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Tarantella con un piede solo

di Luigi Lunari (1958)



Regia Andrea Camilleri

Interpreti e personaggi
Armando Bandini (Cannuccia)
Romano Bernardi (Don Fiorenzo)
Alberto Carloni (Gennaro)
Carlo Croccolo (l'uomo)
Maria D'Ayala (Silvana)
Jimmy Fontana (Modugno e canto)
Tony Fusaro (Caffè Hag)
Carlo Lombardi (il Commissario)
Gianni Mantesi (l'Ispettore)
Gino Maringola (Benny)
Sandro Merli (il Dottore)
Dolores Palumbo (Madame Odette)
Paolo Piccinato (la donna)
Elena Sedlak (Giorgina e danza)
Jole Semez (una donna)
Titti Tomaino (Milly)
Enzo Turco (Lucky Strike)
Bianca Maria Varriale (Valeria)
Rosetta Pedrani (una americana)
Alberto Amato, Rino Castelli, Gianni Spataro, Rodolfo Ventriglia (i clienti)

Musiche Gino Negri
Scene Salvatore Farina
Costumi Titus Vossberg, Enrico Sabbatini
Coreografie Paolo Gozlino
Direootre d'orchestra Maestro Angelo Fiorentini



Programma di sala

Andata in scena il 6 dicembre 1962 al Teatro Mercadante di Napoli, ad inaugurazione del Teatro Stabile


Luigi Lunari (foto da Wikipedia)


Un episodio divertente risale al 1962, quando fui chiamato alla regia dello spettacolo teatrale Tarantella con un piede solo. Un mese prima era stata abolita la censura, per cui si respirava una maggiore libertà artistica, ma il testo era rischioso per altri aspetti in quanto parlava di quattro poliziotti corrotti, sebbene nel finale si riscattassero appieno. Così mandai il copione all'allora questore di Napoli che lo lesse, capì e conferì la sua approvazione, dando ordine al commissario di pubblica sicurezza che doveva svolgere il suo turno di sorveglianza in sala di non interrompere lo spettacolo. Ma la sera della prima venne un procuratore della Repubblica che a metà spettacolo si mise ad urlare allo scandalo e il commissario della polizia fu costretto a chiamare la Celere. Fui denunciato per vilipendio alle Forze Armate - perché allora la polizia era ancora militarizzata - ma il questore intercedette per me spiegando in tribunale il finale dell'opera. Così fui assolto.
Andrea Camilleri (da un'intervista a Polizia Moderna, aprile 2002)



Copertina della rivista "Teatro nuovo", bimestrale dello spettacolo diretto da Ghigo De Chiara - Maurizio Scaparro - Lamberto Trezzini, Anno III n.11, dicembre 1962 - gennaio 1963

A seguito dell'episodio narrato da Andrea Camilleri, si scatenò una forte polemica sulla censura, che produsse anche un dibattito sul numero di "Teatro nuovo" di dicembre 1962 - gennaio 1963.
Riportiamo a seguire l'intervento di Andrea Camilleri.

Ironica ed estrosa satira di costume
Conoscevo la commedia di Lunari da almeno tre anni. Quando Spadaro me ne propose la realizzazione a Napoli, accettai di buon grado ma gli feci subito presente che, a parer mio, la commedia necessitava di una messa a fuoco. Infatti la Tarantella mi pareva puntare più sull'ironica ed estrosa satira di costume (che a tratti volgeva verso toni drammatici) che non sulla rappresentazione realistica di un milieu napole­tano da assumere come oggetto di critica. Spadaro si dichiarò d'accordo con me ed io scrissi all'autore chiedendogli delle modifiche in questo senso.
Lunari in un primo tempo si mostrò alquanto re­stio: quello che soprattutto lo rendeva perplesso era la mia richiesta di "cantatine" degli attori. Ma a me premeva, anche attraverso queste cantatine, libera­re la commedia da ogni appesantimento realistico. Dopo un certo scambio di corrispondenza Lunari si convinse: a questo punto si rese necessario taglia­re alcune battute e ridimensionare intere scene. Di conseguenza lo spettacolo si differenziò alquanto dal primo testo che avevo avuto in lettura: ad esempio, il finale del primo tempo non si concludeva con la spa­rizione delle coppie nell'alberghetto (come voleva il testo), ma con una tarantella alla quale prendevano parte tutti i personaggi in scena; allo stesso modo la lunga scena tra Cannuccia, L'uomo e La donna (du­rante la quale Cannuccia li convince al "mercato") viene spostata su una dimensione non reale attraver­so un opportuno gioco di luci, di movimenti e di in­tonazioni.
Se dovessi fare una critica sincera al mio spettaco­lo, direi che, stando a quello che ho visto durante la prova generale, esso risentiva della formazione ete­rogenea della compagnia (attori dialettali e attori in lingua): io non sono riuscito ad operare la necessaria fusione (anche per il poco tempo a disposizione). Ma questo, che poteva essere un serio discorso per i criti­ci, non fu nemmeno avviato (fatta la debita eccezio­ne di Magliulo) dato che la cronaca nera finì, come tutti sanno, per avere la meglio.
Andrea Camilleri


