Storia siciliana del giallo e del noir

 

Ci sarebbero una piazza “silenziosa nel grigio dell’alba”, un venditore di panelle, il bigliettaio che chiude lo sportello dell’autobus, due colpi squarciati, a lupara e un uomo vestito di scuro, che per un attimo rimane sospeso, “come tirato su per i capelli da una mano invisibile”, all’origine del giallo siciliano contemporaneo. Stiamo parlando dell’inconfondibile incipit de Il giorno della civetta, il romanzo di Leonardo Sciascia che ha sicuramente riscosso più successo di pubblico.

Siamo nel 1961 e lo scrittore di Racalmuto, d’un colpo, legittima il romanzo poliziesco come vero e proprio genere della letteratura. E lo fa scompaginando ereticamente le regole, e dimostrando che il giallo può ancora essere un dispositivo narrativo che provoca diletto, sano godimento nel lettore, anche se diventa una sofferta indagine storica, un’inquietante ricognizione delle anime umane. Il poliziesco, dunque, come esplorazione problematica, e come inchiesta metafisica: ecco gli ingredienti che pian piano faranno dei romanzi di Sciascia libri attualissimi e palpitanti, nel cui imo sarà facile scorgere la biologia dell’Italia intera.

Per dirla in breve, dopo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, il poliziesco anarchico e maccheronico di Gadda, forse eccessivamente aperto per rientrare nella categoria, è in terra siciliana che avviene lo sdoganamento ufficiale della detective story. E sempre nell’isola, grazie alla competenza di Sciascia, si assiste alla ripubblicazione di molti ottimi giallisti: Rex Stout, Holiday Hall, Collins, Hammett, Glauser e tanti altri. La Sicilia, dunque, diventa quasi per vocazione la capitale del thriller.

In realtà, le cose non stanno proprio così: la storia del giallo siciliano va necessariamente retrodatata, dal momento che già prima di Sciascia l’isola era stata la culla non tanto del poliziesco, quanto del noir. E proprio a questo proposito, occorre fare una comunicazione di servizio: usati impropriamente come sinonimi, giallo e noir sono due generi differenti. Tanto il primo è rassicurante, con il lieto fine che per lo più ristabilisce l’ordine inizialmente violato, quanto il secondo non sopporta l’happy end, improntato com’è a un nichilismo anarcoide e assoluto. In poche parole, il giallo, anche se problematico, ammette uno spiraglio di salvezza; il noir, invece, trascina il lettore in una spirale di sfiducia e pessimismo, quasi cosmico. Spesso però capita che giallo e noir si contaminino, sfumando l’uno nell’altro: basti pensare allo Sciascia del Contesto e di Todo modo. Uno Sciascia sempre più cupo, quasi noir, come recita il titolo di uno dei suoi più bei libri, Nero su nero appunto: la nera scrittura sulla nera pagina della realtà.

E allora, per ricostruire con più rigore la storia del giallo e del noir siciliani, occorre fare un salto all’indietro e, dal 1961, anno di pubblicazione del Giorno della civetta, spostarsi all’inizio del secolo scorso, e precisamente al 1900, quando vede la luce per la prima volta Il marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana, in appendice al quotidiano “L’Ora” di Palermo. In volume, il romanzo uscirà nella primavera dell’anno successivo, per i tipi di Treves. Si tratta probabilmente del primo noir siciliano, ambientato a Spaccaforno, e messo in moto da un omicidio perpetrato dal marchese del titolo ai danni di un suo sottoposto, dopo che questi aveva acconsentito a sposare la contadina Agrippina Solmo, per anni concubina del nobile. Il romanzo di Capuana, quanto mai contiguo, per atmosfera, a Delitto e castigo di Dostoevskij, racconta non tanto l’uccisione del contadino, quanto la discesa agli inferi del marchese, la sua follia per il rimorso e soprattutto per aver fatto condannare un innocente, incriminato al suo posto. La Sicilia contadina e feudale fa da sfondo a una vicenda torbida, di gelosia accecante, di passioni estreme, di asfissianti sensi di colpa. E non può essere ignorata la vicinanza del capolavoro di Luigi Capuana a Il cappello del prete (1887) di Emilio De Marchi, il vero antenato di tutti i giallisti italiani a venire, il quale nel suo romanzo racconta la discesa libera nel baratro della follia del barone Santafusca. Questi infatti, dopo aver ammazzato un prete usuraio, don Cirillo, perde lentamente la lucidità, annebbiato dalla coscienza dell’assassinio da lui compiuto.

Stando così le cose, si può senz’altro dire che il noir in Sicilia fa la sua apparizione sul versante orientale, in quella parte dell’isola “babba”, ingenua per dirla con Gesualdo Bufalino.

Ma per assistere all’entrata in scena, in Sicilia, del primo giallista di razza e di professione, occorre attendere il 1936, data di pubblicazione della prima detective story dell’agrigentino Ezio d’Errico, intitolata Qualcuno ha bussato alla porta. Autore di una ventina di romanzi polizieschi, di racconti, radiodrammi e opere teatrali, tra i primi pittori astrattisti in Italia, d’Errico nasce ad Agrigento nel 1892 da una famiglia metà lombarda e metà pugliese. I suoi gialli, pubblicati da Mondadori e ambientati in Francia, in una Parigi fredda, nebbiosa, fanno subito pensare a Simenon. C’è da dire, a questo proposito, che nel 1936 lo scrittore agrigentino dà alle stampe, per i tipi della Rattero, il libro Torino, guida per gli oziosi e i vagabondi, che contiene alcune pagine dedicate alle misteriose atmosfere del creatore di Maigret, significativo preludio alla sua imminente produzione poliziesca, al centro della quale troviamo il commissario Emilio Richard, capo della Seconda Brigata Mobile della Sureté. Col suo cranio possente e completamente calvo, due piccoli occhi grigi, un viso largo e il corpo di piccolo pachiderma, Richard dà inizio alle sue investigazioni proprio quando l’eroe di Simenon va in pensione: viene da pensare a un’immaginaria consegna del testimone. E di conseguenza, le pagine di d’Errico sono tutte quante affollate da boulevards, bistrots, anguste trattorie, immerse in un’atmosfera autunnale, quasi crepuscolare, con tanto di bruma e di nebbia e viali alberati ricoperti di foglie secche.

