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Riflessioni minime sulla lingua di Camilleri

Autore Rosario Coluccia
Data di pubblicazione 24 dicembre 2025
Testata Iuncturae


 

Violando consapevolmente le regole non scritte dell’understatment comincerò come non si dovrebbe cominciare, comincerò con un’autocitazione. In un libro di qualche anno fa, trattando della presenza non sporadica dei dialetti che caratterizza un settore significativo della produzione letteraria italiana, ho accennato fugacemente a Camilleri, ai suoi romanzi che hanno come protagonista il commissario Montalbano[1], all’uso sapiente negli stessi di lingua e dialetto che, insieme ad altre componenti, ne fanno il fenomeno letterario più clamoroso degli ultimi decenni. Considerata l’ampiezza e la serialità di tale produzione, il successo che da un certo momento ha accompagnato ogni nuovo libro e ogni apparizione in pubblico dell’autore, all’aggettivo letterario avrei potuto aggiungere culturale e sociale, per meglio definire la portata dell’opera e i suoi effetti esterni, a partire dall’enorme favore del pubblico:

Nei romanzi di Camilleri l’uso di termini dialettali contribuisce a rendere più viva l’ambientazione di un paese siciliano che non esiste nella realtà, Vigàta, e a dipingere di concreta umanità i suoi personaggi. Al contrario di quanto potremmo aspettarci, le incastonature dialettali non rendono difficoltosa la lettura dei romanzi e il godimento degli episodi televisivi, attraggono anche chi non ha familiarità con il siciliano. Ci piace sentire Montalbano sono (e non sono Montalbano) e abbiamo familiarizzato con espressioni come s’arrisbigliò ‘si risvegliò’, li linzola arravugliati ‘le lenzuola aggrovigliate’, un cinquantino ‘un individuo di cinquant’anni’, taliare ‘guardare’, ecc. Chi, ormai, non conosce il significato di rompere scassare i cabasisi?[2].

È quasi un luogo comune ricordare che il successo ha raggiunto Camilleri (Porto Empedocle[3] 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019) in età avanzata[4]. Ha cominciato giovanissimo l’esperienza di regista teatrale, per primo ha portato Beckett sulle scene nel 1958[5]; ha messo in scena più di cento opere di teatro: Majakovski, Strindberg, Eliott, Pirandello. Dal 1958 al 1965 ha insegnato al Centro sperimentale di cinematografia a Roma e poi per 20 anni ha tenuto la cattedra di regia all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’Amico; ecc.[6]. Di tutto questo il mio contributo non tratterà, miconcentrerò sui romanzi che hanno come protagonista il commissario Montalbano, in maniera prevalente ma non esclusiva, perché altre volte la trama del discorso mi obbligherà a piccole deviazioni.

La lunga teoria dei volumetti blu di Prussia usciti da Sellerio si avvia a partire dal 1994 con La forma dell’acqua, poi continua con regolarità che diventa scansione implacabile, al ritmo di uno o due libri per anno, a partire da La gita a Tindari del 2000: prova di una prolificità straordinaria che senza timore può essere accostata a quella di Simenon, anche lui oggetto di un vero e proprio culto da parte dei lettori (diventati poi spettatori delle realizzazioni televisive e cinematografiche dei romanzi). Allo scrittore francese l’italiano del resto si è più volte richiamato, spingendosi al punto di dichiararsi debitore nei confronti del primo[7], soprattutto per l’attrattività apparentemente semplice della scrittura, per le modalità del racconto e per la capacità di creare personaggi memorabili, a partire da Maigret.

Tra Porto Empedocle (dove nacque Camilleri) e Racalmuto (dove nacque Sciascia: 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) intercorrono pochi chilometri; se poi si pensa che ad Agrigento nacque Pirandello (28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), con cui Camilleri era, alla lontana, imparentato e di cui scrisse più volte[8], bisogna concludere che quel fazzoletto di terra della Sicilia occidentale[9] conobbe nei tempi moderni una straordinaria concentrazione di intelletti letterari, per non parlare di quello che allo stesso territorio agrigentino il fato ha regalato, diciamo, negli ultimi tre millenni[10]. Il rapporto tra Sciascia e Camilleri non si limita alla frequentazione che entrambi ebbero con Sellerio, propiziata dalla fondamentale mediazione che il primo fece a vantaggio del secondo nei confronti di Elvira Sellerio (in proposito cfr. n. 15): da lì svolta, a voler individuare un punto, la carriera di scrittore di Camilleri. Oltre alle citazioni esplicite di Sciascia nei libri di Camilleri[11], negli scritti dei due si rincorrono temi coincidenti: la cronaca che diventa romanzo storico, la predilezione per le biografie, la ricerca della verità, la gabbia narrativa del giallo, l’insularità, il costume e le tradizioni, il gattopardismo diffuso, l’emigrazione, le raccolte di detti, il teatro[12]. La vicinanza di temi si rinforza grazie al rapporto personale, che a volte lascia emergere anche posizioni non coincidenti. Sono legate al ricordo di un dialogo diretto con Sciascia alcune considerazioni sulle possibilità d’uso del dialetto evocate nel libretto del 2013, scritto dal nostro autore insieme a De Mauro, intitolato La lingua batte dove il dente duole[13]. Se nella vita privata, anche in conversazioni impegnative, nella poesia, nel teatro, il dialetto può ancora bastare, nella dimensione della cultura intellettuale più astratta il dialetto non è sufficiente. Per uno scritto di geometria, di filosofia o di storia si ha bisogno necessariamente della lingua. In proposito Camilleri ricorda:

Io ebbi una discussione con Sciascia proprio su questo. Quando gli diedi La strage dimenticata [1984][14], mi disse: “Guarda che tu non puoi scrivere in questo modo”. “Io so scrivere solo così”, gli risposi. “Allora scrivimi così un trattato di filosofia”. E così ci mettemmo a parlare dei limiti del dialetto in questo senso, e convenimmo che mentre la lingua ti dà la possibilità tanto del discorso colloquiale quotidiano quanto del discorso accademico, il dialetto ha dei limiti anche di vocabolario[15].

A un certo punto della sua vita Camilleri, avanti negli anni, diventa la penna più fortunata del mondo editoriale nazionale. Accadimento editoriale e insieme culturale da molti punti di vista, come si è già accennato, in cui centrale è la lingua. Per capirne di più ho fatto una verifica non tendenziosa, su manuali e libri di ottimo livello apparsi in anni recenti. Ho escluso dalla mia indagine i repertori e le antologie destinati ai licei, nei quali stentano ad entrare non dico Testori ma a volte perfino Pasolini, mentre vi è accolto quasi sempre, a mio parere con pieno merito, Calvino. Ho rivolto la mia attenzione a tre manuali di storia della lingua italiana destinati a studenti universitari dovuti rispettivamente a Giovanna Frosini (2020), Rita Librandi (2023), Pietro Trifone-Emiliano Picchiorri-Giuseppe Zarra (2023). Nei primi due libri di questa triade Camilleri non è mai nominato, nel terzo sì, una sola volta, in questo modo:

A fine secolo [ventesimo] si assiste alla fioritura di scrittori che attribuiscono particolare peso alle scelte linguistiche. […] Tra i fenomeni notevoli nella prosa dell’ultimo trentennio, si può ricordare l’ampia presenza di elementi dialettali, finalizzati non tanto a una rappresentazione realistica quanto alla ricerca di espressività, come il siciliano in Andrea Camilleri, l’emiliano in Francesco Guccini, il sardo in Marcello Fois o, più recentemente l’abruzzese in Remo Rapino[16].

