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Conversazione su Tiresia


Scritto e interpretato da Andrea Camilleri

Regia di Roberto Andò
Musiche composte ed eseguite da Roberto Fabbriciani
Suoni di Hubert Westkemper
Video di Luca Scarzella
Luci di Angelo Linzalata
Prodotto dall'Istituto Nazionale del Dramma Antico
Con Tancredi Di Marco
A cura di Valentina Alferj
 
Teatro Greco di Siracusa – 11 giugno 2018
 
Lo spettacolo, registrato a cura della Palomar, nell'autunno 2018 potrebbe divenire un evento di due giorni nei cinema, e nella primavera 2019 un film-tv quasi sicuramente sulla Rai
(La Repubblica, 13.6.2018)

Il testo dell'Opera verrà pubblicato da Sellerio



“Chiamatemi Tiresia, sono qui per raccontarvi una storia più che secolare che ha avuto una tale quantità di trasformazioni da indurmi a voler mettere un punto fermo a questa interminabile deriva. A Siracusa vi dirò la mia versione dei fatti, e la metterò a confronto con quello che di me hanno scritto poeti, filosofi e letterati. Voglio sgombrare una volta per tutte il campo da menzogne, illazioni, fantasie e congetture, ristabilendo i termini esatti della verità.”
Andrea Camilleri




Andrea Camilleri sceglie Tiresia e quel che di questo personaggio ci ha trasmesso la letteratura, la filosofia, la poesia, e lo elegge a pretesto - come già fece Borges con molti dei suoi temi prediletti - per investigare un pensiero da cui estrarre tracce, o prove, della sua vita precedente. Le infinite manipolazioni subite da questa straordinaria figura attraverso epoche e generi, costituiscono per Camilleri uno specchio in cui riflettersi, e attraverso cui rileggere il senso ultimo dell’invenzione letteraria.
L’indovino che compare nell’Odissea, il profeta reso cieco da Giunone (o da Atena?) punito perché rivelava i segreti degli dei, è il protagonista di una conversazione solitaria che si terrà l’11 giugno al Teatro Greco di Siracusa, nel corso della quale il più grande scrittore italiano, meditando ad alta voce sulla cecità e sul tempo, sulla memoria e sulla profezia, parlerà di sé e del suo viaggio nella vita e nella Storia.



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Camilleri attore, monologo a teatro
«Chiamatemi Tiresia, sono qui per raccontarvi una storia». Inizia così il monologo di cui è autore e protagonista Andrea Camilleri, in scena l’11 giugno al Teatro Greco di Siracusa. «Conversazione su Tiresia» si intitola lo spettacolo, con la regia di Roberto Andò, nell’ambito del 54° Festival dell’Inda.
Perché proprio Tiresia l’indovino?
«È una vecchia storia che mi intriga da tempo. Ben 63 autori, dai greci a oggi, si sono occupati di questo personaggio affascinante, manipolato nei secoli. Quattro tragedie contengono la sua vicenda e poi Eliot, Apollinaire, Primo Levi... persino Woody Allen lo fa apparire in un suo film, La dea dell’amore. La mia ricerca su di lui è un fiume inarrestabile: attraverso le epoche, è descritto nei modi più disparati, da dissoluto ermafrodita, che riusciva addirittura a godere di se stesso, ad allegoria di San Paolo. Nella mia conversazione solitaria in una tranquilla notte d’estate, nei panni di Tiresia dico al pubblico: volete sapere come sono stato stracangiato nei secoli?».
Il fascino dell’ambiguità?
«Direi della doppiezza: lui è stato compiutamente sia donna, sia uomo. Io racconto il destino di un protagonista letterario, che è stato esaltato e bistrattato: faccio il punto della situazione».
Una confessione anche personale?
«Certo! Lui è cieco come me. È l’elogio della cecità».
In che senso?
«Appena ho iniziato a perdere la vista, ho acuito gli altri sensi. Ho sempre fumato 80 sigarette al giorno e, quando ancora ci vedevo, avevo perso il gusto degli odori, dei sapori. Quando gli occhi si sono spenti, sono ritornati tutti insieme! Anche il tatto mi fa impressione per quanto è sensibile. Tiresia vede il futuro da cieco: poteva non piacermi recitare un ruolo del genere?».