Quello che subito colpisce, nei romanzi di d’Errico, è l’irruzione dell’inquietudine e della malinconia: l’atmosfera nelle storie del crimine cambia radicalmente, dal momento che a dominare è d’ora in poi un’anarchia metodologica che mette in crisi l’eccessiva fiducia nel positivismo razionalistico alla Conan Doyle. La soluzione degli intrecci spesso è affidata al caso, e non certo ai cortocircuiti logico-deduttivi dell’investigatore. Per farsi un’idea del metodo investigativo di Richard, basti leggere questo passo, tratto dal romanzo intitolato La famiglia Morel (Mondadori, 1938): “Il metodo di Richard, di abbandonare i quesiti polizieschi ai margini, e di imbeversi lentamente dell’ambiente, fino a saturarsene per poi avvicinarsi al nocciolo della questione, richiedeva oltre che una lunga abitudine nel vagliare gli indizi, anche una comprensione umana che era la qualità più preziosa e forse più inconscia posseduta da quell’omaccione dall’apparenza un po’ tonta”. Imbeversi dell’ambiente, dunque, è la prima mossa di Richard, commissario dalla profonda comprensione umana e con in testa una bizzarra teoria investigativa, quella delle “nebulose”. “Le nebulose – dice il commissario – sono quelle zone di sospetto che si formano qua e là sul teatro degli avvenimenti. So benissimo che spaventano i funzionari novellini, ma io dico invece che dovrebbero essere benedette, perché se il paesaggio continuasse a mantenersi perfettamente limpido come quello di una cartolina in cromolitografia, a che cosa dovrebbe mai appigliarsi l’incaricato di un’inchiesta? Per conto mio saluto con gioia l’apparire delle nebulose e aggiungo che in un primo tempo ho quasi timore di ficcarvi dentro lo sguardo, per tema che svaniscono troppo presto”. Nebulose di cui Richard si accorge grazie al suo “sesto senso” che lo apparenta, scrive d’Errico, a certi animali notturni.

E se è vero che nei polizieschi di d’Errico non trova posto il metodo investigativo rigorosamente scientifico e viene meno la fiducia nel positivismo razionalistico (tanto che potremmo definire lo scrittore agrigentino una sorta di anti-Conan Doyle), è pure vero che le indagini di Richard, più che ricomporre l’armonia venuta meno, lasciano sempre qualcosa di insoluto, di irrisolto, consegnando al lettore un senso di inquietudine tipico del giallo problematico. I gialli di d’Errico dunque, assieme a quelli di Augusto De Angelis, il creatore del commissario De Vincenzi, aprono le porte al nuovo poliziesco, ambientato in contesti metropolitani, rispettivamente in una Parigi “fredda ma popolare e sanguigna”, e in una Milano nebbiosa e notturna. I protagonisti delle storie narrate da entrambi gli autori ereditano certamente alcune peculiarità della figura del detective tradizionale: ma quello che più conta è che a prevalere è una diversa sensibilità e un modo eterodosso di approccio al crimine. Senza d’Errico e De Angelis non sarebbe stata possibile la comparsa della nuova schiera di autori di romanzi polizieschi; sono loro che aprono le porte alle opere di Carlo Emilio Gadda e di Leonardo Sciascia, i quali sembrano ereditare da d’Errico e da De Angelis lo schema del giallo già logoro, consumato, al quale daranno il colpo di grazia. A questo proposito, va detto che sarà proprio De Angelis il primo degli italiani a lasciare insoluti due casi: infatti, sia ne Il canotto insanguinato che ne Il candeliere a sette fiamme il commissario De Vincenzi non riuscirà a sbrogliare il bandolo della matassa delle indagini. Già prima delle opere di Gadda e di Sciascia, ecco due gialli che non concludono.

            Dai polizieschi di d’Errico, dunque, che di siciliano però hanno poco, si passa a quelli di Franco Cannarozzo, prolifico scrittore della Sicilia orientale, nato a Enna nel 1921, figlio di un maresciallo dei carabinieri e noto giallista, nonché drammaturgo, poeta e apprezzato scrittore di racconti di fantascienza. Cannarozzo era solito firmare i suoi libri con lo pseudonimo di Franco Enna, suggeritogli dall’amico Alberto Tedeschi, vero esperto del genere e già allora direttore della collana dei “Gialli Mondadori”, impegnato nello sforzo di tentare in quegli stessi anni un rilancio del thriller italiano.

Preludio alla tomba (Milano, Mondadori 1955) segna l’uscita in pubblico di Enna che, lavorando anche come direttore dell’ufficio stampa dei periodici Mondadori, pubblica soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta un numero cospicuo di gialli, arrivando addirittura a sfornare un romanzo ogni quindici giorni per due anni di seguito, tanto da scrivere complessivamente quasi centocinquanta opere. All’attività di giallista e di autore di racconti di fantascienza e di romanzi per ragazzi, Enna affianca anche quella di giornalista, traduttore, soggettista e sceneggiatore televisivo; una sorta di Camilleri ante litteram, che ha lavorato a diverse trasposizioni cinematografiche di alcuni suoi romanzi, a radiodrammi e a sceneggiati televisivi di argomento poliziesco (creando tra l’altro la figura del delegato di polizia Bianchi) trasmessi dalla RAI e dalla TSI in Svizzera, dove nel 1948 Cannarozzo si era trasferito. Va detto a questo punto che, a differenza di Ezio d’Errico, Enna in diversi suoi romanzi opta per l’ambientazione siciliana, quasi mai scenografica o edulcorata, ma riprodotta ora con l’intento di svelarne, attraverso una particolare vicenda, la vera natura e mettere a nudo le piaghe che da tempo l’avviliscono, ora come unico scenario possibile per le passioni e gli intrighi delle storie narrate; come accade, ad esempio, ne Il volto delle favole (1963), in cui il protagonista, Alberto, dopo vent’anni di assenza, ritorna nella sua città natale, Palermo, per indagare sulla misteriosa scomparsa del fratello. Se poi si pensa che uno degli eroi più famosi creati da Enna è il commissario Federico Sartori, un siciliano affetto da inguaribile nostalgia che non si sottrae mai all’avventura e all’amore e attorno al quale l’autore ha creato un fortunato ciclo romanzesco, allora è chiaro come occorra ripensare la storia e soprattutto la geografia del giallo siciliano. Certo, pur non difettando né la capacità inventiva di Franco Enna, né la sapienza del racconto, va però detto che lo scrittore siciliano in un certo senso sottostimava le qualità della scrittura; a lui non interessava tanto la ricerca di uno stile per raccontare lo splendido fatto che gli era venuto in mente.

