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Quando Adele uscì, restò immobile, le narici allargate al massimo, a cogliere
il lieve sciauro della sua pelle che ancora si sentiva nello studio
Nel corso della sua lunga, irreprensibile carriera, un alto funzionario di banca ha ricevuto tre lettere anonime.
Adesso, nel primo giorno della sua nuova vita da pensionato, le ha allineate davanti a sé. Le prime due sono vecchie di decenni, l'ultima è recente e insinua dubbi sulla fedeltà della sua giovane e bellissima seconda moglie, Adele.
È lei, Adele, la protagonista di questo romanzo: una splendida femme fatale che ama indossare, in alcune particolari circostanze, un castigato tailleur grigio. Un vestito che assume un profondo significato simbolico. Un significato che forse sarebbe molto meglio non conoscere mai...
La letteratura di Camilleri è ricchissima di figure femminili, sempre seguite con una partecipazione amorevole, una sorta d'indulgente, quasi sorniona, profonda adesione alle loro carnali debolezze, una incuriosita attenzione all'attimo del cedimento, quando i freni inibitori si allentano per passione, per vendetta, per un semplice capriccio; per un attimo o per sempre; per malizia, per calcolo o per esplosione dei sensi.
Pochi scrittori come Camilleri hanno saputo seguire il ritmo del corpo e il battito dell'anima femminile. In queste pagine del più "francese" dei suoi romanzi, in questa affascinante, temibile Adele accarezzata dalla scrittura come da mani appassionate e al tempo stesso intimorite, si sentono echi di Maupassant, del Pierre Louÿs di La donna e il burattino e di tutti i classici della letteratura e del noir che ci hanno fatto sognare su certe dark ladies tanto incantevoli da amare
nella finzione quanto pericolose da incontrare nella realtà.
Il bacio della donna-deserto
(Anteprima pubblicata su La Stampa, 22.2.2008)
Nel dormiveglia, avvertì che qualcosa gli si era posato sulla fronte. E doppo arriconoscì le labbra di Adele. Allora non volle raprire l’occhi. Sua mogliere da un pezzo aveva perso l’abitudine di vasarlo. Una volta, prima di nesciri da casa o quando tornava, lo faciva sempre, non mancava mai. Nenti di particolarmente affettuoso, solo una forma di amichevole saluto. Doppo, non aveva manco fatto più questo. Appresso capì che lei era nisciuta dalla cammara senza fare la minima rumorata per non arrisbigliarlo.
Doppo tanticchia sentì che era tornata.
Allora raprì l’occhi.
Adele sinni stava addritta in mezzo alla cammara, immobile, e lo taliava. Appena vide che si era arrisbigliato non disse nenti, currì verso di lui, s’agginocchiò e posò una guancia sul dorso della sua mano.
Che le stava capitando, a sua mogliere? Era possibile che, a forza d’innaffiare, nel deserto fosse spuntato un germoglio nico nico? In quel momento trasì Daniele e a vederli accussì si fermò imparpagliato. Macari Adele lo vitti, ma non si cataminò dalla sua posizione.
Fu lui a parlare per primo.
«Come va, Daniele?».
Il picciotto s’arripigliò dallo stupore.
«Come va a lei, zio, piuttosto! Che grande gioia rivederla a casa! Spero che si trovi bene nella mia ex camera».
«E tu nella mia».
«Zia, ti volevo avvertire che mangio alla mensa».
Lei sollevò tanticchia la testa.
«Va bene, Daniele. Ciao».
E riappuiò la guancia sulla mano di lui.
«Così stai scomoda».
«Lasciami stare ancora un poco».
Gli viniva d’arridiri. Ma quale germoglio e germoglio! Il deserto sempre sterile restava!
