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RASSEGNA STAMPA

GENNAIO 2019

 
Nuova Società, 2.1.2019
Il nido perduto di Camilleri
A tutto volume
La casina di campagna di Andrea Camilleri Edizioni Henry Beyle € 36 (copertina in carta rossa tatami) Pagg. 83

Difficile assai essere sorpresi dai regali natalizi, in particolare se ricevi un libro e sei un lettore “forte” (ehm, c’è in effetti da vergognarsi nell’ auto-dichiararsi tale perché basta superare – sostengono le statistiche di settore – la dozzina di libri all’anno in Italia, per appuntarsi questa immeritata medaglia).
Eppure… Ricevendo il pacchettino in azzurro Luxembourg (inteso come libreria) formato 18 x 18 mm non mi aspettavo certo un Camilleri, tantomeno da mia moglie, certamente non solita a scelte, diciamo così, scontate.
E in effetti mi sono ritrovato fra le mani una piccola chicca editoriale, confezionata dalle Edizioni Henry Beyle, e che la storica libreria torinese può vantare di avere avuto in esclusiva italiana prima dell’uscita prevista a gennaio.
Uscita prevista addirittura, secondo le informazioni web, in tre edizioni diverse, di cui due a tiratura limitata, con inserti contenenti le lastre originali del colophon e di una pagina del libro al “modico” prezzo di 250 e 400 euro rispettivamente, mentre presso la citata libreria era disponibile a dicembre la versione normale, comunque molto raffinata al prezzo di 36 euro .
Il piccolo volume, impreziosito da nove immagini di piastrelle maiolicate ispirate a quelle della casa di campagna dei nonni a Porto Empedocle, raccoglie tre memorie (già pubblicate anni fa) e un racconto inedito: naturalmente questo oggetto, che come tale va considerato, piuttosto che un nuovo titolo da aggiungere alla ormai copiosa bibliografia di questo grande vecchio della nostra letteratura, non aggiunge nulla alla sua meritata fama di affabulatore impareggiabile e che, notoriamente, poggia sulle colonne portanti costituite da una parte dalle avventure del commissario Montalbano, ineguagliato precursore della serialità noir all’italiana che ha generato molti epigoni di successo e , dall’altra da quelle deliziose, saporite storie siciliane ispirate all’autore dalle cronache pescate in chissà quali segreti archivi e manipolate e sviluppate con un talento comico-satirico che in alcuni capolavori sfiora il virtuosismo ( basta ricordare “La concessione del telefono” o “Il birraio di Preston” o “Il Re di Girgenti” o, ancora “Il nipote del Negus” e “La mossa del cavallo, etc. etc.). E se meno felici risultano altre opere narrative, pubblicate in lingua italiana, quasi che la perdita del “suo” specialissimo patois dialettale siciliano fosse come la caduta dei capelli per Sansone, pure non si possono non ammirare la sua curiosità onnivora verso le più svariate discipline artistiche che hanno prodotto testi dedicati a pittura, architettura, numismatica, etc.
Per tornare a quest’ultima proposta del “nostro” destinata evidentemente ai collezionisti maniacali, la si legge come una elegia delle proprie radici native che affondano in questa casina frequentata dal giovane Andrea che ci ricorda, con una frase di Pirandello che “la vita di campagna o la si scrive o la si vive” per poi smentirsi un po’ con questi tre memoir che riescono a trasmettere pienamente la delicatezza, l’affetto nostalgico e la tenerezza con cui Camilleri ci ha vissuto le estati da ragazzo. Racconta che ci arrivava compiendo il chilometro e settecento metri di distanza dalla casa di Porto Empedocle, come fosse un viaggio interminabile, a dorso di mulo o su un carretto che sobbalzava sul tratturo pieno di buche, per poi immergersi nei profumi e nella vista della meraviglia di aranceti, limonaie, mandarini, olivi saracini e via elencando le infinite scoperte che la natura allora riservava. Poi si passa al ricordo dei tempi in cui, Mussolini governante e guerra incombente, la casa diventa rifugio sotto i bombardamenti con lo zio colonnello ed ingegnere che tenta un improbabile ammodernamento dei rudimentali servizi della casa, come l’impianto ad elica per generare elettricità che diventa obbiettivo dei bombardamenti nemici!
Il libro termina con un raccontino, inedito, appositamente scritto in sostituzione di un testo specifico chiesto dall’editore da dedicare alla memoria della casa che l’autore non si è sentito di scrivere per la troppa amarezza legata all’imminente abbattimento della villa sventrata dalla bufera di novembre, perché tale era la “casina” in realtà: a quei tempi il termine villa era appannaggio solo delle famiglie con titolo nobiliare.
E il raccontino è un breve memoir delle paure del piccolo Andrea alle prese con le malefatte dei topini di campagna.
Per concludere, un libro-omaggio dell’editore HB ad uno scrittore a cui moltissimi lettori nel mondo debbono pagine e pagine di intelligente divertimento che non mancano in questa edizione e che però potrà interessare soprattutto chi non vuole perdere proprio nulla del maestro siciliano.



Renato Graziano
 
 

Cilento Notizie, 4.1.2019
Nuova saggia umanità per sconfiggere l'ignoranza italiana, un male oscuro che ci nega al futuro
Andrea Camilleri: “In Italia il potere è in mano agli ignoranti”

Caro CAMILLERI, non è solo un problema di potere in mano agli ignoranti. L’ignorante italianità dell’Apparire, tristemente lontana dall’ESSERE IN DIVENIRE, ha mediocrizzato l’insieme italiano, sempre meno socializzato ed umanizzato, facendo un male da morire alla Società italiana, con tanta mediocre confusione in chi la governa, producendo un’UMANITÀ ITALIANA DISUMANA e dal FUTURO NEGATO. Tanto, per un sempre più crescente vuoto di CULTURA, di SAPERI e di CONOSCENZA.
Non si leggono più LIBRI e tanto meno GIORNALI. Il MEDIATICO è affollato da una CULTURA SPAZZATURA e da TEATRINI DEL NIENTE che producono le tante sofferenze italiane di una triste ignoranza con conseguenze catastrofiche anche sulla governance dai percorsi sempre più orfani di una saggia UMANITÀ dell’ESSERE, tristemente cancellata dal NIENTE DI UN DISUMANO APPARIRE CHE, OLTRE AL PRESENTE, FA UN MALE DA MORIRE AL FUTURO ITALIANO.
Caro CAMILLERI, tanto ho ritenuto saggio e giusto pensare, leggendo il tuo pensiero ”IN ITALIA IL POTERE E’ IN MANO AGLI IGNORANTI”. Se tanto è, non basta la sola denuncia. Soprattutto, da parte di chi può per CULTURA e VALORI CONDIVISI, deve rimboccarsi le maniche e promuovere saggiamente quel cambiamento italiano che, oltre al presente, serve al Futuro italiano che, se non c’è saggezza condivisa, rischia di negare l’ITALIA al FUTURO, vivendo anche tristemente male il presente.
Che fare? Ridare all’ITALIA l’UMANITÀ che non ha, in quanto tristemente aggredita da una DISUMANITÀ violenta ed aggressiva che fa un male da morire alla SAGGIA CIVILTÀ UMANISTICA ITALIANA, SEMPRE PIÙ AGGREDITA E CANCELLATA DALLA TRISTE IGNORANZA ITALIANA.
Giuseppe Lembo
 
