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RASSEGNA STAMPA

DICEMBRE 2018

 
Eccellente, 1.12.2018
Fisiologia di un commissario, così è cambiato Montalbano

Andrea Camilleri continua a essere frettolosamente considerato, sia dal pubblico che dalla critica militante, un autore d’intrattenimento che non sopravvivrà al suo tempo. Ma forse è giunto il momento di riconsiderare l’atteggiamento generale e studiare Camilleri nella luce di un caso letterario di eccezionale novità: partendo dall’analisi della sua ricerca e in particolare da quella che è la sua cifra più innovativa e personale: la “voglia di sgorbio”, la spinta cioè a derazzare, a cercare sempre strade nuove, a frequentare più generi e sperimentarli in un’officina che oggi è unica e che è un patrimonio italiano, siciliano in particolare. Del resto basta il suo successo a fare supporre che un giorno sarà riconosciuto come caposcuola e precursore di un nuovo gusto letterario. Il gusto riguarda l’adozione dei tempi teatrali nella tecnica narrativa: un romanzo di Camilleri si legge infatti come se lo si vedesse rappresentato sul palco, dove i dialoghi svolgono la funzione della narrazione e della descrizione; la lezione – una vera rivoluzione copernicana alla quale si sono votati decine di scrittori – è quella di avere osato per primo scrivere in dialetto (facendo parlare di più in lingua i personaggi) senza, al contrario di Brancati e Sciascia, accorrere a tradurre le parole, più che altro solo epiteti, e senza servirsi di quel “dialetto borghese” alla D’Arrigo o alla Gadda che è stato solo una sofisticazione. Camilleri si è espresso direttamente in siciliano proponendosi quindi come il primo vero contastorie della tradizione, una volta mutata da orale a scritta.
Il personaggio del commissario Montalbano appartiene a questa sua koiné pervasa da un’atmosfera cervantina e picaresca che può apparire artificiale se vista nella trasposizione televisiva che lo ha reso nei modi di un mimo, giacché l’autore lo ha creato tutt’altro che elettrizzato come lo ha incarnato Luca Zingaretti. Dal ciclo letterario alla serie televisiva Montalbano si è in effetti snaturato ed è diventato un altro, mutazione genetica che porta a distinguere il primo Montalbano dal secondo.
Prima che in televisione, il commissario aveva comunque raggiunto il successo già da cinque anni, in libreria. La televisione se ne è appropriata e lo ha rilanciato sulla grandezza di numeri non più di centinaia di migliaia di copie ma di decine di milioni di spettatori. Con tale sproporzione è stato inevitabile che i personaggi letterari assumessero non solo i volti ma anche i modi degli interpreti televisivi. Camilleri lo ha sempre negato, anche con forte disappunto, ma la sensazione è che dopo la quinta stagione Tv, abbia scritto i nuovi episodi col passo dello sceneggiatore anziché del narratore e soprattutto tenendo in mente le caratteristiche degli attori. Interpretato da Zingaretti, il suo Montalbano è in realtà cambiato: anziché andare rallentando si è come accelerato, preso da un’aria nuova.
Ma è certo che il commissario di carta non ha né l’aspetto né il carattere di Zingaretti, perché ha i capelli, è tarchiato e lento, ha i baffi e gli occhiali e ricorda il classico signore di mezza età amante della buona tavola, sull’esempio del Maigret di Simenon al quale Camilleri non ha mai negato di essersi rifatto quanto non solo alla cucina ma anche alle figure di contorno. Zingaretti ha ben diverso aspetto, modi di fare e di muoversi che sembrano da burattino, gesti più conformi a un monello impenitente che a uno scapolo pantofolaio. Il vero Montalbano è invece quello della statua eretta a Porto Empedocle nella quale è raffigurato un docente sardo, Giuseppe Marci [In realtà la statua ha le fattezze di Pietro Germi, NdCFC]. Appena lo vide Camilleri gli disse: “Lei è spiccicato il mio Montalbano”.
La serie Tv continua comunque a piacere come continueranno a piacere i libri, perché, nonostante le differenti tipizzazioni, la trasposizione si è mantenuta fedele. Piace perché piace Montalbano: così eretico ed epicureo, irriverente verso le gerarchie, indifferente alle promozioni, scapolone ma non anaffettivo, portatore di un proprio codice morale nel quale sono contemplati sentimenti come la solidarietà e la sensibilità, e poi così sprovveduto e perciò umano nell’uso che mostra dei social e delle nuove tecnologie, refrattario pure all’uso della pistola e contento della sua Punto priva di cerchioni. Come può non piacere uno così? Quelli che sono venuti dopo, da Schiavone a Coliandro, sono sue caricature, tutto il contrario del vecchio commissario alla Cattani della “Piovra”, che pure ci sembrò il più moderno rispetto agli Sheridan e ai Maigret.
Ma se è tuttavia inevitabile sovrapporre il volto di Zingaretti a quello del Montalbano inventato da Camilleri, lo stridore che l’accostamento determina si è andato di stagione in stagione stemperando perché stanno quasi per passare venti anni dalla prima puntata e Zingaretti è diventato più maturo, più coetaneo del Montalbano originale, quindi più lento e compassato, più pensiero che azione, meno chiacchierone, più in linea con il personaggio letterario che procede nelle indagini facendo uso del “ragionamento” e del “saltafossi” anziché del pedinamento e dell’intercettazione. Ma occorre precisare che, richiedendo la televisione movimento, presenza, concitazione, Zingaretti si è prestato con impegno a conformarsi e visto il successo ottenuto ha avuto ragione lui ad apparire nei panni di un instancabile trottolino, sia pure sempre meno vorticoso.
Il suo dinamismo ha connotato la condotta degli altri personaggi nella necessità di uniformare la scena. La forte caratterizzazione delle figure, disegnate in guisa di maschere teatrali, ne fa non dei caratteri minori ma autentici comprimari, tant’è che Camilleri non a caso ha voluto renderli protagonisti in episodi interamente dedicati a loro vicende. C’è di più: nella versione televisiva della serie appaiono più riusciti loro che Zingaretti. Fazio, che nelle prime stagioni sembrava fuori ruolo, perché la sagacia che mostrava avrebbe richiesto un’età maggiore, ora è cresciuto e può ben vestire i panni dell’ispettore il cui contributo possa essere superiore a quello del vicecommissario Augello. Il quale dal canto suo è reso meglio in televisione che nei romanzi, dove riesce un po’ ingessato, mentre nei modi disincantati e svagati di Cesare Bocci appare un compagnone col quale verrebbe da farsi una birra e parlare di donne, al di là del caso da risolvere. Livia, al contrario, in televisione è una figura non ben definita, anche perché è cambiata l’interprete. Viene ricordata con più facilità invece Ingrid, la svedese. Nelle vesti di un’eterna Penelope, la Livia dei romanzi piace perché si accontenta di quello che ha. La perdita di Francois l’ha resa una donna comune e riconoscibile, una madre capace di piangere dentro, in silenzio.
Del tutto malriuscito e odioso appare piuttosto il Catarella televisivo, ben più che il misirizzi, tutto sommato simpatico, dei romanzi. Solo in televisione si vede entrare puntualmente nella stanza del commissario facendovi irruzione con le braccia alzate sulla porta, da autentico idiota. Il personaggio dovrebbe indurre al riso, come in una commedia plautiana quando arriva il beone, ma finisce per rendere improbabile ogni scena dove la sua gesticolazione frenetica e le espressioni facciali da clown suonano fuori controllo e rispondono a una greve esigenza di uno sceneggiato televisivo costretto a cedere ai gusti più grossolani del pubblico di massa. Il suo ruolo nei romanzi è certamente più contenuto e composto mentre in televisione se n’è voluto fare una macchietta incaricata di suscitare il riso facile anche nei momenti più drammatici. Una vera stonatura che equivale a una storpiatura e a un tradimento del personaggio originale.
A una spanna dei suoi modi eccessivi e plateali, non lontano dalle stesse esuberanze di Zingaretti e Bocci, si è mosso anche il compianto Marcello Perracchio, anch’egli ragusano, nei panni del medico legale Pasquano, sempre sopra le righe, continuamente irascibile e indebitamente ostile al commissario. Né figure congrue risultano il sostituto procuratore Tommaseo e il questore Bonetti-Alderighi, anche loro fortemente costretti nel calco di stereotipi non poco inverosimili, accentati volutamente rispetto ai loro doppi di carta.
La produzione televisiva ha inteso fare del ciclo letterario una rappresentazione teatrale del genere della commedia dell’arte più che una serie mediatica, tradendo sì i romanzi nei cromatismi espressionistici portati alla massima possibilità ma pretendendo, visti i risultati, di avere azzeccato la formula con il farsificare la commedia camilleriana. Ora che si appresta a fare tredici, quante saranno le stagioni nel 2019, e a sbancare ancora una volta l’auditel, l’esigenza di distinguere il Montalbano cartaceo da quello catodico appare sempre più sentita: non per le sinossi e i soggetti, che conservano una stretta coerenza, quanto per i personaggi, più realistici nei romanzi e più versicolari nel piccolo schermo, più teatrali, quindi più finti. Ma questo diaframma va riducendosi dopo che Camilleri, in veste di co-sceneggiatore, si è addetto ad avvicinare le due sfere. Basta leggere gli ultimi episodi. Il commissario non pensa più né al porto né dov’era l’ulivo saraceno, perché sullo schermo non è possibile fare pensare un personaggio, ma solo farlo agire. Non risolve più i casi affidandosi al trabocchetto, il “saltafossi”. Non si ha più traccia del Montalbano “Secunnu” che fungeva da coscienza del primo. Non gli si illumina più la lampadina che gli schiudeva la verità come una folgorazione. Non soffre più di quella sindrome depressiva che lo aveva ghermito e ne stava minando la personalità. Il commissario è diventato più reale e comune, meno cerebrale, ed è diventato tale grazie alla televisione che nello stesso tempo lo ha però reso finto e diverso rispetto al modello. Si dimostra ancora una volta che il potere della televisione è preponderante sulla letteratura e può assoggettare anche gli autori che possono permettersi di snobbarlo.
 
 

SiciliaOnPress, 1.12.2018
Dai Comuni, Porto Empedocle
“A tavola con il commissario Montalbano” viaggio nei sapori della tradizione gastronomica siciliana
Non una semplice cena ma un evento letterario-culturale-gastronomico che ha avuto come protagonista la Sicilia ed i suoi sapori così come descritti da Andrea Camilleri nei suo romanzi con protagonista iil Commissario Salvo Montalbano.

Grazie all’iniziativa “A tavola con il Commissario Montalbano”, inserita nel progetto “dal mare alla terra” promosso dalla Regione Siciliana, Assessorato alle attività produttive e realizzata da “Italia Iniziative” in collaborazione con il Comune di Porto Empedocle e l’Istituto alberghiero “G. Ambrosini” di Favara, il commissario più amato dagli italiani, e non solo, è ritornato nella sua Vigata.
Nel corso della serata, condotta da Totò Collura, sono stati fatti degustare agli ospiti alcuni piatti tipici della cucina siciliani, descritti da Camilleri nei vari romanzi con protagonista Montalbano, e preparati dagli alunni dell’istituto alberghiero di Favara con la giuda dello chef Angelo Trupia, che ha spiegato passo passo le varie pietanze agli interessatissimi ospiti.
A completare l’eccellente format gli interventi dell’attore agrigentino Francesco Naccari che hanno creato l’atmosfera giusta, accompagnando le portate con l’interpretazione del testo di riferimento negli scritti di Camilleri. L’enologo e vice presidente nazionale Onav Gianni Giardina, ha introdotto i commensali alla degustazione dei vini inserititi nel particolare menù.
La serata è stata arricchita anche con la proiezione di filmati della fiction televisiva con i brani relativi proprio al momento in cui Salvo Montalbano lascia da parte le inchieste e si sofferma a gustare le pietanze che gli prepara Adelina o che mangia nella trattoria di Calogero.
Presenti alla serata i responsabili di Italia Iniziativa, Peppe Sorce e Peppe Matina, la sindaca di Porto Empedocle Ida Carmina, la dirigente scolastica dell’Ambrosini Milena Siracusa, unitamente ad operayori culturali, economici e del turismo.
Il Commissario Montalbano è diventato ormai uno dei più importanti veicoli di promozione della Sicilia, della sua cultura, del suo mare, della sua archeologia e, perché no, anche della sua gastronomia, in una sola parola della sicilianità. Occasioni che debbono essere colte al volto e sfruttate per la crescita del nostro territorio.
Giuseppe Moscato
 
 

La Sicilia (ed. di Agrigento), 2.12.2018
Porto Empedocle
Sarà demolita "Casa Fragapane" abitazione giovanile di Camilleri
Questo si legge nell’ordinanza sindacale che di fatto da il via libera alla procedura di demolizione del rudere, ma anche alla sistemazione di una strada di collegamento alternativa al tratto di via Dello Sport

Porto Empedocle. Trovata la soluzione per "Casa Fragapane", vissuta in gioventù da Andrea Camilleri, divenuta sede dell'omonima Fondazione, semi crollata negli anni. Ed eccola la solu-zione: abbatterla. Raderla al suolo. Lo ha detto a chiare lettere l'ingegnere Pasquale Patti, il direttore dei lavori per la messa in sicurezza individuato dalla figlia di Camilleri, Andreina, dopo l'intimazione da parte del Comune empedoclino di rendere il più sicuro possibile il sito, ubicato in cima alla via Dello Sport. Con relazione tecnica Patti sottolinea come "dal punto di vista strutturale la costruzione non da nessuna garanzia per il suo mantenimento anche parziale per cui l'unica soluzione per garantire la pubblica e privata incolumità è di procedere alla demolizione della stessa". Niente puntelli, niente reti. Urge la ruspa. Questo si legge nell'ordinanza sindacale che di fatto da il via libera alla procedura di demolizione del rudere, ma anche alla sistemazione di una strada di collegamento alternativa al tratto di via Dello Sport che per alcuni giorni sarà intransitabile per consentire i lavori. Lo dice lo stesso ingegnere Patti nella propria relazione, evidenziando come la problematica si può sistemare in tempi brevi. E tale strada alternativa si potrebbe realizzare nei pressi del fabbricato da demolire, nella disponibilità della ditta Ficarra Maria. Ditta che ha già dato il proprio via libera alla realizzazione della stessa strada provvisoria, che così consentirà ai residenti della zona di aggirare i lavori e procedere senza problemi lungo la via dello Sport. Quindi, a giorni cominceranno quasi in simultanea sia i lavori di demolizioni della casa Fragapane - Camilleri, sia quelli per la realizzazione del percorso alternativo. Quando nei giorni scorsi il Comune diede 15 giorni di tempo ad Andreina Camilleri per mettere in sicurezza il fabbricato, forse nemmeno dal municipio immaginavano che la soluzione più utile e immediata potesse essere la demolizione. Una struttura abbandonata al proprio destino dagli eredi delle famiglie interessate, ma anche dalle istituzioni pubbliche a tutti i livelli. Quando venne istituita la Fondazione intitolata allo scrittore tutti gli organi competenti erano fieri e tronfi nel promettere come questo "immobile" sarebbe diventato un punto di vista culturale non solo per Porto Em-pedocle. Chiacchiere che sono state spazzate via dall'incuria e dalla mancata prosecuzione dei progetti di valorizzazione della stessa Fondazione. Dagli stessi Camilleri non è mai giunto pubblico interesse a tali iniziative, salvo tornare sulla ribalta dopo il crollo di una grossa parte di fabbricato agli inizi dello scorso novembre.
Francesco Di Mare
 
 

La Sicilia (ed. di Ragusa), 2.12.2018
Giorno & notte
Tuccio e Pippo improvvisano e conquistano il "Garibaldi"

Uno straordinario inizio per la stagione teatrale proposta dalla fondazione Teatro Garibaldi di Modica con due serate che hanno registrato il tutto esaurito per lo spettacolo "Filippo Mancuso e Don Lollò" andato in scena venerdì sera e ieri, in replica. Doppio sold out per la commedia scritta da Andrea Camilleri e da Giuseppe Dipasquale con protagonisti gli attori catanesi Tuccio Musumci e Pippo Pattavina.
[...]
Il testo della commedia "Filippo Mancuso e Don Lollò" è stato scritto su misura dei due bravi attori siciliani, a seguito di una promessa che Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale hanno fatto loro, dopo il successo de "La concessione del telefono" in cui in una scena i due personaggi di Pippo Pattavina (Filippo Mancuso) e di Tuccio Musumeci (Don Lollò) si incontravano sul palco e creavano moduli teatrali conun risultato strabiliante che non aveva nulla da invidiare alla coppia Totò e Peppino. I due mosti sacri del teatro siciliano hanno offerto momenti esilaranti di comicità di altissimo livello che hanno divertito gli spettatori, alternandosi a momenti di pura improvvisazione scenica.
[...]
Silvia Crepaldi
 
 

RagusaNews, 2.12.2018
Musumeci e Pattavina, che goduria a Modica
Con Riccardo Maria Tarci

Modica - Inizia con un doppio sold out la nuova stagione teatrale proposta dalla Fondazione Teatro Garibaldi di Modica. C’era grandissima attesa per la messa in scena di “Filippo Mancuso e Don Lollò”, il primo spettacolo di prosa della stagione 2018-2019, al punto tale che è stato immediatamente necessario riprogrammare una replica essendo andati esauriti tutti i posti della data ufficiale programmata per venerdì scorso. E il “tutto esaurito” si è registrato ieri sera, sabato, anche per la replica. Motivo dunque di doppia soddisfazione per il direttore artistico Giovanni Cultrera e per il sovrintendente Tonino Cannata, forti anche dell’incremento del numero di abbonamenti della prosa già ottenuto nelle scorse settimane, a testimonianza di una stagione che piace al pubblico. In scena, per questo primo spettacolo, due grandi nomi del teatro siciliano e italiano, Pippo Pattavina e Tuccio Musumeci, protagonisti del testo minuziosamente curato da Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale.
La commedia “Filippo Mancuso e Don Lollò” ha divertito i numerosissimi spettatori in sala che ne hanno apprezzato fin dalle prime battute l’originalità dei temi trattati e l’immedesimazione e l’improvvisazione degli attori. Il testo di questa commedia di situazione deve la sua genesi proprio alla bravura di improvvisazione dei due attori catanesi che, interpretando gli stessi personaggi nella rappresentazione dell’opera “La concessione del telefono”, hanno convinto il grandissimo Andrea Camilleri, insieme a Giuseppe Dipasquale, a scrivere questa commedia su misura per loro. Accanto alla storia del Cavalier Filippo Mancuso, di suo figlio Alberto, di Don Lollò e di sua figlia Lillina si snoda la realtà siciliana fatta di stereotipi folkloristici. Pur essendo una commedia leggera e divertente ed ambientata nel secolo precedente, gli attenti osservatori avranno sicuramente notato una critica al mondo del lavoro clientelare e connivente con le situazioni illecite.
Bravissimi anche tutti gli altri attori sul palco: Franz Cantalupo, Lorenza Denaro, Luciano Fioretto, Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci. Due giorni di successi che premiano tutti gli sforzi organizzativi profusi nella preparazione del cartellone di prosa 2018/2019, presentato ufficialmente alla presenza del sindaco di Modica, Ignazio Abbate, che è anche presidente della Fondazione Teatro Garibaldi, del neo vicepresidente avv. Giorgio Rizza e dei rappresentanti degli sponsor ormai storici, Conad, Gruppo Minardo, Gruppo Zaccaria, Santa Maria, Banca Agricola Popolare di Ragusa e il nuovo sponsor Avimecc. A suggellare questo momento, l’illuminazione di blu della facciata esterna del Teatro Garibaldi. La stagione di prosa tornerà protagonista domenica prossima 9 dicembre quando, a salire sul palco sarà la famosa Amanda Sandrelli accanto a Alex Cendron per la rappresentazione teatrale de “La Locandiera” di Carlo Goldoni. Per info è possibile consultare i canali social della Fondazione Teatro Garibaldi di Modica (facebook e instagram) o il sito internet www.fondazioneteatrogaribaldi.it o telefonare al 0932/946991.
 
