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In un mondo dove
la tecnologia divide e disumanizza le persone è ancora possibile resistere al
potere? È la domanda al cuore di questo romanzo, fantasioso e insieme
profondamente politico.
Bri, tredici
anni, e Rose, poco più piccola, si ritrovano loro malgrado a doversi separare
dalla madre e dal compagno: sono una famiglia di persone «non verificabili»
all’interno di una società rigorosamente ordinata e controllata che gli rende la
vita difficilissima. Annidandosi in un angolo quasi invisibile della città, Bri
e Rose riescono comunque a costruirsi una forma di sopravvivenza alternativa,
insieme a un gruppo di outsider e a un improbabile alleato, un cavallo di nome
Gliff; la loro libertà sarà breve, ma forse inarrestabilmente feconda.
A trent’anni dal suo esordio, Ali Smith si misura per la prima volta con la speculative
fiction in un romanzo che richiama George Orwell e Aldous Huxley e gioca con
la mitologia, l’etimologia e il folklore. Gliff è una sfida letteraria al
sistema di sorveglianza e repressione che minaccia la convivenza pacifica fra
gli esseri umani; è la nuova, provocatoria creazione di una scrittrice brillante
e sovversiva, animata dalla costante meraviglia per il potere della parola e
delle storie.
Salvata dalla Banda Sacco - Colloquio con Ali Smith
La scrittrice scozzese racconta il suo ultimo libro, “Gliff”, una parabola sulla
precarietà dei diritti civili e sul potere della parola. Con un’ispirazione a
sorpresa: il romanzo di Andrea Camilleri
Scozzese di Inverness, classe 1962, Ali Smith ha costruito negli anni uno dei
corpi letterari più riconoscibili e originali della narrativa contemporanea in
lingua inglese. Lei che della lingua ha fatto la sua patria letteraria: materia
viva, da piegare, rovesciare, contaminare, mescolare. In oltre trent’anni ha
firmato romanzi e raccolte di racconti che hanno ridefinito il perimetro del
realismo letterario, mischiando sperimentazione linguistica e strutturale a una
grande empatia poetica e umana. Ha raccontato l’Europa del post-Brexit, la crisi
climatica, le migrazioni, i terremoti sociali e politici. Mai come una cronaca,
sempre aggrappandosi all’elemento umano. Quattro volte finalista al Booker Prize,
ha vinto tantissimi premi e i suoi libri sono best-seller.
Scozzese di
Inverness, classe 1962, Ali Smith ha costruito negli anni uno dei corpi
letterari più riconoscibili e originali della narrativa contemporanea in lingua
inglese. Lei che della lingua ha fatto la sua patria letteraria: materia viva,
da piegare, rovesciare, contaminare, mescolare. In oltre trent’anni ha firmato
romanzi e raccolte di racconti che hanno ridefinito il perimetro del realismo
letterario, mischiando sperimentazione linguistica e strutturale a una grande
empatia poetica e umana. Ha raccontato l’Europa del post-Brexit, la crisi
climatica, le migrazioni, i terremoti sociali e politici. Mai come una cronaca,
sempre aggrappandosi all’elemento umano. Quattro volte finalista al Booker Prize,
ha vinto tantissimi premi e i suoi libri sono best-seller.
Con “Gliff” (edito da SUR), Smith scrive una distopia che parla la lingua del
nostro tempo, del presente. Nel romanzo, due sorelle quasi adolescenti, Briar e
Rose, sono delle “non-verificabili”: persone fuori dai registri ufficiali, dello
Stato, che il Governo reputa pericolose. Inseguite da un feroce sistema di
sorveglianza, lontane dalla madre, le due vivono un Paese in cui le divisioni
tra le persone sono nette. E qui devono sopravvivere, prendendosi cura l’una
dell’altra. Una parabola sulla precarietà dei diritti civili e sul potere della
parola: nominare è resistere, raccontare è sottrarsi alla cancellazione. In
tempi in cui il controllo si traveste da sicurezza, “Gliff” ci ricorda che la
lingua, la comunicazione con l’altro, l’empatia sono ancora i luoghi dove si
decide la libertà.
Due
ragazzine alla fine del mondo. Smith, da dove viene “Gliff”?
«Da un
insieme di congiunture di eventi e scrittori: una notte di fine 2023, una feroce
e lunga insonnia e l’incontro con un uomo siciliano e le sue due figlie, e poi
da Kafka e Camilleri».