 

La Verità, 5.1.2019
Il comunista rancoroso che vuole il Nobel
L'autore del commissario Montalbano Andrea Camilleri ha sfondato come scrittore in tarda età, esaltato soprattutto dall'intellighenzia di sinistra che lo considera uno dei suoi. I fan club si sono mobilitati, ma il primo a puntare al premio è proprio lui, che vorrebbe emulare Dario Fo.

Dietro il letterario commissario Salvo Montalbano, apparentemente burbero, in realtà bonario, trapela spesso il suo autore a parti invertite. Andrea Camilleri, il papà di Montalbano, è infatti apparentemente bonario in realtà rancoroso. I siciliani dicono che due sono i corregionali che ogni giorno si chiedono, «oggi con chi posso litigare?»: i trapanesi e gli agrigentini.
Ai secondi, appartiene Camilleri, essendo di Porto Empedocle che di Agrigento è la marina.
Camilleri, per prolificità, è il Georges Simenon (1903-1989) italiano. Come il romanziere belga, ha scritto libri di varia letteratura e creato la serie del commissario Montalbano, cugino se non gemello del commissario Maigret. Diversamente da Simenon, che, nonostante il talento, è stato sottovalutato per tutta la vita, Camilleri gode degli osanna della critica ed è probabilmente sopravalutato. I lettori, equanimi, li adorano entrambi.
L’aspetto curioso, che fa di Camilleri un unicum, è che ha sfondato come scrittore in tarda età. Oggi, a 93 anni, è celeberrimo. Quando ne aveva 70 – nei primi anni Novanta – era ancora autore per pochi intimi.
Il primo volume del commissario Montalbano, La forma dell’acqua, è del 1994 con Camilleri che andava per i 69. Il volumetto ebbe successo ma non strepitoso. Ne scrisse un secondo. Idem. Tanto che espresse all’editore, la siciliana Elvira Sellerio, il desiderio di smettere con Montalbano per concentrarsi su opere di maggiore respiro. Pure Simenon, per continuare il parallelo, ebbe con Maigret crisi simili, convinto di potere fare meglio. Sellerio reagì vivacemente: «Montalbano non solo vende bene ma si porta dietro altri lavori tuoi». E fece l’esempio del Birraio di Preston (1995) che, romanzo a sé, aveva scalato le classifiche. «Ecco l’infame ricatto che mi ha costretto ad andare avanti con Montalbano», ha poi commentato, faceto, lo scrittore.
VELE AL VENTO
La serie dunque continuò e, al favore del pubblico, si unirono gli elogi dei recensori. Tutti cominciarono a trovare straordinario qualsiasi cosa provenisse da Camilleri.
A bearsi fu soprattutto l’intellighenzia di sinistra che lo considerava uno dei suoi. Il Nostro, infatti, è l’incarnazione del comunista. Era già iscritto al Pci nel 1945, a 20 anni, e lì è rimasto. Ha fatto prima il partito a sparire che lui a ricredersi. Anche per questo, Camilleri è dilagato su stampa e tv come accade solo se metti la vela al vento. Alla presentazione di ogni nuovo romanzo, Walter Veltroni è in prima linea, mentre gli altri della compagnia di giro, Nichi Vendola, Paolo Flores d’Arcais, ecc. fanno da contorno.
LO SPONSOR SVEDESE
Originale fu giudicato che Camilleri scrivesse i libri metà in italiano e metà in un dialetto inautentico ma sicilianeggiante così da renderlo digeribile pure a Bolzano. Crescendo la sua fama, si sono fatti accostamenti sempre più lusinghieri. Così, questa lingua alla Norma è stata paragonata al grammelot (lombardo di fantasia) di Dario Fo.
E se tanto mi dà tanto, poiché Fo ottenne il Nobel per la Letteratura (1997), perché non pensare a un bis con Camilleri? Il primo a puntarci, dicono, è lui stesso. I fan club si sono mobilitati, il suo nome è circolato in Svezia e qualcuno ha osservato una stranezza. Quando la Rai trasmise la prima serie degli sceneggiati sul commissario Montalbano, compariva nei titoli di coda un’azienda svedese come sponsor. Ci fu così l’illazione che fosse una captatio benevolentiae e che Camilleri – potentissimo in Rai – facesse, come ai suoi anni fece Fo, pubbliche relazioni con gli scandinavi.
Andrea è figlio unico di ceppo facoltoso. I genitori erano titolari in Porto Empedocle di depositi di zolfo confinanti con quelli di lontani parenti. Costoro, erano i Pirandello, avi e discendenti del commediografo, Luigi, anche lui premio Nobel (1934). Tra le due famiglie, da bravi agrigentini livorosi, c’erano attriti.
Leggenda racconta che gli zolfi custoditi dai Pirandello subissero diminuzioni mentre di pari passo aumentavano gli zolfi dei Camilleri. I rancori si sono poi tramandati.
Tanto che Andrea e Pierluigi Pirandello, nipote di Luigi, entrambi abitanti a Roma, incontrandosi, erano più inclini al buongiorno-buonasera che a prendere un caffè insieme.
IL PADRE ALLA MARCIA SU ROMA
Il padre, Giuseppe, era un ispettore portuale. Fu fascistissimo, girava con fez e manganello e partecipò alla marcia su Roma. La futura moglie e mamma di Andrea, Carmela Fragapane, prima di sposarlo lo considerava un poco di buono. Si vide poi, ha raccontato Andrea, che era una pasta d’uomo, tanto che ci modellò Montalbano. Il babbo è il solo fascista cui Camilleri riconosca fattezze umane. Fascista, infatti, è per lui il supremo insulto.
Nella categoria rientra chiunque, da Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, esuli dalla sua visione comunista. Scampoli delle sue convinzioni: «Sempre stato comunista. Perfino nel 1956, con la repressione in Ungheria. Pensavo che in un mondo diviso in due, i sovietici facevano bene a tenere sotto controllo la propria parte». «Voglio precisare che i gulag non furono campi di sterminio, Solgenitsin, per fare un nome, con i nazisti non sarebbe sopravvissuto».
Appena adulto, Andrea si trasferì a Roma. Nel 1954, vinse un concorso Rai come regista. Ma non fu assunto perché, così almeno ha detto lui, era comunista. Dopo un paio d’anni, però, prese servizio e restò in Rai mezzo secolo. Contemporaneamente, insegnò regia al Centro sperimentale di Cinematografia e, per 20 anni, all’Accademia Silvio D’Amico. Curò per la tv due serie poliziesche famose: il tenente Sheridan e il commissario Maigret. Carburò invece lentamente la vocazione per la scrittura di cui ha raccontato due curiosità. La prima è che, come Nicolò Machiavelli, non si mette mai al lavoro in pigiama ma elegante. La seconda è che, scrivendo, la temperatura gli passa da 36,5 a 36,9.
Il suo primo romanzo, Il corso delle cose, fu respinto 10 volte e lo pubblicò a sue spese (1978). Camilleri, depresso, cercò conforto in Leonardo Sciascia. Era il suo faro, oltre che della sua provincia, Racalmuto, 40 km da Agrigento, e si conoscevano. All’epoca, Sciascia era parlamentare radicale. Camilleri cominciò a fargli la posta in piazza Montecitorio con un manoscritto.
Un giorno, fingendo di passare casualmente, riuscì a bloccarlo. Lo pregò di esaminare il brogliaccio.
«Fai con comodo», aggiunse pensando che lo portasse con sé. Sciascia, invece, prese a sfogliarlo, fermo sul selciato, leggendo qua e là.
Dopo un paio di minuti, disse: «Nirì (Andrea in siciliano, ndr), lassa stari», e gli restituì il malloppo. Come si sarà inteso, non era un incoraggiamento. Camilleri inghiottì, poiché Sciascia aveva fama di ‘ntussicusu, ma il rancore, agrigentinamente, salì alle stelle. Non è difficile trovare, tra le pagine di Camilleri, frecciate dirette al Maestro. Come l’accusa di avere descritto don Mariano, protagonista mafioso del Giorno della Civetta, così da suscitare ammirazione nel lettore. Giudizio politico, che tra siciliani fa male, non letterario.
Nove lauree honoris causa
Ma oggi, Camilleri si può permettere molto. Ha all’attivo 100 libri, 30 milioni di copie vendute, traduzioni in 30 lingue. Ha colmato la lacuna della laurea, con 9 honoris causa, e gli è stato dedicato un asteroide come a Shakespeare. Così, ora alza la posta: non la fa più a Sciascia ma al Nobel.
Giancarlo Perna
 