Aveva capito lo scopo della rappresentazione. Pirchì di questo si era trattato, di una rappresentazione destinata a un unico spettatore: Daniele. Lei, quando era nisciuta dalla cammara doppo averlo vasato, doveva aver sentito che il picciotto stava venendo nel suo appartamento ed era rientrata subito per recitare la parte della mogliere preoccupata, devota e amurusa. Era macari una giustificazione per l’allontanamento dell’amante: ora che mio marito è malato, gli stava in sostanza dicendo, ognuno deve rientrare nel proprio ruolo, senza sgarrare.
Almeno, per quella simanata che lui sarebbe rimasto in casa.
«Perché mi hai spostato qua?».
«Perché qua è più comodo».
«Per fare cosa è più comodo?».
«Se di notte ti occorre qualcosa, io sono a due passi» fece lei susennosi. «Mi chiami e vengo. [...] Vuoi mangiare a letto o te la senti di scendere?».
«Se devo dirti la verità, non me la sento di mangiare.» «E invece devi sforzarti. De Caro non mi ha raccomandato altro. Ti ho fatto preparare un brodino con dentro un uovo. Che vuoi fare?». «Vengo giù».
«Bene. Allora resta ancora un poco a riposarti. Tra un quarto d’ora arriva l’infermiera».
E sinni niscì.
Doppo tanticchia sentì la sua voce. Stava telefonando dall’apparecchio che c’era sul comodino della cammara da letto. Che strammo! A malgrado che in mezzo ci fosse la cammaretta nella quale, per un certo periodo, Adele l’aveva fatto dormire da solo con la scusa che russava, ad appizzare bene le orecchie si distingueva macari qualche parola. «... spostare l’orario... non posso... mio marito... d’accordo... cerca di capirmi...».
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Nota di Antonio D'Orrico
Il tailleur grigio racconta di un alto funzionario di banca giunto alla pensione. Da quel momento si crea una frattura nell’armonia coniugale. Indagine psicologica di un interno borghese ammorbato dalla gelosia e dal perbenismo in una Palermo soffocante tra mafia e intrallazzi finanziari. Un romanzo che ha il ritmo un noir venato di malinconia.
Il tailleur grigio (pubblicato la prima volta nel 2008) è il romanzo di Camilleri che apre la strada a uno stupefacente filone «italiano» di ambientazione borghese. La lingua non è il vigatese. Leggermente mescidata e gelida, è l’autobiografia locutoria di una classe sociale. L’azione, che comprende un inserto relativo a un’impresa mafiosa, si svolge in Sicilia: tra la pirandelliana Montelusa e Palermo. Ed è la costruzione scenografica di una vibrante relazione poliamorosa che è una naturale e intensa questione di corpi e posizioni: una continua e spontanea emozione corporea. Protagonisti del romanzo sono due vedovi. Lui è un alto funzionario di banca andato in pensione. Lei, Adele, è una donna «elegantissima e vaporosa», tanto da sembrare «finta»: è «l’esatta copia di una delle dive americane del bianco e nero». Lui è un «vedovo di cinquantacinque anni», lei «una vedovella di trenta». Adele è più che sensuosa: è indipendente «da ogni sentimento» ed è «una macchina perfetta» che si mette «in moto appena» viene premuto il «pulsante» e non la smette più di «funzionare». Il marito «con la lucidità che sempre lo aveva governato seppe che, inevitabilmente, sarebbe arrivato un giorno in cui Adele non avrebbe potuto fare altro che tradirlo». Superata una iniziale «fitta di gelosia», il marito si convinse che era più che legittimo che il tradimento della moglie rientrasse «nell’ordine delle cose ineluttabili». La spiò. E quando Adele, in un albergo malfamato, si concesse al pivot di colore di una squadra di basket, il marito le fece capire che era più opportuno scegliere un posto più adatto alla sua comprovata suscettibilità. Entrò in scena anche Daniele: un atletico e biondo studente diciannovenne. L’ex funzionario di banca portò l’orecchio alla porta e registrò l’«ansimare armalisco» degli amanti.
