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Le ali della sfinge



Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 12,00
Pagine 304
Data di pubblicazione 9 novembre 2006
Editore Sellerio
Collana La memoria n.694
e-book € 8,49 (formato epub, protezione acs4)


Non è un buon momento per il commissario Montalbano: con Livia continui litigi, incomprensioni ingigantite dalla distanza, nervosismo. Passato e futuro si ammantano nei suoi pensieri di una vaga nostalgia. E in una di queste serate di malinconia viene chiamato d’urgenza. In una vecchia discarica è stato trovato il cadavere di una ragazza. Nuda, il volto devastato da un proiettile, niente borse o indumenti in giro. Solo un piccolo tatuaggio sulla spalla sinistra - una farfalla - potrebbe favorire l’identificazione della donna. Parte l’indagine con un Montalbano svogliato, stanco di ammazzatine. Ma il caso lo trascina: ci sono altre ragazze con una farfalla tatuata sulla scapola, sono tutte dell’Europa dell’est, hanno trovato lavoro grazie all’associazione cattolica “La buona volontà” che le ha salvate da un destino di prostituzione. Montalbano non si fa persuaso. C’è qualcosa di poco chiaro all’interno di quell’organizzazione benefica? E mentre l’inchiesta va avanti il commissario è incalzato da ogni parte: dal vescovo, che non ammette ombre su “La buona volontà”, dal questore, che non vuole dispiacere al vescovo, da Livia, che vuole partire con lui per ritrovarsi. Tutto si muove sempre più velocemente, alla ricerca della soluzione e il commissario ha fretta, di concludere, di andarsene.
La consueta felicità e facilità di scrittura si combina nelle “Ali della sfinge” con uno splendido poliziesco: audace, ben congegnato, con quei rimandi all’oggi che ne fanno un giallo struggente e pieno di umanità.



Ci sono i consueti ingredienti delle inchieste del commissario Montalbano, in questo nuovo romanzo di Camilleri: i chiardiluna legislativi, i lorsignori della politica, i lasciti di un governo gaglioffo, la prolissa incompetenza dei superiori, le calandrinate verbali di Catarella; gli stranguglioni, le làstime, i teatrini, le esche bugiarde, e la sensualità golosa del commissario. Ma in una diversa ricomposizione, ora: attraversati come sono da un'insidia segreta, che viene dal retrosguardo abissale di un Montalbano che avanza nella gravedine degli anni ed è giunto alle «sabbie mobili» del suo celibato adultero con Livia; ed è incistata nell'infarto subìto dal senso della realtà, allorché i «mostri» sembrano mulini a vento, la «provvidenza» è un prestanome criminale, i campi d'accoglienza per gli immigrati sono dei lager, i sequestri di persona possono essere anche messinscene da operetta, e la «Buona volontà» costituita da anime cosiddette pietose è un associazione a delinquere specializzata nella tratta e nello sfruttamento delle nuove schiave. In una discarica è stato trovato il cadavere di una giovane russa, marchiato da un tatuaggio. La farfalla, tatuata sulla scapola della vittima, è una «sfinge»: una farfalla migratoria e notturna, come le nuove schiave. Montalbano, per risolvere il caso, dovrà «cataminarsi tra monsignori e anime devote», in questo romanzo improntato dalla matematica del doppio. Dalla sfuggente doppiezza della realtà, alla duplicazione dei casi, al bivio delle scelte, alla scissione della personalità, alle due ali apparenti della «sfinge» che di fatto sono quattro: come quattro sono le schiave-farfalle. La labilità irrequieta di Montalbano si esibisce in pantomime solitarie; nella dissociazione tra un io che tende a cedere agli alibi della vecchiaia, un secondo io che si oppone, resiste, e irride; tra la sensibilità ipotetica di un fauno e quella di un casto Giuseppe. Quando il commissario crede di essersi ricomposto nell'unità di una decisione, e si precipita all'incontro con la sua metà, la trama gli riserva una sgambata. E si divarica tra la corsa di Montalbano che va in una direzione, e la corsa di Livia che va nella direzione opposta. Come accadeva nei poemi cavellereschi di una volta; e nei romanzi ottocenteschi decisi dalla eterogenesi dei fini. L'architettura romanzesca ironizza su se stessa. Si diverte. E diverte. Malgrado tutto.
Salvatore Silvano Nigro