 

Eccellente, 6.1.2019
I segreti del “dialetto borghese” che però è quello agrigentino

La voga di chiedersi se i libri di Camilleri costituiscano vera letteratura (appena ripresa in un articolo su “La Verità” che ha scelto goffamente di sciorinare menzogne rimproverando allo scrittore la grave colpa di essersi sempre dichiarato comunista, imputandogli perciò una coerenza che è ormai un bene rarissimo) sottende la questione sempre aperta dell’uso del dialetto come soluzione lessicale, perché è soprattutto sul dialetto che si esercita la polemica. Parlando proprio con Camilleri, Sciascia gli si confessava scettico circa il successo di uno strumento (quello del pastiche linguistico giocato sui fonemi dialettali e condotto alle estreme forme espressionistiche) che pur in Sicilia, in una chiave di rimando alla cultura popolare, ha non pochi sectatores dediti a pescare nell’argot siciliano locuzioni, stilemi e proverbi.
Già Verga e Pirandello scrivevano ai loro corrispondenti in Sicilia perché fornissero loro reperti linguistici popolari attinti dal vero. Lo stesso Sciascia indugiava con manifesto interesse etnoscopico attorno alla fonte del dialetto abbeverando i suoi romanzi, anche i meno partecipi della tensione siciliana, alla parlata di casa, fino a concepire una raccolta, Occhio di capra, che – insieme con Museo d’ombre di Bufalino e Il gioco della mosca proprio di Camilleri – costituisce il ritorno al forte richiamo delle tradizioni popolari, viste come retaggio tutto ottocentesco che da Pitré in poi la «materialistica» cultura siciliana non si è mai sentita di abbandonare, intestandosi piuttosto il dovere di ricercare l’«antiquam matrem» in ossequio a quello statuto regionalistico che ha comandato a eruditi ottocenteschi e poi a intellettuali novecenteschi di fare conoscere la Sicilia all’Italia.
Stando così le cose, e rimanendo entro un quadro di riferimenti siciliani, c’è da chiedersi se il successo dei libri di Camilleri sia il segno di un apostolato che, da Tempio a Buttitta, da Guglielmino a Vann’Antò a Calì, da Lanza a Savarese, da Pirandello a Martoglio, da D’Arrigo a Consolo, ha sostenuto il credo collettivo di promuovere la Sicilia; o se piuttosto il caso Camilleri non abbia che stinto una koiné siciliana aduggiata dall’invalenza di vieti stereotipi che soltanto autori come Vittorini e Lampedusa (nei quali mai ricorre un solo vocabolo dialettale, pur riuscendo entrambi a tenere sempre fisso lo sguardo sul quadrante della Sicilia) hanno saputo scongiurare.
Tra un impressionista quale Vittorini, assolutamente fedele al canone di purezza lirica derivato dal bellettrismo malapartiano, che può cedere a un barbarismo inglese ma non mai a un motto gergale, e un espressionista quale Camilleri agiscono in mezzo il Brancati che pur concedendo spazio a voci dialettali ricorre subito all’immediata traduzione a uso dei continentali; il Consolo che ripone il vocabolario degli antichi motti per fare piuttosto opera di ricerca delle arcaiche forme semantiche, così da rifondere la forma del romanzo nel suo contenuto; il D’Arrigo che ricrea la lingua dello Stretto con la cura e l’acribia di un demopsicologo, ma molto parco nell’uso del dialetto; la Grasso delle funamboliche e suggestive evocazioni geogergali. Lateralmente agisce un’ultima ondata di autori del momento che scimmiottando Camilleri mutuano la parlata siciliana in una sterile mimesi che reitera scaduti rigurgiti sicilianisti.
Certo, se la divulgazione del dialetto siciliano, oggi divenuta oltremodo penetrante grazie a Camilleri, deve portare un critico come La Capria a tradurre il «Che fa, babbia?» del creatore di Montalbano in un fuorviante «Che fa, balbetta?», il rischio è non solo di rendere incomprensibile l’autore ma soprattutto che sia sterilizzata l’operazione di recovery della letteratura siciliana. Oggi il problema è dunque quello di agevolare l’approccio nazionale alla conoscenza della cultura popolare siciliana, distinguendo il lessico dialettale di Camilleri da quelli di Bufalino, di Buttitta o di D’Arrigo, infarcito com’è di termini che appartengono alla sola parlata agrigentina e che come tali non possono rifluire nel dizionario siciliano in uso Oltrestretto. Ma se, propagando tanti dialetti quanti sono gli autori, il rischio è di coonestare una vena letteraria provincialistica al posto di quella regionalistica, a sterilizzare il prorompimento di una vulgata camilleriana capace di fagocitare il dialetto provvede il precetto crociano per cui la letteratura dialettale non è eversiva rispetto a quella nazionale riguardandola piuttosto come modello. Come gli altri autori siciliani che non scelgono il vernacolo come unico mezzo espressivo, anche l’uso che Camilleri fa del dialetto si scioglie infatti nel lessico nazionale: è questo che viene portato in sala trapianto e non viceversa. Anzi, più che in altri, Consolo per esempio, l’utilizzo del dialetto in Camilleri appare limitato a singole parole o bons mots senza nessun tentativo di fusione polilinguistica. E che la letteratura dialettale non sia eversiva ci dà atto Pirandello, secondo la visione che ne offre Gramsci, ripresa da Sciascia: uno scrittore nel quale «la cultura popolare di grado infimo», cioè il folclore, riflette e ripete una concezione del mondo «filosofica», e dunque di carattere generale, col farsi nazionale e popolare e con l’equiparare il teatro dialettale a quello superdialettale.