Nel romanzo circola però un vago sentore funerario. Una normale scrivania nera, di mogano, viene apprezzata come un «catafalco», e i quotidiani vanno in lettura preferibilmente per le loro pagine di necrologi. Sopravvissuto a un brutto incidente di macchina, il marito di Adele alla fine crollò gravemente. Era sconsolato. Esausto. Moribondo. Si ritrovò davanti al letto la moglie «in perfetto ordine». Indossava il «tailleur grigio». Quel tailleur era un vestito da «doppo lutto stritto o come pre lutto». Ma era anche una divisa «da donna d’affari». La morte di Ivan
Il’ič di Tolstoj aveva insegnato che il momento estremo, la morte incalzante, poteva rivelare brutalmente che tutto era stato una menzogna, un fallimento nella vita familiare e nel lavoro. Il marito aveva avvertito una «malcelata ambiguità» nell’«arida» moglie.
Salvatore Silvano Nigro
Il lutto si addice ad Adele
La cosa più importante per capire Il tailleur grigio, romanzo di Andrea
Camilleri tra i più atipici, crudeli e raffinati, è tener presente che Adele
Picco, la protagonista (e indossatrice del vestito del titolo), è una vedova.
Niente di nuovo, diranno i cultori dello scrittore. I suoi romanzi e racconti
pullulano di donne che hanno perso il marito. Vero, ma Adele è una vedova molto
speciale, la chiave del mistero del romanzo.
Partiamo dalle basi. Il tailleur grigio comincia come un giallo, un tipo
di giallo molto familiare agli italiani, e non solo a loro. L’attacco è uguale a
quelli che aprono le inchieste del più famoso commissario nazionale.
Incipit di un
Montalbano a caso:
«Che la
giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se
ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto.
Faceva ancora notte, per l’alba mancava perlomeno un’ora, però lo scuro era già
meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d’acqua
e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane
pechinese».
Incipit del Tailleur
grigio:
«Raprì
l’occhi come tutte le matine alle sei spaccate. Susennosi di un quarto e
sporgendosi di lato a rischio di cadere dal letto, branculiò con la mano mancina
sopra al comodino, trovò il ralogio da polso, lo pigliò, si stinnicchiò
nuovamente, con l’altra mano addrumò la luce, taliò il ralogio ed ebbe la
conferma che erano le sei».
Per l’ex
direttore di banca cinquantacinquenne, protagonista del romanzo accanto ad
Adele, non è un giorno qualsiasi, è il suo primo da pensionato. Non sapendo bene
cosa fare si mette a tambasiare, forse il più bello dei tanti verbi regalati da
Camilleri al patrimonio della lingua italiana, a vagare per casa, ancora in
dormiveglia, quasi sonnambulicamente.
Il
pellegrinaggio domestico si trasforma in pellegrinaggio nel passato quando il
protagonista consulta tre lettere anonime, che pure sa a memoria. Le ha ricevute
in un lungo lasso di tempo: «La prima risaliva a quasi trent’anni avanti».
L’ultima, che gli fu recapitata quando già da tre anni era sposato con Adele,
recita: «Lo sai che hai più corna tu di un crasto? Spia alla tua signora che
faceva a ieri doppo pranzo alle cinco al Motel Regina».
Montalbano
puro: il linguaggio, le missive minatorie, tutto congiura a far pensare a un
romanzo giallo. Non è così. È molto peggio.
Lasciamo l’ex
direttore intento a godersi uno dei piaceri sottili e apotropaici di chi è in
pensione: «Pigliò in mano il “Corriere”, ma invece di raprirlo alla prima delle
pagine economiche, principiò a leggere i necrologi. Ora se lo poteva permettere,
di dare la precedenza agli annunzi mortuari, scorrendo coscienziosamente a uno a
uno i nomi che componevano gli interminabili elenchi di tutti coloro che
partecipavano al lutto». E ritorniamo al tema della vedovanza.
