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Le parole di Camilleri

Da Arancini a Zolfo, il dizionario di uno scrittore universale



Autori Gaetano Savatteri, Stefania Auci, Elvira Seminara,
Concetto Prestifilippo, Salvo Palazzolo, Salvatore Ferlita,
Eleonora Lombardo, Salvatore Picone, Franco Lo Piparo,
Accursio Sabella, Piero Melati, Gian Mauro Costa,
Fabrizio Lentini, Lucio Luca, Andrea Giuseppe Cerra,
Giuseppe Dipasquale, Mario Di Caro, Marta Occhipinti, Irene Carmina
Prezzo In omaggio con il quotidiano
Pagine  
Data di pubblicazione 4 settembre 2025 (riproposto il 20 settembre 2025)
Editore La Repubblica (ed. di Palermo)


La voce Web (redatta da Marta Occhipinti) parla del Camilleri Fans Club


Da Arancini a Zolfo: “Le parole di Camilleri” raccontate da un libro
Un alfabeto basta a contenere un mondo? Forse no ma, nel caso di Andrea Camilleri, l’azzardo ha un senso: provare a raccontarlo dalla A alla Z, dagli arancini allo zolfo. Non per chiuderlo dentro una cornice ma per aprire altre porte, evocare storie, ricordi, parole. È la sfida e insieme il gioco di Repubblica Palermo nel centenario della nascita dello scrittore: un dizionario sentimentale che diventa omaggio, mappa e guida a un universo che resta inesauribile. Il libro, “Le parole di Camilleri. Da arancini a zolfo, il dizionario di uno scrittore universale”, sarà distribuito gratuitamente in edicola con Repubblica il 4 settembre.
Un libro che non è un’enciclopedia, ma un lessico vivo, dove ogni voce spalanca una stanza diversa dell’immaginario camilleriano.
Savatteri, nella prefazione, mette subito le cose in chiaro: «Camilleri è stato uno “zione” di scrittura, di affabulazione, di inventiva e di immaginazione. Ha creato un mondo finto, ma non falso, capace di estendersi ai confini della Sicilia letteraria e narrativa».
Tra le pagine affiora la lingua, che come racconta Auci, per Camilleri non è un vezzo: «Mi capitava di usare parole dialettali che esprimevano compiutamente, rotondamente, quello che volevo dire, e non trovavo l’equivalente in italiano. Non è solo questione di cuore, è anche di testa». I “cabbasisi” del dottor Pasquano diventano così il segno di un siciliano che si toglie di dosso il marchio del provincialismo e viene sdoganato come lingua letteraria.
C’è il Camilleri civile, che legge il suo tempo. Savatteri ricorda come la nascita di Montalbano abbia segnato una svolta: «Il primo omicidio letterario in terra di mafia della Seconda Repubblica» e insieme l’occasione di immaginare un commissario che non fosse un marziano in Sicilia, ma «uno sbirro, espressione dello Stato».
Camilleri intravede un varco e lo riempie con la scrittura. «È il primo ad accorgersi che c’è spazio d’ascolto per una nuova narrazione siciliana. E per un giallo che segua più tradizionalmente i canoni».
C’è anche il Camilleri regista, riletto da Dipasquale, suo allievo all’Accademia d’arte drammatica e “socio” nell’adattamento teatrale dei suoi romanzi: «La scrittura di Camilleri è regia: ogni personaggio entra ed esce di scena come in un copione, ogni battuta ha un ritmo teatrale, ogni dialogo è pensato per essere ascoltato oltre che letto».
Il resto del volume è un mosaico. Prestifilippo parte dagli arancini, trasformandoli in un campo di battaglia linguistico-gastronomico. Palazzolo legge nei boss camilleriani il segno di una mafia che cambia pelle. Seminara smonta e ricompone senza indulgenza le donne, «non protagoniste, ma figure di cornice, a volte stereotipi, a volte lampi di vitalità». Ferlita rievoca l’amicizia con Elvira Sellerio, l’editrice che «per prima credette in lui» e che gli diede la libertà di sperimentare una lingua nuova. Lo Piparo individua in quella lingua una vera e propria koinè: «un idioma inventato che tutti comprendono perché ha ritmo e verità». Costa scrive dei parenti letterari, i “nipoti”, Lentini delle onde del mare, paesaggio e metrica della narrazione camilleriana. Luca chiude il libro con la Z lo “zolfo”, memoria delle miniere siciliane simbolo di un’Isola dura e sotterranea che riaffiora nelle pagine dello scrittore. E Melati, che firma la M di “Montalbano”, lascia un ritratto affettuoso del commissario.
Ogni voce è allora una scintilla: Vigàta che prende forma pur senza esistere sulle mappe, la Sicilia che non esiste. Eppure continua a materializzarsi, pagina dopo pagina.
Irene Carmina (La Repubblica (ed. di Palermo), 19 agosto 2025)