In un’impresa di grandi dimensioni e di alto profilo scientifico come la Storia dell’italiano scritto (SIS), uscita in sei volumi tra il 2014 e il 2021, il nome che ci interessa ricorre due volte, nel vol. II, Prosa letteraria, e nel vol. VI, Pratiche di scrittura. Eccone i passaggi relativi.

Un caso a parte è quello di Andrea Camilleri, il cui fenomenale successo si è riverberato a cavaliere tra il Novecento e il Duemila su tutto il genere [del giallo]. Molto si è detto del singolare pastiche siculo-italiano che lo contraddistingue, [svelando] il segreto dell’accessibilità della lingua dello scrittore siciliano, solo apparentemente criptica. Facilitano la decifrazione del dialettismo la reiterazione degli stessi vocaboli (taliari ‘guardare’, spiari[17] ‘domandare’), la scelta di parole con ridotto scarto dal corrispondente italiano (cangiamentoralogio), la presenza di sicilianismi già radicati nel lessico italiano (picciottominchia). Quanto agli studiati espedienti per compiacere i molti ammiratori, è esemplare il topico “risveglio” del protagonista Salvo Montalbano, che si ripete negli incipit di molti romanzi della serie, con un repertorio quasi immutato di situazioni e sintagmi[18].

 Il problema essenziale è quello di interessare il lettore ai classici, perché il lettore motivato supera da sé l’ostacolo linguistico. Altrimenti non si capirebbe perché uno degli autori più acquistati e letti in Italia negli ultimi anni abbia potuto stendere centinaia di pagine di questo tenore:

«Dormì piombigno, affunnato dintra a un pozzo scuro, e quanno s’arrisbigliò scoprì che chioviva a strafottiri. Allura, che ’ntinzioni aviva il tempo? Un jorno bono e l’autro tinto? “Il fatto è che l’agonia delle stascioni oramà è addivintata troppo longa”, pinsò»[19].

Un po’ poco, potremmo rilevare. Davvero troppo poco, tanto più se consideriamo che nei due ricchissimi volumi dedicati a Lingue e culture in Sicilia, una sorta di storia linguistica dell’isola ricostruita nella complessità della variazione diacronica e sociolinguistica, il capitolo dedicato alla presenza di italiano e dialetto nella letteratura novecentesca e successiva ha notevoli pagine rivolte all’opera di Capuana, De Roberto, Verga, Pirandello, Brancati, Sciascia, Consolo (e vari minori e minimi), ma (se non ho visto male) il nome di Camilleri non vi ricorre[20].  Ricorre invece per qualche accenno riguardante le sue scelte onomastiche (cfr. n. 1) e nella più benevola selezione della parte antologica dedicata ai testi che documentano la presenza del dialetto nelle esperienze letterarie contemporanee. Eccone la sintesi, con qualche ripresa virgolettata: l’analisi dell’incipit riguardante Il tailleur grigio [2008], un noir senza Montalbano forse un po’ fuori dallo stile consueto (messo a confronto con l’incipit di Disìo di Silvana Grassi, che non interessa in questa sede), consente di rilevare nel primo la presenza di tratti significativi come forme lessicali simili all’italiano ma con caratteri diversi sul piano grafo-fonetico (matinedoppobranculiòralogiuoramàmacaricorcato), forme lessicali diverse rispetto all’italiano, il cui significato è facilmente desumibile dal contesto (raprì ‘aprì’, susennosi ‘alzandosi’, stinnicchiò ‘distese’, addrumò ‘accese’, taliò ‘guardò’, arrisbigliarsi ‘risvegliarsi’), calchi (mano mancina per sic. manu manca), forme dell’it. arcaico coincidenti con il sic. attuale (fallavacangiarle), forme dell’art. sic. (l’occhi), posposizione del verbo (sempre alle sei spaccate sonava). Se inoltre si considera che fine dell’autore è «l’accessibilità del messaggio» e la piena comprensione del testo da parte del lettore (senza che venga compromessa la funzione denotativa-descrittiva dei fitti dialettismi), si può ragionevolmente convenire che tali «scelte linguistiche rappresentano il definitivo superamento della vergogna ideologica del dialetto»[21] (vergogna sempre più debolmente avvertita nella società, va aggiunto, via via che, con il progredire dell’italianizzazione, cresce il livello di complessiva sicurezza linguistica degli italofoni e arretra la discriminazione antidialettale)[22].

Seguendo la pista, allarghiamo la prospettiva (anche a rischio di semplificare situazioni complesse e variegate). La lingua del romanzo, almeno dalla quarantana dei Promessi sposi ad oggi, si dispone lungo una duplice polarità. Da una parte lo stile orientato verso il parlato (in forme e misure diverse a seconda dei casi), per il quale è stato proposta l’etichetta di “stile semplice”: «una lingua media e colloquiale, la cui “naturalezza” comunicativa determina una riduzione della centralità estetica della parola»[23]. All’altro estremo la prosa di stampo espressionista, che punta allo «sfruttamento intensivo di risorse (in particolare lessicali) estranee alla lingua comune, motivato dalla ricerca di un allontanamento dalla medietà»[24]. L’impatto del “meticciato linguistico”[25] di Camilleri contribuisce alla affermazione di una scrittura gialla connotata in senso idiomatico, che associa all’ambientazione campanilistica i colori della varietà linguistica regionale. Degli scrittori che si collocano in scia del nostro autore e, più o meno marcatamente, a lui sembrano riferirsi io non tratterò. Dalle stesse fonti bibliografiche sopra richiamate (e da altre che utilizzerò dopo e via via citerò) sarà lecito derivare l’etichetta più frequentemente adottata per classificare il complesso della produzione di Camilleri di cui stiamo trattando: giallo e giallo all’italiana (in misura schiacciante). Al di là del cartellino prescelto, solo marginalmente e con una loro specifica peculiarità, quei romanzi arrivano a rasentare la linea espressionistica che, dal «Contrasto di Cielo d’Alcamo […] uno fra i più antichi documenti, probabilmente il più antico, di espressionismo vernacolare» (così Contini)[26], si dipana attraverso una tradizione che attraversa l’intera letteratura italiana e che riconosce in Gadda, proiettato nel cuore dell’Europa moderna, il suo maggior esponente, al punto che si arriva a parlare di “funzione-Gadda” e di “linea-Gadda”[27].

La funzione Gadda c’entra pochissimo con Camilleri e con il complesso delle sue scritture, che si collocano all’interno di linee di sviluppo definite a seconda dei casi “paraletteratura” o “narrativa popolare” o “narrativa di genere”[28], da assumere senza attribuire alle stesse alcuna connotazione negativa o sminuente. Non esistono molti punti di contatto tra il solitario ingegnere lombardo (che sfrutta in maniera esplosiva le potenzialità del lessico) e l’estroverso intellettuale siciliano (che si costruisce artigianalmente il suo vocabolario, con ritocchi mirati). Ce lo dice quest’ultimo, quando «dopo tanti anni passati come regista di teatro, televisione, radio, a contare storie d’altri, gli venne irresistibile gana di contare una storia sua con parole sue». Siamo nella fase di riflessione e di scelte linguistiche che presiede all’elaborazione dal primo romanzo, Il corso delle cose, scritto tra aprile 1967-dicembre 1968, pubblicato nel 1978 (Poggibonsi, Lalli) e poi in seconda edizione nel 1998 (Palermo, Sellerio), con una fondamentale nota dello stesso Camilleri, Mani avanti[29]. Quel romanzo fu alla fine pubblicato dopo aver subito una serie di ostacoli[30] (e poi tradotto in francese, in tedesco, in greco, in olandese, in castigliano, in catalano): ne è protagonista il maresciallo Corbo, non il fortunatissimo Montalbano da cui il primo verrà sostituito[31]. Ecco come, fatta la propria scelta, a distanza di un decennio, l’autore delinea nitidamente i confini che lo separano dall’ipotizzato antecedente lombardo:

Ero a questo punto quando tornai ad imbattermi nel gaddiano Pasticciaccio: credo, malgrado qualche critico abbia scritto il contrario, di non dover nulla a Gadda, la sua scrittura muove da assai più lontano, ha sottili motivazioni e persegue fini assai più ampi dei miei[32]. Molto devo invece al suo esempio. Mi rese libero da dubbi ed esitazioni. E così, a 42 anni, il primo aprile […] 1967, cominciai a scrivere il mio primo romanzo.