L'autore di questa commedia, Gigi Lunari, è giovanissimo: ha infatti ventotto anni (è nato a Milano il 3 gennaio 1934). Si è laureato in legge, sempre a Milano, nel 1956. Ha studiato musica (composizione) e ha vissuto a lungo all'estero: in Francia, in Inghilterra e in Irlanda. Attualmente è responsabile dell’Ufficio Studi del Piccolo Teatro di Milano, e si occupa di teatro soprattutto da un punto di vista storico e critico: è infatti autore di numerosi saggi oltre che di quattro volumi della collana “Documenti di teatro” (Editore Cappelli) dedicati all'Old Vic, a Laurence Olivier, al Movimento drammatico irlandese e ad Henry Irving (e il teatro inglese dell'800). Ha inoltre curato un'antologia del teatro irlandese e sta ora preparando uno studio sul teatro borghese. Colto e intelligente saggista, collabora a “Il dramma”, a “Teatro nuovo” e a numerose riviste specializzate straniere, tra le quali “Plays and Players” di Londra e “Theater der Zeit” di Berlino. Oltre a questa “Tarantella” ha scritto due atti unici: “Giovanna” (rappresentato dal Teatro di Ca’ Foscari di Venezia nel 1954) e “Lourdes” (nel 58) che verrà trasmesso entro l'anno dalla Radio Polacca. Un altro suo dramma in tre atti, “La regina nella manica”, è stato segnalato al Premio Marzotto nel 1956. “Tarantella con un piede solo” è stata scritta dal Lunari tre anni fa. La spiegazione del titolo allegorico era probabilmente riscontrabile in qualche battuta del testo in seguito tagliata dall'autore stesso. Il dramma, piuttosto grottesco, è stato ispirato da un autentico fatto di cronaca, accaduto, ci sembra, proprio a Napoli. Si tratta di questo: una coppia di giovani sposi cafoni in viaggio di nozze viene avvicinata da uno sconosciuto che offre ad essi una cospicua somma dietro... cessione dello jus primae nocti'. Ecco, in merito, alcune significative battute della commedia: “Perché doveva dargli cinquecentomila lire?” “In cambio della moglie ... Quei due sono in viaggio di nozze; uno gli ha detto che se gli lasciavano fare a lui la prima notte gli avrebbe dato cinquecentomila lire”. “Oh Dio, ma guarda che gente c'è a questo mondo”. “Eh, sono poveri”. “Ah no, non vuol dire essere poveri. Vuol dire non aver coscienza, essere depravati! Vuol dire non sentir niente, non aver cuore! Altro che poveri! Si dovrebbe morir di fame piuttosto che fare certe cose”. Accaduto il “fattaccio”, lo sconosciuto scompare, e i due sconvolti, disperati, a mani vuote, si rivolgono alla polizia: invano ... Intorno agli sprovveduti protagonisti si agita, in bilico fra realtà e fantasia, tutto un mondo quasi picaresco, animato da prostitute di buon cuore, da fuorilegge poco temibili, da poliziotti accomodanti se non proprio corrotti. Tutti questi personaggi fungono da “coro”: sono la coloritissima cornice della vicenda, piccante quanto amara. Amara perché umana. Tale, infatti, ha cercato di renderla l'autore presentando i due sposi non come pervertiti o immorali: sono due persone sostanzialmente oneste, almeno fino a quel momento. Nonostante il loro comportamento aberrante, non sono totalmente condannabili. Ingenui, vittime di esseri malvagi, ispirano compassione ed una certa simpatia: sul piano umano, insomma, “si salvano”. Hanno fatto male, certo, queste cose non si fanno, ma in fondo si sono trova ti loro malgrado in una tentazione tanto forte che la colpa ricade in parte anche sulla società che li costringe ad uno stato di inferiorità. Non per niente essi, in campagna, vivono all'ombra di un certo barone “tanto buono” che ricostruisce il suo latifondo espropriato indebitando la povera gente. Il nocciolo della commedia, ovvero il fatto centrale, si presta bene ad una specie di diagnosi di non poche magagne tipicamente italiane: certi responsabili che chiudono gli occhi e li riaprono solo quando vogliono; la facilità dell'intrallazzo; le pseudo-patetiche reazioni del popolino (si commuovono, ma non troppo, le prostitute, ed una di esse sente più drammaticità nel caso di Soraya piuttosto che in quello della sposina). Il testo di Gigi Lunari sottolinea anche la superficialità di tutto quello che si fa da noi: superficialità del sentimento (la mondana, ad esempio, che interrompe il suo “lavoro” per ascoltare una canzone, e l'ispettore che la giustifica giacché noi italiani siamo dei sentimentali); superficialità dei miti nazionali (il gallismo, soprattutto); superficialità nel bene e nel male (le ragazze facili che si commuovono e il fuorilegge che confessa di non essere un vero gangster data la sua mediocrità). Questa leggerezza tipicamente italiana, cioè la superficialità