Nessuno potrà
mai dimenticare la prima apparizione di donna Trisìna, la vedova amante di patre
Carnazza in La mossa del cavallo. Mora, trentenne, «occhi verdi
sparluccicanti», «labbra rosse come le fiamme dell’inferno», donna Trisìna,
appellandosi al suo lutto, nega al pretendente «l’atto intero» e lo tira scemo
con concessioni sessuali a rate che ricordano due scene madri della musica e del
cinema italiani: la vecchia canzone napoletana E levate ’a cammesella e
lo strip-tease di Sophia Loren in esclusiva per Mastroianni in Divorzio
all’italiana.
Non meno
indimenticabile è la prima apparizione di Adele nel Tailleur grigio.
Nella notte il suo primo marito è morto in un incidente stradale. Il
protagonista, ancora in servizio, va in qualità di superiore in banca del
deceduto a porgere le condoglianze alla giovane vedova, e resta folgorato dalla
sua «billizza che il dolore e la disperazione del lutto non riuscivano manco a
scalfire». Un dettaglio in particolare, quello delle calze nere che rendono
«assurdamente irresistibili» le lunghissime gambe della ragazza, gli fa
rimescolare il sangue.
Il lutto si
addice ad Adele. Il banchiere non ci dorme la notte e continuerà a non dormirci
anche nei giorni successivi, quando rivede la donna non più in gramaglie, ma in
un impeccabile tailleur grigio da donna d’affari, portato con la classe di una
mannequin di Armani. In qualsiasi mise, Adele eccita l’uomo alla follia.
I due si
sposano, anzi si risposano (è vedovo anche lui). Cronache matrimoniali: intesa
sessuale travolgente. Adele a letto è una fantasista. Ha pure inventato un gioco
per l’estate. Titolo: La rinfrescata delle zone bianche. Svolgimento:
«Sua mogliere si levava il costume e lui doveva rinfrescarle, leccandole, tutte
le parti che non erano state esposte al sole, previa messa in bocca di un
cubetto di ghiaccio prelevato dal frigorifero della cammara».
Questo è
niente, Adele sembra la sex machine di James Brown: «Faceva all’amore
totalmente disinibita, con foga travolgente, senza nisciuna vrigogna, disposta
alla qualunque, senza avere mai gana di smettere. Alla fine di ogni nottata, lui
era esausto, lei frisca come una rosa».
Il sospetto
che Adele sia una versione aggiornata ed executive della omologa donna Trisìna
diventa quasi certezza quando si scopre che il cuore pulsante della loro
cerimonia dei sensi risiede nel rito della vestizione, l’esatto contrario (Camilleri
come Paganini non ripete) dello strip-tease nella Mossa del cavallo, ma
altrettanto estenuante. Ecco il climax del teatrino coniugale: «Solo che,
stranamente, i gesti che faceva per vestirsi risultavano assai più provocanti di
quelli di uno spogliarello. Se indossava per esempio un paio di pantaloni, i
sinuosi movimenti del bacino e dei fianchi mimavano spietatamente un altro
movimento».
Reggerà il
maturo banchiere, di un quarto di secolo più vecchio della partner, quel ritmo
forsennato? In poche pagine Il tailleur grigio è passato dal noir delle
lettere anonime al rosa (shocking) della commedia erotica all’italiana, con il
banchiere nella parte interpretata tante volte sul grande schermo da Renzo
Montagnani o da Lando Buzzanca. Ma non sarà così. Il romanzo è inquieto, non
trova pace.
Raffreddiamo
i motori facendo un po’ di storia. Quando scrive nel 2008 Il tailleur grigio Camilleri
è già uno scrittore celebre con alle spalle due filoni di enorme popolarità, i
gialli di Montalbano e i cosiddetti romanzi storici e civili. Domina le librerie
in regime di monopolio, come scherzosamente lamentano Fruttero & Lucentini.
