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RASSEGNA STAMPA

NOVEMBRE 2016

 
Notte di zucchero, 1.11.2016



Programma teatrale
dalle 20:00 alle 23:00
Concetta Riguccio vedova Lo Russo
(Dal Birraio di Preston)
di Andrea Camilleri con Valeria Contadino
 
 

La Sicilia (ed. di Enna), 2.11.2016
Piazza Armerina
Gi studenti aiutano i morti a trovare la strada di casa

Piazza Armerina. «La notte che i morti persero la strada di casa» è un racconto di Andrea Camilleri che ha ispirato in singolare laboratorio teatrale della Media Cascino del comprensivo Falcone-Cascino. Sotto i riflettori grazie alla manifestazione «I giorni della luce», organizzata dalla Fidapa. la ricorrenza della festa dei morti, dimenticata dalle nuove generazioni, più propense a festeggiare Halloween. In questa occasione il gruppo di lavoro della Cascino ha portalo in scena una singolare rappresentazione, che ha unito letteratura contemporanea e teatro delle ombre accompagnati da un sottofondo musicale. «Ho scelto il brano di Camilleri -dice Carmela Laudani, docente di lettere - perché riassume perfettamente gli usi e i costumi dei siciliani nella notte tra il 31 ottobre e l'1 novembre, e perché riesce a trasmettere lo stato d'animo dei bambini di allora, durante questa ricorrenza». Alla fine del brano Camilleri fa anche una riflessione molto significativa sul legame che unisce Ì vivi ai defunti.
[...]
Esmeralda Rizzo
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 2.11.2016
“L’ispettore Lojacono è il mio omaggio a una terra che amo”

"La città del tutto e del contrario del tutto. Una pentola ribollente di passioni ed emozioni, che contiene il meglio del genio e dell'arte così come il peggio del degrado e della violenza». Parla così della sua Napoli, Maurizio De Giovanni, anche se questa descrizione sembrerebbe riconducibile a Palermo. «Non è un inganno, ma pura realtà - conferma lo scrittore - Palermo è la più simile a Napoli, sono città sorelle, sono le due grandi capitali del Meridione d'Italia, non può essere dimenticato».
[...]
Gian Mauro Costa, Santo Piazzese, Gaetano Savatteri, Simonetta Agnello Hornby sono scrittori amici: «Sono profondamente coinvolto in moltissime amicizie forti con tanti autori siciliani, ho avuto anche la fortuna di incontrare il Maestro: le figlie di Camilleri leggono i miei libri, e di questo incontro ho un ricordo meraviglioso. E poi Sciascia, l'archetipo, è il grande inventore del genere, è colui che fa comprendere come indagare il mistero sia alla base dell'indagine sulla natura umana. Tutto questo mi conferma l'opinione che la migliore gente di questo paese sia in Sicilia»
Sveva Alagna
 
 

TV program - Seznam.cz, 2.11.2016
Komisar Montalbano
Jednotka 3. listopad | 01:45 › 03:30
Krimiseriál It. (2001). (103 min)
Hrají:L. Zingaretti, K. Bohmová, G. Ielo, C. Bocci, R. Scarpa, A. Jnifen a další
 
 

La Sicilia (ed. di Agrigento), 4.11.2016
Libri
"La cappella di famiglia (e altre storie di Vigata)"
La raccolta, composta da otto racconti, appena pubblicata da Sellerio, è già tra i dieci libri più venduti in Italia

"L'ex luogotenenti Ricci-Gramitto ha prisintato sò soro Caterina a un compagno d'armi calibardino che si chiama Stefano Pirandello. I dù si fanno 'mmidiata simpatia...(... ). Nà poco d'anni appresso, dal matrimonio di Caterina e Stefano nascirà Luigi Pirandello". Sarebbe nata in via Atenea, durante una processione, l'amicizia sfociata in amore tra Caterina Ricci Gramitto e Stefano Pirandello. Almeno così scrive nel racconto intitolato "Lo stivale di Garibaldi", Andrea Camilleri in una delle otto novelle, ambientate tra 1'800 e il '900, che si leggono come un romanzo e che compongono la raccolta "La cappella di famiglia (e altre storie di Vigàta)". I racconti, pubblicati nella Collana "La memoria", rientrano nel quarto volume delle fortunate storie di Vigàta. Otto racconti che, appena pubblicati da Sellerio, sono già balzati al secondo posto in classifica tra i dieci libri più venduti in Italia. I racconti hanno per titolo : "Il duello è contagioso", "La cappella di famiglia", "Teresina", "Il palato assoluto", "La rettitudine fatta persona", "Il morto viaggiatore", "Lo stivale di Garibaldi" e "L'oro a Vigàta". I racconti racchiusi in un arco di tempo molto lungo, compreso fra il 1862 e il 1950 che, come scrive Salvatore Silvano Nigro nel risvolto di copertina, rappresentano "uno spinaio di furfanterie, sgangheratezze, deliramenti e intrighi d'amore: un intreccio di balordaggini pubbliche e di magnifiche stolidezze private". Poi, la storia che da il titolo al libro, "La cappella di famiglia" sembrerebbe perfetta per un'uscita in libreria il 2 Novembre, giorno dedicato tradizionalmente alla commemorazione dei defunti: nel cimitero vigatese di Camilleri infatti, va in scena una festosa sarabanda di tradimenti carnali e di danarosi contrasti familiari dove gioiscono ipicciliddri e perfino i morti pare s'addivirtuno. GIi accadimenti che caratterizzano gli altri racconti, passano da un'epidemia di duelli, ad un cimitero come luogo di seduzione; dalla storia di una popolana che diventa una signora a quella di un ingegnere con un palazzo fuori dal comune. E poi: la storia di un uomo retto, al di fuori di ogni possibile dubbio che però riserva sorprese. Infine, la storia di un uomo morto, che si troverà a vagare a lungo prima di trovare finalmente la propria pace. Vigàta palcoscenico di tutte le storie di Camilleri, è descritta come al solito, come un borgo cui avvengono strani casi, animata da personaggi percorsi da violente passioni e forte di un panorama di assoluta bellezza. Camilleri nello scrivere diverte e ci diverte ma non rinuncia mai a fare qualche piccola lezione di storia perché ogni racconto tratteggia un periodo e ce lo restituisce con maggiore vivacità e la precisione di un saggio. Quello di Andrea Camilleri, cittadino onorario di Girgenti, in sostanza, è per davvero un filone inesauribile!
Maria Rosso
 
 

Telkác.sk, 6.11.2016
Komisár Montalbano
Pôvodný názov: Il commissario Montalbano
Dlžka: 100 minút
Rok: 2013

Dalšie príbehy z volného cyklu kriminálnych príbehov s hlavným hrdinom komisárom Montalbanom, nekonvencným sicílskym komisárom. Taliansko (2005).
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 6.11.2016
Da Agrigento a Palazzo Sant'Elia una settimana con Dacia Maraini

Una settimana di incontri in Sicilia per Dacia Maraini. La scrittrice, che ha forti radici siciliane (mamma bagherese, adolescenza vissuta tra Bagheria e Palermo, un libro come "Bagheria") oggi è la protagonista della nuova tappa di "Paesaggi di mare", la rassegna letteraria itinerante curata da Antonella Ferrara con l'assessorato al Turismo, che alle 18 "ferma" al teatro Pirandello di Agrigento. Con lei ci saranno il giornalista Felice Cavallaro, l'attrice Lucia Sardo che che darà voce alle protagoniste della Maraini, e il Nello Toscano trio. Il tema è una frase di Andrea Camilleri "Cosa ti manca della Sicilia? U scrusciu du mari", e l'ultimo libro della scrittrice, "La bambina e il sognatore" che affronta il tema della scomparsa dei minori e che per la prima volta, dopo "Marianna Ucria", "Donna Lionora" e tante altre eroine, ha un protagonista maschile: un padre che ha perso la figlia.
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ANSA, 7.11.2016
Mazzotta, ora divento 'ndranghetista
Fazio 'tradisce' per Mediaset, ma poi torna su Rai1 e a teatro

Avete presente la bella faccia di Fazio, l'affidabile ispettore che annota i pizzini per il commissario Montalbano, quello che portereste a casa per il pranzo di Natale? Dimenticatelo! Ora è 'Solo', un'anima nera, una carogna, capace di atti immondi, traffici illeciti, narcotraffico, estorsioni. Peppino Mazzotta è tra i protagonisti della miniserie sulla 'ndrangheta targata Taodue, in onda su Canale 5 dal 9 novembre per quattro prime serate. L'attore calabrese che voleva fare l'architetto e si trovò sul palco, classe 1971, ha trovato la popolarità grazie al ruolo del fidato collaboratore di Montalbano, il commissario nato dalla penna di Andrea Camilleri, che rivedremo presto in due nuovi episodi al fianco del protagonista Luca Zingaretti su Rai1, anche se la sua prova più intensa resta probabilmente al cinema nel bellissimo film Anime Nere di Francesco Munzi.
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Difficile immaginare 'l'ispettore' separato dal commissario Salvo, da Mimì Augello (Cesare Bocci), ognuno per conto suo? Ad aprile tornerà sul set della serie nata dalla penna di Camilleri: "Probabilmente - racconta Mazzotta - gireremo fino a giugno gli ultimi due romanzi di Camilleri, ma ma non si sa mai".
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Tornando a Montalbano?
"Fazio è un personaggio che mi ha dato una grande popolarità, Salvo e gli altri sono stati per 17 anni di fatto la mia famiglia. Mi vedrete insieme a Luca Zingaretti, Cesare Bocci e gli altri in tv presto con le due nuove puntate su Rai1 che abbiamo girato in estate e poi torneremo sul set nel 2017 per i due nuovi episodi che andranno in onda nel 2018, credo questi romanzi saranno gli ultimi ma non si può mai dire". A gennaio, febbraio e marzo "sarò in tournée con una produzione del teatro stabile di Napoli con un testo che ho scritto, poi iniziamo riprese di Montalbano che credo andranno avanti fino a giugno".
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Nicoletta Tamberlich
 