Relativamente alla struttura dei romanzi, invece, Enna riscatta ampiamente la letteratura thrilling italiana da quegli elementi di debolezza che fin dal suo sorgere, negli anni Trenta, avevano compromesso il successo di tanti autori. Ossia la tendenza del giallo italiano ad essere avventuroso, picaresco per certi tratti, e a far sue le sfumature dei romanzi di appendice o di quelli di denuncia sociale: anzi, di questi fattori di fragilità, Enna fa il punto di forza delle sue opere più riuscite, dando prova di una notevole professionalità artigianale e riuscendo a tracciare con precisione ritratti di protagonisti “sempre di carne, di sangue”, con “un cervello e una mentalità” tutta loro, come nota Tedeschi nella prefazione a La grande paura (Milano, Sonzogno, 1977), e perennemente in bilico tra il bene e il male; e riuscendo anche a far tracimare dalle sue pagine la personalità forte e determinata di certe figure femminili davvero indimenticabili.

Lo schema del giallo, quindi, come impostazione di fondo, come una sorta di scenario aprioristico, nel quale possono muoversi liberamente investigatori istituzionali, ma anche detective per caso, e dove le grandi passioni, i sentimenti forti muovono i destini degli uomini. “Dove c’è l’uomo – affermava infatti Cannarozzo –  c’è una problematica che va risolta. E, a ben guardare, ogni romanzo contiene sempre un intreccio giallo, anche se il colpevole può essere la vita, può essere Dio, può essere chiunque. In questo senso anche Shakespeare, anche Dostoevskij sono scrittori di gialli”. Tutto questo è rintracciabile nei romanzi con al centro la figura del commissario Sartori, da Il caso di Marina Solaris a La bambola di gomma, da Un poliziotto in vendita fino a L’occhio lungo, l’ultimo della serie, recentemente ripubblicato da Sellerio, nel quale l’autore conferma pienamente le sue qualità: realismo dell’impianto, ambientazione provinciale, ritmo veloce, serrato, una lingua dal taglio modernissimo. Al centro della storia troviamo il commissario Sartori, che presenta non pochi tratti in comune con il suo creatore; ma si tratta di un autobiografismo che conferisce al personaggio credibilità e simpatia, facendone un poliziotto in carne e ossa, sensibile al fascino delle donne, nostalgico e romantico, con moglie e figli a carico, ai quali sovente va il suo pensiero. Colpisce l’abilità di Enna nel ritrarre personaggi, nel ricreare le atmosfere grigie e crepuscolari delle nostre province, nel ricostruire e reinventare fatti di cronaca, nel saper sfumare nel noir una storia che ci riporta ai fatidici anni Settanta, funestati da attentati e sequestri. Per non parlare poi delle avventure del maresciallo Lo Cascio che, a differenza di Sartori che indaga negli ambienti metropolitani, si muove in un ambito provinciale, e precisamente nel paese di Mazzara del Vallo.

E tanto più riconoscibile e meticolosa è l’ambientazione dei gialli di Franco Enna, quanto più è ambigua e quasi sfuggente è quella dei romanzi polizieschi di Sciascia, come nel caso di A ciascuno il suo, la cui vicenda si sviluppa in una cittadina siciliana della quale non viene mai specificato il nome. Tutto questo fa parte della strategia messa in atto dallo scrittore di Racalmuto nei suoi ultimi gialli, a partire soprattutto dal Contesto (1971): in essi, quasi inevitabilmente, il particolare si fa sempre più universale, il reale sconfina continuamente nel metafisico. La Sicilia va pian piano sfumando, pur essendo mai del tutto assente, come teatro dichiarato delle vicende narrate, configurandosi invece un diverso orizzonte geografico, tanto che lo scrittore affermerà, intorno al 1970, che “forse tutta l’Italia va diventando Sicilia”. Sciascia, “poliziotto di Dio” per dirla con Gesualdo Bufalino, comincia ad avvicinarsi sempre più a Friedrich Dürenmatt. E a proposito di A ciascuno il suo, vengono alla mente le parole che Calvino scrisse all’autore di Porte aperte nel 1965: “Caro Leonardo, ho letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. E poco dopo: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato… Tanto che speriamo ardentemente che nulla cambi, che la Sicilia resti perfettamente uguale a se medesima”. Ora, molti critici si sono interrogati su cosa Calvino avesse voluto dire sostenendo “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Che si trattasse di un abbaglio preso dall’autore di Palomar non siamo affatto convinti. Calvino tutto era, tranne che ingenuo e manicheo. È più probabile che egli, nel chiosare il libro di Sciascia, si fosse espresso antifrasticamente, rovesciando alla fine della sua lettera la famigerata formula contenuta nel Gattopardo (1958): “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. La rovescia, provocatoriamente, per dire invece che le cose sono cambiate e che il tempo è compiuto perché qualcuno cominci di nuovo a classificare, a catalogare la realtà isolana. Oggi, poi, la vitalità del poliziesco dimostra quanto quell’invito antifrastico di Calvino sia stato accolto e recepito.

