perché mi sono ritrovato a casa. L'Europa è casa, non dobbiamo dimenticarlo».
Salvo Montalbano sa che il Camilleri romanziere storico è giunto sino alla lontana Australia con il film di Mortelliti?
«Montalbano, non è geloso. Felice di Mortelliti e del successo del film di Patò».
Di recente è diventato bisnonno. È preoccupato per il futuro delle nuove generazioni in Italia ed in Europa?
«Sono molto preoccupato, anzi di più mi sento di aver fallito. Se una generazione come la mia, che ha vissuto la guerra, la ricostruzione, il boom economico, lascia ai suoi nipoti un'Italia così devastata senza futuro, di certo ne abbiamo colpa anche noi».
Salvo Fallica
 
 

SiciliaInformazioni, 12.5.2014
Inseguiamo un’ombra, il falso Andrea Camilleri su Fb. Sos Catarella

Andrea Camilleri non ha un profilo su Facebook, ma migliaia di “amici” dello scrittore siciliano dialogano con il suo sosia illegittimo sul social network. C’è un falso Camilleri che ha rubato l’identità allo scrittore. Un furto, perpetrato due anni or sono. Il falso Andrea Camilleri “posta” i suoi aforismi e le sue riflessioni sulla pagina Fb senza che nulla accada almeno dal mese di settembre del 2012, data nella quale abbiamo scoperto il falso profilo. Com’è possibile? Ci vuole Catarella, l’agente che dà una mano al Commissario Montalbano, per risolvere il giallo?
Siamo caduti nella trappola del falso Camilleri come tanti. Abbiamo richiesto ed ottenuto, compiacendocene, l’amicizia dello scrittore, e espresso le nostre opinioni sulle sue osservazioni e sugli interrogativi che di volta in volta venivano postati. Non abbiamo nutrito alcun dubbio che si trattasse del vero Camilleri: non solo il linguaggio, i contenuti, ma anche i toni e il disincanto sembravano appartenergli.
Stimolati da una enigmatica frase (“Se posso cercherò di ascoltarti”), postata nel bel mezzo di un dibattito sulla candidatura dello scrittore alle europee, abbiamo scritto un articolo per SiciliaInformazioni. Ed a questo punto il colpo di teatro: una mail firmata da Valentina Alferj, assistente dello scrittore siciliano. “Volevo informarvi”, scrive, “che Andrea Camilleri non possiede un profilo Facebook, le notizie che riportate sono totalmente false”.
Avevamo smascherato l’impostore, dunque. Una buona cosa: sarebbe stato sbattuto fuori da FB. Rubava pensieri e parole allo scrittore da 556 giorni, ovvero dal 6 settembre 2012, data in cui ci siamo imbattuti nel profilo di Andrea Camilleri si trova su Facebook. Se il ladro, insomma, voleva essere creduto, c’era riuscito pienamente. Abbiamo suggerito all’assistente di Camilleri l’intervento della polizia postale. Il furto di identità era sopravvissuto ad un anno e mezzo di “forum”, dibattiti, commenti e “mi piace”. Troppo.
Cala la tela? Nemmeno per sogno. A distanza di parecchi mesi, giusto nei giorni scorsi, ritroviamo il profilo di Andrea Camilleri su FB e leggiamo i suoi post. Osservazioni interessanti, fanno notizia. Salutiamo l’evento come l’arrivo del vero Andrea Camilleri su Facebook. Impensabile che il ladro avesse continuato o ripreso a rubare impunemente.
Altro colpo di scena. Dopo la pubblicazione di una nostra breve nota, arriva una nuova mail a firma di Valentina Alferj, che manifesta il suo giustificato stupore perché “diamo di nuovo la notizia di un profilo Facebook di Camilleri”. E veniamo anche rimproverati di non avere verificato “la plausibilità della notizia”. Valentina Alferj conferma che Camilleri non ha un profilo Fb e aggiunge che “non l’avrà mai”.
E’ impossibile perseguire i furti d’identità?
Chi è il ladro?
Il falso Camilleri non tradisce il vero Camilleri, questo è un dato incontrovertibile. Vuole assomigliare a lui. “Non dimenticatevi di me” invoca il ladro in uno dei suoi ultimi post. “E’ impossibile”, scrive qualcuno. “Jamais”, posta un altro. “Mai, come potremmo”, posserva un altro ancora.
Il falso Camilleri mantiene inalterato il suo carisma. Passa inosservato il nostro post: “Ci è stato notificato che Camilleri su FB non è il vero Camilleri, ma un ladro di identità. Abbiamo il dovere di informarvi”. Nessuno legge il post, gli “amici” continuano a scrivere al falso Camilleri. Tutto come prima, meglio di prima.
E noi inseguiamo un’ombra.
[Finalmente se ne faranno una ragione?, NdCFC]
 
 

l'Espresso, 13.5.2014
Visioni
Camilleri e i vent'anni di Montalbano. Parla l'editore Antonio Sellerio
Nel 1994 usciva il primo romanzo del commissario. Ora le sue storie tornano in edizione speciale. Per celebrare un fenomeno editoriale che ha catturato il nostro immaginario. E ha cambiato il giallo italiano

Al Salone del libro di Torino, Antonio Sellerio sta in piedi dietro una pila di libri insolitamente colorati, che fa contrasto con la marea di copertine blu che li circonda. I titoli sono quelli dei primi libri di Andrea Camilleri in cui compare il commissario Salvo Montalbano: La forma dell'acqua, Il cane di terracotta, Il ladro di merendine, La voce del violino, riediti in un'edizione speciale per festeggiare i vent'anni dall'uscita del primo titolo, La forma dell'acqua appunto, che uscì nella primavera del 1994.
In questo ventennio, Montabano è diventato un fenomeno editoriale globale, il personaggio di due serie tv ben fatte ed estremamente popolari (quella con Luca Zingaretti e, più di recente, Il giovane Montabano con Michele Riondino) e una sorta di compagno di viaggio per chiunque legge gialli: una volta l'anno, puntuale come il film di Woody Allen, la nuova avventura del commissario arriva in libreria. E pazienza se sappiamo che morirà, perché tutti prima o poi devono morire anche nei romanzi: ci basta sapere che per ora la morte di Montalbano, già scritta da Camilleri, sta chiusa in cassaforte, a Palermo, e la sua fine non è prossima.


Andrea Camilleri con Luca Zingaretti nel 2005

I numeri delle vendite sono impressionanti e quasi Antonio Sellerio, figlio di Elvira e Antonio ed erede, insieme alla sorella Olivia, di qualcosa che non è una semplice casa editrice, ma una ben protetta roccaforte di cultura, non vorrebbe tirarli fuori di nuovo: 21 romanzi vuol dire finora 15 milioni di copie vendute in Italia e traduzioni in tutto il mondo (“Oltre che da noi, ci sono paesi dove va molto bene, come la Germania e gli Stati Uniti”). Per non parlare della televisione: dal 1999 il commissario è anche un personaggio tv con il volto ormai familiare di Luca Zingaretti, e persino il prequel – che è sempre rischioso – interpretato da Riondino è andato benissimo. I numeri, diffusi dalla Palomar di Carlo Degli Esposti che produce entrambe le serie sono impressionanti: il calcolo è che in questi anni, in tutto il mondo, Montalbano in tv sia stato visto da oltre 800 milioni di spettatori.
Spiegare perché Salvo Montalbano, e non qualche altro dei tanti commissari che affollano gli scaffali delle librerie, sia entrato nell'immaginario popolare, è cercare di dipanare la nebbia che avvolge la fortuna letteraria di un personaggio, in qualche modo sempre imponderabile. Il suo stesso editore una vera risposta non ce l'ha, piuttosto delle notazioni a margine.
“Quando Camilleri propose a mia madre Elvira La forma dell'acqua e poi Il cane di terracotta non voleva scrivere altro. Fu lei a chiamarlo, perché i libri andavo bene, e gli chiese: 'Quando mi dai il terzo?' e così nacque davvero Montalbano come personaggio seriale”.
La popolarità è cresciuta nel tempo; certo l'effetto tv ha potenziato il tutto, ma Antonio ricorda che già nel 1998 (il debutto su Rai2, con Il ladro di merendine, è del 1999) ci furono sei libri della serie in classifica tra i più venduti. E cita un altro episodio. “Camilleri fece un libro per Mondadori. Si chiamava Un mese con Montalbano e a Segrate fecero una copertina blu che somigliava alle nostre. Addirittura ci misero una foto scattata da mio padre Antonio. Questo paradossalmente ci favorì, rese i nostri libri successivi più riconoscibili anche a chi prima non aveva mai comprato un libro Sellerio”.
Sull'amore per Montalbano e il modo in cui ci ha accompagnato negli anni, l'editore puntualizza che, senza mai diventare 'politico', Camilleri ha saputo raccontare – con un libro l'anno – i cambiamenti del Paese: “Ci ha raccontato la mutazione antropologica del berlusconismo, l'immigrazione, la crisi” spiega Sellerio “e l'ha fatto con una lingua unica”.
Proprio sulla lingua, che è l'aspetto peculiare della letteratura di Camilleri, lo stesso scrittore spiegò nel 1998 che l'uso del siciliano nelle sue pagine derivava dalla convinzione che “l'unica mia voce possibile sarebbe stata quella che io parlavo in famiglia, sia pure con le differenze che ci sono tra il parlare e lo scrivere. Il tessuto base era quello del parlato familiare, un intreccio di dialetto e lingua italiana».
Un atto di coraggio letterario che ha pagato al di là di ogni aspettativa, in qualche modo cambiando il panorama del giallo italiano. “Si, credo che l'attenzione di Camilleri per la lingua sia stata d'esempio per tutta una generazione di giallisti. E' per questo che, credo, Salvo Montalbano è il più importante personaggio seriale della nostra letteratura”.
Lara Crinò
 
 

La Stampa, 13.5.2014
Sellerio: sapessi com’è strano fare l’editore in Sicilia
“L’isola rappresenta solo il 4% del mercato librario nazionale. Essere isolati, però, è una garanzia di originalità”