 

Rai News, 2.12.2018
Libro edito da Sellerio
Il delitto di Kolymbetra, le indagini del giornalista Lamanna nella valle dei templi

La Kolymbetra è un giardino gestito dal Fai nella valle dei templi. Da anni è meta di un numero sempre crescente di visitatori; questo sito insieme alle bellezze archeologiche, completa e arricchisce il percorso culturale di quanti visitano le vestigia della città greca di Akragas (580 a.C.).
Il passato e la storia di Agrigento sono ancora oggi oggetto di studi e scavi archeologici; negli ultimi anni è stato scoperto il luogo dove è sepolto da duemila anni l’antico teatro greco.
Questi sono i fatti della realtà che lo scrittore siciliano Gaetano Savatteri adopera nel suo ultimo romanzo “Il delitto di Kolymbetra” edito da Sellerio, per fare da quinta alle gesta delle sue creature ormai note al pubblico: il giornalista Saverio Lamanna e l’amico Peppe Piccionello. Lamanna è infatti il protagonista di un precedente romanzo di Savatteri: “La fabbrica delle stelle” del 2016 e di tre racconti brevi: “La regola dello svantaggio”, “Il lato fragile”, “Il fatto viene dopo”.
In questo libro il lettore segue i protagonisti mentre cercano di dipanare la soluzione di un caso di omicidio avvenuto proprio nel giardino della Kolymbetra.
La storia è intricata, si svolge in luoghi incantevoli descritti con sapienza ed è pregna di quell’ironia che rende divertenti ed acuti i dialoghi tra i protagonisti.
L’autore, Savatteri, scrive di un giornalista siciliano essendolo, per cui è ovvio chiedergli se è lui che si cela sotto lo pseudonimo di Lamanna.
"Come sempre, in ogni personaggio ci sono molte cose dell'autore - risponde Savatteri. Ma Lamanna è più giovane di me, più scavezzacollo di me, più disincantato e, a differenza di me, è riuscito a smettere di fumare. Lamanna è forse come mi piacerebbe essere da grande o, forse, come mi sarebbe piaciuto immaginarmi da giovane."
E quali sono - chiediamo allo scrittore - le analogie o le differenze con un altro più famoso indagatore nato dalla penna dell’amico Andrea Camilleri?
"C'è la Sicilia, e quindi le analogie ci sono. Ma Montalbano è un poliziotto, un investigatore professionista, mentre il mio Saverio Lamanna è un detective casuale che procede senza metodo, usando solo le armi dell'ironia e dell'irriverenza. Il commissario di Camilleri si muove in una Sicilia immaginaria e letteraria, i miei libri sono ambientati in una Sicilia concreta e reale, dove anche molti dei personaggi che incontra hanno i nomi e i cognomi di persone reali."
La Sicilia, Savatteri, oggi rispetto a 20 anni fa e tra 20 anni: come la vedi?
"Non so come sarà. Ma certo so che la Sicilia non è, come spesso viene descritta, una terra immobile dove nulla cambia e, se cambia, cambia in peggio. Molte cose sono successe in vent'anni, altre ne succederanno. Di certo la Sicilia non è l'isola migliore del Mediterraneo, ma forse è la più affascinante. E non se ne può fare a meno."
Francesco Taglialavoro
 
 

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, 3.12.2018
L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti in collaborazione con Tiziana Rocca Production presentano la
XXIII Edizione Premio Louis Braille
3 dicembre 2018
Ingresso ore 20,00



Auditorium Conciliazione
Via Della Conciliazione, 4
Roma
Ingresso libero fino a esaurimento posti
R.S.V.P. ustampa@uiciechi.it tel. 06 69988417/421/339
In occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità
3 dicembre 2018

Il Premio Braille è una manifestazione che l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti organizza ogni anno da oltre un ventennio per ringraziare e offrire un riconoscimento a personalità e istituzioni che si sono segnalate per la loro opera in favore della categoria. In Italia abbiamo oltre 137 mila ciechi legalmente riconosciuti che tuttavia si aggiungono al milione e mezzo di ipovedenti che la nostra Associazione rappresenta e tutela.
Con il Premio Braille intendiamo mantenere vivo il dialogo con i cittadini e con le istituzioni a ogni livello per evidenziare le principali criticità che coinvolgono le persone con disabilità visiva quali il Diritto allo studio e al Lavoro, la mobilità autonoma, l'accesso alla cultura e all'informazione, la libera circolazione con il proprio caneguida, la riabilitazione funzionale.
L'Unione, inoltre, si occupa di prevenzione della cecità con iniziative specifiche che riguardano tutti i cittadini quali screening della vista, interventi precoci, interventi nelle scuole, nelle piazze e nei luoghi di lavoro con le unità oculistiche mobili dotate delle migliori attrezzature per eseguire visite e test di base grazie ai quali svolgere azione di prevenzione delle malattie oculari.
Il Premio Braille intende essere una occasione di incontro, di riflessione e di festa da condividere con la cittadinanza tutta, mediante la presenza del pubblico in teatro e la trasmissione televisiva che ci viene offerta da RaiUno e che ci consente di raggiungere centinaia di migliaia di famiglie direttamente nelle loro case.
Mario Barbuto
Presidente Nazionale Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti
Programma della serata
Condotto da Elisa Isoardi
Partecipano gli artisti:
Michele Placido - Peppino Di Capri - Biagio Izzo - Paolo Migone - Sarah Jane Morris & Tony Remy - Giovanni Caccamo - Annalisa Minetti - Violante Placido - Paolo Ruffini - Piero Mazzocchetti - Simona Molinari - Miriam Candurro - Annabelle Belmondo - Roberta Morise-Cristiano De Andrè
Premiati
Andrea Camilleri - Banca d'Italia - Volontari del Servizio Civile Nazionale
Menzione
Amedeo Bagnasco
La serata sarà trasmessa in seconda serata su RAI 1 il 27 dicembre in seconda serata
 
 

Ragusa Oggi, 3.12.2018
Inizia con un doppio sold out la nuova stagione teatrale al Garibaldi di Modica

Inizia con un doppio sold out la nuova stagione teatrale proposta dalla Fondazione Teatro Garibaldi di Modica. C’era grandissima attesa per la messa in scena di “Filippo Mancuso e Don Lollò”, il primo spettacolo di prosa della stagione 2018-2019, al punto tale che è stato immediatamente necessario riprogrammare una replica essendo andati esauriti tutti i posti della data ufficiale programmata per venerdì scorso. E il “tutto esaurito” si è registrato ieri sera, sabato, anche per la replica. Motivo dunque di doppia soddisfazione per il direttore artistico Giovanni Cultrera e per il sovrintendente Tonino Cannata, forti anche dell’incremento del numero di abbonamenti della prosa già ottenuto nelle scorse settimane, a testimonianza di una stagione che piace al pubblico. In scena, per questo primo spettacolo, due grandi nomi del teatro siciliano e italiano, Pippo Pattavina e Tuccio Musumeci, protagonisti del testo minuziosamente curato da Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale. La commedia “Filippo Mancuso e Don Lollò” ha divertito i numerosissimi spettatori in sala che ne hanno apprezzato fin dalle prime battute l’originalità dei temi trattati e l’immedesimazione e l’improvvisazione degli attori. Il testo di questa commedia di situazione deve la sua genesi proprio alla bravura di improvvisazione dei due attori catanesi che, interpretando gli stessi personaggi nella rappresentazione dell’opera “La concessione del telefono”, hanno convinto il grandissimo Andrea Camilleri, insieme a Giuseppe Dipasquale, a scrivere questa commedia su misura per loro. Accanto alla storia del Cavalier Filippo Mancuso, di suo figlio Alberto, di Don Lollò e di sua figlia Lillina si snoda la realtà siciliana fatta di stereotipi folkloristici. Pur essendo una commedia leggera e divertente ed ambientata nel secolo precedente, gli attenti osservatori avranno sicuramente notato una critica al mondo del lavoro clientelare e connivente con le situazioni illecite. Bravissimi anche tutti gli altri attori sul palco: Franz Cantalupo, Lorenza Denaro, Luciano Fioretto, Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci. [...]
 
 

Macitynet.it, 4.12.2018
I migliori libri del 2018, la classifica di Apple in Italia
I migliori libri del 2018, quelli da mettere sotto l’albero per qualche strenna natalizia e da leggere assolutamente: la classifica dei sei titoli da non perdere di Apple è arrivata

[...]
Nella lista di migliori libri del 2018 di Apple compare anche Andrea Camilleri, a cui viene riconosciuto il premio per la migliore fiction con il libro Il metodo Catalanotti. Si tratta della nuova indagine di Montalbano, in cui Camilleri fa recitare i personaggi tra le quinte di un teatro in cui lui è il regista, in una messinscena che è dramma e commedia insieme. Il metodo Catalanotti si acquista su iBook Store a 9,99 euro.
[...]
Sara Sturmhoevel
 
 

Nuovo Sud, 4.12.2018
Nuovo teatro a Chiaramonte Gulfi, la prima con un testo di Camilleri

Sarà 'Filippo Mancuso e Don Lollò' scritta da Andrea Camilleri con Giuseppe Dipasquale, che ne firma la regia, con Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina, a inaugura il prossimo 7 dicembre il nuovo Teatro Leonardo Sciascia di Chiaramonte Gulfi, realizzato dal Comune del Ragusano nell'ex Chiesa di San Francesco. La direzione artistica è affidata, a titolo gratuito, a Mario Incudine e il coordinamento all'associazione culturale Donnafugata 2000. "Sono grato a Mario Incudine e alla sua grande generosità nei confronti di Chiaramonte Gulfi - ha detto il sindaco Sebastiano Gurrieri - un paese che sta migliorando sotto il profilo culturale grazie alla fortuna di aver conosciuto, oltre che un grande artista, anche un grande uomo che si è reso disponibile a dare una mano a un paese che ha tanto bisogno di crescere sotto tanti profili". "In un periodo storico in cui i teatri di mezza Italia chiudono i battenti e la miopia della politica toglie sempre più risorse alla cultura - commenta Incudine, che dalla scorsa estate è cittadino onorario di Chiaramonte Gulfi - c'è un'isola felice che va in controtendenza e restituisce, anzi "inventa" un teatro, e lo regala alla città: apre un teatro e lo fa con la sobrietà e la lungimiranza di un paese che già nella sua conformazione è elegante e silenzioso, raffinato e poetico, colto e popolare". [...]
 
 

La Repubblica (ed. di Bari), 4.12.2018
Parole e impegno Avion con Celestini al Festival di Noci

Riscoprire l'importanza delle parole. Nelle sue diverse forme: da quelle usate nella quotidianità a quelle poetiche, dai testi musicali a quelli teatrali, per finire al linguaggio artistico.
Così, Noci, dal 6 al 9 dicembre, torna a ospitare il Piccolo festival della parola, giunto alla terza edizione.
[…]
Il 9 dicembre ci sarà anche Salvatore De Mola, sceneggiatore, tra gli altri, del Commissario Montalbano e dei Bastardi di Pizzofalcone, che svelerà il lavoro che consente di trasformare le pagine di Camilleri in opera cinematografica (con il critico Anton Giulio Mancino).
[…]
Gennaro Totorizzo
 
 

Il Sole 24 Ore, 5.12.2018
La piccola editoria a Roma
A Più Libri, Più Liberi, un Camilleri per bibliofili e da «collezione»

È l'autore più amato, letto e conosciuto d'Italia. Gli editori farebbero carte false pur di poterlo annoverare nello loro scuderie e nei loro cataloghi, ma lui, Andrea Camilleri che è appena uscito con un titolo per Salani (I tacchini non ringraziano, una sorta di zoo personale con racconti divertenti e ironici contrappuntati dalle illustrazioni di Paolo Canevari), e che sarà il protagonista dell’intervista “A tu per tu” che sarà pubblicata domenica 9 dicembre sul Sole 24 ore, si permette un giro in libera uscita con un piccolissimo editore. Tra i più raffinati del panorama italiano, le edizioni Henry Beyle di Vincenzo Campo, siciliano anche lui trapiantato da decenni in Bovisa a Milano (ma la complicità siciliana in questa storia c'entra eccome).
Si tratta del libro La casina di campagna. Tre memorie e un racconto che verrà portato – ma non presentato – alla Fiera di Roma Più libri, più liberi che sfoggia il meglio della piccola editoria italiana. In questo caso siamo nel campo del collezionismo, e il libro di Camilleri (che arriverà in libreria solo a gennaio, e si potrà comprare, per il momento, solo nei giorni di fiera a Roma), è una vera e propria chicca. Ovviamente, prima di tutto, per il testo. Sono tre racconti brevi, molto sentiti, nei quali Camilleri rievoca storie connesse alla casa di campagna dei nonni, proprio fuori Porto Empedocle. La casa, che Camilleri ha cercato negli anni di comprare e ristrutturare, proprio per l'attaccamento emotivo che ha sempre avuto per questo luogo, è invece finita recentemente nelle cronache: è crollata negli ultimi periodi di maltempo che hanno flagellato la Sicilia. E così la Casina di campagna è consegnata ora alla letteratura.
Ma oltre al testo, c'è la bellezza del libro. Proprio per l’estrema raffinatezza dell’edizione, che è ben nota agli appassionati, del volume sono state escogitate diverse forme. Intanto la carta scelta, una Tatamy ivory, che arriva direttamente dal Giappone, con una sovraccopertina su carte giapponesi, il carattere con il quale è composto il libro, un Baskerville corpo 11. Nove immagini applicate a mano riproducono delle piastrelle di maiolica, provenienti dalla collezione di Guido Frilli, e una, quella in copertina, proveniente proprio dalla casa Camilleri.
Del libro esiste la tiratura “normale” che viene venduta al prezzo di 36 euro, ma poi ne sono stare tirate 150 copie (numerate in macchina da 1 a 150), contengono la lastra originale del colophon (il costo di questo tipo di edizione è di 250 euro), mentre 50 copie, numerate a mano (da I a L, in numeri romani) portano una lastra originale di una pagina (costo 400 euro). Poi ci sono cento copie, fuori commercio, riservate agli amici di Andrea Camilleri. Va da sé che il sogno di ogni bibliofilo è rientrare nel novero di questo centinaio di fortunati.
Stefano Salis
 
 

Mareamico Agrigento, 5.12.2018
Un popolo senza memoria

Casa Fragapane, dove ha passato la gioventù lo scrittore Andrea Camilleri, non esiste più! E questo nonostante da diverse parti si erano poste in essere iniziative per salvarla e mantenere la memoria storica. Mareamico ha messo a disposizione dell'amministrazione comunale di Porto Empedocle, proprietaria dell'immobile, un tecnico affermato per realizzare - gratuitamente - un progetto di ristrutturazione e recupero. Ma è stato tutto inutile: il 5 dicembre 2018 la casa è stata abbattuta!
 
 

La Repubblica, 5.12.2018
Le ruspe sulla casa-paradiso di Camilleri
Già ridotta a un rudere pericolante, il nubifragio di un mese fa aveva fatto crollare la parte centrale della costruzione settecentesca a Porto Empedocle. Avrebbe dovuto ospitare un museo

Palermo. Quel rudere appartenuto ai nonni, per Andrea Camilleri, era semplicemente "il paradiso terrestre". La più imponente di otto case sparse su cento ettari di terreno coltivato a mandorle, frumento e fave. Lì l'inventore del commissario Montalbano si rifugiava nelle calde estati di Porto Empedocle da lui ribattezzata Vigata, lì c'era il baule in cui nascondeva le sue poesie di ragazzino. E in quella residenza settecentesca a poche centinaia di metri dalla Valle dei Templi poteva capitare di incontrare l'amico di famiglia Luigi Pirandello. Un pezzo di storia che ieri è andato giù, sotto i colpi delle ruspe che alla fine non hanno salvato neppure la facciata, come invocato dal sindaco Ida Carmina. Ma il "paradiso terrestre" di Camilleri, nei fatti, non c'è più, fatto fuori dalla furia degli elementi e dall'incuria dell'uomo. Esattamente un mese fa il fortunale che si è abbattuto sull'Agrigentino aveva dato l'ultimo colpo a un edificio già malconcio, con il crollo della parte centrale. Il Comune di Porto Empedocle, a quel punto, ha intimato alla famiglia Camilleri di mettere in sicurezza i luoghi ma il direttore dei lavori scelto da Andreina, la figlia dello scrittore, ha scritto in una relazione tecnica che «dal punto di vista strutturale la costruzione non dà nessuna garanzia per il suo mantenimento anche parziale, per cui l'unica soluzione per garantire la pubblica e privata incolumità è di procedere alla demolizione». Di lì l'intervento dei bulldozer, fra le polemiche. Davanti al cantiere, nel giorno della demolizione, i rappresentati di un'associazione ambientalista, Mareamico, e un ingegnere, Ignazio Puccio, che si era offerto di predisporre gratis un progetto per il recupero dell'edificio: «Quel pezzo di memoria poteva essere salvato. La triste verità è che non interessava più a nessuno», attacca Claudio Lombardo, responsabile di Mareamico, mentre il sindaco Carmina, esponente di 5 Stelle, parla di una situazione "curiosa": «Negli ultimi giorni mi è sembrato che la vicenda riguardasse più il Comune che la famiglia Camilleri». Andreina, membro del consiglio d'amministrazione della Fondazione che nei piani avrebbe prima o poi dovuto trasferirsi nel rudere abbattuto, ieri non ha voluto dire nulla.
L'unica certezza è la mesta fine di un palazzo simbolo di cui, nel 2013, fu annunciato il restauro grazie a un maxi-finanziamento da parte dell'Enel, da donare al Comune come "compensazione" per la costruzione di un rigassificatore. Nella casa estiva dei Fragapane-Camilleri, da tasformare in museo, dovevano essere ricavati un piccolo teatro, una biblioteca. Doveva tornare persino il pianoforte del nonno, lo stesso che lì ascoltava Pirandello.
Invece l'impianto dell'Enel non si è fatto più e i soldi non sono arrivati. Altri progetti simili — come quello legato alla "strada degli scrittori" da Caltanissetta ad Agrigento — non sono decollati. Il resto lo hanno fatto l'abbandono e il maltempo. L'ultima idea, contenuta in un elaborato dell'Università Kore di Enna, quella di ricostruire l'edificio, nello stesso luogo o addirittura in un altro. Soluzione con minore appeal, che difficilmente potrebbe restituire, anche in parte, il fascino del paradiso perduto di Andrea Camilleri.
Emanuele Lauria
 
 

MeridioNews, 6.12.2018
Porto Empedocle, demolita casa di Andrea Camilleri
«Lo scrittore è un tirchio», tra incuria e il maltempo

L'immobile dove l'inventore del commissario Montalbano ha passato la sua gioventù non esiste più. Le ruspe sono entrate in azione ieri sera. «Nonostante il nostro progetto per mantenere la memoria storica», dicono a MeridioNews da Mareamico.

La casa dove ha passato la gioventù Andrea Camilleri a Porto Empedocle non esiste più. È stata abbattuta ieri sera. «E questo nonostante da diverse parti si erano poste in essere iniziative per salvarla e mantenere la memoria storica», spiegano a MeridioNews da Mareamico, l'associazione ambientalista che ha messo a disposizione dell'amministrazione comunale - proprietaria dell'immobile - un tecnico affermato per realizzare gratuitamente un progetto di ristrutturazione e recupero.
Un pezzo di storia finito sotto i colpi della ruspa quello di casa Fragapane, la residenza settecentesca non distante dalla Valle dei Templi, di cui non rimane nemmeno la facciata. «Il motivo di questa distruzione è che Camilleri è un tirchio», dicono da Mareamico. A dare il colpo di grazia all'immobile, già indebolito dall'incuria, sono state le piogge che, nell'ultimo periodo, hanno investito l'Agrigentino. È il Comune di Porto Empedocle a intimare alla famiglia Camilleri di mettere in sicurezza l'area in cui sorge l'edificio. Per il direttore dei lavori scelto dalla figlia dello scrittore, però, l'unica soluzione sarebbe stata quella di procedere per la demolizione. E così è stato.
«Noi abbiamo provato a impedire che accadesse inviando un consulente, l'ingegnere Ignazio Puccio - spiega Claudio Lombardo di Mareamico - e abbiamo proposto un progetto di recupero e ristrutturazione a titolo gratuito per l'immagine. Purtroppo dall'amministrazione comunale ci è stato risposto che oramai era troppo tardi». La combinazione di abbandono ed effetti del maltempo non ha lasciato scampo a casa Fragapane-Camilleri.
Per capire come si è arrivati a radere al suolo quello che è stato un rifugio per l'inventore del commissario Montalbano, bisogna fare qualche passo indietro. Lo scrittore, anni fa, cede la casa al Comune ed è lì che la fondazione che porta il suo nome avrebbe dovuto avere la propria sede. Cinque anni fa, arriva l'annuncio che il restauro si sarebbe fatto con un finanziamento di Enel che lo avrebbe dato all'ente comunale come compensazione per la costruzione del rigassificatore. L'impianto dell'Enel non è stato più fatto e anche del restauro non se n'è più fatto nulla. Successivamente, a questo progetto si è avvicinata la Strada degli scrittori - un itinerario che ripercorre i luoghi siciliani che hanno visto nascere e produrre i grandi autori locali -, ma anche qui un nulla di fatto.
Marta Silvestre
 
 

Repubblica Tv, 6.12.2018
Porto Empedocle, demolita la casa di Andrea Camilleri

La casa di Andrea Camilleri cade sotto i colpi delle ruspe. Dopo il cedimento della parte centrale dell'abitazione dove lo scrittore ha passato la sua giovinezza, la struttura di via dello Sport, è stata demolita in seguito all'ordinanza del Comune di Porto Empedocle che ne intimava la messa in sicurezza. La struttura doveva diventare sede della Fondazione dedicata allo scrittore, ma l'incuria e l'abbandono hanno portato alla sua distruzione.
Alan David Scifo
 
 

TGR Sicilia, 6.12.2018
Porto Empedocle, abbattuta la casa di gioventù di Andrea Camilleri
CLiccare qui per il video
Abbattuta perchè pericolante, doveva ospitare la fondazione intitolata allo scrittore. Mareamico: "Avevamo proposto un progetto per recuperarla"
Vicky Sorci
 
 

La Sicilia (ed. di Agrigento), 6.12.2018
Porto Empedocle
Casa Camilleri, silenzio sulle macerie

Porto Empedocle. E' calato un assordante silenzio sulle macerie rimaste di quella che fino a qualche giorno fa era il rudere di casa Fragapane-Camilleri. Il fabbricato del 700 danneggiato dal maltempo - secondo l'ingegnere incaricato dalla figlia dello scrittore di valutare i danni - lo scorso 2 novembre, dopo decenni di totale abbandono. La struttura è stata rasa al suolo dalla ditta incaricata di smantellare quello che ormai era diventato per tutti un peso, un fastidio, una sec-catura che periodicamente tornava a farsi sentire. I Camilleri hanno eseguito con straordinaria celerità un intervento che secondo alcuni si poteva evitare, vedi l'ingegnere Ignazio Puccio il quale si era offerto gratuitamente al Comune per redigere un progetto di messa in sicurezza. Se altrettan-ta celerità nel demolire fosse stata manifestata negli scorsi decenni per mettere in sicurezza la casa, e renderla magari fruibile per usi culturali, lo scempio andato in scena nelle scorse ore non sarebbe avvenuto. Il tutto nel silenzio più totale da parte di tutti operatori culturali del territorio, nemin una terra come quella agrigentina dove tutto quello che non rientra in determinati circuiti economico-culturali è destinato alla discarica. Se casa Fragapane-Camilleri fosse sorta nei pressi dei Templi forse avrebbe avuto un destino diverso.
Francesco Di Mare
 
 

Adnkronos, 6.12.2018
Sicilia: sindaco Porto Empedocle su casa Camilleri, ‘Regione e ministro intervengano’

Palermo – Il progetto per farne un museo è vecchio di un decennio almeno. La casa dei nonni in cui Andrea Camilleri ha trascorso la sua giovinezza in via dello Sport avrebbe dovuto ospitare la Fondazione a lui intitolata. Un’idea cullata negli anni, per i quali si erano susseguiti i progetti e gli annunci. Idee rimaste sulla carta, però, a causa della mancanza dei fondi necessari a far ritornare agli antichi splendori la dimora del Settecento ridotta con il trascorrere del tempo a poco più che un rudere. L’ondata di maltempo che a inizio novembre si è abbattuta anche su Porto Empedocle ha dato il colpo di grazia al sogno. La parte centrale dell’antica villa si è sbriciolata. “Le macerie sono finite in strada, fortunatamente senza causare danni o feriti” dice all’Adnkronos il sindaco, Ida Carmina.
Così il Comune ha emesso un’ordinanza, intimando ai proprietari la messa in sicurezza e ieri sono entrate in azione le ruspe. Adesso, però, il primo cittadino in quota M5s lancia un appello “all’assessore all’Identità siciliana e al ministro per i Beni e le attività culturali perché intervengano per rilanciare questo luogo facendolo diventare un punto di riferimento della letteratura legata allo scrittore Camilleri”. Ieri, prima che si procedesse all’abbattimento, Carmina ha chiamato Andreina, la figlia del papà di Montalbano, chiedendo “se potesse restare almeno la parte frontale, ma è ovvio che ogni decisione spetta alla famiglia. Già 10 anni fa era prevista la demolizione e il rifacimento dell’immobile perché era in condizioni troppo gravi” ricorda il primo cittadino, spiegando che al momento è stata abbattuta solo la parte superiore. “Una volta rimosse le macerie sarà effettuata una nuova verifica per capire se si può salvare qualcosa”.
 