 

La Sicilia, 8.11.2016
Schiavone ruvido eroe
Marco Giallini protagonista
«Il mio vicequestore ha capito che in questo mondo si muore»
Fuma le canne, ha il frigo sempre vuoto e «una visione del mondo fuori dagli schemi»

Roma. Salvo Montalbano, profondamente siciliano. Rocco Schiavone tipicamente romano. Il primo nato dalla mente di Andrea Camilleri. Il secondo da quella di Antonio Manzini. Uno ama la cucina. L’altro ha il frigo eternamente vuoto.Entrambi vivono i tormenti di una personalità complessa, ma se il commissario di Vigàta ha una donna che ha fatto fatica a tradire, il vicequestore fa i conti con una moglie morta per causa sua. I due scrittori hanno dato ai loro poliziotti tutti gli strumenti adatti per farmi amare dai lettori, Luca Zingaretti ha saputo conquistare anche i telespettatori, tanto che ormai lo stesso Camilleri non ha altro Montalbano all’infuori di lui. Ora toccherà a Mmarco Giallini, con il suo volto ruvido e scavato, far innamorare i lettori di Manzini del suo Schiavone.
[...]
Tiziana Leone
 
 

Booksblog.it, 9.11.2016
La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta, Andrea Camilleri
Il 101esimo [102esimo, NdCFC] libro dello scrittore di Porto Empedocle si svolge nell’immaginaria Vigàta, già teatro delle avventure del commissario Montalbano

I lettori di Andrea Camilleri hanno letto il nome di Vigàta decine di volte, i telespettatori che da anni seguono le vicende del commissario Montalbano interpretate da Luca Zingaretti la conoscono come le loro tasche.
Eppure una ricerca su Google Maps rischia di essere estremamente deludente. Perché Vigàta, località in provincia di Montelusa, non esiste o meglio non esiste con quel nome visto che la fantasia si àncora sempre a qualcosa di reale. Vigàta è un po’ come la Macondo di Gabriel Garcia Marquez o come le città invisibili di Italo Calvino.
A forza di intrecciare destini, Camilleri ha reso la cittadina siciliana familiare a tanti italiani, tanto che La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta, uscito da Sellerio alcuni giorni fa si è subito insediato nella top ten dei libri più venduti in Italia.
Non un romanzo, ma otto racconti vigatesi che abbracciano un arco temporale che va dal 1862 al 1950. A unirli è il “comune assoggettamento al regime della voce poderosa del narratore, che risuona dentro la scrittura”. L’ironia e la padronanza della lingua di un autore con 101 titoli all’attivo giocano la storia, con il ventennio nero, con il “Generalissimo” Garibaldi e con uno dei punti di riferimento della narrativa di Camilleri: Luigi Pirandello.
Davide Mazzocco
 
 

Quotidianodiragusa.it, 11.11.2016
Modica, Camilleri e Bufalino al Sabato letterario

Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, sono i protagonisti del terzo “sabato letterario” del Caffè Quasimodo di Modica, che si terrà al Palazzo della Cultura il prossimo 19 novembre, alle ore 17,30, nel quadro della XI Stagione culturale 2016-2017 del circolo modicano. A raccontare i due autori sarà lo scrittore ragusano Federico Guastella, che ha dedicato due interessanti saggi critici a Camilleri e Bufalino, pubblicati dall’editore Bonanno di Catania. La serata vedrà un intervento critico del prof. Salvatore Stella, che ha curato l’introduzione ai due saggi, mentre Domenico Pisana, Presidente del Caffè Quasimodo terrà una conversazione con Federico Guastella su alcuni aspetti essenziali dei due volumi.
Il Duo “Entr’Acte”, composto dal M° Lino Gatto alla chitarra e dal M° Giovanni Giaquinta al flauto, arricchirà la serata con alcuni intermezzi musicali, mentre Giorgio Sparacino e Assunta Adamo leggeranno brani tratti dalle opere di Camilleri e Bufalino.
“Federico Guastella – afferma Domenico Pisana – ci racconta un Camilleri “scrittore sociale”, e lo fa addentrandosi in una analisi certosina di ben 87 racconti dello scrittore agrigentino, facendo risaltare, all’interno di una circolarità fra il tragico e l’ironia, la realtà e l’apparenza, le sue ascendenze letterarie e l’universo linguistico-letterario dell’autore, confluito nel cosiddetto “ciclo di Montalbano. La stessa forza ermeneutica viene anche riversata nella lettura di Bufalino, interpretato nelle sue tecniche narrative e sapienziali, nei suoi affacci contenutistici e nelle preziosità linguistiche classicheggianti che ne disegnano i contorni più rilevanti all’interno di un quadro di vera sicilitudine”.
 
 

La Repubblica, 11.11.2016
Non solo fiction, su RaiDue il giallo è d'autore

Il vice questore arriva in ufficio e si fuma una canna (c'è già un'interrogazione parlamentare di Gasparri-Giovanardi- Quagliarello, i Tre Caballeros). Ma quello è il meno, se gli capita, si organizza con vecchi amici e distoglie droga sequestrata (ruba agli spacciatori). Per il resto è un fuoriclasse e risolve i casi, muovendosi da tardo detective alla noir francese.
Rocco Schiavone (RaiDue, stasera il secondo episodio, poi si prosegue il mercoledì) è la molto letteraria figura creata da Antonio Manzini che ha elaborato una sorta di Montalbano alla rovescia, un trasteverino deportato per punizione dei poteri forti in Val d'Aosta dove si muove goffo, anarchico, irresistibile e parecchio scomposto. Marco Giallini è nato per interpretarlo e non si sono lasciati sfuggire l'occasione (Michele Soavi in regia). Per la fiction di genere Rai è un gran passaggio, ottenuto mettendo solo in fila l'alfabeto minimo del giallo d'autore oggi.
Antonio Dipollina
 
 

InchiostrOnline, 11.11.2016
Successo su RAI 2
Il 'caso' Schiavone
L'anti-Montalbano

Dopo il "caso Montalbano" che ha decretato il tardivo ma strepitoso successo di Andrea Camilleri, un'altra galassia letteraria sbarca e sbanca in TV, per la gioia della nuova Raidue targata Ilaria Dallatana. Tre milioni e 625mila spettatori, con il 14,4 per cento di share: è il dato che testimonia il successo di"Rocco Schiavone", poliziesco all'italiana "sui generis" che questa sera punta al bis. "Colpevole" di lesa maestà verso l'eroe di Vigata, anche questa volta, la casa editrice Sellerio. Peccatrice la penna di Antonio Manzini (efficace ma non invasivo nella costruzione della sceneggiatura), "imputati" sul set la regia di un navigato Michele Soavi, al timone di un cast in cui spicca Marco Giallini.
[...]
Davide Uccella
 
 

la Lettura - Corriere della Sera, 13.11.2016
Speciale BookCity
Montalbano, je suis
Tradurre l'intraducibile

Ventitré studenti del Master di editoria del Collegio Santa Caterina di Pavia hanno analizzato altrettanti autori italiani o stranieri individuando specifiche difficoltà nelle migrazioni di parole e frasi da una lingua alla'altra, approcci interpretativi e diversi esiti. Tra le sfide più interessanti, in parte riportate nel grafico qui sotto, i testi di Murakami, i versi di Emily Dickinson, le espressioni idiomatiche di Pennac rese con dialettismi e gerghi regionali, il vocabolario di Camilleri

Se in Italia leggiamo Rodari, Camilleri o Leopardi, per quanto il mondo a testa in giù delle favole, i dialettismi rari, la distanza nel tempo del poeta ci siano poco familiari, siamo comunque in grado di coglierne il senso o il tono, perché ne condividiamo la lingua o i punti di riferimento. Se non sappiamo che Vigata non esiste, sappiamo più o meno cosa sono e che sapore hanno le arancine di riso.
Diverso è il caso di un lettore straniero davanti al «Montalbano sono» del commissario di Camilleri. Così come un italiano non ha familiarità con la «caccia all'oca selvatica» degli inglesi e non afferra la sfumatura di assurdo che c'è in una wild-goose chase, «ricerca senza speranza». Tocca quindi al traduttore far sì che il lettore sia a proprio agio tra le pagine come se fossero scritte non solo con il suo vocabolario, ma anche con il senso e l'uso, il sapore, cui è abituato. Anche tradire, per essere fedele. Ma tradire, come?
Montalbano, sarei
Nel libro Echi da Babele, 23 studenti del Master di editoria del Collegio Santa Caterina di Pavia hanno analizzato altrettanti autori italiani e stranieri, individuando le specifiche difficoltà di traduzione — non solo linguistiche: anche problemi come il rischio fatwa per i traduttori di Rushdie e così via — e le diverse soluzioni. Ne viene un'immagine vivida: la traduzione è vivace come il mondo, inventa novità, conosce i costumi, si tiene aggiornata e si adatta perfino alla cronaca (nera) di tutti i giorni.
Cominciamo con Camilleri, di cui nel libro si è occupato Flavio Mainetti. «Da appassionato — spiega Mainetti, 27 anni, libraio che dopo il master vuole diventare traduttore — ho pensato alla difficoltà di rendere la scrittura di Camilleri in Francia: è tradotto da cinque persone diverse, tra cui Serge Quadruppani, che si è occupato di Montalbano. Se in Italia il regionalismo è stato riscoperto come un patrimonio, in Francia il forte centralismo non farebbe avvertire la lingua di Montalbano come una ricchezza, ma come un tratto negativo. Quadruppani invece vuol riproporre il suono, la parlata di Montalbano e dei suoi, e allora forza il francese. Lui traduce "Montalbano sono" con Montalbano je suis, che in francese è impensabile, un azzardo, non si può dire. Eppure funziona». Non è siciliano, ma rende bene il piglio di un eroe pacato e roccioso.
[...]
Ida Bozzi
 
 

Il Mattino, 14.11.2016
L'intervista
«Quanta cecità per il Sud postunitario»
Camilleri e i racconti di «La cappella di famiglia»: «Così sfoglio il mio album della memoria»
Cliccare qui per l'articolo
Francesco Mannoni
 