«Sempre un’iniezione di energia». Antonio Sellerio è appena tornato a casa portando da Torino a Palermo una buona impressione del Salone del libro e un’influenza.
E questa edizione in particolare?
«Direi che nel complesso sia andata piuttosto bene. Almeno per noi: bene le copie vendute, benissimo la vendita dei diritti».
L’altra faccia del Salone, quella dei professionisti.
«È anche quella più in crescita. Ormai a livello mondiale Torino è al terzo posto, dopo Francoforte e Londra».
Ma esiste un Paese in cui Montalbano non è tradotto?
«Almeno fra quelli importanti, direi proprio di no».
Però molti editori si lamentano che la serializzazione non funzioni più.
«In teoria, non so. In pratica, con Camilleri sì. È molto bravo, e questo aiuta parecchio. Del resto, grazie ai social network, mai come in questo momento gli editori sono stati in contatto con i loro lettori. Bene: in vent’anni, non è mai capitato che qualcuno si sia dichiarato deluso dall’ultimo Montalbano».
Qual è l’errore che gli editori stanno commettendo verso gli autori?
«Quello di considerarli delle figurine (ce l’ho, ce l’ho, mi manca) oppure dei marchi. Io credo che il rapporto con lo scrittore, il tuo scrittore, sia indispensabile. L’autore non è un brand. E del resto chi lo considera tale è il signor Bezos di Amazon, cioè la persona che vorrebbe che gli editori sparissero».
Ma gli autori vanno più blanditi o rimproverati?
«Credo che vadano soprattutto rispettati, perché siamo noi al loro servizio e non viceversa. Detto questo, non vanno nemmeno viziati. È un difficile esercizio di equilibrio».
Il direttore editoriale della Feltrinelli, Gianluca Foglia, dice che avere come editore una persona fisica, con un nome, un cognome e una faccia, è un vantaggio. Che ne dice? La sua è appunto una casa editrice di famiglia.
«Sono d’accordo. In realtà è un vantaggio soprattutto per i nostri interlocutori, tutti, dagli autori ai lettori passando per i librai. Insomma, chi firma un contratto con me sa che, al netto di catastrofi, avrà poi a che fare con me. È rassicurante».
Fare l’editore in Sicilia è uno svantaggio?
«Io l’ho fatto solo in Sicilia, quindi non ho termini di paragone. Ma nel complesso credo di sì. L’isola rappresenta solo il 4% del mercato dei libri in Italia ed è chiaro che se lavori qui sei lontano da tutto e da tutti, i lettori, i distributori, le catene. Ma c’è il rovescio della medaglia. Proprio perché sei isolato, è difficile fare paragoni e questo ti garantisce una grandissima originalità sia nelle scelte editoriali sia in quelle organizzative. Insomma sei costretto a fare le cose a modo tuo, in modo diverso dagli altri. Talvolta certamente peggio, talvolta forse meglio».
Però la sicilianità è anche una componente del marchio. Se uno dice Einaudi pensa subito a Torino, se uno dice Sellerio subito a Palermo...
«Sì, l’immedesimazione è molto forte e credo che ci abbia giovato nel rapporto con i lettori. Del resto, nella nostra collana storica “La memoria” compare la scritta Sellerio editore Palermo».
A proposito di Sicilia: se dovesse spiegarla a un non siciliano, che libro gli consiglierebbe?
«Almeno due. Uno è I vicerè di Federico De Roberto, che anche mia madre amava moltissimo. L’altro è Il consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Due libri che permettono di leggere la Sicilia come metafora dell’Italia, cosa purtroppo sempre più vera».
Perché dice purtroppo?
«Perché non esportiamo certo il meglio dell’isola, da una certa approssimazione sicula alla criminalità. Come diceva Sciascia: la linea della palma sta salendo».
Mi dica tre libri sui quali la Sellerio scommette.
«Questa non è una canzone d’amore di Alessandro Robecchi, un romanzo grottesco sulla Milano di questi anni. Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, una storia di terrorismo che si svolge nel 1981, cioè nell’anno di nascita dell’autore. E infine non un libro ma una collana, nella quale stiamo ripubblicando in economica e con prefazioni d’autore tutti i Montalbano. Per festeggiare i vent’anni del primo Camilleri, La forma dell’acqua».
Fra dieci anni i libri di carta ci saranno ancora?
«Io credo di sì. In America il boom dell’ebook si è fermato, anche se il libro elettronico rappresenta una quota di mercato molto superiore a quella italiana. Da noi il digitale si espanderà ancora, ma per ora non soppianterà la carta. Fra trent’anni, invece, non lo so».
Ultima domanda: lei legge tutti i libri che pubblica?
«Cerco. Ma il vero problema è che leggo anche moltissimi libri che poi non pubblico».
Alberto Mattioli
 
 

Puglialive, 13.5.2014
Leggere dentro, protagoniste un gruppo di detenute - Lecce
Laboratorio finale di alcune detenute di massima sicurezza del carcere di Borgo San Nicola. L’appuntamento è per mercoledì 14 maggio, alle ore 16, all’interno della Casa circondariale

Mercoledì 14 maggio, alle ore 16, nella Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce, è in programma Leggere Dentro, finale di laboratorio delle detenute di massima sicurezza guidate da Carlo Durante, Anna Chiara Ingrosso ed Emanuela Pisicchio attori di Koreja, nell’ambito del progetto "Itinerario Rosa. Percorsi al Femminile", promosso dal Comune di Lecce.
L’esperienza di questo incontro sarà per il pubblico la riscoperta di un rito collettivo in cui la difficoltà di leggere davanti agli altri diventa l’esigenza di leggere per gli altri, per permettere a tutti di ascoltare storie e di condividere.
Un gruppo di detenute. Un gruppo di donne. Alcune non sanno leggere ma il laboratorio è aperto anche a loro. Vengono per ascoltare, dicono che il piacere sta anche e soprattutto in quello: il piacere di leggere per qualcuno che ti ascolta. Il piacere di ascoltare qualcuno che legge per te.
La rivoluzione della luna di Andrea Camilleri è il testo scelto dalle detenute. In una Palermo del 1600 si elegge per la prima volta nella storia un Vicerè donna e la Sicilia si divide tra chi protesta e chi è entusiasta di questa rivoluzione.
Donna Eleonora è forte, coraggiosa e dimostra indiscutibili doti politiche. Un mese lunare, 28 giorni dura in tutto il suo mandato, il giusto tempo per lei di riparare alle ingiustizie del Sacro Regio Consiglio e risollevare le sorti della Sicilia. Emana leggi innovative a favore delle donne, diminuisce il prezzo del pane, riconosce benefici alle famiglie numerose e riforma le maestranze.
Le 9 donna Eleonora porteranno in scena, attraverso la lettura, la storia di questa eccezionale figura femminile.
 
 

Corriere della Sera, 13.5.2014
La lotta del sindaco spagnolo di «Ammazza-ebrei». E nel Casertano Schiavi diventò Liberi
Quei paesi «imbarazzati» che decidono di cambiare nome
In Italia è successo a Porcili, Cernusco Asinario e Caccavone. Nel 2003 venne aggiunta Vigata a Porto Empedocle come omaggio a Camilleri

[...]
Variazioni
[...]
Nel 2003 l’allora sindaco di Porto Empedocle (Agrigento) Paolo Ferrara arrivò a chiedere allo scrittore Andrea Camilleri di poter aggiungere al nome del suo paese d’origine quello di Vigata, il luogo fittizio in cui sono ambientate le avventure di Montalbano. Mossa solo estetica (mai amministrativa) per attirare i turisti. E presto rinnegata dai successori. Oggi Vigata rimane solo come parentesi sui cartelli all’ingresso del paese.
Elena Tebano
 
 

SoloLibri.net, 14.5.2014
Segnali di fumo - Andrea Camilleri

Quasi annotazioni diaristiche, non datate e progressivamente numerate, i “Segnali di fumo” (UTET, 2014) che Andrea Camilleri ha raccolto a mo’ di incisiva narrazione. I testi, che hanno la fulminante brevità del flash, sono complessivamente 142, di cui quarantotto sono comparsi sulla “Domenica” de “Il Sole 24 ore” nella rubrica Posacenere tra il novembre 2011 e il dicembre 2012. Camilleri, si sa, ha una grande capacità affabulatoria: narra conversando come se avesse davanti a sé chi l’ascolta. L’accordo comunicativo non si presta a fraintendimenti per l’immediatezza e la semplicità disarmante del linguaggio usato. Il lettore, leggendo questo libro, dialoga con i pensieri dell’Autore che lo contagiano, avverte sensazioni, prova sentimenti ed emozioni attraverso il fascino di un raccontare pacato, disteso, familiare. Al lettore, stavolta, non occorrono particolari conoscenze storiche e socio-antropologiche per la decifrazione dei brani proposti: gli basta la particolare attitudine dell’empatia come affabile interazione con i vissuti del’altro da sé e la disponibilità all’ascolto, essenziale alla compartecipazione che spinge all’elaborazione di ulteriori riflessioni. Tanti piccoli testi, dunque, che sanno offrire i tratti specifici della personalità dello scrittore di Montalbano: stili di vita in bilico fra “senso” e “ragione”, comportamenti segnati dalla presenza degli affetti in contrapposizione all’avidità dei beni di consumo, incontri, aneddoti divertenti e sapienziali che si alimentano di esperienze dirette. Si potrebbe parlare di una narrativa naturale in riferimento a quella del racconto detto oralmente che si svolge secondo l’estro del momento. Non a caso è lo stesso Camilleri a essersi attribuito il ruolo di contastorie. In altre circostanze, egli stesso ha definito così il suo modo di colloquiare:
“E’ un mio difetto questo di considerare la scrittura allo stesso modo del parlare (…) ho bisogno d’immaginarmi attorno quei quattro o cinque amici che mi restano stare a sentirmi, a seguirmi, mentre lascio il filo del discorso principale, ne agguanto un altro capo, lo tengo canticchia, me lo perdo, , torno all’argomento”.
Stavolta non sono presenti digressioni, data l’essenzialità dei brani: la chiarezza espositiva delle opinioni, funzionale al bisogno di raccontare e di essere ascoltato, è abbastanza lineare su argomenti ad ampio raggio, attuali o meno, condotti anche sul filo dell’ironia ora tagliente ora affettuosa (talora asseconda certe banalità, altre volte pone in discussione modi di dire che si tramandano come vangelo). Nel libro si ritrova il piacere degli incontri con personaggi sconosciuti o famosi. Sono pure indicati i grandi scrittori che l’hanno formato: da Pirandello a Vittorini, da Malraux a Roth e Tabucchi per citare soltanto alcuni nomi. Suggestive risultano le considerazioni sulla scrittura, le riflessioni sul flusso eracliteo del tempo e sugli anni che avanzano, nonché sulle vicende politiche in un contesto dove sono assenti idee nuove (non sono un fatto anagrafico le idee, egli afferma) e stabili valori, mentre dilaganti gli appaiono la corruzione e la volgarità, il populismo becero, il non decoro e la povertà intellettuale di troppi «politici senza onore». Conseguenza dello squallore sono la disoccupazione crescente, i conflitti sociali e la decadenza del Paese sul piano economico, oltre che dei costumi. Per concludere, pare di poter dire che scopo di queste conversazioni è quello di indurre alla riflessione e di agire sulle coscienze.
Federico Guastella
 
 

Mediterradio, 14.5.2014
Puntata speciale dedicata ad Andrea Camilleri
PUNTATA SPECIALE DI MEDITERRADIO
Trasmissione radiofonica coprodotta da Rai Sicilia, Rai Sardegna e RCFM Corse
Interamente dedicata ad ANDREA CAMILLERI
In onda su Radio Uno venerdì 16 maggio alle 12,30 circa

Si intitola “La piramide di fango” il nuovo libro di Andrea Camilleri che ha come protagonista il commissario Montalbano. Sarà in libreria fra la fine di maggio e i primi di giugno. Lo ha annunciato lo scrittore siciliano in una lunga intervista a Mediterradio, il settimanale radiofonico in onda venerdì 16 maggio alle 12,30 sulle onde di RADIOUNO in Sicilia e Sardegna e su Radio France Corse e in molte radio aderenti alla comunità italofona.
Camilleri ha accettato di rispondere alle domande dei tre conduttori, Salvatore Cusimano, Vito Biolchini e Petru Mari, ripercorrendo le origini del suo linguaggio, la sua interpretazione e il suo legame con la Sicilia e la sua idea del personaggio Montalbano che all’origine era ben diversa, nella sua immaginazione, rispetto al volto che gli è stato dato da Luca Zingaretti. Camilleri adesso è in pausa, dice di averne bisogno dopo questa lunga fase di lavoro, una pausa per rigenerarsi prima di riprendere la costruzione di altre storie o di completare quelle che già sono nel suo cassetto. Lo scrittore racconta anche le perplessità di Leonardo Sciascia sull’uso del “rivoluzionario linguaggio” di Montalbano e dei protagonisti degli altri romanzi. “Andrea mio così ti riduci ad avere pochissimi lettori,aveva pronostica Sciascia- io gli risposi, Leonardo mio io non so scrivere diversamente da così cioè potrei scrivere ma renderei di meno di quello che rendo, sono costretto a scrivere così. E’ stata una scommessa, una scommessa che inopinatamente ho vinto”.
La puntata può essere riascoltata in podcast sulla pagina facebook della trasmissione all’indirizzo https://it-it.facebook.com/Mediterradio
 