Il dialetto siciliano, affabilmente manipolato, è ingrediente strutturale della prosa di Camilleri. Con mille cautele mi sento di arrischiare al riguardo la formula “espressionismo soffice”, adeguata alla stesura molto sorvegliata dei romanzi che hanno come protagonista Montalbano e a mio avviso preferibile rispetto ad altre proposte come  “espressivismo  giocoso”  o «ritorno alla dimensione regionale come sede privilegiata del comico»[33]; risolvendo a vantaggio del secondo elemento della coppia, la dualità naturalismo~espressionismo (entrambi depurati di ogni oltranzismo) prospettata per molte manifestazioni del giallo all’italiana[34].

Ricostruire le ragioni delle iniziali molteplici difficoltà editoriali, in quale forma si siano manifestate, è difficile e ogni singolo episodio andrebbe esaminato autonomamente. E forse potrebbe rivelarsi addirittura futile, se riducessimo al rango di imprevidenza pregiudiziale e di banale miopia imprenditoriale quei rifiuti ripetuti che invece non vanno scorporati dalle discussioni che a vari livelli riguardavano, da un venticinquennio e oltre, la possibilità stessa dell’uso letterario dei dialetti, aspetto particolare (ma non minimo) della più complessa questione della lingua nel secondo Novecento[35].  A proposito del dialetto, è celeberrima la presa di posizione (successivamente mitigata) di Cesare Pavese, Il mestiere di vivere (11 marzo 1949).

Il dialetto è sottostoria. Bisogna invece correre il rischio e scrivere in lingua cioè entrare nella storia, cioè elaborare e scegliere un gusto, uno stile, una retorica, un pericolo. Nel dialetto non si sceglie — si è immediati, si parla d’istinto. In lingua si crea; nel 1959, rispondendo a un’inchiesta sull’uso-abuso del dialetto nel romanzo promossa dalla rivista «Nuovi Argomenti», alcuni scrittori esprimevano fastidio, come Elsa Morante:

nei romanzi odierni, e in particolare nei passaggi dialogati, l’uso del dialetto» risponde spesso «soltanto alla moda contemporanea del documentarismo che, per la sua falsa presunzione, dà sempre dei prodotti falsi;

altri rifiuto radicale, come Guido Piovene:

il dialetto è strumento per la rappresentazione di «esseri intellettualmente e culturalmente elementari […], parte della tendenza a trasformare la nostra letteratura in una specie di grande Cottolengo delle anime e dei corpi[36].

Peraltro in quegli anni o press’a poco apparivano il già citato Pasticciaccio di Gadda (pubblicato in volume nel 1957), Ragazzi di vita di Pasolini (1955), Libera nos a malo di Meneghello (1963) e La ferita dell’aprile di Consolo (1963). Ma solo nei decenni successivi, in un percorso segnato dall’italianizzazione crescente della società italiana e dal concomitante ridimensionamento dell’uso vivo dei dialetti, quasi per contraccolpo, la ribalta è sempre più occupata da opere idiomaticamente colorate, a vari livelli, e da voci di letteratura dialettale (le une e le altre a volte eccellenti a volte minori). Progressivamente la presunta subalternità del dialetto è superata e l’opzione plurilingue, uscita da aree protette, entra a pieno titolo nel corpo stesso della narrativa italiana e, nel caso di Camilleri, circola amplissimamente anche fuori d’Italia, con modalità traduttive tutte da inventare.

Tradurre una lingua così strutturata comporta capacità e strategia. Mille volte messe in campo, come dimostrano i ripetuti trasferimenti delle opere di cui parliamo in francese, castigliano, catalano, portoghese, inglese, tedesco, gaelico, danese, olandese, finlandese, croato, ungherese, greco, turco, giapponese, cinese, coreano, ecc., ricavabili dalle Notizie sui testi allestite per l’edizione delle Altre storie di Montalbano 2003-2019[37]. A riprova che il successo universale di quelle storie non risiede solo nella lingua, pur se la lingua è stata sicuramente un elemento che ha attratto fin dal principio l’interesse dei lettori. La sezione Bibliografia della critica dello stesso volume (2020: 1665-1712, in particolare 1710), rinvia a libri e a saggi che tentano di definire modalità e risultati delle traduzioni del vigatese: impresa certo non facile, come confermano dichiarazioni esplicite degli stessi traduttori, che ci regalano titoli in cui si parla di angoisse du traducteur devant une page d’Andrea Camilleri e di psicopatología del traductor camilleriano[38].

Varie indagini hanno messo in luce le componenti costitutive della lingua adottata da Camilleri, puntando a isolare i tratti dialettali più o meno devianti rispetto alla lingua nazionale, all’interno di una struttura sintattica prevalentemente italiana, che proprio per questo consente senza stridori l’inserimento massiccio di elementi lessicali di matrice siciliana (definiti autoctonismi), caratterizzati da un quoziente variabile di idiomaticità[39]. In essi è possibile distinguere tra voci di alta e di bassa frequenza: l’uso delle prime, almeno un centinaio di lemmi pansiciliani ad altissima frequenza [come] taliàtacamurrìatrazzèra ‘pista campestre’, ‘strada di campagna’, ganamacaritanticchiaacchianari, e così via»[40] si configura «come impiego di parole civetta immediatamente riconoscibili da tutti i lettori in ragione della loro ampia circolazione tanto nell’intero corpus camilleriano quanto nella narrativa siciliana, pur trattandosi di parole formalmente distanti se non diverse dalle corrispondenti parole italiane; le seconde, di occorrenza sporadica o quasi esclusive, possono invece essere considerate parte del personale bagaglio lessicale dell’autore in quanto parlante dialettofono, formatosi linguisticamente negli anni Trenta del Novecento.

Il riconoscimento è agevolato dall’uso accorto di glosse, che favoriscono l’interpretazione del pretto sicilianismo[41]. Un intreccio perfettamente amalgamato e comprensibile, dominabile da qualsiasi lettore[42]. Si spiegano così le ragioni linguistiche che motivano l’inesistenza di glossari nei libri di Camilleri; al punto che, quando tale sussidio interpretativo fu giudicato imprescindibile dell’editore, pena la mancata pubblicazione (Un filo di fumo), l’autore aderì alla richiesta e allestì il glossario, ma non mancò di rilevare che il compito fu da lui assolto «di malavoglia» per una prima edizione e poi, pur «superfluo», fu allegato a una seconda edizione di diciassette anni dopo perché l’operazione «sottilmente [lo] divertiva»[43].