Perché il commissario Montalbano è uno di noi
Ma come si è arrivati a Salvo Montalbano? Al più vero dei commissari mai esistiti? Montalbano è tutta una questione di sapori, in questo simile alla versione cinematografica e televisiva del Maigret di Simenon. Tanto nella storica interpretazione di Jean Gabin che in quella italiana di Gino Cervi, l’investigatore francese comunica d’istinto allo spettatore il gusto della birra, dei cibi, dei bicchierini di liquori. E di questi gusti si intramano i casi di cui si occupa e l’empatia verso il prossimo, accesa spesso dai diseredati. Montalbano, allo stesso tempo, è una sfilata di odori e reazioni papillari alle ricette siciliane. La sua istintiva umanità ha immediatamente un sapore che lo rende familiare e intimo, e che poi si sprigiona nel suo rapporto con il mare, con le grandi nuotate, che sono come un abbraccio a un rapporto più ampio e universale con i suoi simili. Tramite queste riflessioni, passeggiando sulla spiaggia o valutando le onde, avrà quella scintilla che gli fornirà la chiave per venire a capo delle sue investigazioni. Umanità e istinto, ma sempre vissuti quali sentimenti basilari, comuni a tutti noi, che renderanno Montalbano come un nostro fratello maggiore, quando non il buon padre che tutti vorremmo. E Vigàta? Dove è stata inventata Vigàta stessa? Cosa ha ispirato veramente le sue storie? Colpo di scena: Vigàta non è stata creata dalle parti di Porto Empedocle, in Sicilia, a somiglianza del luogo nativo del suo inventore. Qui, piuttosto, attorno alla statua che raffigura il poliziotto di Andrea Camilleri, è stato costruito un itinerario turistico di successo. Le tappe del viaggio nei luoghi siciliani di Montalbano hanno registrato nel tempo un entusiasmo pari ai ventidue anni di serie tv. Resta però che la Vigata fantastica ha un altro certificato di nascita. La città di Montalbano è stata fabbricata in piena Roma, ma con ingredienti sicilianissimi. È nata in via Asiago, residenza capitolina dello scrittore. Qui sono stati rifiniti i ventotto libri che vedono l’investigatore protagonista, compreso l’ultimo, “Riccardino”, scritto e poi a lungo nascosto in cassaforte, con impegno di pubblicazione post-mortem dell’autore. Azzarderemmo anche un’ipotesi. Tutti quei popolarissimi volumi sono nulla, se confrontati al fiume di oralità - non registrata né mai trascritta - che è stato speso attorno al personaggio del commissario in quel salottino romano dove Camilleri fumava, gustava birra e teneva banco per ore. Tutte cose che ha fatto fino ai giorni in cui dovette sperimentare l’omerica cecità e di conseguenza, come confidava lui stesso, il contemporaneo riacutizzarsi degli altri sensi. Non scriveva più, ma dettava, immaginando ogni scena. Per tre decenni quella casa è stata una moderna Delfi dell’oracolo, alla quale agognavano di approdare in pellegrinaggio intervistatori, sceneggiatori, artisti, registi, autori, editori, lettori. Camilleri riceveva tutti, poi semmai diventava selettivo nel ripetere l’esperienza. Così davvero in pochi si saranno accorti che il segreto che ha ispirato la Vigàta di Montalbano e le sue storie era nascosto in un paio di preziosi regali che il creatore aveva ricevuto dalla sua editrice, Elvira Sellerio, e che custodiva gelosamente in casa. Il primo era un “presepe scarabottolo”, termine spagnoleggiante per definire il contenitore in legno di una natività, che andava in auge nella Napoli del Settecento. Si tratta di una scatola magica di notevoli dimensioni che, una volta aperta, rivela (come un volume pop-up) personaggi dalle pose espressive e dagli abiti raffinati, palme, sentieri, case. Per scovarlo e regalarlo a Camilleri, Elvira dovette mobilitare un artigiano degno di un romanzo dickensiano. E poi, in un angolo ancora più segreto, c’era il grande telone originale dei cantastorie siciliani, che ricopriva l’intera parete del minuscolo studio privato dello scrittore, quello dove creava. (...)
Piero Melati (brano pubblicato su La Repubblica (ed. di Palermo), 5 agosto 2025)



Last modified Saturday, September, 20, 2025