Dal canto suo, la Sicilia, da sempre terra di tormentose passioni, di oscuri interessi, di delitti inspiegabili e di secolari rassegnazioni, in questi ultimi anni ha dimostrato di essere una delle regioni più misteriose, indecifrabili e oscure dell’Italia intera. È vero, come ha scritto Calvino nella sua lettera, che sull’isola esiste un “bagaglio d’informazioni adeguatamente ricco e aggiornato”: un bagaglio che però funge spesso da lente deformante, in grado di sfocare le cose, di deturparle quasi. Per fortuna che si può sempre fare ricorso al prezioso correttivo dei gialli di Sciascia, ad esempio. Ma non solo: c’è infatti un intensissimo noir scritto dal pittore e scultore Ugo Attardi, L’erede selvaggio edito nel 1970 da Grafica editoriale (Roma,) che sulla Sicilia, sulle passioni della sua gente, sulla mafia e sugli uomini d’onore ci dice di più di tante inchieste e di inutili indagini. Si tratta di un romanzo di formazione rovesciato, in cui è narrata la storia della genesi di un delitto, quello del padre del protagonista, e della vendetta che quest’ultimo cova: “Mio padre era stato trovato, un mese dopo il suo arresto, nel fondo di un fossone, verso Salemi. Era tutto coperto di sassi. Quelli che l’avevano portato via non erano sbirri; s’erano finti tali; in realtà erano infami sicari”. L’uscita di scena del padre è la causa scatenante di tutte le disavventure del protagonista, che andrà via di casa, vagando in preda a una sorta di allucinazione. La storia è ambientata in una Palermo riconoscibilissima: da una parte c’è monte Pellegrino, dall’altra la Marina e le ville liberty ai lati di via Libertà. A un certo punto, però, i luoghi che fanno da teatro alla vicenda sembrano quasi trasformasi, sotto la spinta espressionistica della scrittura di Attardi, in un universo beffardo e stravolto, in cui i protagonisti sono sconvolti e lacerati dalla stessa carica di odio e brutalità di cui sono portatori. Come don Totò, ad esempio, una sorta di blasfemo Onnipotente, dalle cui decisioni dipendono il lavoro e l’avvenire di tanti sottomessi. Alla fine, in un’atmosfera visionaria e sempre più inquietante, si staglia l’immagine del corpo stanco e provato del protagonista, accerchiato da crudeli boia pronti a bastonarlo e a tormentarlo.

         Negli anni Settanta vedono la luce anche i polizieschi di Enzo Russo, ambientati in una Roma corrotta, città delle “caste intoccabili” e culla del malaffare e della criminalità. Uno dei suoi romanzi migliori si intitola Il caso Montecristo (Mondadori, 1976), al centro del quale troviamo il commissario Raciti, un siciliano tenace e malinconico, alle prese con una serie di lettere anonime, minacciose e ricattatorie, indirizzate a un potente uomo politico e ad alcuni suoi amici poco raccomandabili. Raciti, nel tentativo di vederci chiaro, si imbatte in dubbi suicidi e in omicidi veri: l’atmosfera diventa sempre più greve e il discrimine che separa l’onestà dalla corruzione si assottiglia fino quasi a scomparire. Lo stesso dicasi per romanzi come La tana degli ermellini (1977) e I martedì del diavolo (1979): alla fine a prevalere sarà il male, in un sistema politico e sociale dannato alla immoralità e al disfacimento. E a proposito dei Martedì del diavolo, ambientato in una casa religiosa, popolato da inquietanti gesuiti e segnato da una sorta di pessimismo assoluto circa la natura del potere, non può non venire in mente Todo modo di Leonardo Sciascia.

Le storie narrate da Russo sono sempre ben congegnate, solide e avvincenti; ottimi, poi, i suoi affondi parodici ed espressionistici. Peccato però che un eccesso di “virtuosismo intellettualistico”, per dirla con Rodolfo Wilcock, complichi un po’ le cose: a volte Russo pecca di eccessiva abilità e intelligenza. Con Uomo di rispetto (1988) e Nato in Sicilia (1992), l’autore passa all’ambientazione siciliana, prendendo di mira il nodo gordiano di mafia e politica.  Alla fine degli anni Ottanta viene pubblicato il noir di Silvana La Spina intitolato Morte a Palermo (Baldini&Castoldi, 1987). Si tratta di un romanzo sciasciano e insieme borgesiano: all’interno del palazzo Chiaramonte, sul lato orientale di piazza Marina, a Palermo, nel corso di un convegno universitario, l’emerito professor Costanzo viene ucciso e poi infilato in una delle cisterne poste accanto alle betoniere, all’interno della corte. All’origine dell’omicidio, uno scomodo libro del professore che, una volta pubblicato, avrebbe sicuramente indotto la sovrintendenza a porre sotto custodia una certa zona della periferia della città, sulla quale aveva concentrato i suoi loschi interessi uno spregiudicato architetto editore. A fare da contorno alla storia, un gesuita disincantato e ambiguo, uno scrittore argentino guarda caso cieco, e un’untrice accattona. Nelle pagine della La Spina si respira un’atmosfera sinistra: l’empito barocco della sua scrittura fa di questo romanzo un noir spagnolesco, quasi secentesco, in cui è Palermo, coi suoi segreti inconfessabili e i suoi morti, a essere la vera protagonista. Come del resto accade nel romanzo di Domenico Campana L’isola delle Femmine (Einaudi 1991): siamo ai primi anni del Regno d’Italia. Il cadavere del questore di Palermo viene rinvenuto in una casa di piacere. Incidente o omicidio? Il delegato di polizia, giunto da Roma per avviare le indagini, propende per la seconda possibilità. E non si sbaglia. Intanto i cadaveri si moltiplicano e il mistero si infittisce, in uno scenario ambiguo, quasi indecifrabile, in cui si muovono principesse sfrenate e prepotenti, nobili senza scrupoli, maghe pericolose. Al centro della storia, c’è un principe a metà strada tra don Fabrizio Salina e don Corleone, recluso in un osservatorio astronomico all’Isola delle femmine, il quale parla con la moglie morta. Campana, con una scrittura morbida, ha dato corpo a un giallo anomalo, dove ogni cosa sembra capovolgersi nel suo contrario.     