Entro questa prospettiva, il “pirandellismo di natura”, calato nel rapporto dialettale-dialettico risponde a un credo realistico che fa dire a Sciascia come sia «provata nella nostra letteratura l’impotenza degli italiani a fare realismo se non nei termini della dialettalità». Camilleri, autore realista di ispirazione gaddiana, dà dunque ragione a Sciascia e ammicca nello stesso tempo a Pirandello, dopo il quale lui soltanto ha portato la cultura popolare siciliana «di grado infimo» così lontano. Con l’avvertenza che a diffondersi in Italia è oggi il solo idiotismo agrigentino, che ha finito per fare premio rispetto a una parlata che per tutto il Novecento è stata di accento martogliano e quindi etneo.
Agli inizi del secolo scorso, l’esercizio del dialetto era fermo a una visione ottocentesca cara a un Porta e a un Belli su una linea romantico-verista-regionalistica che trovava nel Russo primonovecentesco il fuochista dell’ipostatizzazione del colore, del folclore e della tradizione locale, pur se le coeve prove innovative di un Di Giacomo indicavano nella rottura proprio con la tradizione popolare la strada della nuova poesia in dialetto: da calare in un organon di liricità del dettato compositivo e da lanciare in una sfera europeista dove anziché distanziarsi la parlata dialettale potesse condividere con la lingua una comune terra di mezzo.
Nel definire «il movente» della letteratura dialettale, Croce trova che essa sia «l’integrazione» della letteratura nazionale, acquisizione questa che risulta ancora estranea a Pirandello, la cui coscienza letteraria è, all’epoca del suo intervento sul teatro in vernacolo, educata al persistente equivoco posto tra poesia dialettale e poesia popolare. Epperò è proprio attorno a questo disegno che si decide l’emancipazione della letteratura dialettale che, raggiunto uno stato di pari opportunità rispetto alla lingua, negli ultimi decenni si è spinta oltre conseguendo una qualità definita «endofasica», di un lessico cioè privato che tiene conto di pochi parlanti prevalentemente arcaici e che, forse più della lingua, si costituisce in poesia come un linguaggio gangoristico, con apporti pur’anche di derivazione ermetica.
A questa altezza si situa per esempio Vincenzo Consolo, la cui ricerca filologica nel lessico dimesso riecheggia le teorie pasoliniane circa una koinè friulana che involga «una specie di linguaggio assoluto, inesistente in natura». Ad un precedente stadio di evoluzione della letteratura dialettale si è invece attestato Andrea Camilleri, il cui «dialetto borghese arrotondato» equivale alla pariniana «lingua corrente», o «parlar finito», distinta da dialetto e italiano, avversata da Pirandello (il primo Pirandello) ma sostenuta da Sciascia, qui in linea con un gusto tutto siciliano che da Buttitta conduce a Calì e che del siciliano come lingua pascolianamente morta, lingua delle rondini, «che più non si sa», fa un mezzo d’espressione al quale piegare quanto più possibile l’italiano, senza che sia sperimentato il contrario. Del resto il rimprovero che Sciascia sente di muovere al Pirandello di Liolà è di «non aver tenuto presente la possibilità che, senza minimamente indulgere al dialetto borghese, certe parole, certe espressioni, potevano essere sostituite agevolmente con altre più comprensibili». È lo stesso suggerimento che Sciascia dà a Camilleri, muovendo da una concezione scepsistica circa le possibilità di una parlata, quella agrigentina, che pure per Pirandello è in Sicilia «incontestabilmente la più pura, la più dolce, la più ricca di suoni», ma che per Sciascia non è da ritenere la più vicina alla lingua italiana.
Gianni Bonina
 
 

ANSA, 6.1.2019
Serie evento in tv, si comincia con Eco

Roma - Un 2019 che si apre nel segno delle serie. [...] Tra gli altri titoli C'era una volta Vigata - la stagione della caccia, con Francesco Scianna e la regia di Roan Johnson, a febbraio mentre i due nuovi episodi di "Il commissario Montalbano" con Luca Zingaretti sono fissati, al momento, per il 18 e 25 marzo. [...]
 
 

Malgrado Tutto, 6.1.2019
Porto Empedocle, Torre di Carlo V: una storia ancora da scoprire
Costruita per difendere il commercio e quindi gli interessi della Corona, era la fortezza più importante di tutte quelle che componevano il sistema di difesa della Sicilia sud orientale. “La strage dimenticata” e i segreti che dovevano morire nella pancia della Torre.

