Corriere della sera 11.12.2000
La falsa Sicilia di uno scrittore mito

CAMILLERI, CHE NOIA

di FRANCESCO MERLO

Dovrebbe avere la pazienza di leggere l'ultima fatica politica della Commissione parlamentare antimafia, così piena di errori storici e di strafalcioni ambientali (tutti naturalmente a fin di bene), chi volesse capire dove porta "la sicilianità" come genere letterario, e cosa produce quella Sicilia immaginaria delle macchiette e degli stereotipi di cui lo scrittore Andrea Camilleri è il massimo e forse l'ultimo geniale divulgatore di successo.
Camilleri è il gran ciambellano di un espediente retorico, la sicilitudine appunto, che ormai dilaga con lui nei libri, nei giornali, sui palcoscenici di paese e di città, nelle televisioni, nella dialettica politica e persino nella campagna elettorale. Al punto da alimentare robuste voci su una sua candidatura al Senato per i DS, goliardico epigono di Leonardo Sciascia come Domenico Guerrazzi lo fu di Manzoni e Guido Da Verona lo fu di D'Annunzio.
Davvero dunque per capire la "buona" retorica dell'ultimo documento dell'Antimafia bisognerebbe studiare la "bella" retorica di Camilleri, il suo italiano dialettizzato e i suoi irreali poliziotti siciliani, quelli che "il vino ci piace assa' assa'", "e puri con le fimmini non si sgherza", e Santuzza, e Dimonia... Dovrebbe insomma smarrirsi nella prosa in "sicilianese" chi volesse capire la prosa in "antimafiese".
Preso nobilmente l'abbrivio contro la mafia a Catania, la Commissione ha denunciato, spingendo il rigore sino alle tabelle e riempiendo di sdegno le interviste, "la tragedia orribile dei suoi almeno cento morti ammazzati all'anno", anche se quest'anno i morti ammazzati a Catania sono stati cinque e l'anno scorso trenta, e prima ancora trentacinque (saranno una raffica di errori di stampa "all'unanimità"?).
Insomma, c'è un rapporto davvero forte tra le Sicilie immaginare, quelle che deformano la realtà per compiacere il senso comune, pittoresche raffigurazioni che sempre confortano la gente, ormai convinta che in Sicilia avvengano solo le cose più strane e più feroci, perché della Sicilia si scrivono e amabilmente si raccontano solo le cose più strane e più feroci. Così, in 99 pagine di relazione, la Commissione non solo sbaglia date e nomi (compreso quello dello stesso relatore, il senatore Eupreprio Curto) ma confonde e sovrappone anche quartieri e periferie, e si perde in un racconto di maniera, tra bimbi allo sbando e presunte zone inaccessibili alle forze dell'ordine...
Allo stesso modo Camilleri inventa una Sicilia arcaica, un'insularità quasi biologica, come se la sicilianità fosse una qualità del liquido seminale, un Dna, una separatezza che ovviamente non esiste se non come stereotipo, come pregiudizio che raccoglie, in disordine, malanni personali e banalità di ogni genere, nonne con le mutande a baldacchino e zii preti, la voracità sessuale come espressione del lirismo di un popolo, l'amicizia come retorica, l'omicidio come voce del Diritto amministrativo, la pennichella come ritorno alla natura, le melanzane e la pasta con le sarde come archetipo di una modesta ma sicura felicità. Il tutto descritto con la lascivia sentimentale di certe orrende cose di noi stessi che ci piacciono tanto, quasi fossero anacronistiche virtù, elisir da paradiso perduto.
E' vero infine che la prolificità di Camilleri ricorda quella di Simenon, che era nato in Belgio e dal Belgio era fuggito. Ma Simenon non si rifugiò mai nella "belgitudine". Il grande scrittore la metteva così: " ... me ne sono andato e ho avuto fortuna. Ho raccontato i crimini che avrei commesso se non me ne fossi andato. Cos'altro si può dire di chi ha avuto fortuna se non che se n'è andato?". Camilleri invece la mette così: "Essere siciliano è la mia sola ragione di scrittura. E sui muri della pur bella e complessa capitale isolana campeggia un terrificante slogan: "Il mondo ha bisogno di un sogno imitare Palermo". Anche questa è caricatura di Sicilia, anche questo è camillerismo.