(da un'intervista a Emilia Costantini, Corriere della Sera, 21.4.2018)


“Ora sono cieco e tutto mi è chiaro”
«Chiamatemi Tiresia». Andrea Camilleri a 92 anni non ha paura di rimettersi in gioco. «È una sfida», dice. Generoso, coraggioso, ironico, lo scrittore salirà sul palco del teatro greco di Siracusa e sarà Tiresia, l'indovino tebano cieco che compare già nell'Odissea per indicare a Ulisse la via del ritorno. «Da un po' di tempo non vedo più niente, diciamo che ho scelto Tiresia per affinità elettiva». Sembra una maledizione dei grandi raccontatori di storie. Da Omero a Borges condannati a cavare fuori le parole dal buio. Camilleri è un narratore totale, non c'è spunto che in lui non si trasformi in una storia. Anche al telefono non resiste, ogni stimolo è l'occasione di un aneddoto, la molla per un ricordo. Inevitabile che perfino la sua cecità diventasse materia letteraria. L'11 giugno, invitato dall'Inda, l'Istituto nazionale del dramma antico, Camilleri darà voce a Tiresia di fronte a 13 mila spettatori: «A novantadue anni si è un po' vecchietti. Avevo voglia di vedere se ancora ce la facevo». Conversazione su Tiresia è un'opera drammaturgica scritta da Camilleri e da lui interpretata. La regia è di Roberto Andò. È un viaggio nelle metamorfosi letterarie, poetiche e filosofiche del mito attraverso le epoche affidato alla voce pastosa e pacata dello scrittore.
È il ritorno al teatro, un suo antico amore?
«Una fiammata di teatro. La coincidenza divertente è che anche Il metodo Catalanotti, il nuovo Montalbano, ha un'ambientazione teatrale».
Non deve essere stato semplice orientarsi nella mole di fonti su Tiresia.
«Non c'è stato secolo che scrittori di qualsiasi tipo non si siano interessati a Tiresia Mi sono trovato di fronte a un diluvio di testi. Per evitare però che la storia diventasse una sorta di lezione universitaria, l'ho trasformata in un racconto».
Attraverso Tiresia ha voluto parlare di sé?
«L'idea è di parlare di Tiresia come se io fossi Tiresia. Chiamatemi Tiresia, per dirla con l'incipit di Melville (Moby Dick inizia con la frase "Chiamatemi Ismaele", ndr)».
La cecità fa vedere meglio?
«Stimola l'intuizione, è un'apertura. E poi quando si è ciechi avviene una cosa strana: tutti gli altri sensi corrono in soccorso del senso mancante. Fumando da sempre come un turco avevo perso gli odori e i sapori, invece ora si sono rafforzati».
E il rapporto con le parole è cambiato?
«Le parole hanno attorno un alone sfumato, una nebbia continua. La stessa nebbia che mi circonda. Ma in questa nebbia in cui sono immerso quello che vedo è estremamente chiaro. Forse la vista mi distraeva dal pensiero».
È cambiato il suo modo di organizzare il lavoro?
«Ormai da tre anni non vedo più ma il processo è stato progressivo, dunque ho avuto modo di creare una difesa strategica. Ho dovuto imparare a dettare a Valentina. Lo posso fare perché lei mi conosce e mi affianca da l6 anni (Valentina Alferj, assistente di Camilleri, è anche agente letterario, ndr). Lavoriamo ogni mattina almeno tre ore. C'è da dire che anche prima, da vedente, avevo l'abitudine di rileggere la pagina ad alta voce per fare le correzioni. Mi ha aiutato molto, altrimenti le parole rischiano di perdersi nel vuoto».
Torniamo quindi al teatro, all'oralità.
«Per me è qualcosa d'innato. Ho insegnato in passato all'Accademia e al Centro sperimentale di cinematografia. Sono stati miei allievi Emma Dante e Marco Bellocchio. In Il metodo Catalanotti, prendo però un po' in giro i sistemi alla Grotowski e le avanguardie tipo il Living theatre».
E il suo metodo d'insegnamento com'era?
«Maieutico: scoperta un'idea originale nell'allievo gli davo tutta la corda che voleva per impiccarsi a quella sua idea. Cercavo di scoprire l'originalità che ciascuno aveva dentro, tentavo di tirargliela fuori. Le storie nascono sempre dal buio? Una volta scrissi che i poeti greci si accecavano per diventare veri poeti (sorride)... Ricordo che quando ero bambino in Sicilia si usava accecare i merli e i cardellini per farli cantare meglio. Era un'abitudine crudele che mi faceva piangere».
Esistono però cecità diverse. Quella di Tiresia ed Edipo non si somigliano affatto.
«A differenza di Tiresia, Edipo vede solo la condizione punitiva della cecità, non sa andare oltre. L'unica sua preoccupazione è non perdere la ragione nello stato in cui si è venuto a trovare».
Nel mito, Tiresia è reso cieco da Giunone.
«Un giorno Zeus e Era stanno discutendo intorno a una domanda: nell'atto sessuale chi prova più piacere l'uomo o la donna? Non sapendo rispondere, chiamano Tiresia, il quale è un esperto di entrambi i sessi, perché, secondo il mito, da maschio era diventato femmina e poi di nuovo uomo. Insomma era considerato un tecnico».
E Tiresia risponde che gode più la donna.
«No, lui risponde che nell'atto sessuale esistono dieci gradi di piacere. La donna ne gode nove, l'uomo appena uno».
E per questo viene punito?
«Giunone lo punisce quando scopre che i gradi del piacere sono nove. Solo allora si rende conto che con Zeus non ha mai raggiunto questi nove gradi. Da qui la reazione di ira nei riguardi del rivelatore. Ma è una mia supposizione (ride)».
Il suo è un viaggio nelle varie facce di Tiresia di epoca in epoca.
«Tiresia sembra fatto di pongo. Ogni autore lo ha modellato a suo piacimento. Perfino gli scrittori protocristiani hanno cercato di appropriarsene».
Una delle trasformazioni che l'hanno più colpita?
«Quella di un commentatore di Dante, un anonimo fiorentino del Trecento. Sostiene che Tiresia era un ermafrodita e che per godere si autopossedeva. La cosa mi ha fatto sghignazzare. Nemmeno un contorsionista da circo equestre riuscirebbe in questo tipo di amplesso».

