home page





La mossa del cavallo



Autore Andrea Camilleri
Prezzo L. 25.000
Pagine 248
Data di pubblicazione 1999
Editore Rizzoli
Collana Scala italiani
e-book € 6,99 (formato pdf, protezione Adobe DRM)


La vicenda narrata da Andrea Camilleri in questo romanzo prende liberamente spunto dagli appunti di Leopoldo Franchetti per la sua inchiesta sulle condizioni socio-economiche della Sicilia nel secolo scorso. 
Giovanni Bovara, ispettore capo ai mulini di Montelusa, "un siciliano che parla genovese", è testimone dell'uccisione di un prete. Poche ore dopo aver reso la sua deposizione, viene arrestato e accusato proprio dell'omicidio denunciato. Questo drammatico rovesciamento dei ruoli costringe il protagonista a una mossa imprevista che spiazza l'avversario e infine gli salva la vita. 
Giovanni Bovara è cresciuto a Genova dove ha imparato l'italiano e il dialetto locale, quel genovese, lingua "materna" e dunque lingua dell'infanzia, che "a macchie", viene fuori nei momenti di maggior intensità emotiva del suo parlare. 
Accusato di un crimine non commesso, Giovanni dovrà combattere per affermare la propria innocenza e ci riuscirà solo recuperando il suo dialetto, il siciliano, e con esso il modo di pensare dei suoi padri. 
Questa è la mossa che gli darà la vittoria. 
Romanzo storico ambientato nella Vigàta, "il centro più inventato della Sicilia più tipica", di fine Ottocento dove l'intreccio a sfondo poliziesco si scioglie grazie all'uso del dialetto siciliano, "La mossa del cavallo" ci consegna in forma di narrazione una straordinaria dichiarazione di poetica "in atto" e allo stesso tempo una sconcertante paradossale storia di sopraffazione antiche e attualissime, di manipolazioni continue della realtà che rendono difficile l'accertamento di verità individuali e colletive. 
 

Questa vicenda prende lo spunto da una nota di Leopoldo Franchetti per la sua inchiesta controgovernativa sulle condizioni socio-economiche della Sicilia nel 1876. L'elaborazione romanzesca accentua alcuni dati che rendono appunto la storia di allora storia dei nostri giorni. La trama del libro è largamente definibile gialla e dal sapore paradossale, considerata l'ambientazione in una società nella quale il gioco di prestigio di una realtà di continuo manipolata rende difficile l'accertamento delle verità individuali e collettive. 
Nella "Mossa del cavallo" metto l'accento sul rovesciamento dei ruoli (il testimone che viene fatto passare per colpevole); insisto su un gioco delle parti che mi sembra essere sempre più consueto nell'Italia d'oggi.

Andrea Camilleri


 
 

Traduzione delle sezioni in genovese de La mossa del cavallo

                                       a cura di Marco Doria e Paola Rossi

p. 31: La sua voce rimbombò nel corridoio vuoto. Indietreggiò. Prese il campanello che era uscito dalle carte. Suonò. Aspettò. Uscì nel corridoio quasi all'oscuro e tornò a scuotere il campanello . Tutte le porte degli uffici erano aperte, ma non si fece avanti nessuno a domandargli cosa faceva. Si fermò in mezzo al corridoio e con un certo nervosismo tornò a scuotere il campanello. Vuoi vedere che quel cretino di portiere si era scordato di lui e l'aveva chiuso dentro l'Intendenza? Fece altri due-tre passi, si fermò di nuovoe gli venne in mente quell'incontro a Reggio Emilia. Sul far della sera , con un amico, aveva visto passare per strada una specie di monaco con una tonaca grigia, il cappuccio tirato su a coprirgli tutta la faccia, due buchi dagli occhi. In mano aveva un campanello e lo faceva suonare di continuo.

p. 38: Nel suo letto all'albergo Gellia, Giovanni smaniava in preda a un incubo, un'ansia che lo riempiva di paura, da fargli accapponare la pelle. Era all'interno di un mulino, ma in quel mulino non c'era nessuno. Si era messo a chiamare ma non gli dava ascolto nessuno. Era entrato in uno stanzone grandissimo, in cui non c'era niente, nemmeno un sacco vuoto. In un angolo c'era solamente un sacco di farina. Era sporca, come impastata di fango, piuttosto nera. La porta gli si chiudeva dietro le spalle. Cercava di aprirla a furia di scrolloni. Niente. Nel guardare nuovamente lo stanzone si accorgeva che il mucchio di farina montava, cresceva e prendeva una forma curiosa, pian pianino si mutava in un insetto, un ragno smisurato che lentamente gli veniva incontro. Con le spalle al muro vedeva che quella bestiaccia gli veniva vicino, così vicino che gli toccava quasi la faccia con le sue zampe pelose. Gli occhi di quella bestia erano umani e lo guardavano con compassione. "Mischineddru" diceva il ragno. Si svegliò madido di sudore, con il cuore che gli batteva forte nel petto. Che cosa voleva dire?