Andrea Camilleri in Mediterradio vennari à 12°30 nantu à Radio RAI in Sardegna è in Sicilia è RCFM in Corsica. Ci parlerà di a so lingua literaria originale, una ibridazione di Sicilianu è di Talianu. Si tratterà ancu di u persunagiu centrale di a so opera, u cummissaru Montalbano.
Podcast da vennari à 13°: https://it-it.facebook.com/Mediterradio
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 14.5.2014
La scommessa autarchica delle librerie per sfidare la crisi
Un volume disegna la mappa dei librai virtuosi: abbiamo allargato l'indagine da Palermo a Vittoria scoprendo il valore del territorio

La crisi morde: le cifre dell'editoria in Italia continuano a ridursi. In occasione dell'apertura del Salone del libro, il ministro Franceschini ha dichiarato di voler riportare i giovani ai libri. L'idea non è nuova, lo sanno i librai italiani che, grazie a Marcos y Marcos, si presentano in La voce dei libri. Undici strade per fare libreria oggi, volumetto prezioso uscito l'8 maggio. Perché se la crisi tocca l'editoria, di riflesso priva d'ossigeno i librai, soprattutto gli indipendenti, costretti a ridurre il personale, cambiare pelle affiliandosi a una catena o peggio chiudere. Gli undici librai scelti da Matteo Eremo, curatore del volume, disegnano però una geografia che fa ben sperare. La Sicilia la fa da padrone: non solo è presente con due librerie che non hanno atteso l'input di Franceschini per avvicinarsi ai giovani ma, dalle testimonianze dei librai, si conferma vincente nel mercato editoriale. Librai virtuosi sono Modusvivendi di Palermo e Bonanzinga di Messina entrambi in prima linea con i progetti per le scuole. Fondata nel 1997, la libreria palermitana di via Quintino Sella deve molto allo spirito di corpo in cui credono Salvo Spiteri e Marcella Licata, i titolari. Sulla crisi Spiteri ha le idee chiare: «L'idea classica di commercio è superata. Noi vendiamo e oggi il vecchio modello non funziona, per questo portiamo la libreria all'esterno con Modusvivendi va a scuola ». E se l'unione fa la forza, Spiteri crede che la Sicilia abbia una marcia in più anche per la produzione: «Prestiamo grande attenzione all'editoria siciliana, non solo ai marchi maggiori. Siamo libreria fiduciaria di Sellerio ma curiamo anche realtà come Navarra che come si diceva un tempo è un editore militante. E abbiamo promosso uno scrittore come Fabio Stassi perché crediamo nel prodotto letterario che viene dalla nostra terra».
[…]
Se si parla di attenzione per la Sicilia, a Catania, la libreria Cavallotto vanta mezzo secolo di attività e un marchio editoriale che dal ‘72 (anno della pubblicazione di La civiltà del legno in Sicilia di Antonino Uccello) ha portato in luce importanti testi di storia e costume locali. «La Sicilia è fondamentale - dice Anna Cavallotto - e ci piace ricordare che Camilleri fece da noi la sua prima presentazione».
[…]
Emanuela E. Abbadessa
 
 

ItaliaOggi, 15.5.2014
Periscopio

Non giudicate mai un uomo dalle sue amicizie. Giuda ne aveva di ineccepibili. Ernest Hemingway, in Segnali di fumo di Andrea Camilleri, Utet.
Paolo Siepi
 
 

Mediterradio, 16.5.2014
Numero speciale dedicato al grande scrittore siciliano Andrea Camilleri.
Cliccare qui per scaricare il podcast della puntata

Al professore Peppino Marci, vero volto di Montalbano, e agli scrittori Ghjacumu Thiers e Gian Mauro Costa abbiamo chiesto di riassumerci l'autore - se assumerlo si può - e di fargli qualche domanda.
Salutandovi con un "MEDITERRADIO SONO!" vi auguriamo buon ascolto.
 
 

SiciliaInformazioni, 16.5.2014
Camilleri: “Montalbano sta bene, il commissario è stanco…”

“Ho raccontato la Sicilia da lontano, quando ero già andato via, l’ho raccontata con la luce della memoria, filtrata, ho usato un linguaggio tenero ed attento…”.
Andrea Camilleri confessa le sue debolezze per l’Isola, il rapporto d’amore con la sua terra: “Mi delude spesso”, spiega lo scrittore. “In potenza ha possibilità straordinarie… Perciò c’è amore e odio, come avviene con ciò che si ama”.
Camilleri subisce, accondiscendente e compiaciuto in qualche modo, un fuoco di fila di domande durante la trasmissione cult della Rai siciliana, “Mediterraneo” [Ovvero “Mediterradio”, NdCFC], condotta da Salvatore Cusumano.
Lo scrittore regala ai suoi interlocutori alcuni “inediti” sui suoi personaggi, la scrittura, le iniziative editoriali. A proposito della sua scrittura, ricorda, Leonardo Sciascia lo avvertì che non avrebbe fatto fortuna con il dialetto nei suoi libri. “Così ti riduci ad essere letto da pochi mi disse Leonardo”, ricorda Camilleri. “Ed io gli risposi: caro Leonardo, io non so scrivere che così”.
Come è nato quel mix di italiano e siciliano nei suoi romanzi? E come è stato costruito quel “siciliano” che ha restituito dignità, splendore e popolarità ad un dialetto che sembrava avviato alla via del tramonto? La risposta di Andrea Camilleri è disarmante: “I sentimenti li ho raccontati nel dialetto siciliano, mentre le ingiunzioni, la formalità, la rappresentazione nella lingua italiana”.
Quanto al commissario Montalbano, gli è stato chiesto come stesse in salute. Lo scrittore siciliana rassicura i suoi fan. Il celebre commissario comincia ad allontanarsi dal mestiere, allenta le redini, sente la stanchezza e “ha voglia di andarsene a riposo”, ma per il resto sta magnificamente bene. Soprattutto in libreria, aggiunge lo scrittore, annunciando felice che, appena uscita con Sellerio la seconda raccolta di romanzi di Montalbano, sta andando a ruba. Il successo del commissario non teme le rughe del tempo. A fine mese, annuncia lo scrittore, arriverà un altro Montalbano, dal titolo “Una piramide di fango”.
E’ un anniversario: sono passati venti anni dal primo titolo, “La forma dell’acqua”, che avrebbe dato, alla mafia, come chiosa Gian Mauro Costa, la rappresentazione più vicina alla realtà.
 
 

Sette - Corriere della sera, 16.5.2014
La raccolta
Aforismi e pensieri di uno scrittore
Segnali di fumo, di Andrea Camilleri

Non ci sono solo trame poliziesche, né soltanto l'impegno politico. Ci sono anche le riflessioni, gli aforismi, i casi della vita distillati nell'alambicco d'una mezza facezia, i sospiri, le amarezze, in una parola i "pizzini" volti al bene e all'utile, 142 di numero, quanti ne contiene Segnali di fumo, una bella silloge di sintetiche comunicazioni agli amici, davanti a un marsalino, in una notte stellata. Uno dei "pizzini" comincia così, in media res: «Mi pare sia stato Hemingway a scrivere: 'Non giudicate mai un uomo dalle sue amicizie. Giuda ne aveva di ineccepibili"». È una bella massima, e potrebbe anche essere di Camilleri, o del suo eroe, Salvo Montalbano. Così come i bounty killer, nei film di Sergio Leone, avevano due sole espressioni, una col cappello e una senza cappello, allo stesso modo gli scrittori siciliani, e i loro poliziotti scontrosi ma gentili, hanno due soli modi d'esprimersi: il silenzio e l'ironia.
 
 

il manifesto, 16.5.2014
Alexis torna in Italia. E Camilleri annuncia: lo voto
Lista Tsipras. Lunedì il candidato in tour a Milano, Torino. E Bologna per il gran finale. L'attesa per il voto amministrativo in Grecia. L'appello della cultura

[…]
Intanto ieri a Roma è stato presentato l’appello di molti autori del mondo della cultura a sostegno della lista per Tsipras. Un’iniziativa analoga la scorsa settimana era stata presentata in Grecia. «Siamo convinti che tra le disuguaglianze sociali c’è anche l’accesso ai saperi e alla conoscenza», scrivono a Tsipras, «È anche in questo senso che alcune forze intellettuali e politiche si battono per un’altra Europa», «un’Europa legata alle necessità e allo sviluppo dei popoli, che riconosca i diritti dei lavoratori della cultura, che difenda e sostenga i luoghi della produzione e diffusione culturale, che consideri la cultura, la conoscenza e la ricerca come bene pubblico e diritto inalienabile». «Serve che la sinistra metta questi temi al centro della sua interpretazione della realtà», che lavori «per un nuovo umanesimo che si opponga ai processo distruttivi che rischiamo di percorrere» dopo gli anni di Berlusconi che «hanno costruito un senso comune cui nemmeno una parte rilevante della sinistra (o meglio del centro-sinistra) si è sottratta».
Promuove l’appello il regista Citto Maselli. Tra gli altri aderiscono il pittore Enzo Apicella, il musicista Piero Arcangeli, il professor Mino Argentieri, l’urbanista Paolo Berdini, lo storico Piero Bevilacqua, il costituzionalista Gianni Ferrara, l’attrice e autrice Sabina Guzzanti, la storica Francesca Koch, lo scrittore Felice Laudadio. E anche Lucio Manisco, Ivano Marescotti, Paolo Pietrangeli, Antonio Veneziano, Edoardo Salzano e lo scrittore Ermanno Rea (che è anche candidato).
Ma tra i moltissimi firmatari spicca il nome di Andrea Camilleri, ’padre’ del popolare Commissario Montalbano. Lo scrittore era stato fra i primi a promuovere la lista per Tsipras, ma poi non aveva accettato — con qualche polemica — di far parte del comitato dei garanti. Ora torna della partita.
[…]
Daniela Dalerci
 
 

Media Key.tv, 16.5.2014
Sellerio festeggia i vent’anni del Commissario Montalbano. Supporto digital a cura di IM*MEDIA

È online il mini-sito dedicato a “Le indagini di Montalbano” (http://sellerio.it/it/ventannimontalbano/), la nuova collana di libri Sellerio che celebra i vent’anni del commissario che ha cambiato il poliziesco. IM*MEDIA supporta le attività digital della casa editrice per il lancio dei romanzi di Andrea Camilleri che hanno per protagonista il commissario Salvo Montalbano, riediti ad un prezzo speciale e con tiratura limitata.
IM*MEDIA realizza per l’occasione un mini-sito dinamico che traduce le esigenze di Sellerio in una progettazione creativa essenziale ma impattante. In un’interfaccia molto grafica che valorizza la novità stilistica della copertina, gli utenti sono chiamati ad indagare, a far vivere la pagina: al mouse over i libri si raccontano, invitando alla scheda romanzo e all’acquisto tramite e-commerce integrato sul sito della casa editrice già realizzato dall’agenzia. E, come in ogni giallo che si rispetti, la soluzione è lì sotto gli occhi di tutti.
E proprio la copertina è una grande novità stilistica per Sellerio che, per la prima volta, si spoglia del suo blu distintivo per indossare una nuova veste grafica, creata esclusivamente per il ventesimo anniversario del commissario Montalbano, alla quale si è ispirata la creatività dell’iniziativa digital.
Partner di lungo corso, IM*MEDIA affianca la casa editrice Sellerio in un progetto di comunicazione che ha l’obiettivo di valorizzare l’iniziativa con un fare efficace e diretto. L’interfaccia grafica del mini-sito e dei banner creativi, la personalizzazione delle newsletter dedicate e l’elaborazione di un piano editoriale sui canali social - supportato da IM*MEDIA e frutto di un continuo confronto con il Cliente – rispondono a logiche funzionali e stilistiche coerenti.??A distanza di vent’anni dal primo Commissario Montalbano – già allora illustrato da IM*MEDIA nell’ambito di altri innovativi esperimenti di editoria digitale - nell’azione di lancio di “Le indagini di Montalbano”, Sellerio e IM*MEDIA raccontano e trasmettono la contemporaneità delle storie del commissario italiano più famoso di tutti i tempi.
 