[...]
Durante le Guerre d’Indipendenza si verificano i drammatici fatti raccontati da Andrea Camilleri ne “La Strage Dimenticata”: nel 1831 i siciliani insorgono e pochi erano i baluardi borbonici rimasti a difesa del potere borbonico tra cui la Torre di Carlo V. La torre fu cosi presa d’assedio dai rivoltosi ed era nelle mani di Sarzana con circa 117 detenuti che ribellandosi furono uccisi con dei mortaletti nelle fosse oggi stanze dei cannoni. Andrea Camilleri fa una attenta analisi dei fatti e dei motivi che probabilmente portarono a stendere un velo di silenzio sulla Tragedia. Così partendo dal Marullo che attribuisce ai fatti tragici ragioni di carattere incidentale, da “La strage dimenticata”, dello scrittore empedoclino trapelano, altre ipotesi di carattere politico da un lato e dall’altro, forse, la necessità di dover nascondere segreti, soprusi e misfatti che dovevano morire nella pancia della Torre Carlo V.
Danilo Verruso
 
 

TGR Buongiorno Regione - Sicilia, 7.1.2019
Presentazione del libro
"Hoefer racconta Camilleri"
Flaccovio Editore
di Andrea Cassisi e Lorena Scimè


 
 

La Repubblica, 9.1.2019
Antonio Manzini "Mio padre leggeva Cechov io Stephen King"
Il creatore di Rocco Schiavone è l'autore italiano più venduto dopo il suo amico Camilleri. Ma di lui si sa poco: il passato a teatro, il gruppo rock, le letture. E di quella volta a Londra... Ecco la sua confessione a "Repubblica"

Soriano nel Cimino (Viterbo). Seduto alla scrivania dove nascono le storie di Rocco Schiavone, con alle spalle una libreria che è la Hit Parade dei noir di tutti i tempi, Antonio Manzini ha di fronte a sé un quadro di suo padre Francesco, La porta a vetri, 1971, e un'altra porta a vetri da cui si vede il Terminillo. «Papà leggeva tanto, io da ragazzo 4 libri all'anno, soprattutto King, di nascosto. Lui invece mi voleva coi racconti di Cechov in mano». Domani esce Rien ne va plus, ottavo romanzo della serie del vicequestore burbero e spinellomane. Manzini è il giallista che più vende in Italia dopo Camilleri. Questa è la sua seconda vita, dopo 25 anni da attore. Passa per un orso perché se può evita le presentazioni e non dà volentieri interviste. In questo casale di campagna al confine tra Lazio e Umbria, fra ulivi e sei cani, uno che si chiama proprio Rocco, in quattro ore di chiacchiere più volte parlerà di "sospensione dalla realtà" come condizione di vita.
[...]
Vede ancora i compagni di teatro?
«Due o tre, gli altri non so dove siano. Da disoccupati, con Tullio Sorrentino costruivamo spettacoli e teatri nei garage, l'assegno ce lo portava l'assessore del paese. Camilleri ci fece quattro o cinque regie. In Accademia era stato mio insegnante, io gli leggevo gli incipit e lui indovinava i titoli dei libri. Ci siamo riabbracciati da Sellerio».
[...]
Angelo Carotenuto
 
 

Mangialibri, 11.1.2019
Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta
Autore: Andrea Camilleri
Genere: Racconti
Editore: Sellerio 2011

È il 1930 e il venditore d’abiti Francesco Firrera, detto Ciccino o Beccheggio, si reca come a ogni cambio di stagione da Palermo a Vigàta, per mostrare le novità della moda. Le donne attendono con trepidazione le sue visite, le clienti sono pronte a comprare abiti nuovi e ricevere in casa Beccheggio senza che i mariti ne risentano, infatti il venditore è di una bruttezza tale da tenere tutti tranquilli. Per questa ragione donna Gaetana Buccè, segretaria della sezione femminile fascista, odiata dalle donne di Vigàta per le sue prepotenze, rimane stupita quando iniziano a circolare voci sugli incontri erotici tra Beccheggio e le mogli dei gerarchi, in particolare quando in seguito a un suo tentativo di seduzione viene respinta… 1943: a Vigàta si respira aria nuova, ora che l’ingerenza fascista è stata eliminata. Si torna a ballare e a giocare d’azzardo nei circoli segreti. In quelli del popolo le puntate non sono granché, ma in quelli dei ricchi il denaro gira con cifre sorprendenti ed è difficile essere ammessi senza i dovuti controlli. Basta una leggerezza, un errore di giudizio per finire raggirati e rischiare… 1960. Il giovane ingegnere Ninuzzo ha appena perso il padre per un incidente sul lavoro e la madre, malata a causa del lutto, chiede al figlio di sposarsi e darle un nipote. Il ragazzo non è interessato più di tanto alle donne, ma per accontentarla chiede l’intercessione di una sensale che gli trova la ragazza adatta. Il matrimonio viene celebrato, ma la vita nuziale è fin troppo focosa per le forze di Ninuzzo che cerca di sfuggire alla vogliosa moglie… 1940: il proprietario del circo equestre Taddeis desidera prenotare lo spiazzo di piazza Cavour a Vigàta, per allestire il tendone e presentare lo spettacolo con i cavalli, il leone e i trapezisti. Non ci sono problemi, solo un’unica richiesta da parte del Prefetto comunale in osservanze alla direttiva di Mussolini che vieta l’uso di nomi stranieri. Quella “s” finale deve sparire dal cognome Taddeis, basta un pezzo di carta adesiva sui manifesti…
Otto racconti ricchi di elementi comici, contrattempi e personaggi che smaniano per trarre beneficio dai loro difetti. Una moltitudine di uomini e donne che vivono momenti storici e politici diversi, si confrontano con le convenzioni sociali e aspirano a soddisfare i propri desideri e, perché no, l’astuzia con cui affrontano i loro guai aggiunge quel pepe in più alle situazioni. Persino nei momenti più drammatici di questi racconti, Andrea Camilleri strappa un sogghigno al lettore, unito a un guizzo di compassione. Molti sono i riferimenti critici al fascismo, data l’ambientazione storica di alcuni racconti. Pur restando sullo sfondo, il periodo mussoliniano viene tirato in ballo e ne vengono messe in luce le ridicolaggini e le ipocrisie strappando, è inevitabile, una risata. Le donne che si concedono agli amanti per generare quei figli necessari all’esenzione dalle tasse o alle promozioni dei mariti incapaci di adempiere alla faccenda. E i numerosi bimbi chiamati Benito, così da garantire riconoscimenti al prefetto e guai per quei genitori che osano proporre nomi diversi. E il tutto si svolge nell’amata, immaginaria e colorata Vigàta, luogo di vite che si incrociano, uomini un po’ impacciati, donne seducenti, madri chiocce che non mollano i figli nemmeno quando sono uomini fatti. Eventi del passato ripresi in questi racconti, a testimoniare chi siamo stati, elementi che nel 2011 sono valsi alla raccolta il Premio Nonni e Nipoti, dato il garbo da cantastorie con cui Camilleri preserva attraverso le sue parole e i suoi personaggi la memoria di quegli anni, donando a ogni pagina un sapore fiabesco.
Sara Cabitta
 
 

Teatro Belli, 12-13.1.2019
Maruzza Musumeci


 
 

La Repubblica (ed. di Roma), 12.1.2019
Un anti-Ulisse in amore nel segno di Camilleri
Teatro Belli, piazza Sant'Apollonia, oggi alle 21 domani alle 17,30, euro 13-18, tel. 06.5894875

In "Maruzza Musumeci" Andrea Camilleri aveva messo in campo una mitologia rude, selvaggia e sensuale che, come mostra l'adattamento della regista Daniela Ardini e di Pietro Montandon (che è anche il protagonista), evoca il ritorno di Gnazio Manisco, un anti-Ulisse che s'innamora perdutamente d'una donna che canta canzoni meravigliose. La lingua è di Camilleri, misteriosa e terragna.
r. d. g.
 