Camilleri non è un linguista di professione né usa il metalinguaggio della linguistica, ma nei suoi romanzi sono molte le osservazioni che riguardano lessico e semantica, pragmatica, diglossia e commutazione di codice, varietà della lingua, come è naturale per uno scrivente consapevole e linguisticamente avveduto. A partire dalle meditazioni del protagonista (talora presentato in dialogo con l’autore), su sé stesso e su quello che accade, i testi sono ricchi di osservazioni sulla lingua, che offrono più o meno silentemente al lettore la possibilità di riflettere sulla stessa[44].  Nel blocco costituito dai primi sedici romanzi (da La forma dell’acqua a La caccia al tesoro [2010], Sellerio) e da quattro raccolte di racconti (Un mese con MontalbanoGli arancini di Montalbano [2001], La paura di MontalbanoLa prima indagine di Montalbano, Mondadori) si possono individuare alcuni temi fondamentali intorno ai quali si articolano le riflessioni metalinguistiche di Montalbano (cioè di Camilleri): la pluralità dei codici comunicativi, le dinamiche interne alla lingua, la scelta delle parole, gli usi reali, l’inventività e il gioco linguistico. Altri temi affiorano nel dialogo con De Mauro: il rifiuto dell’anglomania diffusa, del burocratese e degli eufemismi che servono a edulcorare la lingua reale, ecc.[45]. Anche dalla utilizzazione sapiente di tanti diversi spunti metalinguistici, spesso argutamente commentati, nasce l’attrattivo narrare di Camilleri che tanta parte ha avuto nel suo successo.

La percentuale di dialettalità dei suoi romanzi è stata quantificata in circa il 20% di parole non coincidenti con le italiane. Le statistiche vanno prese con cautela, tanto più se consideriamo che in un corpus così esteso le cose possono cambiare nel tempo: confrontando gli incipit di romanzi come l’iniziale La forma dell’acqua e Il cuoco dell’Alcyon [2019], ultimo pubblicato in vita da Camilleri

si nota un nettissimo incremento numerico dei dialettismi, che ora contendono alle forme italiane la predominanza sulla pagina. […] Il siciliano non è più limitato a singole parole, ma contamina pervasivamente l’italiano. Infatti, ad un certo numero di voci schiettamente dialettali (alliffatocummigliavascanto) si uniscono numerosissime forme che si allontanano dall’italiano solo dal punto di vista fonetico o morfologico. Naturalmente, ciò permette di aumentare a piacimento la quota di dialettismi senza rendere incomprensibile il testo ai lettori non siciliani: nessuno avrà difficoltà a ricondurre abballannovalzarosupra, ecc. alle corrispondenti parole italiane. Di fatto i due brani sono scritti in due lingue diverse: nel primo caso si ha un italiano punteggiato da elementi dialettali, nel secondo un vero e proprio ibrido siculo-italiano[46].

Il processo di progressiva immersione nel siciliano risulta evidente se mettiamo a confronto le due versioni di Riccardino, l’originaria del 2005 e la definitiva del 2016, pubblicate entrambe «senza ulteriori correzioni dell’autore e senza interventi redazionali, ad eccezione di refusi e sviste, lasciando inalterate difformità linguistiche e lessicali»[47]. Questa assicurazione editoriale garantisce la piena affidabilità del confronto e consente di individuare nitidamente le modalità della prassi correttoria messa in atto da Camilleri, da lui stesso dichiarata con queste parole (su cui torneremo):

Non ho […] cambiato nulla della trama, però ho pensato fosse doveroso aggiornare la lingua. In questi anni si è tanto evoluta. Grazie anche alla fiducia dei miei lettori che mi hanno seguito, compreso e che mi hanno quindi permesso di farlo»[48].

Rivendicando con queste parole il proprio diritto di costruire e di modificare progressivamente le proprie scelte linguistiche. Il confronto tra le due edizioni di Riccardino è agevolato dalla numerazione omogenea delle pagine che, per accorta scelta dell’editore, è identica. Il mio campione si limita alle quattro pagine iniziali, Capitolo Uno, in entrambi i casi numerate 3-6, e alle due pagine conclusive, Capitolo Venti, 272-273, anche in questo caso d’identica numerazione. Trascuro qui per ragioni di tempo punteggiatura, grafia, e testualità, pure interessate da fenomeni di ristrutturazione. Riducendomi a un numero ridotto esempi significativi mi limito a citare[49]:

il vocalismo tonico ([accanosceva]>accanosciva, [feci]>fici, [vederlo]>vidirlo, [vendetta]>vinnitta, [solo]>sulo, [ora]>ura), protonico ([festevoli]>fistevoli, [gelosia]>gilosia, [fottergli]>futtirigli) e finale (per -i, non per -u), che raggiunge sostantivi, aggettivi e anche verbi ([conclusione]>conclusioni, [fine]>fini, [una indagine]>’n’indagini, [indescrivibile]>’ndescrivibili, [personale]>pirsonali, [avrebbe] >avrebbi, [mi dispiace]>mi dispiaci, [fare]>fari, [pare]>pari, [parse]>parsi); per il consonantismo l’assimilazione intervocalica –nd->-nn– in [vendetta]>vinnitta, in [dimando]>addimanno e in vari gerundi ([cataminandola]>cataminannola, [navicando]>navicanno, [tornando]>tornanno), l’assorbimento di preconsonantica in [volta] >vota, [volte] >vote, l’idiomaticissima realizzazione palatale in [colla]>coddra; per i fenomeni generali la diffusa aferesi di i- ([indescrivibile]>’ndescrivibili, [infatti]>’nfatti, [intelligenti] >’ntelligenti) e la sistematica realizzazione aferetica dell’art.f. ([una]>’na / ’n’), la prostesi generata dalla concrezione a vari verbi di AD-, assimilato quando è possibile ([capì]>accapì, [capiricci]>accapirici, [chiamò]>acchiamò, [chiamato]>acchiamato, [chiami]>acchiami, ecc., [dimando]>addimanno), l’epentesi in [fottergli]>futtirigli, [goderselo]>godirisillo); per la morfologia, oltre al già ricordato art.f., il pron. pers[a me]>a mia; per la sintassi l’accusativo preposizionale [accanosceva nisciun]>accanosciva a nisciun, [chiamarlo]>acchiamari a vossia, e il privilegio accordato al passato remoto in luogo del passato prossimo [L’hanno ammazzato?]>L’ammazzaro?, [se ne è scordato?]>si nni scordò?; per il lessico (spiaggia)>pilaja, voce che il VS documenta nei repertori ottocenteschi di Macaluso e di Traina,  oggi attestata nel ragusano a Ragusa e a Scicli e nell’agrigentino solo a Casteltermini, località a un tiro di schioppo da quella natale del nostro autore[50].

Pur quantitativamente ristretto, il campione offre un risultato inequivocabile: i sicilianismi crescono in maniera cospicua a tutti i livelli della lingua[51].