 

La Nuova Sardegna, 14.11.2016
Il romanzo
La reliquia di Garibaldi e un fidanzamento in Sicilia
"La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta", nuovo lavoro di Andrea Camilleri
Un narratore abilissimo che dà sempre il meglio di sé partendo dalla cronaca
Cliccare qui per l'articolo
Alessandro Marongiu
 
 

Viterbo News 24, 14.11.2016
Camilleri ad alta voce 2.0, terzo e ultimo appuntamento
Giovedì 24 novembre alle ore 17,30

Viterbo - ''Giovedì 24 novembre - scrive Elena Dominici, presidente Uici Viterbo - alle ore 17,30 presso la Sala Cardarelli della Biblioteca Anselmi di Viterbo, Viale Trento n. 18/E, Antonello Ricci e Pietro Benedetti racconteranno ad alta voce il libro 'La rizzagliata'.
Qui di seguito riportiamo uno stralcio tratto dalla quarta di copertina di Salvatore Silvano Nigro : 'La giostra che la politica fa intorno al cadavere di una studentessa assassinata e al fidanzato raggiunto da un avviso di garanzia, viene seguita e assecondata, dal direttore del telegiornale isolano. Qualcuno, in alto, ha lanciato il rezzàglio, la rete da pesca. E ha tirato il bottino che gli premeva…'.
Ricordiamo - spiega la presidente - che questa iniziativa rientra nelle attività di autofinanziamento che questa sezione attua per garantire la continuità dei servizi a favore dei non vedenti. L’ingresso ha il costo di € 10,00 e comprende la partecipazione all’evento, e il libro 'La rizzagliata'.
Ringraziamo infine il presidente del Consorzio Biblioteche della Provincia di Viterbo, Paolo Pelliccia, per aver reso nuovamente possibile questa bella esperienza. Vi aspettiamo!''.
 
 

Siracusa News, 15.11.2016
Siracusa, il libro della settimana: "La Cappella di famiglia e altre storie di Vigata " di Andrea Camilleri

La prolifica mente di Andrea Camilleri, che negli anni ci ha straviziati concedendoci il lusso di meravigliose letture, torna a lasciarci sbirciare ancora una volta fra i vicoli e le memorie di una lontana Vigata, cittadina immaginaria pensata molti anni fa, per accogliere la vita e le avventure dell'oramai famosissimo Commissario Montalbano.
Fra profumi e sapori, segreti e morti, pettegolezzi, tradimenti, amori e furfanti, si attraversa nel "La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta", edito da Sellerio, quasi un secolo di storia a partire dal 1862 fino ad arrivare al 1950.
Otto racconti dal sapore retrò, per il quarto volume dedicato alle storie della cittadina siciliana, pronti ad irretirci ed affascinarci ancora una volta. Divertente, intelligente e sorprendente come sempre.
Iole Sonnini
 
 

La Repubblica (ed. di Milano), 15.11.2016
Orgoglio gay

Luca Zingaretti è un testardo. Anzi «un tignoso», come dice lui, che dà «il meglio quando va controcorrente ». Nel caso specifico, si tratta di un testo, The pride, dell'inglese di origine greca Alexi Kaye Campbell. «Bellissimo, ma non lo voleva fare nessuno. Tutti a darmi del matto, ma sono andati avanti. Lo produco, lo dirigo e lo interpreto». In scena con Valeria Milillo, Maurizio Lombardi e Alex Cendron, è Philip, protagonista di due storie ambientate a Londra in epoche diverse, 1958 e 2016, che si intrecciano in un sistema di rimandi e dissolvenze incrociate. Nella prima è un agente immobiliare sposato con Sylvia, nella seconda un fotoreporter che lascia il suo fidanzato, in entrambe è gay.
[...]
Sta facendo parecchio teatro. Un modo per "liberarsi" di Montalbano?
«Montalbano non mi è mai andato stretto, lo farò finché mi divertirò. Devono ancora andare in onda due puntate già girate, ma a conti fatti mi impegna molto meno di quanto sembri. Il problema semmai è della Rai, che continua a riproporlo in modo indiscriminato. Una televisione sana, per cui si paga il canone, non dovrebbe far vedere sempre le stesse cose. Quanto al teatro, è il primo amore. L'ho lasciato per qualche anno perché incompatibile con i tempi del cinema e della tv. Ma adesso che l'ho ritrovato non ci rinuncio».
[...]
Sara Chiappori
 
 

L'Unione Sarda, 17.11.2016
Cultura
L'intervista esclusiva su L'Unione: Camilleri si racconta

«Per carità - ammonisce - non identificate mai l’autore con i suoi racconti. Non c’è nulla nei miei scritti, anche quando fingo che ci sia qualcosa di autobiografico, che sia realmente autobiografico». La scuola di Pirandello si ripropone continuamente in Andrea Camilleri, sempre più “Uno, nessuno e centomila” nello scorrere del tempo e della sua inesauribile vena letteraria, che su L’Unione Sarda di venerdì si confessa in un’intervista in esclusiva.
Il maestro siciliano svela ai nostri lettori: «Il prossimo Montalbano uscirà a fine maggio dell’anno prossimo. Il titolo è “La rete di protezione”, l’ho scritto più di due anni fa, altro non vorrei dire»
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.11.2016
"Sono sensibile alla bellezza di questi luoghi, qui c'è molto materiale letterario. Brancati e Sciascia importanti per me"

I fantasmi di Casa Cuseni hanno stregato anche lui. Quello scrigno di Taormina che visitò due anni fa quando fu ospite di Taobuk ha raccontato anche a Luis Sepulveda le storie di artisti e scrittori che passarono dalla casa-museo. E così lo scrittore cileno, oggi a Catania protagonista della rassegna letteraria "Paesaggi di mare" curata da Antonella Ferrara, annuncia che sì, un racconto ambientato a Taormina è possibile.
[...]
Lei ha sempre detto che gli scrittori che l'hanno ispirata sono stati Hemingway e Melville, ma c'è un autore siciliano che l'ha affascinata?
«Sono molti gli autori siciliani presenti nella mia formazione di scrittori: posso menzionare Pirandello, Brancati, Sciascia, Bufalino, e naturalmente sono un ammiratore di Camilleri».
[...]
Mario Di Caro
 
 

BlogSicilia, 17.11.2016
Termini Imerese, assolto commissario Montalbano dall’accusa di maltrattamenti

“La sua condotta mancava ogni forma di violenza o minaccia”. E’ questa la motivazione della sentenza con cui il giudice monocratico del tribunale Claudia Camilleri di Termini Imerese ha assolto il commissario della Polizia Municipale di Termini Imerese Saverio Montalbano accusato di maltrattamenti in famiglia ai danni dell’ex vice comandante della Polizia Municipale Francesco Paolo Pileri. Camilleri giudice e Montalbano commissario ci rimandano al Camilleri scrittore dei romanzi che hanno per protagonista sempre un commissario Montalbano, diventato famoso grazie all’interpretazione televisiva del bravissimo Luca Zingaretti.
 
 

L'Unione Sarda, 18.11.2016
Incontri. Faccia a faccia con il maestro siciliano
Il Re di Vigàta: «Sono un uomo senza nostalgie»
Andrea Camilleri si racconta e svela: «A maggio il prossimo Montalbano. Il titolo sarà "la rete di protezione"»
L'isola. «Ho abbandonato la Sicilia a metà del secolo scorso: era esattamente 67 anni fa»

«Per carità - ammonisce - non identificate mai l'autore con i suoi racconti. Non c'è nulla nei miei scritti, anche quando fingo che ci sia qualcosa di autobiografico, che sia realmente autobiografico». La scuola di Pirandello si ripropone continuamente in Andrea Camilleri, sempre più "Uno, nessuno e centomila" nello scorrere del tempo e della sua inesauribile vena letteraria.
E anche se Montalbano non c'è nelle storie che racconta nel suo ultimo libro (il centunesimo [centoduesimo, NdCFC] della sua produzione), "La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta" (Sellerio), la magia della sua scrittura supplisce brillantemente all'assenza e le vicende che racconta tra il tragico e il grottesco, hanno il sapore profondo di un'epoca trapassata nel tempo ma non nella mente e nei comportamenti degli uomini. Che sono il solito grumo d'orgogli e di menzogne, di finte e travestimenti, emozioni represse e sentimenti avviliti oltre i quali si proietta l'istinto d'una società che col sussurro e col pettegolezzo semina la zizzania della maldi-cenza. E così poveri in canna, nobili decaduti, borghesi prepotenti, militari in disarmo, donne aureolate e altre vilipese, si confrontano in situazioni che fanno lacrimare e sorridere. E Camilleri, che sa bene come far muovere i suoi personaggi sul fondale senza tempo di una Sicilia illimitata, negli otto racconti che compongono il libro, orchestra la commedia della vita in tutti i suoi risvolti tragici.
"La cappella di famiglia", il racconto che titola il libro, è uno splendido romanzo grottesco che esprime in più modi una Sicilia autentica tanto che certi racconti fanno intuire in lei un po' di nostalgia. Che cosa rimpiange di più del passato lontano e di quello della sua infanzia e adolescenza in Sicilia?
«Mi trovo sinceramente in difficoltà a rispondere alla sua domanda perché non ho né nostalgie né grandi rimpianti, perlomeno non in modo consapevole. Il mio è un oggettivo esercizio di memoria dal quale nascono occasioni narrative che io stesso modifico di volta in volta, secondo le mie esigenze e secondo uno stile che sta tra il grottesco e il picaresco, di risfogliare l'album, appunto, della memoria. Quindi se la nostalgia significa una sorta di elegia per il tempo passato, è un sentimento che io non nutro. Lo racconto, a modo mio deformandolo, perché ha fatto parte del mio vissuto ma non vado oltre, non mi piacerebbe certo ritrovarmi al tempo del fascismo o di una Sicilia estremamente arretrata e ristretta solo alle sue millenarie debolezze, lo sono veramente un uomo privo di rimpianti».
Ma vivendo a Roma, non le manca il profumo del paese, le usanze e le abitudini locali che spesso sono base d'una identità più specifica per ognuno di noi?
«Certo che mi manca, come a tutti gli emigranti. Talvolta ho desiderio di rivedere e risentire il mio paese, cerco di farlo nella memoria, ma deve tenere presente che gran parte della mia vita si è svolta a Roma. Io ho abbandonato la Sicilia a metà del secolo scorso: esattamente 67 anni fa».
Qual è la reale metafora del racconto "Il duello è contagioso" basato sullo scandalo della contessa Trigona, uccisa a Roma dal suo amante nel 1911?
«Non c'è nessun retro pensiero sociale: è solo un gioco combinatorio che si basa appunto sulle pubbliche virtù e i vizi segreti, sui risentimenti inespressi, sui pretesti più semplici per sfogare antiche faide e nuove discrepanze. Poi, essendo stato un amante delle armi, mi divertiva farli duellare».
Nel racconto "Lo stivale di Garibaldi" lei fa un efficace ritratto della Sicilia post unitaria piuttosto desolante. Tanto disinteresse nei confronti di una terra eccezionale sono il sintomo d'una situazione che, anche ai nostri giorni, mostra molte insanabili storture?
«Basta rifarsi alla storia. Nel 1860 quando c'è l'annessione, i siciliani che votano positivamente per il Regno d'Italia sono oltre 450mila, quelli che sono contrari non raggiungono i 700 voti; quindi l'Italia unita è stata accolta con grandissimo entusiasmo dai siciliani. Senonché tre anni dopo veniva proclamato lo stato d'assedio e doveva intervenire l'esercito per reprimere le rivolte antiunitarie scoppiate in tutta l'Isola. Ecco, in quei tre anni il governo unitario non fece altro che prendere provvedimenti devastanti per il Sud con una cecità e una stupidità, me lo si lasci dire, assolute le cui conseguenze stiamo ancora oggi a pagare».
In tutu gli otto racconti la sua capacità letteraria trasforma in favola anche la tragedia. Le sue storie sono sempre una lettura, una interpretazione della vita?
«Sì, sicuramente sì. Direi che i miei racconti sono dei teatrini dove i personaggi interpretano la loro esistenza secondo la mia direzione artistica».
Su che cosa indaga Montalbano in questi ultimi tempi? Quando una sua nuova inchiesta in libreria? Qualche accenno sulla stessa?
«Il prossimo Montalbano uscirà a fine maggio dell'anno prossimo. Il titolo è "La rete di protezione", l'ho scritto più di due anni fa, altro non vorrei dire».
Francesco Mannoni
 