C’è un po’
di Italia, in questo romanzo.
«Più di
quanto si possa credere. Nell’estate del 2023 mi chiesero di scrivere un
racconto basato sulla letteratura di Kafka, in quel periodo stavo già lavorando
a un romanzo ma qualcosa non funzionava, non riuscivo ad andare avanti, ero
bloccata. E così mi lanciai a capofitto su Kafka. Ecco, quel lavoro, lo capisco
solo oggi, fu il terreno in cui “Gliff” piantò le radici. Finito quel racconto,
infatti, provai più volte a tornare al romanzo che stavo scrivendo, ma non ci fu
niente da fare».
Le era già
capitato?
«Diverse
volte, ma quella fu una tra le peggiori. Avevo la netta sensazione che il mondo
stesse diventando ogni giorno più pazzo (lo credo ancora). E questo mi portava
grosse difficoltà di concentrazione. Era come ci fosse un tremendo rumore di
sottofondo che non mi dava pace. Iniziai anche a soffrire d’insonnia come non mi
era mai successo. Per diversi mesi dormii soltanto tre ore a notte».
Cosa
accadde, poi? Come si risolse tutto?
«Allora
entrarono in gioco il siciliano con le sue figlie e Andrea Camilleri. Una notte
di fine dicembre, verso Capodanno».
Ci
racconta?
«Io e Sarah,
la mia compagna, stavamo tornando a casa dopo aver cenato fuori. Eravamo a
piedi, e camminavamo sul marciapiedi, quando un uomo ci venne incontro e ci
chiese aiuto. Lo avevamo già notato: camminava con le figlie, cercando di
fermare i passanti per chiedere aiuto, ma nessuno lo aveva degnato di attenzione
(lo scansavano senza neanche guardarlo). Noi invece ci fermammo. E lui ci chiese
se in quella via potesse parcheggiare la macchina senza correre il rischio di
una multa; il suo hotel era a pochi passi. Accanto a sé, le figlie di circa
undici e nove anni. Due bimbe bellissime e stanchissime (era tarda notte) che
lottavano contro il sonno; una, mentre noi parlavamo, si addormentò in piedi. A
ogni modo, gli dicemmo che lì non poteva lasciarla, l’auto, ma che accanto a
casa nostra, non lontano, avrebbe trovato posto. Gli demmo l’indirizzo e gli
dicemmo che se fosse passato gli avremmo dato una bottiglia di vino; era quasi
Capodanno e lui sembrava simpatico. Due ore dopo, Sarah e io ci stavamo
preparando per dormire, bussarono alla porta: erano lui e le figlie, venuti per
ringraziarci. Gli diedi il vino, poi se ne andò e pensai che non l’avrei più
rivisto. La mattina dopo invece tornò: ci portò una scatola di cioccolatini,
ancora per ringraziarci, e dall’ingresso notò i dipinti in casa. Gli spiegai che
l’artista è Sarah, io scrivo libri e lui mi disse sulla sua famiglia avevano
scritto un romanzo: uno scrittore famoso aveva raccontato la storia di alcuni
suoi prozii. Era “La banda Sacco”, di Andrea Camilleri. Libro su dei suoi
antenati di fine Ottocento. La settimana seguente lo lessi, lo trovai stupendo e
prese a occupare ogni spazio nella mia testa. Ecco: dalla resistenza dei
protagonisti del libro “La banda Sacco” e da quelle bimbe assonnate nacque “Gliff”».
Sanno di
aver avuto un ruolo tanto importante per la nascita del libro?
«Non credo.
Il romanzo è dedicato anche a loro tre, ma non li ho più sentiti o incontrati. E
mi dispiace. Ma chissà, forse leggeranno questa intervista e lo scopriranno.
Sarebbe bello».
Era già
successo che una tale casualità avesse un ruolo tanto importante per la sua
scrittura?
«Non ho chissà quali poteri sul processo di ideazione dei miei libri. Di solito,
finisco a scrivere un romanzo perché il romanzo si stava già scrivendo davanti a
me. Se una storia nella mia testa prende a svilupparsi, espandersi, arricchirsi
in modo autonomo e pare intenzionata a non lasciarmi, be’, in quel caso quella
storia devo scriverla. Ciononostante, questa casualità non l’avevo mai
sperimentata. È stato stranissimo e molto bello».
[...]
Mattia Insolia (L’Espresso, 21.8.2025)
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