La rimodulazione linguistica di Riccardino conferma e rinforza una linea in atto da decenni, coerente con l’esplicita dichiarazione dell’autore nel 1967, agli inizi del suo percorso, nel momento in cui è alla ricerca della lingua. A suo padre malato, anzi morente, sceglie di raccontare la trama del Corso delle cose nell’unico modo possibile, utilizzando non un suo «peculiare modo di raccontare, [ma] semplicemente il modo di parlare della piccola borghesia siciliana; noi, a casa nostra, parlavamo in quel modo»[52]. Quel modo, in un primo momento soffocato per rispondere ai supposti gusti del pubblico e alle incertezze dell’editore, viene riaffermato nella seconda edizione del romanzo, quando l’autore ha guadagnato la propria libertà di scrittura[53]. Anche nel nostro caso (come abbiamo già visto prima) il dialetto cresce nella nuova redazione ma il suo incremento non ostacola la comprensione del testo da parte dei lettori non siciliani, grazie alle consolidate strategie che ormai conosciamo e che esemplifico rapidamente, ricorrendo anche a qualche esempio aggiuntivo rispetto alla quantità ristretta del campione.

1. L’identità di basi comuni agli esiti dialettali e agli esiti della lingua, che agevola la riconoscibilità dei primi.

2. Il sistematico accoppiamento di lessemi dialettali e morfemi italiani realizzato mediante il trattamento fonomorfologico di forme di lessico dialettale come se fossero italiane. Il morfema dell’infinito in –are, applicato già nella prima redazione a taliare (p. 106 e p. 114, verbo usatissimo nella prosa di Camilleri)[54], attribuito ora anche a mangiare (p. 119 e p. 120), che sostituisce mangiari (della prima versione). Questa opzione può essere utilizzata addirittura con finalità stilistico-espressionistiche, mediante la coniazione di un ibrido come pirsona, forma consueta e ripetutamente adottata in altri romanzi[55],  che qui ricorre in entrambe le versioni (p. 237), nell’irrefrenabile notissima sequenza di Catarella di pirsona pirsonalmenti. Il recupero della tonica toscana a svantaggio di quella siciliana [ò non ù] e il mantenimento della fonetica siciliana in protonia [i] alluderebbe, secondo una certa interpretazione[56],  parodicamente ai «modi di esprimersi di ipotetici incolti e di villani rifatti» che si provavano a toscaneggiare, affettando malamente toni linguistici elevati.

3. La ripetitività e la ricorsività delle forme estranee alla lingua al fine di rendere i sicilianismi intellegibili al grande pubblico, nonostante la distanza formale degli stessi dalle corrispondenti parole dell’italiano. Perfino pilaja sostitutivo di spiaggia[57], facente parte di un parco catalogo di voci fortemente idiomatiche (una quindicina, non di più) costitutive dell’idioletto camilleriano, può essere accolta con favore, a dispetto della sua innegabile oscurità iniziale. Marchio di riconoscimento di una lingua personale, non elemento estraneo da respingere o da censurare.

L’autodefinito vigatese[58] non corrisponde precisamente a nessuna lingua reale, è un dialetto manipolato, una lingua ’invintata, che non va identificata con «la parlata felicemente viva e fluente nel mondo strutturato di Vigàta e nelle sue ordinarie recite all’improvviso: senza copioni e senza palchi»[59]. L’iniziale identità tra lingua dei romanzi e lingua familiare[60] via via cede il passo ad una diversa soluzione linguistica, un «similvero» più vero del vero che riscuote un successo straordinario (riutilizzando a fini diversi la felice coniazione di Giuseppe Marci e Giovanni Capecchi che dà il titolo alla ventesima uscita di «Quaderni camilleriani»[61])[62]. La revisione di Riccardino, che risponderebbe al dovere di «aggiornare la lingua [che] in questi anni si è tanto evoluta», ci mette di fronte a un apparente paradosso. L’aggiornamento sicilianizzante è in controtendenza obiettiva rispetto all’evoluzione del parlato reale: tra il 1967 e il 2020 il siciliano, come ogni dialetto della penisola, ha visto diminuire, non accrescere, la propria idiomaticità. Ma l’aggiornamento non intende rispecchiare i dinamismi sociolinguistici reali, risponde alle aspettative dei lettori che hanno compreso e accettato le scelte linguistiche dell’autore, decretando il successo dei romanzi e della lingua in cui sono scritti: materiale plasmato a piacimento da chi scrive che tuttavia richiede la complicità di chi legge. La rielaborazione della lingua di Riccardino, corollario finale di una biografia letteraria straordinariamente coerente in tutte le sue fasi, va in questa direzione[63].

 

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Sitografia

http://www.camillerindex.it. CamillerIndex è un progetto avviato nel 2016 da Federico Diana, Giuseppe Marci e Maria Elena Ruggerini.


[Una versione orale ridotta di questo testo fu presentata al Convegno «Camilleri e la lingua. Dalle carte d’archivio alle opere letterarie» (San Miniato, 30 maggio 2025) organizzato dalla benemerita «Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato» (ringrazio gli organizzatori per la cordiale accoglienza). Tracce dell’oralità originaria permangono ancora in questa versione.]

 

Note

[1] La scelta del nome si deve a due ragioni: la diffusione dello stesso in Sicilia e l’apprezzamento di Camilleri nei confronti dal catalano Vázquez Montalbán, autore del romanzo Il pianista: «Nel momento in cui dovetti dare un nome al mio commissario fecero concorso due cose: il fatto che il nome Montalbano è uno dei più diffusi in Sicilia e un ringraziamento a Vázquez Montalbán per avermi dato una soffiata per la soluzione della struttura temporale del Birraio di Preston [1995]», cfr. Franchini in Camilleri (2022: cxii). Altre scelte onomastiche «meno consapevoli» sono indicate in Castiglione-Assenza-Trovato-Burgio (2013: 397-398).

[2] Coluccia (2020: 135-136).

[3] Da identificare con la Vigàta dei romanzi, al punto che la cittadina reale ottiene nel 2004 la facoltà di poter aggiungere al proprio nome anche quello di Vigàta; il cartello stradale con l’indicazione del doppio toponimo presto sparisce, rubato da un gruppo di turisti tedeschi, cfr. Franchini in Camilleri (2022: cxxiv).

[4] La rinomanza di Camilleri, esplosa negli ultimi suoi due decenni, cresce gradatamente con l’infittirsi delle sue pubblicazioni. La Fauci (2006) ricorda che, a dispetto della neve abbondante caduta la notte prima e nonostante la ricorrenza prefestiva, sabato 17 dicembre 2005 alle 10 del mattino, nella svizzera San Gallo, «un buon numero di signori e signore di mezza età, infreddoliti negli abiti della festa», si arrampicava in automobile «per la collina su cui è adagiata l’Università» allo scopo di assistere ad un video-incontro con il conferenziere lontano. Introducendo il relatore ad una lezione per il ciclo di conferenze «I venerdì del Direttore» tenuta il 19 gennaio 2011 alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis sottolineava gli scroscianti applausi che avevano accolto il relatore e il fatto che la sala di conferenze, normalmente utilizzata per tale ciclo di incontri, fosse piena al punto che si era resa necessaria l’aperta di una seconda sala, collegata in video.

[5] La messa in scena di Fin de partie del 1958 è ricordata in una commossa “lettera” postuma apparsa su «Artribune» del 19.07.2019 dall’artista Paolo Canevari che, frequentandone assiduamente la casa, ebbe la sorte di poter presentare a Camilleri la propria tesi di diploma per l’Accademia di Belle Arti, che parlava dei parallelismi tematici tra Samuel Beckett e Francis Bacon.

