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Inseguendo un'ombra



Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 14,00
Pagine 246
Data di pubblicazione 13 marzo 2014
Editore Sellerio
Collana La memoria n.953
e-book € 9,99 (formato epub, protezione acs4)

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Questa è la storia di Samuel Ben Nissim Abul Farag, di Guglielmo Raimondo Moncada, di Flavio Mitridate. Non si tratta di tre persone ma di un solo individuo.
Caltabellotta, provincia di Agrigento, 1465. Samuel Ben Nissim appartiene alla comunità ebraica, ha quindici anni, la rotella di panno cucita sulla camicia a marcare la differenza con i cristiani. È svelto e colto, conosce già varie lingue. Il padre Rabbi Nissim nutre grandi ambizioni per quel figlio che istruisce anche nella qabbalaq. Ma il destino decide diversamente, le circostanze costringono il ragazzo a trovare rifugio in un convento di frati. Così la giovane promessa diventa un ebreo convertito, disprezzato dalla comunità giudaica, maledetto dalla sua famiglia, Samuel si chiude fra le mura del convento, vuol sbiadire nella memoria dei suoi. Addottrinato nella fede cattolica, al momento della conversione prende il nome di colui che lo tiene a battesimo, il conte Guglielmo Raimondo Moncada, poi si stabilisce a Roma, diventa prete e grande è la sua fama di predicatore.
Giunge all’apice della sua carriera ecclesiastica nel 1481 quando il venerdì santo recita davanti al papa Sisto IV il sermone sulla Passione. Poi però succede qualcosa: «caduto in grave errore» - questo solo dicono i documenti - perde lo stato ecclesiastico e scompare. Lo ritroviamo dopo qualche tempo con il nome di Flavio Mitridate - il re del Ponto era famoso per la conoscenza delle lingue oltre che per la resistenza al veleno - che insegna a Pico della Mirandola la cabala e le lingue orientali.
Ma i motivi della scomparsa, la necessità di cambiare nome e identità, la vicenda dell’omicidio che si dice abbia commesso, i rapporti ambigui con Pico della Mirandola rimangono avvolti in una sfuggente segretezza. Così come la sua fine, non si conosce né la data né le cause della morte.
Racconta Camilleri di essersi imbattuto in questa storia leggendo casualmente, nell’estate del 1980, la presentazione di Leonardo Sciascia al catalogo di una mostra di un suo amico pittore. Di essersi incuriosito della curiosità di Sciascia, preso anche lui dal desiderio di sapere, di capire, di inseguire quell’ombra. Non si attarda in ricerche d’archivio che altri prima di lui hanno fatto, affrontando il personaggio con le armi della narrazione. Pur affollato di tante figure realmente esistite, Inseguendo un’ombra non è un romanzo storico, ma di invenzione. E del resto, ricorda Camilleri, «invenzione non viene da invenire che in latino significa riscoprire, ritrovare?».

Andrea Camilleri parla del libro a Radio Capital - Soul Food (17/3/2014):
ascolta la puntata / scarica il podcast



(immagine da l'Unità, 13.3.2014)


Non è, questo, un romanzo d’ambiente; di costume. Non è un romanzo storico. È una potente azione narrativa. Se nel gioco degli scacchi l’obiettivo finale è catturare il re, le modalità operative e di ricerca di questa opzione strategica forzano il silenzio e le tenebre della storia, per affrontare il mistero di un’«ombra», penetrare nelle tante maschere di un volto che si può pensare ma non conoscere, catturare la personalità artificiosa di un protagonista di eventi reali che con infame talento si evolve su se stesso e sotto più nomi si tramuta; e restituire, infine, alle necessità del racconto, il lato oscuro, la metà notturna e fosforica della civiltà dell’Umanesimo raggiante di cultura. Qui Camilleri gioca a scacchi con l’imponderabile. Le strade del suo personaggio si moltiplicano, si confondono, si scambiano l’una con l’altra. Partono dalla giudecca di Caltabellotta, in Sicilia, e lungo il Quattrocento si inoltrano nei labirinti delle capitali, delle corti piccole e grandi, degli studioli umanistici, delle Accademie e delle Università; nella geografia politica della penisola italica e delle remote contrade di là delle Alpi. Il lettore fa il possibile per recuperare il fiato. Una pagina tira l’altra, vorticosamente. Tra vari avvisi di pericolosità e d’orrore, il protagonista del romanzo sprigiona intelligenza perversa, crudeltà e spietatezza. È un ebreo convertito, poliglotta: esperto soprattutto in lingue orientali. Il mondo si arrende alla sua oratoria. E lui aizza alla persecuzione e all’aggressione degli ebrei, predatore dei correligionari di una volta. Si fa traduttore e maestro di letteratura cabbalistica. Mette a disposizione degli umanisti (e fra essi Giovanni Pico della Mirandola) la kabbaláh ebraica. Ha una sua maniera gelida di ricorrere al delitto. E se talvolta la sua temperatura è umana, è perché si riscalda alla fermentazione dei desideri quando si incontra con ragazzi sgarbati o consenzienti, armati sempre di bellezza. Il romanzo segue fino alla sparizione (e non si sa se chiamarla disfatta, morte, uscita di scena, o cos’altro) l’arco della vita del protagonista, che all’inizio è un adolescente chiamato Samuel ben Nissim Abul Farag; e poi una sciarada di nomi, un emblema tricefalo dell’infamia, un enigma espugnabile solo con gli strumenti di una letteratura disposta ad accettare come centro il proprio bordo di finzione, prossima a essere un «falso» d’arte che svela le «falsità» del reale: «un falso, in quanto mistificazione d’una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza». La frase citata da Camilleri è di Italo Calvino. Ed è la geometrizzazione di un principio barocco passato attraverso l’illuminismo del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia.
Salvatore Silvano Nigro



