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Parole e canzoni

Paolo Conte nel traffico della vita



Autore A cura di Vinenzo Mollica
Prezzo E. 20
Pagine pp. 118
Data di pubblicazione 2003
Editore Einaudi
Collana Stile libero Video
Note Contributi di Andrea Camilleri e Nicola Piovani


Un video inedito con le canzoni e le parole del Conte piú intimo che racconta la propria inconfondibile arte musicale. Un libro con un'antologia di testi commentati dall'autore e altri scritti.

Libro e video-intervista per il nostro chansonnier più blasonato con gli interventi dello scrittore Andrea Camilleri, del premio Oscar Nicola Piovani, i disegni di Altan, Crepax, Manara, Staino, Pratt. Si sbagliava da professionisti, firmato Paolo Conte è curato dal giornalista Vincenzo Mollica e propone un'antologia delle canzoni con note d'artista. Si scopre che Gelato al limon (1979) è dedicata alla moglie Egle, che la frase che ama di più in Messico e Nuvole (88) è "faccia triste dell'America". Si chiude con: "Si nasce soli, si muore soli, però nell'intervallo c'è un bel traffico".

Francesco Màndica

Il libro. Si sbagliava da professionisti è un'antologia personale dei testi delle canzoni di Paolo Conte, uniti a un commento in cui l'autore spazia tra geografia, memoria, metrica e sonorità alla ricerca delle radici della propria ispirazione. Con molti scritti inediti, tra cui un poema scherzoso e la lectio doctoralis tenuta in occasione del conferimento della laurea in Lettere moderne honoris causa. «Vincenzo Cerami, Roberto Benigni, Milo Manara, Guido Crepax, Altan, Sergio Staino, Hugo Pratt completano - come scrive Mollica nella nota iniziale - questo ritratto imperfetto, volutamente imperfetto, l'unico possibile per sua maestà Paolo Conte». A cura di Vincenzo Mollica e Valentina Pattavina.

Il video. Curato da Vincenzo Mollica, prodotto da Renzo Fantini, è una lunga intervista dove Paolo Conte racconta la sua arte, cui fanno da contrappunto alcuni suoi classici: Happy feet, Come di, Max, Sotto le stelle del jazz, Via con me, Gelato al limon, Gli impermeabili, Diavolo rosso.

Paolo Conte è nato ad Asti nel 1937. La sua ultima opera, Razmataz (2000), segna il compimento di un progetto trentennale nato dalle due grandi passioni contiane: musica e pittura. Nel 2001 ha ricevuto il premio Montale per la sezione Versi per musica. Questo è il suo primo libro.

Nel caso di Paolo Conte le parole scaturite dalla musica hanno contemporaneamente una totale autonomia poetica e una totale intrinsecità con la musica stessa. Le parole sono figlie della musica, portate nel ventre della musica, il loro Dna è lo stesso.

Dall'Intervista a Paolo Conte di Vincenzo Mollica

CONTE. Ho usato ricordi di provincia, modi di pensare della provincia - come credo abbiano fatto altri artisti - perché la provincia ti dà una visione dei personaggi più dettagliata: sono più in passerella, i personaggi, li vedi meglio, puoi raccontarli meglio. La provincia ha anche i suoi ritmi, le sue difficoltà ad affrontare la lingua ufficiale: la lingua del provinciale è una lingua imbastardita dai dialetti, però i dialetti qualche cosa ti possono dare, imbarazzandoti, mettendoti sotto il torchio quando devi parlare in italiano, facendoti magari reagire. La provincia in fondo è la tua culla, quindi la conosci anche un po' meglio di certe altre cose; c'è anche una certa tenerezza ogni tanto se ci torni col pensiero, specialmente nel paesaggio. Mi picco un po' di essere uno dei pochi scrittori di paesaggio. Il paesaggio viene affrontato di rado nelle canzoni, ed è chiaro che io racconto quel paesaggio che conosco meglio, di cui conosco i segreti.

MOLLICA. Il mare in questo paesaggio è qualche cosa di sognato…

CONTE. Sì. Il mio è un paesaggio di entroterra. Però non è lontano dal mare. Il mare tante volte lo percepisci. Dalle nostre parti ci sono certe sere di primavera in cui arriva il vento di mare, e te ne accorgi, ed è una sensazione molto fine, segreta, ma meravigliosa. Sai che lo puoi raggiungere: con una buona automobile ci vai in mezz'ora. Con un'Aurelia B24 ci saresti andato anche in venticinque minuti…

MOLLICA. L'Aurelia B24 era una macchina che amavi molto… Ma che aveva, questa macchina?

CONTE. Aveva degli occhi languidi, come certe donne di un certo cinema. Era un'Alida Valli vista da Pininfarina.