[6] L’eccezionale prolificità e varietà della produzione di Camilleri si ricava da Franchini, in Camilleri (2022: lv-cxl), cronologia corredata della lista relativa alla documentazione conservata nel «Fondo Andrea Camilleri» (v. Corridoni 21, nel romano quartieri Prati), impeccabilmente curato dalle figlie Andreina, Elisabetta e  Mariolina Camilleri: «regie, sceneggiature, copioni, bozze, appunti autografi, foto di scena, locandine, audiovisivi e materiale a stampa oltre a un centinaio di poesie inedite, ai romanzi annotati a mano e a una ricchissima corrispondenza»; e chiusa dall’epigrafe attribuita ad Antonio Sellerio: «Camilleri […] non è spuntato dal nulla a 75 anni, ma è stato un personaggio centrale della cultura italiana fin da giovane. Camilleri era un collezionista di se stesso [sic]. E di ogni cosa aveva memoria. Lui non avrebbe avuto bisogno di conservare nulla, lo ha fatto per noi». Tale affermazione va accostata a queste parole dello stesso Camilleri: «butto tutte le successive stesure del testo, lasciando salva solo la definitiva. Appena il libro è edito, butto via tutto, non lascio traccia dei miei delitti», cfr Camilleri-De Mauro (2013: 78). Come mi rivelano generosamente gli stessi custodi, un inedito pezzo teatrale è conservato nel citato «Istituto Dramma Popolare di San Miniato», il cui Direttivo da ottant’anni organizza stagioni estive culturali e teatrali; quella del 2025, curata da Alexander di Bartolo, archivista e organizzatore della rassegna “Archivi in Dialogo”, è stata dedicata a Camilleri (nel centenario della nascita).

[7] Camilleri ([1997] 2001). Si leggano anche le considerazioni già di molti anni precedenti (1964) riproposte in Camilleri (2022: xciii): «Ciò che mi affascina in Simenon è la tranquillità borghese. Questo mi ha affascinato sempre. […] A me è sempre piaciuto l’individuo normale, assolutamente privo di tratti di eccezionalità, un individuo in grado di connettere i fatti tra loro e di ragionarci sopra. Questo era il mio ideale. E quest’ideale aveva un nome: Simenon». Considerazioni di tono vario su analogie e differenze tra i due in Jurisic (2012), Alavoine (2018), Politano (2021), ecc. (ometto gli articoli di quotidiani e riviste che traggono spunti da conversazioni e interviste con l’autore).  

[8] Tra i contributi più recenti sull’argomento, cfr. Marci 2020; e vedi anche, nella stessa sede, Caprara et al. 2020. Il resoconto di una visita che nel 1935 Pirandello (gigantesco e scantusu nella sua divisa di accademico d’Italia) fa alla nonna Carolina Camilleri, presente il decenne Andrea, è nella Cronologia allegata a Camilleri (2022: lx).

[9] Di triangolo delle storie dislocato tra Porto Empedocle-Girgenti-Racalmuto discute Capecchi (2020b).

[10] Tanto più atroce l’inettitudine delle classi dirigenti degli ultimi decenni, documentata dalla mancata ricostruzione dopo il terremoto che nel 1968 rase al suolo Gibellina, Salaparuta e Poggioreale (ho constatato con i miei occhi l’inaccettabile situazione nell’agosto 2024). Per non parlare delle insufficienze che hanno finora (giugno 2025) caratterizzato le manifestazioni per celebrare Agrigento, capitale italiana della cultura 2025.

[11] Vi allude, con indicazioni bibliografiche, Maiolani (2020: 74).

[12] Senza pretesa di completezza ricordo almeno i lavori di Anile (2018), Borsellino (2002), Borsellino (2004), Fiore (2008), Lo Cascio (2004), Lo Castro (2015), Lodato (2002), Marci (2016), Marci (2019), Maiolani (2020), Privitera (2009), Santono (2002), citati in ordine alfabetico perché spesso più temi affiorano nel medesimo saggio. Il nome di Sciascia ricorre ripetutamente nei saggi e nelle bibliografie che corredano i volumi che «i Meridiani» dedicano alla riedizione delle opere di Camilleri (2002), (2004), (2013), (2022).

[13] Camilleri-De Mauro (2013: 26).

[14] Il libro, pubblicato nel 1997 (tradotto in Francia per Editions Gallimard e in Germania per Piper Verlag) racconta le stragi del 1848 in Sicilia oscurate dalle autorità e dimenticate dagli storici. Centoquattordici caduti nella rivolta del 1848 in Sicilia: «servi di pena» – com’erano chiamati i galeotti nelle carte burocratiche del tempo a registrazione dei servigi resi col lavoro coatto – uccisi dalla polizia borbonica non per colpe particolari né perché rappresentavano un pericolo reale; se non quello, forse, che si associassero agli insorti.

[15] L’episodio è così ricordato nella Cronologia di Camilleri 2020, p. cvi: Sciascia «Disse: ‘Scrivilo tu’» E io: «Sì, va be’, lo scrivo, ma io non so scrivere queste cose come le sai scrivere tu». «Scrivile a modo tuo». «Ma poi chi me lo stampa un librettino di sessanta pagine?». «Ti presento a Elvira Sellerio». La rievocazione è riportata, con qualche variazione formale, già in Lodato (2002: 239): Sciascia così commenta il dattiloscritto de La strage dimenticata: «Andre’, troppe parole siciliane ci sono. Tu hai scritto ’sto bellissimo libro che è Un filo di fumo [1980]»; aggiungendo: «Stai attento, eccedendo in dialetto ti tagli in comprensione». La strage dimenticata, pubblicato da Sellerio, risente con evidenza dell’influsso sciasciano; i rapporti testuali e linguistici tra Sciascia e Camilleri sono ricostruiti, sulla base di questo e di altri testi che rientrano nel filone del racconto-inchiesta, da Campanella 2024.  

[16] Trifone-Picchiorri-Zarra (2023: 391).

[17] Che peraltro costituisce un falso amico, come macari ‘anche’ citato successivamente.

[18] Ricci (2014: 305).

[19]  Squillacioti (2021: 310). 

[20] Alfieri-Motta-Sardo (2013).

[21] Castiglione (2013: 866-868). Altri minuti riferimenti a Camilleri alle pagine 869, 876, 878, 880.

[22] A questa sequenza di opere collettive di ampio respiro in cui il posto riservato a Camilleri è ridotto o inesistente si sottrae meritoriamente e precocemente la messa a punto di Bertini Malgarini (2002: 1023): «I suoi [di Camilleri] romanzi gialli […] se non potranno garantire a Camilleri un posto, magari accanto a Dante o Manzoni, nei manuali di storia della letteratura, si propongono all’attenzione degli addetti ai lavori almeno per l’originalissimo impasto linguistico per il quale la critica militante ha usato diverse formule: tra le più fortunate quella di “meticciato italo-siciliano”».

[23] Testa (1997: 6).

[24] Matt (2020: 41).

[25] Bertini Malgarini-Vignuzzi (2008: 92): «dalla metà degli anni ’90, auspice e complice il “meticciato” linguistico di Camilleri, nella cucina del giallo all’italiana il sapore della spezia dialettale, vernacolare o italianizzata, è diventato se non necessario, certo sempre più frequente».

[26] Contini (1960: I 175).

[27] In questa sede basterà il riferimento alla densissima sintesi enciclopedica fornita da Contini ([1977] 1988).

[28] Rispettivamente, Ricci (2014: 283); Matt (2020: 39); Novelli in Camilleri (2022: xi), per citare solo alcuni esempi.

[29] Da questa nota traggo i due virgolettati a testo, che precedono e seguono.

[30] In più punti di Mani avanti si sottolineano le iniziali diffidenze nei confronti della originaria patina linguistica siciliana, “regolarizzata” controvoglia dall’autore nella prima edizione, proprio per poter accedere alla agognata pubblicazione del proprio testo. 