All’inizio degli anni Novanta fa poi il suo ingresso sulla scena, partorito dalla fantasia di Andrea Camilleri, il commissario di polizia Salvo Montalbano, uno degli investigatori più autentici che la letteratura poliziesca abbia prodotto, protagonista di romanzi come La forma dell’acqua, Il ladro di merendine, La voce del violino, L’odore della notte, Il giro di boa. Armato di buon senso, dotato di un ottimo fiuto, Montalbano è uno sbirro di nascita, che ha nel sangue l’istinto della caccia e che si nutre di “buone, talvolta raffinate letture”: sa infatti chi è Antonio Pizzuto, come si evince dal racconto intitolato Miracoli a Trieste (Un mese con Montalbano), divora i libri di Sciascia, assapora le poesie di Virgilio Giotti, conosce Jan Potocki, autore del Manoscritto trovato a Saragozza. È allergico alle armi e alle sirene, e conosce bene la natura dei siciliani e le contraddizioni della sua terra, una Sicilia con le ferite ancora sanguinanti, come la mafia, l’abusivismo edilizio, la corruzione politica. A fare da sfondo a tutto questo, c’è la cittadina di Vigàta, con la sua vocazione al delitto e all’imbroglio. Eppure, oltre ai cadaveri, alle connivenze, alle magagne e agli imbrogli con cui Salvo Montalbano, da poliziotto anti-istituzionale com’è, fuori dalle regole, allergico alle promozioni e sensibile alle insubordinazioni, deve fare spesso i conti, nelle pagine di Camilleri trovano spazio il mare che divide la Sicilia dall’Africa, il fascino dei luoghi, i piatti saporiti preparati da Adelina con religioso raccoglimento, le abbuffate nelle trattorie tipiche. E poi i membri della squadra del commissariato di Vigàta, da Fazio ad Augello a Catarella, umanissimi antieroi dei quali Camilleri esaspera tic e manie, riuscendone a cavare una notevolissima forza ironica e più spesso comica, senza per questo snaturare la propria passione civile, di ascendenza indubbiamente sciasciana, o infrangere del tutto le regole del giallo. Genere, questo, che in un certo senso caratterizza anche i cosiddetti romanzi storici di Camilleri, dove i meccanismi del complotto e della macchinazione e gli ingranaggi tipici del poliziesco si sposano felicemente con la memoria storica. Al centro di essi c’è sempre un enigma da sciogliere, una sciarada da risolvere. Dal Corso delle cose a La strage dimenticata, dalla Bolla di componenda al Birraio di Preston, dalla Mossa del cavallo a La scomparsa di Patò, Camilleri non ha fatto altro che preparare il terreno al suo commissario: perché va detto che tutte le peculiarità caratteriali di Montalbano, la sua idea di giustizia, ad esempio, l’idiosincrasia nei confronti delle gerarchie, la vocazione civile, gli derivano dai vari marescialli, tenenti generali, delegati, capitani e questori, quelli onesti s’intende, che nelle brume dell’Ottocento siciliano si trovano a dover far luce sugli ambigui rapporti tra mafia e politica. Il tutto, poi, messo in moto dalla propulsione atomica di una lingua pirotecnica e abnorme, nata dall’insofferenza nei confronti del vocabolario di tutti i giorni, e dal recupero della pronuncia natia. Una pronuncia che annulla la distanza tra il parlare e lo scrivere, e che distilla sapientemente gli umori più terragni dell’isola, le sfumature e i chiaroscuri, in un concerto polifonico dove il burocratese dei funzionari e degli impiegati si alterna al barocco di politici e di ecclesiastici, al vernacolo dei popolani, al gergo allusivo dei mafiosi.

Così facendo, Camilleri ha dimostrato come un autore di genere possa nello stesso tempo essere un grande scrittore: piegando con grande disinvoltura il meccanismo del giallo alle proprie esigenze, per non restare schiacciato dal peso degli ingranaggi. Basti pensare a La scomparsa di Patò, romanzo scritto in forma di dossier, costruito a incastro come un puzzle di informazioni, in cui documenti, rapporti, lettere, per lo più anonime, scritte murali vengono mirabilmente collazionati in un impasto narrativo ad alta temperatura sperimentale; o ancora, all’ultimo giallo di Camilleri, La pazienza del ragno, con il quale l’autore mostra tutta la sua capacità di smontare e rimontare il congegno romanzesco con grande abilità, ricomponendolo alla fine con un avvicendamento dei tempi narrativi davvero efficace. Non tanto, dunque, la progressione, ma l’altalena dei ricordi, il pendolo delle emozioni e delle paure. Lo scrittore empedoclino è andato però oltre, volendosi cimentate in un giallo anomalo, senza omicidi. È come se a un direttore di orchestra togliessero di mano la sua buona bacchetta: ma Camilleri non si intimidisce, anzi ci mostra fino a dove è lecito spingersi.

E col tempo, il suo successo ha dato la stura a una splendida fioritura del giallo e del noir in Sicilia, da Santo Piazzese a Domenico Cacopardo, da Piergiorgio Di Cara a Gaetano Savatteri, da Valentina Gebbia a Giacomo Cacciatore e Gery Palazzotto.