(da un'intervista a Raffaella De Santis, La Repubblica, 26.5.2018)


Andrea Camilleri mitico indovino: «Tiresia sono....»
Sotto un cielo che è luminoso anche di notte, e tra le pietre bianche del Teatro greco di Siracusa, zampillano le note del brano The Cinema Show dell’album Selling England by the Pound del gruppo musicale Genesis. E intanto scivolano pianamente, nella càvea, le parole lavorate dalla musica. Annunciano father Tiresias: «Ascolta il vecchio che racconta tutto quello che ha vissuto. / Sono stato ovunque, per me non c’è mistero. / Quando ero uomo, come il mare mi infuriavo, / quando ero donna, come la terra donavo. / In realtà c’è più terra che mare». Così presentato, entra in scena Tiresia. Lo accompagnano il flautista Roberto Fabbriciani e un bambino. Con loro c’è anche Valentina Alferj, aiuto del regista dello spettacolo, Roberto Andò. Tiresia viene aiutato a sedersi su una poltrona rustica. Non è un attore, che recita la parte dell’indovino tebano. È Tiresia in persona, al quale è stato concesso da Zeus il privilegio di vivere sette generazioni umane. «Tiresia sono», dice. E facendo il verso al commissario Montalbano, rivela subito l’identità assunta in una delle sue «sette esistenze». Nel teatro e nella vita, Tiresia è lo scrittore Andrea Camilleri: cieco per destino. La memoria ancestrale lo porta a ridisegnare il paesaggio agrigentino, che ora gli appartiene, su quello di Tebe. Racconta di squadrate campiture bianche che «macchiano» lo sfondo verde, alla maniera delle vedute di Agrigento dipinte negli anni Cinquanta da Nicolas de Staël.
La voce di Camilleri è immensa, cavernosa. Risuona dalle profondità di mondi sepolti. E ha i timbri forti della recitazione antica dei contastorie. Il modo che Camilleri ha di raccontare è caustico. Rimbalza da una malizia ironica a una sapida arguzia: dentro una trama compatta ed efficacemente analitica.
Camilleri-Tiresia rievoca il momento in cui cambiò di sesso. Aveva visto accoppiarsi due serpenti. Sovrappensiero com'era, dimenticò che spesso le divinità si «asserpentavano» quando avevano urgenza di qualche «scappatella». Con un ramo, Tiresia uccise la femmina. Scattò la metamorfosi. Divenne donna. Quella rimbambita della Pizia (che secondo Dürrenmatt riteneva che gli oracoli di Tiresia fossero «solo cretinate») gli rivelò il rimedio. Doveva uccidere il serpente vedovo: «Ma Pizia mia », disse, «come faccio a capire che si tratta di un serpente maschio». Riteneva impossibile l'impresa. Sarebbe stato come pretendere di «riuscire a distinguere oggi in Italia un politico di sinistra da uno di destra». L'aiutò il caso. Ammazzò il primo serpente che gli venne a tiro. Era il «vedovo». E così Tiresia tornò a essere uomo. Non fu mai un essere ibrido, come poi malignamente si disse: «Un tal Guido da Pisa scrive che nella sua città è avvenuto un fatto straordinario, e cioè che una ragazza ermafrodita è rimasta incinta di una suora e ha partorito una bambina. Sembra una copertina della rivista “Stop”, ve la ricordate? Bene, partendo da questa incredibile situazione, Guido da Pisa sostiene che anch'io ero ermafrodita dotato di un doppio sesso del quale facevo uso alternativo». Si arrivò addirittura a coniare il verbo “tiresiare” per definire tutte le possibili depravazioni.