[31] Di Benedetto (2020: 179 per la citazione testuale successiva) individua una serie di rapporti intertestuali tra I promessi sposi e questo primo romanzo di Camilleri: a Don Abbondio si rifarebbe la figura del camilleriano Vito, analoghi sarebbero la coppia di “bravi”, l’incipit paesaggistico serale, la peste, una processione, una vigna come luogo del male. È una filiera costante. «Camilleri, che apre il suo cantiere narrativo nel 1967 ponendosi alla scuola del Manzoni, ciclicamente, la chiuderà in nome di don Lisander, se si considera quanto dichiarato nella sua ultima intervista televisiva, pochi mesi prima della scomparsa: “Il libro che più ho amato non è scritto da me. Si chiama I promessi sposi ed è di un tale milanese, Alessandro Manzoni”».

[32] Pur tenendo conto del gaddiano «crepitio improvviso di uno zolfanello illuminatore» che consente a Montalbano la sintesi risolutiva del caso di cui occupa, parla ricordato da Novelli, in Camilleri (2022: p. xxvi).

[33] Dovute rispettivamente a Arcangeli 2004 e Antonelli (2006: 107), che così motiva: «Il modo in cui Camilleri ricorre al dialetto […] è molto lontano da qualunque atteggiamento sperimentalistico o avanguardistico: quegli accenni non hanno nessun accenno espressionista. È piuttosto un ritorno alla dimensione regionale come sede privilegiata del comico, alla caratterizzazione locale come molla del riso o del sorriso». A riprova adduce un passaggio del Birraio di Preston, dove vengono rappresentate le parlate di un mazziniano romano, di un prefetto fiorentino, di un colonnello piemontese, per concludere: «Ciò che conta è la riconoscibilità: il romanesco non dev’essere davvero romanesco, ma deve suonare come il romanesco, proprio come lo spagnolo maccheronico dei milites gloriosi nella commedia cinquecentesca. È il ritorno della commedia delle lingue, la rivincita delle macchiette d’avanspettacolo, è il dialetto per diletto» (corsivi dell’originale).

[34] Bertini Malgarini-Vignuzzi (2010: passim).

[35] Per una sequenza di rifiuti, con o senza motivazione, anche da parte di grandi case editrici, cfr. i ricordi annotati in Camilleri (2022: c). Sintomatico che perfino Elvira Sellerio sia rimasta «terrorizzata» a una prima lettura de La stagione della caccia [1992] perché l’autore «usava diffusamente il dialetto e [il testo] sembrava destinato a pochi eletti», cfr. Notizie sui testi in Camilleri (2004: 1740).

[36] Mi rifaccio alla sintesi di Serianni (2012: 251).

[37] Camilleri (2022: 1643-1664). Un quadro con informazioni dettagliate su traduzioni e traduttori, introdotto dalla domanda «Ma come si fa a rendere all’estero la difficile prosa di Andrea Camillari?», è al sito https://www.vigata.org/traduzioni/bibliost.shtml (almeno una trentina le lingue in cui Camilleri è stato tradotto). Vari contributi sul tema anche nella Bibliografia della critica annessa a Camilleri (2004; 1764-1785, specificamente 1764-1765, con riferimento al vol. Letteratura e storia. Il caso Camilleri (Atti del Convegno di Palermo, 8-9 marzo 2002), introduzione di Antonino Buttitta, Palermo, Sellerio, 2004).

[38] Ne sono autori rispettivamente Serge Quadruppani, L’angoisse du traducteur devant une page d’Andrea Camilleri (in quadruppani.samizdat.net), e Pau Vidal, Por una psicopatología del traductor camilleriano, nel numero di Quaderni Camilleriani 4 (2017), a cura di Giovanni Caprara, significativamente intitolato «Tradurre il vigatèse: ¿es el mayor imposible?».  A detta dello stesso Camilleri, che risulta lo scrittore italiano più letto in Francia, per tradurre il verbo tambasiare (per cui cfr. la successiva n. 41) il traduttore è andato a scovare un corrispondente francese idoneo in Normandia, cfr. Capecchi (2000: 9 e 124)

[39] Sottile (2019: 299 e 230 per i virgolettati che seguono, 301 per la percentuale di sicilianismi indicata dopo). Solo eccezionalmente si dà spazio ad altri dialetti italiani o ad altre lingue. Oltre al già ricordato Il birraio di Preston (n. 33), andranno segnalati La mossa del cavallo (Milano, Rizzoli, 1999, genovese) e Il re di Girgenti (Palermo, Sellerio, 2001, spagnolo), che inducono Sulis (2007: 215 e n. 7, in particolare) a parlare di plurilinguismo.

[40] Novelli, L’isola delle voci, in Camilleri (2002: lxxxiii).

[41] Eccone una piccola lista, desunta per i volumi dalle varie edizioni Sellerio (quando mi limito a indicare la pagina) e per le raccolte di racconti dalla stampa Camilleri (2004), ogni volta esplicitamente citata). «Era una furfantaria quindi, una menzogna» (Il ladro di merendine [1996]: 182); «Gli piaceva il sciàuro, l’odore del porto di Vigàta» (La gita a Tindari: 17); «Non voglio provocare scarmazzo, rumore» (La prima indagine di Montalbano [2004]), in Camilleri (2004: 264); anche con inversione della sequenza, prima italiano e poi dialetto: «Sul medico mai nessuna voce maligna, una filàma» (Un mese con Montalbano [1998]), in Camilleri (2004: 68); o con segnalazione esplicita dell’equivalenza grazie a formule esplicative come cioèvale a dire, ecc.: «Lapis l’aviva convinto ch’era meglio “fari luna”, cioè marinare la scola» (La paura di Montalbano [2002], in Camilleri (2004:  107); «“I Sinagra sono quaquaraqua”. Vale a dire all’ultimo posto nella scala-valore degli òmini» (Un mese con Montalbano, in Camilleri (2004): 18). Un verbo come tambasiare ‘bighellonare, andare in giro senza una meta’ (che il VS indica come attestato solo a Cammarata, agrigentino centrale) presta il fianco a una digressione del protagonista che si allarga fino a considerazioni quasi estetizzanti: «“Ora mi metto a tambasiàre” pensò appena arrivato a casa. Tambasiàre era un verbo che gli piaceva, significava mettersi a girellare di stanza in stanza senza uno scopo preciso, anzi occupandosi di cose futili» (La forma dell’acqua [1994], p. 151); ne parla lo stesso Camilleri in un’intervista orale a Serena Dandini nel documentario Camilleri 100, scritto e diretto da Francesco Zippel, andato in onda in prima visione su Rai 1 il 6 settembre 2025 (genetliaco dello scrittore), per ricordarlo a 100 anni dalla nascita. In

CamillerINDEX il verbo risulta attestato in La forma dell’acquaLa bolla di componenda (1993), Il birraio di PrestonIl cane di terracotta (1996), Il ladro di merendine. Non mancano equivoci generati dall’uso giudicato “improprio” della parola italiana, in presenza di un quasi omofono siciliano correntemente usato: «Augello aveva detto “Ho deciso di sposarmi” e lui aveva capito “Ho deciso di spararmi”. Certo! Quando mai in Sicilia ci si sposa? In Sicilia ci si marita. Le fimmine, dicendo “mi voglio maritari” intendono “voglio pigliare marito”; i màscoli, dicendo la stessa cosa, intendono “voglio diventare marito” (La gita a Tindari: 49-5)».