 

Corriere della Sera, 18.11.2016 (in edicola il 19.11.2016)
Italiani
Camileri e i 91 anni: «Io, quasi cieco Andrò a votare No»
«Gli scontri con Sciascia la mia vita da cieco e il No al referendum»
Lo scrittore: a volte ho paura del buio, quando sarà il momento vorrei l’eutanasia. Io le riforme le voglio: ma questa è pasticciata

Novantun anni, 102 libri, 26 milioni di copie solo in Italia: Andrea Camilleri è lo scrittore più importante che abbiamo. «Vorrei l’eutanasia, quando sarà il momento. La morte non mi fa paura. Ma dopo non c’è niente. E niente di me resterà: sarò dimenticato, come sono stati dimenticati scrittori molto più grandi. E quindi mi viene voglia di prendere il viagra, di ringiovanire, pur di vivere ancora qualche anno, e vedere come va a finire. Vedere che presidente sarà Trump: uno tsunami mondiale, un Berlusconi moltiplicato per diecimila. E vedere cosa sarà del mio Paese».
Il voto sulle riforme
«A guardare l’Italia ridotta così, mi sento in colpa. Avrei voluto fare di più, impegnarmi di più. Nel Dopoguerra ci siamo combattuti duramente, ma avevamo lo stesso scopo: rimettere in piedi il Paese. Oggi quello spirito è scomparso». Renzi non è un buon presidente del Consiglio? «No. È un giocatore avventato e supponente. Mi fa paura quando racconta balle: ad esempio che il futuro dei nostri figli dipende dal referendum. Mi pare un gigantesco diversivo per realizzare un altro disegno». Quale? «Mi sfugge, ma c’è». Al referendum andrà a votare? «Pur di votare No mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti». Spera nei Cinque Stelle? «Non mi interessano. Non ci credo. Mi ricordano l’Uomo Qualunque: Grillo è Guglielmo Giannini con Internet. Nascono dal discredito della politica, ma non hanno retto alla prova dei fatti: Pizzarotti è stato espulso dal movimento; la Raggi non mi pare stia facendo grandi cose». Se vince il No cosa succede? «Entra in campo Mattarella. Che si comporterà bene; perché è un gran galantuomo».
Il padre fascista e Montalbano
«Galantuomo era mio padre Giuseppe, anche se avevamo idee politiche opposte. Lui aveva fatto tutta la Grande guerra nella brigata Sassari. Adorava il suo comandante: Emilio Lussu. Vide morire Filippo Corridoni. Poi divenne fascista e fece la marcia su Roma. Però quando il mio compagno Filippo Pera mi disse che non sarebbe più venuto a scuola perché era ebreo, mio padre si indignò: “È una sciocchezza che il Duce fa per il suo amico Hitler”. Lealtà, fedeltà alla parola data, ironia, arte di guardare oltre le cose: sotto molti aspetti Montalbano è il ritratto di papà. Fu mia moglie Rosetta a farmelo notare. I padri si innamorano sempre un po’ delle mogli dei figli; e Rosetta a lui ha voluto molto bene».
«Il matrimonio dei miei genitori era stato combinato. Nozze di zolfo, toccate anche a Pirandello: gli zolfatari facevano sposare i loro eredi per concentrare la proprietà, e ritardare il fallimento cui erano condannati. Però il matrimonio dei miei era riuscito. Quando mio padre morì, Turiddu Hamel, il sarto, si inchinò al passaggio della bara. Hamel era l’antifascista del paese. Mi raccontò che, quando stava morendo di fame perché entrava e usciva dal carcere, papà gli aveva commissionato una divisa nera: “E sia chiaro che non lo faccio per sfregio…”. “To patri sapiva campari” mi disse il vecchio sarto: Giuseppe Camilleri sapeva vivere».
La guerra di casa
«Anche io sono stato fascista. Avevo sedici anni quando il Duce annunciò la guerra: ascoltai il discorso dagli altoparlanti in piazza. Tornai a casa entusiasta, e trovai nonna Elvira e nonna Carolina in lacrime. Tutte e due avevano perso un figlio nelle trincee: “A guerra sempre tinta è”, la guerra è sempre cattiva. Anche mio padre la conosceva. E conosceva gli inglesi».
«Il primo a dirmi che in realtà ero comunista fu il vescovo di Agrigento, Giovanbattista Peruzzo, piemontese di Alessandria. Leggevo le firme delle riviste del Guf, Mario Alicata, Pietro Ingrao, e mi riconoscevo. Ma la vera svolta fu un libro, che mi fece venire la febbre e mi aprì gli occhi: La condizione umana di Malraux».
«Nell’estate del ’42 andai a Firenze al raduno della gioventù fascista. C’era il capo della Hitler Jugend, Baldur von Schirach, venuto ad annunciare l’Europa di domani: un’enorme caserma, con un unico vangelo, il Mein Kampf. C’erano ragazzi e ragazze di tutta l’Europa occupata: Francia, Spagna, Polonia, Ungheria; le ungheresi erano bellissime, facemmo amicizia parlando latino. Sul fondale c’era un’enorme bandiera tedesca. Protestai: “Siamo in Italia!”. Così issarono anche un tricolore. Ma Pavolini mi individuò tra la folla, mi chiamò, e mi rifilò un terribile càvucio nei cabasisi: insomma, un calcio nelle palle. Finii in ospedale. Il prefetto, che era amico di mio padre, mi fece trasferire in una clinica privata, nel caso che Pavolini mi avesse cercato».
Lo sbarco in Sicilia
«Fui richiamato il primo luglio 1943. Mi presentai alla base navale di Augusta e chiesi la divisa. “Quale divisa?”. Mi mandarono a spalare macerie in pantaloncini, maglietta, sandali e fascia con la scritta Crem: Corpo reale equipaggi marittimi. La mia guerra durò nove giorni. Nella notte dell’8 luglio il compagno che dormiva nel letto a castello accanto al mio sussurrò: “Stanno sbarcando”. Uscii sotto le bombe, buttai la fascia, tentai l’autostop: incredibilmente un camion si fermò. Arrivai così a Serradifalco, nella villa con la grande pistacchiera dove erano sfollate le donne di famiglia. Zia Giovannina fece chiudere i cancelli e mettere i catenacci: “Qui la guerra non deve entrare!”. Arrivarono gli americani e abbatterono tutto con i carri armati».
«In testa c’era un generale su una jeep guidata da un negro. Passando vide una croce, là dove i tedeschi avevano sepolto un camerata fatto a pezzi da una scheggia. Il generale battè con le nocche sull’elmetto del negro, e la jeep si fermò. Prese la croce, la spezzò, la gettò via. Poi diede altri due colpi sull’elmetto, e la jeep ripartì. Sfilarono altri sedici uomini. Io ero annichilito dalla paura. L’ultimo mi sorrise e mi parlò: “Ce l’hai tanticchia d’olio, paisà? Agghio cogliuto l’insalatedda…”. Erano tutti siciliani. Mi sciolsi in un pianto dirotto, e andai a prendere l’olio per l’insalata. Poi chiesi chi fosse l’uomo sulla jeep. Mi risposero: “Chisto è o mejo generale che avemo; ma como omo è fitusu. S’acchiama Patton”».
I litigi con Sciascia
«Noi comunisti siciliani le elezioni le avevamo vinte. Alle Regionali dell’aprile 1947 il Blocco del popolo prese 200 mila voti più della Dc. Il Primo maggio mi ritrovai con gli amici a festeggiare, e mi ubriacai. Arrivò la notizia di Portella della Ginestra: gli agrari avevano fatto sparare sui compagni. Vomitai tutto. Da allora non ho più toccato un goccio di vino».
«Leonardo Sciascia era di un anticomunismo viscerale. Eravamo molto amici, ma abbiamo litigato come pazzi. Nei giorni del sequestro Moro lui e Guttuso andarono da Berlinguer e lo trovarono distrutto: Kgb e Cia, disse, erano d’accordo nel volere la morte del prigioniero. Sciascia lo scrisse. Berlinguer smentì, e Guttuso diede ragione a Berlinguer. Io mi schierai con Renato: era nella direzione del Pci, cos’altro poteva fare? Leonardo la prese malissimo: “Tutti uguali voiauti comunisti, il partito viene prima della verità e dell’amicizia!”».
«Un’altra cosa non mi convinceva di Sciascia. Nei suoi libri a volte rendeva la mafia simpatica. A teatro gli spettatori applaudivano, quando nel Giorno della civetta don Mariano distingue tra “uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà”. Leonardo mi chiedeva: ma perché applaudono? “Perché hai sbagliato” gli rispondevo. Altre volte rendeva la mafia affascinante. “Lei è un uomo” fa dire a don Mariano. Ma la mafia non ti elogia, la mafia ti uccide; per questo di mafia ho scritto pochissimo, perché non voglio darle nobiltà. Eppure a Leonardo ho voluto un bene dell’anima. Andavo di continuo a rileggere i suoi libri. Per me erano come un elettrauto: mi ricaricavano».
La cecità
«Da quando sono diventato cieco, i pensieri tinti mi visitano più spesso. Cerco di scartarli; però tornano. A volte mi viene la paura del buio, come da bambino. Una paura fisica, irrazionale. Allora mi alzo e a tentoni corro di là, da mia moglie. Per fortuna ho Valentina, cui detto i libri: è l’unica che sa scrivere nella lingua di Montalbano, anche se è abruzzese. Fino a poco fa vedevo ancora le ombre. Sono felice di aver fatto in tempo a indovinare il viso della mia pronipote, Matilde. Ora ha tre anni, è cresciuta, mi dicono che è bellissima, ma io non la vedo più. Di notte però riesco a ricostruire le immagini. L’altra sera mi sono ricordato la Flagellazione di Piero della Francesca. Ho pensato all’ultima volta che l’ho vista, a Urbino — aprirono il Castello apposta per me —, e l’ho rimessa insieme pezzo a pezzo. È stato meraviglioso».
Aldo Cazzullo
 
