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Sempre questi ritorni
Sempre questi ritorni
trafitti dagli urli dei treni
tra la folla che sbanda
e l'ombra della sera lungo i muri.
Ad una svolta
è la ferita rossa d'una rosa.
Nell'ora che scocca dalla torre
riposa la mia stanchezza.
Andrea Camilleri
Poesia inedita scritta il 6 luglio 1944.
Pubblicata su Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2025
Se serve un «sempre» per fare il poeta
Il 6 luglio del 1944, data apposta alla poesia inedita di Andrea Camilleri qui pubblicata, il giovane poeta aveva diciannove anni. Era una matricola. Si era iscritto alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Palermo. Si preparava a sostenere i primi esami, e intanto pensava ai racconti che gli sarebbe piaciuto scrivere. Li avrebbe mandati al giornale «L’Ora». O forse all’«Italia socialista». Confidava nella pubblicazione. Intanto leggeva molte riviste di poesia. Su fogli staccati di quaderni a righe si azzardava a scriverne qualcuna. Per iniziare aveva bisogno di stampelle, di punti di appoggio sicuri scelti tra i versi dei poeti più amati. Nella poesia del 1944 si appoggia a un «sempre» d’apertura offerto da Leopardi e a quel «trafitti» che gli viene da Quasimodo. Poi procede scioltamente, con sicurezza. Sapeva che doveva ancora pagare un prezzo agli anni acerbi e alla scuola. Si sapeva però più poeta che narratore. Ne cercava la conferma. Era attento ai giudizi che lo incoraggiavano. Gioirà nel 1948. Ungaretti e Davide Lajola l’accoglieranno tra I poeti scelti del Premio Saint-Vincent: nella storica e gloriosa antologia della collana mondadoriana intitolata «Lo specchio». Camilleri si troverà accanto ad Alfonso Gatto, Parronchi, Pasolini, Spaziani, Solmi. Giacomo Debenedetti lo presenterà sempre come «il giovane poeta siciliano». E un giorno, nel maggio del 1952, Quasimodo gli farà l’onore di leggere alla radio una sua poesia: Morte di García Lorca. Sarà una sorpresa. Ma Camilleri non aveva ascoltato il programma radiofonico. Ne scriverà alla madre, da Roma: «Pensa che rabbia! Me l’hanno detto tre o quattro amici dopo che la trasmissione era stata effettuata». Camilleri era convinto che sarebbe entrato nella letteratura come poeta laureato. E tuttavia cominciò a scrivere un romanzo. Si rese conto di non farcela. Non lo portò a termine. E rimandò l’esperimento a tempi migliori. Alla fine scartò anche la poesia. A chi gli chiedeva perché avesse lasciato la poesia, rispondeva che era stata la poesia a lasciare lui. Il romanzo arrivò. Ma solo quando Camilleri riuscì a darsi una lingua. Ci volle un gesto di ribellione ai suoi maestri, una convinta trasgressione alle regole imposte dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, a Roma. Tutte le volte che il borsista dell’Accademia si apprestava a scendere in Sicilia per andare a trovare i genitori, i maestri gli ricordavano di dotarsi di tamponi. Doveva otturarsi bene le orecchie, per non sentire il dialetto: le parole e le pronunce. Camilleri obbediva, vergognandosene. Anche perché tutti gli amici lo prendevano in giro. Camilleri buttò via i tappi. Si convertì al lessico famigliare, alla sua Porto Empedocle, alla sua Vigàta. Borges aveva scoperto le città come mappe segrete di memorie: «abbiamo così – scriveva – due città: una, la piccola città che registrano i cartografi, e un’altra, la città intima e segreta delle nostre biografie». Vigàta era per Camilleri la mappa narrativa della sua «biografia». Non esiste nelle mappe geografiche. È una città immaginaria che vive in una lingua d’invenzione. Ma, «intimamente», è Porto Empedocle, dove lo scrittore è nato nella provincia dell’inventata Montelusa: talmente poco irreale da farsi subito identificare con la pirandelliana Agrigento. La menzogna letteraria ha consentito a Camilleri di raccontare invenzioni narrative che sono contemporaneamente la cronaca di un oscuro villaggio e la verità morale e politica di un’intera nazione chiamata Italia (memorabile è la furiosa e sofferta reazione di Montalbano ai fatti ignominiosi del G8 di Genova nel 2001: una delle pagine tra le tante spurcissime della storia della nostra Repubblica). Andrea Camilleri abita i suoi romanzi vigatesi. Vi passeggia dentro. Li abita soprattutto con la sua lingua genialmente inventata che, tuttavia, è parte importante della sua biografia vera: originariamente accostabile alla lingua del padre e della madre; e ancor più alla lingua fantastica della venerata nonna. In quella lingua Camilleri vi ritrovava il calore di un lessico famigliare e le fantasticherie di parole che incantavano con i loro arcani musicali degni del migliore contastorie. Le registrò quelle parole. E fu il primo nucleo del vigatese. I lettori dei suoi romanzi le ritroveranno nelle opere storiche, fantastiche e poliziesche del futuro scrittore. Ma lavorate, con spostamenti semantici e contaminazioni varie studiate sulle varianti dell’uso. Vigàta vivrà nel tempo. E il vigatese non sarà una lingua morta. Come tutte le lingue parlate, avrà una sua evoluzione. Non sarà un simil-siciliano, una approssimazione dialettale come è stato detto. Ma una lingua d’invenzione, destinata a imporsi come un’allegra variante dell’italiano parlato nell’intero stivale.
Salvatore Silvano Nigro (Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2025)
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