 

Adnkronos, 6.12.2018
Sicilia: sindaco Porto Empedocle su casa Camilleri, ‘Regione e ministro intervengano’ (2)

Nel 2013 della storica dimora fu annunciato il restauro grazie a un maxi finanziamento dell'Enel: 2 milioni di euro che sarebbero dovuti arrivare nelle casse del Comune come compensazione per la costruzione dei rigassificatore. Ma con lo stop al progetto è arrivato anche quello al denaro. "A fine ottobre avevamo parlato con la famiglia Camilleri con cui siamo in contatto - racconta Ida Carmina - e a novembre avrei dovuto recarmi a Roma, proprio per parlare di quella casa e di come valorizzarla". Poi le piogge torrenziali e l'emergenza maltempo hanno fatto slittare l'incontro. Nella Vigata del commissario Montalbano era arrivata nelle scorse settimane la figlia di Camilleri per verificare lo stato dell'immobile.
"Io mi auguro che quella villa possa essere ricostruita e per questo chiedo l'aiuto della Regione e del Ministero" conclude il sindaco che non nasconde il suo sogno: "Fare di Porto Empedocle una città parco letterario, un museo a cielo aperto. Qui ci sono luoghi bellissimi e ogni angolo trasuda letteratura. Una potenzialità che negli anni è stata trascurata. E' mancata la volontà politica di investire sulla cultura, che al contrario può essere un volano non solo per Porto Empedocle ma per l'intero comprensorio".
 
 

Scicli Video Notizie, 7.12.2018
L’attore Luca Zingaretti e Andrea Camilleri avranno la cittadinanza onoraria di Scicli
E’ passata la proposta di Forza Italia Giovani

Scicli – Dopo quasi vent’anni dal primo ciak a Scicli della fiction televisiva ‘Il Commissario Montalbano‘ il Comune conferisce all’attore Luca Zingaretti e allo scrittore Andrea Camilleri la cittadinanza onoraria. L’altra sera è passata in Consiglio comunale la proposta lanciata lo scorso settembre, da Forza Italia e Forza Italia Giovani, approvata all’unanimità. “Il ‘fenomeno Montalbano’ ha garantito, garantisce e, speriamo, garantirà– riporta una nota di Forza Italia Giovani- una vetrina televisiva nazionale ed internazionale per il nostro territorio. Grazie a questa opportunità, Scicli, nonché tutta l’area iblea, ha conosciuto un vero e proprio boom turistico; un boom che ha permesso di riscoprire e valorizzare le nostre splendide bellezze architettoniche e paesaggistiche. Lo stesso ‘Montalbano’ ha rappresentato una vera e propria manna dal cielo per le attività commerciali del centro storico, nonché per gli operatori turistici della città. I responsabili locali di Forza Italia Giovani, Matteo Gianni e Matteo Lumiera parlano di un riconoscimento “doveroso nei confronti di due personaggi famosi che ha dato lustro al territorio. L’economia cittadina, specie quella turistica -aggiungono Gianni e Lumiera-, ha notevolmente beneficiato del ritorno d’immagine del ‘Commissario Montalbano’. Anche le nostre borgate, in particolare Donnalucata, sono state spesso teatro delle riprese e, di conseguenza, ammirate da milioni di persone in TV. Ringraziamo gli eccellenti Consiglieri di Forza Italia, Mario Marino ed Enzo Giannone, e la Consiglieri Marianna Buscema per aver portato la nostra proposta in Consiglio. Estendiamo il nostro ringraziamento anche agli altri Consiglieri, sia di Maggioranza che Opposizione, per aver supportato la mozione. Ora la palla passa alla Giunta -conclude Fi Giovani- per la cerimonia di conferimento della Cittadinanza a Camilleri e Zingaretti”.
 
 

Corriere della Sera, 7.12.2018
Porto Empedocle
Andrea Camilleri, demolita la casa della sua giovinezza: ecco com’era
Galleria fotografica
Casa Fragapane, a Porto Empedocle, apparteneva al nonno materno dello scrittore: danneggiata dal maltempo di novembre, è stata rasa al suolo per ragioni di sicurezza

Alla fine è stata abbattuta: casa Fragapane a Porto Empedocle, nell’Agrigentino, è stata rasa al suolo il 5 dicembre. Malgrado proteste e mobilitazioni, perché non era una casa qualunque: l’edificio era di proprietà del nonno materno di Andrea Camilleri e qui lo scrittore aveva trascorso la sua gioventù. L’ondata di maltempo di novembre l’aveva danneggiata al punto da renderla un pericolo, anche perché accanto passava una strada comunale molto trafficata. Così il Comune ne ha disposto l’abbattimento. Ma, come ha confermato la sindaca Ida Carmina al telefono con il Corriere della Sera: «L’intenzione è di ricostruire la casa. Non l’abbiamo tra l’altro abbattuta del tutto: è stata lasciata integra la facciata fino al primo piano proprio per conservarne la memoria».
L’immobile, ricordato in molti dei suoi scritti, era un antico casale usato come residenza estiva e si trovava nella campagna nei dintorni di Porto Empedocle. Qualche anno fa era stato proposto di usarla come sede di una fondazione dedicata allo scrittore. Progetto mai concretizzato a causa della mancanza di fondi.
Il maltempo del mese scorso ne aveva causato il parziale crollo: secondo i tecnici, ormai, la casa era irrimediabilmente danneggiata. E il rudere era troppo pericoloso. Così, malgrado la mobilitazione di diverse associazioni, la casa è stata rasa al suolo. Ma la fondazione Camilleri sta già pensando a nuovi progetti e non ne è esclusa la ricostruzione, magari con un giardino letterario annesso.
Il primo passo, però, riguarda «la ricerca dei fondi per ricostruire l’edificio», come ha sottolineato Carmina. Una delle ipotesi è creare una partnership con Enel Energia: «Cercherò di coinvolgerli per chiedergli se sono intenzionati a partecipare a un finanziamento del progetto visto che sono ancora presenti sul territorio». Nel frattempo, andrà trovata una sede per la Fondazione: «Ancora non abbiamo stabilito dove sarà».
Greta Sclaunich
 
 

Più libri più liberi, 8.12.2018
Annullato l’incontro tra Andrea Camilleri e Salvatore Silvano Nigro

L’incontro tra Andrea Camilleri e Salvatore Silvano Nigro previsto per domenica 9 dicembre in chiusura della 17esima edizione di Più libri più liberi, è stato annullato.
 
 

Più libri più liberi, 9.12.2018
Andrea Camilleri e Salvatore Silvano Nigro dialogano su “I Promessi Sposi” e Alessandro Manzoni

Orario 19.00
Sala La Nuvola
In occasione dell’uscita del libro La funesta docilità
Interviene Marino Sinibaldi
A cura di Sellerio editore

 
 

ANSA, 9.12.2018
Più libri: Camilleri ammalato, annullato evento chiusura

Roma - Andrea Camilleri, per un piccolo malanno stagionale, ha dovuto annullare la sua partecipazione all'evento di chiusura di 'Più libri più liberi', stasera alla fiera nazionale della piccola e media editoria alla Nuvola dell'Eur.
Lo scrittore, 93 anni, fino all'ultimo momento avrebbe voluto partecipare all'appuntamento conclusivo della manifestazione, come aveva fatto anche nel 2017, ma i medici gli hanno raccomandato riposo e prudenza, vista la sua età e l'affaticamento dei giorni scorsi. L'ufficio stampa di Sellerio fa sapere anche che, a questo punto, l'appuntamento, che doveva vedere Camilleri in dialogo con Salvatore Silvano Nigro su 'I Promessi Sposi', in occasione dell'uscita del libro 'La funesta docilità', è stato cancellato.
 
 

Il Sole 24 Ore, 9.12.2018
A tu per tu
Camilleri, il «peso» del successo e il dna degli italiani che cambia
Lo scrittore siciliano parla delle critiche accademiche e delle recensioni, dei suoi interventi pubblici, del buon senso che si sta perdendo. E della sua lingua che cambia: «Ho riscritto l’ultimo romanzo di Montalbano»
"Dopo la fatica di Tiresia, per la prima volta in vita mia non ho scritto per un mese"

Andrea Camilleri ha un dono raro. Che non è quello di saper scrivere alla sua maniera, non è la capacità di inventare una lingua che ha stregato i lettori dei suoi libri, e non è nemmeno, ancora, il modo rapinoso con il quale racconta lui storie orali, e tutti a pendere dalle sue labbra, dalla prima parola alla fine, sempre teatralmente perfetta: la voce catramata da milioni di sigarette e “suonata” da uno splendido accento siciliano che, se possibile, ne aumenta vigore e potenza affabulatoria; le pause studiate, il tono modulato a “rendere” il singolo passaggio. No: nonostante tutto questo, Camilleri ha qualcosa in più, un tocco magico con cui crea letteratura; sa rendere cioè letterario, all’istante, tutto ciò su cui posa la sua attenzione, la sua voce, la sua penna. La recente completa cecità gli conferisce ieraticità ulteriore: è davvero un Omero e un Tiresia contemporaneo.
Testimonia tutto ciò il suo ultimo libro, affidato con senso del tempo e delle cose non a un editore grande (e chiunque farebbe carte false pur di avere un suo titolo) ma a un grande editore, il siciliano Vincenzo Campo, che, con competenza e cura, ha cucito perfettamente, per le sue eleganti edizioni Henry Beyle, il regalo che Camilleri si è fatto per i 93 anni: uno struggente memoir (prezioso anche dal punto di vista bibliofilo, con carte giapponesi e varie edizioni in tiratura limitata, più un raffinato gioco di rimandi visivi) che si intitolaLa casina di campagna, presente già a Più Libri Più Liberi di Roma (la manifestazione chiude oggi) ma in libreria solo da gennaio.
Libro che riassume appunto, ed esemplifica, magnificamente, pur nella tristezza, la sorte toccata a Camilleri e il dono di cui dicevamo. La casina di campagna, infatti, è il teatro dei ricordi di infanzia e suo luogo del cuore: ed è l’ultima cosa di cui parliamo nella nostra conversazione, prima di salutarci. Camilleri lo fa con affetto e fragilità, dolore e nostalgia: quella casa, piena di avventure e sogni bambini, non è mai tornata in suo possesso. A intervista fatta e libro pronto, la realtà, poi, ha preteso anche di più: prima la casina distrutta quasi per intero dal maltempo, poi le ruspe che, in questi giorni, hanno dovuto completare l’opera. Ma Camilleri ha oltrepassato la trama banale della stessa realtà con il destino, cioè il libro, consegnando la casina giusto in tempo alla Letteratura e affidandola, per sempre, alla custodia dei lettori. Perché questo fanno gli scrittori come Camilleri, non curandosi di giudizi (e quanto questo gigante della nostra letteratura sia “misconosciuto” è ben strano paradosso) e recensioni, e vendite: guardano oltre l’effimero, trafficano con l’immortalità.
Ci accoglie nella sua casa di città, Camilleri, sigarette posacenere e birra a portata di mano, e parte proprio dalle recensioni. «Da tempo non leggo piu le eventuali recensioni dei giornali. Negli ultimi tempi ho solo letto quello che ha scritto di me il mondo accademico, trovandolo piu produttivo nei miei riguardi. Che intendo dire? Leggendo un passaggio magari mi dico: “toh, guarda, non ci avevo riflettuto”. Il saggio accademico ti rivela che tu scrivi seguendo il tuo schema, e non ti rendi conto che tiri in ballo delle implicazioni. Io rifletto molto prima di scrivere, eppure nei saggi scientifici su di me, spesso trovo letture che mi indicano un filone, qualcosa di cui tenere conto. Le critiche migliori sono quelle che ti sono d’aiuto». Pausa, tipica della oratoria camilleriana, poi stoccata. «Purtroppo arrivano tardi. Ormai ho ridotto molto la scrittura». Il che è vero, con l’età e la cecità che complicano le cose, ma non è vero che siano tardive. Camilleri è studiato a livello accademico da molti anni, e produttivamente. Lo so per certo: chi scrive, esattamente 20 anni fa, fu il primo, all’Università di Cagliari, a laurearsi con una tesi su di lui (Camilleri aveva scritto solo 4 Montalbano e 4 romanzi storici), relatore il professor Giuseppe Marci che, in questi anni, ha quindi strutturato gli studi sullo scrittore, inventando e portando i suoi «Seminari Camilleriani» in giro per il mondo (ultimi a Beirut e Malaga) e costruendo un «CamillerINDEX» che registra, parola per parola, occorrenze e variazione dei significati di ogni lemma: impresa titanica e di fedeltà eccezionale.
«Per il 90% dei miei lettori, sono l’inventore di Montalbano», dice Camilleri. «Ma la cosa più giusta nei miei riguardi l’ha scritta Carlo Bo. In realtà il successo di Camilleri» parafrasa a memoria «è dovuto al fatto che riempie un vuoto. Da noi in Italia manca quella letteratura medio alta, che troviamo nei paesi anglosassoni, sto pensando a Graham Greene». La citazione esatta è ancora più nitida: «Camilleri», scriveva Bo, «occupa un posto che non esisteva nella letteratura italiana, offrendo libri di qualità e di buona presa sul pubblico, come hanno fatto Simenon in Francia e Graham Greene in Inghilterra». Ed ecco la “grandezza misconosciuta” di cui si diceva: Camilleri ha scritto romanzi (per tutti Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Il re di Girgenti) che avrebbero assicurato a qualunque scrittore fama e lodi per qualità letteraria presso la critica che, invece, fatica a perdonare il successo di pubblico, e che, in queste dimensioni, diventa un peso. Camilleri autore, insomma, è offuscato dal troppo successo commerciale. «Che poi Bo trascurava il fatto della lingua, che invece, con il passare degli anni, è diventato sempre piu importante» riprende Camilleri. Sulla questione pregiudizio e sottovalutazione, alza le spalle. Gli chiedo se non pensa di poter essere messo accanto ai Gadda, agli Sciascia e ad altri del canone del nostro Novecento. Beve un sorso di birra, aspira la sigaretta. Pausa preliminare, stavolta. «È imbarazzante rispondere... Questa è la mia aspirazione, ma non so se ci riesco. Fin dal primo momento, non ho mai pensato di scrivere un giallo per il giallo, ma per disciplina di scrittura. Se quelle regole si applicavano al romanzo d’amore, avrei scritto un romanzo d’amore. Montalbano era una “funzione” nel primo romanzo. Ho scritto il secondo esclusivamente per completare il personaggio. E finirla lì». Pausa Camilleri. «Mi è andata male». Ridiamo.
Riprende: «Montalbano è sopravvissuto alla mia volontà di estinguerlo in virtù del suo successo, e spesso anzi mi ha intralciato su altri progetti. Spuntava e mi tentava: “lascia perdere e dedicati a me...”. Mi ha fatto perder tempo talora, sì, ma non è mai riuscito a sopravvalere».
Non a caso, tra un Montalbano e l’altro, ecco un capolavoro come Il Re di Girgenti, il romanzo che lui ha sempre considerato il suo punto più alto. «È il romanzo che mi nasce dalla commistione autentica della lettura dei Promessi Sposi con i racconti contadini che ascoltavo da bambino. In questo senso, e per preparare questo mix, ci ho messo molto tempo. Se un Montalbano chiedeva 3-4 mesi per essere scritto, e altrettanti per riscriverlo, perché non c’è un solo romanzo che non abbia riscritto, il Re mi ha portato via 5 anni di lavoro. E mi piaceva la sfida di adoperare il vigatese della fine del Seicento. Ha comportato uno studio serio di autori, a cominciare dall’abate Meli, per avere nelle orecchie il suono di quel siciliano. Ma mi dichiaro soddisfatto. Oltre non sarei potuto andare. Hic sunt leones». Sull’impiego del siciliano, Sciascia, a suo tempo, lo sconsigliò. «E ancora oggi» chiosa Camilleri, dopo milioni di copie vendute e 10 lauree ad honorem, «non mi avrebbe dato ragione, non avrebbe cambiato idea». Non bastasse, la sua lingua, la sua scrittura, evolve continuamente, tanto che, rivela, «l’ultimo romanzo di Montalbano, che esiste da anni, l’ho dovuto riscrivere di sana pianta. Siamo già d’accordo con Sellerio che, quando sarà, verrà pubblicato con le due stesure affiancate».
Tra la sfide che si è posto, e ha superato, quella di impersonare Tiresia a Siracusa è stata forse la più ardua. «Su quelle pietre c’è stato Eschilo. Mi sono chiesto se a 92 anni avrei avuto la forza, la memoria, la capacità. Ne valeva la pena, ma mi ha interiormente devastato. Per la prima volta in vita mia, dopo lo spettacolo, sono stato 30 giorni senza scrivere un rigo. Dovevo rinsanguarmi. Un’operazione che non ripeterò». Il parallelo con Sciascia ci riporta al suo impegno di scrittore civile e di intellettuale così spesso esercitato. Il rammarico affiora quando gli chiedo come è cambiato il nostro paese. «Forse sono venute a mancare le persone decenti e non abbiamo saputo trovare sostituti delle cose nelle quali credevamo. Io ero comunista perché ci credevo. Questo fallimento della mia generazione e della più giovane lascia una cattiva eredità ai pronipoti, che dovranno sbrogliarsela da soli. È un rimorso che mi porto dentro». Ma precisa: «I miei interventi però non sono da intellettuale, sono dettati dal buon senso, cosa che in Italia si va perdendo. Ho provato orrore per la vicenda dei naufraghi lasciati altri 20 giorni in una nave, ma non per chi ha ordinato questo, ma per chi lo applaude e lo segue. La perdita della solidarietà dell’uomo con l’uomo è gravissima, più grave di un fatto politico. Sta cambiando il nostro dna e non so spiegarmene le ragioni». Gli dico che il libro dedicato alla pronipote, Ora dimmi di te (Bompiani) è anche un trattato di educazione civica e un modo, parlando del passato, per farci capire il presente. «Ma io parlo solo dei fatti in cui sono stato coinvolto in prima persona» obietta. «Non parlo della Resistenza, per esempio. Parlo del Fascismo, come l’ho vissuto io. Ma non ho dichiarato nulla nel libro. Uno può trarre il giudizio che vuole. Ma mi pare di non essere stato un cattivo esempio, anche se una volta tirai le uova al crocefisso». Credo glielo si possa perdonare e che il suo percorso esistenziale e intelletuale resti unico. Fossi presidente della Repubblica, non vedrei in giro candidato migliore da nominare Senatore a vita. Ma questo, a lui, non lo dico. Capace che mi mandi al diavolo. Preferisco pensarlo, scriverlo e sperare che accada. Che abbia onorato il suo paese e, di più, la Letteratura non ci sono dubbi. Milioni di lettori sono pronti a giurarlo. Con convinzione, entusiasmo e, sì, gratitudine.
Stefano Salis
 
 

La Repubblica - Robinson, 9.12.2018
Una affollata e allegra Nuvola di libri: "La nostra cultura contro la società dell'odio"
Si conclude la fiera del libro di Roma: successo di presenze, molti autori sold out e grandi dibattiti d'attualità, dal sindaco sospeso di Riace Mimmo Lucano alla senatrice a vita Liliana Segre. La presidente Malato: "Folla come e forse più dello scorso anno, una vittoria"