 

La Repubblica (ed. di Firenze), 12.1.2019
Teatri

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PRATO
Magnoli
Via Gobetti, 79 0574/442906
Ore 19.30 Scampoli. Da Robert Mitchum ad Andrea Camilleri conferenza-spettacolo a cura di Massimiliano Civica
 
 

Il Sole 24 Ore, 13.1.2019
In anteprima un racconto di Camilleri.
Il misterioso furto delle banconote dalla scrivania del nonno, i malumori in famiglia, l’indagine e, alla fine, ecco i veri colpevoli...
Insoliti ignoti nella casina di campagna
Erano topi, i ladri. Ma che se ne facevano dei soldi? C’erano tre nidi fatti con le banconote...

Nonno aveva portato in campagna la scrivania che un tempo teneva nel suo «scagno» in paese. Era stato un grosso commerciante di zolfi e quella maestosa scrivania aveva rappresentato il simbolo della sua ricchezza.
Aveva un rialzo che, partendosi dal piano di scrittura, si sollevava per un metro e mezzo ed era composto da diecine di cassettini pieni, allora per me, di meraviglie: ceralacca, timbri, spille, francobolli, marche da bollo.
A destra e a sinistra del vano dove s’infilavano le gambe, c’erano tre grossi cassetti per parte sempre chiusi a chiave. Ma un altro cassetto, il più importante, era quello di centro, proprio sotto al piano di scrittura. Anche questo era sempre chiuso a chiave.
Là dentro nonno conservava conti, ricevute, libri mastri e soprattutto il denaro che gli occorreva per i lavori di campagna.
Era un uomo ordinato e preciso e perciò il denaro lo suddivideva dentro tante scatolette di cartone senza coperchio: le monete in cinque o sei scatoline a seconda del loro valore; una sola, più grande delle altre, conteneva le banconote.
Un’estate il nonno, che era solitamente assai gentile con tutti, cominciò a mostrarsi un pochino nervoso. Parlava poco, rispondeva di malavoglia. Ce ne accorgemmo e pensammo che non stesse tanto bene in salute.
Un giorno, a tavola, nonna gli domandò: «Ma si può sapere che hai? Stai male? Vuoi che faccia venire Gino?». Gino era lo zio medico.
«Qua non c’è bisogno di un dottore, ma di un carabiniere» rispose nonno. Naturalmente, restammo tutti perplessi. Che voleva dire? Lo seppi qualche giorno dopo, quando mi chiamò nel suo studio.
«Entra, chiudi la porta e siediti». Aveva un tono di voce severo.
«Parliamo da uomo a uomo. Tu» mi disse «sei sempre stato un picciotto leale. E perciò da te voglio una risposta sincera. D’accordo?».
«Sì, nonno».
«Sei tu che l’apri?» mi domandò indicandomi il cassetto centrale.
«Io? E perché dovrei aprirlo?» risposi veramente sorpreso dalla domanda.
«Se mi dici che non sei stato tu, ti credo» fece guardandomi negli occhi.
«Ti giuro, nonno, che…».
«Non giurare, puoi andare».
Corsi da nonna, con la quale avevo molta confidenza. «Perché mi ha domandato se avevo aperto il cassetto?». «Perché gli spariscono i soldi di carta». «E pensa che possa essere stato io?!». Mi sentii profondamente offeso, mi venne da piangere. Mia nonna mi consolò come meglio poté, ma io mi portai a lungo dentro una specie di risentimento verso di lui. Per una settimana non volli accompagnarlo nella passeggiata che ogni giorno si faceva al tramonto.
Zio Massimo cambiò la serratura del cassetto e consegnò solennemente le nuove chiavi a nonno. Il problema sembrò risolto.
Ma tre giorni appresso, a tavola, nonno era nuovamente d’umore nero. Appena le cameriere, la gnà Filippa e sua figlia Grazia, portarono il primo piatto, alzò una mano e disse: «Sentitemi bene. Avevo cinque fogli da cento lire nel cassetto. Stamattina, aprendolo, non ne ho trovato manco uno». Fece una pausa e aggiunse: «Non voglio dare la colpa a nessuno. Ma il fatto è questo: qualcuno di voi mi ruba i soldi. Oggi dopo pranzo tu, Massimo, vai a chiamare i carabinieri. Continuate a mangiare. Io non ne ho voglia».
Si alzò e se ne andò nella sua camera da letto. Ci sentimmo tutti colpevoli. Calammo la testa sui piatti, ma nessuno osò cominciare a mangiare.
«Ma come?!» fece stupito e irritato zio Massimo rompendo il pesante silenzio. «Anche con la nuova serratura?». Si alzò di scatto, dicendo alle cameriere: «Venite a darmi una mano». Naturalmente gli andammo tutti dietro. Con l’aiuto delle due donne, lo zio spostò la pesantissima scrivania che praticamente copriva tutta una parete dello studio.
Già mentre la spostavano, cadde a terra, svolazzando, una banconota da cento ch’era rimasta incastrata nel retro. E subito dopo ne scorgemmo un’altra, accartocciata, infilata per metà dentro a un buco nel pavimento, fino ad allora rimasto del tutto coperto dall’imponente scrivania.
Allora non avemmo più dubbi: erano topi, i ladri. Entravano da dietro, approfittando di un piccolo spazio tra il cassetto e il piano del tavolo, rubavano le belle banconote profumate (per loro) di grasso e sudore, e se ne scappavano per la stessa strada.
Ma che se ne facevano?
Senza dire una parola, lo zio uscì dallo studio, scese le scale di corsa, aprì la porticina della cantina, sempre seguito da tutti noi, entrò, si fermò, guardò in alto come per orientarsi e poi si diresse verso le botti che stavano poggiate in fila sopra due lunghissime travi parallele, a loro volta sorrette da colonnine di cemento.
S’infilò in mezzo alle due travi e si chinò a guardare sotto all’ultima botte. Lo sentimmo cominciare a ridere, sempre più forte.
Poi si rialzò, scavalcò la trave e ci disse: «Andate a vedere. Io vado a dirlo a papà». Non resistetti alla curiosità. Precedendo tutti, m’infilai in mezzo alle travi e guardai sotto alla botte.
C’erano tre nidi di topi, tutti fatti usando le banconote di nonno.
Ogni nido poggiava su alcuni fogli intatti, che, disposti l’uno sull’altro, ne costituivano la base. Sopra di essa, i resti di altre banconote, appena riconoscibili perché tutte finemente triturate, formavano un soffice lettino per i neonati.
Andrea Camilleri