p.47-49: A destra, poco prima del dirupo, c'era una siepe divisoria, fatta di rami d'albero, un cancello rustico che dava in un sentiero che portava alla casa di tufo, venata dal bianco della calcina. Le porte e le persiane erano tinte di verde. La casa era come una T rovesciata, tre stanze sotto e una sopra a quella nel mezzo, che era grande: una bella sala da pranzo con due fornelli in un angolo. C'erano un tavolo, quattro sedie impagliate, una credenza con piatti, bicchieri, posate. Tutto lustro, ben pulito. Dalla sala da pranzo, che prendeva luce da un finestrino e dalla porta di casa, partiva una scala che portava (alla stanza) di sopra, dove c'era un letto a due piazze con due comodini con abat-jour, due sedie di legno e un bell'armadio con specchio. Le coperte di lana erano belle pulite e stavano arrotolate sulle tavole del letto. Giovanni aprì l'armadio: dentro c'erano le federe ma mancavano le lenzuola. Pazienza, l'indomani le avrebbe acquistate. La stanza aveva due finestre, una dalla parte del mare e l'altra che dava sulla campagna. C'era anche un gabinetto, in un bugigattolo, con il vaso per i bisogni, la bacinella per lavarsi, un recipiente pieno d'acqua, un finestrino tondo per l'aria. Era tutto bello pulito.

La stanza da pranzo al piano di sotto portava, per una piccola porta, a una stanza sulla sinistra. Poteva venir bene se c'era da ospitare un parente o un amico: un lettino, un comodino con la lucetta, due sedie, un armadio stretto. Lo aprì: era vuoto. Per quella notte gli toccava dormire senza lenzuola.

Alla stanza sulla destra del pianterreno non si poteva passare dall'interno della casa. Aveva una porta per conto suo, alta e larga. Era una stalla che poteva contenere fino a due cavalli e una carrozza. Paglia e fieno erano al loro posto.

Intorno alla casa mandorli, peri, albicocchi e anche quattro filari di vite. Vicino alla porta due cespugli di gelsomino.

Passò la mattinata a vuotare il baule e le valige, a mettere tutto in ordine. Lasciò sulla tavola le carte che aveva preso nell'ufficio di Bendicò. Pensava di guardarle meglio verso sera, lumi e candele non gli mancavano di certo.

p. 51 : ...Aveva da fare a piedi i due chilometri scarsi che mancavano per arrivare a Vigata: sicuramente lì c'era un'osteria. Arrivato sull'orlo del dirupo, guardò bene e trovò una specie di sentiero per capre che scendeva in direzione della piazza, sebbene non fosse per niente facile. Mentre scendeva per il dirupo, più d'una volta dovette aggrapparsi a dei cespi di saggina che gli ferirono il palmo e le dita della mano. Gli uscì del sangue.

Come arrivò sulla riva del mare si levò scarpe e calzini, mise i piedi a bagno, infilò le mani dentro l'acqua per fermare il sangue che gli aveva anche macchiato un poco la camicia.

Si mise a camminare svelto verso il paese dov'era nato e dove non era più tornato. Ma non si sentiva emozionato. L'aria di mare gli metteva le ali.

P. 52 : Appena arrivato al porto, si lasciò trascinare dalla memoria. Conosceva il paese senza averlo mai visto; suo padre e sua madre, a Genova, gliene parlavano spesso. Quando aveva perso i Suoi, a dieci anni, ancora non aveva sentito parlare del fratello di suo padre, lo zio Ciccio e sua moglie, la zia Giovanna, che era stata come una madre.

Si sedette su una bitta. Per i colori, il paese era come gli aveva detto l'amico Piran, ma era domenica, le navi da carico stavano con le vele ammainate, non c'era quel va e vieni d'uomini, di gozzi e di carretti, non si sentivano le bestemmie e le urla che accompagnano di continuo il carico dello zolfo.

Qualche piccola paranza, nessun brigantino con le vele piene di colori. Due pescatori riparavano una rete, uno dei due stava con la schiena appoggiata a una gomena arrotolata, un marinaio raccoglieva una cima.