Parole e musica

Nota al libro “Si sbagliava da professionisti”, allegato al video “Parole e canzoni” di Paolo Conte

Paolo Conte ha più volte dichiarato che l'impulso primario di ogni sua canzone è sempre musicale; è un gruppo di note, un tema, un motivo, chiamatelo come volete, a proporsi prima come grumo sonoro e quindi via via a definirsi, ordinarsi, compiutamente comporsi. In altri termini, in principio per lui è la Musica, appresso viene il Verbo. E questo a me, assolutamente digiuno e incompetente di musica, è sembrato del tutto naturale, ovvio direi, essendo Paolo Conte un compositore. Questa dichiarazione mi è apparsa in una luce diversa quando, in seguito, mi è capitato di leggere che per la maggior parte degli autori di canzoni - alcuni dei quali di considerevole valore - vale l'inverso: in loro l'input, la pulsione musicale nascerebbe da una suggestione, come dire, di secondo grado, posteriore cioè a una prima necessità che è di natura essenzialmente poetica. Vale a dire che per loro in principio è il Verbo, la Parola, appresso viene la Musica. La musica sarebbe come il vestito adatto a quelle parole. Ho cominciato a ragionarci sopra. La prima cosa che mi è venuta in mente è stato il procedimento abituale nella creazione di un'opera lirica. Un autore scrive un libretto, originale o meno, per lo più in versi, successivamente il libretto passa nelle mani di un compositore, il quale mette in musica quei versi. A questo punto però l'elemento musicale passa in primo piano, assume un valore fondante e autonomo, e il libretto si ridimensiona a una sorta di supporto poetico. Senonché mi sono accorto subito che il paragone, a volerlo spingere fino in fondo, non reggeva. Allora mi ricordai dei «trovatori», i poeti-musici-cantanti che operarono all'incirca nei primi due secoli dell'anno 1000. Andiamo a finire così lontano nel tempo? Non so che farci, non ho sottomano altri esempi più recenti. Dunque, questi trovatori erano essenzialmente poeti d'amore che mettevano in musica i loro versi e se ne andavano in giro di corte in corte a cantarli. Mentre sui loro versi, spesso stupendi, che si possono leggere nei vari codici, non ci piove, invece diluvia sulla loro musica, in quanto i suddetti codici riportano sì duecentocinquanta melodie, ma indicano solo l'altezza dei suoni, non la loro durata. Da qui una serie infinita di interpretazioni. Ma una cosa è certa, come ha affermato il maggiore studioso della materia: «Il ritmo musicale obbedisce esclusivamente alle leggi della ritmica sillabica, la melodia risponde strettamente alla struttura poetica». E qui mi pare che alla fine ci siamo. Gli autori di canzoni che partono dalla parola sono esattamente, o quasi, come i trovatori. Ma chi invece parte dalla musica e da essa si lascia suggerire le parole, a quale categoria appartiene? E a ben considerare, che necessità c'è di inquadrare in qualche modo un artista, iscrivendolo arbitrariamente a una qualsiasi categoria? Però, la parola «necessità» mi fa nascere un altro piccolissimo problema. Ogni poeta sceglie per i suoi versi - comunque nascano e qualunque sia la loro destinazione, anche musicale - le parole assolutamente necessarie. Quelle e non altre. Eppure ci capita non di rado, per gioco, per distrazione, per un vuoto di memoria, per motivi di traduzione, di canticchiare un motivo cambiandone, in tutto o in parte, le parole. E allora dove va a finire la necessità? E se questo avviene per gli autori di canzoni che mettono al principio il Verbo, figurarsi quali stravolgimento può, pur non volendolo, autorizzare chi mette al principio la Musica. E invece, nel caso di Paolo Conte, questo non avviene e non può avvenire. Perché in lui le parole scaturite dalla musica hanno contemporaneamente una totale autonomia poetica e una totale intrinsecità con la musica stessa. Le parole sono figlie della musica, portate nel ventre della musica, il loro Dna è lo stesso. Non sono un vestito di stoffa, ma pelle viva. «Dicono che quei cieli siano adatti | ai cavalli e che le strade | siano polvere di palcoscenico»: questo folgorante attacco della canzone intitolata Novecento uno se lo può godere come poesia in sé, ma se lo gode meglio, e meglio lo capisce, se lo sente cantato dalla voce di Conte. Ora provatevi a fare il giochetto della sostituzione non vi riesce, è praticamente impossibile. Le parole di Conte, di volta in volta ironiche, malinconiche, insinuanti, sorprendenti, inattese o volutamente consuete, e sempre governate da un gusto sapiente, sorvegliato e colto, costituiscono un corpo unico e inscindibile dalla sua musica. E il fatto che all'inizio ci sia il Verbo o la Musica, nel caso di Paolo Conte, finisce con l'essere semplicemente una curiosità, che è quella di conoscere come lavora un Artista.

Andrea Camilleri




Last modified Wednesday, July, 13, 2011