Roma - Non è mancato nulla a “Più libri più liberi”, i cinque giorni di fiera del libro che dal 5 al 9 hanno riempito di visitatori della Nuvola, il centro congressi capitolino.
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Sellerio incontra il favore del pubblico con la raccolta di racconti di più scrittori, da Camilleri a Savatteri, Una giornata in giallo.
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Gabriele Di Donfrancesco
 
 

La Repubblica - Robinson, 9.12.2018
Com’è noir quest’Italia
Dialogo tra Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni raccolto da Claudia Morgoglione

«Il noir, specchio d'Italia, ha una scuola. E questa scuola siamo noi». L'incontro fra i tre tenori del thriller nostrano — Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni — comincia in totale relax tra sorrisi, abbracci, prese in giro bonarie. Un'atmosfera calda che contrasta con la fredda eleganza della location, un hotel romano a pochi passi dalla stazione Termini. Poi però, quando il dialogo entra nel vivo, le battute lasciano il posto alle riflessioni su un Paese ogni giorno più intollerante. Preda di pulsioni oscure. Che solo i romanzi di un genere dark per definizione fotografano davvero.
Ma a colpire chi li ascolta è anche il gioco di squadra reciproco, fra talenti così affiatati da pubblicare, caso più unico che raro, libri a tripla firma. Per questo Robinson li ha riuniti: per entrare nella loro factory, nata per intrattenere i lettori e insieme per raccontare il presente. «Scriviamo storie nere», dice De Cataldo, «e lo facciamo sentendoci sotto la nube di ciò che sta accadendo nella società: rancori, passioni esasperate, incapacità di fermarsi a pensare». La patria dell'europeismo che si scopre sovranista, razzista: «Perché fortemente individualista», aggiunge De Giovanni «centrata su sé stessa e quindi tutta rivolta verso l'interno» . Col rischio, conclude Carlotto, che «un fiume in piena di odio ci travolga».
Un malessere che avete già riversato nel vostro recente libro a sei mani, "Sbirre" (Rizzoli), finito subito in classifica: tre racconti lunghi, uno per ciascuno di voi, con protagoniste donne vendicatrici.
GIANCARLO DE CATALDO: «Il progetto di scrivere insieme non è venuto dall'editore ma da me, e questo già dice molto. Da anni perseguo, con questi sciagurati (sorride, ndr) che sono qui, una politica di collaborazione, di crossover, di incroci. Una scuola — non scuola di scrittura creativa, ma scuola nei fatti — che si sviluppa intorno al noir. Anche se siamo diversi, lavoriamo in amicizia. E con un obiettivo comune: raccontare, attraverso il poliziesco, le inquietudini dell'Italia di oggi. Perciò pubblicheremo altri libri a sei mani».
Del resto voi tre, oltre al genere, condividete l'opinione che i romanzi debbano raccontare storie. Quindi lontani da tentazioni ombelicali.
MAURIZIO DE GIOVANNI: «È così. Parlando di me, il mio approccio con la scrittura è molto poco personale, mi piace raccontare gli altri. Niente autofiction, insomma, ma solo scrittura e storia. Credo fortemente che gli scrittori, a meno che non abbiano un talento davvero smisurato, e quindi una scrittura autonoma, debbano fare questo: narrare storie».
E quali storie vale la pena di raccontare, in questa nostra Italia?
DE GIOVANNI: «L'odio sociale che si trasforma in odio politico, come accade in questa fase. Tutto è cominciato sui social, dove l'odio è diventato una modalità di espressione, e dove odiare è molto più facile che amare — infatti abbiamo dato un nome alla categoria degli hater, non a quella dei lover. L'odio è diventato un seguito manifesto politico. La contemporaneità dei social e l'affermazione di forze politiche che seminano odio è inquietante: se pure fosse solo una coincidenza, sarebbe una bella coincidenza. E questo processo è avvenuto nell'indifferenza generale, compresa quella delle forze politiche che avrebbero dovuto opporsi. E che invece pensano a cose del tipo chiudere i centri commerciali la domenica».
MASSIMO CARLOTTO: «Ma anche al di fuori dei social c'è un mondo in cui, per esempio, lo stupro è considerato normale, in cui esiste ancora il discorso "te la sei cercata". Per questi atteggiamenti non c'è bisogno di internet. Secondo me è un meccanismo quasi antropologico».
Il tema del mondo che c'è là fuori ci fa arrivare al cuore di questa vostra idea comune: il noir come unico e vero romanzo sociale italiano.
CARLOTTO: «Se guardiamo nella profondità di questo genere, scopriamo una vera e propria contronarrazione del Paese, rispetto alla storia ufficiale. E chi ci segue l'ha capito».
DE CATALDO: «È vero, è l'unico genere che racconta l'Italia, che ci dice come siamo davvero. Negli altri libri non trovi nulla del genere».
CARLOTTO: «E questo il pubblico lo percepisce. Siamo un tipo di scrittore che ha di fronte una sorta di lettore consapevole: il nostro genere ha tanto successo anche per questo».
DE GIOVANNI: «Ma c'è di più. Oggi il nostro è un grande movimento, a base anche territoriale: non esiste una regione che oggi non abbia i suoi noiristi, che raccontano cosa accade lì. Con grandi differenze: a un'ora di Frecciarossa di distanza, le realtà che raccontiamo sono profondamente diverse. Tutte però hanno una cosa in comune: sono cartoline della realtà, di ciò che succede nelle strade. La letteratura mainstream può prescindere dalla strada: noi no. È là che guardiamo. Senza mai diventare scrittori a tesi, perché altrimenti saremmo noiosi, ma con uno sguardo più o meno pietoso».
DE CATALDO: «Diciamo anche un'altra cosa: molto mainstream ha assorbito qualcosa da noi. Compresi autori premio Strega come Melania Mazzucco, vedi il suo Un giorno perfetto, o Nicola Lagioia che ha vinto con La ferocia. Qui ci sono tutti gli elementi tipici del noir: la strada, il male, la violenza. Sono i temi che noi abbiamo "regalato" alla letteratura ufficiale».
Ma il premio Strega vi ha sempre ignorati.
DE GIOVANNI: «In effetti a noi a Villa Giulia (sede della serata finale, ndr) non ci fanno nemmeno entrare!».
DE CATALDO: «E nonostante il nostro sia un genere che al contrario di altri si sta rinnovando, con una nuova generazione di autori».
DE GIOVANNI: «Per esempio con un Luca D'Andrea o una Ilaria Tuti, che tendono non al sociale ma al noir metafisico. Bravissimi».
Finora, però, nessun riconoscimento.
DE GIOVANNI: «Lo Strega è il nostro Nobel, rappresenta il potere culturale: può fare ciò che vuole. Compreso premiare una biografia» (Helena Janeczek ha vinto quest'anno col biopic La ragazza con la Leica, ndr).
DE CATALDO: «Ignorando da sempre, per esempio, un gigante come Andrea Camilleri».
CARLOTTO: «Perfino contro la candidatura di Elena Ferrante, una scrittrice che un pubblico ce l'ha eccome, fu montata una campagna».
Voi invece rivendicate la distanza dall'establishment letterario.
DE CATALDO: «Sì, tra noi è diverso. Per esempio noi ci leggiamo tutti, e leggiamo con grande interesse i nuovi autori. Leggiamo anche gli scrittori stranieri, con molti dei quali siamo in contatto costante: esiste un noir italiano, ma anche un noir europeo».
DE GIOVANNI: «Tutti i paesi seri, dalla Spagna alla Francia a quelli scandinavi, hanno governi che considerano i libri anche come una risorsa turistica. E li sanno far conoscere meglio di noi. Non a caso, lì organizzano dei grandi festival noir, cosa che qui in Italia non accade».
CARLOTTO: «Proprio così. Il noir italiano è supportato più all'estero che in patria. Per esempio tra noi e le università francesi c'è un circuito di scambi fondamentale».
DE CATALDO: «Non a caso la Francia è l'unico Paese dove ancora si leggono i libri nel metrò o al parco. E in cui praticamente in ogni regione si organizzano grandi festival del noir».
DE GIOVANNI: «Siamo stati Paese ospite al festival di Lione, c'era un firmacopie chilometrico… Il fatto che in Italia questo tipo di grossi eventi non ci sia provoca una certa malinconia. Da noi gli editori non dialogano e non collaborano, ma i derby sono sempre pericolosi. Altrove si capisce che è meglio concentrare le forze, in un momento in cui la lettura è così in difficoltà».
CARLOTTO: «A Lione, e altrove, sono ben contenti di organizzare manifestazioni imponenti, tutte dedicate al noir. Qui invece lo considerano di serie B. Perfino le giunte dei vari comuni, se devono dare un finanziamento o un appoggio, dicono no».
A questo punto dovreste proprio organizzarlo voi. Sarebbe una missione culturale e forse anche civile, in un Paese così pieno di ombre.
DE CATALDO: «È vero. Anche perché il libro è un mezzo che sfugge all'uniformità dell'algoritmo. E dunque lo scrittore, incontrando il suo pubblico (e noi del noir il pubblico lo abbiamo), può contribuire a ricostruire un nuovo senso di comunità. Unendo chi non si riconosce in un mondo rappresentato in 140 caratteri, ma cerca un contesto più complesso e solidale».
 
 

La Repubblica - Robinson, 9.12.2018
Perché il nero (ri)va di moda
Impegno, cronaca (e serie tv) hanno cambiato un genere molto tradizionale: radiografia del neo-noir

Quello del noir è un territorio decisivo per la narrativa italiana contemporanea. Intanto perché molti dei libri più letti e venduti in Italia negli ultimi anni si rifanno alla narrativa d'indagine, sollecitandone i vari sottogeneri: noir vero e proprio, thriller, spy story, hard boiled e giallo deduttivo tradizionale, alla Agatha Christie. Niente di nuovissimo: la popolarità del crime novel poggia sulle basi solide e tradizionali del successo di tutte le scritture di consumo ( rosa, fantasy, horror, eccetera). C'è qualcosa di codificato, riconoscibile e rassicurante, che resiste al tempo e alle mode, e fa sì che non venga mai meno quel particolare piacere del testo che consiste nella conferma puntuale delle attese del lettore. La stessa facile leggibilità, sul piano della lingua e dello stile, non fa che riprendere la più generale tendenza del genere a rendere immediatamente decifrabile e chiaro ciò che in opere letterarie più ambiziose resta (e vuole restare) oscuro e ambiguo.
E tuttavia il noir, come e più d'altre scritture di consumo, ha saputo in parte reinventarsi ai nostri giorni; fino a proporsi, negli ultimi decenni, come genere-chiave dei nostri attuali consumi culturali, rivelatore di una sensibilità e di un gusto.
La novità più significativa si manifesta dagli anni Ottanta, e consiste nell'avvicinarsi del noir ora a fatti di costume e di cronaca, ora a interrogativi metafisici. Sul modello di grandi gialli del passato recente — quelli sghembi e letterati di Sciascia (da Il giorno della civetta a Todo modo) e Fruttero e Lucentini (La donna della domenica, A che punto è la notte) — il noir italiano di fine Novecento si lascia tentare sia dall'affresco sociale, sia dell'indagine esistenziale e filosofica. Da un lato i gialli di Loriano Macchiavelli e Carlo Lucarelli, dall'altro Il nome della rosa, ma anche Il filo dell'orizzonte di Tabucchi, La troga di Rugarli, Procedura di Mannuzzu. A partire dagli anni Novanta alle dinamiche letterarie si somma l'influsso del cinema: quello hollywoodiano, che in quel periodo punta forte sul thriller (Fincher, Demme, Scorsese, Lynch, De Palma), e quello italiano, attraverso la riscoperta, anche via Tarantino, dei cosiddetti poliziotteschi anni Settanta (con risultati sorprendenti, come in certi film di Di Leo o Tessari).
Mentre sul piano formale assorbe le tecniche del linguaggio audiovisivo — montaggio serrato, caratterizzazioni decise, proliferazione di scene-madre — il noir italiano degli anni Zero comincia a frequentare stabilmente la denuncia civile e politica, mescolandola agli stratagemmi formali dell'intrattenimento; spesso si sposta in periferia, in senso spaziale (il meridione, le borgate, i bassifondi) o cronologico (sposando il romanzo storico e il fascino del vintage, dal fascismo agli anni di piombo). Da vent'anni almeno a un noir di impianto più tradizionale (Camilleri, De Giovanni, Carofiglio, Malvaldi) vediamo affiancarsi uno politicamente impegnato, che ama rileggere storia e cronaca italiane, come nei libri di Carlotto, De Cataldo, Bonini, Lattanzi. L'uno e l'altro molto amati da cinema e televisione, perché questo neo-noir, all'incrocio fra spettacolo ed impegno, fruttifica bene nel sistema della comunicazione di massa. E da lì contagia narrazioni realistiche, d'ambiente, che del noir conservano solo un vago ma seducente profumo. All'attuale fortuna di tutte le scritture che confermano gli schemi di genere si affianca infatti l'avvento di libri che travalicano i confini di genere, mettendosi al servizio di opere "ibride", tra giornalismo d'inchiesta e crime novel. Si pensi a libri importanti come Mistero napoletano di Rea, L'abusivo di Franchini, e a Gomorra; ma anche ai molti suoi stanchi cloni.
All'armata dei professionisti del noir, spesso onesti artigiani, si affianca così una schiera di scrittori non di genere, e di ambizioni letterarie variabile, che dal mondo variegato del crime prelevano schemi già pronti per carburare storie di successo. Cosa ci dice, alla fine, questa giallizzazione universale, questa disseminazione narrativa del noir? Cosa troviamo di così eccitante nel racconto spettacolare di delitti più o meno efferati? Forse un compromesso, di quelli che la letteratura ama conseguire; una via per conciliare due bisogni sociali profondi che non abbiamo troppa voglia di mettere a fuoco: il nostro desiderio di spettacolo, il nostro desiderio di morire.
Gianluigi Simonetti
 
 

Elle, 10.12.2018
Andrea Camilleri e quell'amore per gli animali, più o meno fantastici, preso da nonna Elvira
Il nuovo libro dello scrittore siciliano non ha per protagonista il famoso commissario Montalbano, ma cani, gatti, volatili e pure rettili: a casa sua ci ha spiegato perché la sua famiglia, quasi un matriarcato, non avrebbe potuto vivere senza
"Ho avuto tre figlie e avrei considerato gravissimo fare preferenze; lo stesso vale per i libri"
"Della fama non mi frega nulla. Una volta attaccai il telefono a Bono degli U2: non capivo chi fosse"

Prima avvisaglia di Camilleri: il custode fuori dal palazzo del centro di Roma in cui vive (e scrive) mi vede e in un unico gesto fluido mi fa l’occhiolino, annuisce e sorride. Come a dire: guardi che se lui, qui, sta bene è anche merito mio. E lui, il lui in questione, mi aspetta composto in poltrona, lenti arancioni a proteggere gli occhi che ormai vedono solo ombre, nel suo studio invaso di luce, libri, fotografie. Davanti a sé ha un posacenere e le amate sigarette. Mi chiedo se ne accenderà una mentre parliamo (lo farà). A lui invece domando: «Come sta?». Si volta verso la mia voce, esita, mi tasta un braccio con garbo. Poi: «Discretamente», dice, e mi sembra che lo pensi davvero.
Il suo ultimo libro, la raccolta di racconti I tacchini non ringraziano (Salani), pesta fortissimo sul tasto degli affetti: un circolo di fortuna e felicità sull’amore per gli animali (tantissimi, domestici e non) che gli hanno attraversato la vita, e per le tre figlie, la moglie, i nipoti. «Li ho scritti qualche anno fa. E anche il mio amico Paolo Canevari, che aveva una casa di vacanza accanto alla mia, alle pendici del Monte Amiata, aveva pronte le illustrazioni. Abbiamo deciso di pubblicarli ora, assieme, perché ho avuto il dono di poter abbracciare i miei pronipoti Matilda e Andrea, cui dedico il libro».
Sono racconti molto intimi, dicono tanto di lei. Ce n’è uno che ama più di altri?
«Ho avuto tre figlie e avrei considerato gravissimo fare preferenze; questo vale anche per ciò che scrivo. Capisco che qualcuno sia più riuscito e qualche altro meno. Ma né lo dico né lo lascio vedere».
Uno dei più buffi ha per protagonista un pappagallino di nome Pimpigallo.
«Come tutti i miei animali è arrivato da me per caso. Si è posato sul terrazzo e non se n’è più andato. Aveva imparato a imitarmi molto bene: la prima volta che parlò con la mia voce ero via per lavoro e mia moglie sentendolo si spaventò. Quando tornai dalla trasferta gli chiesi: “Ciao, Pimpi, come stai?”. E lui, rauco: “Mannaggia”. Era esilarante e ancor più lo diventò da vecchio; come noi umani, si era un po’ rimbecillito. Diceva le parole come venivano, per esempio: “Stai mannaggia, Pimpiciao”. Un amore».
Gli animali sono capaci di grande affetto.
«Quando Pimpigallo morì, il cardellino che da anni viveva con lui smise di mangiare e sette giorni dopo se ne andò. Una volta a Messina fuori da un ristorante, in campagna, trovai un cane macilento cui feci portare degli avanzi dal cameriere. Vidi che li portava dietro un cespuglio, lo seguii: imboccava una gattina tanto debole da sollevare appena il muso. Poi si allontanarono malinconici, fianco a fianco, come in un film di Chaplin».
Da chi ha preso il suo amore per gli animali?
«Da nonna Elvira, che mi fece leggere un libro del tutto fuori dalla nostra cultura: Alice nel paese delle meraviglie. Il gatto con ghigno, il ghigno senza gatto... Fantastico. Se incontravamo un grillo per la strada mi diceva: “Nené, lo vedi questo grillo? Si chiama Giovanni Di Giovanpietro”. E poi cominciava a raccontarmi una storia».
Gli animali dei suoi racconti sono umanizzati...
«L’abbiamo sempre fatto, sia io che le mie figlie. La mia primogenita si era appassionata a un serpente, un verdone innocuo ma lungo più di un metro, che ogni giorno passava davanti alla nostra casa toscana. L’aveva ribattezzato Don Gaetano, “Come un funzionario di banca”, diceva, perché aveva orari molto precisi. L’anno dopo non tornò. E lei: “Sarà andato in pensione”».
Per affrontare certi animali ci vuole coraggio...
«Meno che per affrontare certi uomini. E poi le bambine non provavano ribrezzo. Una volta spostando un’asse di legno feci cadere un topo a terra, e quello svenne. Lo risvegliammo io e mia figlia Andreina passandogli sotto il naso un pezzo di parmigiano».
A leggere i suoi racconti sembra che gli animali la cerchino.
«È possibile. Una volta un mio amico vide un cane malandato camminare su un ponte di Roma, la moglie gli disse: “Povero cane, chissà dove va”. E lui: “Sicuramente cerca la casa di Andrea”».
Degli animali capaci di amore abbiamo detto. Da altri, invece, è meglio stare alla larga.
«In campagna un’estate vennero degli uccelli che chiamai ciap ciap per il rumore che facevano con la coda. Beccavano sulla schiena i gatti, dichiaravano la loro indole banditesca perché avevano una striscia di piume nere sugli occhi, come una benda. In ogni caso, non mi dispiacevano».
Il racconto che dà il titolo al libro, I tacchini non ringraziano, parla di capi di Stato «seduti al tavolo del potente alleato americano». Sembra scritto oggi, è così?
«No, era vero anche 10 anni fa. Questo racconto lo scrissi perché una volta visitai un mattatoio e vidi vacche atterrite, con il terrore negli occhi. E invece i tacchini: dignitosissimi. O molto stupidi o molto intelligenti. Gli uomini in visita ai potenti non hanno quasi mai quella dignità. Secondo un’autorevole rivista inglese tra 50 anni sapremo cosa pensano di noi gli animali: io non ci sarò e comunque non lo vorrei sapere. Temo il loro giudizio. Mi sono sforzato di fare la mia parte in questa vita, come tanti, ma mi pare non basti. Speravo di lasciare le mie figlie in un mondo migliore».
Un padre di tre femmine ha una responsabilità speciale?
(Ride) «Pensi che in Sicilia esiste un modo di dire orrendo: nottata persa e figlia fimmina. Sono stato appresso a mia moglie tutta la notte e poi è nata una femmina. In realtà se esiste un matriarcato nascosto, è in Sicilia. Molti consigli femminili vengono seguiti. Sono stato felice di avere tre femmine né sono andato alla ricerca del maschio a tutti costi. Tutta la mia vita si è svolta tra le donne».
So che l’hanno molto coccolata.
«C’è stato un periodo in cui mia madre e la madre di mia moglie, consuocere, sono rimaste vedove. Abbiamo affittato per loro la casa accanto alla nostra. Ognuna era dotata del suo gatto e anche i gatti andavano d’accordo tra loro. Mia moglie si alzava presto per andare a lavorare. Io, che magari in teatro avevo fatto tardi, restavo a letto. Alle otto da una porta comunicante tra i due appartamenti entrava per prima mia madre: “Nené, ti ho portato il caffè”. Poco dopo, la suocera: “Ti ho portato il caffè, lo faccio meglio io”. Dopo dieci minuti arrivava la leggendaria domestica Italia e mi portava il terzo caffè. Io lo bevevo e poi schizzavo come un grillo».
Anche Montalbano è sempre stato in mezzo alle donne.
«Vabbè, un riflesso».
Le è capitato di far fare a Montalbano qualcosa per cui a lei sarebbe mancato il coraggio?
«Beh, Montalbano è un grande bugiardo. Io non lo sono stato». (Si accende una sigaretta, ndr).
Ha mai provato a smettere di fumare?
«Una volta l’ho fatto per un mese, sono pure svenuto. Una sera andai a cena dal mio medico. Naturalmente, cara, non ero di buon umore. Il medico mi disse: “Senti Andrea, se devi fare quella faccia, fumati una sigaretta”. Il geriatra che mi ha visitato di recente mi ha detto: “Come fa ad avere i polmoni così liberi?”. Gli ho risposto: “Devo avere qualche enzima”. Dove eravamo rimasti?».
Mi stava raccontando delle donne. E delle bugie.
«Ah, ecco: non sono stato un gran bugiardo. Forse anche per questo non ho mai fatto politica. Da cittadino sì, mi sono sempre interessato, ho scritto articoli. Ma quando il Pc mi offrì un posto da senatore rifiutai. Ritengo la politica una cosa seria, i miei maestri erano Togliatti, De Gasperi, persone di livello. Questi politici non si possono neanche chiamare tali; non sono di nessun livello. Quando mia moglie ha saputo che Salvini aveva fatto il suo stesso liceo, il Manzoni di Milano, si è disperata».
Lei disperato non sembra mai, però.
«Mi sforzo di conservare ottimismo anche se la ragione mi dice di no. Ho sempre ripetuto ai giovani: cercate di seppellirci presto. Se non rifate voi l’Italia, il vostro futuro, non saremo certo noi».
Prossimi progetti?
«Sto scrivendo un nuovo Montalbano, con l’aiuto di Valentina (sua agente, ndr). Di recente sono tornato al teatro, con una conversazione su Tiresia. Ho fatto teatro per 40 anni, distaccarmene fu atroce. Tornarci, da attore, fantastico».
C’è un sogno nel cassetto che non ha ancora realizzato?
«Sinceramente no. Dopo Tiresia mi aspetterei una chiamata da Hollywood per iniziare una quarta vita come attore (ride). Però là non mi farebbero fumare. Forse non ci vado».
Qualcosa su di sé che un tempo non sapeva, e poi ha imparato?
«Io gliela dico ma lei mi deve credere: la mia indifferenza al successo. Di tutto questo, di questa vita, mi piace l’affetto della gente. Del resto non mi frega nulla, la fama è una cosa a cui sono indifferente. Come quella volta che mi chiamò al telefono Bono...».
Prego?
«Ma sì, Bono degli U2. Io non capii chi fosse e gli attaccai il telefono in faccia. Non richiamò più, le mie figlie mi hanno insultato per anni. Con questi occhiali un po’ gli somiglio, non trova?».
Paola Maraone
 