 

La Sicilia, 18.11.2016
Milano. Domani sera al BookCity
Tributo a Nigro
Camilleri laurea il professore che va a riposo

«Sotto le mentite spoglie di un docente si cela un intelligente e dotatissimo investigatore, superiore al mio Montalbano».

Milano. Serata d'eccezione, quella di domani, presso il Laboratorio Formentini (alle 19 in punto) dove il bel mondo dell'editoria italiana si radunerà per festeggiare Salvatore Silvano Nigro che, a settant'anni compiuti, lascia la libera docenza per dedicarsi a tempo pieno al lavoro di ricerca e all'attività, già svolta in questi anni per Sellerio, di consulente editoriale. All'iniziativa, ideata e promossa dalla Fondazione Mondadori all'interno del BookCity, prenderanno parte, oltre all'editore Antonio Sellerio - erede della grande, indimenticata Elvira -, alcuni fra i maggiori colleghi di Nigro: tra i quali, Ermanno Paccagnini e Salvatore Carrubba.
Nato a Carlentini e formatosi accademicamente a Catania, dopo aver insegnato letteratura italiana nei più rinomati college universitari di qua e di là dell'Atlantico (dalla Normale di Pisa a Harvard e a Yale), Nigro è stato chiamato a coronare idealmente la carriera al Politecnico di Zurigo, dove quest'anno occupa ad honorem la cattedra che fu di Francesco De Sanctis: «Benché tutti mi dicessero un tempo, e ancora mi ripetono, che sarei un fiero antistoricista», commenta con una punta di civetteria.
Proprio a De Sanctis è intitolato,del reto, il premio prestigioso che gli verrà consegnato il 15 dicembre prossimo in Parlamento per la sua più recente fatica di saggista: quelle Estrosità rigorose di un consulente editoriale (Adelphi), dedicato alle rabdomantiche schede confezionate da Giorgio Manganelli per i massimi editori italiani: un giacimento pressoché sconosciuto anche agli addetti ai lavori,e che non poco successo ha riscosso in questi ultimi mesi anche presso un pubblico di lettori non strettamente specializzato.
Non tutti, però, conoscono uno degli aspetti più intriganti della versatile personalità di Nigro. Da almeno un decennio egli è l'autore dei risvolti di copertina dei romanzi e dei racconti di Andrea Camilleri: forse lo scrittore più amato dagli italiani sotto tutte le latitudini e iper-tradotto all'estero. Fra i due si è stabilito con il tempo non solo un proficuo rapporto di collaborazione, ma anche un'amicizia aperta e sincera, condita simpaticamente dalle rispettive burbanze e idiosincrasie.
Proprio Camilleri, perciò, impedito per ragioni di salute a presenziare alla cerimonia meneghina, ha inteso tributare al suo "risvoltista" l'omaggio più affettuoso, lusinghiero e affabile tramite un video di poco più di sei minuti che tutti si aspettano di vedere e di ascoltare come la vera chicca della serata. Sarà un'autentica sorpresa, la ciliegina sulla torta. Basterà dire qui, per non guastare l'aspettativa di quanti saranno presenti all'incontro, che con il suo inconfondibile timbro di voce arrochito dalle sigarette accese e spente a ripetizione, Camilleri vi sviluppa alla sua maniera di gran teatrante un concetto che chiunque conosca almeno un paio dei libri di Nigro (la manzoniana Tabacchiera o il brillante esquisse sul Pontormo, per citare i primi che ci tornano in mente) non durerà fatica a sottoscrivere: «Sotto le mentite spoglie di un docente universitario, Salvatore Silvano è in realtà un intelligente e dotatissimo investigatore, di gran lunga superiore al mio Montalbano».
GIU. TE.
 
 

Mauxa, 18.11.2016
L'indagine nelle serie tv: un processo in continua evoluzione
Da "Il commissario Montalbano" a "Squadra Antimafia", le diverse espressioni del racconto investigativo.

Con questo articolo apriamo una rubrica su come l'indagine è rappresentata nelle serie televisive.
Divenuto uno degli aspetti centrali delle fiction poliziesche italiane ed estere, il tema dell'investigazione è oggetto di un processo d'evoluzione che riguarda le modalità con le quali si determina la figura del "colpevole".
In Italia molte serie si concentrano particolarmente su un unico investigatore. È il caso de "Il commissario Montalbano", la cui trama è focalizzata su un protagonista costruito per risultare estremamente affidabile e dotato di intuito e abilità che gli consentono di risolvere i casi anche in solitudine. La narrazione lascia emergere una stile investigativo soggettivo e collegato a un singolo personaggio.
[...]
"Una faccenda delicata", andato in onda su Rai 1 nel febbraio 2016, si apre con il delitto di un’anziana prostituta. Montalbano ritorna nel commissariato di Vigata e inizia a indagare su quanto accaduto, aiutato dai suoi storici collaboratori Mimi Augello e Fazio. Il personaggio conferma immediatamente la sua abilità di ottenere facilmente preziose informazioni. Incontra Teresita, amica e vicina dell’assassinata, riuscendo a farle ricordare un'importante dettaglio sulla vittima che era sfuggito al suo collega Augello. Grazie alle varie testimonianze raccolte dal protagonista e ai diversi luoghi visitati alla ricerca di prove perfino gli spettatori occasionali possono essere coinvolti nel racconto e ipotizzare il responsabile del delitto. Il finale mostra il grande intuito di Montalbano, il quale riesce a capire chi è il vero colpevole e per fargli confessare l'omicidio inventa il testo di una lettera che la vittima non ha mai scritto e che riassume l’esito della sua indagine. La linea narrativa orizzontale segue i diversi personaggi nel corso di un'intera stagione, racconta le loro relazioni personali (come il rapporto tra Montalbano e la sua compagna Livia) e delinea la loro personalità (come l'atteggiamento da casanova di Mimi).
[...]
Luigi Spezzi
 
 

Bookcity Milano
19 novembre 2016
ore 19:00
L'editore professore. Omaggio a Salvatore Silvano Nigro
Con Mariarosa Bricchi, Andrea Camilleri, Gianni Canova, Salvatore Carrubba, Ermanno Paccagnini, Giorgio Pinotti, Antonio Sellerio e Angelo Stella

Intervengono Gianni Canova e Salvatore Carrubba (Iulm), Angelo Stella (presidente di Casa Manzoni), Andrea Camilleri (con una video-intervista), Ermanno Paccagnini (Università Cattolica), Maria Rosa Bricchi (editor), Giorgio Pinotti (Adelphi), Antonio Sellerio (editore). L’evento è realizzato in collaborazione con la Fondazione Mondadori e Casa Manzoni. Segue un aperitivo.
Laboratorio Formentini per l'Editoria
via Formentini 10, Milano
 