P. 53: Proprio lì dal molo c'era un'osteria piena di fumo. Un cameriere, o forse il padrone in persona, si avvicinò al tavolo.

"Vorrei una lingua"

"Eh?" fece il cameriere.

Giovanni si rese conto di aver parlato in genovese. Era confuso.

"Portatemi 'na linguata" disse in siciliano.

La lingua che gli servirono di lì a poco era bella fresca e smisurata.

P. 57: A un certo punto, senza rendersene conto, si appennicò. Quando il mare arrivava con le onde lunghe sulla battigia a volte gli faceva quell'effetto lì.

Si svegliò di soprassalto. Qualcuno, dall'alto, gli stava tirando pietruzze. Sentì una voce ma non capì niente.

"Abbossìa! Abbossìa!"

Si alzò. Guardò. Contro il cielo, in piedi, c'era un ragazzo che agitava le braccia per farsi vedere.

...

...il ragazzo, che aveva sì e no una quindicina d'anni, si levò il berretto per fargli un atto di rispetto.

P. 58-59: Gli parve un animale bello e forte. Si avvicinò per carezzarlo, ma il cavallo indietreggiava. Giovanni restò con la mano a mezz'aria. Il cavallo lo guardava fisso e Giovanni, immobile si lasciava guardare, un poco impacciato. Poi la bestia si avvicinò fino a sfiorargli la mano col suo collo.

...

Giovanni montò. La sella andava bene, ma erano da regolare le staffe. Ci si sentiva bene. Era lì che stava per smontare quando, in un momento, con un bel salto Milichinu gli saltò dietro.

...

Cacciasse? Ma perché voleva che andasse a caccia verso la carrozza? ...

...

La signora? C'era una donna nella carrozza? A Giovanni vennero vampate di calore per la vergogna. Era un sacco di tempo che una signora lo guardava mentre era quasi nudo, solo con i calzoncini...Pensare in Sicilia! Meno male che era vedova, perché a sentir ciò che dicevano dei siciliani, se avesse avuto marito, quello gli sparava con lo schioppo di sicuro per vendicare l'offesa e per lavare la macchia dell'onore...

...

Chissà mai perché, Giovanni, si era immaginata la sua padrona di casa come una donna insulsa, una scarpa vecchia sformata dagli anni.

La signora Trisìna Cicero invece era giovane e bellissima, occhi chiari e profondi, labbra rosse come una fiamma del fuoco, la pelle più bianca della zoncâ.Il nero del vestito non riusciva a nasconderle le forme, al contrario. Ora pensava solo in genovese, la lingua di quando da giovane si confondeva per le donne.

Sapeva bene di essere uomo di poca fantasia, ma gli bastò vederla un attimo per immaginarsela nuda sulle lenzuola disfatte...

Arrossì, gli si rovesciò lo stomaco...

...

P. 60-61: Fu un lampo. Giovanni la vide nuda tra le lenzuola disfatte, lucida per il sudore, il respiro affannato di chi ha finito di fare l'amore.

...

"Eh!" fece Giovanni, che non sapeva cosa dire.

La vedova gli sorrise. La melanconia doveva esserle passata.

"Le ammanca nenti?"

"TU" gli venne da dire col pensiero a Giovanni. E nonostante ci provasse non riusciva a non vedere lei nuda sui...

"...linzoli?" gli domandò la vedova.

...

Era vero, mancavano i lenzuoli. Giovanni si rilassò ma continuò a sudare: l'occhiata della donna gli faceva ribollire il sangue.

"Milinchinu è darrè 'a casina. Gli sto facendo cògliri un panaro di frutti per lei"

Dio santo! Tutti e due, nudi, sulle lenzuola, e lei che monda un fico maturo...

...

E no, Cristo Santo! La domanda non era mica ingenua come voleva lasciar credere! Tanto più che le sue labbra, due braci, s'erano allargate un po' in un sorriso ammiccante.

...

...e al Giovanni, che era perso nella sua visione, gli venne un colpo.

P.62: Gli veniva spontaneo, con lei, raccontarle i fatti suoi.

...
Giovanni sentì un brivido freddo lungo la schiena: la stessa parola lo stesso sguardo del ragno nel sogno della notte prima.

Arrivò di corsa Milinchinu. La vedova si alzò, era alta quanto lui, prese il pacco con le due mani, lo tenne un momento con le braccia tese in avanti e poi glielo diede con aria seria. Era stata come una cerimonia silenziosa.