Tiratura limitata
Per bibliofili e ammiratori

Sono «tre memorie e un racconto»: e forse proprio per il tono insolitamente intimo, la grande nostalgia, l’affetto per tempi e persone passate che l’autore “ritrova” nella casa dei nonni (oggi demolita), che La casina di campagna (di cui anticipiamo in questa pagina un racconto inedito) è uno dei testi più ispirati e delicati nella pur imponente bibliografia di Andrea Camilleri. E la “forma” del testo conferma questo bisogno di intimità. L’editore è Vincenzo Campo che, novello Vanni Scheiwiller, in pochi anni con le sue Edizioni Henry Beyle ha ridefinito gli standard di edizione (henrybeyle.com). Per Camilleri ha scelto carte giapponesi, carattere Baskerville corpo 11, immagini applicate a mano che raffigurano piastrelle, una delle quali è della stessa casa. Del libro, oltre alle edizioni “ordinarie” (36 e 50 € con differenti eleganti carte in sovraccopertina), 150 copie in cofanetto sono numerate in macchina (da 1 a 150, € 250) e contengono la lastra originale del colophon e la suite delle cartoline, 50 copie numerate a mano da I a L (con lastra originale di una pagina del volume, € 400), 100 copie, fuori commercio, sono riservate agli amici di Camilleri. Di certo le più ricercate dai bibliofili.
Stefano Salis
 
 

RavennaToday, 14.1.2019
Eventi
Gran festa al Socjale: Animals, un pizzico di Montalbano, lo show di Greg e Roy Paci
Seconda parte festosa al Socjale di Piangipane con concerti e spettacoli, aspettando il centenario. Sul palco i mitici Animals, il carnevale napoletano, Roy Paci e Greg

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Venerdì 8 marzo, Olivia Sellerio canta Montalbano: nuovo live con le canzoni scritte e interpretate dalla Sellerio per le popolari serie tv del commissario Montalbano tratte dai romanzi di Andrea Camilleri.
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Matteo Pezzani
 
 

La Stampa, 19.1.2019
Intervista del sabato
Paolo Canevari: “I miei gatti disegnati per viaggiare nei ricordi di Andrea Camilleri”

Paolo Canevari è sulla scena internazionale da molti anni. E da poco tornato dalla Biennale di Bangkok dove ha presentato i suoi ultimi lavori, Monocromi in oro zecchino che evocano la purezza delle forme e invitano alla contemplazione. È cresciuto in una famiglia di artisti (il nonno Angelo è, tra l’altro, l’autore dei mosaici della piscina del Foro Italico a Roma, suo padre era scultore). Dopo aver lavorato per anni negli Stati Uniti e in particolare a New York, dove il Moma conserva una sua importante opera presentata alla Biennale di Venezia del 2007, è tornato a Roma, che della sua arte è in qualche modo la protagonista, con continui richiami alla classicità ma anche con la potenza deflagrante della sua maestosità. Lo incontriamo a Piazza Farnese, sullo sfondo dell’ambasciata di Francia, in una fredda serata di inizio anno. Lo spunto è il libro uscito da poco per Salani editore, I tacchini non ringraziano, che ha preparato insieme con Andrea Camilleri. Un libro tenero, divertente, pieno di poesia, con i suoi disegni e le storie in cui Camilleri racconta tutti gli animali della sua vita. A prima vista una coppia inedita.
Com’è nato questo libro, Canevari?
«Abbiamo cominciato a lavorarci un paio di anni fa. All’inizio avevamo pensato a delle poesie, poi invece Camilleri mi ha parlato di racconti che avevano come protagonisti alcuni animali. Animali incontrati nell’arco di una vita: da quando era bambino fino a qualche anno fa. E alcuni li ho incontrati anche io, gli stessi».
Così ha disegnato per quei racconti?
«No, la cosa interessante è che sono disegni che avevo fatto tra il 1990 e il 1992-93. Li avevo esposti in una delle mie prime mostre a Roma».
E Camilleri li aveva visti in quegli anni?
«Camilleri li ricordava bene: la mia famiglia e la sua si conoscono e si frequentano da sempre. Ora sarebbe stato impossibile, lui non ci vede quasi più, dopo l’operazione agli occhi di un paio di anni fa. In qualche modo è un lavoro che si è sedimentato ed è cresciuto negli anni, un racconto di vita vissuta in parte insieme ma con due punti di vista: quello di un uomo adulto e quello di un ragazzo. Un esercizio di memoria, a volte condivisa. I miei disegni erano raccolti in album dal titolo Memoria mia. Tutto torna».
Come avete messo insieme disegni e testi?
«Questi disegni nacquero per una mia esigenza che partiva dal profondo, una sorta di necessità legata a fatti dell’epoca, un modo per indagare dentro di me, un richiamo all’infanzia. Una sorta di disegno automatico. Ne abbiamo parlato e, mettere insieme racconti e disegni è venuto naturale. Il libro è nato così».
Per lei un’esperienza nuova?
«In un certo senso lavorare a questo libro con Camilleri è stato come tornare indietro negli anni, parlare e ricordare un’intimità casalinga che fa star bene. Un vedere riapparire personaggi, animali e situazioni che sono sopiti e che si rianimano all’improvviso».
Qual è il suo racconto preferito?
«Forse quello dei tacchini che dà il titolo al libro, ma anche quello di Barone, che era il gatto di Camilleri innamorato della figlia più piccola».
Che progetti ha per questo nuovo anno?
«Dopo Bangkok, dove ho portato gli ultimi lavori, ad aprile la Galleria Stein di Milano presenterà una mia retrospettiva e poi uscirà un libro di interviste scritte da Robert Storr, l’ex curatore del Moma e della Biennale di Venezia, in cui facciamo una lunga chiacchierata».
Lei insegna all’Accademia di Belle Arti a Roma. Cosa racconta ai suoi studenti?
«Cerco di insegnare ad essere artisti. Credo sia una cosa importante. Dopo 14 anni di vita negli Stati Uniti, si torna affrontando il lavoro in modo diverso. L’Italia è molto cambiata, ma alcuni vizi sono sempre i soliti: pochi investimenti nell’arte, nella cultura in genere. Un paradosso per il nostro Paese. Ci sono difficoltà con il mercato, è tutto più difficile. Mi piacerebbe cambiare le cose da dentro. Almeno provarci». Gli studenti, in questo caso, al contrario dei tacchini, ringraziano.
Cynthia Sgarallino
 
 

Vivere Macerata, 21.1.2019
Jesi: L'Opera "Il colore del sole" al Pergolesi e al Cucinelli di Solomeo in Umbria
Lirica dal Teatro Pergolesi di Jesi al Teatro Cucinelli di Solomeo in Umbria: il 27 gennaio in scena l’opera contemporanea “Il colore del sole” di Lucio Gregoretti ispirato alla figura del Caravaggio e a un testo di Andrea Camilleri.