Avvenire, 19.11.2016
Opzione zero
Il caso Montalbano e la forza della (buona) tv

A volte capita che la tv italiana, spesso criticata per la bassa qualità della programmazione e per il suo provincialismo, ci sorprenda e realizzi inaspettati "miracoli". Un caso emblematico da questo punto di vista riguarda la grande scoperta – da parte del turismo internazionale di qualità – delle città barocche del Sud-Est della Sicilia e delle sue splendide coste, come rileva un recentissimo rapporto del Censis. Perché l'area che comprende i tesori barocchi di Noto, Scicli e Modica e le spiagge di Marina di Ragusa, Sampieri, Ispica e Capo Passero, prima considerata «Sicilia minore» e frequentata solo dal turismo locale, è diventata negli ultimi anni una straordinaria attrazione turistica per americani, tedeschi, francesi e perfino asiatici: +60% di presenze turistiche estere tra il 2010 e il 2015, con una permanenza media (molto alta) di quasi 5 giorni.
Secondo la versione che passerà alla storia, tutto iniziò nel 2002 con l'inclusione delle città barocche del Sud-Est della Sicilia nella lista Unesco dei siti patrimonio dell'umanità. In realtà, il boom risale agli ultimi anni e ha una ragione diversa: il successo in tutto il mondo della fiction Rai dedicata al "Commissario Montalbano", versione televisiva dei romanzi di Camilleri, una delle pochissime produzioni dell'azienda pubblica i cui diritti sono stati venduti in ogni angolo del globo, dagli Stati Uniti alla Russia, dal Regno Unito al Giappone.
Dalla primavera all'autunno, i turisti che oggi affollano l'area del Ragusano si trasformano spesso in "pellegrini" in visita ai luoghi-cult che hanno fatto da set alla produzione televisiva. E il nome "Montalbano" compare ormai ovunque nei luoghi ricettivi dell'area, dalle trattorie ai bed and breakfast.
È la forza della buona tv e delle produzioni di qualità. Un'arma straordinaria nelle mani degli italiani, ma ancora poco sfruttata: raccontare non solo storie, ma soprattutto atmosfere uniche al mondo, non solo personaggi, ma anche esperienze artistiche con una notorietà e un appeal globale è oggettivamente una risorsa speciale e persino unica per il nostro Paese. E per i suoi attori del mondo dei media, che dovrebbero puntare con decisione su questa strategia: promuovendo produzioni italiane di qualità, dedicate ai "miti" della storia e dell'italian way of life, dello stile di vita italiano, che possono avere costi iniziali maggiori (rispetto alle produzioni acquistate dall'estero), e però offrono la possibilità di "conquistare" i mercati del mondo. E di mettere in campo i più efficaci strumenti di promozione dell'italianità che il villaggio globale conosca.
Francesco Delzio
 
 

Siciliainformazioni, 19.11.2016
E’ nato l’anti-Montalbano, Rocco Schiavone. E l’Italia si divide

Aime vous Rocco Schiavone? Siamo ai confini francesi, e il vice questore romano, trasferito per punizione in Val D’Aosta, conquista i cuori dei telespettatori italiani. Colpo di fulmine fu, direbbe Salvo Montalbano, che resta il commissario più amato dagli italiani. Ma solo per la ragione che l’altro è il vice questore Schiavone Ed è forse per evitare il duello che nella serie andata in onda su Rai 2, ascolti senza precedenti, che Rocco Schiavone è il “vice questore” [E quello che c'è scritto nei romanzi non conta?, NdCFC]. L’espediente, se di tale si tratta, non basta. “E’ lui, Rocco Schiavone” l’anti-Montalbano, scrive Pierangelo Sapegno su La Stampa. Il commissario di Vigata, annota Sapegno, confessa di leggere le storie di Schiavone.
Niente, tuttavia, potrà evitare la competizione e forse la nascita delle tifoserie. Potrebbero essere amati entrambi, in verità, ma sappiamo che non è così che vanno le cose, non è possibile impedire il confronto, e i verdetti. E’ meglio Schiavone o Montalbano? Lo splendido mare di Vigata o l’immacolato biancore delle nevi alpine, il barocco ibleo o il lindore di Courmaier, il mare o la montagna, la bonomia siciliana o il caratteraccio romanesco, il dialetto siciliano o il simil-francese valdostano, le mafia o la borghesia corrotta nordica, Andrea Camilleri o Antonio Manzini, più bravo bravo Giallini o Zingaretti?
Potremmo andare avanti all’infinito. La risposta che per ora ci suggerisce l’esperienza fatta davanti alla tv, è che Giallini e Zingaretti sono eccellenti. E chi ha letto i libri, cui le storie si ispirano, sa che entrambi regalano ai personaggi che interpretano una personale caratterizzazione. Leggendo, ora, non si può che avere in testa loro, Giallini e Montalbano. Non rubano niente agli autori, ma si prendono il cuore e la testa degli estimatori.
Con Rocco Schiavone, in tv è nato un degno rivale di Salvo Montalbano. Grazie proprio alla diversità, i due sono compatibili sullo scenario nazionale. In più, se ci riflettiamo, non ci sono solo diversità. Rocco Schiavone e Salvo Montalbano, in misura diversa, applicano la loro giustizia, che non è quella dei codici e dei tribunali, ma quella personale maturata fra porcherie, cattiverie, violenze e prepotenze.
Schiavone manda in galera il responsabile morale della morte di una donna, e straccia le prove che non è il sospettato ad avere commesso il delitto. Perché se lo merita, perché ha costretto la poveretta a togliersi la vita ed inscenare il delitto per punire colui che le ha reso la vita impossibile. E Salvo Montalbano permette all’assassino del figlio delinquente di togliersi la vita, con un colpo di pistola, perché non avrebbe potuto vivere dopo quel gesto, giusto ma contro natura.
Le affinità, insomma, ci sono. Rocco Schiavone non è imperfetto del tutto, Salvo Montalbano non è affatto “perfetto”. Il vice questore romano e il commissario siciliano, incontrandosi, si stringerebbero le mani molto volentieri.
Salvatore Parlagreco
 
 

Il Centro, 19.11.2016
Televisione
Manzini: «Con Schiavone tocco le nostre zone oscure»
Lo scrittore di origine teatina ha inventato il poliziotto più discusso del momento. «Il mio vicequestore è un uomo fragile e delle polemiche non me ne importa niente»

[...]
Aveva un modello in testa quando ha inventato questo personaggio?
No. Non sono un esperto di questo genere. Il paragone che viene naturale è quello con il Montalbano di Camilleri, un altro poliziotto fuori dagli schemi. L’unico punto di contatto di Schiavone con Montalbano è la sua umanità, la sua totale fragilità. Ma in Schiavone i difetti sono più evidenti. Montalbano, poi, è più politicamente corretto. Comunque, è un paragone che mi fa immensamente piacere.
[...]
Giuliano Di Tanna
 
 

La Repubblica, 19.11.2016
“Schiavone si fa le canne perché io non amo gli eroi senza macchia”
Antonio Manzini, l'autore, replica alle critiche rivolte al "suo" Rocco, il vicequestore che fuma spinelli nella serie tv su RaiDue con Marco Giallini

[...]
Sta girando l'Italia, i lettori che dicono?
"Non mi domandano più: quando fanno la fiction dai racconti? Ma chiedono solo: quando esce il prossimo libro? Non sono Camilleri, lui è unico. Io ho bisogno di tempo".
Silvia Fumarola
 
 

O2 TV, 19.11.2016
Komisár Montalbano
:1
Dnes 1:40—3:20

Okruh okolo bóje Dalšie príbehy z volného cyklu kriminálnych príbehov s hlavným hrdinom komisárom Montalbanom, [...]
 
 

la Lettura - Corriere della Sera, 20.11.2016
La pagella
Andrea Camilleri "La cappella di famiglia..." Sellerio
Voto - Mille e una (notte)
L'epidemia di duelli del Mozart di Vigàta
Cliccare qui per l'articolo
Antonio D'Orrico
 
 

La Sicilia (ed. di Agrigento), 20.11.2016
«Recitare nella città di Pirandello per me è un grandissimo onore»
L'attore e regista Massimo Ghini si racconta alla vigilia di "Un'ora di tranquillità"

[...]
Parliamo del suo incontro con Andrea Camilleri?
"Con Andrea abbiamo trovato la formula per fare uno spettacolo che narra, in chiave "camilleresca", il percorso risorgimentale. Lo spettacolo si intitola "Cannibardo e la Sicilia" ed è la sintesi della narrazione di un periodo storico filtrato attraverso l'ironia e l'analisi politica crudele e sincera del grande maestro agrigentino".
Luigi Mula
 
 

Piu libri più liberi, 22.11.2016
Online il programma di Più libri più liberi: ecco gli italiani in fiera

Anche quest’anno Più libri più liberi si dedica alla narrativa e alla saggistica italiana con decine di ospiti che confermano il dinamismo della piccola e media editoria e la sua capacità di far convivere la ricerca/scoperta di nuovi talenti con il sostegno e la promozione di autori già molto amati dal pubblico.
Tra i più apprezzati sicuramente Andrea Camilleri e Antonio Manzini, che presenteranno i loro ultimi lavori (Sellerio).
[...]
 
 