che ci distingue. non di rado è per noi un bene. E' quanto, evidentemente, sottintende l'autore un po' sogghignante, tra un sorriso ironico e un lazzo disinvolto. A coronamento della leggerezza fondamentalmente nostrana, ma in special modo - confessiamolo - meridionale, il dramma dei due sposini provinciali “affonda nel nulla”. E qui l'autore si preoccupa di distinguere palesemente tra colpe individuali e colpe della situazione sociale. Quando l'ingenuo marito beffato vuole denunziare il fatto al funzionario di polizia, questi si rifiuta quasi di ascoltarlo e lo convince a rinunziare alla querela (contro ignoti). E perché il funzionario agisce così. Perché egli deve andare alla partita, a vedere il Napoli che gioca al Vomero (l'azione, quindi si svolge prima dell'inaugurazione dello Stadio di Fuorigrotta), e perciò non ha tempo da perdere. Se il colpevole del “fattaccio” rimarrà impunito la colpa è dunque del funzionario; ma al tempo stesso il rappresentante della Legge può avere agito così per il bene dei due sposi. Infatti egli sostiene che accettare la denunzia significherebbe mandare anch'essi in galera. Che non l'abbia accettata perché deve andare alla partita è un fatto, ma è pur vero quanto asserisce; e se possiamo dargli torto per la sua “pigrizia” e per la sua ignavia, dobbiamo altresì riconoscere che ben più gravi sono le colpe della situazione sociale per cui i due cafoni innamorati sono stati costretti al “compromesso” della prima notte. La commedia è ambientata a Napoli. Forse perché - secondo l'autore - a Napoli si riscontrano più che in ogni altro centro tutti i difetti e le virtù degli italiani. Ed anche perché nella nostra città si trovano elevati a potenza proprio tutti i difetti e le virtù nazionali: dal bel canto al gallismo, da una certa allegra amministrazione al “senso della famiglia”. Ma questa - bisogna ammetterlo - è la Napoli più convenzionale immaginabile. ' L'azione si svolge in un ambiente piuttosto losco, da piccola malavita. Proprio per questa ragione meglio avrebbe fatto il Lunari a non precisare il luogo dell'azione. Cosa fatta, comunque, capo ha ... Ed il “capo”, in questo caso, è purtroppo la malavita napoletana. Ma a giustificazione dell'autore si può dire che due poveri diavoli di sposi in luna di miele non vanno certo in un grand'hotel giungendo a Napoli, bensì in un povero alberghetto, a contatto di gente che si arrangia. E tutte quelle prostitute, quei poliziotti corrotti, quei ladri da “Opera da tre soldi” (evidente è nel Lunari l'influsso brechtiano) a quale scopo agiscono nella commedia? Essi hanno la funzione di scaricare sul “contorno” la sostanziale volgarità della vicenda centrale. Il problema, al postutto, era quello di raccontare in termini “casti” una storia scabrosa e volgare dando al tempo stesso la netta impressione della volgarità. E davvero la storia dei due sposini cafoni è raccontata castamente, mentre la sozzeria balza evidente dal comportamento e dai dialoghi delle persone che fanno da coro alla vicenda. E le battute - anche le più sboccate - hanno spesso la pretesa di avere un loro senso ideologico e umano. Come quelle messe in bocca alla prostituta che, tra una “seduta” e l'altra, va a confessarsi, e poi riprende come se nulla fosse il suo “lavoro”. A prima vista paradossale, l'episodio chiarisce che se c'è una categoria di persone ben lontane dai peccati di amore, al sicuro da ogni turbamento sessuale, questa è proprio la categoria delle meretrici (per le quali l'amore non è un piacere: è una fatica). “Tarantella con un piede solo” ha un finale a sorpresa. E non è certo il caso di rivelarlo in anticipo. Precisiamo comunque che si tratta di un doppio finale; ed il secondo sa di posticcio: è stato evidentemente (e prudenzialmente) aggiunto dall'autore per mettersi con le spalle al sicuro da eventuali indignazioni da parte di benpensanti funzionari, ma è comunque abbastanza scoperto da non danneggiare il significato ideologico implicito nel dramma.
Sergio Lori
(Recensione pubblicata su "napoli-notte" alla vigilia della "prima", a seguito della visione della prova generale del 5 dicembre 1962)



L'articolo di Andrea Camilleri è stato reperito nel volume di Paolo Speranza Camilleri e Lunari, la Tarantella incriminata. Un clamoroso episodio di censura a Napoli, la cui lettura si consiglia per ulteriori informazioni.
L'articolo di Sergio Lori e il programma di sala sono stati reperiti sul sito Teatro del '900.
La locandina e la copertina di "Teatro nuovo" sono state reperite sul sito del Fondo Andrea Camilleri.




Last modified Saturday, January, 10, 2026