 

TMNews, 17.5.2014
Appello di intellettuali, anche Camilleri firma per Tsipras

Roma - Un'altra Europa che metta al centro dell'azione politica e di governo l'impegno e il sostegno alla cultura, al cinema, al teatro, alle arti, alla lettura, alla scuola. E' quello che chiede un gruppo di intellettuali italiani al leader greco di Syryza Alexis Tsipras, candidato alla presidenza della Commissione europea e punto di riferimento della lista Un'altra Europa per Tsipras. Tra i firmatari il romanziere Andrea Camilleri, tra i promotori della lista poi protagonista di una polemica con i garanti dell'iniziativa sulla gestione delle candidature.
Tra i firmatari Sabina Guzzanti, Citto Maselli, Felice Laudadio, Piero Bevilacqua, Francesca Koch, Alessandro Portelli, Paolo Pietrangeli, Ermanno Rea, Edoardo Salzano e molti altri intellettuali, docenti, artisti. Nella lettera annunciano il sostegno alla Lista Tsipras in Italia, "di fronte ad un quadro desolante del panorama politico italiano, dopo il ventennio berlusconiano e dove pare che si voglia in tutti i modi cancellare ogni riferimento alla sinistra".
 
 

La Sicilia (ed di Agrigento), 17.5.2014
Il 29 maggio uscirà «La piramide di fango»
Il commissario Montalbano torna in libreria

Si intitola «La piramide di fango» il nuovo libro di Andrea Camilleri che ha come protagonista il commissario Montalbano. Sarà in libreria il 29 maggio. Avevamo lasciato Montalbano e Livia sconvolti per la fine di François, il protagonista del «Ladro di merendine», il bambino che Livia avrebbe voluto adottare. Livia non si è mossa da Boccadasse e nelle lunghe telefonate con Salvo mostra tutta la sua prostrazione, ma in un'alba livida la telefonata di Fazio interrompe il sogno angoscioso di Montalbano per trascinarlo in una nuova indagine. Sono giorni di pioggia a Vigata, quegli acquazzoni violenti e persistenti che non danno requie, fiumane d'acqua scatenata che travolgono case e terreni lasciando dietro di sé un mare di fango. È in una di queste giornate che un uomo, Giugiù Nicotra, viene trovato morto in un cantiere, mezzo nudo, colpito da un proiettile alle spalle. Aveva cercato scampo in una specie di galleria formata da grossi tubi per la costruzione di condotte d'acqua. L'indagine parte lenta e scivolosa, ma ben presto ogni indizio, ogni personaggio, conduce al mondo dei cantieri e degli appalti pubblici. Un mondo non meno viscido e fangoso della melma di cui ogni cantiere è ricoperto. Districandosi tra tutto quel fango nel quale «sguazzariano» costruttori, ditte, funzionari pubblici, una cosa Montalbano non riesce a togliersi dalla testa: che Nicotra, andando a morire dentro quella galleria, avesse voluto comunicare qualche cosa.
d. b.
 
 

La Sicilia, 18.5.2014
Camilleri sa anche scrivere in italiano
Oltre la «sicilian-ite» da rivalutare gli scritti in lingua dove la parlata regionale è metafora
La lingua tutta «idiolettale» dello scrittore è artificiosa dialettalizzazione di pura superficie
«Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa» è invece esempio di scrittura corrente, vero capolavoro ironico

La indubbia (ma «meritata»?) fortuna di Andrea Camilleri come scrittore, con cifre da capogiro nelle classifiche dei libri più venduti, pone invero un problema «teorico» e pratico di non secondaria importanza.
Ma si potrebbe mai insegnare la lingua italiana, agli italiani e agli stranieri, utilizzando i testi creativi (racconti e romanzi) del nostro Autore? Che nel 2000 si autodefiniva, «semplicemente un narratore, un contastorie [...] che gode oggi di una fortuna insperata e, prima ancora, non usuale nel nostro paese? ».
Insegnare una lingua significa essenzialmente esporre l'apprendente agli usi parlati e scritti della lingua di una comunità di parlanti. Imparare/apprendere una lingua comporta la pratica di testi reali della lingua di una società.
Ora, la lingua camilleriana -- il «vigatese» -- è in realtà una lingua tutta «idiolettale», tutta sua, priva di un reale uso sociale. Chi la usa se non il suo autore? I parlanti comuni non sanno se essa possa essere definita «dialetto» (siciliano) oppure «lingua» (italiana). Tecnicamente, si potrebbe dire che si tratta di un tipo di italiano, fortemente mescolato col dialetto, ma in maniera fin troppo gratuita, che coinvolge tutti i piani linguistici (dialoghi e voce narrante dell'autore). Una lingua «annegata nel dialetto». I suoi sicilianismi sono per lo più «prestiti di lusso», ovvero «ibridismi», di assai dubbia funzionalità linguistica. Si tratta di sicilianismi di pura facciata, di superficie. L'autore crea a iosa «sicilianismi fonologici» ovvero «fono-sicilianismi», in inutile concorrenza con le equivalenti voci italiane. E quindi «occasionalismi» o «gratuitismi» (neppure veri «prestiti» o doni istituzionali). Ma qual'è il vantaggio di scrivere: «si susì» (si alzò) e «taliò» (guardò)? Oppure: «giorno presso giorno» cioè «giorno dopo giorno» ricalcato sul siciliano «jornu appressu jornu»? O ancora: «casa abbannonata», «abbasciava il vrazzo» (abbassava il braccio), «abbastava e superchiava» (bastava e soverchiava)? Oppure: «abbilinato» (avvelenato), «carni abbilute» (carni avvilite), «c'era d'abbisogno di.. » (c'era bisogno di...)? O: «si abbivisse» (si beva), «abbocato» (avvocato)? Eccetera.
Di recente, questa artificiosa dialettalizzazione di pura superficie, del tutto in-significante, è stata paradossalmente contrabbandata dall'Autore, in un libro intervista (Laterza 2013) come ricerca di ritmo, creazione di una «partitura»: «Anche nei miei romanzi scritti in vigatese parto sempre da una struttura molto solida in lingua italiana. Il lavoro dialettale è successivo, ma non si tratta di incastonare parole in dialetto all'interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole, per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale [= fonico] che c'è dietro».
Alla fine di tanto lavorio, l'Autore confessa candidamente: «È per questo che butto tutte le successive stesure del testo lasciando salva solo la definitiva. Appena il libro è edito, butto via tutto, non lascio traccia dei miei delitti. Ho una sorta di repulsione, di rigetto. [...] Cerco di rimuovere qualsiasi indizio che mi ricordi il mio delitto. Non riesco a rileggermi. E se ne sono costretto, nella maggior parte dei casi, provo un'acuta insoddisfazione per come ho scritto».
La sicilianità linguistica del nostro Autore sembra così configurarsi come «sicilian-ite» (cronica). La lingua camilleriana si caratterizza alla fine per una duplice artificiosità: sia della italianizzazione del siciliano che della dialettalizzazione dell'italiano.
In considerazione di quanto sopra, potremmo come semplice lettore quasi suggerire a Camilleri di riscrivere, con più discernimento linguistico, i suoi testi, lasciandone peraltro intatta la struttura narrativa.
Non si può allora non rilevare, con sorpresa e soddisfazione, che invero il nostro Autore mostra anche di «saper scrivere» in «buon italiano», nella lingua nazionale di milioni di italiani, come appare in qualche suo recente testo meno «creativo». Per esempio in «Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa» (Milano, Chiare lettere). Un esempio di scrittura corrente, normale, in italiano «tout court». Dove un vero capolavoro ironico letterario sono per esempio le finali «Cinque favole politicamente scorrette» dedicate al Cavaliere. Ma tutto il volume (a parte alcune indigeribili pagine fono-sicilianiste) è da leggere da cima a fondo. Ancora più recente, scritti in italiano «tout court», sono i «Segnali di fumo» (Utet 2014). Una raccolta di brevi, godibilissimi, interventi giornalistici (senza titolo), numerati da 1 a 142, riguardanti aneddoti vari, la sua biografia, la politica (per es. la legge del 1957), il costume, la giustizia, la letteratura, il teatro, la lingua, riflessioni sul mondo d'oggi, in genere condivisibilissime. Quasi sempre. Che si dica di un orologio che «cammina» (anziché che «funziona») ovvero che «si è fermato» (quando ha cessato di funzionare) per Camilleri è una metafora, per così dire, di origine «sonora»: «L'unica spiegazione possibile è che il suo ticchettìo, così regolare e uniforme, può essere paragonato al passo cadenzato di un uomo in marcia» (p. 31). Ma non si tratta invero di un fatto puramente «visivo»: le lancette non si muovono, come un uomo che cammina? Forza, Camilleri, continua così... a camminare.
Salvatore Claudio Sgroi
 
 

l'Espresso, 19.5.2014
Il brano
Maurizio de Giovanni e il genio di Camilleri
In questa nota, che fa da introduzione all'edizione speciale de 'Il cane di terracotta' lo scrittore napoletano spiega l'amore per i romanzi del commissario e la loro importanza nel 'dare la rotta' al giallo italiano