Autore di I delitti di via Medina-Sidonia, La doppia vita di M. Laurent, Il soffio della valanga, Santo Piazzese si è imposto all’attenzione dei lettori per l’invenzione di una lingua ossimorica e ricca di cortocircuiti. Col suo umorismo autoironico e un citazionismo debordante, Piazzese ha creato un microcosmo romanzesco in cui si muovono personaggi consapevoli e soprattutto credibili. Al centro dei primi due romanzi, dal ritmo sincopato come un blues palermitano, troviamo il biologo per vocazione e detective per necessità Lorenzo La Marca, “ex sessantottino colto, intelligente, raffinato, ironico, e autoconsapevole”, alle prese con uno strano suicidio prima, e con un morto ammazzato poi. Sullo sfondo, una Palermo modernissima, abitata da una borghesia colta, che parla sfoggiando continuamente citazioni prese dai film di Truffant e di Woody Allen, e dove è piacevole perdersi nei suoi vicoli, frequentarne le trattorie meno note o bere qualcosa nei pub che gravitano attorno al centro storico. C’è, in Piazzese, la piena consapevolezza dei soliti meccanismi, dei congegni che danno forma al giallo canonico, assieme però alla loro ironica e leggera dissacrazione, come si può evincere, ad esempio, da questo brano de I delitti di via Medina-Sidonia: “Di solito lo sbirro di turno, insinua la mano nelle tasche del morto e ne tira fuori carta d’identità, scatola di cerini con numeri di telefono miracolosi scarabocchiati sopra, ricevute di deposito bagagli, o biglietti del tram usati, dai quali poi Filovàns deduce che il morto ha una figliastra zoppa, incinta di un portoricano miope. Lo dissi a Spotorno. L’ignorò di brutto”. Nell’ultima fatica dello scrittore palermitano, Il soffio della valanga, La Marca lascia il posto al suo compare d’anello Vittorio Spotorno, e Palermo, da città finalmente “dicibile” a prescindere dalla mafia e mille miglia lontana da stereotipi o quadretti di genere, diventa una metropoli più violenta e meno assolata. Dalla prima persona, lo scrittore palermitano è passato alla terza, creando una nuova cifra stilistica e una tattica narrativa diversa, in forza della quale rinuncia ai monologhi interiori e lascia maggior spazio per un dispiegamento della trama più rilassato. E lo schema classico del giallo, inevitabilmente, viene sempre più forzato, per adeguarlo a nuove urgenze narrative. A tal punto che da poliziesco, Il soffio della valanga diventa un problematico romanzo di formazione.  

Per restare in ambito palermitano, ci sono poi i noir di Piergiorgio Di Cara e di Valentina Gebbia. Il primo, dopo la raccolta di racconti metropolitani intitolata Cammina, stronzo, pubblica Isola nera, un noir mediterraneo, claustrofobico. E al taglio rude e secco dei racconti subentra adesso un’andatura più lenta, riflessiva. Ma il piglio rallentato del nuovo Di Cara arriva dopo una specie di inseguimento spasmodico: il ritmo ridotto non è che il risultato finale. La storia prende l’abbrivio da un attentato mafioso in piena regola, che però non sortisce l’effetto sperato: Salvo Riccobono, l’ispettore di polizia protagonista della vicenda, preso di mira per aver dato fastidio a cosa nostra, viene appena ferito. Da lì, il ricovero e la degenza forzata, da trascorrere a Lipanusa, ossia Linosa, in compagnia del migliore amico. L’isola, più che una realtà geografica, nelle pagine di Di Cara diventa una condizione dell’anima, quasi uno spazio metafisico. È una terra ancestrale, primitiva, esposta alla furia incontenibile degli elementi. Battuta da un vento così forte che, ogni tanto, sembra un muggito: vento che di solito precede di due giorni tempeste violentissime. Come quella che sta per scatenarsi in coincidenza con l’arrivo di Riccobono. E mentre l’isola è battuta da una pioggia violentissima, si consuma un delitto: Antonio Censuales viene rinvenuto morto nella sua casa. A tutta prima viene liquidato come un incidente domestico. Ma Salvo non è convinto. Prende così le mosse l’indagine sui generis portata avanti dal protagonista, il quale compie una specie di immersione nelle viscere dell’isola, per impossessarsi di segreti inconfessabili, per far luce sulla natura degli abitanti di Lipanusa, così chiusi, riservati. Con L’anima in spalla torna l’atmosfera plumbea e metropolitana dei primi racconti di Di Cara, in una storia di squadra mobile fatta di appostamenti snervanti, intercettazioni, e l’adrenalina, presente anche nell’inchiostro, che rende nervosa e guizzante una scrittura al tritolo.

Dopo Linosa, dunque, teatro del romanzo di Di Cara, con Valentina Gebbia, autrice del romanzo Estate di San Martino, è il turno dell’isola di Ustica, dove l’autrice mette in scena un giallo divertente e ben costruito, che prende le mosse nel quartiere caotico e vociante di Borgo Vecchio. L’azione è messa in moto dal rinvenimento di un cadavere sul ponte della nave che da Palermo salpa per Ustica, e dai sospetti che sembrano inchiodare il bel Tindaro. A far luce sul mistero ci pensano Terio e Fana: il primo è un perito nautico a spasso, che odia Palermo per il caos, il caldo, il traffico. La seconda, sorella di Terio, non fa nulla per nascondere i suoi chili di troppo, ha i capelli ricci senza forma, le orecchie a sventola. Però è sveglia, ha una risata travolgente e riesce sempre a mettere nei guai il fratello. I due dunque, titolari di una fantomatica agenzia investigativa, partono alla volta dell’isola per risolvere lo strano “busillis. L’indagine parte a rilento: il caso è quanto mai intricato. Il metodo investigativo di Fana si avvicina un po’ a quello di Maigret: frequentare i luoghi, conoscere gli indiziati, comprendere le ragioni del colpevole. Il romanzo fila liscio sino alla fine: la scrittura è ammiccante; l’ambientazione è quasi impeccabile, i dialoghi risultano vivaci. E Valentina Gebbia si rivela subito una giallista sui generis, quasi un’anti-Piazzese: per l’ambientazione popolana del libro; per la sottrazione di fascino cui sono sottoposti i protagonisti della storia: come dire, ecco l’altra faccia della medaglia di Palermo, metropoli post-moderna, ricca di pub in cui si suona musica sofisticata, e città tipicamente meridionale, affollata e caotica. E ancora in un’isola è ambientato il racconto della Gebbia che fa parte della raccolta intitolata Le ragazze con la pistola (Dario Flaccovio): protagonista della storia è Nicoletta, una donna che si innamora sempre degli uomini sbagliati. Luca è uno di questi, bisognoso di protezione e soprattutto di soldi per pagare i debiti di gioco.