(immagine da Wuz, 18.3.2014)





Prezzo € 16,00
Pagine 260
Data di pubblicazione 18 novembre 2025
Editore Sellerio
Collana Cento anni di Andrea Camilleri, n. 11


Nota di Pietrangelo Buttafuoco

«Un prisma dove s’intersecano tante esistenze è la vita del fu Samuel ben Nissim Abul Farag. Per tre volte maledetto dal suo stesso sangue, mette in atto la fuga trasfigurandosi nell’ombra delle tante maschere, a partire da ciò che è: uno ed empiamente trino. Pane per i denti di Andrea Camilleri che con l’immaginazione della verità storica ricostruisce tutte le tappe del soggiorno terreno di Raimondo Moncada, e fa dell’incredibile il racconto più credibile».
Pietrangelo Buttafuoco

Con il romanzo Inseguendo un’ombra Andrea Camilleri ci trasporta nella Sicilia del 1400, per raccontarci la storia di un uomo che nel corso della sua vita assume tre diverse identità. Samuel Ben Nissim, giovane ebreo di Caltabellotta, è coltissimo e ha una vera vocazione per le lingue. Rifugiatosi in un convento di frati viene istruito nella fede cattolica e prende il nome di colui che lo tiene a battesimo, il conte Guglielmo Raimondo Moncada. Dalla Sicilia a Roma, e poi ancora in fuga, assume una nuova identità, Flavio Mitridate, riuscendo ad avvicinare un umanista come Pico della Mirandola. Un viaggio avventuroso tra il Mediterraneo, Roma, la Germania, tra intellettuali, cortigiani e criminali, nel tentativo di afferrare l’essenza di un uomo camaleontico. La sua vita – sostiene lo scrittore – «è fatta da una serie di riflettori ben concentrati: lo beccano in piena luce, poi sparisce, sparisce nel nulla; ricompare con un altro nome, un’altra veste, un altro ufficio. Anni di silenzio, poi altro nome, di nuovo in luce: insomma un personaggio di un fascino straordinario, e non è un caso che Leonardo Sciascia lo definisca un’ombra». Camilleri si tuffa nel racconto di quest’anima tormentata e oscura, e ricostruisce la vita di Samuel Ben Nissim /Guglielmo Raimondo Moncada / Flavio Mitridate «come se fosse non realmente esistito, ma come un’invenzione interamente partorita da me. E del resto invenzione non viene da invenire, che in latino significa riscoprire, ritrovare?».