Lo sappiamo bene, noi. Noi che facciamo parte di questa piccola società segreta; che ci scambiamo frasi in codice («hai visto? È uscito. È uscito, ti dico: l’ho visto coi miei occhi, stamattina, sullo scaffale!»), che ci incontriamo con un mezzo fugace sorriso nei nostri posti silenziosi raggiunti facendo incongrue deviazioni di percorso, perdendo autobus e metropolitane per pochi minuti ma senza rimpianti.
Noi che amiamo il profumo della carta nuova che aspiriamo a occhi chiusi per qualche secondo, prima di percorrere avidi con lo sguardo i mille colori delle copertine alla ricerca di una nuova fascinazione. Noi che ci riconosciamo in treno, sbirciando titoli ed espressioni per intuire storie e personaggi, annotando mentalmente il prossimo acquisto; noi che non vediamo l’ora di condividere il piacere solitario, chiacchierando di amori e passioni come se fossero veri, proprio perché sono veri più di quelli veri. Noi lo sappiamo bene, che un libro altro non è che un biglietto per un viaggio.
Sappiamo che il libro bello è quello che ti porta fin dalla prima pagina in un altro luogo e in un altro tempo, che ti rapisce e ti esclude dal tuo mondo e te ne regala un altro, che ti travolge con una storia di cui tu, lettore, sei protagonista, non testimone. Perché il testimone vede succedere le cose, non prova direttamente tutte le emozioni dei personaggi, non sente il cuore cambiare ritmo e sobbalzare ancora prima dell’evento che leggerà accadere.
È una cosa diversa. Noi non siamo il popolo dell’immagine; non siamo quelli che hanno bisogno di qualcuno che pensi le scene per noi, che premastichi e predigerisca le storie e ci fornisca colori e facce precostituiti. Noi non siamo i drogati dello streaming, quelli che non ce la fanno ad aspettare che la nuova puntata della nuova serie venga tradotta e inserita in palinsesto. A noi le storie piace immaginarle, costruirle, inventarle. Noi lavoriamo insieme all’autore, lui racconta e noi vediamo.
Il libro che avete tra le mani contiene appunto un viaggio. Perché l’uomo che ha inventato questa storia funziona così: vi trascina via già dalla prima parola.
Se i romanzi belli sono quelli che vi inghiottono come le sabbie mobili, quelli che vi fanno leggere un’ora e poi guardare sorpresi l’orologio perché vi sembrano passati solo cinque minuti, ebbene il signore che ha scritto questa storia sa come fare i romanzi belli. L’ha saputo dall’inizio, e anzi le prime storie (questa che avete in mano è del 1996) hanno la forza della conoscenza in corso del personaggio, qualcosa di cauto e di ansioso che conferisce ulteriore verità, perché il lettore e chi racconta condividono ansia e curiosità e questa condivisione è una gran bella forza motrice.
Se i romanzi belli sono quelli che da un lato vi fanno correre per vedere presto come andrà a finire la storia e dall’altro vi fanno guardare alle pagine che rimangono come un tesoro da centellinare piano, allora il signore che ha scritto questa storia ha il dono di amministrare la vostra frenesia, costringendovi di fatto alla seconda e alla terza lettura per ritrovare, ancora e ancora, la stessa identica atmosfera.
Se i romanzi belli sono quelli che funzionano come un orologio, con un meccanismo perfetto che non lascia dubbi o buchi alla logica del più esperto lettore, ma nel contempo trasudano l’imperfezione e la follia che animano il complesso mondo delle relazioni sentimentali, ebbene il signore che ha scritto questa storia ha l’istintiva misura delle dosi per avvinghiare chi lo ascolta in un abbraccio che non si può sciogliere fino all’ultima parola e all’ultimo doloroso e sorridente sospiro.
Perché, sapete, il signore che ha scritto questa storia ha saputo iniziare una nuova stagione del romanzo nero italiano, e ancora ne traccia la rotta con la forza luminosa di un faro nella nebbia. Non che prima di lui non ci siano stati grandi autori, Gadda e Veraldi, Eco e Fruttero e Lucentini hanno avuto voci enormi e importantissime; ma lui, lui ha reinventato tutto.
Il signore che ha scritto questa storia che avete tra le mani ha parlato con la sua lingua come se stesse davanti a un fuoco d’inverno o d’estate su una terrazza all’ombra, un bicchiere di vino in mano e un piatto davanti, il mare fermo ad ascoltare a pochi metri; con una voce rasposa e senza tempo, un gesto della mano a sottolineare i passaggi, il volto atteggiato a simulare le espressioni. Il signore che ha scritto questa storia parla alle ossa e allo stomaco di chi ascolta, non propone vacui esercizi intellettuali né ritiene di poter spiegare il fine ultimo dell’universo. Racconta storie, e chi sta ad ascoltarlo sa che una storia è una storia, e non la dimostrazione di una tesi; quindi può finire in qualsiasi maniera, ed è questa l’origine della tesa attenzione con cui si leggono i romanzi di questo signore, e quello che avete tra le mani soprattutto, perché tra queste storie è sicuramente una delle più belle.
In questa storia seguirete il protagonista ruvido e sensibile, intelligente e spontaneo lungo le vie intense e semplicissime della sua città. Comincerete a camminare al suo fianco in una mattina smèusa, divisa a metà tra sole e pioggia, il modo migliore per definire l’incertezza di quello che poi succederà.
Dovrete ancora immaginarlo, il protagonista, come l’ha pensato il signore che vi racconta la storia, capelli folti, baffi, vicino ai cinquant’anni e vagamente somigliante al Pietro Germi de Il ferroviere, lontano quindi dal favoloso attore che lo ha interpretato nella scatola magica. Lo immaginerete camminare per strade e sentimenti, al cospetto di criminali migliori dei burocrati e di feroci assassini col sorriso sulle labbra. Lo ascolterete nelle sue difficili conversazioni telefoniche notturne, tese a mantenere in piedi il suo amore imbalsamato dalla distanza. E lo vedrete mangiare con gusto, assorbendo attraverso la bocca e lo stomaco la terra selvatica e stupenda che ama respirare e calpestare.
Attorno a lui va nascendo quel mondo che la nostra società segreta imparerà ad amare forsennatamente, riconoscendo con tenerezza facce e voci e luoghi come quando si torna in vacanza nello stesso posto dopo un anno di lavoro e di tristezza; troverete un Augello insolitamente nervoso e spaventato e il riservato Fazio, il litigioso dottor Pasquano e l’irresistibile Catarella, e capirete rileggendo quanto corpo e quanto sangue vanno assumendo nel cuore del proprio creatore. E Vigàta, aria terra e mare, Vigàta sapore odore e calore, Vigàta di strade e di campagna, di spiaggia e di silenzio.
Proprio nella storia che avete tra le mani, la terra si fa fisicamente protagonista. In essa si apre una caverna che è un passaggio nel ventre, un ingresso nella passione. Una caverna che è un deposito di armi, un arsenale dell’esercito irregolare che comanda il respiro degli abitanti di un’isola meravigliosa e disgraziata, ma che è anche stanza da letto per innamorati poveri e felici. E che è tomba di un antico amore, che ancora respira e ancora racconta la propria storia disperata a cinquant’anni di distanza. La grandezza del signore che racconta questa storia, sapete, è proprio qui: nella semplicità innocente con cui unisce passato e presente, in una immobile freschezza che è il senso dell’amore. Perché le storie nere, quelle davvero nere, sono fatte soprattutto d’amore. L’amore che devia dal suo corso, impattando in ostacoli come la gelosia, l’ossessione, l’invidia, e prende una strada diversa che spesso sfocia nel sangue.
La telefonata del vecchio compagno di scuola Gegè, l’inquietante incontro col Greco, terribile capomafia e fiero avversario, costituiscono in realtà soltanto la premessa necessaria, la porta d’ingresso attraverso la quale il commissario protagonista, che ha ancora nelle orecchie la recente lettura del suo quasi omonimo autore barcellonese, dovrà imbarcarsi per un viaggio nel tempo. E viaggerà, eccome se viaggerà, alzando veli impolverati che coprono passioni addormentate e feroci.
Un’indagine nel passato può svolgersi solo attraverso il ricordo. Il commissario lo sa e quindi andrà a cercare la memoria dei vecchi, e si metterà a guardare la sospensione tra un passato di sangue e amore e un presente di amore e sangue. Anche il suo stesso sangue, e quello di chi gli è caro. La storia che avete tra le mani, sappiatelo, non assomiglia a nessun’altra, come le grandi storie debbono fare. Se guarderete bene, troverete colti riferimenti a grandi autori e anche a culture lontane ma vicinissime alla terra da cui nasce, a filosofie antiche e a simbologie mai dimenticate; ma è una ricerca che potrete fare non prima della terza lettura, perché la prima vi trasporterà frenetici alla scoperta dei misteri e la seconda vi avvolgerà nelle morbide spire di un’ambientazione tuttora insuperata nella narrativa italiana.
Il signore che racconta questa storia e il suo protagonista, insomma, danno il meglio nelle pagine che leggerete. Certo, nei tanti romanzi successivi quel mondo lo conoscerete a fondo, in lungo e in largo; ma così nel profondo, accompagnati dall’odore di buio e di terra, non scenderete mai più. Mettetevi comodi e state ad ascoltare il signore che racconta: scoprirete quanto viva può essere la morte, a distanza di più di mezzo secolo, se non riesce a interrompere l’amore; e quanto può essere partecipe e addolorato lo sguardo consapevole di un cane di terracotta.
Maurizio de Giovanni
 
 

AISE, 19.5.2014
“I racconti di Nené”: Giorgio Santelli presenta il suo Camilleri a Ratisbona

Monaco - “I racconti di Nené” di Giorgio Santelli e Francesco Anzalone verrà presentato domani, martedì 20 maggio, alle ore 20, presso la Haus der Begegnung di Ratisbona nel corso di una conferenza – in lingua italiana - organizzata dall’Istituto di Romanistica dell'Università di Ratisbona in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco. “I racconti di Nené”, realizzata dal giornalista di Rainews24 Giorgio Santelli in collaborazione con Francesco Anzalone, contiene una serie di aneddoti e racconti di Andrea Camilleri. Incontri e storie di vita di Nené, alias Andrea Camilleri, ricordi personali, suggestioni, incontri casuali emergono nel corso di una lunga intervista realizzata per RaiSat.
 
 

mediakey.tv, 20.5.2014
LivingMedia per UTET: Andrea Camilleri e i suoi "Segnali di Fumo"

La Società di Produzione di contenuti multimediali LivingMedia ha realizzato per la storica Casa Editrice l'intervista al padre del Commissario Montalbano.
I "Segnali di Fumo" di Andrea Camilleri, ultima fatica letteraria del grande scrittore siciliano edita da UTET, sono stati "catturati" in una intervista video da LivingMedia, laboratorio creativo che opera da molti anni nel settore della produzione di contenuti multimediali.
Nella piacevolissima intervista, Andrea Camilleri, l'inventore del Commissario più famoso d'Italia Salvo Montalbano, racconta la genesi del suo nuovo libro, edito dalla UTET, la prestigiosa Casa Editrice nata nel lontano 1791, specializzata nella pubblicazione di opere di cultura e divulgazione.
LivingMedia, che si colloca tra l'agenzia di comunicazione ed il service video, è abituata a produzioni di questo livello. Infatti, alle solide competenze tecniche, che coprono tutti gli aspetti della moderna produzione video digitale, compreso lo streaming e la gestione dei contenuti online, accosta una genuina passione creativa che le consente di superare il ruolo di mero esecutore tecnico, per divenire anche un buon interlocutore creativo per i propri clienti.
 
 

Giornale di Sicilia, 20.5.2014
Un nuovo libro per i 20 anni di Montalbano

Agrigento. Montalbano compie 20 anni e mentre si aspetta la nuova avventura del famoso commissario di Andrea Camilleri che si chiamerà "La Piramide di fango" e sarà in libreria il 29 maggio, con per la prima volta un'indagine sulle opere pubbliche, Sellerio lo festeggia riproponendo in un'edizione speciale i vecchi titoli. I ventuno romanzi del Commissario, che nel mondo hanno venduto oltre 15 milioni di copie, sono proposti con nuove note editoriali al prezzo di 6.90 euro. E una volta esaurita la prima tiratura le copie non verranno più ristampate.
Il prossimo titolo ad arrivare in libreria, il 22 maggio [in effetti è già in libreria dall'8 maggio, NdCFC], è "La voce del violino" del 1997 accompagnato da una nota dello scrittore Andrea Vitali, in cui troviamo il commissario alle prese con una vicenda intricata dopo la scoperta nella camera da letto di una villetta abbandonata del corpo di una donna nuda, morta per soffocamento. «Udite, La voce del violino è un libro bello. Che novità, eh? Ma metti che ti piacciano i libri belli piuttosto che le prefazioni lunghe, noiose..» scrive Vitali. Montalbano è apparso apparso per la prima volta nel romanzo "La forma dell'acqua" del 1994 rendendo il siciliano un parlato familiare e cambiando il modo di vivere il poliziesco. Il commissario è entrato nell'immaginario collettivo con la sua celebre frase: «Montalbano sono!» e grazie all'interpretazione di Luca Zingaretti nella fortunata serie tv di Rai1. La serie celebrativa di Sellerio è partita l'8 maggio proprio con "La forma dell'acqua" con una nota di Michele Serra e in più un'intervista di Salvatore Silvano Nigro ad Andrea Camilleri. Gli altri titoli finora riproposti sono "Il cane di terracotta" del 1996, con una nota di Maurizio Di Giovanni e "Il ladro di merendine" del 1996 con una nota di Simonetta Agnello Hornby.
Il secondo lancio di altri quattro volumi, sarà a luglio 2014 con "La gita a Tindari", con nota di Melania Mazzucco, "L'odore della notte" di Petros Markaris, "Il giro di boa" di Enrico Deaglio e "La pazienza del ragno" di Paolo Giordano. Ripensando ai vent'anni del suo Commissario, a quell'avventura partita quando era ancora viva Elvira Sellerio, Camilleri ha raccontato: «all'inizio èstata una sorpresa. Mica mi aspettavo tutto questo successo? Nelle mie intenzioni finivo con il secondo romanzo. E ora sta per arrivare il ventiduesimo volume dove c'è pure una sorpresa: "affronto - ha spiegato Camilleri - un argomento che non avevo mai toccato: gli imbrogli negli appalti delle opere pubbliche".
 
 

Panorama, 20.5.2014
Il noir è diventato colorato
Da Orson Welles a Camilleri: un genere che sfugge a ogni etichetta.