 

La Repubblica, 10.12.2018
Il successo annunciato di una fiera di pubblico

«Come lo scorso anno, forse di più». Si chiude così, con un bilancio provvisorio di circa 100mila presenze, la cinque giorni di Più libri più liberi, la fiera della piccola editoria che da mercoledì 5 e fino a ieri ha riempito di visitatori la Nuvola.
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Ha dato invece forfait, per un piccolo malanno stagionale, Andrea Camilleri, amatissimo anche qui in Fiera.
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Gabriele Di Donfrancesco
 
 

La Repubblica, 10.12.2018
La polemica
Lagioia: “Miei cari amici giallisti, non alziamo steccati tra noi”
Su "Robinson" Carlotto, De Cataldo e De Giovanni contestavano il ruolo dei premi e dello Strega. Ecco la replica di Nicola Lagioia che quel premio ha vinto
"La letteratura mainstream ha molto da imparare dai generi, ed è vero il contrario"

Dopo un decennio di sonno della narrazione, il romanzo italiano rinacque negli anni Ottanta quando il professore più noto nelle nostre lettere contaminò i suoi studi su Tommaso D'Aquino con le storie di Sherlock Holmes. Era il 1980 e Umberto Eco col Nome della rosa conquistò milioni di lettori. Il suo romanzo mescolava i generi come pochi avevano avuto il fegato di fare prima. Le avventure di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk aprirono le porte alle ibridazioni che avrebbero tenuto banco per tutti i Novanta (da Quentin Tarantino e Dylan Dog) ma molta critica non perdonò a Eco né il successo né l'audacia e ancora meno il divertimento. Lo ricordo per dire che capisco quanto scrivevano ieri Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto e Maurizio De Giovanni a proposito della scarsa considerazione critica che il noir riceverebbe ancora nel nostro paese. Proprio prendendo le mosse dalla discussione aperta su Robinson, José Muñoz, uno dei più grandi disegnatori di fumetti viventi, ha ricordato a Più libri più liberi come lui e Carlos Sampayo si ispirarono ai romanzi di Dashiell Hammett e Raymond Chandler per creare il personaggio di Alack Sinner.
Da qui la domanda: ma davvero c'è qualcuno (dopo il magistero di Oreste del Buono, dopo la rivalutazione di Stephen King e Philip K. Dick, dopo l'ultimo Nobel assegnato a un autore i cui romanzi più recenti saccheggiano la fantascienza e il fantasy) disposto ad alzare steccati con tanta pregiudizialità? Secondo me sì, ma è una critica sempre più residuale e meno influente.
Riuscire a possedere l'immaginario dei lettori è in fondo più importante che mettere le mani su un premio importante, che sia lo Strega o un altro, e quale sia oggi la considerazione che il mondo ha di un romanzo come Ubik rispetto a Sogni di rose e di fuoco del premio Nobel Eyvind Johnson è sin troppo chiara. Un grande romanzo noir non ha nulla da invidiare a un grande romanzo psicologico. E poiché scrivere bei libri è più importante che sbagliare a giudicarli, rivolgerei la sfida a noi stessi. La letteratura mainstream (così la definiva ieri De Cataldo) ha molto da imparare dai generi, ed è vero il contrario. Così, quelli che un tempo venivano considerati romanzieri di prima classe dovrebbero capire che la narrazione non è un optional ma il vero banco di prova su cui spesso verranno giudicati, mentre gli scrittori di genere dovrebbero stare attenti a non adagiarsi sugli automatismi della serialità per non perdere la loro carica vitale.
Tendiamoci la mano. Che il XXI secolo riunisca ciò che il Novecento ha diviso.
Nicola Lagioia
 
 

Malgrado Tutto, 11.12.2018
A Favara i Grandi della Terra
Ospiti della città fino all’Epifania. Farà da padrone di casa e da cerimoniere, data la vicinanza con Vigata, Andrea Camilleri.

I Grandi della Terra hanno deciso di trascorrere tutto il periodo delle festività di Natale a Favara. Non si tratta di vertici mondiali, di incontri di G8, di riunioni tra Stati. Hanno scelto, per sede, la Chiesa Madre, nel centro storico della città, a metà strada tra il monumentale Castello Chiaramontano e i Sette Cortili, altri due luoghi dove il mondo spesso si incontra per eventi culturali, artistici, economici.
Sotto il Cupolone si sono dati appuntamento Papa Francesco, Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Martin Luther King, Nelson Mandela, Rita Levi Montalcini, Albert Einstein, Ghandi. Ma ci sono anche i siciliani Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Don Pino Puglisi, Peppino Impastato e lo scrittore Andrea Camilleri che, per la vicinanza dalla sua Vigata, è chiamato a fare da cerimoniere e padrone di casa.
Il grande summit non ha richiesto investimenti come quelli spesi recentemente a Taormina per l’incontro del G8 di due primavere fa e neanche un piano di sicurezza maggiore. Magari, qualcuno avrebbe sperato che l’evento potesse portare qualche beneficio alla adiacente Piazza Cavour, la cui pavimentazione perimetrale è rimasta precaria, o alle periferie quotidianamente discariche di rifiuti di ogni genere, alimentate da chi ancora oggi si ostina a non osservare le nuove disposizione sulla raccolta differenziata.
L’arrivo, nel giorno dell’Immacolata, di questi Grandi all’interno della Chiesa Madre non ha procurato lo stesso interesse che ha creato il tanto discusso albero di Natale di cassette di legno realizzato al centro della Piazza Cavour e che ha diviso la popolazione in due fazioni contrapposte. Sono entrati in città in sordina, con l’umiltà e stesso stile di vita che li ha resi Grandi. Ad organizzare questo particolare e storico incontro un gruppo di pittori locali che compongono l’associazione “Il giardino degli artisti” , diretta da Amelia Russello, e che è composto da pittori di ogni età che hanno frequentato anche la scuola di pittura “Arte in corso”. Gli artisti di Favara hanno voluto ospitare i Colossi della Terra “incorniciando” i loro volti, dando vita ad una mostra di un certo spessore artistico e grafico.
“Abbiamo provato grandi emozioni –dice Amelia Russello– sotto la cupola della maestosa Cattedrale, nell’ospitare i Colossi della Storia. Attraverso una mostra, insieme ai corsisti grandi e piccoli, siamo riusciti quasi ad accarezzare i volti di questi grandi personaggi, nel tentativo di rendere attraverso linee, ombre e luci le peculiarità dei loro tratti, facendo trasparire attraverso gli sguardi la loro preziosa anima. Questi “Colossi della Terra”, è il nome dato alla mostra, ci hanno ispirato con le loro idee, la loro passione, la dedizione ma soprattutto l’amore che sono riusciti a trasmettere al mondo intero, scrivendo le pagine più belle della storia recente, migliorando la vita dell’umanità”.
I Grandi della Terra rimarranno ospiti a Favara fino all’Epifania, giorno in cui tre Re con il loro ingresso sanciranno la fine del periodo natalizio.
Giuseppe Piscopo
 
 

Mangialibri, 13.12.2018
Una giornata in giallo
Autore: Andrea Camilleri, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Dominique Manotti, Santo Piazzese, Francesco Recami, Gaetano Savatteri
Genere: Racconti Noir
Editore: Sellerio 2018

Un Montalbano relativamente giovane, che ha appena comprato casa e vive un po’ “baraccato” perché la lira non abbonda nelle tasche di un commissario, un caso vero e proprio da risolvere non ce l’ha, ma si trova alle prese con un commerciante che gli si rivolge perché teme ritorsioni dalla mafia a cui non ha pagato il pizzo, sostenendo che siccome non lo ha fatto per pagare lo Stato (in forma di tasse), è compito dello Stato proteggerlo… Suleima, storica fidanzata di Lamanna, ormai fa l’architetto a Milano, ma ha progettato un fine settimana a Gibellina, nella valle del Belìce (perché fino a quando i giornalisti parlando del terremoto non hanno spostato l’accento, si chiamava così), dove il giornalista scrittore è stato invitato a moderare la presentazione di un libro fotografico. Piccionello naturalmente ha dei parenti anche da quelle parti e si aggrega alla compagnia, anche perché la Mazda su cui si muovono l’ha fornita una sua cugina. Durante la cena offerta dalla Fondazione, si scopre che Lamanna non ha mai visitato il Museo delle Trame Mediterranee e nel porre rimedio a questa lacuna si scopre anche che dal Museo è scomparso un prezioso arazzo del Boetti (che era al suo posto solo poche ore prima)…
Probabilmente Sellerio ha pensato al detto “Quel che non succede in cent’anni può accadere in un giorno” per scegliere il tema dell’ormai consueta antologia annuale, così autori dal successo ampiamente consolidato e autori relativamente meno noti o con personaggi nuovi o non ancora entrati nel cuore di tutti, hanno dato vita a questa giornata “in giallo”. Ventiquattro ore in cui i protagonisti risolvono casi che all’inizio non sembravano nemmeno tali, rievocano giornate particolari in cui nel volgere di poche ore hanno fatto o subito qualcosa di eclatante che difficilmente scorderanno; ventiquattro ore che ricostruiscono fatti di cronaca più o meno veri verosimili. Buffo come almeno quattro dei racconti siano ambientati nel passato, che poi parlare degli ultimi anni del secolo scorso come del passato a me fa anche ridere. È però una variazione carina trovare un Montalbano già fidanzato ma ancora pieno di entusiasmo, che vuole fare un brindisi sia pure a distanza con Livia, o un La Marca completamente avulso dal suo ambiente alle prese con qualcosa di assolutamente imprevisto e per lui anche abbastanza scioccante e un Consonni alle prese con Cipolla (il nipotino), a cui cambia i pannolini. Un nuovo arrivo, in realtà alla seconda apparizione, non in Sellerio ma nelle antologie, è la scrittrice di noir Dominique Manotti, certamente la più lontana dal mood ironico che caratterizza quasi tutti gli autori. Una raccolta un pochino diversa dal solito, ma che non delude.
Carla Colledan
 
 

Corriere della Sera, 13.12.2018
L'anteprima
Camilleri domani su «LiberiTutti»: «Scrivo storie e spesso le distruggo»
Il grande romanziere siciliano spiega nell’intervista di copertina che fa così ora che ha perso la vista per vincere la solitudine dei suoi 93 anni: «Serve a tenermi compagnia»

È forse la forma di lusso più ambiziosa che un grande scrittore possa permettersi: scrivere delle storie per se stesso, «per farmi compagnia». E poi cancellarle. Perché non sono fatte per gli scontati canali della pubblicazione: sono piccoli regali che Andrea Camilleri si concede, come ci racconta nella storia di copertina di LiberiTutti #31: «Non ci vedo più e a 93 anni questo può condurre a una forma di solitudine maligna. E allora abbozzo storie soltanto per me stesso, che poi dimentico o cancello. E ho cominciato a scrivere un romanzo, dal titolo La desertificazione, che non ho terminato: era troppo triste e oggi alla mia età, io ho voglia di vita, di casino, di colori».
[...]
Roberta Scorranese
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 13.12.2018
L’arancina come metafora della Sicilia camaleontica
È l'ornitorinco della cucina: viene catalogata fra i primi ma anche nello street food oppure nella rosticceria
Non ci sono due persone che la preparino allo stesso modo
E non c'è ristorante stellato che non la serva

[...]
Ma la cosa che con ogni probabilità più caratterizza questa strana leccornia (che tra i dolci è nata e da quelle parti sta ritornando) è la manualità che richiede il prepararla. Lo aveva capito benissimo Adelina, la mitica cammarera del commissario Salvo Montalbano, la quale, si sa, aveva una ricetta tutta sua. Occorre — diceva — mettere una mano a conca con un tanto di riso, riporre il ragù, richiudere col riso dell'altra mano a conca per formare una bella palla pronta a indorarsi. È l'immagine di un delicatissimo gesto parallelo, di una rima visiva che richiede amore e attenzione, competenza e concentrazione.
[...]
Gianfranco Marrone
 
 

Corriere della Sera - Liberi Tutti, 14.12.2018
Il bello delle persone
Camilleri: «Fascismo? Avrei dovuto dire un no più convinto. Da quando non vedo più sogno a colori: mi mancano»
Lo scrittore, 93 anni, si racconta. «Sono felice: ho fatto in tempo a vedere il volto della mia nipotina Matilda»

 

«Mi permette di fare una cosa?». «Certo, maestro». Andrea Camilleri si sporge un poco dalla poltrona nella quale è seduto, allunga una mano e accarezza la mia guancia. Poi la fronte e finalmente arriva ai capelli. Sorride e dice: «Ho imparato a sentire le persone, da quando non posso più vederle. Cerco di dare corpo a una voce, modulandone le sfumature. Una voce profonda e bene impostata risponderà a una persona educata? Forse sì, forse no. E allora a volte sento l’urgenza di sfiorare i capelli o il viso di chi mi sta di fronte, alla ricerca di indizi».
Milano. Un sole rincagnato tra le nuvole. Un poco di vento e una sala d’albergo elegante, discreta, attraversata da uomini d’affari che sembrano invisibili e donne tutte uguali, tacco e tailleur scuro. Tutti bisbigliano, tutti paiono impegnati a fare qualcosa di importante. Seduto in quella poltrona, con la sua bizzarra coppola a quadri e con una boule dell’acqua calda, rosa, sulle ginocchia, Andrea Camilleri è un’isola di calore umano. Parla a voce altissima e allegra — una delle tante licenze che gli vengono dai 93 anni e da una cecità che indossa con un’eleganza letteraria, al pari di un Tiresia coltissimo e ironicamente stravagante.
Lei sembra un uomo felice.
«Lo sono. Per molti motivi. Perché ho avuto una vita fortunata, perché ho campato di un lavoro che amo, perché ho amato tanto. Ma sa qual è una delle cose che più mi hanno reso felice?»
Quale?
«Ho fatto in tempo a scorgere i tratti del viso della mia nipotina di cinque anni, Matilda».
La bambina alla quale lei si racconta nella sua autobiografia Ora dimmi di te, uscita per Bompiani.
«Sì. Perché vede, quando uno è tanto vecchio come me e ha nipoti o pronipoti piccoli, affiora una vena di tristezza nel pensare che non potrai seguirne la crescita, le prime delusioni e le prime conquiste. E, soprattutto, non sai mai come verrai ricordato. Mi creda, mi tormentava il fatto che, dopo la mia morte, qualcuno mi potesse raccontare male, in modo infedele. Così mi sono messo a nudo con lei, svelandole tutto, anche le cose brutte del mio passato, anche gli errori».
Me ne dice uno?
«Per esempio, avrei potuto e dovuto dire un “no” più convinto al fascismo, ma a essere onesti ci sarebbe voluto un coraggio inumano. Ho detto no, ma tardi, dopo averci creduto come tutti. A guardarmi indietro ora ai miei occhi appaio come uno che ci è cascato e questo mi fa tanta rabbia».
Camilleri, lei è un narratore con una impressionante dimestichezza con la scrittura. Potrebbe comporre un romanzo in poco tempo, eppure in lei si avverte una rigorosa intransigenza verso se stesso. Come se non fosse mai soddisfatto.
«È molto vero. Ogni volta che mi infliggo la tortura di rileggere una cosa che ho scritto mi inquieto, mi dico “ma guarda, cialtrone, hai lasciato fuori questo, hai eluso quell’altro, non hai dato spessore a quell’altro ancora”. Che orrore rileggersi. Che orrore ripercorrere ciò che si è fatto».
E come fa?
«Semplice: non lascio tracce di me. Una volta finito un romanzo, butto via tutto. Appunti, stesure, correzioni, note di ispirazione. Voglio che non resti più nulla dello sforzo, nulla che possa ricordarmi un errore, una mancanza. Sa qual è una delle torture della mia vita? Quando un traduttore, poniamo greco, mi chiede di spiegargli un passaggio. Ora, questo è molto comprensibile e tutti quelli che conoscono i miei libri lo sanno. Però implica che io vada a rileggere una pagina delle mie. Madonna che pena!»
Lei scrive moltissimo.
«Sì. Perché a novantatré anni ho bisogno di fare cose, sentire gente, ridere. Ogni momento diventa preziosissimo. E poi voglio scrivere in mezzo alla caciara dei bambini, tra nipoti, pronipoti e amichetti dei nipoti. Mia moglie mi dice che non sono uno scrittore, bensì un corrispondente di guerra, perché scrivo in mezzo a strilli e risate. Ma come glielo posso spiegare che la mia scrittura nasce dal casino della vita?»
La solitudine la spaventa?
«La odio, la rifuggo, la combatto con il rumore e con le storie».
In che senso?
«Sono vecchio, cieco e ci sento ormai pure poco. Quelli come me si sentono doppiamente soli. E allora sa che faccio? Mi racconto storie. Abbozzo racconti e romanzi solo per me, che non pubblicherò mai e che distruggo una volta che mi hanno fatto compagnia. Mi invento situazioni, abbozzi di film, prendo un personaggio e gli stravolgo il destino, ne acchiappo un altro e mi diverto a vederlo stupito per la giravolta che gli impongo, nel mezzo della sua vita. Che sensazione di potenza che dà la scrittura. Se lo ricordi».
Mi racconta una di queste storie, cominciate e poi buttate via?
«Le racconto del romanzo che ho cominciato a scrivere e che non ho finito. Gli avevo dato pure un titolo, La desertificazione. Tutto è nato da una riflessione sul mondo che ci circonda. Sta diventando sempre più deserto, i ghiacci si sciolgono, il clima cambia perché ci sono parti del pianeta che hanno sete. E allora mi sono detto: che cosa succederebbe se questa desertificazione avvenisse nel cuore di una donna? Se, all’improvviso, i suoi sentimenti si seccassero e se i suoi desideri diventassero simili a terre aride?»
Mi sembra un’idea bellissima. Perché ha interrotto il romanzo?
«Potrei risponderle: perché non mi convinceva il punto di partenza. Oppure potrei dirle che ho avuto poco tempo. Ma le dirò la verità: l’ho interrotto perché era troppo difficile».
Poche cose sembrano difficili a uno scrittore così versatile.
«Eppure l’onestà con se stessi sta anche nel capire quando una cosa oltrepassa il proprio limite. No, quella era una storia troppo triste per il Camilleri di adesso, uno che vuole divertirsi, sentire la vita intorno».
Che cosa le manca, oggi?
«I colori. Mi manca non poter più vedere la sfumatura precisa del giorno che si fa sera, il rossore sul viso di una ragazza, mi mancano quei colori che compaiono all’improvviso e che si colgono con una fitta al cuore. Ho paura di perderne il ricordo: com’era quella nuance di violetto? mi chiedo. E in quale tinta sconfina il rosso scuro? Allora, dentro di me, in uno di quei momenti di auto-affabulazione, mi alleno a ricordare i colori, forse a comporre sfumature diverse. E sa dove me li ritrovo? Nei sogni. Faccio sogni coloratissimi, come non ne ho mai fatti quando ci vedevo bene».
Me ne racconta uno?
«Sono alla stazione di Milano, mi precipito al binario per prendere il treno ma non ci riesco, qualcosa mi blocca. Ma che cosa? Mi guardo: sono vestito da pagliaccio, con le scarpe grosse, il pigiama variopinto, non posso correre. Alzo lo sguardo e alla mia destra vedo un treno fermo. Ma è pieno di pagliacci colorati che si affacciano ai finestrini e mi urlano “vieni con noi, vieni con noi”. Allora, sgomento, mi volto a sinistra e scorgo un altro treno, pieno di passeggeri. Anche questi sono affacciati ai finestrini ma ridono, ridono, ridono».
Un sogno felliniano.
«Be’, ma in fondo una vita passata a baccagliare con Sciascia, Elvira Sellerio, Massimo Bontempelli e tanti altri, dovrà pur partorire qualcosa. Quando coltivi il sapere, questo cresce e non ti lascia mai solo. Chi è curioso, non soffre la solitudine. Io sono convinto che le vere grandi differenze sociali non siano economiche, anche se per carità queste ci sono e pesano. Penso che la frattura più profonda sia tra chi è capace di non essere da solo e tra chi non riesce a stare con gli altri».
Un messaggio di sottilissima umanità, il suo.
«Parlo così perché io sono stato fortunato. Sono stato accudito, innaffiato. E non parlo solo dei miei 61 anni di matrimonio. A “innaffiarti” è anche il tuo sangue, la tua terra, l’appartenenza a un mondo. Questo non è da tutti. In tanti si perdono e smarriscono il contatto con un’identità che, con gli anni e con le vicissitudini, può diventare rarefatta. Ma non va mai persa. Ci nutre, ci salva».
Come si arriva a sessantuno anni di matrimonio?
«Accettando il fatto che il matrimonio muta, per necessità e, aggiungo io, per fortuna. Se ci si cura a vicenda, se ci si “innaffia”, appunto, si giunge insieme a quel meraviglioso momento in cui l’altro “ti diventa caro”. E la sensazione che si prova è quella di appartenere a un solo corpo. Si finisce per somigliarsi, l’uno con l’altro. Che cosa ha a che fare questo con l’amore? Nulla. Tutto».
Che animale vorrebbe essere?
«Un gatto. Arrivista, egoista, egocentrico, a volte infido. Mi piacerebbe, anche solo per un giorno, vestire questi panni e sentire che cosa si prova a essere cattivi. Poi, lo so già, mi metterei a ridere e finirebbe tutto».
Si è accorto che siamo arrivati alla fine di questa conversazione senza mai nominare Montalbano?
«Non ce n’è stato bisogno. Lui ormai vive per conto suo e non ha bisogno di me».
Maestro, come vorrebbe essere ricordato?
«Come una persona perbene».
Roberta Scorranese
 