Ancora una fuga, forse l’ultima
L’ombra prende carne e si fa storia. Nasce Samuel e diventa Guglielmo Raimondo di Moncada, l’uomo di cui qui si racconta. Uno e poi un altro è, infatti, il piccolo Samuel, figlio di Sabbetai – rabbino di Caltabellotta – battezzato Raimondo dal conte di Aderno prendendogli il nome e anche la religione. Per assumerne infine – già sacerdote, fervente predicatore – un altro ancora: Mitridate.
Un prisma dove s’intersecano esistenze è la vita del fu Samuel ben Nissim Abul Farag. Per tre volte maledetto dal suo stesso sangue, mette in atto la fuga trasfigurandosi nell’ombra delle tante maschere, a partire da ciò che è: uno ed empiamente trino.
Pane per i denti di Andrea Camilleri che con l’immaginazione della verità storica ricostruisce tutte le tappe del soggiorno terreno di Raimondo Moncada, e fa dell’incredibile il racconto più credibile.
Ed ecco il Samuel progredire di prodigio in prodigio. Tale e quale quel padrone di venti lingue – il Mitridate per l’appunto – lo ritroviamo a predicare la Passione di Cristo innanzi a Papa Sisto IV, a tradurre sure coraniche alla corte di Federico da Montefeltro e a traviare giovanetti e diaconi quando sta insegnando l’aramaico e l’ebraico a Giovanni Pico della Mirandola. È lo stesso Pico a spedirlo a processo a Viterbo con l’accusa di assassinio, dove viene imprigionato per ordine di Papa Innocenzo VIII, per poi involarsi nel chissà dove.
Un’ombra in fuga, dunque, che trova parola ma ancor più racconto, se poi è appunto Camilleri a inseguire le tracce di una presenza già sfuggente nel proprio tempo – la Sicilia del Quattrocento – per giungere a noi tramite una inserzione pubblicitaria sul quotidiano della città di Roma, Il Messaggero: “Dal 23 dicembre il mago di Perugia Raimondo Moncada al Circo di Nando Orfei”. Di questo ritaglio Camilleri ne fa il capitolo finale del romanzo Inseguendo un’ombra: “L’ultima apparizione” – così lo intitola. L’assai probabile colpo di scena di questo precursore – perfino più sofisticato e maggiormente perverso – del più famoso Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, è quello di chi, scappando da sbarre e supplizi, altro nascondiglio non trova che il futuro.
Un romanzo storico sostanziato dalla profonda conoscenza del fatto per come fu, compresi i rogiti notarili fin al 1491. Da uno spunto reale, infatti, Camilleri fa indagine immaginifica di Guglielmo Raimondo Moncada “protagonista di un romanzo storico”, confessa, “che non scriverò mai”. Invece eccolo Raimondo, tratto dal pozzo remoto degli archivi, ospite in un tendone issato a Roma, su via Cristoforo Colombo, intento nel suo lavoro di fattucchiere – “giuste soluzioni, felicità e fortuna” – dopo essere stato teologo, scienziato, cabalista, ladro, assassino, impostore. Ed ecco, dunque, l’incredibile Samuel della giudecca di Caltabellotta, abitare tra noi.
Nella fabbrica del racconto nulla è inverosimile, l’enfasi della “storia vera” – ne parla anche Giulio Busi in Vera relazione sulla vita e i fatti di Giovanni Pico conte della Mirandola – poco aggiunge alla conclamata scienza dell’incredibile credibile di cui Camilleri è maestro indiscusso.
Nella memoria collettiva l’ombra è come un vuoto, ma in questo incastro di avventure e di congetture Camilleri – infatti, punto di alta letteratura – si fa carico della fatica dello storico. Descrive un mondo in cui le strade erano segnate in lingua araba e i medicamenti si preparavano studiando i formulari della scienza cabalistica, svelando così l’universalità di quella Sicilia prossima a generare la stagione delle accademie e delle università, e non ancora precipitata nella residualità del campagnolo o, peggio, nella pacchianeria provinciale del pittoresco. Sono per primi i siciliani a non conoscere la propria terra e a non sapere nulla dei tesori dimenticati nella caverna grande dell’oblio, e Camilleri onora una ben precisa suggestione di Lucio Piccolo, poeta sommo: “Non abbiamo i tramonti celtici, certo, abbiamo tutto questo rosseggiare di fuoco, ma cosa non avrebbero fatto i poeti elisabettiani con le nostre storie”. C’è appunto una Sicilia che parla latino e greco e ce n’è un’altra, non disgiunta da quella, tutta di arabo e di ebraico. Leonardo Sciascia traslittera in arabo il nome di Giufà, ne conferma il suono, ne ricava il disegno di un usignolo a riprova dell’identità profonda dell’Isola dove tutta la toponomastica ancora – a partire da Palermo, Baalarm, la Medina dalle trecento moschee – replica ciò che inizia dall’Anno Mille.
Caltabellotta, la città dove germoglia la storia di Samuel, è Qal’at-al-Ballut, le cui radici di memoria gemmano malgrado il vuoto. Inseguendo un’ombra convoca nella riuscita di un’opera di pura letteratura la vena non sufficientemente svelata dell’ebraismo di Sicilia, riparando così a una mancanza. Fatta eccezione per ricerche specialistiche e le vestigie sparse (la più importante delle quali si trova ad Agira, l’Aron ha-Qodesh in pietra in quella che fu una sinagoga, oggi chiesa del Santissimo Salvatore), l’ebraismo non ha avuto un Michele Amari, l’autore della monumentale Storia dei musulmani di Sicilia. E neppure le voci dei poeti dell’Anno Mille, su tutti il Canzoniere di Ibn Hamdìs, il più affascinante capitolo della letteratura italiana in lingua araba.
Rispetto all’imprinting saraceno degli Emiri della Zisa, di via Giafar, del castello di Maredolce, ma anche di Federico II e della cassata moresca avvolta nella glassa normanna, la radice giudaica ebbe a patire quella stessa ombra che Camilleri, inseguendola grazie a Samuel ben Nissim Abul Farag figlio di Sabbetai, rabbino di Caltabellotta, traduce in luce.
Quel che avrebbero fatto i poeti elisabettiani, insomma, l’ha saputo fare solo lui. Per tramite di arte e letteratura. Restituendo all’ombra la carne. E la storia.
Pietrangelo Buttafuoco (pubblicata su il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2025)



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