Andrea Camilleri, una delle sfumature del Noir. Credits: Imagoeconomica

Asfalti lucidi, locali equivoci, sordide periferie frequentate da pupe ricche e viziose: sono i classici fondali delle perfide dark lady e degli antieroi noir, fissati dai romanzi hardboiled e da film come Il grande sonno o Il falcone maltese.
Oggi non è più così: lo spazio mitologico di questo genere ibrido e trasversale s'è dilatato a inglobare tinte e sfumature tanto diverse, da far parlare di un vero Arcobaleno noir. Così suona il titolo del volume a più mani, curato e introdotto da Alessandra Calanchi, appena edito da Galaad (368 pagine, 16 euro). Tra escursioni nelle Mille e una notte o nella Shanghai del noirista cinese Xiao Bai, strizzatine d'occhio fra Alfred Hitchcock e Orson Welles, diaspore centroeuropee, derive nostrane e appendici scozzesi come il tartan noir di Ian Rankin, quel genere che credevamo di conoscere bene si nebulizza in un pulviscolo iridescente. Se ne esce con un'unica certezza: il noir c'è. Dove sia, ciascun lo dice (praticamente dappertutto), che cosa sia nessun lo sa.
[…]
Roberto Barbolini
 
 

Panorama, 21.5.2014
Camilleri incontra Montalbàn
Esce in libreria l'intervista-conversazione fra i due grandi scrittori registrata a Mantova nel 1998

Sono indissolubilmente legati dalla letteratura, in un modo un po' strambo. Parliamo di Andrea Camilleri e Manuel Vázquez Montalbán: non è un segreto che il cognome del popolarissimo ispettore Salvo Montalbano ideato dallo scrittore siciliano sia stato un omaggio al collega catalano.
I due si incontrarono l'11 settembre 1998 al Festivaletteratura di Mantova e chiacchierarono di fronte ai lettori entusiasti, trasformando quella serata in un culto per pochi. Il romanziere spagnolo, papà del detective Pepe Carvalho, morì poi nel 2003.
Oggi per fortuna è possibile riascoltare il dialogo fra i due grandi della letteratura gialla, perché l'Archivio di Festivaletteratura ha pubblicato la conversazione registrata, sbobinandola in un libro dal titolo: Andrea Camilleri incontra Manuel Vázquez Montalbán (Skira).
Imperdibile per i fan, si tratta di un libricino di 52 pagine che riporta tutto lo storico colloquio, in cui Camilleri conduce un'intervista a Montalbàn, dichiarando subito la sua passione per l'autore spagnolo. Un'intervista che diventa una chiacchierata fra amici che spazia dalla letteratura, ai personaggi dei loro libri, passando per la politica, la società, le donne, il calcio, la cucina e tutte le cose che accomunano e appassionano i due scrittori.
Martino De Mori
 
 

La Sicilia, 21.5.2014
Nuovi autori nel nome di Giusti

Porterà il nome di Mario Giusti (1925-1928), fervido e lungimirante creatore del Teatro Stabile di Catania, il concorso per nuovi autori teatrali. [...]
Lunedì sera, nella sala Musco gremita, l'iniziativa è stata presentata dal presidente del Tsc, Nino Milazzo e dal direttore Giuseppe Dipasquale, con il contributo di moltissime personalità dello spettacolo, della cultura, della società civile che hanno aggiunto spunti personali al profilo di Mario Giusti, giornalista, musicista, poliedrico cultore di tutto ciò che costituisce cultura scenica e soprattutto dotato di una sicura visione per il futuro di cui ancora si avvertono i frutti. […] Sullo schermo scorrevano […] le testimonianze (alcune tratte da vecchi filmati) di […], Andrea Camilleri, […].
Sergio Sciacca
 
 

Tiscali, 21.5.2014
Evento live per i "Braccialetti Rossi". Degli Esposti: "Leo morirà? Sarei un fesso a dirlo"

[...]
E Montalbano? “In autunno inizieranno le riprese della serie de “Il giovane Montalbano” . Per il commissario Montalbano di Luca Zingaretti, invece, bisognerà attendere il 2015”.
Cinzia Marongiu
 
 

ASCA, 21.5.2014
Tv: Vassallo tra ''Sicilia Connection'' e ''Il giovane Montalbano 2''

[...]
Dopo l'estate Alessio Vassallo tornera' sul set per girare la serie Rai ''Il giovane Montalbano 2'' di Gianluca Maria Tavarelli nei panni di Mimi' Augello, il ''femminaro'' della celebre serie firmata Camilleri.
cm/mau
 
 

La Repubblica (ed. di Bologna), 21.5.2014
Smell

Ognuno ha il suo. Un profumo, una fragranza, un odore. Stimoli olfattivi carichi di significato, ricordi, suggestioni. Lucio Dalla, ad esempio, voleva creare un profumo che si chiamasse Landra, la puzza insomma, un'idea nata nella profumeria Sacro Cuore, poco distante dalla sua casa in via d'Azeglio, dove con lo storico profumiere Giovanni Padovan ragionava su come fare. Un'ipotesi oggi divenuta realtà, si chiama «Dallandra», e si potrà annusare nel corso del festival Smell, il festival dell'olfatto che inizia oggi sotto le Due Torri e fino al 25 maggio, tra il Museo della Musica e altre sedi cittadine, declinerà in tutte le possibili varianti il rapporto tra il nostro naso e il resto del mondo. […] Giovanna Zucconi con la sua Serra&Fonseca, casa di fragranze fondata assieme al marito Michele Serra, parlerà del profumo della letteratura e presenterà i suoi libri olfattivi, una serie di essenze accompagnate dai racconti di Andrea Camilleri e Gianrico Carofiglio. […]
Emanuela Giampaoli
 
 

Corriere della Sera, 22.5.2014
«I proletari? Artigiani e autonomi» Il nuovo Casarini riparte dal Papa
L’ex disobbediente, la corsa con Tsipras e la vita in famiglia a Palermo «I politici ascoltino Francesco. Ho chiuso la partita Iva, non reggevo»

[…]
Fatto sta che ancora oggi è così legato a quella stagione che quando ha saputo di lui Andrea Camilleri, polemicamente... «No, no, con Camilleri credo che ci siamo chiariti. Del resto, non ha fatto forse un appello per votare per la nostra lista? C’è bisogno di sinistra».
[…]
Gian Antonio Stella
 
 

SiciliaInformazioni, 22.5.2014
Finto Camilleri imperversa su Fb
Inquietante metafora

[Ma se è finto, perché continuare a darne notizia?, NdCFC]

Il finto Andrea Camilleri imperversa sul web, su Facebook, dove si è installato con il suo profilo, suscitando attenzione, stimolando forum e dotte conversazioni. La storia dura da molto tempo e, a quanto pare, non c’è modo di venirne a capo. Il falso Camilleri intrattiene il suo pubblico, entusiasta, di lettori senza che alcuno possa farci niente? Ci è capitato di scriverne, quando ignoravamo che si trattasse di un furto d’identità e siamo stati avvertiti, prontamente, che lo scrittore siciliano non ha alcun profilo Facebook. “Non ne avrà mai”, ci è stato annunciato.
Eppure, c’è un sosia, non autorizzato, che rimane dov’è. Lunedì scorso alle 13,09 l’ultimo post del falso Camilleri: “Ha più scheletri nell’armadio lui che la cripta dei Capuccini a Palermo”.
Il post è stato letto da un gran numero di “amici” del falso Camilleri ed ha ottenuto ben 333 “mi piace” e molti commenti. La metafora ha fatto breccia. Mistero fitto sul destinatario della metafora. Chi vuole colpire? “Lui chi sarà?”, si chiedono in tanti. È un sistema di scheletri ben tutelato, commenta un altro. “In quel giro è una lotta fra titani”, osserva un altro ancora, saltando l’ostacolo del disvelamento.
L’ipotesi più gettonata porterebbe a Claudio Scajola, il cui archivio è stato prelevato dal luogo in cui si trovava, la casa dell’ex ministro ad Imperia, ed è oggetto di analisi. Per ora è venuto in superficie un episodio molto noto, la scorta negata al giuslavorista Biagi, che sicuramente avvantaggiò gli assassini. Ma c’è ben altro, e possiamo starne certo, per i prossimi mesi, l’archivio di Scajola, al pari del suo attico con vista sul Colosseo, rimarrà nelle prime pagine dei giornali.
Gli scheletri del falso Camilleri potrebbero essere i fascicoli conservati in casa da Claudio Scajola.
 
 

Siracusa News, 24.5.2014
Siracusa, Il libro della settimana: " Segnali di fumo" i pizzini di Camilleri, il maestro del "giallo"

Una passeggiata, un gelato, chissà un prato, una panchina, ma se volete anche una sedia sul terrazzo o una poltrona comoda in salotto … l’importante è avere tra le mani un buon libro …
L'ultima lettura è “Segnali di fumo” di Andrea Camilleri. Una raccolta brillante e sagace di pensieri momenti e ricordi, quasi i "pizzini" di uno dei maestri del giallo che oggi decide di manifestarsi attraverso imperdibili “segnali di fumo” …
Considerazioni sulla vita, sul tempo che passa, sull’etica e la politica corrotta dei nostri giorni, si alternano abilmente a divertenti aneddoti che raccontano momenti di vita vissuta. Conversazioni tra personaggi ordinari e del tutto sconosciuti, diventano come per magia un momento familiare personale per poi, nella pagina successiva, diventare ancora un ricordo, il racconto di un momento incredibile in compagnia di personaggi che hanno fatto la storia del mondo.
Una lettura veloce e piacevole che resta in ogni suo momento assolutamente geniale.
“Lo sai che di quello che stiamo facendo dovremo rendere conto a Dio?" "Ma noi stiamo studiando!"
"Appunto. Dio ci dirà : io vi ho dato una mattina così e voi l’avete sprecata studiando? Usciamo a passeggiare. E così facemmo.”
Iole Sonnini
 
 

La Nuova Sardegna, 26.5.2014
Mini recensioni
Segnali di fumo di Andrea Camilleri Utet 160 pagine 14 euro

Gli incontri di Camilleri con gli scrittori del passato Danno vita al volume centoquarantadue "segnali di fumo", brevi scritti di mezza pagina cui Andrea Camilleri affida riflessioni sulla vita e sulla politica e attraverso cui dialoga con altri scrittori del presente e del passato (Roth, Penna, Brancati, Kafka). Dalle considerazioni sulle elezioni del 2013 si passa ai ricordi personali di padre; dagli aneddoti (la passeggiata a Torino con Laura Betti nel corso della quale videro un curioso cartello che diceva "Non abusate dei luoghi comuni!") si arriva agli episodi anche drammatici della sua esistenza (l'essersi trovato in mezzo a un attentato mafioso e l'averla scampata per puro miracolo): cambia spesso il tono (discorsivo, ironico, preoccupato), ma a far da filo comune a questi segnali si distende, come un'ombra, il pensiero dell'età che avanza.
 
 

Trentino / Alto Adige, 26.5.2014
I preferiti della settimana

[…]
3) La piramide di fango, Andrea Camilleri, Sellerio
[Com’è possibile, visto che non è ancora uscito?, NdCFC]
[…]
 
 

Una Marina di libri, 27.5.2014
Conferenza stampa
dal 6 all’8 giugno alla Galleria d’arte moderna (via Sant’Anna 21)

Una fiera dell’editoria indipendente, un festival letterario tra musica, incontri, dibattiti e reading. Dal 6 all’8 giugno alla Galleria d’arte Moderna (via Sant’Anna 21) torna “una marina di libri”. Nato da un’idea del CCN Piazza Marina&dintorni, quest’anno alla direzione artistica un sodalizio importante per Palermo: le case editrici Navarra e Sellerio, l’avvio di una nuova collaborazione che trasforma il festival in una grande festa per la città.
Venerdì 6 giugno dalle 19 ospite d’onore di questa edizione sarà Andrea Camilleri che torna a Palermo dopo un’assenza di oltre dieci anni per presentare il suo ultimo romanzo (in libreria dal 29 maggio) “La piramide di fango”, in compagnia del giornalista Antonio D’Orrico, A seguire è prevista la proiezione di una puntata del commissario Montalbano.
[..]
 