Tiresia diventò cieco, in seguito a un’imprudenza: «Nell’Olimpo scoppiò una discussione tra Zeus e sua moglie Era. Uno scambio di vedute piuttosto acceso direi, perché dovete considerare che Era e Zeus non erano solo marito e moglie, ma erano soprattutto sorella e fratello. Si amavano e si odiavano appassionatamente. Pensate solo che la prima volta che si unirono carnalmente, il loro amplesso durò trecento anni. Furono i trecento anni peggiori della storia. Tutto andava a rotoli, il caos regnava, tutti invocavano l’intervento di Zeus che se ne stava rintanato con la sua Era e che per quel lungo periodo non diede mai risposta a nessuno». La discussione tra i coniugi divini riguardava il godimento: nell’amplesso, godeva di più l’uomo o la donna? Venne interpellato Tiresia, che volle essere galante. Rispose che «esistono dieci gradi di piacere durante l’atto sessuale, che la donna ne gode per nove gradi e l’uomo solo per uno». Non l’avesse detto mai. Era, risentita, l’accecò: «Può darsi, dico può darsi, che la mia risposta aveva fatto intravedere ad Era un mondo di piacere che nessuno, neanche Zeus in quei primi trecento anni era stato capace di farle godere». Zeus compensò Tiresia con la preveggenza e gli destinò da «vivere sette esistenze non continuative».
Camilleri-Tiresia si ammanta della luce che si riverbera dalla conversazione teatrale. Racconta. Cita dalle opere letterarie che parlano di Tiresia; dai film. Dialoga con vari autori (Omero, Seneca, Dante; fino ad Apollinaire, Cocteau, Virginia Woolf, Pavese, Pound, Eliot). Acconsente e dissente. Alterca. Si impermalisce. Sterilizza l’astio. Si fa pungente. Ma sa anche avere i dovuti riguardi. Le citazioni risuonano, registrate dalla voce di Camilleri-Tiresia. E compaiono sugli schermi luminosi, insieme a brevi stralci di film (La Dea dell’Amore di Woody Allen; l’Edipo re di Pasolini). Sono nastri sonori. Diventano brani di luce. Tra rombi olimpici vorticano attorno al corpo del contastorie; e lo collocano in un tempo che contiene tutte le epoche che all’aedo, al rapsodo, sono state concesse da vivere.
Woody Allen ha fatto di Tiresia un mendicante cieco, che ha il privilegio della veggenza. L’ha portato per le strade dell'Upper East Side di Manhattan. Camilleri-Tiresia si è trasferito a Brooklyn. Ogni tanto viene chiamato «per fare la comparsa in un film». La comparsata più recente, l'ha portato a interpretare la parte di un venditore di cerini. Finalmente il personaggio della letteratura e la «persona» vera si sono «ricongiunti» nella funzione. Camilleri-Tiresia è un indovino cieco. Vede l’invisibile: quello che gli altri non possono o non vogliono vedere. Grazie alle sue doti di veggente, con l’opera letteraria distribuisce cerini che si accendono e fanno luce nella notte. «Father Tiresias» è prodigo, come la «terra» del brano musicale che apre lo spettacolo: ha visto tutto, è andato ovunque; è stato donna, è stato uomo; tutto ha provato, non c’è mistero dentro il quale non possa leggere.
Il testo della Conversazione su Tiresia verrà pubblicato da Sellerio. Ma prima, il 31 maggio, Sellerio manderà in libreria il secondo Montalbano dettato da Camilleri-Tiresia. A La rete di protezione, uscito nel 2017, seguirà quindi Il metodo Catalanotti: un romanzo interamente pervaso dalla passione teatrale dell’autore, grande conoscitore delle avanguardie novecentesche. Come già nella Rete di protezione, anche nel Metodo Catalanotti, Camilleri-Tiresia punta a manomettere le regole e le restrizioni del genere poliziesco. Con sfumata e sorniona ironia, nel nuovo romanzo. In entrambe le «scritture» da cieco, ha comunque varcato le colonne d’Ercole del genere: ha riportato il giallo nell’«alveo principale del romanzo», per usare le parole di Cesare Cases, autore nel 2002 di un importante saggio sul genere poliziesco che è anche un elogio della sciasciana collana “La Memoria” di casa Sellerio. In questo nuovo contesto, contrassegnato dalla cecità, la Conversazione su Tiresia si configura come il manifesto del nuovo e più profondo corso dello scrittore Camilleri.