 

Corriere della Sera, 15.12.2018
Elzeviro. Un giallo siciliano (Sellerio)
Le arancine e l’ironia di Savatteri

Come forse direbbe Johnny Stecchino, l’investigatore non somiglia per niente al commissario Montalbano, ma nel nuovo giallo con tanta tanta ironia di Gaetano Savatteri il segno di Andrea Camilleri continua a imporsi, prepotente. Come l’impronta dell’introspezione sciasciana, pur adattata alla disincantata e sobria leggerezza di Saverio Lamanna, improbabile detective, “disoccupato di successo”, già licenziato in un altro romanzo dall’incarico di portavoce e portaborse di un sottosegretario.
Un investigatore per caso che preferirebbe restarsene fra gli incanti del suo buen retiro di Makari, il paradiso dalle parti di Trapani, anziché esser trascinato dall’autore a due passi dalla famosa Vigata, fra le colonne doriche della Valle dei Templi, fino alle meraviglie del giardino degli dei salvato ad Agrigento dal Fai, la Kolymbetra.
Eccoci nell’eden dove si miscelano zagare e gelsomini, limoni e melograni, celestiale contesto sfregiato dal delitto di un archeologo di fama mondiale. Appunto, “Il delitto di Kolymbetra”, l’ultimo romanzo appena pubblicato da Sellerio per rilanciare la strepitosa figura di Lamanna, ormai nei racconti di Savatteri coppia fissa con il generoso ma buffo Peppe Piccionello, infradito havaianas e magliette siciliane, collaboratore di una tv locale, esperto di retorici pezzi turistici. Entrambi ancora al centro di pagine cariche di umorismo, di beffardi abbagli capaci però di mettere a nudo e sorridere dei luoghi comuni su Sicilia e siciliani.
D’altronde, avevamo visto partecipare in altra indagine Lamanna pure a un convegno antimafia in un convento a Palermo, arrivando con la stesso slancio partecipativo di Fantozzi davanti alla Corazzata Potemkin. Pronto a mettere a nudo anche i vizi di un mondo che Savatteri conosce bene da giornalista televisivo, prendendo in giro il circo mediatico, fra congegni e artefatte apparenze sintetizzate nell’acrobatica formula “niente vero, niente finto, solo spettacolo”.
Che non tutto sia come appare, in un doppio gioco annidato come atavica insidia nel siciliano doc, lo sa anche Piccionello che segue Lamanna fra i Templi per risolvere una faccenda familiare, la sparizione di una giovane parente. Un piccolo giallo che si intreccia con l’intrigo maturato nell’albergo sede di un convegno di archeologia dove, a parlare degli scavi e del rinvenimento (reale) di un teatro grande come quello di Siracusa, viene invitato il professore Demetrio Alù, ritrovato con la testa fracassata proprio fra le rovine millenarie, nel sito di Kolymbetra, alla vigilia di importanti comunicazioni scientifiche.
Come in una trama di Agatha Christie, assistenti e professori, convegnisti e una bella archeologa sono tutti sospettabili e la polizia annaspa. Mentre a suo modo indaga Lamanna senza risparmiarci battute, affascinato da poesie e canzoni, ghiotto di parmigiane e arancine (al femminile, nonostante Camilleri). Disorientato quando nella Valle ricompare Suleima, la fidanzata architetta a Milano, stavolta accompagnata dal titolare dello studio dove lavora e per questo fonte di gelosia.
Non inganni il taglio spassoso, chiave per proporre fra divertenti citazioni una riflessione seria sulla mafia, su mafia e potere. D’altronde, lo spessore di Savatteri viene dalle riduzioni teatrali di Camilleri, da libri come “Uno per tutti”, tradotto in film da Mimmo Calopresti con Isabella Ferrari e Giorgio Panariello, e dal primo testo d’esordio che andrebbe riletto, “La congiura dei loquaci”, il delitto di un sindaco, il sindaco di Racalmuto, la città di Sciascia da dove è partito questo ragazzo di Regalpetra.
Felice Cavallaro
 
 

Mangialibri, 16.12.2018
La presa di Macallè
Autore: Andrea Camilleri
Genere: Romanzo
Editore: Sellerio 2003

1935, Vigàta, Sicilia. Michelino ha compiuto da poco sei anni. È un bambino intelligente, ma è pur sempre un bambino e ancora il mondo degli adulti per lui è pieno di segreti e di fraintendimenti. I suoi genitori, per esempio, fanno cose molto misteriose. A Michelino capita spesso, per dire, di svegliarsi la notte sentendo la mamma che ansima e tutte le volte che lui va di nascosto a controllare trova i genitori che fanno la lotta a letto: certe notti a quanto pare vince il padre, tiene la donna a faccia in giù dandole “potenti colpi di panza” e lei non fa Aah! Aah! come al solito “ma, mischineddra, Ahi! Ahi!”, altre volte è la madre a vincere, sta “assittata supra la panza do papà”, si tira su e si siede in continuazione mentre il padre cerca di ribaltarla “posandole la mano sule minne”. Quella notte però i rumori sono molto diversi, se possibile ancora più inspiegabili: la madre piange e urla, il padre sta quasi sempre zitto ma poi dice: “Basta Ernestì! Basta che stai arrisbigliando ‘u paisi! Accura, Ernestì, che se m’incazzo io finisce a schifìo!”. Preso dalla curiosità, Michelino si alza e va a sbirciare in camera dei suoi. Il padre, in mutande, sta seduto su una sedia con la faccia “arrusicata e ‘nfuscata”, mentre la madre, in camicia da notte, cammina nervosamente per tutta la camera da letto “e ogni tanto si tirava dispirata i capiddri e si dava gran manate sulle minne”. Ma la sorpresa più grande per il bambino è che in camera con i suoi genitori c’è anche un’altra persona: Gersumina, la domestica sedicenne che dorme nello sgabuzzino accanto alla cucina. Anche la ragazza è in camicia da notte, anche lei sta seduta su una sedia, piangendo a testa bassa. Ogni tanto la mamma di Michelino le passa vicino e le dice rabbiosa: “Isa la testa, bagascia!” e poi le molla “una terribili timpulata” tirandole i capelli. Al bambino scappa uno starnuto e tutti si accorgono della sua presenza. “Che grannissima rottura de cabasisi, stu picciliddro!”, sbotta il padre tirandogli un calcio nel sedere. La madre lo porta via tenendolo per un braccio e intanto lo sculaccia. In cameretta, Michelino piange per un po’, finché non si addormenta. L’indomani mattina, la mamma gli spiega che il padre è partito per qualche giorno, che Gersumina non lavorerà più da loro e che lei andrà a stare una settimana dai nonni. Michelino si sente preso dal panico: “E io?”, chiede con voce tremante. Lui andrà a dormire a casa di zio Stefano, dove c’è la cugina Marietta, una sedicenne che “a malgrado che parisse fimmina fatta, con Michilino ci stava spisso e ci parlava e certi voti si metteva a jucari con lui squasiche fosse una picciliddra”…
In una cittadina siciliana di provincia, durante gli anni del massimo consenso al regime di Benito Mussolini – che proprio in quei mesi sta conquistando l’Etiopia, coronando l’effimero sogno dell’Africa Orientale Italiana –, un ragazzino superdotato che a ogni discorso del Duce sentito alla radio ha vistose erezioni vive una serie di avventure apparentemente boccaccesche. La cugina adolescente si fa toccare (e successivamente diventa l’amante prima di Michelino poi di suo padre), il parroco (che ha una relazione con sua madre) lo palpa, un professore lo violenta con la scusa degli Spartani, una vicina di casa si fa masturbare da sotto il tavolo e così via. Sembrerebbe una sceneggiatura di Tinto Brass – anche per l’estetica anni ’30 – o un classico della commedia sexy all’italiana, eppure La presa di Macallè, romanzo davvero bizzarro che i fan di Camilleri amano o odiano, senza vie di mezzo, è qualcosa di assolutamente diverso e molto meno rassicurante. Le vicende della famiglia Sterlini, dapprima farsesche e via via sempre più drammatiche, hanno ben poco di gioioso o vitalistico. Michelino è un vero e proprio mostro: e non certo per la sua anomalia fisica, bensì per la sua spietatezza, per la sua fascinazione per la morte, per la sua adesione zelante alla propaganda di regime. Altro che sesso, dunque: in questo bildungsroman in salsa vigatese – scritto come di consueto in una scoppiettante lingua inedita a metà strada tra l’italiano e il siciliano – ad avere il sopravvento sono la violenza e la politica. “Vuautri òmini siti tutti una cosa fitusa”, sì: ma soprattutto in quello che c’è oltre la semplice rapacità sessuale. In una lunga intervista contenuta nel libro di Gianni Bonina Il carico da undici (Barbera, 2007), Andrea Camilleri parla dell’accoglienza ostile riservata dalla critica a questo romanzo, e afferma: “Qualcuno l’ha preso per un romanzetto erotico, anzi c’è stato chi l’ha addirittura classificato come pornografico. Una cantonata inspiegabile o troppo facilmente spiegabile. Ne sono rimasto, lo confesso, profondamente offeso”. La vera offesa (ma all’intelligenza) secondo noi è che qualcuno non comprenda che le avventure di Michelino – tra l’altro mica tutte a sfondo erotico, anzi, come dimostra il sanguinoso finale del libro – hanno un carico simbolico, raccontano qualcos’altro, vanno lette in trasparenza.
David Frati
 
 

Teatro Vitaliano Brancati, 18-19.12.2018
Filippo Mancuso e Don Lollò


 
 

Agrigento Oggi, 18.12.2018
Al via la “Rassegna Teatrale di Ribera Città delle Arance”
Inizia la “Rassegna Teatrale di Ribera Città delle Arance”
Giovedì 20 dicembre per l’apertura della nuova stagione di prosa della “Rassegna Teatrale Ribera Città delle Arance” Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina in scena con la commedia “Filippo Mancuso e Don Lollò”.

Sarà la commedia “FILIPPO MANCUSO e DON LOLLO’” di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale ad aprire la nuova stagione di prosa della “Rassegna Teatrale Ribera Città delle Arance”, organizzata dall’Associazione Culturale “92ZERO16” con il patrocinio del Comune di Ribera e la preziosa collaborazione dell’Associazione Socio Culturale S. Michele Arcangelo di Calamonaci, il Comitato Provinciale di Agrigento Libertas e Radio Torre Ribera.
La pièce sancisce il ritorno insieme sulle scene, dopo 10 anni, di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina, da sempre beniamini del pubblico di ogni età, al loro fianco Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci, Franz Cantalupo, Lorenza Denaro e Luciano Fioretto.
La commedia “FILIPPO MANCUSO e DON LOLLÓ”, è nata da una promessa che risale alle prime rappresentazioni di La concessione del telefono di Camilleri quando, nell’unica scena nella quale Pattavina (Filippo Mancuso) e Musumeci (Don Lollò) si incontravano come personaggi, si creava una vera e propria commedia nella commedia. Una meraviglia di divertimento, conferendo a quella coppia una potenza comica che non aveva nulla da invidiare al celebre duo di Totò e Peppino, che fece promettere a Dipasquale e Camilleri la creazione di una commedia ad hoc che assecondasse la verve comica e il talento dei due attori: grandi come singoli, insuperabili in coppia. A raccontarcene la genesi è lo stesso Camilleri che ha voluto omaggiare il talento e la carriera lunga più di mezzo secolo di due grandi amici e compagni di scena. «Ricordo ancora il successo esilarante de “La concessione” all’Eliseo di Roma – racconta il novantatreenne papà di Montalbano -I due mattatori non la finivano di tenere il pubblico su un tappeto volante di risate. Io stesso tornai a vederlo due volte. Dopo la “prima”, andai nei camerini e trovai Pippo e Tuccio contenti, ma allo stesso tempo afflitti: “Andrea, devi sapere – mi dissero – che la scena durerebbe molto di più, ma quel tiranno (parlavano di Dipasquale che era presente e si divertiva) ci costringe a essere asciutti. Se torni a vedere lo spettacolo te la facciamo in versione integrale!” Ritornai il giovedì e i due mattacchioni mi dedicarono una scena di venticinque minuti. Il pubblico era in delirio. Fu allora che decidemmo con Peppe Dipasquale che gli avremmo scritto il sequel».
“Con l’imminente avvio della Stagione Teatrale – hanno dichiarato il sindaco Carmelo Pace e l’assessore alla cultura, Francesco Montalbano – il Comune di Ribera si appresta a riconfermare un percorso già iniziato negli anni, che ha evidenziato e consolidato il gradimento del pubblico riberese nei confronti dello spettacolo dal vivo e che ha visto la Città di Ribera consolidarsi palcoscenico delle attività culturali di tutta la provincia di Agrigento. Noi, come sempre del resto, continueremo a promuovere la CULTURA nella nostra Città, perché La riteniamo pietra miliare della nostra società.
Per informazioni e contatti telefonare ai numeri: 328 0134734 – 348 2848898
 
 

RagusaNews, 18.12.2018
Una strada degli scrittori con Torregrossa, Maraini e Camilleri
Ha dimenticato Simonetta Agnello Hornby

Palermo - La Sicilia di Giovanni Verga, Salvatore Quasimodo e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di Luigi Pirandello e Gesualdo Bufalino, di Leonardo Sciascia e Luigi Capuana, ma anche quella di Giuseppina Torregrossa, Dacia Maraini e Andrea Camilleri. L'isola alla quale si resta "ancorati", come fa l'ostrica col suo scoglio, e dove con i suoi paradossi "cambia tutto, per non cambiare niente". E' a loro che la deputata regionale del M5S Stefania Campo ha deciso di dedicare un disegno di legge. Si intitola 'Le strade degli Scrittori', si compone di 11 articoli e punta a coniugare storia e memoria, cultura e turismo, attraverso la creazione di itinerari che si intrecciano con le vite degli autori che hanno segnato la storia della letteratura italiana dell' 900 e contemporanea. Il ddl, che prevede il riconoscimento delle strada dello Scrittore, intende promuovere percorsi culturali, narrativi, turistici, enogastronomici nelle case natale e nei luoghi d'infanzia e di vita degli autori siciliani, con l'istituzione di un comitato promotore, che coinvolga enti locali, liberi consorzi, associazioni e camere di commercio.
"La strada è un happening di eventi dove tutto si muove e cambia a diverse velocità - afferma la deputata regionale del M5S Stefania Campo - Durante la mia attività politica spesso mi sono occupata di strade e infrastrutture e di mobilità alternativa e sostenibile. Non poteva mancare un’attenzione particolare alle "strade" in senso metaforico e non: sono le strade degli scrittori siciliani, nelle quali la storia ha incrociato la vita di chi ha scritto le pagine più belle della Sicilia". "Attraverso la loro istituzione nell'Isola - prosegue - sarà possibile visitare case museo o luoghi in cui hanno vissuto, entrare nei bar che frequentavano e magari assaporare un dolce che ha ispirato alcuni romanzi. E ancora visitare una piazza o ammirare uno scorcio e un paesaggio, che li ha ispirati". "Luoghi - prosegue - conosciuti in tutto il mondo e immortalati in libri, che hanno emozionato grandi registi e fatto la storia del cinema". "Sono strade 'diverse' - conclude - a lenta percorrenza, da valorizzare e far conoscere, in cui non sono presenti raddoppi di corsie o rotatorie ma solo una segnaletica per conservare la memoria e restiuirla alla collettività e dove sarà possibile soffermarsi a leggere i versi che li hanno resi e li rendono immensi ed eterni".
Peccato che l'on. Campo abbia dimenticato Simonetta Agnello Hornby.
 
 

Il Mattino di Sicilia, 18.12.2018
M5S vuole istituire la “Strada degli Scrittori” che però già esiste

Un disegno di legge, in 11 articoli, dal titolo ‘Le strade degli Scrittori’, è stato presentato all’Assemblea Regionale Siciliana dalla deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Campo con lo scopo di istituire l’itinerario della Sicilia di Giovanni Verga, Salvatore Quasimodo e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di Luigi Pirandello e Gesualdo Bufalino, di Leonardo Sciascia e Luigi Capuana, ma anche quella di Giuseppina Torregrossa, Dacia Maraini e Andrea Camilleri. Peccato che sia l’associazione sia la strada esista già. E non da ieri.
Alla deputata Campo deve essere sfuggito il fatto che “La Strada degli scrittori” è un progetto che ha preso forma da una proposta del giornalista del Corriere della Sera, Felice Cavallaro, condivisa e sottoscritta con protocollo d’intesa, l’11 novembre 2013 a Racalmuto, alla presenza dell’allora Ministro per i Beni culturali Massimo Bray, oggi direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, e dal Presidente dell’Assemblea regionale Siciliana, Giovanni Ardizzone.
Il progetto è divenuto ancora più concreto con l’impegno di Anas, annunciato il 4 febbraio 2016 dal presidente Gianni Vittorio Armani, di denominare ufficialmente la strada statale 640 “di Porto Empedocle” come “La Strada degli Scrittori”. La strada, che unisce cultura e turismo nei luoghi siciliani hanno visto nascere e produrre scrittori di prima grandezza: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello, Rosso di San Secondo e molti altri, da Racalmuto a Porto Empedocle, passando per Favara e Agrigento fino a Caltanissetta.
Insomma bastava cercare su internet o percorrere la stradale statale 640 e si sarebbe evitata la gaffe.
Davide Di Giorgi
 
 

La Repubblica (ed. di Roma), 18.12.2018
Un girotondo trascinante. Camilleri, certamente!