La
compresenza nello stesso autore di due filoni narrativi di così cospicua
produzione e fortuna fa venire in mente i nomi di Georges Simenon e Graham
Greene. Ai romanzi gialli con Maigret, Simenon affiancò quelli senza Maigret. E Greene distinse
nella sua produzione i romanzi seri (novels, esempio Il nocciolo della
questione) da quelli più leggeri, di genere (prevalentemente thriller o spy
story come Una pistola in vendita), che chiamava entertainments.
Qui si
potrebbe aprire un bel gioco letterario ed editoriale (se si giocasse ancora in
letteratura ed editoria), non eccitante certo come La rinfrescata delle
zone bianche, però a suo modo avvincente: una sfida a domande e risposte
stile gioco della torre.
Domanda a)
Sono più belli i Simenon con Maigret o quelli senza? Domanda b) Sono più belli i
Greene seri o gli entertainment? Domanda c) Sono più belli i Camilleri
con Montalbano o quelli senza?
Risposte mie:
a) I Maigret; b) Gli entertainment; c) I senza Montalbano (al fotofinish).
Non segue
dibattito.
In quel
fatidico 2008, pubblicando da Mondadori Il tailleur grigio, un romanzo
diverso sia da quelli con Montalbano sia da quelli senza, Camilleri inaugurava
un terzo filone narrativo, i cosiddetti «romanzi italiani» (Un sabato, con
gli amici, L’intermittenza, Il tuttomio, La relazione e Noli me tangere),
che usciranno per la casa editrice di Segrate dal 2009 al 2016. Allora nessuno
se ne accorse e nessuno se n’è accorto fino a quando, nel 2025, in una limpida e
acutissima prefazione a La relazione (ripubblicata da Sellerio nella
collana «Cento anni di Andrea Camilleri»), Antonio Franchini ha scritto che Il
tailleur grigio è «la prova generale» dei cinque futuri romanzi italiani.
La cinquina
rappresentò per i lettori di Camilleri un casus belli paragonabile a quello
scoppiato tra i fans di Lucio Battisti quando il musicista passò dal paroliere
Mogol al paroliere Panella. La pentalogia mondadoriana fu una doccia gelata per
molti aficionados dello scrittore che si rivolsero a me, in quanto tenutario di
una rubrica improntata al più devoto e ortodosso culto camilleriano, preoccupati
e smarriti.
Pochi
mantennero la saldezza di nervi della lettrice Carola Besana che mi scrisse: «Un
sabato, con gli amici è agghiacciante. Per il cinismo dei protagonisti, per
le loro storie così traumatizzate fin dall’infanzia, per il distacco con cui
compiono le azioni più truci. Certamente è molto lontano dal solito Camilleri,
anche se, nell’atrocità della situazione, rende benissimo tutto il “ghiaccio” di
cui sopra».
Altri furono
meno concilianti, non perdonando al loro autore preferito quello che ai loro
occhi era un tradimento bell’e buono. Anche qualche scrittore non gradì la
svolta di Camilleri. Quando su Sette, il magazine del Corriere, recensii
favorevolmente Un sabato, con gli amici, Pietrangelo Buttafuoco mi mandò
un sms addirittura irridente: «Oggi dissento, don Antonio, l’ultimo di Camilleri
è scritto con la lingua delle impiegate comunali del municipio di Carrapipi
quando si sforzano di parlare in italiano. Con rispetto parlando. Vossabenedica».
Si arrivò a
mettere in dubbio che quei libri fossero davvero farina del suo sacco. I
retroscenisti si spinsero a mormorare dell’esistenza di un ghost writer
artatamente sostituitosi all’autore, ultraottantenne, per continuarne il lavoro.
Testimonianza personale: l’insinuazione divertì da matti Camilleri.
Cosa gli
rimproveravano i fans? L’abbandono del vigatese, per cominciare, e l’adozione di
uno stile monolinguistico alla Petrarca (o alla Moravia più classico), e non più
plurilinguistico alla Dante (e mettiamoci pure Gadda e Pasolini). Così spariva
il dialetto, spariva l’originale impasto linguistico dell’autore ormai divenuto
proverbiale (addio cabasisi, addio camurrìa). Si perdeva la musicalità di quel
lessico: i romanzi italiani si svolgono in un assoluto, angosciante silenzio.