(Salvatore Silvano Nigro, Il Sole 24 Ore, 1.6.2018)



Quello che vedo
«Tiresia è una figura che mi ha sempre affascinato e che ho coltivato nel tempo. Ricordo il piacere che ho provato quando ho letto la prima volta "La terra desolata" di Eliot. Fino ad allora di Tiresia avevo un ricordo non proprio glorioso, in teatro lo avevo visto interpretare da Annibale Ninchi, indubbiamente un grande attore, ma la sua recitazione era orientata a sopraffare il personaggio di Edipo, e mi sembrò persino ampollosa. Ricordo che, tornato a casa, presi il testo, lo lessi e fu allora che pensai che il personaggio avrebbe meritato un tono più dimesso. Proprio quello che ha fatto Eliot nel suo poema».
Andrea Camilleri, partiamo dunque da Tiresia. Quando hai incontrato per la prima volta questo personaggio?
«Quando diventa a tutti gli effetti personaggio, cioè leggendo Sofocle, l'Edipo Re».
Perché lo hai scelto come tuo eroe?
«L'idea di raccontare e impersonare Tiresia, a parte la recente parentela di cecità, nasce proprio dalla voglia di pronunziare certe parole nel buio, la voglia di far risuonare il suono delle parole di Tiresia, e anche i versi di Eliot, nel buio della cecità. Nel mio testo c'è un momento in cui cito Borges e dico che le parole di Sofocle ascoltate nel buio della cecità acquistano il suono della verità assoluta. Insomma, ho scelto Tiresia d'impeto. Quando mi è stato chiesto che personaggio avrei voluto fare a Siracusa, me lo sono subito sentito dentro, forse perché al punto in cui sono arrivato mi piacerebbe avere una idea più precisa dell'eternità. A 93 anni, hai certezza del fatto che l'eternità ti stia venendo incontro, qualunque essa sia, e qualunque forma essa abbia».
[...]
Mi colpisce che tu citi Beckett e la tua regia di "Finale di partita" perché quando ho letto "Conversazione su Tiresia" l'ho visto un po' come "L'ultimo nastro di Krapp", lo stesso rapporto con la memoria, la stessa volontà di raccogliere frammenti di memoria esplosa.
«È vero, ho fatto una sorta di "potage"».

(da un colloquio con Roberto Andò, L'Espresso, 3.6.2018)



L'anima di Tiresia appare a Odisseo (Johann Heinrich Füssli)



Last modified Wednesday, June, 20, 2018