Nel cuore del quartiere romano di Testaccio, il Teatro Vittoria rappresenta un luogo importante per tutti gli appassionati di spettacolo dal vivo, con un'offerta ricca di appuntamenti ideati con l'obiettivo di affermarsi sempre più come il teatro di tutti e per tutti, il teatro ‘da vivere'. Le feste di Natale saranno allietate dalla Compagnia Attori & Tecnici.
Dopo il grande successo dello scorso anno, torna in scena dal 20 dicembre al 6 gennaio "Il Diavolo, certamente", diretto da Stefano Messina e tratto dai racconti di Camilleri, adattati da Claudio Pallottini. Racconti dal ritmo vorticoso ed azioni fulminanti. Un girotondo trascinante, una scrittura beffarda con il dono della leggerezza e dalla contagiosa energia. Sei passeggeri, sei perfetti sconosciuti più il controllore, salgono a Palermo sul treno che nella notte li porterà a Torino e s'incontrano nello scompartimento 6 della carrozza 6. Come sempre accade in questi lunghi viaggi, dopo i primi momenti di diffidenza e di silenzio, rotto il ghiaccio, si parla del più e del meno. Il più e il meno di questa lunga notte, però, è assai particolare, perché è il racconto di strane avventure accadute ai nostri protagonisti o delle quali hanno avuto notizia. Sono strane perché tutte vertono su un unico filo conduttore: il ‘caso', la ‘coincidenza' incredibile, o meglio ancora, come dice lo stesso Camilleri, il ‘Diavolo certamente' che ci ha messo lo zampino. Quale miglior modo di trascorrere la sera del Capodanno? Al Teatro Vittoria in programma una doppia replica dello spettacolo.
La prima replica è alle ore 19.45, ingresso dalle ore 19 e accoglienza con spumante e panettone. La seconda replica alle ore 22.50 prevede panettone e brindisi di mezzanotte insieme alla Compagnia.
COSA REGALARE QUESTO NATALE
Al Teatro Vittoria avete, inoltre, la possibilità di ‘regalare e regalarsi' il Teatro, con l'acquisto delle Card Natale. Un regalo speciale in una confezione regalo e con una dolce sorpresa, che consente di avere da due a dieci ingressi per tutti gli spettacoli fino a maggio 2019, disponibile al botteghino del teatro oppure acquistabile on-line sul sito teatrovittoria. it.
Le feste con la Compagnia Attori & Tecnici
"IL DIAVOLO, CERTAMENTE" - PH MANUELA GIUSTO
 
 

Ora News, 19.12.2018
Teatro comunale, sabato in scena Musumeci e Pattavina
Una commedia nata dalle penne di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale che saprà inaugurare al meglio la stagione teatrale siracusana. La presenza di due mostri sacri del teatro siciliano contemporaneo faranno registrare come nelle altre località regionali, tappe del tour, il tutto esaurito

Siracusa- Dalle penne di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, arriva sabato 22 dicembre al Teatro Comunale di Siracusa, lo spettacolo “Filippo Mancuso e Don Lollò” con Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.
I due grandi mattatori catanesi ritornano sulle scena dopo 10 anni per far divertire il pubblico.Unica data siracusana per lo spettacolo che ha fatto registrare il tutto esaurito nelle repliche a Catania.
Una commedia che nasce da una promessa mantenuta, quella di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, autori di questa “commedia di situazione”, di scrivere una pièce nuova e originale per due mostri sacri del palcoscenico italiano: Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.
Trama
Il Cavaliere Filippo Mancuso, ricco proprietario terriero, ha un chiodo fisso: deve fare assumere il figlio Alberto in un’importante banca della Sicilia, per mandarlo via da Vigàta e assicurargli un futuro nuovo. Purtroppo c’è un inconveniente, Alberto è terribilmente stupido e senza una buona raccomandazione non potrà riuscire in nulla. Don Lollò, ovvero Calogero Longhitano, uomo di rispetto di Vigàta, è tormentato da un cruccio familiare: la figliuola Lillina, Calogera anch’ella, è in età da marito. Purtroppo Lillina, pur essendo una fanciulla molto intelligente e perspicace, si trova ad avere un difetto di movimento che la rende, come dire… sciancata. Don Lollò potrebbe maritarla con qualcuno a forza, ma vuole molto bene alla figlia e vorrebbe per lei una vita felice… Provate solo a immaginare quello che accadrà.
Info Biglietteria c/o Artemision (Palazzo Vermexio)
Tutti i giorni (esclusa la domenica) dalle 10.00 alle 16.00. Solo nella data dello spettacolo c/o Teatro Massimo Comunale dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 fino ad inizio spettacolo.
Autori: Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
regia e scene: Giuseppe Dipasquale
costumi: Sorelle Rinaldi
musiche: Matteo Musumeci
musiche: eseguite al clarinetto Gaetano Cristofaro
luci Sergio: Noè
produzione: Teatro della Città
Personaggi/Interpreti
Calogero Longhitano (Don Lollò), uomo di rispetto, Tuccio Musumeci
Filippo Mancuso, proprietario terriero, Pippo Pattavina
Nunziata, cameriera casa Mancuso Margherita Mignemi
Padre Imbornone, parroco di Vigata Riccardo, Maria Tarci
Gegè, uomo di fiducia di Don Lollò, Franz Cantalupo
Calogera Longhitano (Lillina), figlia di Don Lollò, Lorenza Denaro
Mascia Quadarella
 
 

Scrivo Libero, 19.12.2018
Disegno di Legge sulla Strada degli Scrittori, l’Associazione: “nata male”

“L’annuncio di un disegno di legge sulla Strada degli Scrittori presentato da una deputata del M5S all’Assemblea regionale potrebbe essere una buona notizia. Ma è nata male”.
Lo afferma in una nota l’Associazione ONLUS “Strada degli Scrittori” di Agrigento, che aggiunge:
“Con un comunicato stampa in cui sembrava che la deputata avesse coniato per la prima volta nella storia questo immaginifico marchio di fabbrica che lega la Sicilia alla letteratura. Di qui una serie di comprensibili critiche accese sui social, anche dopo l’intervento di una scrupolosa giornalista come Elvira Terranova. Poi s’è scoperto che il disegno di legge nell’incipit (ma non nella nota ufficiale del gruppo parlamentare) ricorda “la positiva esperienza registrata con la Strada degli scrittori…” proponendo di estenderla oltre i confini dell’asse Caltanissetta-Agrigento.
E di questo si può discutere, anche perché quanti lavorano da sei anni sull’idea della Strada degli Scrittori hanno sempre indicato quell’asse solo come un progetto pilota. Dato ignorato dalla deputata che forse non sa quante relazioni siano state presentate agli assessori ai Beni culturali e al Turismo per incentivare la diffusione dello stesso progetto anche fra Palermo e Messina, fra Comiso e Catania, all’ombra dell’Etna, fra Vizzini e Trecastagni, a Siracusa e così via. Con relazioni depositate negli assessorati insieme con video interviste sul tema, preziose testimonianze di Andrea Camilleri e Dacia Maraini realizzate in collaborazione con la Scuola di cinematografia sperimentale della Regione siciliana.
Quando parliamo della Strada degli scrittori ci riferiamo a un logo e marchio registrati, come da anni decine di operatori sono impegnati in manifestazioni, festival, convegni, rassegne, premi, attività teatrali, master di scrittura, escursioni alla scoperta dei luoghi. Tutto nel nome di una “Strada degli Scrittori” che, come mostra il cartello gigante dell’Anas, si estende fra Agrigento e Caltanissetta, ma anche lungo l’asse fra Palma di Montechiaro e Santa Margherita Belice-Sambuca di Sicilia.
Adesso il ddl della deputata del M5S propone di miscelare “cultura e turismo, attraverso la creazione di itinerari che si intrecciano con le vite degli autori che hanno segnato la storia della letteratura italiana…”. Proprio come si legge sul sito della “Strada degli Scrittori”. Come tante volte è stato detto anche da Felice Cavallaro sottolineando l’esistenza in Sicilia di un intreccio di “autostrade degli scrittori”. Ma è singolare che si finisca sostanzialmente per copiare in un disegno di legge quanto cliccando su www.stradadegliscrittori.it è da tempo ben visibile. Forse senza nemmeno capire di copiare così un progetto già avviato con grandi sforzi e peraltro (gratuitamente) patrocinato sei anni fa dalla Regione siciliana con sei assessori che firmarono un protocollo d’intesa, riuniti alla Fondazione Sciascia con l’allora ministro dei Beni culturali Massimo Bray. Anche lui coinvolto nelle due ultime edizioni del Master di scrittura della “Strada” come direttore scientifico del corso e come tutor, insieme con tanti scrittori, giornalisti e docenti universitari”.
“Ricominciando – continua la nota stampa – da questa storia sarà certamente possibile discutere di un auspicato intervento pubblico purché non si pensi di costituire enti mangiasoldi e carrozzoni clientelari, come tanti la Regione in passato ne ha prodotti anche sul fronte del turismo. Nello spirito della Strada degli Scrittori, si tratta piuttosto di mettere a rete quanto già esiste, dai musei alle fondazioni, dai teatri ai centri culturali, coinvolgendo soprattutto i privati, quindi albergatori, agenzie di viaggio, artigiani, cantine vitivinicole… perché, come dice il primo testimonial del progetto, Andrea Camilleri, “la Strada degli scrittori è la strada del pane che possiamo assaggiare a Ragusa, del formaggio diverso, del vino che sorseggiamo verso Canicattì…”. Come dire che aziende casearie, produttori di vino, albergatori, tutta un’intera economia può essere messa in moto facendo riscoprire a schiere di viaggiatori le meraviglie dei luoghi, dei conventi, dei teatri, delle pietre che hanno ispirato i grandi autori. Lo dicevamo cominciando da Sciascia, Pirandello e Camilleri. Lo abbiamo ribadito nelle relazioni parlando di Consolo e Bufalino, di Verga e De Roberto, Vittorini, Quasimodo, Ercole Patti. Nelle relazioni e nei teatri. Anche recentemente, quando abbiamo coperto un vuoto di memoria collettivo ricordando i 60 anni dalla pubblicazione del Gattopardo con il figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa e tanti insigni protagonisti della vita culturale”.
 
 

Teatro Vittoria, 20.12.2018-6.1.2019
Il diavolo, certamente
tratto dai racconti di Andrea Camilleri
adattamento teatrale Claudio Pallottini
regia Stefano Messina
con Stefano Messina, Carlo Lizzani, Roberto Della Casa, Sebastiano Colla, Claudia Crisafio, Mimma Lovoi, Chiara Bonome, Valerio Camelin
Produzione Attori&Tecnici
Dal 20 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019

Torna sul palcoscenico del Teatro Vittoria dopo il grande successo del debutto dello scorso anno, l’opera diretta da Stefano Messina tratta dai racconti di Camilleri. Sei passeggeri, sei perfetti sconosciuti, più il controllore, salgono a Palermo sul treno che nella notte li porterà a Torino e s’incontrano nello scompartimento 6 della carrozza 6. Come sempre accade in questi lunghi viaggi, dopo i primi momenti di diffidenza e di silenzio, rotto il ghiaccio, si parla del più e del meno.
Il più e il meno di questa lunga notte, però, è assai particolare: è il racconto di alcune strane avventure che sono accadute ai nostri protagonisti, o delle quali hanno avuto notizia. Sono strane perché tutte vertono su un unico filo conduttore: il ‘caso’, la ‘coincidenza’ incredibile; o meglio ancora - come dice Andrea Camilleri dal quale è tratto lo spettacolo teatrale - il ‘Diavolo certamente’ che ci ha messo lo zampino.
I racconti, rappresentazioni nella rappresentazione, diventano il pretesto per discutere sull’esistenza o meno del diavolo; e quando tutto sembra risolversi in una negazione di quest’ultimo, arriva il colpo di scena finale.
I racconti di Camilleri, magistralmente adattati da Claudio Pallottini e raccolti nello spazio angusto di uno scompartimento di un vagone del treno Palermo - Torino, oltre ad essere irresistibilmente divertenti, sono una riflessione sul caso e sulle coincidenze che ineluttabilmente determinano il senso delle umane sorti. Un evento inaspettato, una fatalità, un appuntamento mancato possono cambiare il senso di tutta una vita. Nel bene e nel male. I cambi di scena rapidi, diventano di volta in volta teatro di un nuovo racconto. Il ritmo è vorticoso, le azioni sono fulminanti. Un girotondo trascinante e vitale, una scrittura beffarda che ha il dono della leggerezza e insieme una contagiosa energia. Andrea Camilleri, certamente.
 
 

Rassegna Teatrale “Ribera Città delle Arance”, 20.12.2018
Filippo Mancuso e Don Lollò


 
 

SiracusaOggi, 20.12.2018
Siracusa. Al Teatro Comunale Musumeci e Pattavina, sabato in scena

Dalle penne di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, arriva sabato 22 dicembre, risolto il problema legato al maltempo di alcuni giorni fa, al Teatro Comunale di Siracusa, lo spettacolo “Filippo Mancuso e Don Lollò” con Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.
I due grandi mattatori catanesi ritornano sulle scena dopo 10 anni per far divertire il pubblico.Unica data siracusana per lo spettacolo che ha fatto registrare il tutto esaurito nelle repliche a Catania.
Una commedia che nasce da una promessa mantenuta, quella di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, autori di questa “commedia di situazione”, di scrivere una pièce nuova e originale per due mostri sacri del palcoscenico italiano: Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.
Lo spettacolo racconta del Cavaliere Filippo Mancuso, ricco proprietario terriero, ha un chiodo fisso: deve fare assumere il figlio Alberto in un’importante banca della Sicilia, per mandarlo via da Vigàta e assicurargli un futuro nuovo. Purtroppo c’è un inconveniente, Alberto è terribilmente stupido e senza una buona raccomandazione non potrà riuscire in nulla. Don Lollò, ovvero Calogero Longhitano, uomo di rispetto di Vigàta, è tormentato da un cruccio familiare: la figliuola Lillina, Calogera anch’ella, è in età da marito. Purtroppo Lillina, pur essendo una fanciulla molto intelligente e perspicace, si trova ad avere un difetto di movimento che la rende, come dire… sciancata. Don Lollò potrebbe maritarla con qualcuno a forza, ma vuole molto bene alla figlia e vorrebbe per lei una vita felice… Provate solo a immaginare quello che accadrà. Info e biglietteria presso l’Artemision di palazzo Vermexio tutti i giorni (esclusa la domenica) dalle 10.00 alle 16.00. Solo nella data dello spettacolo c/o Teatro Massimo Comunale dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 fino ad inizio spettacolo.
Oriana Vella
 
 

Le Temps, 21.12.2018
Commissaire Montalbano
Policier
Quelle série TV regarder ce soir? Nous vous proposons de composer votre menu grâce à notre plateforme interactive.

L’adaptation des savoureux romans d’Andrea Camilleri est une tâche de fond: elle dure depuis 1999, avec des années sautées. Elle n’avait rien d’évident, tant l’ambiance, et la langue, des enquêtes criminelles du commissaire gourmand ont leurs particularités. Jugé trop jeune au début, l’acteur Luca Zingaretti s’est installé dans le personnage. Hélas, les éditions en DVD ne comportent que la version française. – Nicolas Dufour
Années prod. :1999 - aujourd’hui
Auteurs :Francesco Bruni, Andre Camilleri
Format :Épisodes de 50 minutes
Diffuseur :Rai
Provenance :Italie
 
 

Teatro Comunale di Siracusa, 22.12.2018
Filippo Mancuso e Don Lollò


 
 

La Sicilia, 23.12.2018
Amarcord. Così Andrea Camilleri nel 1995 raccontava i suoi anni vissuti ad Agrigento prima da studente ginnasiale poi da giovane di provincia
Dall'archivio della memoria, qui di seguito offriamo ai nostri lettori un testo scritto da Andrea Camilleri per la Rivista letteraria "Sintesi", edita per alcuni anni ad Agrigento, nel numero di febbraio del 1995.
Lettera a Giurgenti
«La corriera delle sette e quaranta, l'esilio nel Convitto Vescovile, le letture, la "passiata" e la "taliata"»
«Sul bus solo studenti: nessuna persona di buon senso sarebbe salita»
«I cinque numeri del nostro primo giornaletto subito a ruba»

Rosetta Romano ha dovuto insistere a lungo per ottenere queste quattro righe per la sua considerevole rivista ("Sintesi" ndr) e mi avrà certamente giudicato persona scortese. Il fatto è che la sua richiesta mi ha messo in imbarazzo per due ragioni: la prima è perché in qualche modo mi costringe a scrivere di me. Bisogna allora precisare che ci sono, tra le tante, due cose che sommamente detesto a veder mettere nero su bianco: l'autobiografia e il racconto basato sulle memorie personali e familiari.
Da Fucini ("una spronata uno sfaglio...") a Bilenchi ("mio nonno era...") a Pratolini ("conobbi mio fratello...") e giù giù anche nel senso della qualità letteraria, fino alle odierne Tamaro e Mazzantini, il mio rigetto è paragonabile solo a quello di cui morirono i primi pazienti operati al cuore da Barnard. La seconda ragione è che io non conosco Agrigento. Può apparire paradossale ma è così. Provo a spiegarmi.
Terminate le scuole elementari al mio paese, Porto Empedocle, i miei genitori m'iscrissero al ginnasio d'Agrigento. Comprarono dalla ditta "Lumia & Licata" un blocchetto di tagliandi, andata e ritorno valido per un mese e m'imbarcarono sulla corriera Porto Empedocle - Giurgenti delle sette e quaranta del mattino. Mi raccomandarono all'autista don Pedro, tracagnotto con i baffi e al bigliettaio, il signor Aguglia, alto, magrissimo, strabico. L'autobus delle sette e quaranta che arrivava a Giurgenti alle otto e un quarto, era interamente riservato agli studenti. Non perché così avesse deciso la ditta che gestiva i trasporti, ma perché nessuna persona dotata di buon senso sarebbe salita su quella corriera letteralmente in balìa di quegli studenti. Il percorso era lungo e periglioso, pieno d'imprevisti. Dopo Villaseta, per esempio, c'era la "miniera" così la chiamavamo, una discarica. Il giorno che Peppuccio Nuara vide nella "miniera" un vaso da notte, proclamò subito che si trattava del vello d'oro, e che bisognava conquistarlo. Facemmo tardi e per quel giorno fummo esclusi dalle lezioni.
La corriera fermava a Porta di Ponte, avevamo appena il tempo di comprare un panino con le panelle e di correre a scuola. Appena suonava la campanella d'uscita, ci precipitavamo verso l'autobus che ci aspettava col motore acceso.
Allora: in quel periodo Giurgenti per me è solo un autobus, una breve corsa su una strada, un'aula scolastica. Dopo, però, fu peggio. Divenne un luogo d'esilio.
Poiché ero diventato, non ho difficoltà ad ammetterlo, un "malacunnutta", i miei genitori straziati (figlio unico!) mi mandarono al Convitto Vescovile che oggi non c'è più, al Rabato. Dalle finestre del grande dormitorio si vedevano a sera tremolare le luci della marina (per chi non lo sapesse, il mio paese è detto "a marina"). E quindi prima di pigliare sonno un pianto convulso mi sconvolgeva, puntuale. Gli anni del liceo furono imparagonabilmente meglio. Una mia zia m'ospitò, ogni mattina per andare a scuola scendevo le ripide scale che portavano allo spiazzo san Calogero. Da queste scale vidi più volte il mio paese bruciare sotto le bombe ma in compenso Giurgenti era per me diventata più accettabile forse perché ero riuscito a farmi degli amici, anche al di fuori dell'ambiente liceale. Gaspare Giudice, Luigi Giglia, Mimmo Rubino, Carmelo Nobile, Ugo La Rosa, Enzo Lauretta (che di quegli anni ha scritto nel suo bel libro "I giorni della vacanza"). Parlavamo interminabilmente di politica, ma anche quelli che tra di noi erano di più accese idee fasciste concordavano nel ritenere l'adunata del sabato una coercizione insostenibile. L'alternativa agli esercizi paramilitari era il lavoro obbligatorio.
Decidemmo di andare a fare i tipografi presso le "Arti Grafiche" del mitico avvocato Francesco Macaluso, poeta ed editore. Da lì a far nascere un nostro giornaletto il passo fu breve, ne uscirono mi pare cinque numeri che andarono a ruba.
L'incrudelire della guerra e lo sbarco alleato ci divisero. Ma dopo, quando non avevo più bisogno di recarmi a Giurgenti per ragioni scolastiche, presi ad andarci quasi tutti i giorni, nel pomeriggio. Arrivato con l'autobus davanti alla stazione, scendevo le scale a fianco del palazzetto della Banca d'Italia e mi trovavo quasi in aperta campagna. Qui c'era la casa dove abitava Gaspare Giudice con il fratello e le due sorelle, la più grande delle quali, Lia, era stata mia insegnante e m'aveva fatto conoscere la letteratura italiana contemporanea. Appassionatamente adesso parlavamo dei libri che stavamo leggendo, io sottoponevo all'implacabile, intelligente ironia di Gaspare, i miei primi timidi scritti. Poi salivamo alla "passiata", dove c'erano già ad aspettarci Antonio Ruoppolo e Dante Bernini. Quindi iniziava la maratona, dalla stazione al manicomio e viceversa, il fitto parlare di tanto in tanto interrotto da una fugace "taliata" alle ragazze.
Sono convinto che tutto quello che sono diventato dopo, nel bene e nel male, lo devo a quei pomeriggi, al calore di quell'amicizia, alla passione di quelle discussioni.
Tutto qua. Mi chiedo: questo significa conoscere una città? Direi di no. Capisco d'avervi deluso, però così stanno le cose. A meno che conoscere un paese non significhi conoscere, e amare, le persone che dell'aria di quel paese si sono profondamente impregnati.
Andrea Camilleri
 
 

Il Sussidiario, 23.12.2018
VINCENZO MOLLICA/ “Ho messo passione e fatica nel lavoro. Molte persone mi hanno dato tanto”(Che tempo che fa)
Vincenzo Mollica ospite a Che tempo che fa nell’ultima puntata dell’anno: la sua carriera di giornalista e storico volto del Tg1 e il dramma della vista

[...]
Vincenzo Mollica è stato ospite di Fabio Fazio nella prima serata di ieri, con la nuova puntata di Che tempo che fa, in onda su Rai1. Da anni il problema alla vista e per questo motivo, arrivando in studio si è fatto accompagnare. Il giornalista esordisce raccontando di ispirarsi ad Andrea Camilleri: “Lui è stata la persona che mi ha dato più fiducia, perché abbiamo la stessa malattia. Vedere lui lavorare mi ha dato fiducia per iniziare a scrivere. Quindi ho scritto questo libro di aforismi dettati a Siri con il telefonino con quello stesso spirito”.
[...]
Emanuela Longo
 
 

Giornale Ibleo, 24.12.2018
I romanzi di Andrea Camilleri sono i più letti del 2018

Andrea Camilleri si conferma lo scrittore più amato del 2018. Sono i suoi, infatti, i romanzi più letti dagli italiani. Sul podio, infatti, spunta l’ultima saga di Montalbano pubblicata a maggio: Il metodo Catalanotti (Sellerio), che ha venduto quasi 300mila copie. È andata bene a tutti gli autori della scuderia Sellerio, visto che fra i più letti dell’anno troviamo anche Fate il vostro gioco di Antonio Manzini – con il vicequestore Rocco Schiavone che ritorna il 10 gennaio con il sequel Rien ne va plus -, A bocce ferme di Marco Malvaldi con i vecchietti del Barlume e Mio caro serial killer della spagnola Alicia Gimenez Bartlett con l’ispettrice Petra Delicado. Italiani si confermano sempre più amanti delle serie.
 