 

Sellerio Editore, 27.5.2014
Andrea Camilleri presenta 'La piramide di fango'

Venerdì 6 giugno alle 19,00, nell'ambito del festival del libro di Palermo Una Marina di Libri, Andrea Camilleri presenta il suo ultimo romanzo La piramide di fango.
Con l'autore Antonio D'Orrico.
Dopo l'incontro sarà proiettato il Montalbano preferito dai lettori. Puoi votare il tuo preferito su Facebook attraverso la tab Montalbano Voto che trovi a questo indirizzo: https://www.facebook.com/pages/Sellerio/109505429074533?id=109505429074533&sk=app_856567241037570.
Incontro e proiezione si svolgeranno presso il Chiostro della Galleria d'Arte Moderna di Palermo, via Sant'Anna 21.
 
 

TRM, 27.5.2014
Eventi, al via alla quinta edizione di “Una Marina di Libri”


 
 

ANSA, 27.5.2014
Camilleri apre 'Marina di libri' Palermo
Festival dell'editoria indipendente giunto alla quinta edizione

Palermo - L'ospite più atteso è Andrea Camilleri, che torna a Palermo dopo 10 anni per "Una marina di libri", il festival dell'editoria indipendente che celebra il suo quinto anno di vita. "Una sfida che ha inserito l'appuntamento di Palermo nella rete delle più importanti fiere letterarie italiane, e per giunta low cost" sottolineano gli organizzatori del festival diretto dagli editori Antonio Sellerio e Ottavio Navarra. L'iniziativa si apre il 6 giugno e chiude l'8 alla Galleria d'arte moderna.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 27.5.2014
Torna il festival "Una marina di libri", apre Andrea Camilleri

L'ospite più atteso è Andrea Camilleri. Il padre del commissario Montalbano torna a Palermo dopo 10 anni per "Una marina di libri", il festival dell'editoria indipendente che celebra il suo quinto anno di vita. "Una sfida che ha inserito l'appuntamento di Palermo nella rete delle più importanti fiere letterarie italiane, e per giunta low cost", ha sottolineato Alberto Coppola del centro commerciale natura "Piazza Marina & dintorni" che promuove il festival con la direzione artistica degli editori Antonio Sellerio e Ottavio Navarra.
Un fitto calendario di eventi si articolerà dal 6 all'8 giugno nel complesso monumentale di Sant'Anna, sede tra l'altro della Galleria d'arte moderna, creando un collegamento tra il chiostro, la corte, la chiesa e la piazza.
La mattina è dedicata alle attività con i bambini. Nel pomeriggio si svolgeranno incontri, presentazioni e varie anteprime nazionali proposte dai 53 editori presenti con propri stand. Dalle 21 a mezzanotte gli spazi di Sant'Anna saranno animati da reading, dibattiti, recital e spettacoli musicali.
L'apertura è tutta per Camilleri che presenta il suo ultimo romanzo, "La piramide di fango". Un sondaggio sulla pagina Facebook della Sellerio sceglierà il film su Montalbano che, alla presenza dello scrittore, sarà proiettato in pubblico.
Numerosi gli autori che hanno assicurato la loro presenza tra cui Alicia Gimènez Bartlett, Simonetta Agnello Hornby, Adriano Sofri, Emiliano Ereddia, Davide Orecchio, Livio Sossi, Davide Camarrone, Gian Mauro Costa, Andrea Cortellessa.
Tra le novità di quest'anno una nuova sezione, "L'edicola", nella quale scrittori e giornalisti si confronteranno sull'informazione culturale nei quotidiani.
 
 

Rai 5, 28.5.2014
Libri come
Come un ebreo
Andrea Camilleri dialoga con Francesco Piccolo su "Inseguendo un'ombra".
(Registrazione video dell'incontro tenutosi il 16.3.2014)
Cliccare qui per il video integrale
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 28.5.2014
Camilleri e gli altri big per “Una marina di libri”
La scommessa di Una Marina di libri spazio ai big per lanciare il festival

A Una Marina di libri arriva il commissario Montalbano. Per la quinta edizione del festival del libro dedicato all'editoria indipendente, entra in campo fattivamente Sellerio e lo fa con i suoi autori di punta: Andrea Camilleri, Alicia Giménez-Bartlett e Adriano Sofri, ma anche Marco Steiner, Fabio Stassi e Simonetta Agnello Hornby. Si attendono grandi numeri per questa edizione che sarà ospitata dal 6 all'8 giugno prossimi nel chiostro della Galleria d'arte moderna, e fra la piazza e la chiesa di Sant'Anna, per l'occasione un ibrido fra luogo di culto e luogo di cultura. Con un budget di soli 14 mila euro, e con 52 case editrici presenti, la kermesse cittadina ideata dal Centro commerciale naturale Piazza Marina&dintorni;, con la direzione artistica delle case editrici Navarra e Sellerio, dimostra di essere in costante crescita. «Un Festival low cost e partigiano che contrasta la deriva della modernità — dice Ottavio Navarra, dell'omonima casa editrice, facendo presente che l'anno scorso sono state registrate più di 12 mila presenze — I numeri ci fanno capire che siamo seduti sull'oro e non ce ne rendiamo conto, e che tanto ancora si può e si deve fare». Le potenzialità dell'appuntamento palermitano con l'editoria indipendente ci sono tutte e di anno in anno si attende che l'evento cresca fino ad affiancare i più importanti festival nazionali, come Torino e soprattutto Mantova, al cui modello Una Marina di libri si è sempre ispirata. «Faccio presente che sia Torino che Mantova sono appuntamenti per i quali il pubblico deve pagare, invece qui non solo è gratis l'ingresso, ma offre la possibilità di visitare il Museo d'arte moderna gratuitamente», spiega Antonio Sellerio. Nei giorni di Una Marina infatti, la Gam, consentirà ai fruitori della fiera l'ingresso libero nelle sale del museo. La partecipazione di Sellerio con le sue punte di diamante sembra essere una risposta concreta a chi l'anno scorso aveva criticato la timida presenza della casa editrice palermitana che aveva accettato di condividere con Navarra l'organizzazione del festival, ma si era riservata di far intervenire i propri autori nelle settimane che precedevano l'avvio della fiera, creando un progetto teaser "Aspettando una Marina di libri". Un anno fa Antonio Sellerio diceva di essere stato coinvolto troppo tardi per potere essere incisivo nel programma, e oggi ha dimostrato che in effetti era solo questione di tempo. Andrea Camilleri sarà il protagonista della prima giornata della fiera, presentando alle 19, nel chiostro, il libro "Una piramide di fango" insieme ad Antonio D'Orrico. A seguire verrà proiettato su un maxi schermo un episodio della saga del commissario Montalbano «Non sappiamo ancora quale—dice Sellerio — perché stiamo lasciando che a scegliere siano i lettori attraverso una votazione sulla nostra pagina Facebook». Lo scrittore siciliano manca da Palermo da 12 anni, da quando, nel 2002, era venuto per presentare "Il re di Girgenti". E gli appassionati di gialli potranno così godere da un lato del commissario Montalbano e dall'altro di Pedra Delicado, l'eroina dei romanzi della Bartlett che presenterà l'8 giugno "Diario di un'investigatrice" insieme a un altro giallista di casa Sellerio, il nostro Santo Piazzese. Marco Steiner invece con Gian Mauro Costa, fresco della pubblicazione del suo romanzo "L'ultima scommessa", presenterà "Il corvo di pietra. Corto Maltese in Sicilia". Sempre per Sellerio, Adriano Sofri presenterà "Tubi Tubi" di Neige De Benedetti. Ottavio Navarra, fra i suoi autori, segnala la presentazione del libro "Camicette bianche " di Ester Rizzo: «Per la prima volta un libro che ricostruisce le storie e delle donne che sono morte nell'incendio della fabbrica della Triangle Waist. Molte erano siciliane», dice l'editore. Una Marina di librinon è solo il festival dell'editoria indipendente, ma anche un incontro trasversale per favorire lo sviluppo culturale di una parte nevralgica del centro storico di Palermo. Il Comune ha rinnovato la sua presenza come partner e alcuni rappresentanti dell'amministrazione interverranno in un dibattito con il pubblico per ragionare sul centro storico. «L'anno scorso con la pedonalizzazione di piazza San Domenico in occasione della fiera, abbiamo ispirato al Comune la chiusura della piazza per tutto l'anno. Magari accadrà lo stesso con piazza Sant'Anna», dice Alberto Coppola, vicepresidente del Centro commerciale naturale. La Regione invece non compare più fra i sostenitori. L'organizzazione degli spettacoli serali è affidata a Manfredi Lombardo: fra gli appuntamenti, un tributo a Rino Gaetano e l'Orchestra Malarazza. Le premesse per portare a casa quest'anno un'edizione vincente ci sono tutte, l'unico rammarico è quello di arrivare in ritardo, di non potere pianificare una strategia che consenta di comunicare in tempi utili per il turismo culturale la presenza di personaggi come Camilleri o la Bartlett che muovono cifre interessanti di fan da ogni dove. Forse, dopo questa forte presa di campo di Sellerio, dall'anno prossimo si potrà fare ancora di più.
Eleonora Lombardo
 
 

La Repubblica, 31.5.2014
L’intervista
Camilleri racconta il nuovo giallo del suo commissario: “L’ho finito mentre esplodeva il caso Expo”
“Questa volta Montalbano sfida l’Italia dei corrotti”