L'Opinione, 22.11.2016
Sciascia e le accuse di apologia della mafia

Il 20 novembre di sedici anni fa Leonardo Sciascia ci lascia. Il “Corriere della Sera”, coincidenze che sono - dice Sciascia - “incidenze”, il giorno prima pubblica una lunga intervista ad Andrea Camilleri, curata da Aldo Cazzullo. Il titolo: “Gli scontri con Sciascia, la mia vita da cieco e il No al referendum”. Ad un certo punto, Camilleri dice: “Nei giorni del sequestro Moro lui e Guttuso andarono da Berlinguer e lo trovarono distrutto: Kgb e Cia, disse, erano d’accordo nel volere la morte del prigioniero. Sciascia lo scrisse. Berlinguer lo smentì, e Guttuso diede ragione a Berlinguer. Io mi schierai con Renato: era nella direzione del Pci, cos’altro poteva fare? Leonardo la prese malissimo: “Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell’amicizia...”.
Non ricordo interventi particolari di Camilleri nei giorni della polemica che oppose Sciascia a Enrico Berlinguer e Renato Guttuso. Forse ci sono stati, probabilmente “privati”. Di pubblici non ne ho trovato traccia. Ma non è questo il punto. Il fatto è che le cose non sono andate come le racconta Camilleri. Di come si siano svolti i fatti posso dare testimonianza diretta, avendo avuto la possibilità di sentire dallo stesso Sciascia cos’era accaduto. In sintesi: nel maggio del 1977, e dunque molto prima dei giorni del sequestro di Aldo Moro, Sciascia si incontra con Berlinguer per parlare di cose che riguardavano la Sicilia; è accompagnato da Guttuso, che era stato tramite per ottenere l’appuntamento. Siccome il giorno prima c’era stato l’incontro di una delegazione democristiana con una delegazione comunista, e secondo i giornali e la televisione in questo incontro si era anche parlato di una potenza o di potenze straniere che potessero avere mano nel terrorismo italiano, ad un certo punto, finito il colloquio sulle cose siciliane con Berlinguer, Guttuso domanda se sia vero che avevano parlato di Paesi stranieri, e se uno di questi Paesi stranieri era la Cecoslovacchia. Berlinguer risponde di sì; e del resto non era una confidenza, non era un segreto, perché tutti ne parlavano. Berlinguer, quindi, non fa altro che riferire un sentito dire, l’aveva sentito dai democristiani, ne era a conoscenza e lo diceva.
Lo stesso giorno dell’incontro con Berlinguer, Sciascia viene invitato a colazione dal pittore Bruno Caruso, al quale racconta questo fatto, esprimendo anche un senso di ammirazione per la sincerità di Berlinguer: come un elogio nei riguardi di Berlinguer, che era tanto spregiudicato e tanto libero da ammettere che si fosse parlato di quella cosa. Passati due anni, Sciascia è deputato, membro della Commissione Moro. A un certo punto viene un eminente democristiano, al quale chiede se sa qualcosa di potenze straniere che danno una mano al terrorismo italiano, di sospetti, di indizi. L’eminente democristiano dice di non saperne nulla, al che Sciascia ribatte: “Ma guardi, due anni fa, io ho avuto fortuitamente un incontro con Berlinguer, il quale mi ha raccontato tranquillamente questa cosa: quindi com’è che lei non ne sa nulla?”.
Tutto qui, l’intervento di Sciascia in Commissione Moro. Da lì però, esce alquanto deformato, come se Berlinguer avesse fatto delle confidenze su cose che risultavano a lui e non che lui avesse saputo dai democristiani. Questa deformazione provoca la smentita di Berlinguer, e in seguito la querela per diffamazione. Sciascia replica con una denuncia per calunnia. Guttuso è il testimone chiave, ma si allinea con Berlinguer, smentendo Sciascia. Il quale però poteva smentire Guttuso, perché il pittore, in presenza di un’altra persona, nella Pasqua del 1980, aveva ricordato il colloquio avuto con Berlinguer e il fatto che Berlinguer aveva parlato della Cecoslovacchia. Peccato che il giudice che ha avuto tra le mani sia la querela di Berlinguer sia la denuncia di Sciascia, si sia limitato ad ascoltare Berlinguer e Guttuso, non ha ascoltato Sciascia e quel che aveva da dire; ed ha archiviato tutta la vicenda.
Questi i fatti, molto diversi da come li racconta Camilleri, il quale, poi, ancora una volta (l’aveva già fatto su “il Fatto Quotidiano”), si accoda a una tesi che non definisco perché dovrei far ricorso all’invettiva volgare: quella di aver reso, nei suoi libri, la “mafia simpatica. A teatro gli spettatori applaudivano, quando ne ‘Il giorno della civetta’ don Mariano distingue tra ‘uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà’”. Leonardo mi chiedeva: “Ma perché applaudono?” “Perché hai sbagliato”, gli rispondevo. Altre volte rendeva la mafia affascinante. “Lei è un uomo”, fa dire a don Mariano. Ma la mafia non ti elogia, la mafia ti uccide; per questo di mafia ho scritto pochissimo, perché non voglio darle nobiltà...”.
Per restare solo a “Il giorno della civetta”: famosissima la pagina evocata da Camilleri, che però omette dal ricordare che quella davvero importante è quella che viene prima: quando il capitano Bellodi sente che il mafioso - anche grazie alle protezioni politiche di cui gode a Roma - gli sta per sfuggire dalle mani. Lo capisce, e pensa a Cesare Mori, il “prefetto di ferro” che Benito Mussolini aveva mandato in Sicilia, e che aveva stroncato il brigantaggio; quando poi Mori comincia a pestare i piedi alla mafia, che è già entrata nel regime, il prefetto viene nominato senatore e rimosso. I metodi di Mori erano brutali, all’insegna del “fine giustifica i mezzi”, al di là e al di sopra delle leggi. Fare come Mori, pensa per un attimo Bellodi. Una tentazione che scaccia subito: no, dice, bisogna stare nella legge. Piuttosto quello che serve è indagare sui patrimoni, mettere la finanza, mani esperte, come hanno fatto in America con Al Capone, a frugare sulle contabilità, e non solo dei mafiosi come Mariano Arena: annusare le illecite ricchezze degli amministratori pubblici, il loro tenore di vita, quello delle mogli e delle loro amanti, censire le proprietà e comparare il tutto con gli stipendi ufficiali; e poi, come scrive Sciascia: “tirarne il giusto senso”.
Quello che anni dopo fanno Beppe Montana, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: che cercano di “tirare il giusto senso” appunto indagando sulle tracce lasciate dal denaro, che non puzza, ma una scia la lascia sempre, a saperla leggere, a volerla trovare. “Tirare il giusto senso” significa anche anagrafe patrimoniale degli eletti; significa che ministri, parlamentari e amministratori pubblici devono vivere come in una casa di vetro, e devono rendere conto del loro operato agli elettori, che devono essere messi nella condizione di sapere. Se quei suggerimenti fossero stati accolti, probabilmente molte cronache giudiziarie, di ieri e oggi, ce le saremmo risparmiate.
L’altra pagina importante e amarissima è l’ultima. Bellodi è tornato a Parma, c’è una festa, e si racconta una storia: quella di un medico del carcere che si mette in testa di cacciare i mafiosi sani dall’infermeria e ricoverarvi i detenuti malati. Il medico una notte è vittima di un’aggressione, un pestaggio all’interno del carcere. Nessuno lo aiuta, tutti gli dicono che è meglio lasciar perdere. Il medico è un comunista, si rivolge al partito. Anche il partito gli dice di lasciar perdere. Il medico allora si rivolge al capomafia, e gli aggressori vengono puniti. Un aneddoto amarissimo, e non ne sfuggirà il senso, il significato. Poi vengono i Camilleri a dirci che “Il giorno della civetta” è un romanzo che fa l’apologia della mafia!
Valter Vecellio
 
 

Repubblica Tv, 22.11.2016
Lezioni di scrittura con Gianrico Carofiglio
La signora che mi scambiò per Camilleri


 
 

La Sicilia (ed. di Ragusa), 23.11.2016
Bufalino e Camilleri raccontati da Guastella

E' stato dedicato a due grandi autori siciliani. Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, il terzo "sabato letterario" del Caffè Quasimodo di Modica, che si è tenuto lo scorso fine settimana al Palazzo della Cultura. A raccontare i due autori è stato lo scrittore ragusano Federico Guastella, che ha dedicato due interessanti saggi critici a Camilleri e Bufalino, pubblicati dall'editore Bonanno di Catania.
Il prof. Salvatore Stella ha introdotto Guastella evidenziando come egli sintetizzi il lavorio critico ed ermeneutico sull'opera di Caniilleri , sviluppando le sue riflessioni in tre sezioni: "La scrittura", "Le ascendenze letterarie", "Il commissario Montalbano", che delineano i parametri fondamentali dello stile e della personalità letteraria di Camilleri, definito "un razionalista sui generis". Di Bufalino, invece, ha messo in rilevo come Guastella lo interpretati accuratamente nelle sue tecniche narrative e sapienziali, nei suoi affacci contenutistici e nelle preziosità linguistiche classicheggianti che ne disegnano i contorni più rilevanti all'interno di un quadro di vera sicilitudine". Molto apprezzati dal pubblico gli intermezzi del Mº Lino Gatto, alla chitarra, e di Giovanni Giaquinta al flauto; anche i lettori, Giorgio Sparacino ed Assunta Adamo, hanno saputo interpretare con decisione e forza i testi dei due scrittori. "E stato un incontro denso di riflessioni letterarie e sociali molto apprezzato dal pubblico intervenuto - ha commentato il Presidente del Caffè Quasimodo, Domenico Pisana-; Federico Guastella ha mostrato di possedere una profonda conoscenza dei due autori siciliani".
Adriana Occhipinti
 
 

La Sicilia (ed. di Siracusa), 25.11.2016
La stagione al "Tina Di Lorenzo" di Noto
Teatro della tradizione e autori contemporanei

Alla presentazione, in Sala Dante, della stagione 2016-17 del teatro "Tina Di Lorenzo" di Noto, è stato forzatamente assente il direttore artistico Sebastiano Lo Monaco, impegnatissimo in tournée al Nord Italia con 3 diversi spettacoli. Non è mancato, però, il suo messaggio augurale. La sua riconferma nel prestigioso incarico è stata onorata con la definizione di un palinsesto degno delle migliori tradizioni dello storico teatro.
[...]
"Il Casellante" di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, dal romanzo di Andrea Camilleri. con Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine. Musiche dal vivo con Antonio Vasta, Antonio Putzu e regia di Giuseppe Dipasquale.
[...]
Vincenzo Greco
 
 

Viterbo News 24, 25.11.2016
Grande successo per ''Camilleri ad alta voce 2.0''
Concluso il ciclo di eventi con la lettura dei classici dello scrittore italiano

Viterbo - Giovedì 24 novembre, presso la Sala Cardarelli della biblioteca consorziale di Viterbo, si è tenuto il terzo ed ultimo appuntamento del ciclo di eventi ''Camilleri ad Alta voce 2.0'', con la lettura dell’opera La Rizzagliata.
Nonostante la trama del libro fosse molto complessa, ricchissima di personaggi i cui destini si intrecciano in complessi rapporti di affari, amore, sesso, politica e collusioni mafiose, Antonello Ricci e Pietro Benedetti hanno comunque catturato l’attenzione del pubblico, regalando oltretutto qualche momento di ilarità.
''Siamo molto soddisfatti - dicono gli organizzatori - di aver intrapreso già dallo scorso anno questa collaborazione con 'La Banda del Racconto'. E’ stata una scommessa vinta e speriamo in futuro di poter lavorare insieme con altri progetti. Ci teniamo inoltre a ringraziare caldamente il presidente della biblioteca consorziale di Viterbo, il dottor Paolo Pelliccia, che ci ha messo a disposizione la sala Cardarelli di viale Trento e tutto il personale che ci ha aiutato a portare a termine questa bella iniziativa''.
 