 

Nuovo Sud, 27.12.2018
Siracusa, grande successo per lo spettacolo “Filippo Mancuso e Don Lollò”

Successo di pubblico per lo spettacolo “Filippo Mancuso e Don Lollo” rappresentato al Teatro Comunale di Siracusa dopo la breve chiusura dovuta ai danni subiti per il maltempo. La commedia ha visto come protagonisti Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina in un ritorno insieme sulla scena dopo dieci anni e nasce da una promessa mantenuta, quella di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, autori di questa “commedia di situazione”, di scrivere una pièce nuova e originale per i due mostri sacri del palcoscenico italiano dopo l’incontro di ambedue gli attori ne “La concessione del telefono” di Camilleri. Un divertimento che fece promettere a Dipasquale e Camilleri la creazione di una commedia ad hoc che assecondasse la verve comica e il talento dei due attori: grandi come singoli, insuperabili in coppia. Lo spettacolo racconta del Cavaliere Filippo Mancuso, ricco proprietario terriero, che vuole fare assumere il figlio Alberto in un’importante banca della Sicilia, per mandarlo via da Vigàta e assicurargli un futuro nuovo. Purtroppo Alberto è terribilmente stupido e senza una buona raccomandazione non potrà riuscire in nulla. Don Lollò, ovvero Calogero Longhitano, uomo di rispetto di Vigàta, è tormentato, invece, da un cruccio familiare: la figliuola Lillina è in età da marito. Purtroppo Lillina, pur essendo una ragazza molto intelligente e perspicace, si trova ad avere un difetto di movimento che la rende, come dire… sciancata. Don Lollò potrebbe maritarla con qualcuno a forza, ma vuole molto bene alla figlia e vorrebbe per lei una vita felice… Oltre a Pattavina e Musumeci sono stati in scena Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci, Franz Cantalupo e i giovani Lorenza Denaro e Luciano Fioretto. Le scene sono dello stesso Dipasquale, i costumi delle Sorelle Rinaldi, le musiche del maestro Matteo Musumeci, le luci di Sergio Noè. Domani 28 dicembre andrà in scena alle 20, sempre al teatro comunale in via Roma in Ortigia, il gran Galà della Lirica con l’esibizione del soprano Gonca Dogan e il tenore Filippo Micale, al pianoforte Ivan Manzella. Prevendita biglietti e botteghino presso l’ Artemision – ingresso Palazzo Vermexio, dalle 10.00 alle 16.00. (Foto di Maria Pia Ballarino)
Anita Crispino
 
 

ANSA, 28.12.2018
Show, serie e calcio: i 10 programmi tv più visti del 2018
I Mondiali, il Commissario Montalbano e il Festival di Sanremo si confermano ancora una volta i "pezzi pregiati" dei palinsesti degli ultimi 12 mesi

La tv generalista è morta? No. È viva è lotta insieme a noi. Certo, la platea si è ristretta, l'offerta monstre dei canali del digitale terrestre ha frammentato gli ascolti, Netflix, Amazon Prime e compagnia fighetta c'hanno messo del loro, ma nel complesso Rai e Mediaset continuano a farla da padrona con picchi di share che smentiscono la fine dell'amata/odiata generalista. Ecco i 10 programmi più visti del 2018, con Sanremo, i Mondiali di calcio e Montalbano a sbancare il podio.
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3. Il Commissario Montalbano. 11.386.000 spettatori
Granitica certezza del palinsesto Rai, Montalbano continua a battere se stesso macinando record clamorosi. Come quello del 12 febbraio 2018, quando l'episodio La giostra degli scambi ha totalizzato il 45,1% di share, con 11 milioni 386 mila spettatori, imponendosi come la puntata più vista di sempre. Luca Zingaretti e Andrea Camilleri non sbagliano un colpo e spesso umiliano la concorrenza, anche in replica. A febbraio 2019 sono in arrivo altri due episodi inediti.
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SuperGuidaTV, 29.12.2018
Anticipazioni Tv
La stagione della caccia – C’era una volta Vigata: quando inizia, trama, cast e anticipazioni

Dopo la messa in onda, lo scorso febbraio, de La mossa del Cavallo – C’era una volta Vigata, quest’anno andrà in onda, sempre su Rai 1, La stagione della caccia. Sarà questo il secondo film tratto dai romanzi di Camilleri o meglio dalla serie storica C’era una volta Vigata. Sull’ammiraglia Rai, pertanto, in prima serata, verrà raccontata la storia della famiglia Peluso colpita da una serie di morti misteriose. Ecco tutte le anticipazioni sul film: dalla trama al cast di attori che hanno lavorato sul set per la realizzazione della pellicola. Pare proprio, vista la firma dello stesso autore di Montalbano, che il successo sia assicurato.
La stagione della caccia quando inizia: ecco la data di messa in onda, il cast e la trama
La stagione della caccia, il film prodotto da Palomar per Rai 1 e tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri pubblicato da Sellerio andrà in onda molto presto.
Secondo i ben informati, infatti, a fine febbraio i telespettatori dell’ammiraglia Rai potranno guardarlo in prima serata. Bisognerà quindi aspettare solamente il 25 febbraio 2019 per vedere Francesco Scianna e gli altri attori del cast nel nuovo capitolo di C’era una volta Vigata.
Prima, come è successo anche nel 2018, andranno in onda due nuovi episodi di Montalbano. La fiction, amatissima dal pubblico e dalla critica, approderà su Rai 1 l’11 e il 18 febbraio 2019.
La stagione della caccia: cast e anticipazioni
Cosa sappiamo de La stagione della caccia. Ebbene per ora ci sono ancora poche informazioni ufficiali. Protagonista del film sarà l’attore Francesco Scianna.
La pellicola per la tv è stata girata in Sicilia. Fra i vari luoghi immortalati ci sono le stradine e i vicoli di Scicli. Sono state effettuate riprese, ad esempio, a palazzo Mormino – Massari in Piazza Italia. Qui vi è anche la sede del commissariato di Montalbano.
La troupe si è spostata in via Peralta nel quartiere San Giuseppe. Scianna è stato avvistato in indumenti dell’epoca dietro la chiesa sconsacrata della Maddalena. Altre scene sono state girate a Marzamemi in provincia di Siracusa. Il regista del film è l’inglese Roan Johnson [è italiano, NdCFC].
Nel cast, oltre a Scianna, vi è anche: Ninni Bruschetta. Non è dato, per ora, sapere altro. Si spera, però, che presto giungeranno news in merito agli attori che vi hanno preso parte.
La stagione della caccia: trama
Alfonso La Matina, detto Fofò, un uomo altezzoso e molto riservato, arriva al porto di Vigata per proseguire il lavoro del padre. L’uomo, tornato in paese, è protagonista, suo malgrado, di molti gossip. Tutti parlano di lui, ma nessuno conosce il motivo del suo ritorno.
Per fortuna, però, il pettegolo geometra Fede scopre che Fofò è tornato davvero per prendersi cura di un giardino “miracoloso” appartenente al marchese Peluso. I frutti e le erbe di questo giardino, infatti, si pensa abbiano effetti curativi davvero incredibili.
Fofò, però, apre una farmacia ed utilizza per la creazione delle sue medicine proprio quelle stesse piante e quegli stessi fiori che usava il padre. Peccato però che dopo l’apertura di questo negozio a Vigata inizino a registrarsi morti sospette.
Alessandra Solmi
 
 

La Lettura - Corriere della Sera, 30.12.2018
Libri Le classifiche delle vendite 2018
Dal commissario Montalbano a capitan Totti i titoli italiani fanno il pieno di lettori
Dicker e Giménez-Bartlett campioni di thriller, Cazzullo e Baricco i saggisti bestseller

La pagella
Medaglia d'oro 2018
Vince Sellerio (non solo Camilleri)

Sul podio, nel Gran Premio Generale del circuito editoriale 2018, a innaffiarsi di champagne salgono Andrea Camilleri al primo posto, Elena Ferrante al seondo e la coppia Francesco Cavallo / Elena Favilli. Però nella Top 20 assoluta ( i primi venti titoli più acquistati dai lettori), Elena Ferrante è presente con due romanzi e quindi si classifica prima con 106 punti contro i 100 di Camilleri.
[...]
Antonio D'Orrico
 
 

Sicilian Post, 30.12.2018
Sicilitudine
Uno sguardo verso l’anno nuovo: con Montalbano facciamo il bilancio del 2018 siciliano
Le tra­ge­die sono sta­te di­ver­se, ci han­no col­pi­to nel­l’in­ti­mo del­la no­stra per­so­na e del­la no­stra co­mu­ni­tà iso­la­na. Pro­prio come il ce­le­bre com­mis­sa­rio, non sia­mo mai trop­po fi­du­cio­si ed en­tu­sia­sti quan­do il pas­sag­gio di con­se­gne tra vec­chio e nuo­vo si rea­liz­za. Ma pro­prio come il com­mis­sa­rio, sul­le ali del­le no­ti­zie po­si­ti­ve che al­len­ta­no il do­lo­re, ri­par­tia­mo, pron­ti a com­bat­te­re ogni gior­no per un fu­tu­ro da scri­ve­re

Il 2018 vol­ge al ter­mi­ne. Come sem­pre, un dato di fat­to dal du­pli­ce sa­po­re: per al­cu­ni, già pro­iet­ta­ti ver­so le brac­cia del fu­tu­ro, sarà un po’ una be­ne­di­zio­ne, un la­sciar­si alle spal­le fran­gen­ti di vita spez­za­ta da ri­com­por­re coc­cio dopo coc­cio; per al­tri, un pas­sag­gio da vi­ve­re con un piz­zi­co di tri­stez­za per l’ab­ban­do­no ob­bli­ga­to di un anno ma­ga­ri pro­fi­cuo e fa­vo­re­vo­le. Sono i gior­ni dei fi­sio­lo­gi­ci bi­lan­ci, non po­treb­be es­se­re al­tri­men­ti. Sono i gior­ni di un fit­to dia­lo­go con la pro­pria co­scien­za, del­la ri­cer­ca di un mi­glio­ra­men­to per­so­na­le, di una svol­ta o di una con­ti­nui­tà. Ogni anno che fi­ni­sce por­ta con sé una dose ri­le­van­te e per­so­na­lis­si­ma di dub­bi, di aspi­ra­zio­ni, di ti­mo­ri e di pro­po­si­ti. E il si­ci­lia­no? Come vive il pas­sag­gio di con­se­gne da un anno al­l’al­tro? Ma so­prat­tut­to, alla luce di quan­to ac­ca­du­to nei 365 gior­ni che stia­mo per sa­lu­ta­re de­fi­ni­ti­va­men­te, fra tra­ge­die in­can­cel­la­bi­li e bar­lu­mi di spe­ran­za, con qua­le spi­ri­to ci ap­proc­cia­mo a ciò che ci aspet­ta? Il com­mis­sa­rio Mon­tal­ba­no – e la pen­na di Ca­mil­le­ri – può dar­ci qual­che sug­ge­ri­men­to in me­ri­to.
Nei ri­guar­di del­le fe­sti­vi­tà di­cem­bri­ne, in­fat­ti, l’a­ma­tis­si­mo per­so­nag­gio, nel­l’af­fa­sci­nan­te ro­man­zo Il cam­po del va­sa­io, sem­bra ma­ni­fe­sta­re un cer­to qual «scas­sa­men­to di cab­ba­si­si per i ri­tua­li di au­gu­ri, ri­ga­li, pran­zi, cene, in­vi­ti e ri­cam­bi d’in­vi­ti». E, come se non ba­stas­se, per «i bi­gliet­ti d’au­gu­rio con la spi­ran­za che l’an­no novo po­ti­va es­si­ri mi­glio­re di quel­lo ap­pe­na pas­sa­to, spi­ran­za vana pir­chì ogni anno novo alla fine ar­ri­sul­ta­va sem­pre tan­tic­chia peg­gio di quel­lo che l’a­vi­va pre­ce­du­to». Come dar­gli tor­to, in fon­do? Mon­tal­ba­no, nel­la fin­zio­ne let­te­ra­ria, con­vi­ve quo­ti­dia­na­men­te con l’om­bra del­la mor­te, del­l’in­giu­sti­zia, del mi­ste­ro. A ben pen­sar­ci, in que­sto 2018, sia­mo sta­ti tut­ti un po’ com­mis­sa­ri nel­le no­stre esi­sten­ze. A dif­fe­ren­za del per­so­nag­gio in­ter­pre­ta­to da Zin­ga­ret­ti, però, non sem­pre riu­scia­mo a tro­va­re ri­spo­sta ai no­stri in­ter­ro­ga­ti­vi. Cer­ta­men­te non l’ab­bia­mo tro­va­ta per i dram­ma­ti­ci fat­ti di Ca­stel­dac­cia, per la fu­ria di un mal­tem­po sem­pre più mi­nac­cio­so; l’ab­bia­mo sco­va­ta par­zial­men­te nel­la no­stra ini­mi­ta­bi­le sto­ria di si­ci­lia­ni per ra­zio­na­liz­za­re e su­pe­ra­re i tre­mo­ri vul­ca­ni­ci che han­no scon­vol­to di­ver­si pae­si et­nei; fa­ti­chia­mo an­co­ra, d’al­tro can­to, a ren­der­ci con­to del per­ché, trop­po pre­sto, fi­gu­re come Gil­ber­to Ido­nea non sia­no più con noi. Noi si­ci­lia­ni, lo sap­pia­mo, non ab­bia­mo un bel rap­por­to né col pas­sa­to – che ci ri­cor­da ciò che ab­bia­mo per­du­to ine­so­ra­bil­men­te – né col fu­tu­ro, con­fi­ne del­l’in­cer­tez­za che spes­so non riu­scia­mo a va­li­ca­re. È Il filo ros­so che ci lega tut­ti, ine­vi­ta­bil­men­te af­fet­ti da Si­ci­li­tu­di­ne an­che quan­do le pie­tan­ze del gran ce­no­ne co­min­cia­no ad ema­na­re il loro suc­cu­len­to aro­ma.
Ep­pu­re, nel pro­fon­do del no­stro es­se­re iso­la­ni, nu­tria­mo una spe­ran­za di rin­no­va­men­to, uno slan­cio pri­mor­dia­le ver­so la luce del cam­bia­men­to. Come Mon­tal­ba­no, ac­cet­tia­mo di ri­ma­ne­re se­pol­ti dai re­lit­ti del­la sto­ria, dal­la ce­ne­re del­le eru­zio­ni, dal fan­go e dai fran­tu­mi del­le tra­ge­die. Ma poi, ispi­ra­ti dal­le spa­ru­te no­ti­zie po­si­ti­ve che ci giun­go­no, ispi­ra­ti dal­l’am­mi­ra­zio­ne che riu­scia­mo an­co­ra a su­sci­ta­re nel mon­do, ispi­ra­ti dal­la for­za di vo­lon­tà e di co­mu­nio­ne che se­co­li di sof­fe­ren­za ci han­no per­mes­so di fog­gia­re, rial­zia­mo la te­sta, ci scrol­lia­mo di dos­so le sco­rie ne­ga­ti­ve e sia­mo pron­ti, sul­l’e­sem­pio del com­mis­sa­rio, caso dopo caso, a tor­na­re a com­bat­te­re. Ri­par­ten­do da chi de­ci­de di co­strui­re il suo fu­tu­ro qui, da chi non si per­de d’a­ni­mo e spar­ge so­li­da­rie­tà an­che in si­tua­zio­ni di cri­si, dal­le bel­lez­ze che ri­man­go­no e fan­no da se­gno di­stin­ti­vo del­la no­stra uni­ci­tà. Così noi e il com­mis­sa­rio ap­proc­cia­mo al 2019 e ad ogni anno che ar­ri­va: col do­lo­re di ciò che è sta­to a fare da mo­ni­to; con un fu­tu­ro da scri­ve­re gior­no per gior­no. Che sia così per tut­ti voi. AU­GU­RI DI BUON ANNO!
Joshua Nicolosi
 
 

La Repubblica, 31.12.2018
Da 'Gomorra' a 'Il nome della rosa', le fiction più attese del 2019
Il 2019 si apre nel segno dell'ottimismo con tre tv movie Rai ma poi prosegue con il ritorno di serie molto attese. Dall'inossidabile Camilleri che presenta sia Montalbano che 'C'era una volta a Vigata', alla quarta serie di Gomorra, la seconda di Suburra e la dottoressa D'Urso

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IL COMMISSARIO MONTALBANO di Alberto Sironi– febbraio su Rai1
Due gialli per il commissario interpretato da Luca Zingaretti. In L'altro capo del filo tratto dal romanzo omonimo, le indagini su un delitto privato si intrecciano al dramma quotidiano degli sbarchi di clandestini sulle coste siciliane. In Un diario del '43, con la ricomparsa di un misterioso diario scritto 75 anni fa e l'arrivo a Vigata di un reduce della Seconda guerra mondiale che abitava in America, Montalbano si trova catapultato in un delitto che affonda le radici nel passato.



C'ERA UNA VOLTA VIGATA - LA STAGIONE DELLA CACCIA di Roan Johnson – febbraio su Rai1
Dopo il successo di La mossa del cavallo, arriva un altro giallo storico firmato da Camilleri ispirato a vicende realmente accadute alla fine dell'Ottocento in Sicilia. Poco tempo dopo il ritorno in paese di Fofò La Matina, farmacista e figlio del defunto Santo, geloso custode dei segreti di piante miracolose e "curatolo" del marchese Peluso, la famiglia aristocratica viene sconvolta da una serie di morti improvvise. Francesco Scianna protagonista.
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Silvia Fumarola
 
 

Malgrado Tutto, 31.12.2018
Buon Anno Porto Empedocle!
Lettera aperta del Presidente dell’Associazione “Oltre Vigata” Danilo Verruso alla città. “Un anno indimenticabile per la nostra associazione… che però si scontra con la realtà difficile che sta attraversando Porto Empedocle…”

Malgrado le difficoltà, l’Associazione Culturale Oltre Vigata, si ritiene soddisfatta del 2018. Un anno che ha raccolto l’eredità della Bellissima Fiera delle Associazioni “Un Libro alla Volta” del 2017 seguita, a settembre, dalla cerimonia di presentazione dell’Annullo Filatelico in onore del 150° Anniversario della nascita di Luigi Pirandello con l’inaugurazione della magnifica mostra di Michelangelo Lacagnina, un cerimoniere d’eccezione quale Fausto Pirandello pronipote del Premio Nobel e un video messaggio di ringraziamento del Maestro Andrea Camilleri.
Pensar di far meglio sarebbe stato velleitario eppure, a maggio, approfittando del 70° Anniversario della pubblicazione e divulgazione della Costituzione Italiana e della Carta dei Diritti dell’Uomo, abbiamo organizzato un dibattito che ha visto ospiti di alto profilo quali il Prof. Giovanni Tesè avvocato, esperto e studioso della Costituzione e della Carta dei Diritti dell’uomo, L’Ammiraglio Vittorio Alessandro ex Presidente del Parco Nazionale delle Cinque Terre, l’Arch. Giuseppe Parello Dir. del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e il prof. Giovanni Taglialavoro giornalista di Rai1.
Una serata entusiasmante che ci ha dato il “la” per l’organizzazione della 7^ Fiera delle Associazioni “Un Libro alla Volta”. Un’edizione senza precedenti, ricchissima di attività tutte quante partecipatissime comprensive non soltanto di appuntamenti letterari ma anche teatrali e musicali dedicati pure ai più piccoli. Una manifestazione che ha toccato l’apice, la Domenica mattina del 25 novembre con Percorsi D’inchiostro in cui quasi trecento persone hanno seguito i momenti teatrali tratti dalle pagine del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri e in cui abbiamo avuto il piacere e l’onore di essere stati ripresi, lungo tutto il percorso, da una troupe televisiva di Rai1.
Un anno indimenticabile per Oltre Vigata carico di buone prospettive che però si scontra con la realtà difficile che sta attraversando Porto Empedocle e con la pessima notizia, giunta pochi giorni prima dell’inizio della Fiera, del crollo e della successiva demolizione della casa dei nonni di Andrea Camilleri, la casa designata come sede della Fondazione Camilleri.
La nostra associazione, proprio mentre produce il massimo sforzo per promuovere il nostro territorio con iniziative culturali che abbiano come matrice la letteratura di Andrea Camilleri, non può non esprimere tutto il proprio rammarico per una vicenda in cui ci sono solo perdenti e nessun vincitore. Non si può rimanere indifferenti difronte a una perdita di un monumento che in altre parti d’Italia avrebbe fatto la fortuna di un intero territorio. Porto Empedocle sta perdendo la propria memoria, troppi crolli e pochi recuperi e tutto ciò non è più ammissibile!
Così a poche ore dal 2019, Oltre Vigata, e sulla spinta del grande successo della Fiera, vuole lanciare un messaggio di speranza e augurare al proprio paese di recuperare la consapevolezza di avere gli strumenti e i mezzi per rialzare la testa e rilanciare l’economia su basi culturali e sociali. Puntiamo sulla qualità, Riprendiamoci ciò che ci appartiene a cominciare dalla nostra storia. Riprendiamoci il Centro Storico, il porto e soprattutto riprendiamoci i nostri simboli letterari Luigi Pirandello e Andrea Camilleri ai quali, a nostro avviso e senza tergiversare ulteriormente, bisogna dedicare un museo.
Buon Anno Porto Empedocle!
Danilo Verruso
 
 

 


 
Last modified Wednesday, January, 02, 2019