[42] Addirittura non madrelingua, come sembrerebbe indicare un tentativo di utilizzare a fini di didattica dell’italiano a stranieri (compreso il riconoscimento di alcune varietà dialettali) Il birraio di Preston. Sei studentesse Erasmus di vari paesi europei sono state in grado di riconoscere, sia pure “a grandi linee”, la caratterizzazione dialettale dei personaggi, con una gerarchia di identificabilità corrispondente alla maggiore o minore vicinanza all’italiano (fiorentino/toscano, romanesco, siciliano, milanese, piemontese), con maggiore difficoltà per le varietà settentrionali, cfr. Franceschini (2003: 217)

[43] La vicenda è ricostruita con analisi dei particolari e con molti dettagli da Matt (2020: 45-46).

[44] Riassumo in poche righe il lavoro di Santulli (2010,) che si segnala anche per l’abbondanza dei brani commentati. Di «uso velato di considerazioni metalinguistiche nei romanzi di Camilleri» discute Vizmuller-Zocco (2010: in particolare 116-120).

[45] Camilleri-De Mauro (2013: 107, 109-110, 114-115).

[46] Matt (2020: 47-48).

[47] Camilleri (2020: xi, Nota dell’editore). Franchini, in Camilleri (2022: cxl) precisa e conferma: «Il 16 giugno [2020], il giorno prima dell’anniversario della morte, esce Riccardino, l’epilogo di Montalbano. Camilleri ne aveva scritte due versioni, la prima risale al 2005. Ritenendola superata, ne scrive un’altra nel 2016. Sellerio pubblica, in brossura, la versione ultima e definitiva, e raccoglie, in edizione rilegata, entrambe le stesure per quei lettori che volessero apprezzarne le differenze».

[48] Camilleri (2020, 276, Nota dell’autore.

[49] Il primo elemento costituisce la forma originaria, il secondo la sostituzione; a volte la medesima forma presenta due diversi fenomeni dialettali e viene quindi replicata.

[50] La parola ricorre in Genco (2001), con la seguente glossa: «‘spiaggia’ Ma nel dialetto siciliano corrente si usano, indifferentemente, praia e plaia. Camilleri scrive sempre pilaja». Il CamillerIndex ne indica la presenza in La strage dimenticata (1984), La stagione della cacciaLa forma dell’acqua. Non è registrata in Bonfiglio (2012).

[51] Un unico esempio in controtendenza si registra a p. 272: per la testa (~ pi la testa), in cui la preposizionesiciliana è abbandonata a vantaggio della corrispondente italiana. Sul lavoro «da maestro-lapicida o da miniaturista» operato da Camilleri per la nuova edizione di Riccardino si leggano anche le pp. della Nota di Salvatore Silvano Nigro, Le due redazioni del romanzo, in Camilleri (2020: 275-282, specificamente 279-281).

[52] Camilleri (2022: xcvi). Si leggano le parole con cui, nella Postfazione alla seconda edizione del romanzo (1998), Camilleri descrive la proprio insoddisfazione verso l’italiano, percepito come lingua estranea, inadeguata alla narrazione, adatta solo a «redigere una domanda in carta bollata o un biglietto d’auguri» (p. 141); la scoperta improvvisa di un linguaggio familiare, vicino al «“parlato” quotidiano di casa» (p. 142), interpretata come «un discreto avvio per una ricerca di linguaggio certamente lunga e difficile» (pp. 142-3); cfr. Sulis (2010: 250).

[53] Sulis (2010: 255): «l’aumento del tasso di regionalità […] costituisce l’unico vero cambiamento di rilievo tra le due edizioni», con ampio elenco di prestiti siciliani adattati all’italiano: «47 esiti di macari in sostituzione di anchemagarifinalmentepure, […] 28 di taliàre / taliàta < guardare occhiata, […] 17 di assittarsi < sedersi, 13 di (sta)matina /-o, scempiato, 12 di sacchetta < tasca (che però rimane tasca, nella frase di ambizione più letteraria “raggiungere la secca di quelle tasche”), 10 di fìmmine/a < femmine/a o donne, 6 di cammara < camera (rimane in camera da letto), […] 3 sostituzioni verso assistimaredoppopranzoganaseggia, […] 2 verso aggelareammucciatocarrico/carricaremaritare < sposareminchiatanticchia, e una ventina di lemmi che vengono inseriti solo una volta».

[54] Copiosa documentazione fornisce CamillerIndex.

[55] Alle forme indicate da CamillerIndex (la cui schedatura è in corso), si aggiunga almeno La gita a Tindari, p. 177.

[56] La Fauci (2018: 75-76).

[57] Anche in questo caso: alle forme indicate da CamillerIndex  si aggiunga almeno Il cuoco dell’Alcyon (: 167 e 173).

[58] Ripetutamente, fino a Riccardino, p. 101: «Non dire parolacce e non parla in vigatese» intima Livia a Salvo, nella seconda versione. Nella prima invece: «Non dire parolacce e non parla in dialetto».

[59] Nigro (2015: 11); la formula ritorna nella Nota di Nigro in Camilleri (2020: 282).

[60] Su cui La Fauci (2001: 31): «La lingua che dà forma alla sua scrittura […] non è il “dialetto” ma “il parlato quotidiano di casa sua, un linguaggio d’uso privato, familiare” e quel che ne vien fuori è “un misto di dialetto e lingua”» [nel titolo si parla di “lingua nonna”]; Matt (2020: 44-45): «il linguaggio che parlava in famiglia, fatto della mescolanza di elementi di italiano e dialetto, è perfettamente funzionale» al tipo di narrazione che [Camilleri] ha in mente.

[61] Il re di Girgenti: al confine tra vero e «similvero».

[62] Mi fa piacere di citare, perché relativamente poco conosciuto e linguisticamente eccezionale, il gustoso episodio che riguarda il finto ritrovamento di una novella di Boccaccio (che non apparterrebbe al Decameron) di cui Camilleri riproduce il testo, corredandolo di una Nota al testo e di un Glossario. Si tratta di un divertimento con moltissimi precedenti letterari: la novella e la lingua trecentesca in cui è redatta sono frutto dell’invenzione di Camilleri ([2007] 2018). Un cenno in Camilleri-De Mauro (2013: 63). Ringrazio Mariarosa Bricchi per avermi indicato l’esistenza di questo “quasi Boccaccio”.

[63] Il percorso si avverte già considerando le difformità rilevate tra la lingua de La forma dell’acqua e quella del Cuoco dell’Alcyon, cfr. p. XY e n. 45; giunge a compimento con la revisione linguistica di Riccardino e con le ragioni addotte dall’autore per motivare la revisione stessa. Per mera completezza bibliografica, a dispetto della esilità delle tesi sostenute, segnalo il volumetto di Scaglia (2010: 5) che parte da questa premessa: «Vero è che noi siciliani, per rendere più efficace e immediato il nostro messaggio, parlando in italiano, puntualmente, inseriamo motti e modi di dire della nostra atavica cultura, ma allora, visto che per Niria scrivere è come parlare, perché, nel comporre, non operare nella stessa maniera di come ci esprimiamo? Crediamo che, il farlo, non avrebbe modificato la sua tecnica» (Niria sarebbe l’equivalente di Andrea in siciliano). Segue una lista di grafie, di tratti morfosintattici, lessicali, testuali, di proverbi usati da Camilleri e devianti dal siciliano, a detta dell’autore.

 

 



Last modified Saturday, December, 27, 2025