Un drappo da cantastorie alla parete, regalo di Elvira Sellerio, racconta di una donna procace, di un delitto, dell'infamia, della legge e del carcere. Della giustizia che trionfa e della morale che il cuntista deve avere illustrato a voce. "Ecco la mia poetica". Studio di Andrea Camilleri a Roma. Lui se ne sta seduto alla sua poltrona davanti alla scrivania di noce con il computer e il fax di fianco. Le sigarette e un posacenere sul quale le cicche vanno a morire dentro a un bicchierino, una dietro l'altra, senza il fastidio di schiacciarle. A sinistra, accanto alla finestra, la libreria delle traduzioni dei romanzi.
Vicino alla porta, quella con le traduzioni dei Montalbano che gli scaffali non sopportano più. Tra poco dovrà stipare lì anche un Cane di terracotta in cinese. "In Cina hanno voluto il libro, ma non il telefilm. Quel mio investigatore così indipendente dalle gerarchie è troppo un cattivo esempio. Anche se in Cina, un poco, gli farebbe bene ". A vent'anni dalla prima apparizione dell'investigatore che deve il suo nome al papà di Pepe Carvalho e a dodici dall'ultima presentazione pubblica, Camilleri torna a Palermo venerdì prossimo per il debutto di una nuova indagine del poliziotto esportato in 63 paesi. Si intitola La Piramide di fango , il Sellerio che l'editore siciliano porterà in un evento tributo all'autore per inaugurare la rassegna "Una marina di libri". Piove sempre o quasi su Vigata per il commissario che a settembre avrà 64 anni e deve destreggiarsi tra alta mafia, corruzione e riciclaggio intorno a quella piramide di fango che impasta terra e sangue. Temi che Camilleri affronta di petto per la prima volta dopo aver lasciato sullo sfondo delle sue storie.
Perché adesso? Perché proprio ora?
"Il libro l'ho scritto l'anno scorso e le suggestioni erano già tante. Mentre correggevo le ultime bozze è esploso lo scandalo Expo. E mi sono ricordato di quando Maroni ottenne una puntata risarcitoria per dire che la mafia al Nord non c'era".
E invece da Vigata si vedono il Duomo e la madonnina?
"Eccome. Nella mia testa, Vigata è la piazza San Francesco di Agrigento dove c'è il liceo Empedocle. Lì arrivavano ogni mattina le corriere dei paesi con gli studenti. E quello era il luogo in cui circolavano tutte le informazioni. Nel romanzo resto in Sicilia, ma il metodo che racconto è ormai talmente diffuso. Come se questo Paese avesse bisogno di uno zoccolo di illegalità sempre più robusto per stare in piedi. È la linea della palma di Sciascia che risale lo stivale".
Qui ci sono i colletti bianchi, i finanzieri guitti che danno le carte perfino agli uomini d'onore.
"Questo è il Paese, questa è la realtà".
Pessimista?
"Un poco, ma non possiamo permettercelo ".
La pietas, quella, non manca mai.
"È un buon sentimento per investigare le miserie del mondo ".
Come l'ironia?
"La mia miniera sono tre volumi dell'Inchiesta in Sicilia del 1875, editi da Cappelli. Lì il senatore Cusa chiede al sindaco di un paese del Nisseno: le risultano fatti di sangue? E quello risponde: fatti di sangue no, ma c'è un farmacista che ha ucciso sette persone per amore".
Qui c'è il fangue che l'innocente Catarella declina nel suo "italioto"?
"Si chiede perché in siciliano fangu e sangu finiscono con la stessa vocale e in italiano no".
Montalbano gli risponde: è stanco ma non meno lucido.
"Ha i suoi anni e le vicende personali hanno inciso. C'è il dolore per la perdita di François che viene da La lama di luce e c'è Livia a Boccadasse con i suoi problemi".
Ne viene fuori un affresco sul potere. Con una politica subalterna, che sembra muoversi a comando.
"Non è in primo piano, ma c'è ed è pronta ad assecondare i piani di chi muove i fili. Mi interessa questa mutazione della mafia e dei suoi collegamenti con la politica".
E quella che per comodità chiamiamo vecchia mafia?
"Cerca di evolversi e amministrare il denaro delle opere pubbliche. Quella arcaica, contadina, rimane a coltivare il proprio orto, è guardiana di un orizzonte ristretto ".
Qui è la borghesia della mafia. Niente riti ma concretezza degli affari.
"Ho voluto rappresentare, attingendo anche qui alla realtà, come fosse un monumento al capitale illegale, immaginando un bunker. Montalbano segue il suo tempo, in questo è diverso da Maigret. E come tutti ragiona: possibile che l'onestà diventi un valore introvabile? La politica diventa l'arte del possibile. Ma non tutto è possibile. Così anche il malaffare diventa possibile. Il dilagare della corruzione mi fa spavento".
Montalbano a quest'ora sarebbe già in pensione...
"Sì, per fortuna, nella finzione può anche andare avanti".
E lei non lo ha mai tradito.
"Con Montalbano mi sono comprato casa e anche Elvira Sellerio riuscì a salvare un casale nel Ragusano. Quando iniziò il boom, ci mettemmo al centro della corte e gridammo viva Montalbano. La mia amicizia con lei era così solida che saremmo rimasti amici anche se avessi riparato frigoriferi".
Altri delitti, altre indagini?
"Sellerio ha già due libri e io penso di avere ancora la forza di scriverne un altro".
Ha anche l'ultimo che ha scritto quasi per scaramanzia.
"Sì, e non faccio morire Montalbano. Perché dopo che ne discutemmo con Jean-Claude Izzo e Manuel Vázquez Montalbán, loro ci lasciarono".
Ancora Vigata e ancora Sicilia. Non ci si libera dell'isola, della sicilianità, cos'è? Davvero una maledizione?
"È una maledizione, ma si può rivoltare anche come una giacca e diventare una buona cosa. Del resto io racconto come penso e penso di sapere come ragionano i siciliani. Almeno mi basta indovinarlo anche una volta sola".
Sua moglie le disse che il suo è un ininterrotto racconto di suo padre.
"Fu lui in ospedale a dirmi che dovevo scrivere una storia che gli raccontai esattamente come gliel'avevo contata ".
Eppure Montalbano è amato anche a latitudini lontane.
"Fa una certa impressione anche a me. Vede quella prima pagina di Corano appesa alla parete? È un regalo della nostra ambasciata in Algeria. Un califfo si innamorò talmente de Il corso delle cose da chiedere di avere una traduzione in francese. Il libro era in corso di traduzione e mi chiesero la cortesia di fargliene subito una per lui. Io li autorizzai. Perché proprio quel libro rimane un mistero. Un mio parente si era talmente incaponito che voleva andare in Algeria a chiederglielo. A me mandarono quel quadro e tanto bastò".
Ma lei il ponte sullo Stretto lo farebbe?
"Certo, non è una priorità. Ma se tutti i geologi del mondo, ma proprio tutti, mi certificano che è sicuro, perché no?".
E la mafia?
"Ci deve essere un modo per evitare che si infiltri. Ci deve essere un sistema. La mafia non è un argomento ".
Enrico Bellavia
 
 

La Repubblica, 31.5.2014
Lo scrittore esce anche con “Segnali di fumo”
E l’autore a novant’anni scopre la “flash fiction”

Arrivato alla soglia dei novant'anni Andrea Camilleri decide di praticare un nuovo genere letterario: la flash fiction. Lo fa raccogliendo in un libro – Segnali di fumo – brevi testi scritti in libertà. Alcuni sono già stati ospitati nella sua rubrica Posacenere sulla Domenica del Sole24Ore, altri sono inediti, dettati alla carta dall'estro del momento. Disponendoli in una sequenza narrativa che mescola le vicende politiche agli affetti personali, Camilleri si rivolge al lettore in uno stile intimo, da conversazione privata. Lo si capisce già dal primo segnale di fumo: «Confesso, con Neruda, che ho vissuto. Ma mi corre l'obbligo di confessare anche che, alla mia veneranda età, molte delle cose per le quali ho vissuto mi appaiono come fatte da una persona che aveva il mio nome, le mie fattezze, ma che sostanzialmente non ero io». Una confidenza, dunque, che anticipa un tema ricorrente nei successivi scritti: il senso del tempo che passa, dell'età che avanza. A volte con un velo di malinconia, come quando confessa cosa prova nell'essere diventato bisnonno: «Con questa nuova creatura, data la mia età avanzata, non farò a tempo nemmeno a comunicare nei modi più elementari. Ci saremo solo sfiorati». Passaggi come questo sono stemperati dalle riflessioni sulla situazione economica e sulla politica del Paese, vere e proprie stilettate per chi ha depredato l'Italia. Ci sono poi gli aneddoti rivelatori, come quando racconta della signora che in attesa di un treno lo chiamò commissario e gli chiese di tenergli d'occhio la valigia per pochi minuti. Camilleri pensò che avesse fatto confusione, ma poi a cadere in confusione fu lui: «Grazie tante, commissario Montalbano – disse lei con un sorriso – che piacere averla conosciuta». Il personaggio a cui deve il successo letterario è una presenza discreta in queste pagine. Affolla il palco dei ricordi al pari di altri personaggi. Attraverso i suoi racconti incontriamo il presidente argentino Alfonsín e la poetessa Szymborska, Croce e Tabucchi. Ognuno illuminato da un dettaglio che fa di questi frammenti qualcosa di simile a una storia compiuta, sul modello di quelle già sperimentate da Brecht, Kafka e Manganelli. Molto di più quindi di un gioco stilistico. Flash fiction, microrellatos, micronouvelles o per dirla con Camilleri, a cui le parole straniere – viste come segno di resa della nostra lingua – non sono mai piaciute, semplici ed efficaci "segnali di fumo".
Stefania Parmeggiani
 
 

Un'Altra Galassia, 31.5.2014
Cancellazione incontro con Andrea Camilleri
Saranno l'attore Michele Riondino e lo sceneggiatore Francesco Bruni a leggere passi tratti dal nuovo episodio di Montalbano

Per motivi indipendenti dall'organizzazione, l'incontro con lo scrittore Andrea Camilleri, che avrebbe dovuto aprire la IV edizione della Festa del Libro “Un'altra Galassia – Anticaglia”, è stato cancellato. Per non lasciare a bocca asciutta i fan dello scrittore e di Montalbano, della cui saga giovedì 29 maggio è uscita la nuova indagine “La piramide di fango” (Sellerio), abbiamo deciso comunque di incontrare il Commissario.
Alle 17.30, quindi, l'attore Michele Riondino, che interpreta in tv il Commissario Montalbano da giovane, e Francesco Bruni, sceneggiatore della serie, leggeranno due capitoli inediti dai nuovi racconti di Montalbano (in uscita a ottobre per Sellerio). A introdurre gli ospiti e questa nuova edizione di “Un'Altra Galassia – Anticaglia” sarà la scrittrice Valeria Parrella, tra gli organizzatori del Festival assieme a Rossella Milone, Francesco Raiola, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio.
Restano confermati tutti gli altri appuntamenti che si terranno nel complesso del Monastero delle Trentatré, in via Via Pisanelli 8 (Napoli - Anticaglia). Sabato, alle 19.30 nel Refettorio si svolgerà l'incontro con la poetessa Antonella Anedda, alle ore 21,00, invece, nelle Cantine del Monastero Elisabetta Rasy evocherà Anna Maria Ortese - in occasione del centenario dalla sua nascita – nell'appuntamento con le sedute spiritiche letterarie. Domenica alle 17 Francesco Piccolo incontrerà i lettori nel Refettorio, dove alle 18.30 ci sarà la conversazione con Sebastiano Vassalli.
Ci scusiamo per il disagio
L'Associazione “Un'Altra Galassia”
 
 

La Repubblica (ed. di Napoli), 31.5.2014
“Un’altra galassia” omaggio alla Ortese

Andrea Camilleri desiderava tanto dialogare con i lettori napoletani ma un piccolo malore l'ha trattenuto a Roma. Così lo scrittore ha dovuto declinare l'invito ricevuto da "Un'altra galassia", rassegna che oggi e domani brinderà alla letteratura, alla poesia e alla fantasia con eventi programmati lungo il Decumano maggiore. Se Camilleri non potrà raccontare le esperienze da regista avute al Mercadante né l'avventura in Rai accanto a Eduardo, dalle 17.30 al Monastero delle Trentatré in via Armanni — alle spalle del complesso degli Incurabili — arriveranno due suoi fan a raccontarne le storie. In particolare i retroscena di "La piramide di fango" (Sellerio), nuovo titolo della saga del commissario Montalbano. A interpretarne gli stralci il duo composto dall'attore Michele Riondino e dallo sceneggiatore e regista Francesco Bruni.
[…]
 
 

La Città di Salerno, 31.5.2014
Il costante invito a resistere

Grazie a un'iniziativa congiunta del Rotary Salerno Duomo e del Dipsum dell'Università di Salerno, diretto dal Prof. Martelli, mi sono trovato con Filippo Trotta, nipote del poeta e presidente della Fondazione Gatto, a raccontare Alfonso Gatto ai ragazzi di numerosi licei della nostra città. La nostra scelta è stata quella di mostrare, innanzitutto, l'uomo, di far conoscere la straordinaria figura di un intellettuale al centro del suo tempo, un maestro riconosciuto per personaggi quali Pasolini, Calvino o Camilleri. Siamo partiti proprio dall'omaggio di Andrea Camilleri che, oltre a ricordare in un'intervista a Trotta la sua amicizia con Gatto, il carattere "incazzuso" e il carisma del nostro poeta, ha scritto nella prefazione alla riedizione de Il capo sulla neve. Liriche della resistenza (a cura della Fondazione Gatto, Salerno, 2011): "Il Capo sulla neve è la più alta testimonianza della Resistenza che ci abbia mai dato la nostra poesia. Ma è soprattutto un atto di rivolta contro la natura umana offesa".
[…]
Giorgio Sica
 
 

 


 
Last modified Sunday, April, 02, 2017