Ma torniamo di nuovo a Palermo, vera e propria capitale siciliana del noir, come dimostra il romanzo di Domenico Conoscenti La stanza dei lumini rossi (1997), che si configura davvero come il “resoconto di un superstite”, come l’allucinato reportage di un sopravvissuto a una catastrofe. È la storia della genesi di un omicidio, che si consuma in una casa degli orrori degna dei migliori racconti di Henry James. Viene subito alla mente il capolavoro di Dostoèvskij Delitto e castigo: Saverio, il protagonista del noir di Conoscenti, fratello minore di Raskolnikof, spinto dall’avidità dell’amante, fa fuori la vecchia donna che gli ha dato in affitto un appartamento. E nel momento in cui compie quel gesto estremo, viene quasi risucchiato, inghiottito da un’oscurità raccapricciante. Palermo è pure il teatro infernale delle vicende raccontate da Giosuè Calaciura in Malacarne e in Sgobbo: Palermo come geenna meridionale, come abisso sudista. Entrambi accomunati dalla forma stilistica del monologo, i due romanzi rappresentano due discese agli inferi, due viaggi danteschi nelle viscere di Palermo, nel ventre oscuro di una città mai nominata ma subito riconoscibile. Una città violenta, raccapricciante, che nel romanzo d’esordio di Calaciura prende corpo dalle confessioni allucinate di un killer. Una città decrepita e cadente di morti viventi, stravolta da una carica inarrestabile di violenza, che diventa il palcoscenico sul quale il “malacarne” del titolo rievoca la sua carriera, ripercorre le tappe della sua formazione, dalla marginalità del rione d’origine ai traffici internazionali, alle negoziazioni planetarie di una mafia che vertiginosamente si espande.

Sempre a Palermo è ambientato La ferita di Vishinskij di Gaetano Savatteri, romanzo della nemesi, di quell’ipotetica giustizia che, attraverso determinati eventi, colpisce nei figli i soprusi perpetrati dai padri. Va subito detto che questo giallo è il risultato di una felice ibridazione di generi: dal poliziesco al romanzo-inchiesta, dal feuilleton al romanzo storico. Al centro della storia narrata troviamo Leonardo Lo Nardo, il quale è spesso immerso dentro “fantasticherie retroattive”, avendo avuto inoculato dal giudice Rosario Fanara il tarlo del dubbio sulla morte di Maddalena Paniamo. E così Leonardo apre, quindici anni dopo, una sua personalissima indagine sul caso insoluto. Ma si sa che, non appena si dischiude il vaso di Pandora dei misteri e degli arcani, isolani e non, si scatena subito una vera baraonda. Lo Nardo, infatti, sulle tracce di Maddalena e del suo ipotetico assassino, è costretto ad addentrarsi nei meandri della storia siciliana, e nella fattispecie in quel fitto reticolo di rapporti e soprattutto di vendette trasversali che da secoli ha visto l’una contro l’altra armate le due famiglie Pancamo e Pintacorona. E si sa che i misteri, nell’isola, spuntano come funghi: dalla morte oscura di Maddalena si risale alla congiura delle Palme, e al fantomatico incontro a Palermo, nel 1943, tra il procuratore di Stalin, Vishinskij e un esponente comunista siciliano. A intrecciare questi e altri accadimenti, la leggenda del rapporto tra le due potenti famiglie, due casate economicamente rilevanti e politicamente contrapposte di un paese piccolo, Giallonardo; un rapporto continuamente sostanziato dall’odio e dall’intrigo. A venire fuori dal romanzo, in una sapientissima orchestrazione di piani temporali, è un amaro apologo sulla storia dell’isola, su quella scritta e quella che rimane sommersa, e soprattutto sul destino dei siciliani. Destino che lo stesso Savatteri aveva notomizzato con ironia e pessimismo nel suo libro d’esordio, La congiura dei loquaci, racconto esemplare ambientato in una Sicilia sanguinante e irredimibile.

Ancora Palermo, dunque, con i suoi enigmi insoluti e i suoi morti ammazzati, nei quali ci si può imbattere persino in un parco, come racconta Gery Palazzotto nel suo Di nome faceva Michela, che si apre col ritrovamento del cadavere di uno spacciatore, e accanto, agonizzante, il prete della vicina parrocchia. Il destino vuole che un giovane semideficiente assista alla scena. Il caso, quanto mai complesso,  viene affidato al commissario Giovanni Porzio, coadiuvato dai suoi fidati collaboratori: Anselmo Faraci, Giulio Chimenti, e il dottor Mazzo, un medico legale appassionato di hard rock. E mentre Porzio fa le proprie mosse, passando e ripassando al setaccio del suo ingegno analitico la scena del delitto, nella Palermo arsa da un’estate caldissima si muovono due donne sole: l’aspirante scrittrice Martina Ferreri, segregata da mesi nel suo appartamento per propria volontà, e la segretaria d’azienda Susanna Maggi, amante ufficiale del “capo”. Le loro storie e i loro destini si intrecciano indissolubilmente, e si collegano a fatti inquietanti che conducono tutti in quel parco, là dove è stato trovato il morto. Questo romanzo d’esordio di Palazzotto ha tutte la carte in regola per essere un noir mediterraneo in piena regola: ottima la tenuta della trama, e felicissimo l’impasto linguistico, in grado di sostenere un ritmo narrativo che sembra non perdere un colpo.