"Bona sirata" gli disse la donna mentre gli girava la schiena per dirigersi verso la carrozza.

Giovanni, ancora col pacco in mano, si riprese un poco, giusto quel che bastava a farne un colabrodo.

P. 68-69: Quella voce, all'improvviso, gli fece fare un salto sulla sedia, proveniva dal lato della porta che era rimasta aperta. Si alzò e si fermò sul limitare della porta.

"Chi è?"

"Amici"

Non riusciva a vedere che due ombre non molto distanti.

"Che volete?"

Non era spaventato ma quell'intrusione gli dava fastidio.

...

Le due ombre si persero nella notte. Ma questo cazzo di don Cocò gli voleva dar da mangiare per forza?

Quindi chiuse la persiana della finestra e mise il catenaccio alla porta.

P. 101: Che bella nottata! Il chiaro di luna si allargava per la campagna, sembrava giorno, non c'era un filo di vento, solo qualche abbaiar di cane, qualche grillo canterino...

A cavallo Giovanni scendeva verso la casa di Vigàta e si aggrappava, come uno che s'è perso in mare, alla sua lingua genovese, quella nella quale aveva imparato a vivere e a ragionare, per salvarsi dal mare grande di prese in giro, di pettegolezzi, di sospetti, di falsità nel quale si era quasi annullato dietro allo spettegolare di suo cugino Féfé.

P. 153: ...si vede che si era sparsa la voce che con lui non era il caso di scherzare.

...

...e quindi decise di fare un salto a casa per cambiarsi il vestito...

...solitaria, in mezzo al prato...

...rimbombò improvviso nell'aria serena.

P. 154-156: Giovanni saltò giù da cavallo e si riparò dietro un masso...

...Con una punta d'amaro si disse che forse era arrivato il suo san Martino,...

...La revorberata era stata tirata da dietro il masso ...

...Cosa voleva dire? Un tranello? Un'imboscata?

...una finta per farlo venire allo scoperto, mentre un secondo uomo se ne stava nascosto?...

...Era stinnicchiato in terra a pancia all'aria, le braccia in croce, una larga macchia di sangue nella parte alta del petto, proprio sotto la gola...

...Ripigliò a muoversi quasi in punta di piedi, con le ginocchia molli...

...Non una donna, come a un certo momento gli era parso, ma un parrino, aveva scangiato la tonaca per una sottana...

...L'altro non rispose. O non aveva più fiato o non voleva sciupare parole con uno che non ci capiva una minchia.

P. 243: Giovanni è lì che sogna che è ancora notte, ma lui è sul ponte della nave e all'improvviso, col cuore che gli batte forte, comincia a vedere Genova lontana, tra i monti scuri e la marina, ragnatela di luce tremante distesa sull'aria di mare.





Prezzo € 14,00
Pagine 272
Data di pubblicazione 9 febbraio 2017
Editore Sellerio
Collana La memoria n.1055
e-book € 9,99 (formato epub, protezione acs4)


Uno dei più intelligenti, spassosi, esemplari romanzi di Camilleri, pubblicato per la prima volta nel 1999 e oggi considerato un «classico». Sellerio lo ripropone con una Nota dell’autore appositamente scritta per questa edizione.

«La mossa del cavallo di Bovara è il recupero del dialetto siciliano. E quindi potersi muovere agevolmente dentro il dialetto ritrovato e rivoltare a suo beneficio il senso e il significato delle parole» - Andrea Camilleri

«È stato scritto che i Camilleri sono almeno due, quello del poliziesco e quello della memoria storica; ma nel romanzo La mossa del cavallo i due Camilleri convivono» - Cesare Medail, Corriere della Sera (1999)