Dove erano finiti il calore, la complicità, la ruffianeria? L’inedita freddezza
del Maestro disturbava i fedeli, i quali non si riconoscevano nemmeno nella
psicopatologia metropolitana, da caso clinico freudiano, che aveva soppiantato
la colorita, empatica psicologia pirandelliana e siciliana, il fondamento del
patto tra autore e lettori.
Anche a me,
pur non pregiudizialmente contrario al Camilleri italiano, la casistica di quei
romanzi (morte di un genitore, adulterio di un genitore, assassinio di una
bambinaia, assassinio di una sorella, incesto mamma-figlio da elaborazione del
lutto...) appariva un rifacimento in chiave di sfiga assoluta delle funzioni del
racconto genialmente individuate da Vladimir Propp nella sua Morfologia della
fiaba.
Insomma, mai
una gioia, una scena comica, una battuta umoristica, una baruffa da opera buffa,
un happy end. Nel calendario camilleriano ormai era sempre Quaresima e
mai Carnevale.
Il cliente ha
sempre ragione, dice la regola aurea del commercio. Il lettore non sempre. Per
quanto riguarda i romanzi italiani di Camilleri ce l’aveva e non ce l’aveva.
Capiva che qualcosa era cambiato, ma non capiva il perché. E il perché sta nel Tailleur
grigio, la «prova generale», la vedetta mandata in avanscoperta, il primo
passo sull’altra faccia della luna. Un perché autobiografico, esistenziale e
fisiologico. Il romanzo sta su un confine e sembra dire: lasciate ogni speranza,
voi ch’entrate.
La lingua di
ogni scrittore batte sempre dove il dente duole, non dove lui vuole. Il vigatese
di questo romanzo è un vigatese volutamente ripetitivo e grigio, non più
pirotecnico e spettacolare come nel Birraio di Preston e nei Montalbano.
Non ci sono le grandi tirate teatrali alla dottor Pasquano. Il vigatese sta per
soccombere, come accadrà nei romanzi mondadoriani successivi, a un italiano
algido, corretto, «bancario». Come se Camilleri si denudasse. E a me viene in
mente il gesto di Pirandello che si fa seppellire avvolto solo da un lenzuolo.
Stava succedendo qualcosa del genere.
Facendo
l’analisi dell’inchiostro che corre nelle vene del Tailleur grigio, come
si fa con gli esami del sangue, si trovano tracce di tutto: del claustrofobico
Simenon dei romans durs; del voyeuristico Moravia dell’Amore coniugale (la
lettera anonima non mentiva, il protagonista ascolta Adele mentre lo tradisce:
«Subito udì l’ansimare armalisco di lei inframmezzato dalla litania dei sì...
sì... sì... e Daniele che le diceva: “Voltati”»); del Buzzati di Un amore con
l’ossessione di un uomo maturo per una donna enigmatica; dell’ultimissimo Philip
Roth con la malinconia dell’anatomia nel perdurare del tormento sessuale; del
Buñuel feticista (le calze nere, il tailleur grigio); dell’Hitchcock che
preferiva le bionde…
C’è di tutto,
ma soltanto un quadretto umoristico. Un cameo: «“Desidera?” gli spiò il
portiere, assittato davanti al solito alveare di caselle numerate, con un
giornale sportivo aperto sul banco e intento a un’accurata esplorazione della
narice destra». Una cosa stupefacente, un unico soprassalto spiritoso alla
Camilleri in 185 pagine.
Questo è
proprio un romanzo terribile e disperato. La sua opera al nero. La più arcana e
l’Arcano Maggiore si chiama Adele. Adele che «sciaurava ancora di letto.