 

Università degli Studi "G. d'Annunzio", 25.11.2016
Alberto Sironi, “il papà televisivo di Montalbano”, incontra studenti e docenti della "d’Annunzio”

Lunedì 28 novembre, alle ore 16, Alberto Sironi, sceneggiatore e regista della fiction Rai sul commissario Montalbano tratta dai romanzi di Camilleri, incontrerà nell’auditorium del campus di Chieti Scalo docenti e studenti del corso di pedagogia nell’ambito di un seminario di educazione all’immagine dal titolo: “Montalbano metafora della contemporaneità”.
“La conferenza”, spiega Gaetano Bonetta, direttore del Dipartimento di Scienze Filosofiche e Pedagogiche, “verte sull’importanza preponderante che da sempre e specie nei nostri giorni ha l’educazione all’immagine. In maniera silente e implicita il cinema e la televisione rappresentano alcune delle maggiori agenzie di formazione. Infatti, insieme alla crescente espansione dei mezzi informatici e digitali, la comunicazione visiva sembra scalzare dal punto di vista educativo sia le relazioni sociali che il libro e la scuola. La serie televisiva del commissario Montalbano, pensata e gestita da Alberto Sironi, rappresenta uno degli esempi più eclatanti di formazione e di trasformazione culturale. I campi in cui ha maggiormente inciso”, conclude Bonetta, “sono quelli dell’educazione affettiva, ambientale, alimentare”.
La fiction, di cui è protagonista Luca Zingaretti nei panni del commissario Montalbano, è stata “esportata” in venti paesi e rappresenta sicuramente uno degli eventi culturali e mediatici più significativi degli ultimi anni.
Un secondo incontro con il papà televisivo di Montalbano si svolgerà martedì 29, nel Mediamuseum di Pescara, alle 10, nell’ambito del festival Scrittura e Immagine.
 
 

Gente, 26.11.2016


 
 

Il Centro, 27.11.2016
L’altro papà di Montalbano «Quando sorpresi Camilleri con la scelta di Zingaretti»
Arriva in Abruzzo il regista dei film tv sui romanzi dello scrittore siciliano «Presi Luca fra tre attori. E Andrea mi chiese: perché proprio uno pelato?»

«Camilleri è sempre stato rispettoso del nostro lavoro. Solo, all’inizio, quando scelsi Zingaretti per il ruolo di Montalbano, mi chiamò e mi disse: “Perché proprio pelato?”». Alberto Sironi è un signore che, a dispetto dei capelli e della barba bianchi, dimostra meno dei suoi 76 anni. E’ un lombardo di Busto Arsizio, di quella Brianza gaddiana che la vita lo ha portato a tradire per la Sicilia profonda di Andrea Camilleri. E’ lui, infatti, il regista e lo sceneggiatore [Solo regista, non sceneggiatore, NdCFC] di tutti i film televisivi che hanno reso globale la fama e il successo del Commissario Montalbano. Un personaggio che, come racconta in questa intervista al Centro, in origine aveva qualche punto di contatto con un altro grande investigatore letterario, il molisano don Ciccio Ingravallo del “Pasticciaccio” di Gadda. Sironi sarà da domani in Abruzzo per alcuni incontri pubblici, che inizieranno dall’università d’Annunzio dove, nell'auditorium del campus di Chieti Scalo, parlerà con docenti e studenti del corso di pedagogia, nell'ambito di un seminario di educazione all'immagine dal titolo: “Montalbano metafora della contemporaneità”.
Sironi, quando cominciò quest’avventura, si aspettava il successo dei film tv del Commissario Montalbano?
Che Montalbano fosse popolare lo avevo capito, ma non avevo compreso che sarebbe diventato il fenomeno che è diventato. La Rai pensava che i nostri film fossero un prodotto di nicchia. Ma, nel 1999, abbiamo esordito su Rai2 facendo 7 milioni di spettatori con il primo episodio. Poi siamo andati sempre crescendo. La cosa che davvero nessuno si aspettava è stato il successo all’estero di questi film. Tranne che in Francia, dove all’inizio li presentarono con il doppiaggio, in tutti gli altri Paesi siamo andati da subito con la versione originale in italiano e i sottotitoli.
In quale Paese i film hanno avuto più successo?
Andiamo molto bene negli Stati Uniti e nell’Europa del nord. All’inizio facemmo subito una convenzione con la Svezia perché avevamo nel cast un’attrice svedese. Poi la cosa si è estesa alla Norvegia e alla Finlandia; e, nel tempo, si è sviluppato un turismo dal nord Europa verso i posti di Montalbano in Sicilia. Poi, sono venuti l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti. Ma non ci siamo fermati lì. Per dare un’idea della popolarità del personaggio e dei film, l’anno scorso siamo andati, con un gruppo di attori, a presentare alcuni prodotti tipici siciliani all’Expo di Milano, e lì , a un certo punto, una signora di Haiti ha chiamato Catarella con il nome dell’attore che interpreta il personaggio: Angelo Russo. E’ successo anche che, una volta, mentre tornavo dall’America in aereo, due signore mi hanno riconosciuto come italiano e mi hanno detto che venivano qui da noi a perfezionare il loro italiano che avevano iniziato a studiare guardando, in televisione, i nostri film in lingua originale.
Come affronta il testo di Camilleri quando inizia a preparare un film?
Come sempre si fa con un’opera letteraria. Non bisogna seguire pedissequamente quello che è scritto. La letteratura è una cosa e il cinema è un’altra. Bisogna andare al nucleo, al tema della storia, a ciò che c’è dietro alle parole. E c’è una cosa che ho capito con il tempo.
Quale?
Il grande successo di Camilleri in tv è dovuto allo sguardo che lui ha nei confronti del male, dell’idiozia, della volgarità del mondo. E’ uno sguardo di sbigottimento e di pietas. Ecco, secondo me, è essenziale mantenere questo tipo di sensibilità.
Come è arrivato a scegliere Luca Zingaretti per il ruolo di Montalbano?
Ho provinato tre attori per quel ruolo. Zingaretti era quello più interessante.
Chi erano gli altri due?
Preferisco non dirlo. Dico solo che uno dei due si presentò con un occhio nero perché aveva litigato con la moglie (ride). All’inizio abbiamo avuto molta libertà nello scegliere gli attori, una libertà dovuta sempre al fatto che quei film erano considerati un prodotto di nicchia. Ci hanno lasciato fare: erano convinti che i film avrebbero fatto poco ascolto.
Che cosa ha apportato Zingaretti al personaggio?
Il personaggio dei romanzi di Camilleri era diverso da Zingaretti, era mutuato un po’ dall’Ingravallo di Gadda: pesante, con un po’ di pancetta. Il Montalbano di Zingaretti, invece, è più giovane, più piccolo, senza capelli. Negli anni, Luca ha portato nel personaggio una sua fisicità molto moderna; lui è un atleta, uno che gioca ancora a calcio. Con gli anni, poi, Luca lo ha accompagnato nel suo invecchiamento. Zingaretti è un attore che ragiona molto sul personaggio.
Camilleri che ne pensava di questa scelta?
Lui conosceva Luca dai tempi in cui gli aveva insegnato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico e lo stimava. Quando seppe della scelta, mi chiamò e mi disse: “Perché proprio pelato?”. E io: “Guarda, Andrea, che è molto bravo”. Ma lui è sempre stato molto rispettoso, molto attento nel controllare le sceneggiature.
Nei suoi film c’è una grande attenzione ai personaggi secondari, quelli della squadra di Montalbano, che ricorda un po’ quella di Maigret negli sceneggiati di cui Camilleri fu delegato Rai alla produzione negli anni Sessanta. E’ così?
Camilleri mi ha raccontato che si metteva vicino allo sceneggiatore di quegli episodi, che iniziava dividendo a metà un foglio e mettendo, da una parte, le scene dell’indagine di Maigret e, dall’altra, la vita privata dei personaggi. Poi alternava una scena con l’altra. Io ho fatto così per Montalbano.
Ha avuto dei modelli come regista di questi film?
Ho sempre amato il cinema classico. Per esempio, quello di Elio Petri. A Luca, prima di iniziare a girare, dissi di guardare Gian Maria Volontè in “A ciascuno il suo”, il film di Petri tratto da Sciascia; di fare attenzione a come Volontè si muoveva in quella Sicilia, alle sue incertezze.
Ci sono altri episodi di Montalbano in arrivo?
Ne abbiamo girati due in primavera che andranno in onda nel 2017. Uno è tratto dal romanzo “Un covo di vipere”, l’altro da una raccolta di racconti, “Come voleva la prassi”. Sì, Montalbano continua.
Giuliano Di Tanna
 
 

Il Centro, 27.11.2016
Incontri alla d’Annunzio e al Mediamuseum

Domani alle 16, Alberto Sironi, sceneggiatore e regista della fiction Rai sul Commissario Montalbano tratta dai romanzi di Camilleri, incontrerà nell'auditorium del campus dell’università d’Annunzio a Chieti Scalo docenti e studenti del corso di pedagogia nell'ambito di un seminario di educazione all'immagine dal titolo: "Montalbano metafora della contemporaneità".
«La serie televisiva pensata e gestita da Alberto Sironi, rappresenta uno degli esempi più eclatanti di formazione e di trasformazione culturale», spiega Gaetano Bonetta, direttore del dipartimento di Scienze filosofiche e pedagogiche. La conversazione con il papà televisivo di Montalbano proseguirà martedì, nel Mediamuseum di Pescara, alle 10, dove Sironi parlerà del tema: "Imparare la cultura. Paesaggio, cibo e donne nel Mediterraneo". Poi, alle 16, sempre al Mediamuseum, incontro libero, con domande e risposte, con Sironi.
 
 

 


 
Last modified Tuesday, March, 21, 2017