E sempre nel capoluogo siciliano, magari in uno dei suoi mercati popolari più noti, si può incontrare il brigadiere Vittorio Cacciamali, diabetico, lesto di pensiero e di lingua, alle prese con uno strano omicidio commesso a Ballarò. Cacciamali è il protagonista del racconto L’abbaglio di Giacomo Cacciatore, presente nell’antologia intitolata 14 colpi al cuore. Racconti inediti dei migliori giallisti italiani (Mondadori). La rappresentazione della vicenda è perfetta, l’interazione dei personaggi vivace e scoppiettante. E il meccanismo del giallo, nelle mani di Cacciatore, diventa quanto mai duttile, consentendo all’autore un buon margine di autonomia rispetto alle regole ingabbianti del genere. Accanto a una trama ben congegnata, l’autore affianca un linguaggio personalissimo, che concede poco alla componente folklorica, ma che rispecchia perfettamente i meccanismi cerebrali dei suoi personaggi. Si chiama invece Basilio il protagonista del racconto Di che colore è uno sbirro, che fa parte dell’antologia Duri a morire (Dario Flaccovio): poliziotto confuso, entrato nell’arma per la legge spietata del dna. La storia, dal forte taglio plurilinguistico, diventa ben presto un triste apologo sui rovelli e le ossessioni che disordinatamente affollano l’encefalo di un piedipiatti. Non troppo lontano da Palermo è ambientato Cuore di madre (Mondadori 2003) di Roberto Alajmo, un noir grottesco, che trascina il lettore, quasi inavvertitamente, in paurosi vortici di profonda, angosciante disperazione. I protagonisti della storia sono Cosimo Tumminia, che di professione fa il biciclettista, sul quale grava la fama di iettatore; la madre, presenza tirannica, quasi dittatoriale, che farà prendere alla situazione una piega imprevista, e un bimbo rapito, di cui non si sa nulla, affidato allo stesso Cosimo da ignoti rapitori. I quali, a differenza di quanto promesso, non si faranno più vivi: è come se la terra li avesse inghiottiti. Cosimo è sempre più impaziente, fino a quando, con la complicità della madre, decide di far fuori il bambino. E il delitto viene consumato in un silenzio ovattato. Cuore di madre è un romanzo che sconvolge le viscere, che lascia l’amaro in bocca, il fiele di un’orribile verità, e la scrittura di Alajmo pina piano diventa una continua, beffarda, registrazione di un vuoto di suoni, di parole, di sentimenti, di umanità; di un vuoto che risucchia l’anima.

Con Il caso Chillè di Domenico Cacopardo (1936), originario di Letojanni, si ritorna dalle parti di Capuana, ossia nella Sicilia orientale, e precisamente a Messina, nello stesso periodo in cui veniva pubblicato Il marchese di Roccaverdina. Alla Mosca, nei pressi del podere del cavaliere Chillè, si consuma il primo delitto: a restarci secco è il massaro Talio, raggiunto da un colpo di fucile. Il secondo morto ammazzato non tarda ad arrivare: questa volta è il turno di Basilio, figliastro di don Liborio Lombardo, freddato a Gallodoro, un piccolo paese di montagna. La patata bollente delle indagini passa tra le mani del tenente Ruggeri e del maresciallo Capellaro: i due malcapitati saranno costretti a misurarsi con storie di corna, infezioni veneree, corruzione politica e omertà. Il tutto in una Messina del primo Novecento, superbamente rievocata, tanto da poter considerare il libro quasi un vivace affresco storico. L’autore fa uso di una lingua controllatissima, dalle movenze secche; una lingua quasi anatomica, che però è il frutto di un esercizio di distillazione attentissima. La sua penna, verrebbe da dire, è un depuratore che mette di lato impurità, scorie, residui ingombranti, per lasciare agire sulla pagina l’acido corrosivo di un’ironia di derobertiana memoria. Con i romanzi successivi, da L’endiadi del dottor Agrò a La mano del Pomarancio, cambia l’ambientazione delle vicende, che si sposta a Roma, restando però immutata la pronuncia dell’autore, e soprattutto l’abilità nell’intrecciare gli eventi e di far interagire i personaggi. A dirimere la matassa di loschi interessi, collusioni, pericolose connivenze, questa volta sarà il sostituto procuratore della Repubblica Italo Agrò, di origini siciliane, tenace, sensuale, spiritoso, e col pallino delle citazioni colte. Un antieroe quasi cinquantenne, dal fisico asciutto e dal viso angoloso, con due occhi furbi e mobilissimi, e un debole per la buona cucina, che “macina carte e fascicoli al ritmo di un motore diesel” e che scandisce il suo lavoro investigativo citando i versi dell’amato Salvatore Quasimodo, come il capitano Bellodi del Giorno della civetta. Con i suoi polizieschi ben calibrati, Cacopardo si è rivelato un ottimo scrittore politico, capace di mettere sotto gli occhi del lettore vicende decisamente scottanti, per via dei complotti e delle macchinazioni che coinvolgono ministeri vari. L’autore, nei suoi libri, parla di cose che ben conosce: il mondo dei ministeri, l’universo dei burocrati italiani, una sorta di santuario inesplorato di cui lo scrittore messinese finalmente apre le porte, spogliandolo dell’aura di impunità assoluta di cui gode da tempo immemorabile.

Alla fine di questo nostro periplo intorno alle opere e ai luoghi siciliani del delitto, va fatta una considerazione: la forza dei libri di cui s’è detto proviene da una felice ibridazione, da una fruttuosa contaminazione di generi diversi: gli autori siciliani sanno bene come montare insieme ingranaggi presi in prestito da meccanismi diversi. Ed è un po’ quello che, a suo modo, un insospettabile lettore di gialli e di noir, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, aveva descritto in una delle sue pagine critiche dedicata alle detective stories e ai thrillers: “Però. Però la letteratura è una foresta. E nella foresta vi sono soltanto querce rigogliose e i pini aggraziati; vi è anche il sottobosco (il giallo, n.d.a.), quel groviglio di ginepri, di lentischi, di felci che danno sì asilo ai ramarri e alle bisce ma che danno anche la possibilità di crescita a delicati fiori. E se si distrugge tutto il sottobosco l’aspetto di quelle stesse querce e di quei medesimi pini sarà differente; essi crescono così vigorosi proprio perché il muschio copre e protegge le loro radici; e viceversa non è detto che non sia stata la caduta e l’imputridirsi di qualche quercia gigante a favorire il germogliare di quelle erbacce neglette. E la costituzione chimica del suolo sarà rivelata più esattamente dallo studio di quel sottobosco che da quello degli alberi d’alto fusto”. 

 

Pubblicato sul catalogo del "Noir in Festival" 2004 di Courmayeur