L’azione si svolge nel 1877 e trae spunto da un episodio raccontato nella famosa inchiesta sulla Sicilia da Leopoldo Franchetti.
Giovanni Bovara, nato in Sicilia ma trasferitosi a soli tre mesi d’età a Genova, viene mandato nell’isola come ispettore ai mulini, dopo che i due che l’hanno preceduto sono morti ammazzati. A Vigàta rimane invischiato nei potentati locali, dal prete ai politici, agli uomini d’onore a infidi azzeccagarbugli che gli mandano messaggi in codice che Bovara, integerrimo funzionario, non può capire. Va dritto per la sua strada, che è quella della legge, e ragiona in dialetto genovese, ma è proprio questo che gli impedisce di cogliere la rete che lo va stritolando. Così quando viene ucciso il prete, donnaiolo e in fama d’usuraio, l’unica maniera per difendersi dalla paradossale situazione in cui si è venuto a trovare - quella di essere accusato del delitto che ha denunziato - è la mossa del cavallo. Giovanni Bovara dunque si mette non solo a parlare ma anche a pensare in siciliano, un dialetto che credeva d’aver perso, ma che sboccia spontaneo dalle sue labbra e si rivela la chiave per comprendere l’accaduto e soprattutto per dare scacco a chi controlla un paese intero. Insomma una autentica provocazione che rovescia la trappola fabbricata per lui. La connessione delle lingue: l’italiano postunitario, le parole della burocrazia, i dialetti genovese e siciliano; basta trovare il codice giusto per risolvere il corto circuito e accedere alla soluzione. Ed è questo che rende questo romanzo (che al racconto alterna verbali, documenti, corrispondenze e articoli fittizi) unico e uno dei più felici di Andrea Camilleri: per la scena animata e umoristica e il rovesciamento dei ruoli, per l’irrisione dei siciliani, fra cadaveri che appaiono e scompaiono, testimoni che si volatilizzano, parole sussurrate a mezza voce, una farsa tragica.


Leggi l'intervista sul romanzo tratta da Tutto Camilleri di Gianni Bonina


Il romanzo (pubblicato la prima volta da Rizzoli, nel 1999) è una combinazione di mosse ingegnose: una macchina scenografica a scacchiera. I suoi spazi mobili sono resi illusori dal tatticismo dei giocatori. Tutto succede, in questo «teatro» di manovre ingannatrici, senza che nulla appaia accadervi. Il macchinismo è in obbligo ora con la falsità, ora con gli sghembi della ragione. Il traffico delle apparenze è gestito, in tutti i casi, dalla contraffazione: canagliesca da una parte; dettata dalla disperata lucidità della ragione dall’altra. La partita è truccata. La verità è uno «scavalcamento», uno scacco matto che scombina. Sfugge sempre dietro l’angolo però. Ed è della stessa materia di cui sono fatti i sogni. La mossa del cavallo è un giallo in forma di «farsa tragica» (irresistibile con i suoi crescendi rossiniani); e in posa di romanzo storico accreditato dal saggio Politica e mafia in Sicilia (1876) di Leopoldo Franchetti. La vicenda si svolge, tra Montelusa e Vigàta, nell’autunno del 1877: ai tempi della Sinistra storica al governo, e dei malumori contro il mantenimento dell’odiosa tassa sul macinato. Un intero Libro delle mirabili difformità, prossimo al Bestiario, si è riversato in quel circo che è la provincia nella quale è stato precipitato, come dentro una ragnatela, l’ispettore capo ai mulini Giovanni Bovara: un ragioniere a cavallo, succeduto nell’impiego ai colleghi Tuttobene (dato in pasto ai pesci) e a Bendicò (abbandonato ai cani, come suggeriva il nome di familiarità gattopardesca). C’è una Gazza ladra, vedova allegra con tanto di tariffario; e c’è un Sorcio cieco (l’intendente di Finanza), che tutti chiamano scarafaggio «merdarolo» perché uso ad appallottolare e «interrare» le mazzette riscosse. Segue un prete sciupa femmine e strozzino, che il cugino vede come un «bùmmolo» con i manici ad ansa, riplasmato sul modello della donna pentolaccia di manzoniana memoria. Non mancano gli «armàli» velenosi (l’avvocato Fasùlo e La Mantìa, vice del delegato Spampinato) che illecitamente hanno fatto «tana» delle carte più compromettenti dell’Intendenza. Nani, anche «a forma di botte», spilungoni, strabici e scimmieschi, errori di natura sempre, sono i corrotti sottoispettori scelti e pagati per non vedere i mulini clandestini degli evasori. Regista, in ombra, delle trame (delittuose e politiche) del circo è il capomafia don Cocò Afflitto: il proprietario dei mulini e dei giornali locali. Per neutralizzare le denunce di corruzione del Bovara vengono predisposte varie messinscene. L’ispettore deve scansare una trappola. Ma non ha punti di presa. Fino a quando non si scommette nel «gioco» con gli avversari, ricorrendo alla loro stessa arte. Nato a Vigàta e cresciuto a Genova, l’ispettore si riappropria del dialetto d’origine; e, da dentro la ritrovata dimora linguistica e antropologica, arma la controbeffa.
Salvatore Silvano Nigro



Last modified Tuesday, February, 14, 2017