Un’opera lirica contemporanea, nata al Teatro Pergolesi di Jesi e prodotta dalla Fondazione Pergolesi Spontini andrà in scena in forma di recital domenica 27 gennaio 2019 alle ore 18 al Teatro Cucinelli di Solomeo, il teatro fondato dallo stilista Cucinelli nel borgo medievale umbro e gestito dalla Fondazione Cucinelli. Si tratta de “Il colore del sole” del compositore Lucio Gregoretti, opera in un atto liberamente tratta dal romanzo omonimo di Andrea Camilleri, andata in scena in prima esecuzione assoluta a Jesi nel settembre 2017 nell’ambito del Festival Pergolesi Spontini e di seguito rappresentata, sempre con grande successo, al Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” di Modena. Il viaggio del “Colore del sole” continua a Solomeo nell’ambito della stagione musicale del Teatro Cucinelli curata dalla Fondazione Cucinelli in collaborazione con gli Amici della Musica di Perugia.
“Il colore del sole” è un’opera in un atto per attore, soli, coro e ensemble strumentale; regia, drammaturgia e video sono affidate a Cristian Taraborelli, alla guida dell’Ensemble Roma Sinfonietta, il direttore è Gabriele Bonolis. Nel ruolo di Caravaggio è Massimo Odierna, nella compagnia di canto sono Cristina Neri, Anastasia Pirogova, Daniele Adriani, Davide Procaccini, Claudia Nicole Calabrese, Natsuko Kita, Jaime Canto Navarro, Carlo Feola. La produzione è firmata dalla Fondazione Pergolesi Spontini e dal Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” di Modena con il sostegno di Errebian, in collaborazione con Ensemble Roma Sinfonietta e Accademia d’Arte Lirica di Osimo.
Il diario di Caravaggio, eccellente falso d’autore nato dalla penna di Camilleri, viene riletto in una partitura moderna in cui i modelli della tradizione restano presenti e dichiarati. La figura del pittore, costantemente in bilico tra il sublime della sua arte e il tormento quasi ferale delle sue pulsioni, è al centro di un’opera a sua volta in bilico tra la voce parlata del melologo e il canto – ora polifonico, ora solistico – portatore degli “affetti” della complessa anima caravaggesca, ma anche estensione espressiva dell’ensemble strumentale.
L’evento è un segnale importante della qualità della produzione lirica della Fondazione Pergolesi Spontini, nell’unione tra ricerca musicologica, creatività, alto livello delle maestranze tecniche al lavoro nel Laboratorio Scenografico e nella Sartoria del Teatro Pergolesi.
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Il Sole 24 Ore, 21.1.2019
Letture: i consigli del Cacciatore di libri
Antonio Manzini: «Il mio Schiavone caustico e dissacrante» che piace al pubblico e alla critica
Ascolta l'intervista

Non è facile piacere al pubblico e avere consensi anche dalla critica, soprattutto se si scrivono romanzi di genere e se c'è di mezzo un personaggio seriale (la serialità è vista sempre con molto sospetto da un certo apparato culturale). Eppure questa strana alchimia riesce ad Antonio Manzini e al suo Rocco Schiavone, un po’ come capita ad Andrea Camilleri e a Montalbano. E forse non è un caso che i due si conoscano da decenni (Camilleri insegnava regia quando Manzini imparava a fare l'attore), che Camilleri abbia fatto leggere all'allora giovane Manzini il manoscritto del suo primo Montabano e che i due, insomma, si stimino a vicenda.
In molti definiscono Manzini “l’erede di Camilleri”. «Gliel'ho chiesto anch'io ad Andrea –ironizza Manzini- ma lui mi ha risposto: Scordati che vada dal notaio! Ho figli e nipoti, non c’è trippa per gatti. Io ci ho provato. Metti che diceva sì? Magari una cosetta a Porto Empedocle… ci sarei andato in estate. Invece niente».
[...]
Alessandra Tedesco
(conduce su Radio 24 “Il Cacciatore di libri” in onda ogni sabato alle 6,30 e alle 21,30)

 
 

Centro Studi Marche - Giuseppe Giunchi, 24.1.2019

Il Centro Studi Marche - Giuseppe Giunchi invita alla presentazione del libro di Ferdinando Zucconi Galli Fonseca
“Diario con variazioni. Ricordi di un giudice e utente di giustizia”
Interventi Andrea Camilleri, Paolo Mauri, Michele Serra e l’Autore.
Presenta Rosanna Vaudetti. Organizzazione di Pina Gentili.
Edizioni Archinto
Giovedì 24 gennaio 2019 ore 18.00
Sodalizio dei Piceni - Piazza San Salvatore in Lauro, 15
Si ringrazia il Sodalizio dei Piceni per la gentile concessione della sala.
 
 

Teatro Cucinelli, 27.1.2019
Il colore del sole
domenica 27 gennaio, ore 18.00

Il diario di Caravaggio, eccellente falso d’autore nato dalla penna di Andrea Camilleri, viene riletto dal compositore Lucio Gregoretti, in una partitura tutta moderna in cui, però, i modelli della tradizione restano presenti e dichiarati.
La figura del pittore, costantemente in bilico tra il sublime della sua arte e il tormento quasi ferale delle sue pulsioni, è al centro di un’opera a sua volta in bilico tra la voce parlata del melologo e il canto – ora polifonico, ora solistico – portatore degli “affetti” della complessa anima caravaggesca, ma anche estensione espressiva dell’ensemble strumentale.

Ensemble Roma Sinfonietta
Gabriele Bonolis, direttore
Cristian Taraborrelli, regia e drammaturgia video
Angela Buscemi, costumi
Fabio Massimo Iaquone, video
opera in un atto liberamente tratta dal romanzo omonimo di Andrea Camilleri
musica di Lucio Gregoretti
Produzione Fondazione Pergolesi Spontini e Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena
Con il sostegno di Errebian
 
 

30.1.2019


 
 

 


 
Last modified Monday, January, 21, 2019