Ma indove erano andate a finire quelle prime matinate nelle quali, appena arrisbigliato, si sintiva attraversato da una speci di correnti di filicità pura, senza motivo?
Non si trattava del fatto che la jornata s’appresentava priva di nuvole e vento e tutta tirata a lucito dal sole, no, era un’altra sensazione che non dipinniva dalla sò natura di meteoropatico, a volersela spiegare era come un sintirisi in armonia con l’universo criato, perfettamente sincronizzato a un granni ralogio stillare ed esattamente allocato nello spazio, al punto priciso che gli era stato destinato fino dalla nascita.
Minchiate? Fantasie? Possibile. Ma il fatto indiscutibile era che quella sensazione una volta la provava bastevolmente di frequente, mentre invece, da qualichi anno a questa parte, ti saluto e sono. Scomparsa. Scancillata. Anzi, ora le prime matinate gli provocavano spisso e vulanteri ’na sorta di rigetto, di rifiuto istintivo di quello che l’aspittava una volta dovuto accettare il jorno novo, macari se non c’era nenti di camurrioso che l’aspittava nel corso della jornata.
E la conferma era data da come si comportava subito che nisciva dal sonno.
Ora, appena isava le palpebre, immediatamente le ricalava e sinni ristava allo scuro per qualichi secondo, mentre una volta, appena rapriva l’occhi, li mantiniva aperti, squasi tanticchia sbarracati, per agguantare avidamente la luci del jorno.
«E questo era, di sicuro, effetto dell’età» pinsò.
Ma a questa conclusione immediatamente s’arribbillò il Montalbano secunno.
Pirchì da qualichi anno dintra al commissario esistivano dù Montalbani sempre in disaccordo tra di loro. Appena uno dei dù diciva una cosa, l’altro sostiniva l’opposto. E infatti.
«Ma cos’è ’sta storia dell’età?» disse Montalbano secunno. «Com’è possibile che a cinquantasei anni tu ti senti vecchio? La vuoi sapiri la vera virità?».
«No» disse Montalbano primo.
«E io te la dico lo stisso. Tu ti vuoi sintiri vecchio pirchì ti torna commodo. Siccome che ti sei stancato di quello che sei e di quello che fai, ti stai costruenno l’alibi della vicchiaia. Ma se ti senti accussì, pirchì come prima cosa non presenti ’na bella littra di dimissioni e ti chiami fora?».
«E doppo che faccio?».
«Fai il vecchio. Ti pigli un cani per tiniriti compagnia, la matina nesci, t’accatti il giornale, t’assetti supra ’na panchina, lasci il cani libero e accomenzi a leggiri principianno dai necrologi».
«Pirchì dai necrologi?».
«Pirchì se leggi che qualichi coetaneo tò è morto mentre che tu sei ancora sufficentimenti vivo, ti viene ’na certa sodisfazione che t’aiuta a campare minimo altre ventiquattr’ore. Doppo un’orata…».
«Doppo un’orata te la vai a pigliari ’n culu tu e il cani» disse Montalbano primo, aggelato dalla prospettiva.
«E allura susiti, vai a travagliare e non scassare i cabasisi» concluse risoluto Montalbano secunno.
Mentre stava sutta alla doccia, il telefono sonò. Annò a rispunniri accussì com’era, lassannosi appresso una scia di vagnato. Tanto cchiù tardo sarebbe venuta Adelina a puliziare.
«Dottori, chi fici, l’arrisbigliai?».
«No, Catarè, vigliante ero».
«Sicuro sicuro, dottori? Non me lo dice per complimento?».
«No, stai tranquillo. Che c’è?».
«Dottori, che ci po’ essiri se lo chiamo di prima matina?».
«Catarè, ma tu ti rendi conto che quando mi telefoni non mi dai mai una bella notizia?». Fu un attimo e la voci di Catarella addivintò lacrimiosa.
«Ah dottori dottori! Pirchì mi dice accussì? Mi voli ammortificari? Se fusse per mia, io ogni matina l’arrisbigliarebbi con una notizia bella, che saccio, che vincì trenta miliardi al supirinnalotto, che l’hanno fatto capo della pulizia, che...».
Non aviva sintuto rapririsi la porta, tutto ’nzemmula si vitti davanti ad Adelina che lo taliava ancora con la chiave in mano. Come mai era vinuta accussì presto? Affruntato, si voltò istintivamente verso il telefono in maniera che le sò vrigogne non restassero a vista. A quanto pare, la parte posteriore mascolina è meno vrigugnosa di quella anteriore. La cammarera sinni annò subito in cucina.
«Catarè, vuoi vedere che so perché mi telefoni? Hanno trovato un morto. Ci ’nzertai?».
«Sì e no, dottori».
«Dov’è che mi sbagliai?».
«Trattasi di morta fimminina».
«Hai avvertito il pm, la Scientifica e il dottor Pasquano?».
«Sissi. Ma il dottori Guaspano s’incazzò assà assà».
«Perché?».
«Disse accussì che lui non avento il dono della bibiquà, non potiva essiri in loco prima di un due orate. Dottori, me la fa una spiega?».
«Dimmi».
«Che è ’sta bibiquà?».
«Che uno può trovarsi contemporaneamente in due posti diversi e distanti. Ad Augello digli che arrivo».
Annò in bagno, si vistì.
«Pronto è il cafè» l’avvertì Adelina.
Appena trasì in cucina, la cammarera lo taliò e disse:
«Ma lo sapi che vossia è ancora un bell’omo?».
Ancora? Che viniva a significari quell’ancora? S’infuscò. Ma Montalbano secunno si fici subito vivo:
«Ennò! Non puoi ’ncazzarti! Ti contraddici, se appena un’orata fa ti sintivi vecchio e decrepito!».
Meglio cangiare discorso.

(Anticipazione del primo capitolo, pubblicata su La Stampa il 5.11.2006)



Last modified Tuesday, October, 02, 2012