Elegantissima e vaporosa, pareva finta, era l’esatta copia di una delle dive
americane del bianco e nero».
Chi è
veramente costei? Magari, per dirla con Saul Bellow: «Una di quelle donne che
mangiano insalata e bevono sangue umano»? L’ora di sciogliere il mistero è
arrivata. Ma prima è necessario un flashback.
Mario Vargas
Llosa da giovane si innamorò pazzamente di Emma Bovary, e faceva sul serio. Ci
scrisse pure un libro, L’orgia perpetua (Settecolori), titolo che
rispecchia la forza anche carnale del suo desiderio.
Ad Andrea
Camilleri capitò qualcosa di simile. Per tutta la vita fu innamorato di Hanna
Glawari, la protagonista della Vedova allegra di Franz Lehár. Una volta
disse che se per la sua ultima regia teatrale avesse dovuto scegliere tra Il
giardino dei ciliegi, Amleto e l’operetta di Lehár, avrebbe scelto
quest’ultima. E tre cose si sarebbe portato sull’isola deserta: un vocabolario,
un dizionario di etimologia e La vedova allegra, il film di Lubitsch. Il
primo amore non si scorda mai.
C’era una
volta a Porto Empedocle un cinema. Il giovane Camilleri ne era assiduo
frequentatore. Il proprietario della sala, il signor Mezzano, teneva una piccola
scorta di pellicole di riserva che sapeva essere sicuramente gradite al
pubblico. Le proiettava alla bisogna nel caso in cui il film in programmazione
si fosse rivelato un fiasco. Tra queste pellicole di pronto soccorso c’erano i
western di Tom Mix e il capolavoro di Lubitsch, che il giovane Andrea vide e
rivide, come un adolescente in preda a una cotta ascoltava, ai bei tempi del
vinile, il disco che gli ricordava l’amore suo, fino a consumarlo. Molti anni
dopo avrebbe dichiarato che La vedova allegra di Lubitsch era la più
grande scuola di spettacolo da lui frequentata. Forse anche un’educazione
sentimentale, aggiungerei.
Sono già tre
indizi e basterebbero a fare una prova. Ma ce ne sono altri.
Durante lo
svolgimento degli esami di regia all’Accademia, la commissione chiese a
Camilleri cosa avrebbe voluto portare in scena sopra a ogni cosa. La risposta fu
immediata, sgorgata dal cuore: La vedova allegra di Lehár. Orazio Costa,
il severo e misticheggiante titolare della cattedra, la prese come una
provocazione e se ne adontò. L’esaminando rischiò la bocciatura senza appello.
L’ultimo
indizio. Camilleri nacque il 6 settembre 1925, nel segno della Vergine, a dare
retta alle leggi dell’astrologia. In quei giorni trionfava nei cinema La vedova
allegra nella versione di Erich von Stroheim. Quello della Vedova Allegra è
il vero simbolo zodiacale dello scrittore, ne ha marcato il carattere nel senso
della leggerezza di esistere (da giro di valzer da operetta), degli intrighi
amorosi, delle «partiture mozartiane » (come Livio Garzanti definì, genialmente,
i suoi scritti).
Ma a 83 anni, quando scrisse Il tailleur grigio, pure un vitalista come
Camilleri cominciava a sperimentare, dopo aver tanto splendidamente resistito,
la caduta delle illusioni e doveva convenire che il tempo di Hanna Glawari, la
gaudente eroina di Lehár, era in scadenza. Si approssimava il tempo di Adele
Picco, l’anti-vedova allegra, la mantide religiosa, la dark lady in
tailleur grigio che fa da preludio all’estrema stagione della sua letteratura,
quella dei romanzi italiani, spogli di orpelli, freddi come cadaveri, nudi come
Pirandello al suo ultimo atto. L’anti-vedova allegra, il segno zodiacale non di
quando si nasce, ma di quando si muore. Antonio D'Orrico (Il
testo è stato pubblicato su
Domani del 24
marzo 2026)
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